Meraviglia per la promessa – Predicazione di domenica 4 Ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Giovanni 4,11-14; Giovanni 7,37-39

11 La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest’acqua viva? 12 Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» 13 Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; 14 ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna».
Giovanni 4,11-14

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno». 39 Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.
Giovanni 7,37-39

Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo avuto il piacere di accogliere e celebrare un battesimo stamattina, durante il Culto ci siamo ricordati che siamo interconnessi tra noi e con il Creato: non siamo soli, ma viviamo insieme agli altri e alle altre in una Creazione che non ci appartiene e che vogliamo custodire. Il battesimo è un rito d’acqua, e questa è proprio una delle risorse naturali che maggiormente rischiano di essere inquinate, depredate, e monopolizzate. L’acqua, simbolo potente di vita, veicolo della nascita che sempre più frequentemente diventa metafora di morte per i molti che fuggono attraverso il canale di Sicilia. Pure nella Bibbia l’acqua porta con sé una certa ambivalenza: La sua abbondanza è fonte di vita per la terra e quindi di benedizione da parte di Colui che è il datore della vita. La sua scarsità è segno invece della riprovazione, del giudizio di Dio, pericolosamente prossimo alla maledizione. La ribellione contro Dio e l’insensatezza umane nel rapporto distorto nei confronti dell’ambiente è una delle cause della penuria e dell’inquinamento dell’acqua. Essa contiene in sé la morte e la vita: I cieli chiusi della grande siccità sono sentiti nella predicazione profetica come il giudizio di Dio contro l’idolatria. Non è però soltanto nella mancanza d’acqua che si manifesta il castigo di Dio per l’infedeltà umana. Anche il fatto che si sia costretti a “bere acqua dietro pagamento” è conseguenza del peccato (Lament. 5,3-7). D’altra parte sappiamo che lo scatenarsi delle acque è ancor più distruttivo della penuria e della siccità. Così Israele sentiva la minaccia delle grandi acque dell’abisso (Sal. 107,23-32), delle acque profonde in cui si rischia di sprofondare (Giona 2,4). La liberazione dal pericolo mortale è quindi insieme la confessione di fede del credente riconoscente e la promessa di Dio al suo popolo riscattato. La simbologia negativa dell’acqua si estende al Nuovo Testamento, in particolare per ciò che riguarda il mare che rappresenta la forza del male e della morte. L’essere gettato in fondo al mare sarebbe il male minore per chi è motivo di scandalo per la fede dei semplici (Mt. 18,6-7). E nel mare, nella distruzione totale espressa dal verbo “perire”, finiscono i porci invasati nella storia della guarigione dell’indemoniato di Gadara (Mt. 8,32). All’acqua è connesso il giudizio per il suo potere inesorabile e distruttivo, ma il NT presenta la prospettiva della vittoria sul male e sulla morte proprio in riferimento al mare: Gesù è colui che davanti a spettatori stupefatti dimostra di avere il potere di sgridare i venti e il mare calmando la burrasca (Mt. 8, 23-27). Egli si presenta ai discepoli camminando sul mare (Mc. 6,45-52), anticipando in questo gesto la sua vittoria sulla morte. Anche l’Apocalisse usa questa identificazione del mare con la morte annunciando “un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più” (Apc. 21,1). Con il dono di Cristo e la fede in lui l’acqua è fonte di vita: la vita viene dall’acqua, secondo la parola creatrice, Dio stesso è “sorgente d’acqua viva”. Dio è colui che ha pietà degli esuli e “li condurrà alle sorgenti d’acqua”. E al di là di questo, a tutti è rivolto il generoso appello: “O voi tutti che siete assettati, venite alle acque” (Is. 55,1). Nell’Apocalisse l’Agnello che siede sul trono pascerà gli eletti e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita e a chiunque ha sete promette di dare “gratuitamente della fonte dell’acqua della vita”. L’acqua accompagna la storia del popolo eletto e la storia dei credenti tanto che pure l’evangelo di Giovanni ripetutamente parla di “fiumi d’acqua viva” non solo per dissetare, ma anche come occasione per diventare fonte d’acqua di vita eterna per altri (Gv. 4,13-14). E ciò che così è detto in privato alla Samaritana, è ripetuto da Gesù in pubblico. Nell’ultimo giorno della festa delle Capanne, quando dopo una processione intorno a Gerusalemme, veniva versata solennemente dell’acqua in un catino bucato, spargendola così in terra nella simbolica invocazione della benedizione divina. Gesù si presenta come il compimento di quell’attesa di benedizione. Gesù è colui che può dissetare chiunque abbia sete. Se uno crede in lui, “fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”: è il dono dello Spirito (Gv. 7,37-39) che dona ai credenti la possibilità di essere benedizione e fonte di vita anche per gli altri.. questa è veramente l’espressione più alta della benedizione divina contenuta nell’immagine dell’acqua: esser dissetati senza mai più aver sete e diventare mezzo per estinguere la sete altrui. Nell’interpretazione cristiana, il battesimo è una sintesi particolarmente intensa di quanto la Bibbia intera esprime nel simbolo dell’acqua, annunciando il giudizio e la grazia da parte di Dio. Nella fede i credenti vengono salvati dalla minaccia di essere sommersi; quando confessano i loro peccati, essi vengono purificati e guariti; la loro sete viene colmata per sempre e diventano discepoli e discepole che annunciano grazie al dono dello Spirito che li conduce verso il mondo futuro proclamato da Gesù Cristo.

Amen

Pastora Laura Testa

Chi non è con me è contro di me – Predicazione del 12 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 14,7-9; Luca 11,14-26 (+ Luca 11,9-13)

7 Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; 8 perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. 9 Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi.
Romani 14,7-9

14 Gesù stava scacciando un demonio che era muto; e, quando il demonio fu uscito, il muto parlò e la folla si stupì. 15 Ma alcuni di loro dissero: «È per l’aiuto di Belzebù, principe dei demòni, che egli scaccia i demòni». 16 Altri, per metterlo alla prova, gli chiedevano un segno dal cielo. 17 Ma egli, conoscendo i loro pensieri, disse loro: «Ogni regno diviso contro se stesso va in rovina, e casa crolla su casa. 18 Se dunque anche Satana è diviso contro se stesso, come potrà reggere il suo regno? Poiché voi dite che è per l’aiuto di Belzebù che io scaccio i demòni. 19 E se io scaccio i demòni con l’aiuto di Belzebù, con l’aiuto di chi li scacciano i vostri figli? Perciò, essi stessi saranno i vostri giudici. 20 Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demòni, allora il regno di Dio è giunto fino a voi. 21 Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; 22 ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino. 23 Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.
24 «Quando lo spirito immondo esce da un uomo, si aggira per luoghi aridi, cercando riposo; e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, dalla quale sono uscito”; 25 e, quando ci arriva, la trova spazzata e adorna. 26 Allora va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed entrano ad abitarla; e l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

Luca 11,14-26

Il passo di oggi parla di demoni, nomina addirittura Belzebù, il diavolo in persona! E’ un passo inquietante, che non sappiamo bene se vada preso alla lettera o solo in modo simbolico, come siamo abituati a fare, soprattutto qui in Europa. In ogni caso si tratta di un quadro davvero spaventoso: il male ci circonda e cerca a tutti i costi di insinuarsi dentro di noi. E’ talmente forte e tenace che a poco valgono le nostre contromisure:

21 Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; 22 ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino.

