Entra, figlio mio, entra figlia mia! – Predicazione di domenica 17 giugno 2018

LETTURE BIBLICHE: Luca 15,11-32; I Giovanni 4,7-11

11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte che mi spetta della proprietà”. Ed egli distribuì tra loro il patrimonio. 13 E dopo pochi giorni, raccolta ogni cosa, il figlio più giovane partì per un viaggio in una regione lontana e là dilapidò quanto possedeva, vivendo dissolutamente. 14 Quando ormai aveva speso ogni cosa, venne una carestia terribile in quella regione e lui cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, ed egli lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 e lui desiderava nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. 17 Ritornato in sé, disse: “I salariati di mio padre abbondano di pane e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi salariati”. 20 E alzatosi se ne andò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e si commosse. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22 Ma suo padre disse ai suoi servi: “Presto! Portatemi la veste migliore e vestitelo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi, 23 portate il vitello ingrassato e festeggiamo con un lauto pasto, 24 perché questo mio figlio era morto ma è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25 Il figlio maggiore era nei campi; e sulla via del ritorno, come si fu avvicinato alla casa, udì che si danzava al suono dei flauti; 26 chiamato uno dei servitori, chiedeva cosa stesse accadendo. 27 Quello gli disse: “Tuo fratello è giunto e tuo padre ha macellato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto indietro sano e salvo”. 28 Udito ciò, egli si adirò e non voleva entrare. Suo padre allora uscì e lo pregava di entrare. 29 Egli rispose dicendo a suo padre: “Ecco, ti ho servito tutti questi anni e non ho mai trasgredito alcun tuo comando, eppure non mi hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma quando questo tuo figlio, che ha divorato il tuo patrimonio con le prostitute, è arrivato, hai macellato per lui il vitello ingrassato”. 31 Allora il padre gli rispose: “Figlio, tu sei sempre con me, e ogni cosa mia è tua. 32 Ma era giusto fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto maè tornato in vita, era perduto ma è stato ritrovato”».
Luca 15,11-32

7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9 In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. 10 In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. 11 Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
I Giovanni 4,7-11

La parabola che abbiamo letto oggi racconta la storia di due giovani ebrei, due fratelli tra loro molto diversi: entrambi ci risultano familiari e ognuno di noi può probabilmente riconoscersi nell’uno o nell’altro.
Il maggiore è attento alla Legge, obbediente, devoto alle prescrizioni imposte dalla religione, oltre che dall’educazione, ma talmente rigido nella sua obbedienza da non saper trarne alcun piacere. Fa’ il suo dovere, coscienziosamente, ma senza metterci il cuore, senza assumersi veramente la responsabilità di quello che fa. Nulla fa presagire che agisca per amore del lavoro, o del padre, o della terra, ma sembra che si impegni solamente perché così si deve fare. Il suo mondo comincia e finisce nel suo dovere e non pare avere altri orizzonti. Potrebbe chiedere un capretto al padre per fare una festa con gli amici, ma non gli viene neppure in mente di poterlo fare. Così rinchiuso nel suo dovere non capisce il padre. Non può capirlo, perché il padre, invece, dimostra di essere spinto prioritariamente dall’amore sia quando regala in anticipo le sue proprietà al figlio minore, lasciandolo libero di seguire la propria strada, sia quando lo accoglie a braccia aperte: così facendo egli trasgredisce proprio al suo dovere, inteso come applicazione rigida di leggi e consuetudini. L’amore, sembra voler dire il padre al suo primogenito, non si può calcolare con il bilancino del ragioniere. Come risuona dentro di noi questa situazione? Possiamo riconoscerci in questa incapacità del figlio maggiore di buttare, come si dice in Italia, il cuore oltre l’ostacolo, senza fare calcoli, senza soppesare con il metro le situazioni?
Il minore, al contrario, respinge la tradizione, rifiuta il dovere e chiede al padre non solo di potersene andare, ma anche di ricevere subito la sua parte di eredità, benché la legge ebraica prevedesse dei precisi limiti. Egli infatti pretende, e ottiene, l’utilizzo pieno della sua parte, che finirà col dissipare, mentre per la Legge israelitica lui avrebbe potuto vendere quello che gli sarebbe spettato solo dopo la morte del padre. Addirittura, quando sarà in gravi difficoltà economiche accetterà di tenere i maiali, pur sapendo che era proibito ai buoni israeliti ed esisteva una sentenza giudaica che affermava “Maledetto l’uomo che alleva maiali”. Un ragazzo che non vuole prendere sul serio la propria vita ed assumersi le sue responsabilità, ma solo ribellarsi a quello che sente essere un fardello troppo pesante per le sue spalle. Qualcuno di noi, forse, può riconoscersi in questo giovane uomo e nella sua incapacità di diventare adulto e di prendere sul serio le proprie responsabilità.

Ma il vero protagonista della parabola è il padre: questo padre che ci sconcerta e ci stupisce. Questo padre che in fondo ci sembra un po’ ingiusto: ma come, vorremmo dirgli, perché reintegrare il figlio che se ne è andato? Comprendiamo le aspettative del ragazzo: suo padre non tratta così male i suoi servi e quindi va da lui, sarà servo, ma avrà da mangiare tutti i giorni e potrà vivere una vita dignitosa. Questa richiesta ci sembra legittima, accettabile: il ragazzo è pentito, si può perdonarlo, accoglierlo, ma nel riprenderlo in casa non bisogna mai fargli dimenticare la sua colpa. Ha rinunciato ad essere figlio? E allora che viva da servo invece che da figlio. Si è accorto tardi del suo errore, ora sarebbe troppo comodo essere reintegrato come nulla fosse. E che diamine, c’è una giustizia a questo mondo, o no? Il ragazzo stesso ne è consapevole: proprio perché ha toccato il fondo, non si aspetta niente, non si sente in credito di niente. E’ come la peccatrice perdonata, come il pubblicano di cui ci ha parlato il sermone di due settimane fa. Chiede aiuto, benché sappia di non meritare nulla.

E invece il padre cosa fa? Gli corre incontro, non lo lascia neppure parlare, ma lo abbraccia e lo bacia, attraverso i simboli della veste, dell’anello e delle scarpe lo reintegra completamente, e infine macella per lui il vitello grasso: il piccolo è nuovamente uno della famiglia, il figlio amato che si credeva perduto è tornato.

Ma così facendo, vorremmo dire, e quante volte ci è capitato di dire, ha defraudato il figlio maggiore, quello buono, quello nel quale molti di noi si riconoscono. Ma come, noi che ci impegniamo tanto, noi che lavoriamo con tanta fatica, dobbiamo essere defraudati da coloro che invece non fanno nulla? Il figlio minore ha già ricevuto quello che gli spettava, ora tutto il resto è rubato al maggiore! A noi piace sentirci perdonati come il figlio minore, piace identificarci con lui e sentirci accolti, ma poi, nella realtà concreta delle nostre vite spesso ci comportiamo come il figlio maggiore. Facciamo il nostro dovere e vogliamo essere ricompensati. E di fronte a tanta generosità da parte del padre ci sentiamo un tantino indignati o almeno perplessi: quello che se ne è andato non è più un fratello, non è più nostro fratello, perché ha tradito le nostre aspettative, ha tradito la nostra fiducia. Perché accoglierlo con tutti gli onori?
Ma il maggiore ha davvero ragione di lamentarsi? In realtà, se leggiamo con attenzione, il padre ama ed accoglie non solo il figlio minore, il figliol prodigo, ma accoglie anche lui, il maggiore, anche se il suo peccato è diverso e meno riconoscibile per la società dell’epoca e anche per la nostra. Cos’ha da farsi perdonare il primogenito? Lavora, vive col padre, non si ribella, non è dunque un bravo figlio? Quello che gli manca è l’amore, l’amore! Il primo comandamento è proprio quello che il ragazzo non riesce a seguire. E’ talmente preso dalla certezza dei suoi diritti e doveri che scorda il primo e più importante comandamento «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». (Matteo 22,37-40). Il figlio maggiore, come tanto spesso anche noi, suoi servi fedeli e volenterosi, ha dimenticato il primo e più importante comandamento, quello da cui dipendono tutti gli altri, quello dell’amore. Ha dimenticato di amare il fratello, invece che giudicarlo, e di amare il padre, che è generoso verso di lui e verso il fratello. Ma il padre lo maledice per questo? Lo dimentica forse, inebriato dal ritorno del figlio minore? No! Al contrario, va incontro anche a questo. Saputo che non voleva entrare, esce per la seconda volta da casa, lui che è il padrone, il padre in una società patriarcale, lui che potrebbe restare immobile nella sua posizione di potere, rinuncia ai suoi attributi ed esce, va incontro a questi due figli, prima all’uno e poi all’altro. Ed esce perché li ama, entrambi.

Ecco la buona novella di stamattina: il padre, cioè il nostro Padre che è nei cieli, gioisce ogni volta che noi, pentiti, torniamo verso di Lui, ma anche ci raccoglie, ci ascolta, ci accompagna. Ascolta i nostri mugugni, apre le braccia e ci prega di entrare! Sì, fratelli e sorelle, Dio ci ama talmente tanto che malgrado il nostro peccato, malgrado i nostri tradimenti, il nostro sentirci sempre nel giusto nonostante Lui, la nostra difficoltà a pentirci sul serio e quindi a cambiare radicalmente la nostra vita, nonostante tutto ciò, Egli esce, ci viene incontro, ci prega di entrare e di gioire insieme a Lui!
Amen!

Erica Sfredda

Gesù ci chiama per nome. Predicazione di domenica 3 giugno 2018.

