LETTURA BIBLICA

11Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,

Questo discorso di Gesù è uno dei più belli e dei più conosciuti di tutto il Vangelo di Giovanni. Molte volte infatti, soprattutto in momenti di crisi, le parole di Gesù che ci dice di essere il buon pastore ci consolano e ci calmano l’animo.

C’è differenza tra Gesù e qualunque altro pastore, Gesù ha con le sue pecore un legame di responsabilità e d’amore profondo, tale da dare la propria vita per loro.

Questa metafora meravigliosa è stata la prima immagine nella storia dell’arte che ritrae Dio in maniera antropomorfa: Un pastore con un agnellino sulle spalle.

I pastori erano delle persone autorevoli nel mondo in cui Gesù nacque e visse, erano guide per il popolo, conoscevano il territorio ed erano attrezzati adeguatamente per difendere le pecore nel caso in cui i lupi o altri animali feroci le attaccassero.

La contrapposizione tra il buon pastore ed il mercenario è dunque basata non sull’entità del lavoro, ma sulla relazione che c’è tra chi guida ed accudisce le pecore ed il gregge.

Chiunque può svolgere molte mansioni, anche quella pastorale, ma se ciò che si compie non è legato ad una vocazione, se non coinvolge nell’intimo, se non implica delle relazioni affettive con le persone, non serve a nulla, anzi lascia spazio all’azione del “lupo”, metafora del male, che rapisce e disperde.

Questo modello potrebbe essere applicato a moltissime situazioni odierne: ogni volta che si sottovaluta la propria responsabilità nei confronti degli altri, si lascia aperta la porta al male che disperde e che rapisce.

Troppi sarebbero gli esempi di categorie professionali che sempre di più si avvalgono di “polizze assicurative” contro possibili danni; liberatorie da responsabilità che si diffondono in ogni ambito, dall’insegnamento alle chiese, passando per gli ospedali e i luoghi di cura. Ogni volta che a qualcuno è data la responsabilità di prendersi cura di qualcun altro si prova a tutelarsi.

Il continuo delimitare l’ambito della responsabilità ha instaurato il protocollo della fuga dalla responsabilità: il mercenario vede il lupo e fugge abbandonando le pecore a se stesse. E come in molte pagine evangeliche in questo testo Legge ed Evangelo, Grazia e Giudizio arrivano assieme: i mercenari siamo noi.

La nostra è la società in cui ogni responsabilità è limitata e non ci si sente mai pienamente responsabili, mai pienamente scossi per ciò che avviene attorno a noi.

Pensiamo alle nostre famiglie, ai nostri amici, alle nostre Chiese, alle città la responsabilità è sempre dell’altro.

Abdicando però a prenderci la responsabilità, rinunciamo anche a prenderci la nostra parte di spazio vocazionale, rinunciamo ad esercitare i talenti che il Signore ci ha donati al servizio della chiesa e del prossimo.

Rinunciamo alla nostra vocazione quando ci giriamo dall’altra parte rispetto alla fame nel mondo, alle disuguaglianze sempre crescenti nella distribuzione delle risorse; rinunciamo a seguire il Signore quando ci giriamo dall’altra parte di fronte ai morti in mare, alle torture operate dalle dittature “amiche”, quando non ci poniamo delle domande rispetto ai cambiamenti climatici, all’avvento di figure di leadership imposte con la forza: rinunciamo ad essere fedeli al nostro rapporto con il Signore ogni volta che non siamo abbastanza informati e consapevoli, ogni volta che vediamo ed intuiamo che il male sta arrivando e lasciamo l’ovile senza protezione e le pecore in pericolo.

Un giudizio forte, che ci mette in crisi, che ci impone un cambiamento radicale, il Signore ci mostra infatti quale è la strada da seguire: l’esempio fulgido e dolce del Cristo che unico buon pastore offre la sua vita per le pecore.

Il Signore offre la sua vita per “tutte” le pecore, non importa se più o meno docili, non importa se di un colore o di un altro, non importa se di una religione o di un’altra: il Signore offre la sua vita per tutta l’umanità.

Mettersi alla sequela del Cristo significa anche rinunciare alle nostre pretese di primazia o di superiorità, ogni persona umana è nostro fratello e nostra sorella, l’ovile di Dio è più grande delle nostre chiese, è più grande delle nostre città, delle nostre famiglie, dei nostri paesi, l’ovile di Dio è più grande dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

Egli è l’unico infatti che possa prendersi cura di tutti e di ciascuno in questo rapporto intimo e personale, eppure che si offre per tutti. L’amore di Dio per l’altro non diminuisce il suo amore per noi. Siamo tutti resi simili nel suo amore, pecore ammansite dal suono dolce della sua voce.

Siamo quindi chiamati a resistere al male e a fidarci di Cristo, il nostro solo buon pastore. Resistere alla paura del male dentro di noi, che ci fa scappare davanti alle avversità; resistere al male che vediamo vicino a noi tenendoci informati, mantenendo relazioni di pace attorno a noi, solidarizzando con coloro che subiscono trattamenti ingiusti o disumani. Siamo chiamati a prendere parte contro il male prendendoci la nostra parte di responsabilità nel mondo.

Il buon pastore è con noi in questo, egli non ci lascia da soli, ci difende dal male dentro e fuori di noi. Accogliamo il suo dono e la sua promessa di vita: un unico gregge con un solo pastore, senza più differenze confessionali, senza guerre, senza muri di confine, senza deportazioni e dittature, senza fame, senza malattie. Un unico gregge amato e curato da Dio.

Amen

Past. Laura Testa

LETTURA BIBLICA

1La mano del SIGNORE fu sopra di me e il SIGNORE mi trasportò mediante lo Spirito e mi depose in mezzo a una valle piena d’ossa. Mi fece passare presso di esse, tutt’attorno; ecco erano numerosissime sulla superficie della valle, ed erano anche molto secche. 3Mi disse: «Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?» E io risposi: «Signore, DIO, tu lo sai». 4Egli mi disse: «Profetizza su queste ossa, e di’ loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del SIGNORE!” 5Così dice il Signore, DIO, a queste ossa: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete; 6metterò su di voi dei muscoli, farò nascere su di voi della carne, vi coprirò di pelle, metterò in voi lo spirito, e rivivrete; e conoscerete che io sono il SIGNORE”». 7Io profetizzai come mi era stato comandato; e come io profetizzavo, si fece un rumore; ed ecco un movimento: le ossa si accostarono le une alle altre. 8 Io guardai, ed ecco venire su di esse dei muscoli, crescervi la carne, e la pelle ricoprirle; ma non c’era in esse nessuno spirito. 9Allora egli mi disse: «Profetizza allo Spirito, profetizza figlio d’uomo, e di’ allo Spirito: Così parla il Signore, DIO: “Vieni dai quattro venti, o Spirito, soffia su questi uccisi, e fa’ che rivivano!”». 10Io profetizzai, come egli mi aveva comandato, e lo Spirito entrò in essi: tornarono alla vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, grandissimo.

Ezechiele 37,1-10

SERMONE

Care sorelle, cari fratelli, il profeta Ezechiele ci parla di questa visione particolare: è elevato “nello spirito” dalla mano del Signore che lo pone gentilmente in un luogo insolito: una valle piena di ossa.

Queste ossa sono molto numerose sulla superficie della valle ed erano anche estremamente secche. Sono ossa secche del midollo, l’ultimo ricordo fisico di ciò che la vita era stata in loro. Eppure, anche nel mezzo della valle della morte, il Signore è presente e fa una domanda ad Ezechiele: “Figlio dell’uomo, potrebbero rivivere queste ossa?”.

“Signore, DIO, tu lo sai”.

Persino un profeta come Ezechiele si ferma davanti alla visione della morte, ma Dio non si ferma. Dio non si ferma di fronte alla morte. Questa mattina celebriamo la risurrezione di Cristo Gesù; In Gesù, Dio resuscita e dà vita.

Ezechiele, proferisce una profezia, una parola di vita, che produce immediatamente la sua azione: quelle ossa si avvicinano e fanno risuonare i muscoli, i nervi e la pelle.

Quello che una volta era morto, da un punto di vista fisico, è stato rivitalizzato, quelle ossa senza midollo, ora sono corpi sani, pronti a vivere, ma manca ancora qualcosa: dai quattro venti, o spirito, soffiano su questi uccisi, e lasciali rivivere!

Lo spirito, il respiro vitale, la forza vivificante soffia per dare vita a coloro che sono stati uccisi: il vento del Signore soffia vigorosamente persino su di noi oggi per darci la forza di annunciare e ripetere le parole che il Signore ha affidato al profeta: Vieni dai quattro venti, o spirito, soffia su questi uccisi e lasciali rivivere!

Sono parole potenti, perché chiedono giustizia per coloro che sono stati uccisi, parole che restituiscono le loro vite uccise, sono parole che ripagano coloro che sono stati privati in qualsiasi modo, specialmente in modo violento.