Non solo, ma può anche accadere che qualcuno venga guarito dal demone che abita dentro di lui, che possa finalmente ricominciare a vivere in pace col Signore e col mondo che lo circonda. Ma poi? Proprio nel momento in cui tutto sembra funzionare e andare per il verso giusto, proprio nel momento in cui la sua interiorità è “spazzata e adorna”, ecco che ricade e la sensazione che prova è proprio quella di essere caduto in una condizione peggiore di quella dell’inizio.
E noi, noi come ci collochiamo? Un passo come questo ci spaventa? Ci interroga? Forse no, perché ci crediamo al sicuro, confidiamo in noi stessi e nella nostra fede: in effetti non rubiamo, andiamo a lavorare o comunque cerchiamo un lavoro con tenacia, amiamo i nostri genitori, i nostri figli, seguiamo le leggi, non invidiamo troppo la roba degli altri e anche se un po’ li invidiamo non pensiamo certo di derubarli. Insomma siamo persone abbastanza brave, la domenica andiamo in chiesa, cerchiamo di pregare con regolarità, talvolta facciamo anche testimonianza (questo non proprio regolarmente, ma il Signore è misericordioso e ci perdona, no?). E allora? A chi si rivolge questo passo pieno di diavoli e di dolore e di paura? Perché è stato scritto? Dice qualcosa anche a noi, oggi?
Guardiamo più da vicino il testo: Gesù scaccia un demone e viene accusato di agire con il potere di Belzebù, nella Sua risposta Gesù chiarisce che non si può essere potenti grazie a Belzebù e grazie a Dio: non si può essere servi di due padroni. Non si può amare Dio e mammona, leggiamo in un altro passo. Non si può essere con Gesù e contro Gesù. Non si può. Ma allora? Tutto il nostro castello di compromessi, di “sì, ma”, di “certo, ma tra poco”, “sì, ma domani”, ma dopo che i miei figli saranno sistemati, dopo che avrò trovato lavoro. Sì, ma in Italia non è possibile vivere come monaci. Sì, ma il testo ha un valore simbolico. Certamente, ma bisogna anche avere senso pratico, realismo, perché altrimenti non si può vivere.
Tutto ciò viene spazzato via. In modo radicale e definitivo dall’affermazione di Gesù:
Chi non è con me, è contro di me
Chi non è con me, è contro di me. Contro di me, fratelli e sorelle, contro di me. Contro di me.
E dunque?
Io credo che il passo di oggi ci metta in guardia dalla facile scappatoia che nei secoli dei secoli l’umanità ha sempre costruito: sono quello che sono perché obbligato dalla necessità, non potevo fare diversamente. Oppure, ho cercato di resistere, ma la tentazione era troppo forte, non ho retto. O ancora: non è del tutto colpa mia se sono nel peccato: il male e la caduta sono nel mondo. E il mondo non l’ho creato io, che ci posso fare?
Chi di noi non ha pensato una, 10, 100 volte una frase simile? Ma allora siamo tutti e tutte senza speranza?
Non credo, cari fratelli e care sorelle: il passo di oggi segue di pochi versetti l’enunciazione del Padre Nostro, in cui il Signore ci insegna ad affidarci al Padre che è nei cieli, e subito dopo prosegue dicendo:

9 Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. 10 Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa. 11 E chi è quel padre fra di voi che, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? O se gli chiede un pesce, gli dia invece un serpente? 12 Oppure se gli chiede un uovo, gli dia uno scorpione? 13 Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!»

Allora il punto non è più sulla nostra capacità o meno di fare il bene, sulla nostra forza di fronte agli attacchi dei tanti demoni che ci aggrediscono quotidianamente, che potremmo definire come il desiderio di avere quello che riteniamo giusto per noi (poco o tanto che sia) a qualsiasi costo, senza voler vedere cosa questo significhi per gli altri, senza pensare alle conseguenze, senza preoccuparci di quello che questo comporterà per chi ci sta accanto, per chi abita lontano e vive di stenti a causa del nostro tenore di vita, senza pensare all’ambiente che stiamo distruggendo. Può essere il demone della ricchezza, o quello del potere, o del possedere. Ma il punto è: vogliamo davvero non essere posseduti da questi demoni? Vogliamo davvero guarire? Vogliamo davvero chiedere al Signore che si compia la Sua volontà e non la nostra? Vogliamo davvero raccogliere quello che il Signore ci offre, o preferiamo la dispersione delle nostre vite?
La scelta la può fare ognuno e ognuna di noi. Non posso certo imporvela da questo pulpito, quello che posso però dirvi è che una scelta va fatta, perché o siamo con Gesù o siamo contro Gesù. O siamo con Gesù o siamo contro Gesù. Ma vi dico anche che non dovete temere, non dobbiamo temere: se, fatta la scelta, chiederemo la forza per sostenerla, il coraggio per perseverare, lo slancio per continuare a volere seguire Gesù, questa forza, questo coraggio, questo slancio ci arriveranno, perché, fratelli e sorelle, il Regno di Dio è davvero giunto fino a noi e, come dice l’apostolo Paolo, Sia che viviamo o che moriamo, siamo del Signore.
Amen!

Erica Sfredda

L’amministratore fedele – Predicazione di domenica 5 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Luca 12,42-48

42 Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fedele e prudente che il padrone costituirà sui suoi domestici per dar loro a suo tempo la loro porzione di viveri? 43 Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così. 44 In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi beni. 45 Ma se quel servo dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”; e comincia a battere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se lo aspetta e nell’ora che non sa, e lo punirà severamente, e gli assegnerà la sorte degli infedeli. 47 Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 ma colui che non l’ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche. A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà.

Cari fratelli e care sorelle,
chi è quell’amministratore, economo fedele e prudente, che designato dal Signore sui suoi domestici dia loro, al momento opportuno la porzione di cibo? Una domanda dura che il Signore Gesù rivolge a Pietro e ai discepoli e che stamattina rivolge anche a noi.

Nella Grecia antica l’economo, l’amministratore, era colui aveva cura di dare una “ordine” alla casa, ovvero che i servizi si svolgessero in un certo tempo e venissero fatti con un certo ordine. L’economo prudente sa scegliere il “momento”, il kairos più giusto anche nell’amministrazione dei viveri agli abitanti della casa e lo fa in ordine alle possibilità reali di quella famiglia. Scelte che conosciamo bene, perché anche noi ci troviamo a farle quotidianamente quanto e come spendere, come gestire i tempi per il lavoro, per la famiglia, per la Chiesa. Scelte che comportano sovente anche delle difficoltà di gestione che descrivono la complessità reale che ci troviamo ad affrontare. Complessità che ci accompagna all’interno della famiglia, nel mondo del lavoro, con le istituzioni, nella vita di Chiesa, nella politica nazionale ed internazionale, nel rapporto tra Chiese diverse… e si potrebbe continuare ancora, infatti l’economo, si occupa di tutte quelle realtà che hanno a che fare con la casa l’oikos, cioè gestisce tutti i rapporti esterni ed interni alla casa in quel sistema operoso che era una casa greco-romana del primo secolo.

Le persone che abitano la casa i domestici, sembrano avere quasi un ruolo passivo: aspettano la porzione di viveri che loro spetta.. e nel frattempo non sembrano esserci delle indicazioni aggiuntive della loro laboriosità, non sappiamo bene cosa facciano di preciso, ma in greco loro non sono definiti domestici, bensì terapeuti, ovvero “curatori” coloro che si prendono cura, che praticano una terapia… Letteralmente i terapeuti di questo racconto di Gesù sono coloro che si prendono cura della casa, guidati e coordinati dall’attenta simmetria di quel fedele amministratore che riesce nella propria gestione a cogliere il momento in cui amministrare quell’agognato pane quotidiano, lo stesso pane della preghiera che tutti e tutte sovente innalziamo al Padre Santo.

La casa descritta dalle parole del Signore Gesù è una casa dove tutti ed ognuno hanno un compito preciso: una parte specifica e della quale si prendono cura: ognuno ha una responsabilità personale. Benedetto quel servo o quella serva, che il Signore e Padrone nostro, ritornando trovi intento a fare tutte queste cose, ovvero a prendersi cura della parte che gli è stata affidata.

Certamente la gioia sarà grande, poiché in quell’operosità e dinamicità di servizio si legge la fede dell’amministratore e la condivisione profonda al progetto di Dio dei curatori della casa.
L’amministratore, così come i curatori della casa, compiono delle scelte, che sono scelte basate sul riconoscimento del Kairos, il tempo giusto per amministrare il cibo ai curatori, finché il Signore torni e avvenga il Regno di Dio.

Il ritorno del Signore però svela le trasgressioni, svela la mancanza di fiducia e le inoperosità, le pigrizie e le insofferenze dei servi indolenti. La punizione è già presente nel nostro comportamento, è già insita nelle nostre scelte quotidiane, non è legata solo ad un momento finale, perché la mancanza di fiducia in Dio rende già la nostra vita un inferno: una casa in cui tutti vengono picchiati e demoralizzati, un ambiente di lavoro degradante, un clima di paura e di delazione reciproca. La sorte di quel servo sarà proprio la sorte degli infedeli, la sorte di chi non crede, che è auto-condanna eterna a stare lontani dal bene supremo che è Dio. Un esempio che è una grande esortazione a perseverare nella fede, poiché nel gioioso servizio reciproco la vita cambia ed il Regno di Dio già accade sulla terra: chi invece persiste nella fede riceverà gioia e benedizione.

Scriveva Karl Barth, il tempo propizio è l’oggi della fede, il tempo di vivere e di agire in essa, nella gioia e nella speranza. Il momento del ritorno del Padrone di casa è già oggi! E’ oggi che il Signore è presente nella mia vita, è oggi che posso mettermi al servizio.

La prima scelta è di persistere nella speranza che di Lui possiamo sempre e comunque fidarci sapendo che la nostra responsabilità è servizio al Signore.

La seconda scelta è quella di riconoscere che tutti, anche i servitori più instancabili, hanno bisogno di nutrirsi e riposare: il riconoscimento dunque delle necessità reali e vitali di chi abita uno spazio assieme a noi!