LETTURA BIBLICA
1 Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, 3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. 4 Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. 5 Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». 6 Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. 7 Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» 8 Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». 9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; 10 perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto». (Lc 19,1-10)

TESTO SERMONE
Gesù cammina a Gerico in Palestina, una folla lo scorta, lo stringe da ogni lato, Gesù è famoso nella regione, tutti vogliono vedere le cose straordinarie che avvengono al suo passaggio. I malati, i pazzi, i rifiuti della società accorrono per chiedere che lo straordinario irrompa nella loro vita, e cambi la società del tempo che li ha emarginati.
Il vangelo di Luca è particolarmente sensibile a questa tematica e infatti è l’unico che riporta questo episodio di conversione del capo dei pubblicani di Gerico, Zaccheo.
Nella folla di personaggi della bibbia , c’è un unico Zaccheo, tra i molti pubblicani citati nei vangeli, solo lui è chiamato per nome, insieme a Matteo l’apostolo che riceve la sua vocazione e segue Gesù.
Zaccheo è la versione ellenica del nome ebraico Zaccai, presente solo due volte in tutto l’antico testamento.
Allora, questa storia racconta di una folla e di una persona unica, Zaccheo. Una persona molto caratterizzata:
per il suo ruolo sociale, infatti è il capo di coloro che estorcono le tasse per i romani, e anche per il suo aspetto fisico, è basso e grasso.
Cosa fa questo omino? Cerca un posto dove restare sicuro a vedere cosa succede, cerca un posto in prima fila, come recitava, anni fa, uno slogan pubblicitario della RAI.
Lo trova su un albero, si accomoda e aspetta, il sicomoro lo protegge con la sua ampia chioma e gli permette di vedere senza essere notato.
Tutti noi ci accomodiamo per vedere senza essere visti. Guardiamo la televisione, ascoltiamo questo mondo contemporaneo che non ha mai avuto così tanti mezzi per rappresentarsi. Tutti noi siamo spettatori, adesso con i social media possiamo anche commentare, sempre comodi e da lontano, SINGOLI DISPERSI NELLA FOLLA VIRTUALE.
GESU’ VEDE UN SINGOLO NELLA FOLLA lassù sull’albero – I LORO OCCHI SI INCROCIANO – GESU’ CHIAMA UN NOME – NELLA CATEGORIA DEI RICCHI, NELLA CATEGORIA DEI PUBBLICANI, NELLA CATEGORIA DEGLI IMPURI- GESU’ CHIAMA UN NOME – L’ANNUNCIO CHE GESU’  PORTA ALLE FOLLE CHE ASCOLTANO ORA SI FA PERSONALE, UNICO.
TI GUARDO – TI CHIAMO – TI STIMOLO A MUOVERTI – TI ANNUNCIO LA PRESENZA DELLA SALVEZZA A CASA TUA – OGGI – PER TE CHE PENSAVI DI RESTARE UNO SPETTATORE – PER TE CHE SAPEVI DI ESSERE ODIATO DALLA FOLLA – OGGI vengo da DA TE, OSPITAMI, questo dice Gesù.
Zaccheo scende dall’albero e si precipita a casa, GESU’  ENTRA IN CASA di Zaccheo, LA SALVEZZA, IL PERDONO, DIO STESSO IN CARNE ED OSSA, LO VISITA
ZACCHEO è cambiato da questo incontro, questa salute che dilaga al passare di GESU’ LA GRAZIA, lo coinvolge e lo stravolge, non è più lo stesso omino di prima, è UN CONVERTITO.
Pochi versetti prima di questo episodio ne vangelo di luca viene narrato un altro incontro, Gesù, e il giovane ricco
Il giovane ricco è un osservante della legge, scrupoloso, ricerca lui Gesù, lo interroga . Non è un semplice spettatore, è in ricerca attenta, ma la sua consapevolezza, il suo status lo bloccano. Il vangelo di Luca non riporta il suo nome, rimane uno dei tanti interessati che pensa di raggiungere la salvezza con i propri mezzi, con la propria volontà. Uno dei tanti che non raccolgono l’appello di Gesù, che non riconoscono il regno di Dio che cammina nella sua strada. Uno dei tanti che non abbandonano la propria sicurezza e il proprio privilegio.
NEL NOSTRO EPISODIO E’ GESU’ CHE ENTRA IN CASA di Zaccheo, il quale gli apre la porta, LA SALVEZZA, LA GRAZIA, DIO STESSO IN CARNE ED OSSA viene ospitata a casa sua.
Questa ospitalità che scandalizza per la impurità del padrone di casa e per il rischio di una connivenza con i romani occupanti, produce SALVEZZA.
Dalla gratitudine, la risposta – quello che non riesce a fare il giovane ricco osservante, lo fa il pubblicano – si separa dalla propria ricchezza, la usa per riparare i danni sociali che ha prodotto, la usa con estrema generosità
LA GRAZIA IRROMPE NELLA SUA VITA E PRODUCE IL FRUTTO, PRODUCE LA FEDE – ZACCHEO CREDE . Infatti Gesù dice: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio”. Dal vangelo di Matteo.” (Matteo 21 31).
Fratelli e sorelle non raggiungeremo la perfezione con i nostri sforzi di santificazione, non raggiungeremo la salvezza dai nostri errori, con uno sforzo intellettuale, questa strada è un vicolo cieco.
DIO PER PRIMO CI HA AMATO, noi dobbiamo solo aprire la nostra porta a questo annuncio. Questo amore di Dio, che si è incarnato duemila anni fa, continua a visitarci, a chiamarci. Noi possiamo solo scendere dall’albero e aprire la porta. Questa possibilità di conversione ci è offerta personalmente, uno per uno siamo chiamati per nome, un nome che nella sapienza di Dio è unico, come Zaccheo.
GESU’  CI CHIAMA PER NOME, CI RICONOSCE, CI FA USCIRE DALLA FOLLA PER AGIRE SPINTI DALLA SUA GRAZIA.
GESU’ CI CHIAMA PER NOME, CI RICONOSCE, CI FA USCIRE DALLA FOLLA PER AGIRE SPINTI DALLA SUA GRAZIA.
Ognuno di noi è seduto sul ramo della propria sicura identità, ognuno di noi vorrebbe rimanere spettatore per applaudire e/o giudicare. Lo Spirito Santo ci interpella, scuote l’albero su cui stiamo seduti, ci annuncia : “oggi debbo fermarmi a casa tua”.
Per alcuni il sicomoro su cui stare seduto è la storia della chiesa di appartenenza, per altri il sicomoro è la realtà di un paese ormai lontano, scendiamo dall’albero su cui ci siamo arrampicati, la salvezza non ci viene dalla sicurezza del passato, ma da la promessa di un nuovo avvenire.
FRATELLI E SORELLE SCENDETE DAL VOSTRO ALBERO, APRITE LA PORTA DEL VOSTRO CUORE.
Questo episodio, dentro al grande afflato sociale del vangelo di Luca, sottolinea che LA CONVERSIONE è PERSONALE, ZACCHEO, personaggio unico nei quattro evangeli, SCENDE DALL’ALBERO E SI FA SOGGETTO DEL REGNO DI DIO. GESU’  PORTA IL SUO ANNUNZIO, AI PECCATORI AGLI SFRUTTATORI, AGLI AVARI CHE DIVENTANO GENEROSI E CONDIVIDONO LE PROPRIE RICCHEZZE ANDANDO OLTRE QUANTO RICHIESTO DALLA LEGGE.
Lo Spirito Santo visita ognuno di noi, oggi é in questa chiesa, ci chiama per nome, riscatta la nostra singola storia personale. Questo perdono ci rende unici, ci strappa dall’anonimato e ci fa uscire dalla folla. L’amore di Dio, l’agape, di cui l’amore del padre e della madre sono un pallido riflesso, ci dona una vita nuova, ci chiama con un nome unico, il nostro.
Che la redenzione della grazia accompagni i nostri passi fuori da questo locale ecclesiastico.

Amen.

 

Ruggero Mica

Lo Spirito ci fa nascere alla vita eterna. Sermone di domenica 27 maggio.

LETTURA BIBLICA

Giovanni 3,1-17

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli

venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore

venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è

con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato

di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un

uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel

grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico

che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di

Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito,

è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di

nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da

dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Nicodemo

replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose:

«Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico

che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto;

ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose

terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose

celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il

Figlio dell’uomo. 14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna

che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita

eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo

unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia

vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per

giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

SERMONE

Nicodemo, il suo nome ha originato addirittura un insulto:

Nicodemìta. Al tempi dei grandi Rifomatori era la parola

sprezzante con cui venivano definiti i protestanti che , in un

ambito a maggioranza cattolica, pur avendo abbracciato la

Riforma nascondevano la loro confessione temendo persecuzioni.

Personaggio significativo, nel Vangelo di Giovanni compare tre

volte : interpella Gesù in questo racconto , più avanti lo difende di

fronte agli altri farisei chiedendo che venga ascoltato, poi ,

insieme a Giuseppe d’Arimatea preparerà il suo corpo per la

sepoltura. Che tipo è Nicodemo? Considerato spesso un esempio

di viltà (da Gesù va di notte) Nicodemo sarebbe un vigliacco

quindi, uno senza spina dorsale, ma sarà proprio così ? Nel

colloquio che abbiamo letto è uno che non comprende , uno che

non ci arriva, che non sa vedere la novità rappresentata da Gesù ,

un testone parrebbe, sicuramente un conservatore. Pensiamo che

Nicodemo mostrerà poi coraggio, chiederà davanti a capi giudei,

farisei , guardie , in un momento che immaginiamo drammatico e

concitato , di ascoltare Gesù , appellandosi alla legge che non

prevede condanna senza ascolto. Allora, non è un vigliacco, non

sempre almeno. Nicodemo inoltre è un maestro, preparatissimo, i

farisei erano i migliori, indubbiamente perfetto conoscitore delle

Scritture. Poi, dopo la morte di Gesù si occuperà della sepoltura

portando generosamente quanto serve per trattare il corpo: 30 chili

di mirra: un capitale. Nicodemo generoso e misericordioso. Chi è

allora questo Nicodemo ? Un vigliacco? Una persona dotata di

coraggio? Un uomo generoso? Un conservatore?Eppure va dal Maestro

lo interroga, si sforza. Chi è Nicodemo insomma ?

Semplice : siamo noi Nicodemo. Noi con le nostre contraddizioni,

forze e debolezze , la nostra conoscenza della Bibbia e la nostra

poca fede, i nostri dubbi, la nostra chiusura al nuovo e la nostra

apertura, la nostra forza di testimoniare e la nostra incapacità di

farlo. I nostro dubbi … . Quanti ne abbiamo ? Dio è

misericordioso e siamo affranti dal dolore per una perdita , ma

allora? Gesù è risorto , e se fosse solo un racconto mitico? Incerti,

silenziosi quando potremmo testimoniare e poi magari ci

pensiamo: perchè sono stato zitto, perchè non ho difeso uno degli

ultimi della terra? Perchè non sono stato capace di vedere il Regno

e di testimoniarlo oggi, in chiesa, a casa, in fabbrica, in ufficio, a

scuola. E magari arrivano i sensi di colpa … . Citando Walt

Wihtmann :”Mi contraddico, benissimo allora mi contraddico,

sono vasto, contengo moltitudini” (Do I contradict myself? Very

well, then I contradict myself, I am large, I contain

multitudes). Non siamo un po’ tutti così , sicuri ed incerti,

certi e dubbiosi, forti e deboli.

