Chi volete che vi liberi? – predicazione del Venerdì Santo

Letture bibliche: Matteo 27,15-26

Ogni festa di Pasqua il governatore era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva. Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba. Essendo dunque radunati, Pilato domandò loro: «Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?». Perché egli sapeva che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: «Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. E il governatore si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Quale dei due volete che vi liberi?» E quelli dissero: «Barabba». E Pilato a loro: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo?» Tutti risposero: «Sia crocifisso». Ma egli riprese: «Che male ha fatto?» Ma quelli sempre più gridavano: «Sia crocifisso!». Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’ acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Cari fratelli e sorelle, “chi volete che vi liberi?” è la domanda cruciale che Pilato rivolge alla folla, eterna domanda che è rivolta anche a noi qui stasera. Un quesito che interpella un’umanità che non riesce ad essere fedele e il Signore che invece ci offre, a costo del suo stesso figlio, la salvezza.
L’evangelista Matteo, sembra cercare dei colpevoli per la morte di Gesù, ma chi può sostenere la responsabilità di questa scelta se non Dio stesso?
E’ possibile che di fronte alle situazioni estreme anche noi abbiamo avuto la tentazione di cercare uno o più colpevoli per il male che avveniva attorno a noi. Nel racconto si attua lo stesso meccanismo: La ricerca di un capro espiatorio che possa liberare il popolo, i sacerdoti, gli scribi, gli anziani e Pilato dalle ansie e soprattutto dalle responsabilità.
Iniziano un indagine e un dibattito su un condannato: Gesù detto il Cristo.
Quali sono le accuse? Di cosa è responsabile? Sappiamo dall’evangelista che Gesù è stato consegnato dai Sommi Sacerdoti e dagli Anziani per invidia.
Cari fratelli e sorelle, l’invidia è uno tra i sentimenti più potenti che esistono: amplifica la grettezza umana innescando un circolo vizioso nel quale anziché spingerci a migliorare ci fa sprofondare sempre più in basso.
Gesù è invidiato perché agisce e parla coerentemente alla Parola di Dio. Egli propone una verità e una fede diverse da quelle che vengono annunziate nel tempio: Gesù parla del Regno che viene, ci racconta l’amore e la misericordia di Dio.
Tutte cose semplici, ma forse troppo difficili da comprendere e da credere. Gesù mina alla base un impianto di fede, un sistema di intercessioni, una macchina di controllo sociale e di potere perfetta che non può essere fermata. Gesù è troppo pericoloso per rimanere in vita:
Gesù deve morire.
Quante volte anche noi nelle nostre vite di uomini e di donne ci siamo ritrovate a fare i conti con gli stessi sentimenti? Quante volte… per invidia o per paura di perdere i nostri piccoli dominî di certezza siamo stati tentati, di allontanare un messaggio destabilizzante?
Inaspettatamente una donna la moglie di Pilato, manda a dire qualcosa “niente (vi sia) tra te e questo giusto: oggi, in sogno, ho sofferto molte cose a causa sua”. La donna porta un messaggio altrettanto destabilizzante: Gesù è innocente!
Incredibile perché implica che l’accusato è il Messia, il Cristo, Colui che tutti avevano tanto atteso, ma anche per via dello strumento umano che lo porta: una donna, una pagana, moglie dell’odiato e sanguinario governatore… l’ultima dalla quale ce lo saremmo aspettati.
Forse questo ci può far riflettere sul fatto che la verità, quella vera, quella santa, quella che scaturisce unicamente dall’evangelo, arriva nei modi, nei momenti e dalle persone più inaspettati, a volte pure da quelli indegni. Una riflessione importante, per noi che siamo protestanti che separiamo il latore della notizia dalla notizia per sé. Noi non abbiamo bisogno di una casta separata, di un sacerdozio specializzato e separato dal resto del mondo per accogliere l’Evangelo. L’Evangelo è notizia grazie allo Spirito Santo che ne permette la trasmissione e non grazie alla presunta santità di chi lo annuncia.
Pilato, questa Verità, la intuisce e forse ha paura di uccidere un uomo giusto, ma come sovente avviene a chi non possiede alcuna forza morale scarica le proprie responsabilità sugli altri.
Pilato chiede alla folla che vuole liberare Barabba: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo”?
E la risposta della folla è terribile e vile: “Sia Crocifisso!” . La folla non conosce perdono o misericordia, vuole solo che Barabba sia libero.
“Ma che male ha dunque fatto?!”… “SIA CROCIFISSO!”
Gesù deve morire, e il senso di questo dialogo tra Pilato e la folla non è più scontato: esso è vitale per tutti e per tutte noi!
Pilato da governatore infame e sanguinario si trasforma in testimone della salvezza.
La folla, pronuncia la sentenza su Gesù e su sé stessa, confermando la grande arroganza umana che si prende responsabilità che non sa mantenere e dice: “il suo sangue sia sopra di noi e sui nostri figli”.
Una folla che crede di sapere cosa sia giusto per il popolo, ma non vede il Salvatore del mondo. La folla si prende la responsabilità della morte del Giusto.
Pilato “Allora liberò loro Barabba”.
Barabba, ironicamente significa il figlio del padre, Gesù invece, figlio del Padre Santo, muore di croce sostituendosi al ladrone e a noi.
Amen

Pastora Laura Testa

Un nuovo cielo e una nuova terra – Sermone di Domenica 25 marzo 2018

LETTURA BIBLICA

Ap 21,1-7; 10-18

Ap 21:1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

6 Ecco sono compiute!

Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

acqua della fonte della vita.

7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

10 Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, 11 con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. 12 Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. 14 Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello.

15 E colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 E la città era quadrata, e la sua lunghezza era uguale alla larghezza; egli misurò la città con la canna, ed era dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza erano uguali. 17 Ne misurò anche le mura ed erano di centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, adoperata dall’angelo.

18 Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo.

SERMONE

Qualche tempo fa sentii un comico, uno sagace, capace di una satira intelligente, riferirsi un po’ sprezzantemente ai cristiani come a coloro che credono ad un libro che racconta “Favolette”. Penso che allora riterrebbe l’intero libro dell’Apocalisse come il non plus ultra della fantasia. Bestie, città celesti, stagni di fuoco. Nella peggiore delle ipotesi un corteo carnevalesco, nella migliore una storiella consolante che promette felicità future in grado di ripagarci per le sofferenze di questa vita, magari invitandoci a sopportarle, a rassegnarsi.

Il brano naturalmente non è nulla di tutto questo, in realtà è molto concreto e attuale. Dietro una simbologia ricca ed imponente trasmette messaggi che parlano della realtà di allora, di quando il brano fu scritto, e che valgono oggi più che mai. Attraverso il simbolo ed il linguaggio liturgico che permea l’intero libro dell’Apocalisse, l’autore getta un altro sguardo sulla realtà che non si riduce a quanto si constata con la visione umana. L’autore non sa solo guardare oltre, guarda anche attraverso.

Sono tre gli aspetti del testo sui quali ci soffermeremo oggi:

1.LA LIBERTA’: Chi imprigiona l’uomo e chi lo libera

2.IL NOSTRO PRESENTE: Di fronte ai poteri di questo mondo cosa possiamo fare noi e soprattutto come: ecco il messaggio di interpellanza dell’Apocalisse, che ci interroga riguardo il nostro presente;

3.IL NOSTRO FUTURO: il messaggio di speranza, che ci invita a non distogliere lo sguardo dal futuro che ci attende e di viverlo da ora perchè è già iniziato

Primo punto: chi ha il potere, chi governa i destini dell’umanità? Roma in quei tempi. Giovanni è un esiliato, scrive dall’isola di Patmos, un’isoletta del Mar Egeo dove la potenza imperiale romana lo aveva confinato. Era pratica comune allora, sotto l’imperatore Domiziano, destinare appunto al confino i colpevoli -diremmo oggi- di reati di opinione. Opinioni che Giovanni , il Veggente, continua ad esprimere anche nella prigionia. Non favolette dunque, magari delle quali sorridere, ma temi che Roma prende molto sul serio. Egli scrive di Gerusalemme, che era stata rasa al suolo circa vent’anni di prima al termine di una guerra che aveva decimato la popolazione della Giudea, e che egli vede, non solo risorgere ma addirittura scendere dal cielo, in un momento in cui il suddito romano dabbene, meglio avrebbe fatto a non nominarla neppure. Giovanni difatti è allontanato perché nella nuova Gerusalemme che lui vede, si dichiara che la fine dei tempi è la fine delle potenze, la nuova Gerusalemme sostituisce i tentacolari spazi umani rappresentati da Roma. Quando? In un giorno lontano? In un futuro incerto? Non è quanto il Signore vuole farci sapere, abbiamo letto: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro … “ è il tema della presenza di Dio con gli uomini che è inaugurata da Cristo, sentiamo qui risuonare le parole del Vangelo di Giovanni: “La Parola è diventata carne ed ha abitato per un tempo tra noi”. Quanto minaccia il potere degli uomini, espresso come oppressione, violenza, sfruttamento, sradicamento, dominio sui corpi e sulle menti, asservimento, non è quindi una liberazione che ci sarà ma che c’è! Riguarda anche noi, oggi! La liberazione è già inaugurata, da Cristo. Una liberazione che nessuno può togliere. La liberazione interiore quando si realizza non è qualcosa che viene concesso, e che quindi può essere ripreso ed è sempre feconda, foriera di rinnovamento. Questo Roma lo aveva capito benissimo, ecco la pericolosità di Giovanni, la pericolosità di Cristo, in grado di sconvolgere il sistema imperiale, in grado di sconvolgere il sistema attuale!