L’ultima scelta è di prenderci la responsabilità di una parte e di prendercene cura: una scelta che può avvenire per vocazione o per competenza, per volontà o per ricerca; poiché a chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà, quindi più la scelta sarà corrispondente ai nostri bisogni, alle nostre competenze, ai nostri doni e soprattutto alla vocazione del Signore, tanto più il nostro servizio sarà gioioso. Il Servitore fedele, Colui che sa le nostre necessità è il Signore Gesù e noi tutti e tutte, con gioia vogliamo essere al suo servizio, nel suo gregge, guidati ed ammaestrate dalla sincronia sapiente del Suo Santo amore che tutti può salvare e condurre a vita eterna.

Amen

Past. Laura Testa

Gesù libera – Predicazione per il culto della Riforma, 31 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Marco, 1:32-39

32 Poi, fattosi sera, quando il sole fu tramontato, gli condussero tutti i malati e gli indemoniati; 33 tutta la città era radunata alla porta. 34 Egli ne guarì molti che soffrivano di diverse malattie, e scacciò molti demòni e non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
35 Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava.
36 Simone e quelli che erano con lui si misero a cercarlo;
37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano».
38 Ed egli disse loro: «Andiamo altrove, per i villaggi vicini, affinché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto».
39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e cacciando demòni.

Carissimi fratelli e sorelle,
stasera noi celebriamo insieme un evento particolarissimo, che diede il via alla Riforma protestante 500 anni fa.
Proprio in questa sera il monaco agostiniano Martino prova a richiamare l’attenzione accademica rispetto ad alcune provocazioni e spunti di riflessione, le cosiddette 95 tesi. Quelle obiezioni affisse la notte del 31 ottobre 1517 non solo suscitarono le attenzioni del mondo accademico, ma arrivarono fino a Roma creando un’onda d’urto potente che avrebbe, di lì a poco tempo, provocato la scomunica di Lutero e l’inizio della Riforma protestante nelle sue molteplici denominazioni alcune di esse qui presenti: Luterani, Valdesi e Metodisti.
Sì, perché anche noi Valdesi, eretici medievali scampati miracolosamente alle persecuzioni e all’inquisizione, abbiamo accolto la riforma protestante e le sue idee teologiche in maniera piena..
Ma perché? Perché Lutero, Zwingli, Bucero, Calvino, Melantone, Knox, Ochino, e poi anche Wesley ebbero così ampio seguito? Perché nei circa ottanta anni in cui in Italia fu possibile professare liberamente la propria fede, le Chiese protestanti si diffusero e moltiplicarono velocissime?
Come mai le domande di Lutero e le innovazioni proposte dalle Istituzioni della Religione Cristiana di Calvino erano così inaccettabili da far scomunicare Lutero e da provocare, almeno in prima battuta, la cacciata di Calvino da Ginevra? Sorelle e fratelli, credo che la risposta sia che, in qualche modo misterioso questi uomini e queste donne della Riforma abbiano saputo trovare una nota di autenticità nella predicazione dell’Evangelo, così come ci è tramandato in maniera eccelsa dall’evangelista Marco in questi pochi versetti.
Libere predicare fu proprio la causa della scomunica dei Valdesi, che avvenne proprio qui a Verona 833 anni fa, nel 1184.
La passione per l’Evangelo fu la molla scatenante e scatenata di Lutero come lo descrive l’Atkinson: Lutero, era la Parola scatenata appunto!
Ad fontes fu invece il motto di tutto l’Umanesimo, e per l’umanista Giovanni Calvino la “fonte” originale, era la Parola viva dell’Evangelo, ovvero la causa della trasformazione profonda dell’esistente.
Un profondo moto interiore di ricerca, una luce interiore che cambia la vita del Cristiano per sempre era invece l’incontro con il Cristo descritto da Wesley.
Tutti concetti profondamente radicati nel testo biblico sul quale desidero porre l’accento.

Gesù è all’inizio del suo ministero pubblico, davanti a tutta la città riunita alla porta, e gli portano tutti coloro che soffrono. E la sua azione si muove su due direttive di fronte al male e al dolore: guarire e scacciare. Guarire coloro che soffrono per una malattia e scacciare i demoni che avevano “catturato”, che tenevano prigionieri gli uomini e le donne di cui avevano preso possesso e di cui limitavano la libertà.
Di fatto, questo tema è incredibilmente evocativo, se pensiamo alla storia dei rapporti tra Lutero e il papa Leone X nello scambio tra la bolla Exurge Domine e lo scritto De Captivitate Babilonensis Eclesiae, in cui i toni sono quelli del ripudio totale e in cui Lutero descrive la Chiesa come “intrappolata” o appunto incatenata dal papato, che si opponeva alla scoperta della Grazia di Dio. Naturalmente i toni erano quelli forti della scomunica reciproca.

Il brano di Marco però ci descrive una storia in cui Gesù distingue tra gli oppressi e i persecutori: Gesù libera coloro che hanno perso la propria libertà e non dà dignità di parola agli oppressori, nemmeno per riconoscerlo; e così facendo Egli dimostra l’approssimarsi del Regno di Dio.
Gesù si ritira in un luogo deserto per pregare, esprimendo la necessità vitale di nutrire un rapporto personale e privato con Dio Padre, proprio così come capita anche a noi. L’azione di Gesù infatti non è mai volta alla glorificazione personale, bensì alla lode a Dio: una pietà connotata da una modestia tanto umile e servizievole da condurre alla croce.
Simone e quelli che erano con lui lo rintracciano e lo trovano per dirgli: “tutti ti cercano” e Gesù dà loro una risposta stranissima, dice: “andiamo altrove”.
Proprio nel momento in cui tutti lo cercano (e il verbo greco qui usato per la ricerca è quello che indica chiaramente la ricerca di fede), Gesù capisce che è il momento di andare altrove.

La ricerca di Cristo è infatti già una prima forma di fiducia, è l’inizio di un rapporto, che certamente continuerà, ma Gesù è venuto per predicare e per annunciare la buona notizia del Regno anche altrove, per i villaggi vicini.
E il termine predicare è sicuramente troppo restrittivo per esprimere la potenza della lingua originale che descrive Gesù come l’Araldo plenipotenziario di Dio Padre. Colui che ha la voce bella, potente e suadente tale da farsi ascoltare ed accogliere di lieto cuore da chi ode la notizia che porta. Una notizia che è libertà e guarigione, un annuncio che compie ciò che afferma trasformando la realtà. Proprio come faceva, all’inizio dei giochi olimpici, l’annuncio che metteva in libertà i prigionieri.

Libertà, però, da chi e da cosa…?
Prima di tutto libertà dai demoni reciproci, dagli spettri che ci attanagliano e ci tengono ancorati in piccole prigioni incomunicabili le une alle altre, i demoni diabolici della separazione e della divisione.
E proprio in questa sera particolare, che è anche la sera di Halloween, crasi inglese di All the Saint’s Eve, in cui nella tradizione nordica, spettri e streghe vanno in giro a chiedere regali, mi chiedo insieme a voi: ma chi sono questi demoni che Gesù scaccia?
Anch’io sono andata alle fonti, e nel greco classico il daimon era qualcosa di molto simile a ciò che oggi noi descriveremmo come l’attitudine: quella forza vitale innata positiva o negativa che alberga in ogni animo umano e che resta immodificabile, quello specifico proprio di ognuno e di ognuna che indirizza, secondo il pensiero greco, il destino personale che è immodificabile.
Una forza appunto che può essere anche positiva, ma che è certamente incontrollabile e fuori dal nostro controllo.
Nella religione Musulmana qualcosa di molto simile è la figura del Jinn (Genio), che induce l’essere umano al peccato. Idea comune questa anche con gli Evangeli, tanto che abbastanza presto il daimon diventò daimonion, legandosi irrimediabilmente all’idea di male e di peccato.