Allora immaginiamoci esattamente come Nicodemo, di notte di

fronte a Gesù, coi nostro dubbi, con le nostre ansie, con le nostre

paure ed incertezze fatte di incomprensioni. Nicodemo non

capisce “nascere di nuovo” -mica si può essere partoriti un’altra

volta- e noi anche non capiamo che l’unica risposta a questi

timori ci può venire solo dal lui. Dall’incontro con lui, con

Gesù. Nicodemo è andato da Gesù, anche noi ci andiamo ma

come abbiamo visto non è sufficiente: occorre nascere dall’alto. La

traduzione più corretta non è “nascere di nuovo” ma dall’alto. Non

è la normale nascita di un neonato ma la nascita mediante lo

Spirito con l’acqua quale suo segno. Lo Spirito che, come il vento,

non sai da dove viene né dove va. Noi, non governiamo nulla,

con la nostra conoscenza o i nostri ragionamenti non possiamo

fare molto, con la nostra debolezza non possiamo fare molto, lo

Spirito può, ne abbiamo la consapevolezza? Alle paure, alla

debolezza si oppone la consapevolezza della forza dello Spirito,

basata sulle promesse di Gesù che ci parla di ovvietà : noi

parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo, come a dirci : è

semplice, te lo dico Io, te lo prometto: lo Spirito è ovunque è in

giro per il mondo, per le nostre chiese, case, per le nostre

fabbriche, per i nostri uffici, per le nostre scuole facendo la sua

opera di sostegno, consolazione, rinvigorendo, consolando,

amandoci.

La nascita è un’immagine di impatto, il momento della nascita è

qualcosa di forte, primordiale, nel parto si sprigionano energie

impensabili, inarrestabili, Gesù non la usa a caso: non ci ci

ricorda l’azione dello Spirito? In Cristo si nasce alla vita eterna .

In Cristo, nell’azione dello Spirito, apparteniamo già a quella vita

che non cesserà mai. Come un infante siamo fragili e deboli, ma

-come la forza che spinge alla vita nel parto un neonato- la forza

dello Spirito ci spinge alla vita eterna . La vita eterna che ha

inizio nella vita su questa terra, ecco La Grande Promessa: “Dio

ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo

unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non

perisca, ma abbia vita eterna.”

E’ una Promessa si cui fondare la nostra esistenza nonostante le

difficoltà della vita , che il Signore conosce, non si limita a dirci :”

tranquillo , tutto finirà bene” , ci fa una promessa di vita eterna

in grado di reggere al banco di prova della vita, di reggere

nonostante quelle scosse che ci scuotono dalle fondamenta- In

grado di reggere perchè il Signore conosce le nostre fatiche,

perchè accoglie il grido del sofferente e lo fa proprio . E’ l’esempio

di Giobbe, il giusto sofferente per antonomasia, che dopo avere

perduto tutto, famiglia, averi, salute, resistendo agli amici, falsi

consolatori e difensori di Dio,che imputano a Giobbe ed alle sue

colpe le disgrazie, confessa splendidamente la propria fede:

25 Ma io so che il mio Redentore vive

e che alla fine si alzerà sulla polvere.

26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo,

senza la mia carne, vedrò Dio.

27 Io lo vedrò a me favorevole;

lo contempleranno i miei occhi,

non quelli d’un altro;

il cuore, dal desiderio, mi si consuma!

Giobbe intuisce che questo Dio che non sempre riesce a

comprendere ed i cui disegni sono spesso oscuri, lo incontrerà

faccia a faccia. Giobbe intuisce, nonostante tutto, noi intuiamo,

nonostante tutto, che c’è qualcosa che va oltre questa vita, che

la morte non è l’ultima parola sulle nostre esistenze.

Anche per questo crediamo alla Grande Promessa del Vangelo di

Giovanni : La Grande Promessa di Gesù che ascoltiamo,

assaporiamo, sentiamo risuonare nella nostra anima, la vogliamo

pronunciare insieme

Leggiamo insieme i vv. 16 e 17 … . 16 Perché Dio ha tanto

amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio,

affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia

vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio

nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il

mondo sia salvato per mezzo di lui.

Preghiamo allora il Signore affinchè ci doni la fiducia in Gesù

Cristo e nelle sue promesse, che queste parole ci illuminino , ci

consolino, ci diano forza e vigore e uno sguardo aperto sul futuro,

ci facciano sentire la sua grande dolcezza, la dolcezza consolatrice

dello Spirito perchè il Signore è il Signore della vita.

Amen

 

Alessandro Serena

C’è Gesù … e ci sono i suoi amici. Predicazione di domenica 29 aprile 2018

LETTURA BIBLICA:

Giovanni 15, 1-13

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. 9 Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa.12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 

SERMONE

Come state oggi? Chiediamocelo un attimo, come ci sentiamo oggi? In questo momento. Quante emozioni se ci pensiamo. Diamo loro un nome. Sono sereno/a, inquieto, felice, triste, speranzoso, cupo , rassegnato, pacificato o combattuto. Quali sono le emozioni in gioco? Tante. E quante sono le emozioni in gioco nelle nostre comunità? Gioia e serenità quando le cose vanno bene ma anche disagio o tristezza quando vanno male. Oltretutto tutte queste emozioni sono ben mescolate. Si agitano in noi e nelle nostre chiese incessantemente.

D’altronde quanto è complicata la vita nelle comunità cristiane. In tutte, senza eccezioni. Siamo esseri umani: incomprensioni, diffidenze, malintesi, ricordi dolorosi, ripicche, talora astio, avversione. ma si possono passare ore, giorni, perfino anni a macerare nel disagio e nella frustrazione. Siamo esseri umani e come tali cosa amiamo fare più di ogni altra cosa? Giudicare. Ah ma siamo in buona compagnia, se guardiamo alla storia delle chiese il giudizio impera, fin dai tempi della chiesa primitiva, se guardiamo alle nostre storie personali e di comunità anche oggi. Il primo tema di oggi è una domanda: “Di fronte alle difficoltà nell’essere sorelle e fratelli che si fa?”.

Su questo quindi interviene il capitolo 15 dell’Evangelo di Giovanni che ci viene proposto oggi dal lezionario della quinta domenica dopo Pasqua, è uno “statuto dell’amore per le comunità”. Cos’è uno statuto ? E’ ciò che è stato disposto, deliberato. Non so se avete mai assistito ad un colloquio tra avvocati, quando la discussione si fa incerta ad un certo punto qualcuno dice: vediamo cosa dice il codice, prende il testo e lo mette sul tavolo, al centro e con quello si lavora. Ecco cosa è il brano di oggi: qualcosa da mettere al centro, al centro delle comunità cristiane, al centro delle dispute , al centro delle incomprensioni, al centro delle difficoltà. Al “quindi che si fa” si risponde prendendo questo testo e mettendolo al centro, qui nel culto e nelle nostre assemblee di chiesa, di là nelle riunioni del consiglio e negli studi biblici o nella scuola domenicale, oltre quella porta, nelle nostre case, vicino al nostro computer quando mandiamo e-mail, a fianco del nostro telefono quando parliamo. Ecco la risposta al “quindi che si fa?”: prendiamo questo testo e lo mettiamo al centro! Questo significa la Parola che vive, la Parola che posta al centro può aiutarci a superare diffidenze, incomprensioni, antipatie, freddezze.

Il secondo argomento è: qualunque cosa si faccia, come lo facciamo ?

Abbiamo parlato del testo di Giovanni come di uno statuto ma non inteso come complesso di norme: affìdati a noi stessi come singole persone saremmo rovinati e affìdati a noi stessi come chiesa saremmo totalmente inadeguati. Il pastore, Vittorio Subilia, (pastore a Palermo ed Aosta durante la seconda guerra mondiale e nel primo dopoguerra, resse dal 50 al 76 la cattedra di teologia sistematica della nostra facoltà) ebbe a dire: “Non lasciatevi troppo impressionare … dalla poca fede della chiesa e non prendetela troppo sul serio, perché questo sarebbe un segno che non prendete abbastanza sul serio l’Evangelo e la sua capacità di fare tutte le cose nuove”. L’Evangelo fa le cose nuove; Gesù fa le cose nuove e Gesù stesso interviene nei passi di oggi con parole chiare nel dirci quanto siamo sostenuti dal Padre che agisce nelle sue comunità. E qui è la risposta al secondo quesito su come lo facciamo: con Dio che agisce nelle sue comunità.

Dio agisce nelle sue comunità. Non a caso il capitolo 15 con la sua stupenda immagine della vite e dei tralci giunge subito dopo la promessa del dono perfetto: Gesù ha appena promesso lo Spirito Santo al quale ci affida. Tutto il Vangelo di Giovanni è impregnato dell’azione dello Spirito ed anche alla luce della sua presenza leggiamo il brano di oggi. Il brano all’interno di un discorso di saluto ai discepoli, ha quindi particolare importanza, è la lettera di saluto di chi va verso la croce, rappresenta il lascito, quanto Gesù vuole che resti bene impresso.

La prima frase lo chiarisce immediatamente: Gesù è la vite, la vite vera, sappiamo che la vite nell’Antico Testamento è il popolo di Israele -lo abbiamo visto nella prima lettura- ma qui Gesù si riferisce alla comunità cristiana: Gesù e comunità sono insieme, è un rapporto profondo, intrecciato. Il tralcio non esiste senza la vite e la vite non esiste se non attraverso i tralci. E’ una relazione intima, personale, senza mediatori; lo vediamo anche dal verbo rimanere (o dimorare a seconda della traduzione) : quanto spesso ricorre nel brano, esso rappresenta un legame di reciprocità: non solo Dio è il tempio dell’uomo ma l’uomo è il tempio di Dio. Dio viene ad abitare dentro l’uomo; Dio che i cieli e la terra non possono contenere è in noi: è una delle verità più importanti dell’intera Bibbia e l’immagine della vite e dei tralci la vuole rappresentare.

Dopo “rimanere” C’è un altro termine che salta agli occhi: nella traduzione della Riveduta è reso con “potare” ma la nuova traduzione della Bibbia della Riforma lo riporta più correttamente usando il termine “purificare”. Al versetto 2: “ogni tralcio che porta frutto lo purifica perché ne porti ancora di più”. E’ sempre l’azione di Dio al centro, Egli purifica, Egli perfeziona, Egli agisce attraverso i suoi servi affinché portino frutto. Quali sono questi frutti: la fede e l’amore, la fede è amore e l’amore si nutre di fede. Notiamo bene: l’amore si nutre di fede cioè del rapporto intimo e personale con Gesù! Lui è la radice del nostro amore e se non c’è amore facciamoci due domande … .