Arriviamo al secondo punto: cosa possiamo fare noi di fronti a i poteri di questo mondo. Il libro dell’Apocalisse ci interroga, come interrogava le comunità cristiane della fine del primo secolo cui si rivolgeva. La società romana funzionava bene, il diritto romano si studia ancora oggi, per l’epoca era finanche accogliente, massacri e crocifissioni in grande stile a parte. Era -tutto sommato- piuttosto facile adagiarvisi: una pax romana che garantiva i commerci, quel minimo di ossequio all’autorità (un piccolo sacrificio all’imperatore, ma tanto per farlo) , il rispetto delle leggi -qualunque esse fossero- ma ve n’erano di peggio, assolutamente niente di sovversivo per carità e la vita scorreva tranquilla. Bastava tenere gli occhi un po’ socchiusi, di fronte a quanto sfruttava in realtà l’umanità e ne conquistava anche le menti. Accontentarsi, adagiarsi nella società del periodo, conformarsi alle pratiche sociali romane: che bello! Non è bello anche oggi? Chiudere gli occhi è facile, ed è facile diventare pigri, rassegnati, tiepidi -come ci dice in un altro passo l’Apocalisse. E’ facile farsi addormentare da notizie distraenti, facile credere a quanto ci viene raccontato dai media, facile essere manipolati, facile pensare che l’economia o la politica attuali siano buone, solo perché tengono al caldo e sfamata una parte dell’umanità, l’importante è essere dalla parte giusta. Essere cristiani dovrebbe vederci come una pietra, salda, in mezzo a un torrente, che non rotola e non segue la corrente, che vi si oppone. Ma certo l’acqua si infrange con forza contro la pietra. Sappiamo essere pietra senza rotolare a valle trascinati dall’acqua? Sappiamo in vista del tempo nuovo, vivere saldamente ed instancabilmente il tempo della testimonianza missionaria ed il tempo della presenza del Risorto? Per opporsi alla forza dell’acqua che ci vuole trascinare a valle occorre una forza che non è nelle possibilità umane. La buona volontà non basta, le intenzioni nemmeno, cosa allora? La Grazia lo rende possibile! La Grazia. Calvino parlava della “nostra totale incapacità di fare il bene”, occorre saperlo, allora quanto facciamo sarà guidato dalla Grazia.

Terzo punto: il messaggio di speranza. “Cielo nuovo e terra nuova”, un rinnovamento del creato, l’eliminazione delle cose vecchie, il mare -che simboleggia il male- sparisce. Sono parole che ci comunicano con grande sobrietà che assisteremo ad una nuova creazione, basta su un nuovo ordine e rigenerata da Dio. Sono parole di grande tenerezza dove possiamo cogliere qualcosa della infinita misericordia divina, del profondo amore che nutre per noi: “Asciugherà ogni lacrima…non vi sarà morte, lutto , affanno perché le cose di prima sono passate”. Il rinnovamento del creato quindi che, attenzione, non è disgiunto dal rinnovamento delle persone. Il nuovo creato inizia con le nuove creature, oggi, in Cristo . Come abbiamo letto anche nell’epistola di Paolo si dichiara che le cose vecchie sono passate perché in Cristo si è persone nuove! Cielo e terra nuovi non rappresentano quindi solo uno sguardo su un futuro lontano ma anche il rinnovamento del nostra vita attraverso la comunione completa e perfetta col Signore. Il tabernacolo di Dio con gli uomini significa proprio questo. Significa che il viaggio verso la nuova Gerusalemme è già iniziato, in Cristo! Pensiamo allora a quando siamo in procinto di partire per un viaggio, cosa facciamo ? Ci informiamo su voli aerei, treni, soggiorno, hotel. Se è un viaggio di piacere studiamo le guide turistiche, le località da ammirare, i musei da visitare. Mentre lo facciamo in qualche modo ci vediamo già lì, proviamo già alcune delle emozioni che ci attendono. Pensiamo ad esempio di prevedere una visita ad un capolavoro dell’arte: alla pietà di Michelangelo, oppure un quadro di Van Gogh, la notte stellata ad esempio. Pregustiamo la bellezza di quanto ammireremo e ci emozioniamo. Studiando queste meravigliose opere dell’ingegno umano a casa, osservando le foto, ne comprendiamo la grandezza e tutto questo è già parte del momento in cui le vedremo di persona. Analogamente quanto viviamo oggi in Cristo fa già parte del mondo che verrà, ne è un anticipo. Cristo nelle nostre vite anticipa la nuova Gerusalemme che infatti non avrà tempio come recita il testo più avanti, perché la presenza di Dio con i suoi sarà una presenza viva e reale , costante.

Dobbiamo stare quindi molto attenti care sorelle e cari fratelli che lo sguardo rivolto al futuro non ci ponga in una situazione di stallo. Siccome lì arriveremo, speriamo di arrivarci presto: sarebbe un ragionamento che ci porta a fuggire da quel viaggio che in Cristo si è già intrapreso e che va vissuto pienamente perché questo è quanto il Signore ci chiede. Questo non significa che non dobbiamo pensare alla meta finale, alla Gerusalemme celeste, è infatti una visione stupenda e piena, meravigliosa. Il libro dell’Apocalisse descrive la nuova Gerusalemme e lo fa in maniera trascendente e concreta al tempo stesso. Trascendente: un cubo di 2500 km di lato, lo immaginate? Come se un lato iniziasse a Verona e terminasse a Mosca; con mura di 180 metri. La città è un cubo d’oro tempestato di pietre preziose. Non dobbiamo interpretarlo letteralmente la descrizione è simbolica. Si tenta di descrivere qualcosa di diverso da quanto ci circonda , di difficile rappresentazione ma che è altro rispetto ad una comune città, completamente diverso da Roma, dalla società dal in cui viviamo. al tempo stesso la città è descritta concretamente , ne possiamo percepire la solidità: massiccia, robusta, ricca di dettagli. Cosa significa? Che sarà un mondo nuovo, libero da oppressioni, morte e dolore ma che sarà reale!

In conclusione sorelle e fratelli,

-LIBERTA’. La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: chi libera le donne e gli uomini? E’ Cristo, che è potere di Dio che libera dai poteri terreni che imprigionano e che nessuno può toglierci.

-IL NOSTRO PRESENTE:Siamo chiamati a non adeguarci , non adagiarci in una società che magari ci accontenta ma che non è giusta: gli ultimi non mancano di certo. Come? Non contando sulle nostre forze ma affidandoci alla Grazia, fiduciosi che Dio agisce e quindi vivendo questo tempo come quello della testimonianza, della missione, in Cristo, per gli altri.

– IL NOSTRO FUTURO: lasciamoci rassicurare dalle promesse divine della nuova Gerusalemme, Dio stesse intende sottolinearlo: “queste parole sono certe e vere”, come a dirci: “Fidati, sarà così, sarà lo spettacolo più bello del mondo e sai cosa? E’ già iniziato in mio Figlio, vivi la tua vita. Con le sue difficoltà ma pienamente, in Cristo, fino in fondo, ne vale la pena , io pongo la mia tenda nella tua esistenza, non perderti nulla del viaggio, da subito!

Amen

Alessandro Serena

Quando verrò e vedrò il volto di Dio? Predicazione di domenica 11 marzo 2018

LETTURE BIBLICHE: salmo 42 , 43; Esodo 33,18-23; Giovanni 20, 11-18

Salmo 42

Sal 42:1 Al direttore del coro.

Cantico dei figli di Core.

Come la cerva desidera i corsi d’acqua,

così l’anima mia anela a te, o Dio.

2 L’anima mia è assetata di Dio,

del Dio vivente;

quando verrò e comparirò in presenza di Dio?

3 Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,

mentre mi dicono continuamente:

«Dov’è il tuo Dio?»

4 Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla

verso la casa di Dio,

tra i canti di gioia e di lode

d’una moltitudine in festa.

5 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

6 L’anima mia è abbattuta in me;

perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,

dai monti dell’Ermon, dal monte Misar.

7 Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;

tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.

8 Il SIGNORE, di giorno, concedeva la sua grazia,

e io la notte innalzavo cantici per lui

come preghiera al Dio che mi dà vita.

9 Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?

Perché devo andare vestito a lutto per l’oppressione del nemico?»

10 Le mie ossa sono trafitte

dagli insulti dei miei nemici

che mi dicono continuamente: «Dov’è il tuo Dio?»

11 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

SERMONE

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

questa affermazione e questa domanda sono la traduzione cattolica dell’inizio del Salmo 42.

Queste parole saranno il centro della mia predicazione di questa mattina.

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Solo quando l’acqua ci manca, ci accorgiamo che è indispensabile per la vita. Che la sete è insopportabile. Il caldo, l’abbandono, lo sforzo troppo prolungato generano stress e disidratazione. Il nostro corpo è costituito per l’90% di acqua, se perdiamo troppa acqua, mettiamo a rischio la nostra stessa vita. Una grande sete viene sempre dopo uno stress ambientale o fisico.

Anche il salmista canta il salmo sotto stress, si trova lontano da casa sua, lontano da Gerusalemme, non ha nessuno che condivida la sua fede, che conosca i suoi inni. Isolato sulle montagne nel nord della Galilea, ha una grande nostalgia del proprio paese, del trovarsi nel tempio, di cantare quelle lodi del Signore che ha conosciuto nella sua infanzia. Una situazione che è vissuta da ogni migrante costretto lontano da casa.

Ma non si trova solo nostalgia in questo salmo, al quel credente non manca solo il suono della cetra, piange calde lacrime perché i suoi avversari lo deridono e lui si sente con le ossa rotte. Anzi la sua sete viene ristorata solo dal suo pianto, notte e giorno. Vive oppresso dagli altri, abbandonato e solo. La sua vita è diventata un abisso oscuro, e lui si sente sprofondare sommerso dalle difficoltà, dal male che patisce ogni volta che chiede ad una altra persona.

Stress post-traumatico, questa sarebbe la diagnosi medica, che incasella i sintomi e prescrive una cura.

Nella vita di tutti noi è passato lo spettro di uno stress che abbiamo sentito come insopportabile: un lutto, una diagnosi medica preoccupante, la rottura definitiva di legami di affetto, sono situazioni dove ci sentiamo mancare l’aria o, restando nella metafora del salmo, siamo assetati di tenerezza e di giustizia.

Nella chiesa locale ogni lutto, ogni trauma personale suscita una eco di empatia tra i fratelli e le sorelle, le visite e la preghiera comune sostengono lo svolgimento dei sentimenti.

Dopo questi eventi amarezza, nostalgia e rabbia sono i sentimenti che commuovono tutti noi!