Se guardiamo allo specifico della storia delle nostre Chiese, riconosceremo che è avvenuto un processo singolarmente simile: lo specifico di ognuno e di ognuna è diventato il nostro peccato di presunzione e ci siamo scomunicati reciprocamente.
Gesù invece libera coloro che soffrono per via della mancanza di libertà, libera da ogni male, quelli del corpo, così come quelli dell’anima. Gesù, potenza di Dio incarnata sulla terra, libera gli esseri umani e anche le Chiese dal proprio destino di separazione e divisione e offre con la Sua Santa Parola la redenzione e la comunione a tutti e tutte coloro che credono in lui.
Per questo Gesù è venuto, per predicare la Grazia di Dio che salva e libera, andiamo con lui dunque, seguiamolo e ripetiamo anche noi il bell’annuncio: Egli ci offre la possibilità anche oggi, a cinquecento anni dall’inizio della Riforma, di vivere nella sua libertà riconciliati e unite.
Amen

Past. Laura Testa

Io credo, sovvieni alla mia incredulità! – Predicazione di domenica 8 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 10,9-14; Marco 9, 2-3; Marco 9,14-27

9 Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». 12 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. 14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci?
Romani 10,9-14

2 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; 3 le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare.
Marco 9,2-3

14 Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. 15 Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. 16 Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 17 Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; 18 e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». 19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». 20 Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21 Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; 22 e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell’acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23 E Gesù: «Dici: “Se puoi!” Ogni cosa è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». 25 Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». 26 Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi. 28 Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» 29 Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».
Marco 9,14-27

Il brano che abbiamo letto oggi si inserisce tra due annunci della passione di Gesù, annunci a cui i discepoli non sono preparati, che li lasciano perplessi, rattristati, ma che, soprattutto, non capiscono: per loro il Messia manifesterà la sua gloria e l’Evangelo, la buona novella, consisterà nell’andare di trionfo in trionfo. Ma non siamo un po’ così anche noi? Non chiediamo anche noi di poter proclamare un Dio che si esprime in tutta la sua gloria? Non desidereremmo anche noi di vedere concretamente gli effetti gloriosi e straordinari prodotti dalla venuta del Messia? E non rimaniamo anche noi delusi quando la nostra preghiera non sortisce gli effetti che cercavamo?
Il passo che precede il brano del miracolo del ragazzo epilettico che abbiamo letto oggi è quello della trasfigurazione: là c’è la visione della gloria di Gesù, che non è la gloria degli eserciti, non è la gloria della forza, ed infatti scendendo dal monte il Maestro li riaccompagna nel mondo, un mondo che, nonostante la straordinaria esperienza appena vissuta, è rimasto quello che era, lo stesso che conosciamo bene anche noi. Dopo il momento sublime, altissimo, della trasfigurazione, i discepoli incontrano uno dei dolori più profondi della nostra umanità, forse il più tremendo e tragico: un bambino malato, e malato sin da piccolissimo.

Per un momento Pietro, Giacomo e Giovanni avevano sentito di vivere un’esperienza straordinaria, avevano sentito, letteralmente, di poter toccare il cielo con un dito, di essere testimoni di un evento straordinario che cambiava la loro stessa percezione della vita. Ma poi, dopo aver ricevuto e accolto questa straordinaria promessa, si trovano non solo nella normalità del mondo quotidiano, ma addirittura di fronte a quello che forse è lo scandalo più grave del mondo: la sofferenza dei bambini. Bambini vittime di guerre e di soprusi, quindi degli adulti, ma anche bambini vittime delle malattie e della fatalità. Sono costretti ad accettare che nel mondo dove loro avevano assistito alla trasfigurazione, permane anche il mondo delle tenebre più atroci, quelle che avvolgono i bambini. E l’epilessia di cui soffre il piccolo assurge ad un valore paradigmatico: la trasfigurazione di Gesù contrapposta ad una malattia che trasfigura, nel senso che ha il potere di sfigurare orrendamente le fattezze e la muscolatura del bimbo. Il piccolo, sfigurato, va vicino all’orlo dell’abisso, rischia la morte in continuazione, senza averne non dico colpe, ma neppure la più lontana responsabilità.
Questa storia colpisce anche noi, come un pugno nello stomaco perché quello che dobbiamo ammettere, cari fratelli e sorelle, è che questo mondo, il nostro mondo, non è cambiato dopo la venuta del Messia. La sofferenza e la morte, la violenza e l’aggressività sono rimaste e a noi tocca assistere, impotenti e disperati, come il padre del bambino, a tutto quello che avviene intorno a noi. Impotenti e disperati perché ci sentiamo piccoli e schiacciati dall’immensità del dolore che ci circonda e vorremmo trovare qualcuno che ci aiuti a toglierci questa tremenda oppressione. Oppressione che aumenta quando ci accorgiamo che il dolore, la violenza, l’aggressività non solo ci circondano, ma sono anche dentro ognuno e ognuna di noi. Dentro ognuno e ognuna di noi. Così profondamente dentro ognuno e ognuna di noi che quando veniamo avvicinati da qualcuno che ha bisogno di aiuto, non siamo in grado di darglielo. Anche noi, come i discepoli che in mezzo ad una gran folla discutono con gli scribi, possiamo discutere e discutere, ma siamo impotenti perché anche noi apparteniamo alla stessa generazione incredula a cui appartenevano i discepoli.

E allora la frase detta da Gesù, che forse in un primo momento ci aveva lasciati perplessi “«O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». (v.19) risulta molto più chiara: “Quanto a lungo dovrò sopportare questi uomini e donne che non accettano la loro totale impotenza e che invece che affidarsi a me e al Padre mio, vogliono trasformarmi in uno stregone?” Increduli i discepoli e incredulo il popolo, subito pronto a giudicare la mancanza del miracolo come mancanza di affidabilità di Gesù. Come se la messianicità di Gesù dipendesse dalla capacità sua o dei suoi discepoli (e quindi nostra) di operare miracoli.

Ma Dio non ci abbandona, non ci volge le spalle, nonostante Gesù sia forse un po’ spazientito, Dio ascolta il grido disperato del padre e si rivolge a lui e lo conduce all’incredibile, bellissima confessione di fede: ho fede, Signore, ma qualcosa mi allontana da te, so che puoi guarire mio figlio, che puoi guarire il nostro mondo, ma no, non ci credo fino in fondo. Aiutami Signore, impedisci che la mia diffidenza, la mia paura, il mio cinismo, che continuo a sentire, nonostante la mia fede, non abbiano il sopravvento. Soccorrimi, nonostante non voglia essere soccorsa, accoglimi, nonostante una parte di me ti rifiuti e ti respinga. Riconosco che non solo l’oggetto, ma anche il soggetto della mia fede non sono io, ma Tu. Senza di Te non posso nemmeno affidarmi a te. Aiutami Signore!

Ma se riconosciamo la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, la nostra chiusura in noi stessi, possiamo anche, di conseguenza, accogliere con gioia l’aiuto e il sostegno che ci vengono da Dio, possiamo accogliere con gioia la fede, e accogliere che essa diventa tale solo quando è fondata su un atto di Dio. La fede è infatti l’apertura all’azione di Dio, l’attesa colma di speranza di chi sa che da solo non può arrivare da nessuna parte e può solo essere sopraffatto e schiacciato dal male che lo circonda. Male fisico e male spirituale, in un mondo, il nostro, che sembra saper esprimere solo dolore, violenza, aggressività, ma nel quale a dispetto di tutto avviene e continua ad avvenire il miracolo della fede, dell’amore, della guarigione. Mondo in cui noi siamo mandati, come i discepoli e certamente con le loro stesse difficoltà, con la loro incapacità a operare miracoli, con la loro incredulità, a confessare Gesù come il Signore, affinché ognuno e ognuna possa sentire l’annuncio e di conseguenza possa invocare la fede. Amen!

Erica Sfredda

Risurrezione ma quando? Come? – Predicazione di domenica 22 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: 1 Cor 15, 35­-38; Matteo, 22,31­-33; Giovanni 11,17­-27; 32­-43

Cor 15, 35-38

35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?» 36 Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; 37 e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; 38 e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo.

Matteo, 22,31-33

31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 “Io sono il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”? Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi». 33 E la folla, udite queste cose, stupiva del suo insegnamento.

Giovanni 11,17­-27; 32­-43

17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l’amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietraera posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

PREDICAZIONE:
L’Evangelo di oggi ci racconta la storia di Lazzaro, di un morto che torna in vita, ma ci vuole parlare di morte o di vita? Di futuro o di presente? Ci racconta di un avvenimento del passato o della nostra vita di oggi? La vita di ogni persona è oggi minacciata dalla morte, non solo corporale ma da quanto ci toglie vita, che ci svuota: dolore, sfruttamento, alienazione. Quante sono le vite che non sono definibili tali ? E poi si muore, per davvero intendo, e cosa succede? Cosa è successo ai miei cari che sono morti? Dormono? Sono vivi? Ma come?