Risuonano parole ammonitrici: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo recide” e poi “se uno non rimane in me viene buttato via come il tralcio e secca”; pensiamo alla vite ed al suo legno. Avete mai visto travi fatte con legno di vite? O tavoli o siede? No perché è un legno nodoso, contorto, è un legno inutile per un falegname, un legno che non serve a niente se non è vivo e solo se è vivo produce uva. Queste parole dure ci richiamano al fatto che l’amore è una cosa seria , non semplice questione poetica o emotiva: l’amore qui perde il tratto edulcorato perché l’amore divenga forza e coraggio di dire un altro e non se stessi! Martin Buber bene lo narra nei sui racconti dei Chassidim: “Un giorno una persona chiede all’altra -Tu mi ami?_ L’altro risponde -certo che ti amo-. La prima chiede -Tu sai qual è la mia pena?- l’altra replica -No come faccio a sapere qual è la tua pena?-. Quindi la prima conclude: -Allora non mi puoi amare perché non sai qual è la mia pena-“.

Vi sono persone, qui, accanto a noi, che hanno dei pesi sul cuore, anche gravi, ce ne accorgiamo? Vi sono delle persone, che sono sole, ce ne accorgiamo? Conoscere il dramma dell’altro, dirlo, riuscire a farne parola, questo è amore e questo Gesù raccomanda alle sue comunità.

Un padre della Chiesa, Eusebio, scriveva che Giovanni da vecchio parlava solo di amore e di questo amore continua a parlare Gesù, nello stesso stile del brano ci pare sentire risuonare l’appello accorato di Cristo, di chi si rivolge ai suoi amici e ci chiama così: amici! “Rimanete nel mio amore, rimanete nel mio amore”, ripete. Non siamo soli in questo: “Chiedete quello che volete e vi sarà dato” è scritto: significa che abbiamo la certezza che Lo Spirito è in giro per il mondo facendo la sua opera di sostegno, consolazione incoraggiamento, pacificazione, abbiamo la certezza che nel rimanere nel suo amore abbiamo la gioia, una gioia vera, piena , perfetta.

Ricordiamo quanto detto all’inizio: questo è uno statuto dell’amore per le comunità cristiane, quando le cose vanno storte richiamiamoci a questo, mettiamolo al centro dei nostri tavoli. C’è Gesù e ci sono i suoi amici , questa è la comunità cristiana!

Amen

Alessandro Serena

Andate e predicate l’Evangelo della pace. Sermone di domenica 15 aprile 2018.

LETTURA BIBLICA:

Marco 16,1-20

1 Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù.

2 La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole.

3 E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?»

4 Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande.

5 Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate.

6 Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo.

7 Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto».

8 Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura.

9 Or Gesù, essendo risuscitato la mattina del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demòni.

10 Questa andò ad annunziarlo a coloro che erano stati con lui, i quali facevano cordoglio e piangevano.

11 Essi, udito che egli viveva ed era stato visto da lei, non lo credettero.

12 Dopo questo, apparve in modo diverso a due di loro che erano in cammino verso i campi;

13 e questi andarono ad annunziarlo agli altri; ma neppure a quelli credettero.

14 Poi apparve agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che l’avevano visto risuscitato.

15 E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura.

16 Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato.

17 Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove;

18 prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno».

19 Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

20 E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l’accompagnavano.

SERMONE:

Carissimi Fratelli e sorelle stamattina celebriamo un rito molto particolare, perchè come Chiesa investiamo un fratello ed una sorella, che abbiamo eletto, per un compito particolare al servizio della comunità e dell’evangelo.

E questi due finali dell’Evangelo di Marco mi sono sembrati particolarmente significativi per raccontare quell’intreccio tra annuncio, responsabilità, azione della chiesa e tradizione che ci aiutano a capire in senso del ministero anche oggi e del mandato della chiesa.

Il vangelo di Marco, così come ci è stato tramandato finisce in maniera interlocutoria: le donne, uniche testimoni al mattino di Pasqua, sono prese da tremito e da stupore e non dicono nulla perché hanno paura. Un finale che fu molto presto reputato inadatto in quella che era la recezione delle chiese antiche.

Come fa a passare il messaggio della resurrezione se le donne hanno paura e fuggono? Come può una storia così importante come quella del Cristo glorioso e risorto passare inosservata e sotto silenzio? Come fa la chiesa a diventare “imponente”, imperativa, guida delle coscienze, come fa a crescere se nessuno annuncia con potenza?

Il Vangelo di Marco, con il suo minimalismo, con la centralità su un Gesù pienamente umano, che è rotto sulla Croce non viene compreso dalla nascente chiesa cristiana, che esprime un desiderio di armonizzare questo finale così scarno, che rimanda ai sentimenti di smarrimento e anche di profondo turbamento provati dai discepoli e dalle discepole alla notizia della resurrezione con una parola più muscolare.

Il cristianesimo nascente, la chiesa, armonizza il racconto di marco aggiungendovi una sorta di sommario dei vari racconti della resurrezione narrati negli altri vangeli e soprattutto da quello di Giovanni.

Ma anche questo testo però ci è giunto all’interno del libro sacro e anche esso ha la sua autorevolezza, perche ben descrive la chiamata personale e quella collettiva che è rivolta ad ognuno ed ognuna che credono in Gesù Cristo morto e risorto per la nostra salvezza

15 E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura.

16 Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato.

17 Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove;

18 prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno».

19 Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

20 E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l’accompagnavano.

Andate e predicate il vangelo ad ogni creatura è la duplice vocazione che il Signore rivolge ai suoi discepoli e anche a noi stamattina che insediamo due “giovani” anziani nel governo della Chiesa.

Andate e predicate l’evangelo ad ogni creatura. Un compito di Parola, che richiede prontezza, apertura, capacità di ascolto, fede nel Signore, grande creatività ed amore.

Parlare ad ogni creatura non è compito affatto sempice: esso implica la conoscenza dell’altro/a che incontriamo, implica amore e capacità di perdono grandi, simili a quelle di Gesù per noi.

Infatti ogni creatura, non sempre sarà simile a noi, non sempre avrà le nostre opinioni politiche, non sempre avrà la nostra cultura, il nostro colore, e forse non avrà neanche voglia di ascoltare.. sovente ogni creatura bisognosa dell’evangelo è afflitta e sofferente e non sarà nemmno in grado di poter percepire un suono di vicinanza.

La grande consapevpolezza dell’amore di Cristo, operoso ed operante in noi, crea in noi un senso di riconoscenza gioiosa, per la possibiliità di vivere nel bene al Suo Santo Servizio.

Questa gioiosa riconoscenza è il centro fondante della vita di fede personale e comunitaria e ne è anche la linfa vitale.

La chiesa primitiva in modo del tutto particolare ha voluto esprimere questa realtà fondamentale descrivendo i “segni” che accompagnano i credenti che si apprestano al servizio : i credenti che si apprestano ad andare e predicare allo scopo di allargare sempre di più la salvezza in Cristo testimoniata simbolicamente dal Battesimo Cristiano. E se il battesimo è l’entrata simbolica nella famiglia di Cristo e della Chiesa, esso è anche inizio dell’apostolato che è raccontato e descritto dalla chiesa delle origini con cinque verbi.

Cinque verbi che ci propongono una riflessione anche sulla nostra vita di Chiesa odierna e ci interpellano sul senso della nostra missione ed apostolato:

Scacceranno demoni

Parleranno in lingue nuove

Prenderanno in mano serpenti

E se berranno veleno non recherà loro alcun danno

Imporranno le mani ai malati e guariranno.

Questi “segni” raccontano della preoccupazione della chiesa delle e conosceva bene la possibilità delle persecuzioni, ma anche noi dovremmo forse accogliere questa parola origini rispetto alla pericolosità dell’annuncio evangelico in un mondo che era ancora dominato dall’impero romano come una sfida a riconoscere i tanti demoni che ancora esistono nella nostra società e che possono essere smascherati dalla predicazione e dall’apostolato evangelico.

Il primo demone è quello della divisione, il demone dei conflitti che ancora esistono nei nostri contesti ecclesiastici ed anche e soprattutto nel mondo. Proprio l’altra sera abbiamo ascoltato che la pace è una decisione che va presa, una scelta che è dirimente, che mette fine a ciò che era prima ed inizia un corso nuovo.

Il demone del rancore, dell’odio, del profitto, del dolore e chi più ne ha più ne metta sono sconfitti nell’amore di Cristo e il credente riconciliato è titolato a raccontare dell’esperienza riconoscente di chi ha intuito che quell’amore è per sé.

Parleranno in lingue nuove… perché ci vuole una grandissima capacità di apertura, di ascolto, di empatia e anche di simpatia nei confronti di “ogni creatura”, lingue nuove ci fa ovviamente pensare alle chiese o ai movimenti di tipo carismatico, ma lingue nuove significa anche farsi testimoni ed interpreti in un mondo simbolico e culturale da quello biblico o da quello dei nostri padri e delle nostre madri.

Una riflessione quindi sui metalinguaggi necessari per poter entrare in comunicazione con cerchie sempre più ampie, che ci permetta di allargare i nostri orizzonti, pur rimanendo fedeli al messaggio di Cristo. A partire dai linguaggi ecclesiastici e cultuali che sovente non sono più comprensibili per chi non è cresciuto nelle nostre chiese, alla scoperta di linguaggi cultuali diversi che possono rinnovare in noi il senso profondo della gioiosa riconoscenza che ci rinnova.

Prenderanno in mano serpenti, toccheranno con mano dei pericoli e non ne avranno timore quindi, uno sguardo cosciente sulla realtà, che ha consapevolezza che non sempre tutte le creature con cui ci confronteremo avranno un’indole pacifica, ma che esiste la possibilità che i credenti siano esposti al male. La Chiesa può quindi prendere i mano i serpenti dell’oggi, affrontando le proprie contraddizioni, e mettendo mano al grande lavoro di denuncia del male che alligna nel mondo.

E se avendo a che fare con il male capitasse loro di bere qualche veleno non recherà loro alcun danno: una visione certamente eroica, da superman e wonderwoman, ma che ci ricorda che i veleni sia materiali sia spirituali esistono e che essi inquinano profondamente la nostra realtà: sono veleni quelli che sono usati in questi giorni contro i civili in Siria, sono veleni quelli che respiriamo con le polveri sottili, sono veleni quelli che si producono dallo smaltimento dei nostri rifiuti, dal nostro cibo, ai nostri abiti ai nostri apparati tecnologici.