Sono parole che, sorelle e fratelli, siamo chiamati a ripetere con responsabilità e umiltà. Questo è il nostro compito e anche la nostra chiamata oggi, l’annuncio di una parola che agisce giustizia e che non può essere fermata neppure dalla morte.

Il Signore è risorto.

Amen
Past. Laura Testa

LETTURA BIBLICA
1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. 3 Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno.

Rom 12,1-3 (N.Riv.)

Trasformazione
Qualcuno ricorderà forse il film Schlinder’s list, che affrontava il terribile tema della Shoah, del tentativo di sterminio degli ebrei ad opera del regime nazista. Quel film raccontava la vita di Oskar Schindler, un industriale germanico, iscritto al partito nazista che pensò di arricchirsi ulteriormente sfruttando il lavoro gratuito degli ebrei internati nei campi di concentramento. Il regime nazista infatti metteva a disposizione di imprenditori con pochi scrupoli di coscienza questi veri e propri schiavi, costretti a lavorare -letteralmente-fino alla morte. Qualcuno forse ricorderà ancora la scena finale di quel film: il nazismo è ormai sconfitto, Schindler si prepara alla fuga attorniato dagli sguardi devoti di oltre 1000 ebrei che lui ha salvato. Li ha sottratti alla morte, ha pagato per non farli finire nelle camere a gas, ha inventato mille sotterfugi per dare loro un lavoro nella sua fabbrica, lavoro che significa vivere! In quella scena gli viene regalato un anello che reca al suo interno la scritta “Chi salva una vita salva il mondo intero” : è una frase del Talmud, testo sacro per i nostri fratelli ebrei. Ecco che Schindler scoppia a piangere, sommessamente, tra le lacrime dice: “Avrei potuto salvarne altri… non ho fatto abbastanza”. E’ un pianto disperato, Schindler osserva l’auto con la quale si appresta a fuggire e aggiunge: “La macchina… per questa potevo ottenere 10 persone; la spilla d’oro che indosso: due persone, almeno una, potevo salvarne almeno una in più!

Cosa è successo a Schindler che da cinico industriale diviene la salvezza per centinaia di persone? “Potevo salvarne uno in più”, in un’Europa che ha visto uccidere sei milioni di ebrei, una guerra che ha provocato oltre 50 milioni di vittime: “una vita in più, potevo salvare una vita in più!” Schindler era cambiato, come avesse subito una metamorfosi.

Grazia

Metamorfosi: è un termine che troviamo nel brano dall’epistola ai Romani che abbiamo ascoltato: “lasciatevi trasformare”, nell’orginale greco “metamorfouste”, che significa forma (da morfos)… dopo, oltre (da meta)… Una forma che cambia dopo che è successo qualcosa. Cosa è successo per Paolo? E’ successo Cristo! Per l’Apostolo la trasformazione è l’inevitabile conseguenza di essere con Cristo. Le buone azioni fluiscono naturalmente perché la persona che appartiene a Cristo è trasferita in un’altra sfera, appartiene già a quel mondo trasformato (appunto ) dalla grazia di Dio. Questa azione di trasformazione Dio l’ha già iniziata in Gesù. Tutto facile allora? Abbiamo Cristo, siamo trasformati, siamo buoni… ma Paolo esorta! Scrive infatti “Vi esorto fratelli …”. Come mai esorta, come mai ci incita, ci sprona se la grazia ci ha trasformati? Perché siamo fragili, fallaci, contraddittori, perché vorremmo fare una cosa e ne facciamo un’altra, o non facciamo niente … perché c’è un potere del peccato. Ecco, dobbiamo sapere però che questo potere del peccato è infranto, il potere della grazia può realmente modificare la parte più indocile, più ribelle della creazione, che siamo noi: uomini e donne. La grazia trasformante porta con sé la capacità di dare nuova forma alla nostra vita e di ristrutturarla. In che modo ? Totale! Abbiamo letto: “offrite i vostri corpi come sacrificio vivente”. Non dobbiamo leggere il termine corpo come qualcosa di fisico, corpo e anima separati, che è un concetto greco. Paolo è ebreo, nel pensiero ebraico il corpo rappresenta la nostra totalità, con il corpo ci si relaziona, con il corpo si manifesta la nostra sfera più intima, nel corpo abbiamo anche la nostra identità: tutti noi stessi. Il termine sacrificio inoltre si riferisce al sacrificio rituale nel tempio, dove sappiamo che la vittima offerta in olocausto era completamente bruciata. Quello del cristiano è quindi un impegno che coinvolge completamente, che riguarda tutta la propria vita,una risposta conseguente alla grazia di Dio che ci cambia interamente: pensieri ed azioni; una trasformazione che plasma le nostre vite secondo la struttura della grazia e non del mondo. “Non vi conformate a questo mondo”, Paolo lo sottolinea, praticamente scrive: ”Non lasciatevi influenzare da quello che fanno gli altri, ma piuttosto lasciatevi trasformare da una maniera totalmente nuova di pensare, in modo che voi possiate identificare, distinguere, capire ciò che è conforme alla volontà di Dio, cioè quanto è buono e perfetto.” Allora la grazia trasformante, la grazia in azione significa divenire capaci di ascoltare queste esortazioni e di obbedire!

Il pensiero di questo mondo

Chi salva una vita salva il mondo intero, dicevamo. E’ anche il titolo di una conferenza stampa tenutasi giovedì scorso a cura della federazione delle chiese evangeliche in Italia e di Mediterranean Hope dove si è affrontata l’urgenza di aumentare l’impegno per i diritti umani universali perché il Mediterraneo torni ad essere un ponte tra culture, popoli e religioni e non una tomba! Gli arrivi sono nettamente diminuiti come ci dicono il giornali ma il numero dei morti è aumentato. Persone disperate: chi è disposto ad affrontare i lager o la morte scappa da qualcosa di orribile.

Questo orrore quotidiano… non è che crea assuefazione? O che perdiamo le speranze di fronte al male che sembra prevalere? Non è che termini bellicisti come “invasione” cominciano a sembrarci normali? Non stiamo parlando di eserciti, stiamo parlando di derelitti, degli ultimi della terra. “Non vi conformate a questo mondo” scrive Paolo. Qual è il pensiero di questo mondo? Il pensiero dichiarato è “Fermiamo l’invasione” ma quello più sottile, magari sottaciuto è: “Per farlo c’è un prezzo da pagare”. Contribuire a fare rinchiudere la gente nei lager libici ha un prezzo, non soccorrere in mare ha un prezzo. Sapete qual è questo prezzo? L’ONU, riferendosi ai lager in Libia in un dettagliato rapporto appena stilato e presentato a Ginevra scrive di torture, schiavismo, omicidi, cadaveri gettati come spazzatura, donne e adolescenti abusate. Quando le vittime riescono a lasciare il lager, se ricatturati dalla guardia costiera libica, vi vengono riportati e ricomincia l’incubo. Un altro prezzo ? Ecco un dato non completo, perché i numeri reali delle vittime -in mare, nel deserto- non saranno mai noti del tutto: Dal 3 ottobre del 2013, quando al largo dell’Isola di Lampedusa morirono 368 migranti, sono morte 17.000 persone in mare. In questo momento mediamente muore una persona ogni 5 che si mettono in mare. Diciassettemila vittime, se si tenessero per mano, come faremo tra poco nel recitare il Padre Nostro, formerebbero una fila ininterrotta di 20 chilometri di persone, se vi camminassimo a fianco da cima a fondo cammineremmo per quattro ore, continuando ad osservare volti, di uomini, donne, bambini. Non dimentichiamo —quarta domenica di Avvento- che noi adoriamo un profugo, nato da una famiglia di fuggiaschi, morto come uno schiavo.

Non stare in disparte

Come agisce la grazia trasformante in noi? “Almeno una, potevo salvare almeno una vita in più”, ma come facciamo noi a salvare vite? I modi non mancano, le chiese evangeliche sono in prima fila, sono diverse le possibilità di sostenere progetti di soccorso e accoglienza. Sono diverse anche le possibilità di non accettare la narrativa corrente -non conformatevi a questo mondo- innanzitutto combattendo quell’atteggiamento nefasto, apparentemente neutrale e innocente ma è subdolo, è capace di diffondersi come un virus letale: l’indifferenza! Sì perché l’indifferenza uccide, ha sempre costituito la base su cui si sono edificati i più grandi massacri della storia: è il silenzio dei più. La shoah si è consumata nell’indifferenza della maggioranza della popolazione, la strage quotidiana nel Mediterraneo? Anche… . Paolo al versetto 3 si rivolge alla comunità cristiana, invitando ad avere una considerazione di sè sobria e realistica, perchè sappiamo che Paolo rifiuta l’idea che ci siano doni dello Spirito superiori od inferiori. Ognuno, in base a quanto ha ricevuto può agire: chi per esortare, chi per servire, cose grandi o cose piccole, non importa: la fede stessa che muove i cristiani è un dono di Dio che deve essere usato per il bene degli altri, non per sé. Agire, combattere l’indifferenza, con le parole, con i fatti, con la scelta di non stare zitti, di non voltarci dall’altra parte, ognuno per come può od è capace, ognuno trasformato dalla grazia: è possibile!