La domanda scritta dal salmista: “O Dio perché mi hai dimenticato?” “Perché mi hai rigettato” alberga con forza nelle nostre menti.

Così come sentiamo la sfida della domanda degli avversari del salmista che lo scherniscono dicendo :” Dove è il tuo Dio?”

Dentro la commozione per la tragedia vissuta, si insinua il dubbio, la lontananza da ogni fede trascendente che avvertiamo nella nostra società, ci sfida con il suo cinismo. Siamo schiacciati tra il dolore e la rinunzia.

Quando viviamo una tragedia, quando vediamo il male che trionfa con la morte di umani estranei ad ogni conflitto, quando riflettiamo sulle stragi e le deportazioni della storia recente, una domanda si affaccia alla nostra mente: “ Ma Dio dove era, perché succedono queste cose?”

Sulle pareti di una cantina di Colonia, in Germania, rifugio di ebrei perseguitati durante la seconda guerra mondiale, era scritta questa breve poesia.

Credo nel sole, anche quando non splende.

Credo nell’amore, anche quando non lo sento.

Credo in Dio anche quando tace.

Non intendo con questa testimonianza chiudere la discussione, anzi dal salmo emerge senza sosta la richiesta : “L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente.” Così come emerge la risposta ripetuta per tre volte, a responsorio: “Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora ; egli è la mia salvezza e il mio Dio.”

Questa è la condizione del credente in crisi, del salmista che prega. Questa è anche la nostra condizione.

La nostra vita va avanti tra sentimenti negativi che ci affliggono con domande di sfida, da un lato, e dall’altro propositi di speranza che ci vengono dalla fede nel patto di Dio con l’umanità.

Continuiamo ad udire questo sostegno da parte dei fratelli e delle sorelle in Cristo. Spera in Dio, Spera in Dio.

La fede nella vittoria di Gesù sulla morte, e nella sua resurrezione, ci permette di sperare , ci permette di pregare con forza, anche di litigare con l’Iddio altissimo.

Se ripercorriamo tutto il salmo vediamo che questa preghiera è percorsa da amarezza per i torti e i lutti subiti, da nostalgia per le riunioni al tempio, per le lodi cantate in coro e infine da rabbia per il silenzio del Signore, per la sua assenza dalla scena delle violenze.

Ecco amarezza, nostalgia, rabbia hanno pieno diritto di cittadinanza nelle preghiere che possiamo rivolgere al Padre al Figlio ed allo Spirito.

Il Signore ascolta e accompagna il credente nella elaborazione del lutto.

Questo spazio di preghiera che ci si apre davanti non risponde alla domanda : “Perché Dio lo ha permesso?” ma risponde alla domanda :”Come faccio a sopravvivere?”

Sopravvivere, continuare a vivere, vivere nuovamente. Vivere guardando a una qualche speranza.

Preghiamo, chiediamo a Dio che mandi la sua luce e la sua verità a prenderci per mano e a mostrarci la via che porta sul suo monte santo.

Dio nel deserto ha condotto il popolo con un fuoco di notte e con una nuvola di giorno; ha fatto sgorgare acqua da una roccia per dissetarlo, li ha portati con Mosè fino al monte Sinai, il suo monte santo!.

E lì si è rivelato!

In quella rivelazione forse possiamo trovare la risposta alla domanda : “Dove è il tuo Dio?” La domanda che assilla il salmista, la domanda che risuona nella mente di chi sente perduto e travolto dal male.

Anche Mosè vuole vedere in faccia Jahvè, vuole cioè conoscere la volontà di Dio nell’attimo in cui si realizza. Anche Mosè come il salmista è assetato della presenza dell’Iddio vivente.

Il teologo dell’Esodo ci dà la risposta, chi è umano, fosse anche Mosè, non può vedere il volto di Dio, ma solo le sue spalle, una volta che è passato. Esodo racconta che Dio parla così a Mosè :

Mentre passerà la mia gloria, ti coprirò con la mia mano finché io sia passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere.

Riconosciamo la presenza del Dio della vita, solo dopo che Egli ha agito.

Anche Maria Maddalena sente la voce e riconosce Gesù risorto solo dopo tre richiami, quando si volta e risponde Rabbunì. Essa però non può abbracciarlo, né toccarlo anche se è stata chiamata per nome.

Il nostro sentimento religioso vorrebbe trattenere il Signore, sapere dove sta di casa, contemplare il suo viso anche se di lontano. Siamo come i discepoli durante la trasfigurazione, vorremmo fare una tenda dove ricoverare Gesù, con Elia e Mosè.

Così nella crisi, nel dolore, nella tragedia sapremmo dove trovarlo

Ci è data solo questa speranza, in ogni crisi, in ogni errore, lo Spirito, il Consolatore ci parla in preghiera.

Spera in Dio, ….. egli è la mia salvezza. ripete per tre volte il salmo. Questa salvezza che il salmista vedeva nel Patto del Sinai, noi la riponiamo nella croce e nella resurrezione. Il Figlio di Dio mostrò il suo volto in mezzo alle sofferenze umane, il Figlio di Dio ha sconfitto la morte allora e per sempre. Questo è ciò che basta alla nostra salvezza, la promessa che in Lui risorgeremo, la morte non sarà più e ogni lacrima sarà asciugata.

E infine un particolare che forse qualcuno avrà notato. La nostra nuova riveduta, che abbiamo usato per la lettura del salmo completo, recita Quando verrò e comparirò al cospetto di Dio? La bibbia cattolica scrive Quando verrò e vedrò il volto di Dio? La differenza viene da manoscritti latini o ebraici e illustra bene lo sforzo della comunità degli antichi credenti di intendere cosa possiamo o cosa potremo contemplare della presenza di Dio, cosa possiamo nella nostra vita terrena ridurre a misura della nostra ragione.

Per rispondere a domande così difficili e impegnative è necessaria una elaborazione teologica che richiede anni, e che è riflessa nei differenti manoscritti. La nostra traduzione riveduta privilegia un sentire conforme al passo dell’Esodo.

Anche nel tempo di Dio, che si estende dopo la nostra morte, noi saremo alla sua presenza e tanto ci basti.

Dio ci volgerà ancora le spalle? Non lo sappiamo, ma siamo certi che ci accoglierà nella casa del Padre. L’amore del padre del figlio e dello spirito scioglierà ogni nostalgia, addolcirà i nostri sentimenti, scaricherà la rabbia umana compiendo il tempo che abbiamo vissuto.

Noi conosceremo il suo amore, questa è la promessa che ci può accompagnare in ogni nostra preghiera, in ogni nostro stress, in ogni nostro lutto.

Amen.

Ruggero Mica

Trasmettere il dono di Dio – predicazione di domenica 4 marzo 2018

LETTURE BIBLICHE: 2 Corinzi 8:1-15
1 Ora, fratelli, vogliamo farvi conoscere la grazia che Dio ha concessa alle chiese di Macedonia, 2 perché nelle molte tribolazioni con cui sono state provate, la loro gioia incontenibile e la loro estrema povertà hanno sovrabbondato nelle ricchezze della loro generosità. 3 Infatti, io ne rendo testimonianza, hanno dato volentieri, secondo i loro mezzi, anzi, oltre i loro mezzi, 4 chiedendoci con molta insistenza il favore di partecipare alla sovvenzione destinata ai santi. 5 E non soltanto hanno contribuito come noi speravamo, ma prima hanno dato se stessi al Signore e poi a noi, per la volontà di Dio.
6 Così, noi abbiamo esortato Tito a completare, anche tra voi, quest’opera di grazia, come l’ha iniziata. 7 Ma siccome abbondate in ogni cosa, in fede, in parola, in conoscenza, in ogni zelo e nell’amore che avete per noi, vedete di abbondare anche in quest’opera di grazia. 8 Non lo dico per darvi un ordine, ma per mettere alla prova, con l’esempio dell’altrui premura, anche la sincerità del vostro amore. 9 Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi. 10 Io do, a questo proposito, un consiglio utile a voi che, dall’anno scorso, avete cominciato per primi non solo ad agire ma anche ad avere il desiderio di fare: 11 fate ora in modo di portare a termine il vostro agire; come foste pronti nel volere, siate tali anche nel realizzarlo secondo le vostre possibilità. 12 La buona volontà, quando c’è, è gradita in ragione di quello che uno possiede e non di quello che non ha. 13 Infatti non si tratta di mettere voi nel bisogno per dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di uguaglianza; 14 nelle attuali circostanze, la vostra abbondanza serve a supplire al loro bisogno, perché la loro abbondanza supplisca altresì al vostro bisogno, affinché ci sia uguaglianza, secondo quel che è scritto: 15 «Chi aveva raccolto molto non ne ebbe di troppo, e chi aveva raccolto poco, non ne ebbe troppo poco».

Paolo esorta i suoi fratelli e sorelle a contribuire generosamente alla raccolta che sta facendo per i poveri di Gerusalemme. Per Paolo in questa raccolta c’è in gioco la sua comprensione della natura stessa del ministero: la vita e il ministero cristiano hanno infatti a che fare con l’economia – l’economia della grazia di Dio e l’economia del dono divino. In questo modo, Paolo aiuta i Corinzi e noi a capire come funziona l’economia di Dio e in che senso possiamo parlare dell’eccellenza del ministero all’interno di quell’economia. La vera preoccupazione di Paolo per i Corinzi non è la competizione nel nome di Cristo, ma l’approfondimento della comunione con Cristo. Quindi l’apostolo si complimenta con loro… e lo fa forse anche un po’ troppo, considerando ciò che sappiamo della comunità di Corinto dalla corrispondenza di Paolo, con i loro numerosi litigi e divisioni?

Paolo si concentra sul lato positivo: “voi eccellete in tutto, scrive, quindi vogliamo che eccelliate in questa generosa impresa…”
È una gara in cui il dono straordinario di Dio ci libera e ci permette di essere forieri di doni, un’economia in cui la stravagante generosità di Dio ci dà il privilegio e il potere di prendere parte alla generosità di Dio.