Sono veleni quelli delle delusioni cocenti che ci capita di provare magari anche con le persone più care, ma la vicinanza fraterna e la capacità di riconoscere ciò che è venefico per la vita della Chiesa ci permetteranno di concentrarci piuttosto sul bene, sulla pace e sull’amore, ricordando però che ogni tanto, non ci sarà risparmiato un pizzico di veleno.

Infine imporranno le mani ai malati ed essi guariranno: fratelli e sorelle, tutti e tutte noi sappiamo quanto sia importante per una persona ammalata il mostrare le proprie ferite e quanto sia importante per coloro che sono ammalati essere toccati. L’imposizione delle mani è quel tocco gentile della preghiera, che ci ricorda che non siamo da soli, che la malattia non ci rende meno amabili, che la nostra malattia non è ciò che ci definisce, ma ciò che ci definisce è quella relazione fondamentale e vitale con Cristo.

In questo senso allora questa parola ci ricorda che possiamo e vogliamo stare vicino a coloro che sono sofferenti, vogliamo pregare con loro e per loro, anche con una presenza silenziosa, che non sempre e non solo passa attraverso l’intellettualità, ma anche dai gesti concreti di vicinanza e di affettuosità fraterna.

Forse oggi non noi siamo capaci di essere muscolari come la chiesa delle origini, siamo sicuramente più vicini alla spiritualità del vangelo di Marco, ma credo fermamente che nella riconoscenza a Cristo che ci è venuto ad incontrare e che ci offre anche oggi la sua salvezza possiamo con gioia e fiducia serena andare e predicare l’evangelo della pace.

Amen

Pastora Laura Testa

Ogni giorno rinasciamo ad una speranza viva! – predicazione della II domenica di Pasqua

LETTURE BIBLICHE: I Pietro 1,3-9; Colossesi 2,12-15

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi.
Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. Benché non l’abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.
(1Pietro 1,3-9)

12 siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. 13 Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; 14 egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; 15 ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
Colossesi 2,12-15

Ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
Fratelli e sorelle, quanto è forte e incredibile questo passo! Sì, avete sentito bene, incredibile: incredibile perché non è questa la realtà a cui siamo abituati, la realtà a cui noi stessi spesso ci sottomettiamo. Chi di noi può veramente affermare di vivere una vita totalmente coerente con quanto è scritto nell’epistola ai Colossesi? Eppure Gesù ha spogliato i principati e le potenze e lo ha fatto una volta per tutte: cioè ha reso evidente cosa sono e cosa fanno: come dice Colossesi, ne ha fatto un pubblico spettacolo. Da duemila anni, ormai, si tratta di uno spettacolo che potrebbe essere evidente per tutti, eppure noi siamo ancora ciechi o timorosi di denunciare quello che vediamo, nonostante questo passo, come molti altri, sia stato scritto proprio per darci la forza e il coraggio di tornare come bambini e come loro avere la capacità e l’ingenuità di porci di fronte al potere del male che ci circonda con franchezza.

Conoscete la favola di Andersen sui vestiti dell’imperatore? Si tratta della storia di un re, o di un imperatore, molto vanitoso, che spendeva tutti i suoi soldi per comprarsi magnifici vestiti, ne aveva di tutti i generi e di tutti i colori, di tutte le stoffe e provenienti da tutti i Paesi del mondo. Anche noi abbiamo la passione per gli oggetti che ci fanno apparire belli, importanti, realizzati, i nostri telefonini, le automobili, i televisori, oppure le case e perfino i titoli di studio. Anche noi siamo appagati dall’apparenza, invece che cercare la vera sostanza. Nel paese del re della nostra favola, un giorno arrivarono due uomini, che dissero di essere due sarti molto famosi e che avrebbero confezionato un abito unico al mondo per il re. Un vestito magico che avrebbero potuto vedere solo gli intelligenti o le persone importanti, quelli che contavano nella vita. Un vestito che sarebbe stato visto solo dalle persone superiori. Naturalmente l’imperatore si entusiasmò subito moltissimo, e fornì ai due sarti tutto l’occorrente che avevano chiesto: cioè tanti sacchi di filo d’oro, sete in gran quantità, e bottoni in madreperla che i due imbroglioni posero in due grosse borse e che nascosero. I due montarono un telaio e cominciarono a far finta di lavorare, perché, forse lo avete già capito, non avevano alcuna intenzione di fare un vestito per il re, ma solo di imbrogliarlo facendo leva sulla sua vanità. Il mattino dopo il primo ministro andò a vedere il vestito, naturalmente non vide nulla, ma non volendo fare brutta figura, disse che si trattava di un vestito bellissimo. Successivamente si recò dai due sarti lo stesso imperatore e anche lui non vide nulla, ovviamente, ma non voleva essere da meno del suo ministro e quindi anche lui disse che il vestito era bellissimo. I due imbroglioni gli proposero di indossarlo il giorno dopo in una parata solenne. L’imperatore acconsentì. Nelle piazze e nelle strade accorse tutto il popolo, sia perché si trattava di una festa importante, sia perché voleva vedere l’abito magico dell’imperatore. Quando l’imperatore arrivò, scese il silenzio: tutti vedevano che era in mutande, ma nessuno osava dire niente, sia perché non volevano offendere l’imperatore, ma soprattutto perché ognuno temeva di essere l’unico a non vedere nulla. Finché un bambino gridò: Guarda papà, l’imperatore è nudo! L’imperatore è nudo. Come i principati e le potenze di cui parla l’epistola che abbiamo letto oggi. Nudo. Ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo, così come, nella nostra società il più delle volte non osiamo alzare la voce per denunciare quello che vediamo.

Ma Gesù, ci ricorda l’autore dell’epistola, ha trionfato. Sì, fratelli e sorelle, ha trionfato, ma non utilizzando i nostri mezzi, cioè non con la forza, con il potere o il denaro, ma con la croce. Gesù ha trionfato su principati e potenze per mezzo della croce. Della croce, fratelli e sorelle! Della croce. Quando riusciremo a prendere sul serio questo messaggio? Quanto è lontana la croce dalle nostre esistenze? Quanta fatica facciamo a farla nostra? Quanta indifferenza abbiamo nei confronti della sequela di Cristo perfino noi che ci dichiariamo cristiani e che veniamo con regolarità in chiesa, che cerchiamo di essere fedeli e di impegnarci per la nostra chiesa. Ma quanto ci teniamo lontani dalla croce! Quanto è difficile liberarci da questa gabbia che ci imprigiona e che ci fa preferire la via larga e comoda, piuttosto che affrontare quella stretta e tutta in salita che il Signore ci ha indicato. Siamo circondati dal male, ma ne siamo anche sedotti e ammaliati.

Ma il Signore non si stanca mai di darci ancora e ancora nuove possibilità, come dice l’epistola di Pietro, ci permette di rinascere ad una speranza viva mediante la resurrezione di Gesù Cristo. Una speranza viva, non qualcosa di teorico, qualcosa di mistico o di esclusivamente spirituale! Una speranza viva che segna i nostri corpi e le nostre esistenze. Noi che eravamo morti a causa dei nostri peccati, noi che eravamo già condannati, siamo stati vivificati, sì, fratelli e sorelle, vivificati. Cioè abbiamo ricevuto una nuova vita, o come dice Pietro, una nuova speranza. Di fronte all’evidenza di quello che Colossesi chiama “il documento a noi ostile”, siamo perdonati e possiamo credere che insieme a Gesù abbiamo vinto la morte. Sì, abbiamo vinto la morte.

Non è facile parlare oggi di resurrezione: sembra una realtà lontana, lontanissima, dalla nostra esistenza quotidiana. Ma è a questo che siamo chiamati a credere, nulla di più e nulla di meno. Anche se è evidente che la nostra vita, al contrario, è circondata dalla morte. E’ per questo che facciamo fatica a credere nella resurrezione. Nulla, nella nostra vita concreta ce ne parla: i nostri goffi tentativi di apparire giovani e di allungare la vita non fanno che sottolineare che invece siamo mortali e ne abbiamo grandissima paura. La tentazione di rifiutare la nostra unica possibilità di vita a causa del nostro grande attaccamento a questa nostra esistenza è fortissima, ma non dobbiamo temere! Gesù, infatti, si è fatto essere umano esattamente come me e come tutti e tutte voi. Ha conosciuto la nostra vita, i nostri dolori, le nostre gioie, ha provato la fame, la sete, il piacere della tavola e dell’amicizia; un uomo che ha conosciuto la tentazione ed è entrato nella storia: un uomo completo e potremmo dire normale. E quando sentiamo il desiderio di rifiutare la nuova vita che ci dona il Signore, perché siamo attaccati alla nostra vecchia esistenza piena di morte e di dolore, quando rifiutiamo di lasciarci convertire e di guardare con occhi rinnovati i principati e i potenti. non dobbiamo dimenticare che il Signore ci ama e ci ha amati al punto da divenire come noi, al punto da affrontare la nostra più grande paura, la morte, e non una morte qualsiasi, ma la morte di croce. Pur di liberarci dal nostro peccato, è venuto sulla terra e ha cancellato anche la traccia del nostro peccato. Quale dono maggiore poteva farci? E quindi lasciamo la nostra paura e affidiamoci con cuore riconoscente alla possibilità di vita che ci è concessa, una volta per tutte, dalla croce di Gesù.

Fratelli, sorelle se il nostro essere venuti fin qui non è vano, apriamo i nostri cuori alla gioia e alla speranza: il Signore vede il male nel quale viviamo, nel quale siamo immersi, lo conosce, ma ha scelto di darci la vita e ha trionfato sulla morte, sulla nostra morte, attraverso la sua resurrezione. Il Signore ci doni occhi per vedere i nostri peccati e cuori per accogliere la sua luce vivificante, in modo da poter con gioia profonda vivere fino in fondo il canto di lode innalzato da Pietro: Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti.
Amen!