Siamo alla quarta domenica di Avvento e siamo interpellati da Colui che tra poco nascerà in una stalla, da quel rifugiato indifeso. Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano ucciso dalla barbarie nazista nel 1945 ci ha lasciato alcune parole che paiono proprio parlarci oggi, 23 dicembre 2018:

“Se vogliamo partecipare all’Avvento ed al Natale non possiamo starcene in disparte, come se fossimo in un teatro, e gioire per tutte le immagini piacevoli, bensì in questi avvenimenti che qui accadono siamo noi stessi ad essere trascinati dentro, in questa trasformazione di ogni cosa; dobbiamo essere attori su questo palco, in cui lo spettatore dell’opera è anche parte della recita; non possiamo chiamarci fuori.”

Amen

Alessandro Serena

(Foto di Marco Butera)

 

 

PREGHIERA
Eterno Iddio e Padre nostro, ti chiediamo che in ogni cosa tu ci renda
forti. Signore, Tu che in Cristo hai costituito la pietra d’inciampo, lo SKANDALON, aiutaci a mantenere la nostra capacità di scandalizzarci di fronte all’ingiustizia, alla sofferenza, alla morte dei più deboli; facci trovare la forza di non accettare l’indifferenza nostra e degli altri, di trovare gioia nel servizio verso i più deboli e gli emarginati, nell’annuncio dell’Evangelo alle persone che ti ignorano. Aiutaci a non conformarci a questo mondo e a vivere la tua grazia che ci trasforma, fiduciosi che non siamo soli. Facci trovare nella chiesa uno stimolo per la nostra immaginazione,
un’emozione che ci scuota dalla nostra pigrizia, una sorgente
di forza per fare quello che tu vuoi. Manda il tuo Spirito in mezzo a noi e armaci della tua
forza e della tua speranza. Concedi a questa comunità
la gioia che è data a coloro che hanno il cuore aperto alla tua
chiamata e al tuo Spirito.
Veniamo a te, Padre, sicuri del tuo amore, non per essere strappati dai
problemi della vita, ma per imparare da te a vivere in un festoso annuncio
dell’Evangelo e in un impegno concreto accanto ai più dimenticati.
Signore, ti chiediamo di far vivere la vita e di far morire la morte. Te lo chiediamo nel nome e per amore di Gesù Cristo, che per questo è venuto fra noi.

Amen

LETTURA BIBLICA

67 Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito Santo e profetizzò, dicendo: 68 “Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo, 69 e ci ha suscitato un potente Salvatore nella casa di Davide suo servo, 70 come aveva promesso da tempo per bocca dei suoi profeti; 71 uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano. 72 Egli usa così misericordia verso i nostri padri e si ricorda del suo santo patto, 73 del giuramento che fece ad Abraamo nostro padre, 74 di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, 75 in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita.
76 E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai davanti al Signore per preparare le sue vie, 77 per dare al suo popolo conoscenza della salvezza mediante il perdono dei loro peccati, 78 grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dio; per i quali l’Aurora dall’alto ci visiterà 79 per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace”. (Luca 1,67-79)

 

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
questa bellissima preghiera, che Zaccaria pronuncia per benedire il Signore alla nascita di suo figlio Giovanni è anche una dichiarazione di fede. L’affermazione della fede nel Dio che farà conoscere la salvezza al proprio popolo è la Parola che restituisce la voce a Zaccaria, che era stato reso muto all’annuncio dell’angelo che prometteva la nascita di Giovanni.
Questo mutismo di Zaccaria mi ha molto colpito, perché mi sembra tanto simile al mutismo che colpisce le nostre chiese cristiane oggi: talvolta restiamo zitti perché siamo talmente stupiti e meravigliati che abbiamo bisogno di un tempo per elaborare le nostre esperienze di fede, altre volte ci troviamo ad essere confrontati con dimensioni realtà di fede diverse da quelle che ci sono state insegnate e in cui abbiamo creduto con tanto zelo e così non riusciamo a dare una testimonianza, restiamo muti come Zaccaria. In questa storia però, proprio durante la cerimonia in casa in cui si deve dare il nome al bambino Zaccaria abbraccia il messaggio di novità portato dall’Evangelo e conferma la dichiarazione di Elisabetta sul nome del bambino: non si chiamerà Zaccaria, bensì Giovanni.
Un passaggio importante perché questa cerimonia che avviene a casa di Zaccaria, mi ha tanto ricordato la cerimonia del nome che avviene anche nella tradizione Ghanese: l’uso di riunirsi a casa e di chiedere ad un membro anziano della famiglia quale sia il nome del bambino.
Un uso che è tipico del mondo della Bibbia, che è rimasto nell’uso tradizionale Ghanese, e che nelle nostre chiese Valdesi e Metodiste è stato inserito nel momento del battesimo, che era anche il momento in cui si dava il nome al bambino o alla bambina.
Quante aspettative entrano in gioco quando si inizia a pensare ad un nome da dare ad un nascituro, si pensa ai nomi belli, ai nomi che hanno un significato, a quelli di un personaggio importante o famoso talvolta nomi epici, storici, biblici, talvolta anche nomi di Hollywood o addirittura inventati, per essere più originali degli altri.
Qui però il mondo di significato è diverso, perché il nome rappresenta la storia di fede della famiglia e la sua trasmissione alle generazioni future. Il nome Zaccaria racconta di una fede nel Dio che sempre si ricorda del proprio popolo, della memoria di un passato di fedeltà, il nome Giovanni invece apre la prospettiva della Grazia, testimonia non soltanto di un passato di fedeltà, ma di un’attualità in cui il Signore è presente e si prende cura delle nostre piccole e grandi storie personali.
Conosco personalmente il dolore delle tante coppie che non riescono ad avere figli, della ricerca di una soluzione, del senso di colpa e anche del profondo senso di fallimento quando mese dopo mese le speranze di genitorialità vengono disilluse.
Il mutismo di Zaccaria è quindi simile al riso di Sara all’annuncio dell’angelo è l’affermazione dell’incredulità di fronte a Dio che si manifesta. Sembra quasi che dicano: Ho tanto sofferto che non riesco più neppure a sperare che possa esserci una realtà diversa da quella che ho già vissuto e ho paura di sperare ancora per paura di essere disilluso di nuovo.
Sono curiosa però e forse anche un po’ impertinente, nell’associare i sentimenti di Sara, di Abramo, di Elisabetta e di Zaccaria a quelli delle nostre chiese di oggi: tante volte anche noi non siamo disponibili ad aprirci alla novità dell’Evangelo.
C’è una frase che tutti i pastori e tutti i ministri della chiesa conoscono molto bene: “ si è sempre fatto così”, oppure la sua versione gemella “questo non si è mai fatto prima”. Queste frasi esprimono pienamente il sentimento di Zaccaria, che porta con sé il ricordo di una tradizione potente e strutturata, mentre la seconda racconta dell’incredulità dei familiari, alla cerimonia del nome, quando viene annunciato il nome di Giovanni, il Dio di Grazia, il Dio che si prende cura con misericordia.
Qui è l’Evangelo della Resurrezione che prende piede, nel bel mezzo dei prodromi del racconto di Natale: Dio che promette di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita. La presenza di Dio è una certezza, possiamo vivere finalmente liberati dalla paura.
Questa è la grande proclamazione, il messaggio del Cantico di Zaccaria il compimento delle promesse fatte a Davide.
La salvezza è dunque libertà dai nemici, ma anche avvento del Salvatore che è la Luce delle Nazioni, il Messia, il Cristo.
La lunga attesa è già finita perché l’adempimento delle promesse di Dio è già iniziato: Dio ha innalzato il corno della nostra salvezza, ovvero quella forza travolgente che può superare qualsiasi ostacolo. Gesù è il compimento della promessa fatte ad Israele. Una promessa in continuità con le liberazioni avvenute in passato e con la chiamata ad uscire fatta al popolo e ad Abramo. Tanti certamente videro in Gesù un capo esclusivamente politico, senza comprendere invece l’avvento di una novità tanto grande da rassicurarci e da riconciliarci anche con i nostri spettri e con i nostri nemici interiori. La liberazione dal nemico ha quindi una dimensione cosmica e personale al tempo stesso, e ogni giorno possiamo vivere e servire Dio in giustizia e santità.
Giovanni e i suoi seguaci sono inseriti in questa storia di salvezza, come precursori del Figlio dell’Altissimo, banditori della salvezza e annunciatori del perdono.
Sorelle e fratelli credo che in questo cantico, più che in altri, ci siamo anche noi, che non siamo come Gesù, ma possiamo essere come Zaccaria e come Giovanni e i suoi discepoli coloro che preparano il campo all’avvento del Cristo. L’opera di Giovanni è infatti descritta come un invito al ravvedimento, alla conversione e soprattutto al perdono dei peccati e all’esperienza della salvezza.
Anche nel nostro oggi c’è bisogno di un annuncio forte, che richiami alla conversione, all’interconnessione, al perdono dei peccati, alla pace. l’Aurora dall’alto ci visiterà per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace”.
L’aurora dall’alto è l’inizio del nuovo giorno, in cui anche noi rinasciamo per fede riconciliati con Dio, con gli altri esseri viventi e con il creato intero e nel rapporto con noi stessi.
Se accoglieremo questa liberazione anche il nostro servizio a Dio sarà diverso perché non ci sarà più la paura del giudizio e delle critiche che troppo spesso si ha timore di ricevere anche nei nostri ambienti, un dono offerto con gioia e in gratitudine, senza paura anche di noi stessi e delle nostre incapacità, dei nostri limiti e delle nostre debolezze, poiché apparteniamo pienamente a Dio ogni giorno della nostra vita. Dio ridà la parola a Zaccaria e lo fa anche con noi affinché possiamo testimoniare della possibilità di una vita nuova e della speranza del Regno che viene.
Amen