Paolo scrive: “tu conosci la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, che sebbene fosse ricco, per il tuo bene divenne povero, affinché tu diventassi ricco nella sua povertà…”
Il Cristo crocifisso e risorto è l’economia divina in persona, in lui vediamo l’eccellenza insuperabile del ministero.
Alla luce del suo dono per noi, cosa diventa lo spirito della competizione? Possiamo competere con il dono di Dio in Cristo? Che cosa diventano tutte le nostre abilità e virtù? Fratelli e sorelle, quando si parla di eccellenza nel ministero, non siamo i soggetti principali. Possiamo solo avere un ministro – questo è il figlio di Dio incarnato, crocifisso e risorto .

Il vero fondamento dell’eccellenza nel ministero non si trova nella nostra vittoria, non nella ricchezza della nostra conoscenza dottrinale, nelle nostre capacità pastorali, o nell’eloquenza o nella parola che ci consente di impressionare gli altri. Piuttosto Paolo indica Gesù come il dono insuperabile di Dio, sia il fulcro della divina economia della grazia, il potere dell’eccellenza ministeriale.
L’eccellenza è difficile da definire perché è lo standard rispetto alla quale viene misurato tutto il resto.

Gesù Cristo definisce, incarna e autorizza un eccellente ministero. È ministro per eccellenza.
Paolo insiste sul fatto che abbiamo una parte in questo ministero di Cristo. E ci esorta: “finisci ciò che hai iniziato, completa il servizio che hai desiderato rendere, un dono ai poveri in risposta al dono di Dio.”
Nel descrivere la nostra parte nel ministero, Paolo spiega che non sta emettendo un comando, sta esortando e incoraggiando la nostra partecipazione, nell’economia del dono di Dio non è una prescrizione ma un privilegio, non qualcosa di forzato ma qualcosa di opportuno, di giusto, di appropriato.

La nostra parte non è sostituire il suo dono, la nostra parte è quella di trasmettere il dono con entusiasmo nel potere dello spirito di Dio.

Nell’economia della grazia, il dono dato è il dono da dare.

Il dono straordinario di Dio deve essere ricevuto con gratitudine e proclamato.
Ricevere la grazia di Dio significa essere stimolati al servizio: Nella vita di fede e nel ministero, siamo coinvolti nell’economia del dono di Dio.
Quindi, anche tu, entra nell’eccellenza del dono di Cristo che viene trasmesso attraverso il potere della sua parola e dello spirito. Lascia che l’eccellenza del ministero di Cristo plasmi il tuo ministero e che esso rifletta il Suo ministero. Condividi le ricchezze del Vangelo con gli altri. Sii ambasciatore del perdono e della riconciliazione. Prendi parte alla difesa della giustizia e della pace di Dio in ogni angolo del mondo. Invita la chiesa e il mondo a ricordare i poveri e i bisognosi come ha fatto Paolo con i Corinti.
Con gioia, condividi la tua fede in Dio, il tuo amore per Cristo, la tua incrollabile speranza per il futuro regno di Dio.

L’apostolo infine, parla di una preoccupazione che sicuramente i Corinzi devono avere avuto. Quando prendiamo parte al dono, quando condividiamo con gli altri ciò che Dio ci ha dato, non siamo esposti all’esaurimento spirituale e materiale? Possiamo continuare a dare e dare e dare senza poi trovarci svuotati?
Penso che l’apostolo anticipi queste domande. Lui risponde loro dicendoci qualcosa di più sull’economia divina, e su come essa sia molto diversa dalle economie del nostro mondo.
Nelle nostre economie, ci aspettiamo un ritorno rapido e tangibile quando diamo qualcosa. L’economia di Dio funziona in un modo molto diverso. Dio non è diminuito diventando povero per il nostro bene, al contrario, Dio non è mai stato più ricco e mai più maestoso di quando si è fatto povero e si è umiliato per noi e per la nostra salvezza.
Noi naturalmente non siamo Dio. Nel migliore dei casi il nostro ministero è una testimonianza del ministero di Cristo. Nella nostra vita cristiana possono avvenire degli eventi che mettono a dura prova la nostra vita, che ci esauriscono e che lacerano l’anima, ma Paolo apostolo offre una promessa ai Corinzi e a noi: se prendiamo parte all’economia divina della grazia, condividendo le nostre ricchezze al servizio di Cristo potremo scoprire che nel dare riceviamo più di quanto abbiamo dato. Secondo Paolo il povero di Gerusalemme o le persone povere a cui facciamo la carità oggi, non sono l’oggetto della nostra carità, bensì il soggetto del nostro arricchimento spirituale.. La carità nel senso convenzionale della parola presuppone che gli altri abbiano bisogno di noi e che noi non abbiamo bisogno di loro. Secondo Paolo le persone emarginate, i senzatetto, i poveri, gli ammalati, i diversi di ogni genere e tipo, la famiglia immigrata appena arrivata – non sono casi di beneficenza. Piuttosto sono sorelle e fratelli senza i quali noi e la nostra collettività siamo impoveriti.
Una chiesa generosa impegnata in un eccellente ministero apre le porte allo straniero, all’emarginato e all’altro e scopre improvvisamente e meravigliosamente che era terribilmente povera senza di loro.
L’eccellenza del ministero inizia sempre con il dono indescrivibile, la grazia insuperabile, l’eccellenza del Signore Gesù Cristo che, sebbene ricco, diventa povero che noi, affinché noi, benché poveri diventiamo ricchi in misericordia. Questo è il regalo dato.
E un ministero ed è un mistero di eccellenza continua quando condividiamo la ricchezza di Cristo e del suo vangelo con gli altri. Questo è il dono da dare.
Quindi non fermarti ora. Completa e continua nel bene quello che hai iniziato il giorno in cui hai incontrato il Signore. Trasmetti il ​​dono liberamente, con entusiasmo e gioia. Tu eccelli in ogni cosa che Dio benedica te e la nostra chiesa e ti garantisca una testimonianza fedele di quell’unico eccelso e libero dono di Dio in Cristo Gesù.
Amen

past. Laura Testa

Parla poichè il tuo servo ascolta – Sermone di domenica 11 febbraio (Rovereto)

LETTURE BIBLICHE

1 Samuele 3, 1-10

1 Il piccolo Samuele serviva il SIGNORE sotto gli occhi di Eli. La parola del SIGNORE era rara a
quei tempi, e le visioni non erano frequenti. 2 In quel medesimo tempo, Eli, la cui vista
cominciava a intorbidarsi e non gli consentiva di vedere, se ne stava un giorno coricato nel suo
luogo consueto; 3 la lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio
del SIGNORE dove si trovava l’arca di Dio. 4 Il SIGNORE chiamò Samuele, il quale rispose:
«Eccomi!» 5 Poi corse da Eli e disse: «Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Eli rispose: «Io non ti
ho chiamato, torna a coricarti». Ed egli andò a coricarsi.
6 Il SIGNORE chiamò Samuele di nuovo. Samuele si alzò, andò da Eli e disse: «Eccomi, poiché
tu mi hai chiamato». Egli rispose: «Figlio mio, io non ti ho chiamato; torna a coricarti». 7 Ora
Samuele non conosceva ancora il SIGNORE e la parola del SIGNORE non gli era ancora stata
rivelata.
8 Il SIGNORE chiamò di nuovo Samuele, per la terza volta. Ed egli si alzò, andò da Eli e disse:
«Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Allora Eli comprese che il SIGNORE chiamava il
bambino. 9 Ed Eli disse a Samuele: «Va’ a coricarti; e, se sarai chiamato ancora, dirai: “Parla,
SIGNORE, poiché il tuo servo ascolta”». Samuele andò dunque a coricarsi al suo posto.
10 Il SIGNORE venne, si fermò accanto a lui e chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!»
E Samuele rispose: «Parla, poiché il tuo servo ascolta».

Salmo 139, 1-6.13-18

1 Al direttore del coro.
Salmo di Davide.
SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci.
2 Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo,
tu comprendi da lontano il mio pensiero.
3 Tu mi scruti quando cammino e quando riposo,
e conosci a fondo tutte le mie vie.
4 Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua,
che tu, SIGNORE, già la conosci appieno.
5 Tu mi circondi, mi stai di fronte e alle spalle,
e poni la tua mano su di me.
6 La conoscenza che hai di me è meravigliosa,
troppo alta perché io possa arrivarci.

13 Sei tu che hai formato le mie reni,
che mi hai intessuto nel seno di mia madre.
14 Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo.
Meravigliose sono le tue opere,
e l’anima mia lo sa molto bene.
15 Le mie ossa non ti erano nascoste,
quando fui formato in segreto
e intessuto nelle profondità della terra.
16 I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo
e nel tuo libro erano tutti scritti
i giorni che mi eran destinati,
quando nessuno d’essi era sorto ancora.
17 Oh, quanto mi sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio!
Quant’è grande il loro insieme!
18 Se li voglio contare, sono più numerosi della sabbia;
quando mi sveglio sono ancora con te.

Giuda 1,1-3

1 Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo, ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo: 2 misericordia, pace e amore vi siano moltiplicati.
3 Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre.

SERMONE

Il lezionario di oggi ci propone un testo di grande importanza per la vita di ciascuno di noi nella chiesa e nella società: il tema è quello della chiamata del Signore, dell’ascolto, dell’azione di Dio in noi e attraverso noi, alla luce di un aspetto fondamentale: come tale ascolto possa trasformare, vivificare, rendere fertili e vigorose e fare risplendere le vite nostre e di chi ci circonda. I passi che abbiamo letto trattano della vocazione di Samuele , come leggiamo è ancora un giovinetto che per ben tre volte sente chiamare il proprio nome dal Signore, cosa nuova per lui che all’inizio non riesce a comprendere ma poi, guidato dal sacerdote Eli si mette in ascolto. Ecco che pronuncia questa frase antica, profonda e attualissima, in nome della quale sono state e sono ogni giorno compiute opere mirabili, grandi e piccole non importa perché non siamo noi a determinarne la grandezza ma il fatto che nascono da una chiamata. Samuele dice infatti “Parla, perché il tuo servo ascolta.”