Erica Sfredda

Il Signore è risorto! – predicazione di Pasqua

LETTURE BIBLICHE: Matteo 28, 1-10

1 Nella notte del sabato, verso l’ alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’ altra Maria andarono a vedere il sepolcro.
2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra.
3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve.
4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte.
5 Ma l’ angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso.
6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva.
7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ ho detto».
8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli.
9 Quand’ ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’ adorarono.
10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

È ancora alta la notte, si intravede in lontananza un vago bagliore, ma la luce ancora non si distingue… quanto dolore in queste ultime settimane pensa Maria… in silenzio le due discepole che avevano seguito il Maestro quasi dall’inizio camminano nel chiaroscuro solenne: momento angoscioso, momento lugubre della pena, del lutto, dell’angoscia del giorno fatale.
Quanto dolore.. quanto abbattimento e anche rabbia forse, disappunto.. per averci lasciate sole.. Tante domande affollano la mente, ma una si staglia su tutte: Perché il Signore è morto?
Le due amiche, rese sorelle dalla sequela di Cristo, si guardano lungo la strada e non hanno bisogno di parole per esprimere il grido che resta loro strozzato in gola…
Perché Signore non sei rimasto con noi? Perché non hai compiuto quel cambiamento radicale che ci hai promesso? Il popolo intero ti aveva acclamato, avresti potuto cambiare tutto, i romani non ci avrebbero più oppresso.. il male non avrebbe più regnato, né l’oppressione..
Signore.. non ci restano che le lacrime per piangere.. la terra è affranta e senza di te non sappiamo come fare..
Gridano insieme a loro.. gli straziati corpi delle vittime delle conseguenze del terrorismo; tanti piangono per la paura e per il lutto di amici, conoscenti, parenti, amati.. che mai più torneranno.. piangono perché la loro vita ha cambiato forma, non sarà mai più la stessa..
Gridano e piangono i bambini senza più casa, senza genitori, senza cibo.. a causa dell’odio e della sete di potere.
Si piange e si lotta, si soffre in tutto il mondo…
Silenziosamente e forse senza più voce… le donne piangono per il sangue versato, per quella vita che hanno amato, per quell’occasione di parlare di ridere ed essere insieme che si è perduta…
Piangono le donne della mafia, come le madres de plaza de mayo, come le vittime delle tante guerre… piangono le donne vittime di violenza e di stalking… piangono come Miriam e Magdalena… che vanno alla tomba per cercare un corpo morto da preparare, un corpo che delimita il confine tra la certezza di ciò che si è vissuto e l’incapacità di farsi una ragione di fronte alla morte.. di fronte ad una tomba, non ci sono più vie di fuga possibili… piangono così queste donne.. verso l’ineluttabile sentenza…
Ed ecco la luce dell’alba che spunta, l’aurora che sorge fulgida e splendente… e un gran terremoto scuote la terra… la terra non può accettare che il Signore della vita riposi tra i morti… e il cielo risponde prontamente mandando un suo messaggero a rotolare via la pietra…
Gesù, il Signore apre la fonte dell’acqua viva… e i suoi angeli dal cielo rimuovono gli ostacoli… rotolando via la pietra che ostruisce il passaggio tra la terra e il cielo… tra la vita e la morte, l’angelo compie quello che poi di lì a poco spiegherà, ad annuncerà, alle donne… non più una sentenza di morte ma l’annuncio più bello per chi è nelle lacrime, per chi vorrebbe sperare ma non ce la fa più…
Due donne sono testimoni di un evento che ha dell’incredibile, che il Signore Gesù aveva già loro preannunciato tante volte.. ed è forse per questo che resistono.. che restano.. mentre le guardie, accanto alla tomba, ormai aperta e vuota, perdono conoscenza e cadono a terra, quasi come fa Dante ogni volta che non ce la fa a reggere la conoscenza delle cose ultraterrene.
Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ ho detto».
Ecco la Notizia, ecco la novità… Il Signore è Risorto e ci precede in Galilea.. quale gioia incredibile, incontenibile, bellissima, entusiasmante novità.. il terremoto tremendo qui non è un segno di giudizio, ma è il capovolgimento della realtà, è il segno dell’inizio del Regno di Dio, la terra.. a cominciare da Cristo, primogenito figlio, primizia e precursore nella Risurrezione… la terra rilascia gli ostaggi… non è più custode dell’avello, ma diventa testimone della vita eterna!
Un segno importante… perché non ci vogliamo rassegnare ad accettare ma crediamo fortemente che ogni dolore, che ogni pena nostra, della terra e del creato intero saranno guarite e riconciliate in un giudizio che dona la vita eterna e che ci è offerto dal Signore Gesù Cristo che ci incontra come il Dio Vivente…
E viene di nuovo a camminare in mezzo a noi, proprio qui, a cominciare dalle strade della Galilea, regione poverissima, così come a casa mia e a casa tua… il Signore cammina insieme a noi … ci offre la Sua Vita ed è Vivente insieme a noi!!
E la morte non è più… e i bambini non impareranno più la guerra, e la pace regnerà sovrana… e mai più piangeremo… se non per la gioia grande, enorme.. e le donne corrono a raccontare… e il sole splende e la felicità è tanta… Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’ adorarono.
Un saluto, che significa “rallegratevi”… e che forse corrisponde meglio all’inglese “rejoice” gioite nuovamente, siate raggianti di gioia, esultate, trasmettete intorno a voi la felicità che state provando…
E come se la felicità per la vita che accade… potesse essere trasmessa per contagio di parola… il Signore si raccomanda… Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
Non temete di non essere credute, non temete di dire che il Regno di Dio è in mezzo a voi, non temete, ma illuminatevi di Gioia e annunciate che il Signore è Risorto!!
Egli è già in Galilea, è già per le strade che ancora sono impolverate di dolore e di morte… e cura, lenisce le ferite, e mostra il Regno di Dio che avviene! Il Signore è Risorto!!
Amen

Pastora Laura Testa

Chi volete che vi liberi? – predicazione del Venerdì Santo

Letture bibliche: Matteo 27,15-26

Ogni festa di Pasqua il governatore era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva. Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba. Essendo dunque radunati, Pilato domandò loro: «Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?». Perché egli sapeva che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: «Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. E il governatore si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Quale dei due volete che vi liberi?» E quelli dissero: «Barabba». E Pilato a loro: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo?» Tutti risposero: «Sia crocifisso». Ma egli riprese: «Che male ha fatto?» Ma quelli sempre più gridavano: «Sia crocifisso!». Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’ acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Cari fratelli e sorelle, “chi volete che vi liberi?” è la domanda cruciale che Pilato rivolge alla folla, eterna domanda che è rivolta anche a noi qui stasera. Un quesito che interpella un’umanità che non riesce ad essere fedele e il Signore che invece ci offre, a costo del suo stesso figlio, la salvezza.
L’evangelista Matteo, sembra cercare dei colpevoli per la morte di Gesù, ma chi può sostenere la responsabilità di questa scelta se non Dio stesso?
E’ possibile che di fronte alle situazioni estreme anche noi abbiamo avuto la tentazione di cercare uno o più colpevoli per il male che avveniva attorno a noi. Nel racconto si attua lo stesso meccanismo: La ricerca di un capro espiatorio che possa liberare il popolo, i sacerdoti, gli scribi, gli anziani e Pilato dalle ansie e soprattutto dalle responsabilità.
Iniziano un indagine e un dibattito su un condannato: Gesù detto il Cristo.
Quali sono le accuse? Di cosa è responsabile? Sappiamo dall’evangelista che Gesù è stato consegnato dai Sommi Sacerdoti e dagli Anziani per invidia.
Cari fratelli e sorelle, l’invidia è uno tra i sentimenti più potenti che esistono: amplifica la grettezza umana innescando un circolo vizioso nel quale anziché spingerci a migliorare ci fa sprofondare sempre più in basso.
Gesù è invidiato perché agisce e parla coerentemente alla Parola di Dio. Egli propone una verità e una fede diverse da quelle che vengono annunziate nel tempio: Gesù parla del Regno che viene, ci racconta l’amore e la misericordia di Dio.
Tutte cose semplici, ma forse troppo difficili da comprendere e da credere. Gesù mina alla base un impianto di fede, un sistema di intercessioni, una macchina di controllo sociale e di potere perfetta che non può essere fermata. Gesù è troppo pericoloso per rimanere in vita:
Gesù deve morire.
Quante volte anche noi nelle nostre vite di uomini e di donne ci siamo ritrovate a fare i conti con gli stessi sentimenti? Quante volte… per invidia o per paura di perdere i nostri piccoli dominî di certezza siamo stati tentati, di allontanare un messaggio destabilizzante?
Inaspettatamente una donna la moglie di Pilato, manda a dire qualcosa “niente (vi sia) tra te e questo giusto: oggi, in sogno, ho sofferto molte cose a causa sua”. La donna porta un messaggio altrettanto destabilizzante: Gesù è innocente!
Incredibile perché implica che l’accusato è il Messia, il Cristo, Colui che tutti avevano tanto atteso, ma anche per via dello strumento umano che lo porta: una donna, una pagana, moglie dell’odiato e sanguinario governatore… l’ultima dalla quale ce lo saremmo aspettati.
Forse questo ci può far riflettere sul fatto che la verità, quella vera, quella santa, quella che scaturisce unicamente dall’evangelo, arriva nei modi, nei momenti e dalle persone più inaspettati, a volte pure da quelli indegni. Una riflessione importante, per noi che siamo protestanti che separiamo il latore della notizia dalla notizia per sé. Noi non abbiamo bisogno di una casta separata, di un sacerdozio specializzato e separato dal resto del mondo per accogliere l’Evangelo. L’Evangelo è notizia grazie allo Spirito Santo che ne permette la trasmissione e non grazie alla presunta santità di chi lo annuncia.
Pilato, questa Verità, la intuisce e forse ha paura di uccidere un uomo giusto, ma come sovente avviene a chi non possiede alcuna forza morale scarica le proprie responsabilità sugli altri.
Pilato chiede alla folla che vuole liberare Barabba: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo”?
E la risposta della folla è terribile e vile: “Sia Crocifisso!” . La folla non conosce perdono o misericordia, vuole solo che Barabba sia libero.
“Ma che male ha dunque fatto?!”… “SIA CROCIFISSO!”
Gesù deve morire, e il senso di questo dialogo tra Pilato e la folla non è più scontato: esso è vitale per tutti e per tutte noi!
Pilato da governatore infame e sanguinario si trasforma in testimone della salvezza.
La folla, pronuncia la sentenza su Gesù e su sé stessa, confermando la grande arroganza umana che si prende responsabilità che non sa mantenere e dice: “il suo sangue sia sopra di noi e sui nostri figli”.
Una folla che crede di sapere cosa sia giusto per il popolo, ma non vede il Salvatore del mondo. La folla si prende la responsabilità della morte del Giusto.
Pilato “Allora liberò loro Barabba”.
Barabba, ironicamente significa il figlio del padre, Gesù invece, figlio del Padre Santo, muore di croce sostituendosi al ladrone e a noi.
Amen

Pastora Laura Testa

Un nuovo cielo e una nuova terra – Sermone di Domenica 25 marzo 2018

LETTURA BIBLICA

Ap 21,1-7; 10-18

Ap 21:1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

6 Ecco sono compiute!

Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

acqua della fonte della vita.

7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

10 Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, 11 con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. 12 Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. 14 Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello.