 

Past. Laura Testa

LETTURE BIBLICHE

8 Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. 9 Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento. 10 Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate. 11 Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, non dovreste voi avere un comportamento santo e pio, 12 mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno? 13 Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia. 14 Perciò, carissimi, aspettando queste cose, fate in modo di essere trovati da lui immacolati e irreprensibili nella pace; 15 e considerate che la pazienza del nostro Signore è per la vostra salvezza. (2Pt 3,8-15)

22 Nella santa città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illumini, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada. 24 Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria. 25 Di giorno le sue porte non saranno mai chiuse (la notte non vi sarà più); 26 e in lei si porterà la gloria e l’onore delle nazioni. 27 E nulla di impuro, né chi commetta abominazioni o falsità, vi entrerà; ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. 1 Poi mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2 In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. 3 Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i suoi servi lo serviranno, 4 vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. 5 Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli. (Ap 21, 22-27; 22,1-5)

 

SERMONE

Cari fratelli e care sorelle, la prima epistola di Pietro scrive “Glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.” Dare conto della speranza che è in noi,  questo vuol dire essere credenti. Siamo qui insieme per alimentare questa speranza, per viverla nell’allegria e renderla duratura. Quale più grande speranza possiamo concepire se non il giorno del Signore, la fine del tempo che conosciamo? La speranza di una nuova Gerusalemme in cui il Signore prepari le dimore dove mangerà la Pasqua con ciascuno di noi dopo la morte? La speranza di un luogo.  Come dice Gesù  al cap 14 del Vangelo di Giovanni, “quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi”. Questa speranza ci aiuta a non rimuovere totalmente l’evento finale delle nostre vite. Questa speranza  va oltre la paura della morte, paura che alberga dentro ciascuno di noi. Questa speranza mi aiuta a sopportare quello che mi fa male e mi tormenta cioè la morte mia …. la paura della morte dei miei parenti, dei miei amici.. e tanti già non ci sono più. Non vi nascondo la mia difficoltà a riflettere su questa tematica, infatti la mia esperienza di fede è stata sempre molto calata nel presente, nel tempo in cui viviamo. I sinottici, il vangelo di Giovanni, le epistole, i profeti sono i testi che mi hanno parlato nel corso della mia vita. Ma alla fine della Bibbia troviamo l’Apocalisse, in inglese Revelation. Non è un caso se l’Apocalisse, questo affresco di visioni che descrive la fine dei tempi, è l’ultimo libro della Bibbia.  Essa chiude ogni testimonianza biblica del rapporto tra l’Eterno e il suo popolo e apre su un tempo che non conosciamo, su cui invece di testimonianze abbiamo solo visioni. Parlando di visioni apocalittiche dobbiamo stare molto attenti a distanziarci da tutta la cultura apocalittica popolare che ci pervade. Le profezie di Nostradamus, i calcoli cabalistici sulla fine del mondo, c’ è un filone di libri, di film e anche tutto un filone di cultura religiosa legata all’idea della fine del mondo, che non è biblico e legge solo in superficie la questione. Apocalisse parola greca, tradotta  in italiano corrente  è rivelazione. L a comunità di Giovanni attende la rivelazione della volontà di Dio. Dio offre una parziale rivelazione delle realtà ultime all’autore. Rivelazione. Questa parola descrive bene i contenuti di questo libro e sfugge alla cultura apocalittica. La fine dei tempi descritta dall’autore Giovanni, pur essendo ricchissima di visioni fantastiche, non è una enorme nottata di fuochi pirotecnici che rappresentano la fine del mondo. Giovanni usa un linguaggio figurato per dare nuovi contenuti alla speranza delle prime comunità cristiane. Per accompagnarle in una attesa del ritorno di Gesù che va ben oltre i tempi delle loro previsioni umane. Per sostenerle nel vivo di difficoltà mortali. Ma veniamo ai  testi che abbiamo letto, la visione di Giovanni nella Apocalisse : “ In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. “ (22, 2)- In mezzo alla piazza di questa nuova Gerusalemme si vede un albero, le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni, non per il solo popolo di Israele, non servono gli sforzi di separazione dagli altri popoli, di purificazione, siamo fuori da ogni tentazione identitaria. Dopo la morte,  alla fine del tempo che conosciamo cosa ci aspetta? Sarà il paradiso perduto  da Adamo ed Eva? Troveremo la fontana dell’eterna giovinezza? Sarà una verde vallata dove vivere in piena salute? La speranza che ci comunica l’Apocalisse pur essendo in continuità con il linguaggio di Isaia o di Ezechiele se ne discosta nettamente. Il brano dell’Apocalisse innanzi tutto non riguarda un solo popolo, un solo luogo, ma si estende a tutti i popoli, a tutto il globo della terra. Poi non soddisfa i bisogni umani.  Isaia  recita “ i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani, non costruiranno più perché un altro abiti”.  Giovanni con le sue visioni sposta invece la attenzione dall’opera delle nostre mani alla città celeste in cui tutti noi abiteremo.  La visione idilliaca del lupo che abita con l’agnello si trasforma nella scomparsa di ogni peccato dalla creazione. “il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più”.  Il mare non c’era più! Nella cultura di Israele il mare era il regno del male, casa di mostri abitanti gli abissi, per noi oggi il mare è invece immagine di vacanze al sole, allora perché farlo sparire?  Ma se pensiamo alla predicazione di alcune domeniche fa della pastora Testa che descriveva il mare inquinato di plastica o gli annegamenti dei migranti nel Mediterraneo, allora possiamo condividere questa speranza, il peccato umano che guasta il mare, sarà cancellato alla fine dei tempi, avremo un mare amico. La visione di Giovanni sulla futura fine dei tempi, non è un bosco con alberi magici, ma una città, una città ripiena della presenza del Signore. Questa nuova Gerusalemme pur essendo circondata dalle mura è ben distante dalla città che ogni ebreo rimpiange. Non ha un tempio e le sue porte sono sempre aperte,  chi non sta nella città non è un nemico da combattere, ma resta fuori dalla comunione con Dio. Già perché più di descrivere cosa è la nuova Gerusalemme, l’autore sottolinea chi è la nuova Gerusalemme. La presenza di Dio e dell’Agnello illumina ogni cosa, riempie ogni cosa, completa ogni cosa. Accanto al Padre e al Figlio sta l’albero della vita, mai stanco di germogliare, che con le sue foglie guarisce le nazioni. Dio abiterà fra gli uomini, come veniva descritto dal vangelo di Giovanni per l’inizio dei tempi,  quando agiva la Parola creatrice. La Parola che ha abitato fra noi,  Gesù il figlio di Dio, l’Agnello, siederà sul trono  e noi vedremo il suo volto. La presenza così pregnante del Dio uno e trino farà nuova ogni cosa. L’annunzio di questa mattina è questo: Il giudizio finale farà sparire i cieli, la terra e il mare pieni del nostro peccato, la venuta del Figlio dell’uomo asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate, ecco un nuovo cielo e una nuova terra, una nuova Gerusalemme per i Suoi popoli.Questo annunzio, questo futuro che ci viene prospettato è una grande speranza, la più grande che noi si possa concepire.  Questa speranza risponde alle domande che sono nascoste in ogni mente interessata alla trascendenza. L’Apocalisse non rivela un mondo fantastico pieno di delizie, ma rivela che la presenza del Signore toglie il peccato dalla creazione esistente, completa la finitezza e l’imperfezione del mondo in cui abbiamo speso la nostra vita, apre una nuova dimensione. Dice il Signore: “le cose di prima sono passate …… io faccio nuove tutte le cose” questa speranza escatologica riguarda noi tutti, il termine della vita coinvolge ciascuno nel suo tempo. Questa speranza escatologica si riflette anche sul vissuto di ogni giorno, sul futuro dell’umanità. Moltmann, un teologo tedesco, sostiene la necessità della riscoperta di una concezione collettiva della speranza cristiana come fattore centrale nel pensiero  e nella vita del singolo individuo e della chiesa. Egli scrive: ”La Speranza sostiene e fa avanzare la fede, la Speranza è anche la forza che mette in azione  e sospinge il pensiero della fede, la sua riflessione sulla natura umana,   sulla storia e sulla società. …. Essa apre una prospettiva di futuro che ricomprende ogni cosa, anche la morte; essa può ricondurre in quella prospettiva anche le limitate speranze di rinnovamento della nostra vita, relativizzandole e orientandole”. Coltivare questa speranza collettiva con allegria e tenacia  è il compito della chiesa valdese di Verona, che lo Spirito faccia risuonare nelle nostre menti l’esortazione della prima epistola di Pietro  “attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio”.