Il racconto di Lazzaro parla a noi oggi della nostra vita. Lazzaro è morto da quattro giorni, l’evangelista ci tiene a dirlo, in una credenza di allora si riteneva che dopo quattro giorni l’anima discendesse nello Sheol, nel regno delle ombre, Giovanni lo specifica per dire che la persona di Lazzaro non è più lì. Marta e Maria piangono qualcuno che non è lì! Che non è nel luogo della morte per eccellenza: la tomba. Un momento particolarmente doloroso per chi ha perso qualcuno è proprio il momento in cui viene calata la bara nella fossa, è il senso del distacco, della separazione da chi amiamo che viene rafforzato dalla terra che vediamo ricoprire il feretro. Ma noi piangiamo qualcuno che non è lì perché Dio non è il Dio dei morti ma il Dio dei vivi come ci dice il Vangelo di Matteo! Certo soffriamo, Gesù prende molto seriamente la nostra sofferenza. Sappiamo che troppo spesso quando si tenta di consolare qualcuno per una perdita si ricorre a parole facili: “Sta meglio ora … riposa in pace …” ma questo non consola, a chi soffre un lutto la persona che non c’è più manca e basta, non lo vuole risorto, chissà quando, poi, lo vuole accanto ora, vivo e vegeto. Ce lo ricorda Marta che risponde infastidita a Gesù che le dice che risorgerà: “So che risorgerà nell’ultimo giorno”. Ci dimostra anche il dramma della preghiera non esaudita , Marta e Maria, entrambe lo rimproverano: “Se ci fossi stato non sarebbe morto”. Quante volte lo proviamo noi. Dio perché non sei intervenuto? Gesù ha a questo punto parole chiarissime:

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»

E’ questa la parte centrale del racconto. Prestiamo attenzione a due punti:

1. Il primo punto: il tempo; il cambio dei tempi dal “risorgerà” di Marta a “Io sono la risurrezione” di Gesù. La resurrezione avviene oggi, in questa vita, Dio ci fa nascere a nuova vita ora! Non attende la nostra morte. Gesù inoltre dice: “Sono la risurrezione e la vita”; non dovrebbe dire “sono la vita, poi c’è la morte e dopo sono la risurrezione”? No. Proprio perché già oggi, in Cristo, c’è prima la resurrezione che ci fa rinascere, poi la vita che non cessa. La resurrezione è un processo che origina la vera vita che ha inizio su questa terra e che e si prolunga oltre questa vita terrena. La resurrezione è l’ingresso nel Regno che non aspetta l’aldilà ma che si realizza oggi, che trasforma le vite oggi, che da senso alle vite più vuote, disperate e alienate oggi! La resurrezione è il punto preciso in cui il Signore elimina la logica del distacco, della separazione tra questa vita e quella futura, a favore della trasformazione e della continuità.

2. Il secondo punto: la fede; “Credi tu questo?” chiede Gesù. Notiamo bene, nei Vangeli è sempre la fede che precede il miracolo, la fede che apre gli occhi e fornisce uno sguardo diverso, che fa comprendere come Lazzaro non sia in realtà morto. La fede è l’antenna che ci fa cogliere i segnali che la morte, sebbene dolorosa, non sia la fine, perché la vera essenza del creato è la vita che non smette di fiorire. Ma chi è morto non lo vedo. Vero ma se io vi dico che in questo momento qui dentro si sente la musica di Bach mi credete? No. Ma se io prendo una radio e la sintonizzo su un canale di musica classica vi posso fare sentire Bach. La radio è lo strumento per sentire quello che altrimenti non sentiremmo. La fede è lo strumento per capire che chiunque crede e vive in Gesù non morirà mai!

Come cristiani riformati inoltre lo sappiamo bene: esattamente tramite la fede noi possiamo vivere, già oggi! Come mi salvo? Come ci vado in paradiso? La risposta della Riforma è semplice: grazie alla misericordia di Dio, per fede, in paradiso ci sei già oggi! Perché è Cristo che ci rende giusti, in virtù della fede in lui possiamo vivere la grazia mentre siamo in vita, nel nostro tempo, e questo significa affidarsi all’amore di Dio, perché Dio non aspetta la mia morte per concedermi il suo Regno, per offrirmi il paradiso. E cosa significa “vivere la grazia”? La grazia è affidarsi all’amore di Dio senza paura, consapevoli che siamo tutti peccatori e peccatrici ma amati e giustificati da Dio, seguendo i suoi comandamenti non perché otteniamo una ricompensa ma perché siamo liberi di servire, come dono che ci viene offerto e che di conseguenza offriamo, significa credere e vivere la vita che non si ferma con la morte, prima della morte.

Tutto questa esplosione di vita non fa prende a Gesù sottogamba la morte, non si presenta come un saggio sorridente che invita a pensare all’eternità. Gesù ci dimostra pienamente l’umanità di Dio: freme, colpito dalla morte come scandalo che assale l’umanità, piange di fronte alla morte di un amico. Sa quanto sia dura, ma al termine è la sua parola che vince, la parola creatrice, ordini imperiosi: “Togliete la pietra … Lazzaro viene fuori … scioglietelo e lasciatelo andare”, sono ordini impartiti alla comunità, sono per noi, per dirci: liberate il morto dalla morte in cui l’avete confinato, mettendogli una pietra sopra, legandolo, lasciatelo andare perché è vivo. Dobbiamo fare lo stesso: vivere la libertà dei nostri cari dalla morte, la fede ci da questo dono, a noi accettarlo e vedere: venite e vedrete (Gv 1,39).

Vediamo cosa? Un campo di grano. Ce lo dice Paolo nella prima epistola ai Corinzi parlando di risurrezione: il seme morendo diventa frumento. Chi muore non cambia identità, proviene da quel seme – è quel seme – ma è anche altro: una vita potenziata, ricca, ampliata. I nostri cari sono sempre loro ma sono trasformati, se alziamo lo sguardo della fede che ci è donata, noi semi infissi nel terreno, ma già potenzialmente frumento per opera del Signore, vedremo, capiremo, che ora, proprio ora c’è un campo di grano, quello dei nostri cari defunti, che vive, vive, come noi, immerso nell’amore di Dio.

Amen.

Alessandro Serena

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Salvezza a buon mercato – Predicazione di domenica 15 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE:

IL GIOVANE RICCO
(Marco 10,17-31)
17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre”». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

28 Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». 29 Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, 30 il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. 31 Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

L’episodio del giovane ricco è riportato da tutti i tre vangeli sinottici; questo indica che per la chiesa primitiva vi era un profondo significato nella mancata vocazione del giovane ricco e nelle domande successive dei discepoli.

Anche per noi oggi, queste parole del vangelo risuonano familiari e rilevanti; chi non ricorda il paradosso di Gesù: “è più facile a un cammello passare per la cruna di un ago che ad un ricco entrare nel regno di Dio”? Se leggiamo la bibbia in maniera letterale, se usiamo i versetti per abbattere chi la pensa diversamente da noi, abbiamo già finito il sermone. Oggi abbiamo imparato che: i ricchi non sono salvati, noi che seguiamo Gesù sì. Semplice diretto e anche gradito alle nostre orecchie! Il messaggio di questo brano del vangelo di Marco però non è questo! Se leggiamo il vangelo così, cercando risposte letterali, meccaniche, semplicistiche, andiamo fuori strada; andiamo dove il nostro orgoglio umano ci porta. Pensate se ricevete una foto sul vostro telefonino e per uno scherzo della trasmissione si vedono solo i piedi della persona ritratta; quelle scarpe non possono rappresentare tutta la persona. Appartengono alla foto, da esse si capisce qualche cosa, ma non saprete certo di chi si sta parlando! Raccogliere dal vangelo le indicazioni stringenti di un solo versetto, ci porta ad usare il vangelo come fosse un manuale di comportamento. Ma nel Vangelo c’è molto di più!

Consideriamo allora tutto il passo. Nel primo quadro, vediamo il giovane ricco inginocchiato davanti a Gesù che lo apostrofa: «Maestro!» Gesù risponde, rifiuta il rapporto di adorazione e guardandolo in viso lo ama. Dopo la vocazione a seguire Gesù, vediamo il giovane ricco allontanarsi con gli occhi bassi e la testa china. Nel secondo quadro, vediamo Gesù attorniato dai discepoli che lo hanno seguito. Gesù li scuote con le sue parole, essi reagiscono fintanto che Pietro sbotta: «ma noi che ti abbiamo seguito avremo di più di chi ti rifiuta?» Due quadri vivaci con la stessa ansia che percorre chi ascolta Gesù: «come otterremo la salvezza?»
Gesù dà una risposta articolata in tre punti:
1) prendi la tua croce e seguimi,
2) quello che per noi è impossibile, per Dio, che è buono, è possibile,
3) molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi.
Queste sono le tre risposte che indirizzano il lettore: seguire Gesù, accettare l’onnipotenza del Padre nei cieli, annunciare il Regno di Dio che rivoluziona la nostra esistenza. Dio chiama tanto i ricchi quanto i poveri, e li raggiunge nel concreto del loro peccato; la bontà di Dio sovrabbonda, alleggerendo le ansie economiche di chi ha un tesoro e dando speranza a chi non ne ha. Il regno si insinua nel tempo che viviamo con aspetti paradossali: fortuna materiale accompagnata da persecuzioni, primi che si comportano come ultimi e ultimi che hanno l’onore dei primi.