15 E colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 E la città era quadrata, e la sua lunghezza era uguale alla larghezza; egli misurò la città con la canna, ed era dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza erano uguali. 17 Ne misurò anche le mura ed erano di centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, adoperata dall’angelo.

18 Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo.

SERMONE

Qualche tempo fa sentii un comico, uno sagace, capace di una satira intelligente, riferirsi un po’ sprezzantemente ai cristiani come a coloro che credono ad un libro che racconta “Favolette”. Penso che allora riterrebbe l’intero libro dell’Apocalisse come il non plus ultra della fantasia. Bestie, città celesti, stagni di fuoco. Nella peggiore delle ipotesi un corteo carnevalesco, nella migliore una storiella consolante che promette felicità future in grado di ripagarci per le sofferenze di questa vita, magari invitandoci a sopportarle, a rassegnarsi.

Il brano naturalmente non è nulla di tutto questo, in realtà è molto concreto e attuale. Dietro una simbologia ricca ed imponente trasmette messaggi che parlano della realtà di allora, di quando il brano fu scritto, e che valgono oggi più che mai. Attraverso il simbolo ed il linguaggio liturgico che permea l’intero libro dell’Apocalisse, l’autore getta un altro sguardo sulla realtà che non si riduce a quanto si constata con la visione umana. L’autore non sa solo guardare oltre, guarda anche attraverso.

Sono tre gli aspetti del testo sui quali ci soffermeremo oggi:

1.LA LIBERTA’: Chi imprigiona l’uomo e chi lo libera

2.IL NOSTRO PRESENTE: Di fronte ai poteri di questo mondo cosa possiamo fare noi e soprattutto come: ecco il messaggio di interpellanza dell’Apocalisse, che ci interroga riguardo il nostro presente;

3.IL NOSTRO FUTURO: il messaggio di speranza, che ci invita a non distogliere lo sguardo dal futuro che ci attende e di viverlo da ora perchè è già iniziato

Primo punto: chi ha il potere, chi governa i destini dell’umanità? Roma in quei tempi. Giovanni è un esiliato, scrive dall’isola di Patmos, un’isoletta del Mar Egeo dove la potenza imperiale romana lo aveva confinato. Era pratica comune allora, sotto l’imperatore Domiziano, destinare appunto al confino i colpevoli -diremmo oggi- di reati di opinione. Opinioni che Giovanni , il Veggente, continua ad esprimere anche nella prigionia. Non favolette dunque, magari delle quali sorridere, ma temi che Roma prende molto sul serio. Egli scrive di Gerusalemme, che era stata rasa al suolo circa vent’anni di prima al termine di una guerra che aveva decimato la popolazione della Giudea, e che egli vede, non solo risorgere ma addirittura scendere dal cielo, in un momento in cui il suddito romano dabbene, meglio avrebbe fatto a non nominarla neppure. Giovanni difatti è allontanato perché nella nuova Gerusalemme che lui vede, si dichiara che la fine dei tempi è la fine delle potenze, la nuova Gerusalemme sostituisce i tentacolari spazi umani rappresentati da Roma. Quando? In un giorno lontano? In un futuro incerto? Non è quanto il Signore vuole farci sapere, abbiamo letto: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro … “ è il tema della presenza di Dio con gli uomini che è inaugurata da Cristo, sentiamo qui risuonare le parole del Vangelo di Giovanni: “La Parola è diventata carne ed ha abitato per un tempo tra noi”. Quanto minaccia il potere degli uomini, espresso come oppressione, violenza, sfruttamento, sradicamento, dominio sui corpi e sulle menti, asservimento, non è quindi una liberazione che ci sarà ma che c’è! Riguarda anche noi, oggi! La liberazione è già inaugurata, da Cristo. Una liberazione che nessuno può togliere. La liberazione interiore quando si realizza non è qualcosa che viene concesso, e che quindi può essere ripreso ed è sempre feconda, foriera di rinnovamento. Questo Roma lo aveva capito benissimo, ecco la pericolosità di Giovanni, la pericolosità di Cristo, in grado di sconvolgere il sistema imperiale, in grado di sconvolgere il sistema attuale!

Arriviamo al secondo punto: cosa possiamo fare noi di fronti a i poteri di questo mondo. Il libro dell’Apocalisse ci interroga, come interrogava le comunità cristiane della fine del primo secolo cui si rivolgeva. La società romana funzionava bene, il diritto romano si studia ancora oggi, per l’epoca era finanche accogliente, massacri e crocifissioni in grande stile a parte. Era -tutto sommato- piuttosto facile adagiarvisi: una pax romana che garantiva i commerci, quel minimo di ossequio all’autorità (un piccolo sacrificio all’imperatore, ma tanto per farlo) , il rispetto delle leggi -qualunque esse fossero- ma ve n’erano di peggio, assolutamente niente di sovversivo per carità e la vita scorreva tranquilla. Bastava tenere gli occhi un po’ socchiusi, di fronte a quanto sfruttava in realtà l’umanità e ne conquistava anche le menti. Accontentarsi, adagiarsi nella società del periodo, conformarsi alle pratiche sociali romane: che bello! Non è bello anche oggi? Chiudere gli occhi è facile, ed è facile diventare pigri, rassegnati, tiepidi -come ci dice in un altro passo l’Apocalisse. E’ facile farsi addormentare da notizie distraenti, facile credere a quanto ci viene raccontato dai media, facile essere manipolati, facile pensare che l’economia o la politica attuali siano buone, solo perché tengono al caldo e sfamata una parte dell’umanità, l’importante è essere dalla parte giusta. Essere cristiani dovrebbe vederci come una pietra, salda, in mezzo a un torrente, che non rotola e non segue la corrente, che vi si oppone. Ma certo l’acqua si infrange con forza contro la pietra. Sappiamo essere pietra senza rotolare a valle trascinati dall’acqua? Sappiamo in vista del tempo nuovo, vivere saldamente ed instancabilmente il tempo della testimonianza missionaria ed il tempo della presenza del Risorto? Per opporsi alla forza dell’acqua che ci vuole trascinare a valle occorre una forza che non è nelle possibilità umane. La buona volontà non basta, le intenzioni nemmeno, cosa allora? La Grazia lo rende possibile! La Grazia. Calvino parlava della “nostra totale incapacità di fare il bene”, occorre saperlo, allora quanto facciamo sarà guidato dalla Grazia.

Terzo punto: il messaggio di speranza. “Cielo nuovo e terra nuova”, un rinnovamento del creato, l’eliminazione delle cose vecchie, il mare -che simboleggia il male- sparisce. Sono parole che ci comunicano con grande sobrietà che assisteremo ad una nuova creazione, basta su un nuovo ordine e rigenerata da Dio. Sono parole di grande tenerezza dove possiamo cogliere qualcosa della infinita misericordia divina, del profondo amore che nutre per noi: “Asciugherà ogni lacrima…non vi sarà morte, lutto , affanno perché le cose di prima sono passate”. Il rinnovamento del creato quindi che, attenzione, non è disgiunto dal rinnovamento delle persone. Il nuovo creato inizia con le nuove creature, oggi, in Cristo . Come abbiamo letto anche nell’epistola di Paolo si dichiara che le cose vecchie sono passate perché in Cristo si è persone nuove! Cielo e terra nuovi non rappresentano quindi solo uno sguardo su un futuro lontano ma anche il rinnovamento del nostra vita attraverso la comunione completa e perfetta col Signore. Il tabernacolo di Dio con gli uomini significa proprio questo. Significa che il viaggio verso la nuova Gerusalemme è già iniziato, in Cristo! Pensiamo allora a quando siamo in procinto di partire per un viaggio, cosa facciamo ? Ci informiamo su voli aerei, treni, soggiorno, hotel. Se è un viaggio di piacere studiamo le guide turistiche, le località da ammirare, i musei da visitare. Mentre lo facciamo in qualche modo ci vediamo già lì, proviamo già alcune delle emozioni che ci attendono. Pensiamo ad esempio di prevedere una visita ad un capolavoro dell’arte: alla pietà di Michelangelo, oppure un quadro di Van Gogh, la notte stellata ad esempio. Pregustiamo la bellezza di quanto ammireremo e ci emozioniamo. Studiando queste meravigliose opere dell’ingegno umano a casa, osservando le foto, ne comprendiamo la grandezza e tutto questo è già parte del momento in cui le vedremo di persona. Analogamente quanto viviamo oggi in Cristo fa già parte del mondo che verrà, ne è un anticipo. Cristo nelle nostre vite anticipa la nuova Gerusalemme che infatti non avrà tempio come recita il testo più avanti, perché la presenza di Dio con i suoi sarà una presenza viva e reale , costante.

Dobbiamo stare quindi molto attenti care sorelle e cari fratelli che lo sguardo rivolto al futuro non ci ponga in una situazione di stallo. Siccome lì arriveremo, speriamo di arrivarci presto: sarebbe un ragionamento che ci porta a fuggire da quel viaggio che in Cristo si è già intrapreso e che va vissuto pienamente perché questo è quanto il Signore ci chiede. Questo non significa che non dobbiamo pensare alla meta finale, alla Gerusalemme celeste, è infatti una visione stupenda e piena, meravigliosa. Il libro dell’Apocalisse descrive la nuova Gerusalemme e lo fa in maniera trascendente e concreta al tempo stesso. Trascendente: un cubo di 2500 km di lato, lo immaginate? Come se un lato iniziasse a Verona e terminasse a Mosca; con mura di 180 metri. La città è un cubo d’oro tempestato di pietre preziose. Non dobbiamo interpretarlo letteralmente la descrizione è simbolica. Si tenta di descrivere qualcosa di diverso da quanto ci circonda , di difficile rappresentazione ma che è altro rispetto ad una comune città, completamente diverso da Roma, dalla società dal in cui viviamo. al tempo stesso la città è descritta concretamente , ne possiamo percepire la solidità: massiccia, robusta, ricca di dettagli. Cosa significa? Che sarà un mondo nuovo, libero da oppressioni, morte e dolore ma che sarà reale!

In conclusione sorelle e fratelli,

-LIBERTA’. La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: chi libera le donne e gli uomini? E’ Cristo, che è potere di Dio che libera dai poteri terreni che imprigionano e che nessuno può toglierci.

-IL NOSTRO PRESENTE:Siamo chiamati a non adeguarci , non adagiarci in una società che magari ci accontenta ma che non è giusta: gli ultimi non mancano di certo. Come? Non contando sulle nostre forze ma affidandoci alla Grazia, fiduciosi che Dio agisce e quindi vivendo questo tempo come quello della testimonianza, della missione, in Cristo, per gli altri.