Amen.

Ruggero Mica

LETTURE BIBLICHE:

1 Giona ne provò gran dispiacere, e ne fu irritato. 2 Allora pregò e disse: «O SIGNORE, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis. Sapevo infatti che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato. 3 Perciò, SIGNORE, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire piuttosto che vivere».
4 Il SIGNORE gli disse: «Fai bene a irritarti così?»
5 Poi Giona uscì dalla città e si mise seduto a oriente della città; là si fece una capanna e si riparò alla sua ombra, per poter vedere quello che sarebbe successo alla città. 6 Dio, il SIGNORE, per calmarlo della sua irritazione, fece crescere un ricino che salì al di sopra di Giona per fare ombra sul suo capo. Giona provò una grandissima gioia a causa di quel ricino.
7 L’indomani, allo spuntar dell’alba, Dio mandò un verme a rosicchiare il ricino e questo seccò. 8 Dopo che il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un soffocante vento orientale e il sole picchiò sul capo di Giona così forte da farlo venir meno. Allora egli chiese di morire, dicendo: «È meglio per me morire che vivere».
9 Dio disse a Giona: «Fai bene a irritarti così a causa del ricino?» Egli rispose: «Sì, faccio bene a irritarmi così, fino a desiderare la morte». 10 Il SIGNORE disse: «Tu hai pietà del ricino per il quale non ti sei affaticato, che tu non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito; 11 e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?» [Giona 4, 1-11]

8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. [Rm 13,8-10]

38 «Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. 39 Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; 40 e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle.
43 Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. [Mt 5,38-44]

PREDICAZIONE

Vorrei raccontare una breve storia: Marco e Antonio sono due conoscenti, iscritti all’università, a notte fonda stanno bevendo e giocando a carte insieme ad altri quattro colleghi, ad un certo punto scoppia una lite, Marco si lascia prendere dalla furia ed inizia a sbraitare ed urlare verso Antonio. Questi mantiene un atteggiamento calmo e riservato ma la collera di Marco è fuori controllo, si alza in piedi e sfida l’amico a fare a pugni. Antonio reagisce alla provocazione con grande calma e gli dice che avrebbe considerato la possibilità di battersi con Marco solo se prima avessero finito la partita. Nonostante la rabbia Marco accetta. Nei minuti successivi tutti imitano il comportamento di Antonio e finiscono la partita come se non fosse accaduto nulla di importante. Questo da il tempo a Marco di calmarsi e raccogliere i propri pensieri. Al termine Antonio dice con calma a Marco: “ Adesso se vuoi discuterne ancora, vengo fuori.” L’altro che ha avuto sufficiente tempo per calmarsi e riflettere si scusa e non si verifica alcuna rissa.

Una scena violenta, per fortuna solo verbalmente ma sicuramente contemporanea. Cosa ha permesso di risolvere il problema?

(Ascolto? capacità di controllare gli impulsi e le emozioni? -Magari Antonio era sobrio? Una decisione? Un’azione? )

Veniamo al brano di Paolo. Nella lettera ai Romani l’Apostolo pone due quesiti: chi fa parte della comunità cristiana e come si deve comportare che ne fa parte. Per Paolo è la fede in Cristo l’unico requisito per fare parte del gruppo di coloro che sono salvati, quindi non è necessario accettare la legge ebraica. L’altro punto è che il comportamento dei fedeli in quanto morti con Cristo e divenuti nuove creature deve essere irreprensibile. Non è quindi il linguaggio legale ad essere fondamentale ma la partecipazione alla vita di Cristo. Difatti Paolo cita i comandamenti e li supera, riassumendoli nel comandamento dell’amore. Dalle norme alla norma …”non religione dei mille precetti ma di un solo comandamento: amatevi” come ebbe a dire qualcuno.

Già … ma amare può essere una norma ? Si può davvero comandare di amare? Le emozioni non sono poi così sotto il nostro controllo, pare proprio irreale “dover” amare. Perfino ipocrita, amare una persona non amabile, non rischiamo di ingannare noi stessi e gli altri nel farlo ? Alla luce dell’Evangelo poi emerge tutta la forza dirompente di questo comando dell’amore . “Amate i vostri nemici” . Ma come, già faccio fatica ad amare chi mi sta antipatico come faccio ad amare un nemico? Già ai tempi di Cristo era un concetto sconvolgente. Amare il prossimo faceva già parte della cultura ebraica , la regola aurea, comune anche a molte culture ma amare i nemici … . E’ la grande novità del messaggio di Gesù , è un insegnamento che permea pienamente e completamente la vita stessa di Gesù, dall’inizio alla sua morte in croce. E’ la sua concezione della vita tant’è vero che in tutto il Nuovo Testamento le sue sono le sole labbra da cui lo sentiamo . Amare i nemici è la cartina tornasole della qualità del nostro amore . Allora è un compito impossibile ? Troppo alto perchè si possa raggiungerlo? Dipende da cosa intendiamo per amore.

La parola amore è divenuta spesso espressione di mero sentimentalismo oppure indica emozione che provo nel vedere l’altro persona, viene identificato come uno stato emotivo. Una piacevole sensazione in cui mi posso imbattere se sono fortunato o sensibile. Certo l’emozione dell’amare è presente nella Bibbia: un amore viscerale di Dio per le sue creature ma l’accento nei brani biblici di oggi è diverso. Come comprendiamo che Dio ci ama? E’ quanto egli ha fatto che ci fa comprendere il suo amore , a partire dal suo Figlio dato per la nostra redenzione. E’ un’azione. Anche nel nostro linguaggio comune si parla di ATTO DI AMORE: è l’amore che si identifica con le azioni. Anche nel brano di Giona lo abbiamo letto. Dio ha creato la pianta di ricino per proteggere Giona, i verbi stessi lo indicano : affaticato , fatto crescere, un amore che crea e che opera. Un amore che opera indipendentemente da cosa fa l’altro . Gli Assiri erano i nazisti dell’epoca e Dio li converte, gli manda un profeta, dimostra il suo amore operando. Giona non è molto d’accordo ecco perchè amare il nemico è qualcosa di divino, ecco perchè Gesù lo esprime così chiaramente, vediamo proprio il Signore per come egli è nella parte più intima e profonda e Gesù ce lo rivela.

Amare quindi è promuovere attivamente il bene per la persona , amare il nemico significa operare per il bene di quella persona . Non significa quindi in primo luogo modificare i propri sentimenti che proviamo nei suoi confronti ma significa cercare di fare il bene per quella persona , senza tenere conto di quelli che potrebbero essere i nostri sentimenti nei suoi confronti., L’amore AGISCE per il bene dell’altro. Questo è l’amore ci cui parla Paolo, questo è l’amore di cui parla Gesù .
Amore quindi che agisce, se torniamo alla storia di Marco e Antonio, Antonio ha agito un comportamento, ha SCELTO.

Amare il prossimo, amare il nemico addirittura: una SCELTA, un comandamento che non ha l’arroganza di imporre un’emozione ipocrita ma ha la saggezza di chiedere di scegliere e di agire.

Richiede sforzo e saggezza.

L’amore ha un carattere ATTIVO e si fonda su:
-premura
-responsabilità
-rispetto

Premura: vediamo la premura di una madre per un bambino, che prova avremmo del suo amore se non la vedessimo curare il piccolo. Se un uomo ci dicesse di amare i fiori e noi lo vedessimo dimenticare di innaffiarli: non crederemmo nel suo amore. Dio ha spiegato a Giona che l’essenza dell’amore è lavorare per qualcosa, amore e lavoro sono inseparabili.