Immergiamoci allora nel testo con la premessa che sappiamo che la Bibbia non è un libro di storia, non rappresenta una cronaca di fatti accaduti, si serve di racconti che intendono dirci altro.  L’epoca dei giudici, per come è narrata nell’omonimo libro che la descrive, si delinea come un’epoca disordinata ed anarchica, in cui Dio è costantemente rinnegato, in cui lo schema è: Israele venera divinità straniere, Dio li abbandona nelle mani di un nemico, il popolo “grida” al Signore che fa sorgere un liberatore cui seguono quarant’anni di pace e tutto questo viene ripetuto più e più volte. Non ci suona familiare? E’ la perfetta descrizione di una vita alienata, dove i problemi sono sempre quelli che si presentano ciclicamente, una vita di alti e bassi dove ci si agita perché con le nostre forze non ce la facciamo, perché viviamo circondati da falsi dèi: possesso, indifferenza, potere, la falsa sicurezza della routine, perché ripetere sempre le stesse cose ci fa credere che le cose debbano sempre andare così e ci arrendiamo, alle divinità. Una vita che, avvertiamo come mancante di qualcosa, che non ci appaga.

Ecco che in questo Israele alienato compare la chiamata, ecco che nelle nostre vite difficili appare la chiamata. Dio chiama Samuele: egli è una figura esemplare, è più che un profeta, viene paragonato implicitamente alla figura grandiosa di Mosè, è inviato da Dio che con la sua nascita ha risposto alla preghiera di una madre sterile, è consacrato a Dio servendo nel tempio fin dalla tenera età ed infine, nottetempo, ode la chiamata del Signore.  Inizialmente non capisce cosa stia accadendo e chiede spiegazioni ad Eli, appena comprende si mette al servizio. Mettersi ad ascoltare: non è facile, circondati come siamo da tanto rumore. Quando siamo presi dai falsi dei è facile girarsi dall’altra parte e non distinguere la chiamata di Dio. Non dobbiamo aspettare segni potenti, Samuele non riceve la chiamata come Isaia, che vede il Signore su un trono alto ed elevato i cui lembi del mantello ricoprono il tempio e nemmeno come Ezechiele che vede la gloria di Dio attraverso quattro esseri viventi ed un trono di zaffiro. La chiamata al servizio di Samuele giunge di notte, intorno vi è il silenzio: il tempio è deserto, solo la fioca luce della lampada rischiara un poco l’ambiente. Sappiamo noi creare queste condizioni nelle nostre esistenze? Se non ci circondiamo di silenzio dentro e fuori noi stessi come faremo ad ascoltare? Ecco che Samuele ad ogni chiamata si alza, non capisce ma agisce ! E Dio non smette, lo chiama più volte, aspettando la risposta e fino a che Samuele non risponde, Dio non gli svela i suoi piani, fino a quando Samuele non pronuncerà le fatidiche parole “Parla, perché il tuo servo ascolta”. Samuele avrebbe potuto fare altro: mettere la testa sotto il cuscino dicendo “me lo sarò immaginato” oppure “meglio dormire che domani avrò molto da fare”. Invece si alza! Cosa facciamo noi, quando avvertiamo, cogliamo che la nostra vita è toccata da Dio, che sommessamente, dolcemente ma incessantemente ci cerca, ci chiama : siamo capaci di riconoscerlo e di dire “Parla , il tuo servo ascolta.”? Farlo significa una cosa sola: aprirsi all’azione di Dio! Aprirsi a Dio che chiama significa superare dubbi e paure, quelle che ci fanno pensare :“Ma io non sono certo Samuele, non sono adeguato, ho tanti impegni, poi chissà cosa dovrò fare, la cosa mi preoccupa, sai quanto stress, ho poco tempo …” . Non dimentichiamo mai che la nostra fiducia non è riposta in noi ma in Dio. Perché se la riponiamo in noi, siamo rovinati. Lo vediamo nella Lettura di oggi: poco dopo la vocazione di Samuele, Israele va in guerra contro i filistei; qui Samuele non è nemmeno nominato, non vi è l’azione del Signore ma solo quella degli uomini che infatti vengono sconfitti , una sconfitta devastante: addirittura l’arca dell’alleanza, dove sono racchiuse le tavole della Legge, dove vi è la presenza divina, è catturata dai filistei. Solo quando Samuele pregherà, solo quando Israele si affiderà all’azione di Dio, giungerà la vittoria per Israele.

Quanto noi possiamo fare non è dovuto a noi, liberiamoci dall’ansia di cosa dovremo fare, la strada ce la indica il Signore e, guarda caso, molto spesso non è lontana, è vicino a noi. La risposta ad un bisognoso, un aiuto a chi è rifiutato dalla società, un orecchio prestato a chi ha bisogno di parlare, un servizio reso alla comunità, la vicinanza a chi è nel dolore … conoscere un cristiano dovrebbe essere una benedizione per chiunque! Non occorre andare lontano per rispondere al Signore che chiama.

Vorrei a questo proposito raccontare brevemente una storiella che appartiene alla tradizione ebraica. Vi era un tempo nella città di Cracovia un rabbino, Eisik, figlio di Jekel che una notte sognò che a Praga, sotto il ponte che porta alla reggia del sovrano vi fosse un tesoro sepolto. Non vi diede molto peso dapprima ma, dopo avere fatto per tre volte consecutive lo stesso sogno, decise di recarsi a Praga. Il ponte era presidiato da soldati ed il povero Eisik prese a gironzolare per giorni intorno al ponte senza avere il coraggio di scavare sotto il ponte così presidiato. Dopo alcuni giorni il capitano delle guardie, avendolo notato, gli chiese cosa facesse li ed egli gli racconto dei sogni. Al che il capitano scoppiò in una fragorosa risata: anch’egli aveva sognato, aveva sognato che a Cracovia in casa di un certo Eisik, figlio di Jekel, sotto la stufa avrebbe trovato un tesoro, ma lui non era certo tipo da credere ai sogni, chissà quanti ebrei di nome Eisik si trovavano a Cracovia e chissá quanti Jekel e lui non aveva certo tempo da perdere in queste fantasie. Eisik ascoltò con stupore, tornò a Cracovia e sotto la stufa di casa sua trovò il tesoro, col quale costruì una sinagoga. Non occorre care sorelle e cari fratelli andare lontani, quanto serve è ascoltare, il Signore chiama ma ci assiste, per come ci serve , perchè ci conosce, come ci dice il salmista: “Poni la tua mano su di me. La conoscenza che hai di me è meravigliosa, troppo alta perché io possa arrivarci.“

Allora che dobbiamo fare noi? Noi dobbiamo fare solo una cosa, nella preghiera, nel silenzio, senza timore, con gioia, con fiducia, con amore per Dio per gli uomini e per la sua causa dirgli “Parla perchè il tuo servo ascolta” e vedremo aprirsi mille porte, mille possibilità. Senza timore, con fiducia, con gioia perché il Signore rivolge parole stupende a chi chiama e tutti siamo chiamati. Lo vediamo nella lettera di Giuda che abbiamo letto: “Ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo”, amati … custoditi, non siamo soli, non lo siamo mai! Non lo saremo mai! Un’altra cosa ci dice la lettera di Giuda: “combattere per la fede” ed anche qui, magnificamente, come solo nella Parola Viva possiamo trovare , in pochissime parole vi è tutto: la fede che è dono, che ci salva e che ci da la forza per combattere la buona battaglia, battaglia che spetta a noi.
Amen

Alessandro Serena

Chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore – Sermone di domenica 18 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE:

Genesi 25,21-26

21 Isacco implorò il SIGNORE per sua moglie Rebecca, perché ella era sterile. Il SIGNORE l’esaudì e Rebecca, sua moglie, concepì. 22 I bambini si urtavano nel suo grembo ed ella disse: «Se così è, perché vivo?» E andò a consultare il SIGNORE. 23 Il SIGNORE le disse: «Due nazioni sono nel tuo grembo e due popoli separati usciranno dal tuo seno. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore». 24 Quando venne per lei il tempo di partorire, ecco che lei aveva due gemelli nel grembo. 25 Il primo che nacque era rosso e peloso come un mantello di pelo. Così fu chiamato Esaù. 26 Dopo nacque suo fratello, che con la mano teneva il calcagno di Esaù e fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando Rebecca li partorì.

Carissimi Fratelli e Sorelle, oggi, nel giorno in cui ricordiamo le concessioni delle libertà civili a Valdesi ed Ebrei, con le lettere patenti allegate allo Statuto Albertino nel 1848, ci interroghiamo ancora quali sono i meccanismi che talvolta muovono gli interessi di potere all’interno di una società e che producono storie di libertà, storie di oppressione e di razzismo, o di esclusione anche violenta.

Uno dei fili rossi centrali alla storia familiare che inizia al concepimento di Esaù/Edom e di Israele/Giacobbe suo gemello fraterno (Gen. 25,21ss) è il tema dell’identità, ovvero di quello che è il loro patrimonio culturale, religioso e materiale.

Rebecca prende una decisione che coinvolge il destino futuro dei propri figli, designando sin dalla loro nascita chi sarà l’erede, membro del popolo, destinatario della benedizione, e prosecutore del rapporto con il Dio della promessa.

La scelta di Rebecca, matriarca potente, crea una frattura che porterà alla frode, all’inganno, al patto ingiusto, alla fuga e all’odio tra consanguinei. La scelta che ella opera va a favore esclusivo di uno dei figli. Anche Isacco, morente, non riesce a riconciliare i due fratelli.

Giacobbe è l’erede, ma è costretto a fuggire e nel corso della sua storia di esule affronterà la solitudine, lavorerà, costruirà una famiglia, incontrerà Dio e riceverà un altro nome: Israele. Solo dopo un lungo processo di maturazione sarà in grado di tornare sui suoi passi e anche di volgere ad una “riconciliazione” con il fratello, dichiarandosi suo servo ed invertendo l’oracolo divino interpretato dalla madre Rebecca. Israele capisce cosa significa essere uno straniero in terra straniera, e laddove sua madre non ha accolto Esaù e le sue mogli straniere come parte del popolo, lui “adotta” i figli di Giuseppe, interpretando il proprio potere nell’accoglienza. I “figli della schiavitù”, Efraim e Manasse sono nati in terra straniera, da madre straniera, ma adesso sono anche loro liberi figli e figlie del popolo d’Israele.