Confrontando le domande del ricco e di Pietro con le risposte di Gesù, comprendiamo cosa dobbiamo cambiare nel nostro dialogo con Dio, nella nostra lettura della Bibbia. Davanti alla Parola del Signore, ascoltando il Vangelo, purtroppo, noi pensiamo di essere come al supermercato: prendiamo quel che ci piace e domandiamo solo: «quanto costa?» Vogliamo la salvezza e la prosperità subito e a basso prezzo. La vocazione di Cristo ci raggiunge nel pieno della nostra inadeguatezza, ci accorgiamo che non usciremo dal supermercato avendo sotto braccio un pacco con la scritta «Regno dei Cieli». Dal passo emerge una via di uscita che possiamo percorrere. Gesù ci invita a seguirlo, mostra le difficoltà di questa via, ma ricorda dal primo verso all’ultimo che Dio che è buono ed opera per noi, rende possibile quello che ci sembra impossibile, nella sua onnipotenza rovescia le nostre logiche umane : “molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi”. A noi viene chiesto di seguirlo con una grande fiducia nella sua potenza che rovescia la nostra logica, che rovescia il nostro ordine personale, l’ordine sociale nel quale siamo cresciuti.
Che il Signore ci dia l’intelligenza per scorgere la Sua volontà, l’amore fraterno per metterla in pratica. AMEN

Ruggero Mica

Vieni! – Predicazione del 3 settembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Neemia 9, 9.11-12.15-20; Romani 10,9-11; Matteo 14,22-33

9 Tu hai visto l’afflizione dei nostri padri in Egitto e hai udito il loro grido presso il mar Rosso. 11 Hai aperto il mare davanti a loro, ed essi sono passati in mezzo al mare all’asciutto; tu hai gettato nell’abisso quelli che li inseguivano, come una pietra in fondo ad acque vorticose. 12 Di giorno li guidavi con una colonna di nuvola, e di notte con una colonna di fuoco per illuminare loro il cammino da percorrere. 15 Davi loro pane dal cielo quand’erano affamati, e facevi scaturire acqua dalla roccia quand’erano assetati, e hai detto loro che andassero a prendere possesso del paese che avevi giurato di dar loro. 16 Ma i nostri padri si sono comportati con superbia, irrigidendo i loro colli, e non ubbidendo ai tuoi comandamenti. 17 Hanno rifiutato di ubbidire, e non si sono ricordati delle meraviglie da te fatte in loro favore; e hanno irrigidito i loro colli e, nella loro ribellione, si sono voluti dare un capo per tornare alla loro schiavitù. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, misericordioso, pieno di compassione, lento all’ira e di gran bontà, e non li hai abbandonati. 18 Anche quando si erano fatti un vitello di metallo fuso, dicendo: “Ecco il tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto!”, e ti avevano oltraggiato gravemente, 19 tu, nella tua immensa misericordia, non li hai abbandonati nel deserto: la colonna di nuvola che stava su di loro non cessava di guidarli durante il giorno, lungo il loro viaggio, e la colonna di fuoco non cessava di illuminare loro il cammino da percorrere di notte. 20 Hai dato loro il tuo buono Spirito per istruirli, e non hai rifiutato la tua manna alle loro bocche, e hai dato loro acqua quando erano assetati.
Neemia 9, 9.11-12.15-20

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice:«Chiunque crede in lui, non sarà deluso».
Romani 10,9-11

22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo. 24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». 29 Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca lo adorarono, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»
Matteo 14,22-33

Quello che abbiamo letto oggi è il racconto di uno dei più famosi miracoli di Gesù: celebre, letto e conosciuto, ma apparentemente diventato incomprensibile, inaccettabile. Gli uomini e le donne di oggi non solo fanno fatica a credere in qualcosa che sia contro le leggi delle scienze cosiddette esatte, per come le conosciamo, ma sono addirittura un po’ infastiditi e turbati dal fatto che la Bibbia contenga degli eventi miracolosi. E’ una delle accuse che viene spesso rivolta ai cristiani: credete ancora nelle favole, roba da uomini e donne arcaici, antiche superstizioni! Come se la fede nascesse, in queste anime candide che sarebbero i credenti, dopo aver assistito ad un miracolo, ad un evento prodigioso. Ma in realtà, al di là di quello che possiamo pensare a livello personale sui miracoli, tutta la Bibbia attesta il fatto che non sono loro a far nascere la fede, semmai, è vero il contrario: la fede permette di vedere il miracolo là dove altri non lo vedono. Il miracolo è infatti un bisogno dell’umanità, forte, fortissimo, ma non produce la fede, benché spesso venga richiesto proprio a questo scopo, proprio come prova dell’esistenza di Dio. Nella nostra preghiera, infatti, non chiediamo solo di essere liberati da qualcosa (la fame, la malattia, la morte), ma anche che Dio si manifesti e che lo faccia attraverso un cenno potente, inconfondibile, che non lasci dubbi. Ma (tutta la Bibbia ce lo racconta) questo in realtà non è sufficiente: il giorno o il mese, o l’anno dopo la vita riprende il suo corso normale e il miracolo è del tutto dimenticato. Ricordate l’uscita degli israeliti dall’Egitto? Le piaghe del Faraone, l’apertura del mar Rosso, la manna, piuttosto che l’acqua che sgorga dal monte? Tutti segni fortissimi ed inequivocabili che non hanno mancato di suscitare forti risposte di fede, ma poi? Immancabilmente, ogni volta, il popolo è tornato a dimenticare, e a vivere come se Dio non esistesse: nonostante la presenza potente del Signore, gli Israeliti sono tornati a dubitare e hanno costruito il vitello d’oro. E così facciamo anche noi.

Quindi non è a causa dei suoi miracoli che noi crediamo in Gesù: del resto, molti maghi e guaritori vivevano in Palestina ai suoi tempi e in fondo ancora oggi, nonostante tutta la nostra scienza e la nostra razionalità, esistono ancora maghi e fattucchiere che promettono salute, soldi, gioia in amore. Il nostro compito quindi non è di stabilire se effettivamente Gesù e Pietro abbiano camminato sulle acque, ma cosa Matteo volesse trasmetterci attraverso questo episodio, un episodio che rimanda al cuore della questione del nostro rapporto con Dio, perché rimanda alla fede di Pietro, a quella di coloro che stavano sulla barca e quindi a quella di tutti noi.

La fede. Cosa significa avere fede? Cosa significa per noi uomini e donne del Duemila credere con tutti noi stessi nel Padre che ci ha creati ed amati, nel Figlio che ha dato Sua vita per noi e nello Spirito Santo che ci guida, consola e sostiene in questo nostro pellegrinaggio sulla terra?
Immaginiamo dunque la scena, così come ce l’ha trasmessa Matteo: Gesù ha predicato davanti a cinquemila persone e si ritira in solitudine per pregare: i discepoli sono lasciati da soli e obbedendo alle indicazioni del Maestro salgono sulla barca e si avviano verso il largo.
Anche noi siamo inviati da Gesù: il Signore ci dona la fede e ci manda nel mondo a testimoniarla, e noi, raccolto il nostro coraggio e le nostre forze, partiamo. Forse qualcuno tra noi non sente di essere davvero partito, forse qualcuno è in procinto di farlo, ma tutti noi sappiamo che la nostra fede non va nascosta sotto il letto, come un altro famosissimo passo ci ricorda, ma posta in alto perché possa illuminare la nostra e la altrui esistenza. Dunque partiamo, ma poco dopo il vento comincia a soffiare e noi abbiamo paura. A volte poca, spesso molta. Siamo in mezzo all’acqua, tutt’intorno è buio e noi non sappiamo più cosa fare. A causa della tempesta non vediamo più neppure la stella polare. Alle volte ci rendiamo conto di questo, ma più spesso ci lasciamo lentamente andare, ci rifugiamo nel conforto che ci possono dare le piccole cose umane di cui ci siamo circondati e ritroviamo il nostro equilibrio, ma dimentichiamo il Signore.
Ma Lui non si dimentica di noi e viene a cercarci. Viene a cercarci, ma noi stentiamo a riconoscerlo perché siamo immersi nel buio: nel buio della paura, dell’indifferenza, dell’ateismo, del “si è sempre fatto così”, della fatica quotidiana e non vediamo nulla o se vediamo qualcosa non lo riconosciamo come il Signore, non sappiamo più che sia lui e gridiamo spaventati. Non vogliamo essere distolti dalla nostra quotidianità, abbiamo paura di qualsiasi cosa ci appaia come nuova, irriconoscibile, incerta.