Responsabilità, che spesso viene intesa come dovere verso un’imposizione esterna. Noi come protestanti lo sappiamo bene , a partire dalla “Libertà del Cristiano “ di Lutero: non è servizio cristiano quello non svolto nella libertà. Responsabilità quindi come libera risposta al bisogno espresso o meno di un altro essere umano

Rispetto, deriva dal latino Respicere, ovvero guardare indietro, è la capacità di vedere una persona com’è , di conoscerla nella sua individualità , di non voler che sia come sono io per sentirla più affine (quindi più facile amarla). Possiamo guardare solo se animati dall’interesse e non fermandoci alla superficie. Se guardo ad esempio mi accorgo che è ansiosa o stressata capisco che ha un senso di colpa e magari comprendo che la sua ira è la manifestazione di un malessere più profondo e la sua collera è indice di sofferenza . Rispettare, vedere l’altro è possibile, è un atto, una scelta possibile se si riesce ad annullarsi, vedendo l’altra o l’altro quale ella o egli è . Come un cielo stellato che possiamo vedere bene, completamente se le luci delle nostre città che ci avvolgono non lo impediscono.

Amare quindi come azione, come scelta fatta di passi concreti, nella premura, nella libera responsabilità, nel rispetto.

Amen

 

Alessandro Serena

LETTURA BIBLICA

21 Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» 22 E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
23 Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. 25 E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. 26 Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”. 27 Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: “Paga quello che devi!” 29 Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me, e ti pagherò”. 30 Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. 31 I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. 32 Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; 33 non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” 34 E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. 35 Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello».  (Mt 18,21-35)

SERMONE

La parabola del servitore spietato che abbiamo appena letto ci porta alla mente recenti fatti di cronaca. Nel testo letto, il re con il suo potere condona un debito, ma tutto finisce nel peggiore dei modi, con carcere e pena per due intere famiglie. Anche ai nostri giorni succede che una possibilità di comprensione e di perdono venga bruciata dalla frustrazione  e dalla rabbia.  Alcune settimane fa, vicino a Lecce, il fratello di una portatrice di handicap ha sparato a tre persone per un parcheggio negato! Le auto ferme davanti alla porta di casa impedivano la uscita della sorella in carrozzella.  Dopo un anno e mezzo di soprusi, si è procurato una arma ed ha ucciso tre vicini di casa appena arrivati con l’auto! Secondo il racconto del comandante dei vigili urbani, gli era stato chiesto se voleva che si provvedesse a destinargli un parcheggio riservato per portatori di handicap davanti a casa, ma lui aveva rifiutato. Diceva: «Non c’è bisogno perché nella strada c’è posto per tutti», raccontano i vicini. L’assassino ha dichiarato ai carabinieri: «Lo facevano apposta a parcheggiare le loro auto davanti a casa mia. Ho sbagliato, non voglio essere difeso, pagherò, ma dovevo mettere fine a questa storia». Come si diventa nemici lo sappiamo tutti.  Si comincia piano, pianissimo, a volte,  si comincia persino bene. Siamo pur sempre vicini di casa. Ci saranno stati saluti all’inizio, sorrisi, forse anche piccoli favori, il portone tenuto aperto per far passare il passeggino, il postino ha lasciato questa per lei.  Poi piano piano, l’abisso.  Un gesto che produce un fastidio minuscolo ma, nella ripetizione, diventa un fastidio intollerabile, un’offesa gravissima che nessun scorrere del tempo riesce a perdonare e si fa putrida nel cuore. L’altro ormai è un nemico su cui scaricare i nostri sentimenti compressi. Siamo sordi e ciechi, evitiamo  le occasioni di conciliazione che si presentano. Contro la rabbia e la frustrazione occorre fare gesti di pace, imboccare un percorso di perdono . Nella nostra regione, nelle nostre città, nella nostra chiesa il perdono è una strada da imboccare e da mantenere! In Italia, in Europa c’è un gran bisogno di perdono, non di proporre capri espiatori! Nel clima che respiriamo ogni giorno è facile armare la nostra umanità, usare l’intolleranza piuttosto che la sopportazione. Noi abbiamo imparato a diffidare, abbiamo risposto con la durezza piuttosto che con la benevolenza, con la ritorsione piuttosto che con il perdono. A conoscenza di questi fatti di cronaca  o dopo aver letto la parabola, siamo tutti d’accordo. La ricerca almeno di una conciliazione è ragionevole, evita sciagure. Il perdono, diverso dall’oblio, avrebbe reso possibile la vita di relazione. Bastava confrontare quello che sentiva con il contesto urbano, bastava calcolare la differenza tra la cifra condonata e il credito vantato! Già, ma allora di fronte ad una offesa che continua a ripetersi, quante volte dovremo perdonare? Anche i discepoli di Gesù lo chiesero. La saggezza popolare italiana è tagliente, risponde ai nostri sentimenti impulsivi,  dice il proverbio: “ la prima perdona, la seconda bastona”. La saggezza rabbinica, seguiva un fine ragionare e andava oltre : “perdona sette volte”. Gesù sfonda ogni previsione:”perdonate settanta volte sette”. Cosa ci vuol dire Gesù con questo numero che ci riempie la bocca, settanta volte sette, con questa parabola che sembra un fatto di cronaca nera sul giornale? L’annuncio di questo passo di Matteo è questo: “Il perdono va perseguito con la ragione e il sentimento, ma il senso, la misura del gesto non si trova nelle relazioni umane, ma presso Dio nostro Signore.” Il salmo che abbiamo letto in apertura del culto recita: “Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore.” Ricordiamo anche un testo che ci sovviene certo più facilmente, il Padre nostro, ogni volta recitiamo:  rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il perdono che chiediamo a Dio è legato al perdono che noi pratichiamo. Questa affermazione, letta senza attenzione, sembra dire che il nostro padre nei cieli è un nostro seguace, uno che  attende noi per agire. Impossibile.  Lui è colui che giudica. Lui è colui che ci ama per primo. Quel  COME non indica il modo, indica il tempo. Si può dire ad esempio:”Come ho messo i piedi fuori dell’auto, ha cominciato a piovere”. Dio ci perdona nel momento che noi perdoniamo  gli altri. Noi riceviamo il perdono, incontriamo il perdono divino nel tempo del nostro perdonare chi ci ha offeso. Tre domeniche fa il fratello Alessandro Serena, predicando sull’amore per i propri nemici ha spiegato: “Amare il nemico non significa modificare i sentimenti che proviamo nei suoi confronti, ma significa cercare di fare il bene di quella persona senza tenere conto di quelli che potrebbero essere i nostri sentimenti. Amare il nemico è qualche cosa di divino”. Anche per il perdono non dobbiamo affidarci ai nostri sentimenti, non dobbiamo misurare il perdono con la ragione giuridica, il perdono è qualche cosa di divino. Presso Dio troviamo il suo perdono per noi e il nostro perdono per gli altri. Lo sforzo di perdonare i nostri nemici, va inscritto  nella ricerca della azione dello Spirito Santo. Se continuiamo a domandarci : “Dio dove sei?” troveremo la forza di perdonare. Come recita il salmo, il timore di Dio, la consapevolezza della distanza tra la azione di Dio e il nostro ragionare,  è la dimensione in cui possiamo  ricevere il perdono per noi e dare il perdono agli altri. Se torniamo alla parabola comprenderemo ancora meglio il legame tra il nostro anelito al Signore e la possibilità di perdonare gli altri. “Il regno dei cieli è simile ad un re” così comincia la parabola , questo vuole avvisarci che la lettura del testo non è etica, ma teologica. Il centro della parabola non è l’etica dell’adeguarsi alle scelte del potere, se c’è un condono anche noi dobbiamo condonare. Non è neanche il bilancio tra il dare e l’avere del debito. Il condono reale è grande e rende conseguente il mio condono. Il centro è la compassione del re davanti alla preghiera del servo debitore.   Il senso, la radice del gesto reale è la compassione per chi lo invoca. Compassione che non scende nel cuore del servitore. Compassione divina che avvertiremo quando anche noi saremo compassionevoli. Conoscere la compassione di Dio, essere visitati dalla sua grazia, comprendere che solo nell’azione dello Spirito Santo, il nostro perdono rinnova la relazione con il nostro nemico. Questo ci indica la parabola. “Perdonate settanta volte sette”, queste parole di Gesù ci invitano a non cessare mai la ricerca del volto di Dio, uno sforzo di meditazione e di preghiera. Allora, il perdono per le offese che ci hanno lacerato, matureràAllora il tempo, che passando diluisce l’offesa ma non lava il guasto, sarà un tempo di grazia. Fare il bene di chi ci è stato avverso è possibile nella comunione con il figlio di Dio. Che il Signore guidi le nostre mani che cercano le mani del nostro prossimo.

Amen.