– IL NOSTRO FUTURO: lasciamoci rassicurare dalle promesse divine della nuova Gerusalemme, Dio stesse intende sottolinearlo: “queste parole sono certe e vere”, come a dirci: “Fidati, sarà così, sarà lo spettacolo più bello del mondo e sai cosa? E’ già iniziato in mio Figlio, vivi la tua vita. Con le sue difficoltà ma pienamente, in Cristo, fino in fondo, ne vale la pena , io pongo la mia tenda nella tua esistenza, non perderti nulla del viaggio, da subito!

Amen

Alessandro Serena

Quando verrò e vedrò il volto di Dio? Predicazione di domenica 11 marzo 2018

LETTURE BIBLICHE: salmo 42 , 43; Esodo 33,18-23; Giovanni 20, 11-18

Salmo 42

Sal 42:1 Al direttore del coro.

Cantico dei figli di Core.

Come la cerva desidera i corsi d’acqua,

così l’anima mia anela a te, o Dio.

2 L’anima mia è assetata di Dio,

del Dio vivente;

quando verrò e comparirò in presenza di Dio?

3 Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,

mentre mi dicono continuamente:

«Dov’è il tuo Dio?»

4 Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla

verso la casa di Dio,

tra i canti di gioia e di lode

d’una moltitudine in festa.

5 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

6 L’anima mia è abbattuta in me;

perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,

dai monti dell’Ermon, dal monte Misar.

7 Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;

tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.

8 Il SIGNORE, di giorno, concedeva la sua grazia,

e io la notte innalzavo cantici per lui

come preghiera al Dio che mi dà vita.

9 Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?

Perché devo andare vestito a lutto per l’oppressione del nemico?»

10 Le mie ossa sono trafitte

dagli insulti dei miei nemici

che mi dicono continuamente: «Dov’è il tuo Dio?»

11 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

SERMONE

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

questa affermazione e questa domanda sono la traduzione cattolica dell’inizio del Salmo 42.

Queste parole saranno il centro della mia predicazione di questa mattina.

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Solo quando l’acqua ci manca, ci accorgiamo che è indispensabile per la vita. Che la sete è insopportabile. Il caldo, l’abbandono, lo sforzo troppo prolungato generano stress e disidratazione. Il nostro corpo è costituito per l’90% di acqua, se perdiamo troppa acqua, mettiamo a rischio la nostra stessa vita. Una grande sete viene sempre dopo uno stress ambientale o fisico.

Anche il salmista canta il salmo sotto stress, si trova lontano da casa sua, lontano da Gerusalemme, non ha nessuno che condivida la sua fede, che conosca i suoi inni. Isolato sulle montagne nel nord della Galilea, ha una grande nostalgia del proprio paese, del trovarsi nel tempio, di cantare quelle lodi del Signore che ha conosciuto nella sua infanzia. Una situazione che è vissuta da ogni migrante costretto lontano da casa.

Ma non si trova solo nostalgia in questo salmo, al quel credente non manca solo il suono della cetra, piange calde lacrime perché i suoi avversari lo deridono e lui si sente con le ossa rotte. Anzi la sua sete viene ristorata solo dal suo pianto, notte e giorno. Vive oppresso dagli altri, abbandonato e solo. La sua vita è diventata un abisso oscuro, e lui si sente sprofondare sommerso dalle difficoltà, dal male che patisce ogni volta che chiede ad una altra persona.

Stress post-traumatico, questa sarebbe la diagnosi medica, che incasella i sintomi e prescrive una cura.

Nella vita di tutti noi è passato lo spettro di uno stress che abbiamo sentito come insopportabile: un lutto, una diagnosi medica preoccupante, la rottura definitiva di legami di affetto, sono situazioni dove ci sentiamo mancare l’aria o, restando nella metafora del salmo, siamo assetati di tenerezza e di giustizia.

Nella chiesa locale ogni lutto, ogni trauma personale suscita una eco di empatia tra i fratelli e le sorelle, le visite e la preghiera comune sostengono lo svolgimento dei sentimenti.

Dopo questi eventi amarezza, nostalgia e rabbia sono i sentimenti che commuovono tutti noi!

La domanda scritta dal salmista: “O Dio perché mi hai dimenticato?” “Perché mi hai rigettato” alberga con forza nelle nostre menti.

Così come sentiamo la sfida della domanda degli avversari del salmista che lo scherniscono dicendo :” Dove è il tuo Dio?”

Dentro la commozione per la tragedia vissuta, si insinua il dubbio, la lontananza da ogni fede trascendente che avvertiamo nella nostra società, ci sfida con il suo cinismo. Siamo schiacciati tra il dolore e la rinunzia.

Quando viviamo una tragedia, quando vediamo il male che trionfa con la morte di umani estranei ad ogni conflitto, quando riflettiamo sulle stragi e le deportazioni della storia recente, una domanda si affaccia alla nostra mente: “ Ma Dio dove era, perché succedono queste cose?”

Sulle pareti di una cantina di Colonia, in Germania, rifugio di ebrei perseguitati durante la seconda guerra mondiale, era scritta questa breve poesia.

Credo nel sole, anche quando non splende.

Credo nell’amore, anche quando non lo sento.

Credo in Dio anche quando tace.

Non intendo con questa testimonianza chiudere la discussione, anzi dal salmo emerge senza sosta la richiesta : “L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente.” Così come emerge la risposta ripetuta per tre volte, a responsorio: “Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora ; egli è la mia salvezza e il mio Dio.”

Questa è la condizione del credente in crisi, del salmista che prega. Questa è anche la nostra condizione.

La nostra vita va avanti tra sentimenti negativi che ci affliggono con domande di sfida, da un lato, e dall’altro propositi di speranza che ci vengono dalla fede nel patto di Dio con l’umanità.

Continuiamo ad udire questo sostegno da parte dei fratelli e delle sorelle in Cristo. Spera in Dio, Spera in Dio.

La fede nella vittoria di Gesù sulla morte, e nella sua resurrezione, ci permette di sperare , ci permette di pregare con forza, anche di litigare con l’Iddio altissimo.

Se ripercorriamo tutto il salmo vediamo che questa preghiera è percorsa da amarezza per i torti e i lutti subiti, da nostalgia per le riunioni al tempio, per le lodi cantate in coro e infine da rabbia per il silenzio del Signore, per la sua assenza dalla scena delle violenze.

Ecco amarezza, nostalgia, rabbia hanno pieno diritto di cittadinanza nelle preghiere che possiamo rivolgere al Padre al Figlio ed allo Spirito.

Il Signore ascolta e accompagna il credente nella elaborazione del lutto.

Questo spazio di preghiera che ci si apre davanti non risponde alla domanda : “Perché Dio lo ha permesso?” ma risponde alla domanda :”Come faccio a sopravvivere?”

Sopravvivere, continuare a vivere, vivere nuovamente. Vivere guardando a una qualche speranza.

Preghiamo, chiediamo a Dio che mandi la sua luce e la sua verità a prenderci per mano e a mostrarci la via che porta sul suo monte santo.

Dio nel deserto ha condotto il popolo con un fuoco di notte e con una nuvola di giorno; ha fatto sgorgare acqua da una roccia per dissetarlo, li ha portati con Mosè fino al monte Sinai, il suo monte santo!.

E lì si è rivelato!

In quella rivelazione forse possiamo trovare la risposta alla domanda : “Dove è il tuo Dio?” La domanda che assilla il salmista, la domanda che risuona nella mente di chi sente perduto e travolto dal male.

Anche Mosè vuole vedere in faccia Jahvè, vuole cioè conoscere la volontà di Dio nell’attimo in cui si realizza. Anche Mosè come il salmista è assetato della presenza dell’Iddio vivente.

Il teologo dell’Esodo ci dà la risposta, chi è umano, fosse anche Mosè, non può vedere il volto di Dio, ma solo le sue spalle, una volta che è passato. Esodo racconta che Dio parla così a Mosè :

Mentre passerà la mia gloria, ti coprirò con la mia mano finché io sia passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere.

Riconosciamo la presenza del Dio della vita, solo dopo che Egli ha agito.

Anche Maria Maddalena sente la voce e riconosce Gesù risorto solo dopo tre richiami, quando si volta e risponde Rabbunì. Essa però non può abbracciarlo, né toccarlo anche se è stata chiamata per nome.

Il nostro sentimento religioso vorrebbe trattenere il Signore, sapere dove sta di casa, contemplare il suo viso anche se di lontano. Siamo come i discepoli durante la trasfigurazione, vorremmo fare una tenda dove ricoverare Gesù, con Elia e Mosè.

Così nella crisi, nel dolore, nella tragedia sapremmo dove trovarlo

Ci è data solo questa speranza, in ogni crisi, in ogni errore, lo Spirito, il Consolatore ci parla in preghiera.

Spera in Dio, ….. egli è la mia salvezza. ripete per tre volte il salmo. Questa salvezza che il salmista vedeva nel Patto del Sinai, noi la riponiamo nella croce e nella resurrezione. Il Figlio di Dio mostrò il suo volto in mezzo alle sofferenze umane, il Figlio di Dio ha sconfitto la morte allora e per sempre. Questo è ciò che basta alla nostra salvezza, la promessa che in Lui risorgeremo, la morte non sarà più e ogni lacrima sarà asciugata.

E infine un particolare che forse qualcuno avrà notato. La nostra nuova riveduta, che abbiamo usato per la lettura del salmo completo, recita Quando verrò e comparirò al cospetto di Dio? La bibbia cattolica scrive Quando verrò e vedrò il volto di Dio? La differenza viene da manoscritti latini o ebraici e illustra bene lo sforzo della comunità degli antichi credenti di intendere cosa possiamo o cosa potremo contemplare della presenza di Dio, cosa possiamo nella nostra vita terrena ridurre a misura della nostra ragione.

Per rispondere a domande così difficili e impegnative è necessaria una elaborazione teologica che richiede anni, e che è riflessa nei differenti manoscritti. La nostra traduzione riveduta privilegia un sentire conforme al passo dell’Esodo.

Anche nel tempo di Dio, che si estende dopo la nostra morte, noi saremo alla sua presenza e tanto ci basti.

Dio ci volgerà ancora le spalle? Non lo sappiamo, ma siamo certi che ci accoglierà nella casa del Padre. L’amore del padre del figlio e dello spirito scioglierà ogni nostalgia, addolcirà i nostri sentimenti, scaricherà la rabbia umana compiendo il tempo che abbiamo vissuto.

Noi conosceremo il suo amore, questa è la promessa che ci può accompagnare in ogni nostra preghiera, in ogni nostro stress, in ogni nostro lutto.

Amen.

Ruggero Mica