Ma il Signore è paziente e si fa riconoscere. Si fa riconoscere. Ma noi siamo in grado? Forse no. Anche Pietro non lo è e sfida il suo Signore: se sei davvero tu, dimostramelo, fammi vedere di cosa sei capace! Fai camminare anche me sull’acqua! E noi? Non facciamo anche noi sempre questa domanda? Intorno a me vedo tanto dolore, tanta fatica, tanto scoraggiamento, dammi una prova che tu che mi stai parlando sei davvero Dio. Dimostrami che sei tu, calma le acque che mi circondano, permettimi di camminarci sopra, cioè di dominarle, di essere più forte degli eventi che mi circondano e rischiano di sopraffarmi. E il Signore torna a chiamarmi, torna a chiamarci e ci incoraggia ad andare da lui. Pietro lo fa. Guarda Gesù e si incammina. Anche noi spesso abbiamo sentito la chiamata e siamo partiti. Anche noi abbiamo preso la nostra valigia e siamo andati verso il Signore. Sono certa che ognuno di voi lo ha fatto una, dieci, mille volte. Ma poi? Ma poi bisogna camminare e continuare ad avere fiducia e sapersi affidare nonostante il vento e la paura. La fede è anche questo: non si tratta di diventare tutti eroi, tutti semidei, uomini e donne straordinari. No, si tratta di affidarsi nonostante il vento, nonostante la paura, nonostante le innumerevoli cadute. Sì, perché le cadute sono davvero innumerevoli: anche Pietro cade, anche Pietro, in questo bellissimo racconto che è stato scritto per tutti noi, per ognuno e ognuna di noi, cade e rischierebbe di annegare se con l’ultimo fiato non gridasse “Signore, aiutami!” Signore, aiutami! Ecco la fede di Pietro: niente di granitico, nessuna azione da supereroe, ma qualcosa di piccolo, di fragile. Proprio come la nostra: qualcosa che rischiamo sempre di perdere, tanto è piccola e fragile, ma che possiamo sempre recuperare, perché il Signore resta comunque al nostro fianco. Quando siamo spaventati, arrabbiati, avviliti, quando il mondo ci fa orrore, il Signore è ancora lì al nostro fianco. Certo ci riprende, ci sgrida: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato? Donna di poca fede, perché hai dubitato?» Perché hai dubitato? Abbiamo dubitato perché siamo nella notte e il mare è in tempesta, perché la vita è difficile e ci sono bambini che muoiono, anziani abbandonati, donne uccise da coloro che amavano, perché l’umanità continua a fare le guerre che sono inutili e distruttive, abbiamo dubitato perché abbiamo spostato il nostro sguardo altrove cercando soluzioni alla nostra portata, perché ci facciamo tentare dalle mille altre possibilità che il mondo sembra offrirci. Abbiamo dubitato e rischiamo di affondare perché ci siamo allontanati dalla barca, ma davanti a noi non vediamo più il Signore, rischiamo di annegare ma (ed è questa la notizia straordinaria che oggi voglio portarvi) anche in quel momento, nell’attimo in cui tutto sembra perduto, nel momento della nostra debolezza e fragilità, il Signore è lì al nostro fianco, ci stende la mano e ci afferra. Ci stende la mano e ci afferra.
Il Signore sa che la fede non è un dato acquisito per sempre, conosce la nostra fatica e il nostro tormento, ma Egli ci aspetta, anzi ci vuole aspettare e ci chiama: “Vieni!”
Amen!

Erica Sfredda

Il Signore è la nostra rocca – Predicazione del 6 agosto 2017

LETTURE BIBLICHE:

Salmo 31,1-8.21-24

O SIGNORE, poiché ho confidato in te, fa’ che io non sia mai confuso;per la tua giustizia liberami. 2 Porgi a me il tuo orecchio; affréttati a liberarmi; sii per me una forte rocca, una fortezza dove tu mi porti in salvo. 3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza; per amor del tuo nome guidami e conducimi. 4 Tirami fuori dalla rete che m’han tesa di nascosto; poiché tu sei il mio baluardo. 5 Nelle tue mani rimetto il mio spirito; tu m’hai riscattato, o SIGNORE, Dio di verità. 6 Detesto quelli che si affidano alle vanità ingannatrici; ma io confido nel SIGNORE. 7 Esulterò e mi rallegrerò per la tua benevolenza; poiché tu hai visto la mia afflizione, hai conosciuto le angosce dell’anima mia, 8 e non mi hai dato in mano del nemico; tu m’hai messo i piedi in luogo favorevole. 21 Sia benedetto il SIGNORE; poiché egli ha reso mirabile la sua benevolenza per me, ponendomi come in una città fortificata. 22 Io, nel mio smarrimento, dicevo: «Sono respinto dalla tua presenza»; ma tu hai udito la voce delle mie suppliche, quand’ho gridato a te. 23 Amate il SIGNORE, voi tutti i suoi santi! Il SIGNORE preserva i fedeli, ma punisce con rigore chi agisce con orgoglio. 24 Siate saldi, e il vostro cuore si fortifichi, o voi tutti che sperate nel SIGNORE!

Giovanni 15,1-8

15:1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Il salmo che abbiamo in parte letto oggi, e che vi invito a leggere interamente quando tornerete nelle vostre case, può stimolare molte riflessioni, ma su due in particolare vorrei concentrare la vostra attenzione. La prima è che le parole del versetto 5 (Nelle tue mani rimetto il mio spirito) sono quelle pronunciate da Gesù sulla croce, nella versione della Passione scritta da Luca.
Ma sono anche le ultime parole dette da Stefano, il primo martire cristiano, e dopo di lui da molti altri che le hanno pronunciate prima di morire, come Lutero o Girolamo Savonarola.
Questi uomini, non persone qualunque, evidentemente, prima di morire hanno sentito la necessità di pronunciare non delle parole qualsiasi, magari profonde o importanti, non sono rimasti neppure in silenzio, ma hanno citato un versetto di un salmo. Chi di noi è ancora in grado di farlo? Chi di noi conosce a memoria passi più o meno lunghi della Bibbia? Chi di noi è in grado di trovare il versetto giusto che lo aiuti nel momento del bisogno? Da molto tempo, ormai, abbiamo dimenticato questa necessità, abbiamo perso di vista questa opportunità: tanto abbiamo la nostra Bibbia con noi, tanto nei nostri cellulari è caricata la Bibbia intera a che serve conoscerla a memoria? O addirittura abbiamo perso un rapporto intimo e quotidiano con la Bibbia.
Intatti insieme ad aver perso la capacità di citare a memoria salmi e versetti, abbiamo anche, a poco a poco, perso la nostra dimestichezza col testo biblico, perso quella familiarità che era patrimonio comune fino all’epoca dei nostri genitori. Vorrei che tornando a casa riflettessimo un po’ anche su questo. Leggiamo tutti i giorni almeno qualche passo biblico? Ne conosciamo alcuni talmente bene che appartengono alla nostra vita? Mi rendo conto che sto facendo un discorso assai fuori moda, ma l’impressione che ho è che abbiamo perso o stiamo perdendo, noi tutti che siamo qui oggi qualcosa di importante, qualcosa di speciale. Perché siamo stanchi, abbiamo il lavoro, le nostre preoccupazioni. Abbiamo già la testa piena di tante altre cose!

Il cuore di questo salmo è la fiducia in Dio, che è la nostra rocca, la sicura fortezza. Siamo ancora capaci di vivere davvero nella certezza che Dio è la nostra rocca e la nostra fortezza? O non è piuttosto vero che al Signore dedichiamo giusto un pensiero fugace al mattino o alla sera prima di dormire? Non ci accade più spesso di chiedere aiuto a noi stessi o ad altri che si presentano a noi come salvatori? Guaritori, esperti in miracoli che ci faranno trovare lavoro, guarire dalle malattie, avere fortuna? Ma il salmo proclama con forza e con chiarezza:
3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza;
E prosegue: per amor del tuo nome guidami e conducimi.
Quindi il Signore è la nostra rocca, la nostra fortezza, a lui ci rivolgiamo per avere aiuto, ma è anche guida, conduzione: cioè gli chiediamo protezione e contemporaneamente accettiamo e accogliamo la Sua volontà, non la nostra; seguiamo la strada che Lui ci indica, non la nostra, anche se questo può significare che i nostri desideri umanissimi, e anche magari ragionevoli, non si realizzano. Ma è proprio questo il punto: possiamo continuare ad affidarci ad un Dio che non è come lo vorremmo? O non possiamo? O non riusciamo?
Essere nelle mani di Dio: un’immagine davvero potente! Noi piccoli, limitati, tormentati, noi che non siamo dei supereroi, ma degli uccellini nelle mani di Dio. Abbiamo il coraggio di affidarci totalmente? Siamo capaci di lasciarci totalmente abbracciare e proteggere dalle mani di Dio?
Ecco il nostro rifugio: il salmista ce lo descrive come concreto, reale, la nostra difesa. Si tratta di mani che ci liberano, che ci riscattano: da noi stessi, in primo luogo, e poi dalle nostre abitudini, dai legami che ci impediscono di cercare il nutrimento più importante. Chiedere aiuto a Dio ci ricorda che siamo piccoli e fragili e che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Non dell’aiuto di un prestigiatore o di un mago, non dell’aiuto di coloro che si fingono guaritori e facitori di miracoli, perché non è questo l’aiuto che il Signore ci dà. Rimettersi a Dio significa accettare la Sua presenza nella nostra vita, il Suo piano per noi e quindi accogliere la Sua volontà e non la nostra. Abbiamo il diritto di chiedere aiuto per la nostra vita concreta, e il diritto, concretissimo, di essere come bambini che si affidano totalmente nelle mani del Signore. Il diritto di chiudere gli occhi e sapere che siamo in buone mani, di rifugiarci nelle mani del Signore. Ma metterci nelle mani di Dio significa riconoscere il nostro bisogno, riconoscere che siamo tutti dei rifugiati, dei richiedenti asilo. Noi che stiamo bene, che abbiamo un lavoro, o almeno una casa, uno stipendio, o almeno una famiglia che ci aiuta, noi che viviamo in una parte di mondo dove esiste il benessere, noi, proprio noi, possiamo scoprirci e riscoprirci rifugiati in Dio.