Capite bene sorelle e fratelli le grandi risonanze con la storia nostra di Valdesi affrancati e con la storia italiana dei giorni nostri.

La capacità di fare sentire qualcuno parte di un tutto è un potere enorme. Se le nostre Chiese e la nostra società tendessero sempre più a utilizzare alla maniera di Giacobbe questo potere, ci sarebbero forse meno conflitti, la diversità sarebbe accolta e la differenza reputata e rispettata come una ricchezza. Certo la nostra è una chiamata ad agire nella solitudine, in “controtendenza”, poiché tale paradigma di gestione del potere non sembra avere molti seguaci nella compagine sociopolitica odierna. Notiamo piuttosto spinte alla massificazione, un appiattimento mediatico che sacrifica il pensiero critico e libero, nonché una certa tendenza restauratrice che mette al centro un potere ideologico e moralista.

Il Signore Gesù Cristo però afferma nella pienezza dello Spirito che chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; (Mt 20,26-27)

Egli ci offre l’occasione di benedire, ci invita a metterci al sevizio, ci voca ad accogliere e ad aprirci al dono di Dio che sempre allarga i nostri confini e le nostre tende.

Amen

Pastora Laura Testa

Quando sono debole, allora sono forte – Sermone di domenica 4 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE: 2 Corinzi 12,1-10

1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.
7 E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Descrivendo la città e la comunità di Corinto, la prima parola che mi viene in mente è opulenza. La città di Corinto ci assomiglia molto: Una civiltà opulenta, una civiltà nella quale le persone viaggiano e migrano, una civiltà nella quale il panorama religioso non è più quello tradizionale, ma che si arricchisce quotidianamente con nuove idee e nuove proposte interessanti. La grande tentazione di questa civiltà è da un lato di accogliere tutte le proposte in maniera indiscriminata, dall’altro la chiusura ad ogni possibile forma di innovazione. L’apostolo Paolo ha il suo punto di riferimento in Cristo Gesù e fonda sull’annuncio dell’Evangelo. L’apostolo ha una visione sul futuro, e ha avuto anche il vanto di aver avuto un’autentica esperienza di rivelazione della gloria di Dio. Un’esperienza d’incontro con Cristo, che però non è esprimibile a parole e forse non è nemmeno misura di cui vantarsi, perché l’incontro con Cristo è sempre un incontro personale. Tuttavia, di fronte all’abbiente comunità di Corinto non si è mai fatto mantenere, ma ha conservato una propria autonomia autofinanziandosi ed inviando tutte le collette a Gerusalemme. Il modo in cui la nostra Chiesa Valdese e Metodista in Italia ha scelto di vivere la propria autonomia e la propria libertà economica è molto paolina. Ogni membro di Chiesa conosce il proprio dovere e con gioia riconoscente al Signore offre la propria contribuzione sapendo che la nostra Chiesa non riceve alcun fondo o aiuto statale per l’annuncio dell’Evangelo. Così come Paolo mandava tutte le collette a Gerusalemme senza tenerne per il proprio mantenimento, allo stesso modo la nostra Chiesa ha deciso una linea di coerenza evangelica destinando ogni singolo euro derivante dall’otto per mille ad opere di carattere sociale, assistenziale e di istruzione indipendentemente dalla provenienza “religiosa” delle associazioni che ne fanno richiesta.

Certamente, così come l’apostolo Paolo difendeva i propri strumenti di artigiano e così come difende a spada tratta la sua posizione di Apostolo, anche noi difendiamo la nostra posizione e proviamo, nelle nostre grandi e piccole contraddizioni a comunicare un messaggio coerente all’evangelo di Cristo. Ma quale è questo Cristo? È il Cristo glorioso? È il Cristo potente, che sbaraglia tutti gli avversari? È colui che offre a coloro che lo seguono promesse di benessere, di gloria, di successo e di vita felice? È la religione delle manifestazioni estatiche potenti? È lo show off, il vanto, come lo chiama Paolo, l’esibizionismo mediatico del sacro a chi fa più miracoli? L’apostolo Paolo in questo è chiaro… “anche io potrei vantarmi, anche io ho tutte le carte in regola per farlo, ma ho anche di più… ho la debolezza di Cristo Gesù che opera potentemente in me ed è una spina nel fianco che mi affligge quotidianamente.. eppure.. essa mi permette di ricordarmi a chi appartengo in vita ed in morte”. Il potere la ricchezza, la forza e la vittoria sono i doni che il Diavolo offre a Gesù nel deserto per tentarlo.. Il Signore li rifiuta e vince il Male sulla Croce. La vita in Cristo non è la “vita facile” dove tutto improvvisamente diventa bello, non è la gloria, non è la ricchezza, non è la via larga, ma è accettazione dei propri limiti: è rimettere Dio al centro, perché proprio la debolezza umana è il contesto necessario perché si manifesti la potenza di Cristo. Cristo ci rivela il nostro vero volto, misero e mendicante la Sua grazia benedetta. L’accoglienza della debolezza è la possibilità per noi di confidare nel Signore, di porre nelle sue sapienti mani il nostro dolore con la certezza che Egli ci offrirà il Suo perdono.
Tale è infatti la vita cristiana, l’accoglienza reciproca nel perdono, e non la richiesta di performances sempre più alte.
La Grazia di Dio che abita in noi è la fede di Cristo: è nella nostra debolezza, nella nostra “non perfezione” che essa è resa ancora più evidente, anche nei nostri insuccessi, anche nei nostri conflitti.
L’amore di Cristo manifestato pienamente nella morte di Croce ha la potenza di salvare la nostra vita: l’amore di Cristo che si fa debole per accogliere la nostra umanità è la proposta di accogliere noi stessi quella debolezza, in noi stessi e negli altri e di vivere in Lui riconciliati. Amen

Pastora Laura Testa

Non conformatevi a questo mondo. Predicazione di domenica 28 gennaio 2018

LETTURE BIBLICHE: Esodo 32,1-6; Apocalisse 13,1-8; Romani 12,1-2

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto». 2 E Aaronne rispose loro: «Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli». 3 E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d’oro e li portò ad Aaronne. 4 Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: «O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!» 5 Quando Aaronne vide questo, costruì un altare davanti al vitello ed esclamò: «Domani sarà festa in onore del SIGNORE!» 6 L’indomani, si alzarono di buon’ora, offrirono olocausti e portarono dei sacrifici di ringraziamento; il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi.

Esodo 32,1-6

1 Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi.

2 La bestia che io vidi era simile a un leopardo, i suoi piedi erano come quelli dell’orso e la bocca come quella del leone. Il dragone le diede la sua potenza, il suo trono e una grande autorità. 3 E vidi una delle sue teste come ferita a morte; ma la sua piaga mortale fu guarita; e tutta la terra, meravigliata, andò dietro alla bestia; 4 e adorarono il dragone perché aveva dato il potere alla bestia; e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia? e chi può combattere contro di lei?» 5 E le fu data una bocca che proferiva parole arroganti e bestemmie. E le fu dato potere di agire per quarantadue mesi. 6 Essa aprì la bocca per bestemmiare contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. 7 Le fu pure dato di far guerra ai santi e di vincerli, di avere autorità sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. 8 L’adoreranno tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla creazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello che è stato immolato.

Apocalisse 13,1-8

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

Romani 12,1-2

PREDICAZIONE

A quanti di noi è capitato di sentirci scoraggiati, isolati, abbandonati e di aver cercato di trovare una soluzione alla nostra portata? Quante volte nel momento del bisogno abbiamo abbandonato Dio in cerca di un dio più raggiungibile, più alla nostra portata? Un dio che sembrasse maggiormente in grado di rispondere alle nostre preghiere? Moltissime volte. E qualche volta questa ricerca di un dio più a portata di mano, che facesse promesse allettanti ha significato una vera e propria tragedia per l’intera umanità.

Il 20 luglio 2000 una legge dello Stato ha istituito un “giorno della Memoria”, un giorno in cui ricordare, tutti insieme, gli orrori del nazi-fascismo affinché non possano accadere mai più. E tra questi orrori, in particolare quelli perpetrati nei campi di concentramento. Tra il 1933 e il 1945, infatti, la Germania ha creato alcuni campi di detenzione all’interno dei quali le condizioni di vita e di lavoro erano durissime, spesso disumane, e alcuni campi di sterminio, luoghi dove attuare la cosiddetta “soluzione finale”, cioè l’eliminazione definitiva e totale di tutti coloro che erano considerati una minaccia per il popolo tedesco: agli uni e agli altri si accedeva se si era comunisti o comunque dissidenti del regime, ma più spesso non per colpe, o presunte tali, più o meno gravi, ma a causa di quello che si era. Nei campi entravano infatti per lo più uomini e donne rom, omosessuali e soprattutto ebrei. Questo sistema venne esteso a tutti gli stati occupati o alleati con la Germania, perciò troviamo campi di concentramento e di sterminio in gran parte d’Europa e anche in Italia.

Cosa significa per noi oggi, nella nostra chiesa, ricordare questa ricorrenza laica? Cosa significa far entrare qui una legge dello Stato che ci ricorda un evento della Storia?

Due sono le sottolineature che vorrei fare: la prima, rapidissima, è ricordare a me stessa e a tutti voi, che la Shoa non è stato un orrore unico nella storia dell’umanità e che quindi non dobbiamo pensare che sia un caso isolato che non ci riguarda come umanità e che non potrà più riproporsi. In alcuni tremendi momenti della sua storia gli uomini e le donne si sono macchiati di infamie e di orrori inimmaginabili, inauditi, incomprensibili. Non solo, ma anche oggi, in questo stesso momento, in Palestina, in Libia e in altre parti del mondo si stanno consumando tragedie che vedono coinvolti uomini e donne e, naturalmente, anche bambini. Orrori a cui non riusciamo a porre fine, ma che non dobbiamo dimenticare.