Ruggero Mica

LETTURE BIBLICHE: Geremia 29:1-14

1 Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme, al residuo degli anziani, in cattività, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nebukadnetsar aveva condotto in cattività da Gerusalemme a Babilonia.
2 (Questo avvenne dopo che il re Jekoniah, la regina, gli eunuchi, i principi di Giuda e di Gerusalemme, gli artigiani e i fabbri furono usciti da Gerusalemme).
3 La lettera fu recata per mezzo di Elasah, figlio di Shafan, e di Ghemariah, figlio di Hilkiah, che Sedekia, re di Giuda, aveva mandato a Babilonia da Nebukadnetsar, re di Babilonia. Essa diceva: 4 “Così dice l’Eterno degli eserciti, il DIO d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre in cattività da Gerusalemme a Babilonia:
5 Costruite case e abitatele, piantate giardini e mangiate i loro frutti.
6 Prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli e date le vostre figlie a marito, perché generino figli e figlie e perché là moltiplichiate e non diminuiate.
7 Cercate il bene della città dove vi ho fatti condurre in cattività e pregate l’Eterno per essa, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere.
8 Così dice infatti l’Eterno degli eserciti, il DIO d’Israele: Non vi traggano in inganno i vostri profeti e i vostri indovini che sono in mezzo a voi, e non date retta ai sogni che fate.
9 Poiché vi profetizzano falsamente nel mio nome; io non li ho mandati”, dice l’Eterno.
10 “Così dice l’Eterno: Quando saranno compiuti settant’anni per Babilonia, io vi visiterò e manderò ad effetto per voi la mia buona parola, facendovi ritornare in questo luogo.
11 Poiché io conosco i pensieri che ho per voi”, dice l’Eterno, “pensieri di pace e non di male, per darvi un futuro e una speranza.
12 Mi invocherete e verrete a pregarmi, e io vi esaudirò.
13 Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore.
14 Io mi farò trovare da voi”, dice l’Eterno, “e vi farò tornare dalla vostra cattività; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”, dice l’Eterno; “e vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatto condurre in cattività.

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
circa 500 anni prima di Cristo, nel 586 a. C., tutte le persone istruite di Gerusalemme vennero deportate a Babilonia: Anziani, sacerdoti, profeti, artigiani, scultori, i fabbri, i consiglieri, la regina, e il re Jekonia.
La potenza babilonese era vista come oppressiva e la speranza del ritorno diventava sempre più flebile.
Motivo costante, opprimente e angosciante di gran parte dell’opera di Geremia è l’annuncio della catastrofe imminente e delle terribili punizioni che colpiranno a tutti i livelli la società che si è rifiutata di piegarsi alla volontà divina. Ma se Geremia arriva alle espressioni più violente nella critica del male, in coerenza alla sua visione che non può consentire alcun compromesso, egli è anche l’uomo capace di consigliare e indirizzare i suoi fratelli in pace e serenità, nella prospettiva di tempi migliori. Il suo è un importante messaggio ai primi esuli ebrei in Babilonia, che si chiedevano come reagire alla violenza subita, se e come iniziare una nuova vita, ed erano disorientati da promesse e annunci falsi di liberazione. A loro Geremia indirizza una lettera che è un lucido documento di realismo politico, che tuttavia in nulla cede moralmente, e che chiarisce i termini della salvezza; questa vi sarà, ma non subito, per cui sarà bene che gli esuli riprendano una vita normale, costruendo case, lavorando e sposandosi, e adoperandosi per la pace della società che li ospita (29:1-15). Pochi versi come questi hanno avuto tanto impatto nelle successive vicende della storia ebraica, come guida al comportamento nella Diaspora.
Costruite case e abitatele, prendete mogli e generate figli e figlie. Moltiplicatevi e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatto condurre in cattività e pregate l’Eterno per essa, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere.
Resistete e integratevi, vivete: un programma che Geremia propone a coloro che sono esuli, in una terra lontana, perché la salvezza avverrà, ma non è ancora vicina.
Passeranno 70 anni e poi il Signore rivelerà la sua bontà e la sua misericordia permettendo il ritorno del popolo. Fino ad allora però il profeta chiede al popolo di vivere pienamente nel luogo dove si trova, di integrarsi pienamente, di cercare addirittura il bene, lo shalom, della città e della nazione nella quale essi vivono.
Oggi le deportazioni forzate non avvengono più come ai tempi del profeta Geremia, ma i movimenti dei popoli e delle persone umane sono anche maggiormente evidenti rispetto al passato. Le persone oggi sono costrette a muoversi per via della carestia, della mancanza di libertà o di condizioni adatte alla vita. E per tutti coloro che si trovano a vivere in terra straniera, anche oggi, per tutti i migranti o gli emigrati o i deportati vale ancora oggi questa parola del Profeta: cercate il benessere della città nella quale vivete , perché da esso dipende il vostro benessere.
Cercare il benessere di una città e di una nazione però non è cosa semplice, perché per fare del bene non basta importare i nostri modelli e la nostra cultura di origine: bisogna integrarsi, bisogna imparare a conoscersi, e in un certo modo anche a volersi bene.
Un modello certamente non facile quello che ci propone il profeta, perché significa entrare in relazione; prenderete mogli per voi e per i vostri figli e per le vostre figlie e soprattutto, vi moltiplicherete e non diminuirete.
La continuità del popolo dipende dal legame con la nazione nella quale vivono, le due cose non possono essere separate.
Infine l’amara verità, che contiene però anche una grande promessa.. dopo settanta anni.. 12 Mi invocherete e verrete a pregarmi, e io vi esaudirò.
13 Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore.
14 Io mi farò trovare da voi”, dice l’Eterno, “e vi farò tornare dalla vostra cattività; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”, dice l’Eterno; “e vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatto condurre in cattività.
70 anni però sono due o tre generazioni… probabilmente chi ricevette questa lettera dal parte del profeta Geremia non fu tra coloro che rientrarono in patria…
E questa amara promessa è trasversale alla fede biblica: chi entrò nel deserto non fu la generazione che ne uscì, così come i credenti che conobbero personalmente Gesù non sono più qui oggi a testimoniare insieme a noi.
Probabilmente non saremo i testimoni del ritorno, così come non erano gli esuli che ricevettero la lettera di Geremia, ma possiamo preparare il futuro, predisporre i cambiamenti necessari affinché le generazioni future possano prosperare e con esse la civiltà nella quale crescono. A noi spetta il compito di trasmettere la fede certa che il Signore mai ci abbandona, e che tornerà per darci un futuro e una speranza.
Amen

Pastora Laura Testa

1 Or lo Spirito dice espressamente che negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, dando ascolto a spiriti seduttori e a dottrine di demoni, 2 per l’ipocrisia di uomini bugiardi, marchiati nella propria coscienza, 3 i quali vieteranno di maritarsi e imporranno di astenersi da cibi che Dio ha creato, affinché siano presi con rendimento di grazie da coloro che credono e che hanno conosciuto la verità. 4 Infatti tutto ciò che Dio ha creato è buono e nulla è da rigettare, quando è usato con rendimento di grazie, 5 perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera. 6 Proponendo queste cose ai fratelli, tu sarai un buon ministro di Gesù Cristo, nutrito nelle parole della fede e della buona dottrina, che hai seguito da vicino.

(1Ti 4:1-6 LND)

Ma chi è il buon ministro di Gesù Cristo? Cosa è chiamato a fare? Quale è la maniera corretta di vivere la nostra chiamata al servizio?

La prima lettera a Timoteo ci viene incontro e ci offre alcune delucidazioni; prima di tutto ci mette in guardia: tutto ciò che Dio ha creato è buono e nulla è da rigettare.

Una parola fondamentale che parla dell’etica cristiana: lo Spirito ci rende accorti che un segno degli ultimi tempi sarà uno spirito settario e di divisione, che cercherà di distinguere tra ciò che è buono e ciò che non lo è, ma ricordatevi che tutto ciò che è creato da Dio è buono, e va usato con rendimento di grazie, santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera.

L’intera vita dei credenti è quindi da rivedere alla luce di questa attività triplice: rendere grazie, essere santificati dalla Parola di Dio e rivolgersi a Dio nella preghiera.

La libertà che Dio ci offre è sperimentabile infatti proprio nel riconoscere che siamo parte di un progetto più grande di noi: apparteniamo a Dio, siamo suoi figli e figlie, nel Creato di Dio.

Quindi siamo qui oggi, un’assemblea di Santi, chiamati ad essere ministri del Signore e a costruire, grazie al dono del suo Santo Spirito, una comunità di apostoli che annunciano la Santa Parola di Dio al mondo.

E l’Evangelo è ciò che garantisce il “successo” del nostro ministero: se tu dirai queste cose, se le proporrai loro sarai un buon ministro di Gesù Cristo, nutrito nelle parole della fede e della buona dottrina che hai seguito da vicino ci dice l’apostolo.

Se è l’Evangelo a sostenere le nostre esistenze e il nostro successo è nelle mani di Dio, siamo liberati dalle nostre ansie e dalle nostre preoccupazioni quotidiane: un giorno un fratello senza lavoro e senza nulla da mangiare mi disse sorridendo, il Signore mi aiuterà, non c’è da disperare.