Possiamo finalmente accettare chi siamo veramente, non dei supereroi, ma dei rifugiati. Dei rifugiati che non si affidano al potere e al potente, ma a Dio, e Dio è Colui che ha scelto di illuminare coloro che sono nell’ombra, coloro che non contano nulla, gli ultimi di questo nostro mondo, che invece cerca il potere, il danaro, la forza. Dio sceglie invece uomini e donne bisognosi di tutto, ma che, a differenza dei disperati del Mediterraneo, hanno la certezza di trovare rifugio, di trovare asilo. Noi siamo certi che saremo accolti, siamo certi che il miracolo avverrà ogni volta perché nel momento stesso in cui chiediamo di essere accolti, lo siamo davvero, perché anche noi, come il salmista nel versetto 22 nel nostro smarrimento ci sentiamo talvolta respinti, non amati, non accolti, ma il Signore ode la nostra voce, ascolta il nostro pianto e ci accoglie. E nel momento in cui ci accoglie diveniamo noi stessi le mani di Dio perché entriamo in comunione profonda con Lui e quindi facciamo e diventiamo il Suo volere.

Non siamo più noi che agiamo, ma Lui attraverso di noi: diventiamo davvero come la vite e i tralci di cui parla Gesù nel vangelo di Giovanni. Rimettendo il nostro spirito, rimettendo le nostre esistenze nelle mani di Dio, diventiamo noi stessi le mani di Dio. Le mani di Gesù. Faremo anche noi le opere che fa Gesù come ci dice Giovanni 14,12. Rimettendoci al Signore entriamo in comunione con Lui, dimoriamo in lui e lui in noi, e agiamo come Gesù. Non da soli, ma con tutti i figli e le figlie di Dio, insieme. Le mani nelle mani. Le sue mani, diventano le nostre mani, forti, potenti, guaritrici. Lasciandoci andare fiduciosi nelle mani del Signore troveremo le mani dei nostri fratelli e sorelle e riscopriremo il senso di questo antico salmo che da migliaia di anni ci racconta il mistero grande e profondo dell’amore di Dio.
Amen!

Erica Sfredda

Pregate gli uni per gli altri – Predicazione di domenica 9 luglio 2017

LETTURE BIBLICHE: Matteo 7:1-5; Giacomo 5,16

1 «Non giudicate, affinché non siate giudicati; 2 perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. 3 Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? 4 O, come potrai tu dire a tuo fratello: “Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre la trave è nell’occhio tuo? 5 Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello.
Matteo 7:1-5

Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia.
Giacomo 5,16

Cari fratelli, care sorelle, anche oggi siamo venuti in chiesa, probabilmente con il desiderio di stare insieme, con la voglia di pregare, qualcuno forse per senso del dovere, oppure spinti dalla nostra fede, ma probabilmente tutti portandoci sulle spalle il peso, pesante o leggero, piacevole o spiacevole, delle nostre vite piene di preoccupazioni, di persone, di lavoro, di affetti, forse di solitudine e di fatica.
Ora cantiamo tutti insieme e mentre cantiamo cerchiamo anche di lasciare i nostri pesi, di abbandonare al Signore i nostri crucci e di diventare una comunità di fratelli e sorelle, uniti, fortemente e profondamente.

Siyahamba (Camminiamo nella luce di Dio)

Stiamo camminando e camminiamo nella luce del Signore e lo facciamo insieme perché siamo una comunità.

Ma lo siamo veramente? A dire il vero non sono certa che riusciamo tutti e tutte, indistintamente, a sentire quel collegamento caldo, forte, inconfondibile, che è dato dalla consapevolezza profonda di essere fratelli e sorelle, consapevolezza che si concretizza nella preghiera gli uni per gli altri. Anzi, nella confessione gli uni agli altri (confessione che comporta un livello di intimità, di coraggio e di fiducia reciproca ancora maggiore), ma potremmo almeno cominciare dalla preghiera, che se fatta con partecipazione genuina, è forte, potente, e quindi, come dice il nostro testo, ha grande efficacia. Essere una comunità cristiana significa essere uniti da un comune denominatore, che è Cristo, il Signore. Non si tratta di altro e la preghiera comune è il fondamento di questa relazione, vorrei dire il cemento, quello che crea il legame tra di noi.

Ma noi ci riusciamo? Siamo in grado di sentirci vicini indipendentemente dalle affinità culturali, geografiche, politiche, generazionali, indipendentemente dalle parentele, dalle amicizie? Abbiamo il coraggio di confessarci gli uni agli altri, sapendo che non saremo giudicati, ma accolti col nostro fardello di peccati?
Pregare gli uni per gli altri significa interrompere per un attimo, il continuo, incessante pensiero su noi stessi, o sui nostri cari, significa guardare l’altro, l’altra e vedere in lui un fratello, in lei una sorella, significa sentire che indipendentemente da tutto quello che ci divide, siamo accomunati dalla stessa distanza incolmabile da Gesù, che considera ognuno e ognuna di noi proprio fratello, propria sorella, che ci vuole al suo fianco e ci chiama per nome, uno per uno. La preghiera gli uni per gli altri è infatti il riflesso dell’amore di Cristo per noi, di quella cura vigile e incessante che Dio ha per ciascuno e ciascuna di noi, significa accogliere dentro di sé l’amore di Dio che non solo non ha riguardi personali, ma anche ha la forza per riplasmare e ricreare la realtà, la nostra realtà.

Avete mai provato a pregare per qualcuno che non vi piace? Provateci! Provateci perché attraverso la preghiera non solo chiedete aiuto a Dio per questa persona, ma state chiedendo di essere trasformati voi, state chiedendo di diventare capaci di accogliere l’altro, l’altra anche se non vi piace, anche se è troppo rumorosa o troppo brontolona, anche se ha idee o abitudini diverse dalle vostre, anche se percepite che la sua fede è diversa dalla vostra. E il miracolo della comunità avviene proprio là dove siamo stati capaci di abbandonarci a Dio e non a noi stessi, quando abbiamo accolto le Sue categorie e non le nostre, quando abbiamo smesso di giudicare l’altro, l’altra solo perché è diverso da noi.
Siamo in grado di riconoscere, oggi, che qualsiasi nostra relazione nasce da un giudizio sull’altro: un giudizio positivo, quando ci piace quella persona, o negativo, quando non ci piace? Ci rendiamo conto che normalmente accogliamo chi è come noi, della nostra tribù, del nostro gruppo, chi ha delle affinità con noi e respingiamo gli altri? La preghiera per l’altro, per l’altra, a partire dalla preghiera per chi ci piace di meno, per chi ci assomiglia di meno, ci mette tutti sullo stesso piano, ci rende davvero tutti fratelli e sorelle. Perché tutti, italiani o ghanesi, Ashanti o Fante, Dagomba o Veneti, colti o ignoranti, brutti o belli, giovani o vecchi, siamo tutti, ma proprio tutti, immeritevoli dell’aiuto di Dio, tutti bisognosi di essere aiutati a superare il nostro peccato, tutti nella necessità di crescere nella fede e nell’ubbidienza.

Se si prega per un fratello, non una volta, magari perché impressionati da qualcosa che è capitato, ma con perseveranza, pensando proprio a quella specifica persona, ecco che il nostro atteggiamento e il nostro stato d’animo cambiano: non si può più parlarne male o con indifferenza, perché in un balzo abbiamo azzerato o almeno ridotto la distanza che c’era tra noi e lui, tra noi e lei. Perfino il nostro modo di guardarlo, di guardarla cambia se noi preghiamo per lui, per lei. Meno ci piace una persona e più dovremmo cercare di pregare per lei, per lui e piano piano, possiamo starne certi, il miracolo avviene.
Finché non ci proviamo sul serio non possiamo misurare quello che può operare una preghiera intensa, calda, e continua per un fratello, per una sorella: la trasformazione che opera dentro di noi e nella nostra comunità.
Cerchiamo dunque, cari fratelli e sorelle, di aiutarci l’un l’altro pregando gli uni per gli altri. Possiamo tutti diventare oggetto della preghiera degli altri e contemporaneamente possiamo farci carico di chi ci sta vicino e non conosciamo ancora o non apprezziamo. Possiamo davvero diventare fratelli e sorelle, accomunati dall’amore di Dio Padre che è al nostro fianco. Il Signore ascolta le nostre preghiere e saprà trasformare i nostri cuori di pietra in cuori nuovi palpitanti di vita e di amore.
Amen!

Erica Sfredda