E non dobbiamo dimenticare che spesso il nostro silenzio, la nostra indifferenza, il nostro conformismo ci rendono corresponsabili, perché ci adattiamo a questo mondo, al suo cinismo, alla sua indifferenza verso il dolore umano, alla sua crudeltà impregnata di arroganza. E poi ci sentiamo giustificati perché siamo lontani dalle tragedie e spesso realmente impotenti. E così finiamo col pensare che la storia è piena di orrori, ma altri sono i colpevoli, non noi, perché altri hanno commesso o commettono azioni che noi non accetteremmo di fare. Finiamo col convincerci che altri sono o sono stati disumani, crudeli, mostruosi, noi no. Questo forse è anche vero. Forse noi qui riuniti stamattina non faremmo nulla di così grave e tremendo. Forse. Ma accanto alla responsabilità, enorme, di coloro che hanno deciso, hanno pianificato, hanno progettato ed attuato questi orrori, esiste anche la responsabilità di coloro che, come esecutori senza potere decisionale, hanno reso possibili quegli orrori. Perché i sorveglianti e le sorveglianti dei lager erano persone normali, molti di loro erano cristiani, cristiani che non avvertivano che ci fosse contraddizione tra la loro fede e il loro essere aguzzini e persecutori di donne, uomini e bambini. Di più: accanto alla responsabilità degli esecutori materiali, c’è anche quella di coloro che hanno assistito e non hanno ritenuto di dover intervenire. Non lo hanno fatto per paura, o pensando ai propri figli, ma talvolta anche perché in fondo non riflettevano sul fatto che stavano assistendo, in silenzio, a qualcosa di inaccettabile. Che dire di coloro che abitavano vicino ai campi di concentramento, che sentivano le grida, che vedevano il fumo uscire dai camini e ne sentivano l’odore, di coloro che vivevano nelle tenute in cui si utilizzavano schiavi? Che dire di noi che vediamo al telegiornale i barconi e i corpi senza vita di chi cerca di arrivare in Italia e cominciamo a fare dei distinguo, a giudicare le motivazioni, a discutere se fosse opportuno o non fosse opportuno che partissero dai loro Paesi? O che preferiamo che quei migranti siano rinchiusi nei lager libici, così che noi possiamo, non vedendoli, dimenticarcene?

Io credo che questa storia, queste storie, ci interpellino e non possiamo facilmente gettarle dietro le spalle come se non ci riguardassero. Sono storie che ci parlano e che dobbiamo ascoltare per quanto questo possa essere doloroso, faticoso, talvolta irritante.

E dunque? Rileggiamo alcuni versetti del passo di Esodo che abbiamo appena ascoltato:

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto».

Anche noi, spesso, impauriti perché ci sembra di essere abbandonati a noi stessi, cerchiamo delle scorciatoie, cerchiamo qualcosa che ci faccia sentire la presenza di Dio al nostro fianco. Quanti tedeschi, quanti italiani, quanti americani hanno semplicemente deposto la fede nel Signore e hanno dato se stessi a chi gridava forte, a chi prometteva la pace, la sicurezza, il benessere? Quante volte abbiamo bisogno di vedere e di sentire fisicamente chi ci guida e ci fidiamo più di questo che del Signore? Quante volte intuiamo che stiamo seguendo la strada sbagliata ma continuiamo a farlo perché in fondo è più facile, più rassicurante? Quante volte rinunciamo ad affidarci al Signore e preferiamo conformarci al mondo, alle sue lusinghe e alle sue promesse?

E così ci comportiamo anche noi come gli israeliti nel deserto che quando si sentirono soli, furono assaliti dal timore di essere stati abbandonati e cercarono di trovare conforto, aiuto, sostegno là dove ritenevano ci fosse. Infatti anche noi abbiamo spesso bisogno dei nostri vitelli d’oro, abbiamo spesso bisogno di vedere e sentire la voce di Dio e ci accontentiamo di colui che urla più forte, anche se ci condurrà alla costruzione di un vitello d’oro, cioè di un idolo che finirà con il sostituire Dio, che finirà per contare di più per noi perché sarà più facile da vedere e da ascoltare. Un vitello d’oro che ci promette pace, sicurezza, lavoro per noi e per i nostri figli, benessere, un vitello d’oro che ci fa sentire a posto verso Dio, proprio nel momento in cui ce ne stiamo allontanando, nel momento in cui lo stiamo tradendo.

Ma quindi? Che speranza abbiamo? La speranza nasce dal fatto che nonostante il vitello d’oro, nonostante i nostri continui tradimenti, i nostri cedimenti, la nostra fatica ad ascoltarLo, il Signore non ci abbandona e non si dimentica del Suo patto con noi. Il nostro compito, come saggiamente fanno tutti gli anni i nostri fratelli e sorelle metodisti, è ricordare il patto che Dio ha fatto con noi, il Patto che noi continuamente tradiamo e che il Signore non dimentica. Se ci lasciamo andare abbiamo di fronte a noi solo l’orrore del vitello d’oro, con i suoi campi di concentramento, con i suoi schiavi, i suoi morti e il suo dolore, se invece ricordiamo e rinnoviamo il nostro patto con Lui saremo trasformati mediante il rinnovamento della nostra mente, e conosceremo per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. Amen!

Erica Sfredda

La mano di Dio è potente – Sermone di domenica 21 gennaio 2018

LETTURA BIBLICA

Esodo 15:1-21

1 Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al SIGNORE:
«Io canterò al SIGNORE, perché è sommamente glorioso;
ha precipitato in mare cavallo e cavaliere.
2 Il SIGNORE è la mia forza e l’oggetto del mio cantico;
egli è stato la mia salvezza.
Questi è il mio Dio, io lo glorificherò,
è il Dio di mio padre, io lo esalterò.
3 Il SIGNORE è un guerriero,
il suo nome è il SIGNORE.
4 Egli ha gettato in mare i carri del faraone, e il suo esercito;
e i suoi migliori condottieri sono stati sommersi nel mar Rosso.
5 Gli abissi li ricoprono;
sono andati a fondo come una pietra.
6 La tua destra, o SIGNORE, è ammirevole per la sua forza.
La tua destra, o SIGNORE, schiaccia i nemici.
7 Con la grandezza della tua maestà,
tu rovesci i tuoi avversari;
tu scateni la tua ira,
essa li consuma come stoppia.
8 Al soffio delle tue narici le acque si sono ammucchiate,
le onde si sono rizzate come un muro,
i flutti si sono fermati nel cuore del mare.
9 Il nemico diceva: “Inseguirò, raggiungerò,
dividerò le spoglie,
io mi sazierò di loro;
sguainerò la mia spada, la mia mano li sterminerà”;
10 ma tu hai soffiato il tuo vento
e il mare li ha sommersi;
sono affondati come piombo in acque profonde.
11 Chi è pari a te fra gli dèi, o SIGNORE?
Chi è pari a te, splendido nella tua santità,
tremendo anche a chi ti loda,
operatore di prodigi?
12 Tu hai steso la destra,
la terra li ha ingoiati.
13 Tu hai condotto con la tua bontà
il popolo che hai riscattato;
l’hai guidato con la tua potenza
alla tua santa dimora.
14 I popoli lo hanno udito e tremano.
L’angoscia ha colto gli abitanti della Filistia.
15 Già sono smarriti i capi di Edom,
il tremito prende i potenti di Moab,
tutti gli abitanti di Canaan vengono meno.
16 Spavento e terrore piomberà su di loro.
Per la forza del tuo braccio
diventeranno muti come una pietra,
finché il tuo popolo, o SIGNORE, sia passato,
finché sia passato il popolo che ti sei acquistato.
17 Tu li introdurrai e li pianterai sul monte che ti appartiene,
nel luogo che hai preparato, o SIGNORE, per tua dimora,
nel santuario che le tue mani, o Signore, hanno stabilito.
18 Il SIGNORE regnerà per sempre, in eterno».
19 Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico quando i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono nel mare,
e il SIGNORE fece ritornare su di loro le acque del mare,
ma i figli d’Israele camminarono sulla terra asciutta in mezzo al mare.
20 Allora Maria, la profetessa, sorella d’Aaronne, prese in mano il timpano e tutte le donne uscirono dietro a lei, con timpani e danze.

 21 E Maria rispondeva:
«Cantate al SIGNORE, perché è sommamente glorioso:
ha precipitato in mare cavallo e cavaliere».

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, Cantiamo al Signore perché ha precipitato in mare cavallo e cavaliere: cantiamo anche noi al Dio vittorioso che permette ad un popolo di esuli, di diseredati di schiavi afflitti e soggiogati di attraversare il mare e di essere sopravvissuti. Dopo il canto di lode di Miriam un nuovo popolo nasce, un popolo che rappresenta simbolicamente l’azione di Dio Creatore, Redentore e Liberatore con la gioia liturgica espressa dalla danza, dal canto e dalla musica. Quando il popolo di Dio si mette in cammino tutti i popoli oppressori e malvagi, ogni despota, ogni schiavista, ogni idolatra servo del male e di mammona ammutolisce.

Una canzone di gioia che è la stessa che cantano le donne, gli uomini e i bambini che anche oggi attraversano il mare e le frontiere quando arrivano sani e salvi dall’altra parte: nessuno garantisce loro che la vita da “questa” parte sarà semplice, il viaggio certamente non è finito, il deserto è ancora lì di fronte, ma la volontà e l’azione salvifica di Dio si è manifestata pienamente una volta per tutte!

Dopo la “vittoria al mare”, i conflitti con i popoli avversari sono decisi per sempre, ed Israele ha già la sua terra promessa.

Questa è la stessa fede che noi riponiamo in Cristo, che estende questa vittoria a tutti e a tutte noi oggi. La vittoria è infatti per i popoli afflitti, per le genti affamate, per coloro che soffrono nella schiavitù moderna.

Noi però, da che parte del mare stiamo?

E’ facile, forse troppo facile indicare quali sono i popoli esuli, schiavi e fuggiaschi di oggi.. ma noi che facciamo? Balliamo con Miriam o cavalchiamo con gli Egiziani?

Due simboli potentissimi – la festa di vita celebrata dalle donne e la marcia di guerra e di morte dei cavalli e dei cavalieri egiziani – contrapposti per raccontare l’azione di Dio.