Ecco quindi, rimettere al centro delle nostre vite l’azione protettiva ed amorevole di Dio che sempre ci accompagna, senza essere preoccupati del “resto”, perché esso è nelle mani del Signore.

Piuttosto invece tutto ciò che noi desideriamo fare e sperimentare al Servizio di Dio, della Chiesa, dei fratelli e delle sorelle, del mondo e delle nostre famiglie, questo facciamolo sempre rendendo grazie.

Il rendere grazie infatti cambia il mondo attorno a noi: Grazie Signore perché oggi sono qui insieme ai miei fratelli e alle mie sorelle, grazie Signore perché mi hai donato capacità, abilità e sapienza per poter fare qualcosa al tuo santo Servizio e io sono lieto di farlo.

Sono felice, sono riconoscente, sono allegro e grato di ciò che il Signore ha predisposto per me.

Questo atteggiamento cambia la Chiesa e le nostre relazioni in meglio, perché se non sono lieto e gioioso nello svolgere un Servizio, se non riesco a rendere grazie allora quello è il momento in cui la preghiera viene in soccorso: l’appello accorato di chi implora l’azione salvifica di Dio per sé e per la Chiesa.

Se faremo questo come ministri della Chiesa, il nostro servizio sarà buono ed efficace, perché il Signore ci offre la sua vicinanza ed il suo supporto.

Certamente ci saranno tentazioni e ci saranno quelli che proveranno ad imporre divisioni, discipline diverse, che proveranno a dividere tra ciò che è buono e ciò che non lo è, oppure ancora a discernere tra quei fratelli che sono santi e quelli che non lo sono. Ma fratelli e sorelle, solo Dio conosce i suoi e nulla di ciò che ha creato è da rigettare.

Anche se talvolta può risultare difficile, la liberà di Dio sta proprio in questo, nel fatto che in Lui e per Lui anche le cose o le persone che ci sembrano pericolose o distruttive possono essere di grande testimonianza per la fede. Ad esempio alcune Chiese non mangiano la carne durante la quaresima oppure dicono che bisogna astenersi sempre dal bere alcolici, ma non è così: bisogna accogliere la creazione bella di Dio, ma nell’usarla bisogna ricordarsi la misura. Non è bene ubriacarsi, così come non è bene mangiare carne tutti i giorni, e anche nel digiuno, bisogna prestare attenzione a non strafare, perché potrebbe affaticare i nostri organi interni. Allo stesso modo con le persone, bisogna accogliere tutti e ciascuno, come creature di Dio e non rigettare nessuno nelle tenebre, ma spingere sempre di più le menti ed i cuori all’amore di Cristo e all’amore reciproco, rendendo grazia ed intercedendo gli uni per gli altri, sapendo che la verità e la giustizia dimorano in Dio e che Egli ci guarda misericordioso.

Past. Laura Testa

LETTURE BIBLICHE:

21 Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. 22 Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele». 25 Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» 26 Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». 27 Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle brìciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita. (Mat 15:21-28 NRV)

1 Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti! Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunziato il mio nome fin dal grembo di mia madre.
2 Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, mi ha nascosto nell’ombra della sua mano; ha fatto di me una freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra,
3 e mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria».
4 Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza; ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio».
5 Ora parla il SIGNORE che mi ha formato fin dal seno materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, per raccogliere intorno a lui Israele; io sono onorato agli occhi del SIGNORE, il mio Dio è la mia forza.
6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra». (Isa 49:1-6 NRV)

Dopo aver trattato della futura liberazione del popolo, il Profeta chiamato secondo Isaia, parla del Messia, sotto la cui guida il popolo fu portato fuori da Babilonia, come era stato precedentemente portato fuori dall’Egitto. Per secoli la Chiesa e i credenti di ogni parte del mondo hanno visto la conferma di questa profezia dall’opera di Cristo dal quale le anime scoraggiate possono essere confortate e rafforzate; poiché da lui, scrive il riformatore Giovanni Calvino: non dovrebbero solo aspettarsi la salvezza eterna, ma dovrebbero anche aspettarsi la liberazione temporale.
Una liberazione che non è data solo per il popolo d’Israele, ma per le nazioni che erano al di là del mare, le nazioni straniere che erano a grande distanza dalla Giudea, a cui, dà il nome di “Isole”.
L’azione del Messia, Servo del Signore, ha una portata universale, addirittura cosmica, perché si estende ad ogni dimensione dell’esistenza.
Un Messia che per noi è stato rivelato in Cristo Gesù e di cui, insieme ad Israele ancora attendiamo il ritorno, un messia che ci unisce nella fede insieme agli Ebrei e a tutti coloro che ascoltano la Sua Parola.
Infatti, il profeta usa un duplice paragone per esprimere il potere e l’energia della Parola, la parola di Dio è rapida e potente come una spada affilata e come una freccia appuntita; Cristo è stato quindi nominato dal Padre, non per governare, secondo la maniera dei principi, per la forza delle armi, e circondandosi di altre difese esterne, non per farsi un oggetto di terrore per il suo popolo; ma tutta la sua autorità consiste nella Parola, nella cui predicazione egli vuole essere ricercato e riconosciuto.
Fratelli e sorelle, Cristo vince il mondo con la Parola, non con le armi, non con le divisioni, non con le guerre, ma con la Parola.
Parola efficace e coerente che porta cambiamento e conversione nelle vite dei credenti, parola che promette salvezza agli esuli, a coloro che sono afflitti, che hanno sofferto per via delle guerre, della violenza, dell’abuso, dell’avidità, della sete di potere umana.
Una parola che promette anche che Dio con il suo potere protegge il suo Servo e la sua Chiesa e i credenti, affinché nulla possa opporsi ad essa e Dio possa manifestare la sua Gloria.

Giovanni Calvino scrive nel suo commentario, che il profeta Isaia sottolinea questo aspetto, poiché non appena la bocca di Cristo è aperta, cioè, non appena il suo Vangelo è predicato, gli avversari si alzano da ogni parte e innumerevoli nemici si uniscono per schiacciarlo; cosicché l’efficacia che attribuisce alla dottrina non sarebbe sufficiente, se non venisse aggiunta la sua protezione, per scacciare gli avversari. Inoltre, la presente domanda non riguarda la persona di Cristo, ma l’intero corpo della Chiesa. In effetti, dobbiamo iniziare con il Capo, ma dobbiamo poi scendere ai membri; e a tutti i ministri della Parola si deve applicare ciò che è affermato qui riguardo a Cristo; poiché a loro viene data una tale efficacia della Parola, che non possono picchiare pigramente l’aria con le loro voci, ma possono raggiungere i cuori e toccarli al più presto. Il Signore fa risuonare anche la voce del Vangelo; solo in un posto, ma in lungo e in largo in tutto il mondo. In breve, perché li tiene fedelmente sotto la sua protezione, anche se sono esposti a molti attacchi, e sono assaliti da ogni parte da Satana e dal mondo, eppure non si allontanano dal loro corso. Il Signore ci custodisce con la sua ombra e ci “nasconde come frecce nella sua faretra”, affinché non siamo esposti agli assalti dei nemici.
Sappiamo però che sovente ci assalgono dei momenti di scoraggiamento e anche il Servo del Signore del Canto d’Isaia si scoraggia, lo fa anche il Signore Gesù morente sulla croce, così come lo fa la Chiesa con i suo ministri e i credenti che si lamentano con Dio per l’ingratitudine del mondo e perché nel mondo non sembra vedersi alcun effetto positivo dalla dottrina del Vangelo, che di per sé è efficace e potente. Eppure tutta la colpa si basa sull’ostinazione e l’ingratitudine di coloro che superbamente respingono la grazia di Dio offerta loro, e scelgono spontaneamente di perire.
Troppi sono gli arroganti, gli assolutisti, coloro che totalmente concentrati su sé stessi e sul proprio potere eccitano le masse spingendo alla violenza e alla perdita di controllo.

ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio

Qui è la grande consolazione di ogni credente di fronte al male nel mondo, di fronte alla malattia, ai delitti, agli avversari. Possiamo buttare via lo scudo delle nostre difese, possiamo abbassare e gettare via le armi: Cristo è la nostra vittoria, il Messia che è il Servo di Dio e intraprende la causa di tutti coloro che lo servono fedelmente e, come loro avvocato, fa avanza un’accusa in nome di tutti. Una sorta di class action come si direbbe oggi.
Come discepoli di Cristo non lasciamoci terrorizzare dalla moltitudine o dal potere dei nemici: la luce, che Cristo porterà, illumina le nostre menti, affinché il Santo Evangelo possa guidarci alla salvezza. Due cose, quindi, dovrebbero essere rimarcate; primo, che i nostri occhi sono aperti da Cristo; e in secondo luogo, che noi che siamo morti siamo riportati alla vita, o meglio la vita ci viene restituita e siamo riconoscenti.
Amen

Pastora Laura Testa