Il Signore infatti è un guerriero potente, sovverte il caos creato dalla sete di possesso e dominio umane e annichilisce la potenza militare senza utilizzare alcuno strumento di guerra e di morte.

L’acqua, il fuoco, il vento e la terra rispondono alla Parola Creatrice, che come soffio libera l’umanità dal male e dai suoi adepti.

Il Signore fa rinascere l’umanità, un popolo nuovo, che riemerge dalle acque di un metaforico Battesimo lavata e liberati dal male e dall’oppressione come ci ricordava Sant’Agostino, Vescovo d’Ippona.

Un Battesimo che ci unisce, cristiani credenti in Cristo Gesù salvatore e redentore della storia e del mondo, ma anche salvatore e redentore nostro personale.

Gesù che ci invita e ci permette di essere trasformati e trasformate in persone nuove, rinnovate per opera dello spirito Santo. Coscienti e consapevoli che per ogni dramma odierno, per ogni bambino morto in mare, per ogni clochard bruciato, per ogni atto di razzismo, per ogni ragazzo morto sul lavoro noi abbiamo una parte di responsabilità e rischiamo di essere anche noi come gli egiziani.

La mano di Dio però è potente, Egli prende su di sé la nostra colpa, mettiamo nelle sue mani misericordiose e potenti ogni nostro retaggio egiziano, ogni nostro peccato, ogni nostra schiavitù morale e chiediamo al Potente di rinnovare in noi la fede, l’amore e la speranza che Lui ha riposte in noi in Cristo. Rinasciamo in Lui a vita nuova: vita accogliente, pacificata, in cui la tua esistenza mi interessa, in cui non siamo più fratelli separati, ma confratelli, in cui i muri anche culturali, sociali ed economici hanno poco valore, ma ciò che conta è l’amore che Cristo ha riposto in noi.

Allora sì, cantiamo e balliamo con Maria sulle note della riconciliazione

Amen

Pastora Laura Testa

Entriamo nella terra promessa – Predicazione su Giosuè 1,1-9

LETTURE BIBLICHE: Giosuè 1,1-9
1 Dopo la morte di Mosè, servo del SIGNORE, il SIGNORE parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: 2 «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d’Israele. 3 Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, 4 dal deserto, e dal Libano che vedi là, sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. 5 Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. 6 Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. 7 Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. 8 Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. 9 Non te l’ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il SIGNORE, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Carissimi fratelli e sorelle,
nelle Chiese protestanti, in particolare in quella valdese, che non praticano quindi il culto dei defunti, non si celebrano messe di suffragio o di ricordo dei cari scomparsi, ma nell’uso tradizionale almeno una volta l’anno si ricordano tutti i fratelli e le sorelle nel Signore, che non ci sono più e che ci hanno lasciati proprio nell’anno trascorso.
Quest’anno 2017 è stato un anno incredibile, abbiamo celebrato la Riforma e ci siamo ricordati di tanti e tante testimoni nella fede, ma le Chiese di Mantova e Verona, legate dalla stessa cura pastorale, sono state particolarmente benedette, poiché siamo ancora tutti qui magari con qualche acciacco in più, ma vivaci e attenti all’ascolto della Parola del Signore.
Stamattina però è proprio la Parola del Signore che ci dice che Mosè è morto, e che qualcun altro dovrà prendere il testimone e portare a buon fine il viaggio verso la terra promessa.
Un passaggio ed una nomina ufficiale da parte di Dio a Giosuè, che gli dà una missione precisa di conduzione del popolo.
«Alzati, attraversa il Giordano, ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè.»
Un passaggio simbolico quindi tra un prima e un dopo, tra la terra in cui si era stranieri alla terra promessa, che Dio dona loro automaticamente, una promessa meravigliosa che si realizza al passaggio dei loro calzari. Immediatamente mi sono venuti in mente i tanti passaggi di frontiere che avvengono anche oggi da parte di svariati popoli, e il fatto che coloro che arrivano troppo spesso non ricevono la stessa certezza che avevano Giosuè ed il popolo d’Israele.
Sono tanti infatti coloro che muoiono nel passaggio, tanti quelli che non ce la fanno ad ambientarsi, troppi quelli che finiscono nelle maglie della malavita, tanti quelli che nascono e a cui è rifiutata cittadinanza e ancora di più quelli che si inseriscono, che trovano un lavoro onesto, o vanno a scuola ogni giorno, come tanti tra noi, e che però subiscono quotidianamente episodi di disarmante odio razzista.
Questo passaggio di Giosuè e del popolo non è un passaggio facile, non è un passaggio indolore perché passare una frontiera significa anche lasciare dietro di sé tante cose e tante certezze, ma significa anche concentrarsi sul futuro, perché indietro ci sono il deserto e la schiavitù egiziana.
Un passaggio doloroso e per niente pacifico, perché Giosuè non porta con sé il peccato originario di Mosè… Giosuè non ha ancora mai ucciso nessuno e non conosce il rimorso per aver causato la morte di un essere umano che aveva trasformato l’intera esistenza di Mosè.
Giosuè è un giovane condottiero, armato di ogni buona intenzione, ma certamente armato, e attraversando il Giordano porta con sé lo zelo e la forza della Conquista.
Il libro di Giosuè è il libro biblico forse maggiormente intessuto di guerre, di scontri, di violente uccisioni. Lapidazioni, roghi, distruzione, tutto in nome di un Dio che sembra approvare la guerra santa. Certamente gli scontri sono sovente il modello “tipo” per gli incontri interculturali; proviamo a riportare a qualche migliaio di anni fa i dibattiti attuali, anche molto “civilizzati”, rispetto alla questione dello Ius Soli, o all’accoglienza dei rifugiati, alle polemiche e alle ronde contro gli stranieri. Ad esempio intuiamo la pericolosità e la tensione nella dinamica tra Israele e Palestina nello scenario politico internazionale degli ultimi mesi, rispetto alla questione di Gerusalemme come capitale.
Cari fratelli e sorelle, ma davvero Dio approva la guerra? Veramente Dio spalleggia Giosuè in questa sua campagna militare? Io non ne sono così convinta. Non sono convinta che basti scrivere Gott mit Uns sulla fibbia della cintura mentre si va a far guerra o dichiarare Dominus nobiscum prima di partire per le crociate per avere Dio dalla propria parte.
Molta della teologia ebraica ha definito un’eresia il fatto che esista uno Stato d’Israele moderno, poiché ritiene che esso debba essere unicamente frutto del dono di Dio all’ultimo giorno e non frutto dell’azione umana.
Come si concilia questa fede nel Dio di Gesù, che inizia il proprio mandato terreno proprio con le parole di cura, di salvezza e di amore per gli esseri umani, con il Dio che è portato in guerra sulle insegne?
Sorelle e fratelli, il Signore parla con Giosuè e gli dice:  «solo sii forte e coraggioso abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. 8 Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. 9 Non te l’ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il SIGNORE, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».
Dio non comanda di sterminare i nemici, dice di restare fedeli, di resistere nella fede, di non allontanare mai la Santa Parola di Dio dalla propria bocca, dalla propria mente dal proprio cuore. Una Parola che è amore, che è salvezza, che è Pace.
Giosuè e Gesù due forme gemelle dello stesso nome: Dio salva.
Giosuè però non coglie la profondità dell’appello di Dio solo sii forte e coraggioso, perché ci saranno tempi in cui sarà difficile vivere in una terra nuova, abitata già da altri, sii forte e coraggioso, perché solo attraverso il coraggio e l’inventiva si possono immaginare forme di convivenza nuove in cui gli essere umani si possano riscoprire come sorelle e fratelli.
Giosuè interpreta la vicinanza e la benedizione di Dio come un comando a distruggere il comando di Dio è invece quello di alzarsi e dia andare oltre la terra di schiavitù e del peccato che ci precede. Certamente una lezione difficile quella di oggi, che ci incontra proprio in un momento di passaggio tra un anno ed un altro, un ponte simbolico tra il passato ed il futuro. Se vogliamo accogliere il messaggio dell’Evangelo non possiamo essere come Giosuè tout court, dobbiamo fare memoria della vita di chi ci ha preceduti nella fede come Mosè. Lui, il grande condottiero e servo del Signore sapeva bene discernere tra il Dio della liberazione e il dio della conquista. Non per farci dei santi protestanti, ma per ricordarci, come diceva Bernardo di Chiaravalle, che siamo solo dei nani seduti sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto nella storia.
E’ una lezione di grande umiltà quella dell’Evangelo di oggi, poiché la muscolosità e lo zelo nazionalista conducono solo a chiusura, ad incomprensioni, a violenze e ad odio.
L’umiltà invece di coloro che si affidano al Signore, e confidano nella sua presenza costante per tutta la loro esistenza è di coloro che si aggrappano alla fede di Cristo sulla Croce.
Qualcuno certamente potrà obiettare che così però si sceglie un messaggio al posto di un altro in maniera arbitraria, ma non è così: il libro di Giosuè fu composto nel periodo successivo al ritorno d’Israele dall’esilio e descrive in maniera ribaltata ciò che il popolo fu costretto a subire dagli assiri prima e dai babilonesi poi. È il tentativo di ricostruire la memoria di un’età dell’oro in cui tutto era più bello e in cui i giovani non erano stati uccisi, ma guidavano gli eserciti in battaglia. Un urlo di dolore celato, che non può esprimersi, perché fa troppo male.
Dio il Signore è davvero con Giosuè e con il popolo, è con il popolo degli sconfitti, è con noi che proviamo a stare disarmati e vicini a chi soffre ed ha bisogno.
Il Signore è il Dio della vita e della salvezza donate in Cristo, che ancora oggi si accosta a noi con questa Parola che ci consola. Mosè è morto e anche i grandi condottieri del passato non ci sono più tocca a te attraversare il fiume e condurre il popolo, tocca a te raccontare la storia di salvezza, tocca a te essere l’esempio morale che gli altri seguiranno. Oggi tocca a te seguire il Signore… solo sii forte e coraggioso, forte dell’amore e della speranza di Cristo, coraggioso poiché colui che ha vinto la morte ti resterà a fianco tutti i giorni della tua vita.

Pastora Laura Testa