LETTURE BIBLICHE: Ezechiele 36, 22-26; Filippesi, 4, 4-9; Giovanni 3, 1-8

22 Perciò, di’ alla casa d’Israele: Così parla il Signore, DIO: “Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. 23 Io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l’avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono il SIGNORE”, dice il Signore, DIO, “quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. 24 Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; 25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. (Ez. 36, 22-26)

4 Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
5 La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. 6 Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. 8 Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. 9 Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.
(Fil 4, 4-9);

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3, 1-8)

Care sorelle e fratelli,
oggi riceviamo un invito a riflettere sulla nostra vita cristiana. Parleremo di noi stessi , o meglio, di come rispondiamo allo Spirito, o di come non rispondiamo, se siamo svegli, o se dormiamo, se siamo aperti, o se siamo chiusi, se vediamo o se non vediamo, se guardiamo a Dio o se guardiamo altrove. Cari fratelli e sorelle, siamo in crisi oppure no? E se siamo in crisi, se non riusciamo più a parlare con Dio, se non riusciamo a guardarlo, a sentirlo, se facciamo fatica, se siamo scarichi se le difficoltà quotidiane incombono, se le tenebre ci circondano, che cosa possiamo fare? -basta guardare ai fatti di cronaca: le guerre, la miseria, l’indifferenza- e ci sentiamo vinti e inutili e la speranza è ridotta al lumicino, soffocata dai nostri mille problemi: il lavoro, i figli, i genitori, le incombenze giornaliere, se abbiamo perso il lavoro, se arrivare alla fine del mese è difficile, a chi possiamo rivolgerci? Se ci sentiamo inermi, Cosa possiamo fare?

Da soli … niente. Non possiamo fare niente. Sentirsi soli è drammaticamente frequente ma non è la verità. L’Evangelo di stamattina ci annuncia che Dio non ci lascia, che Dio non ci lascia, la verità è che ci dona la sua grazia, perché Dio è fedele, perché Dio è il Vivente: la nostra vita non è mai, mai abbandonata a noi stessi o alle tenebre.
Il profeta Ezechiele, vive in tempi terribili, ed attraversa una crisi personale e morale incredibile. Ezechiele è un sacerdote, deportato a Babilonia tra i primi, ha perso l’adorata moglie , Israele è in esilio, i deportati piangono sulle rive del canale Chebàr, sopravvissuti alla fine della loro nazione; il tempio di Salomone, la sede del Santissimo è stato distrutto, la gloria di Dio l’ha abbandonato, la terra promessa non appartiene più ad Israele. Cosa rimane tranne il pianto? Perché è successo tutto questo? Dio, dov’è? Ce lo chiediamo anche noi, quante volte ce lo siamo chiesti, quante volte ce lo chiederemo perché anche noi talvolta abbiamo l’impressione di restare da soli, ma … Dio non abbandona il suo popolo, e non abbandona noi. Ezechiele è l’esempio di come anche in momenti terribili continuino a sorgere profeti in Israele, Profeti che annunciano che Il Signore non guarda ai nostri errori, ai nostri peccati, alla nostra infedeltà. Ezechiele ci racconta che Dio parla e agisce e che lo fa per amore, solo per amore. Dio ci dona la forza, anzi, Dio fa anche di più: ci dona un cuore nuovo, mette dentro di noi uno spirito nuovo, per liberarci, per darci speranza e futuro. Questa è la promessa: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo”. Assaporiamo queste parole; “metterò”: è Dio che agisce, che prende l’iniziativa; “un cuore nuovo”: ci vuole dare un nuovo fondamento alla vita: la nostra essenza, i nostri pensieri, le nostre emozioni, vengono nuovamente e continuamente rinnovati da Dio. “Uno spirito nuovo” secondo l’Antico Testamento significa molto più della perspicacia o dell’intelligenza, è una forza di rinnovamento che rende capaci di fare qualcosa di nuovo, che ci permette di vivere secondo gli insegnamenti di Dio.
Consapevoli: Ecco quindi un invito alla riflessione: quanto è profonda la consapevolezza che Dio ci rinnova? Inoltre : quanto gli permettiamo di farlo o quanto invece siamo sempre simili all’uomo vecchio? Perché se è vero che Lui “sta alla porta e bussa” è anche vero che il rischio è quello di rimanere sul divano perché il volume del televisore è troppo alto. Il rumore, quanto rumore ci circonda, facciamo silenzio, ascoltiamo, troviamo il tempo di guardare a Dio ed avremo modo di sentire battere con forza il cuore che lui mette nel nostro petto.
Se il cuore batte significa una sola cosa: che siamo vivi, perché anche a noi Dio, per mezzo di Ezechiele ha rivolto il suo grande annuncio di salvezza e l’ha reso vitale in Cristo Gesù.
Coraggio allora!, coraggio! E con gioia, perché anche quella ci promette il Signore. Lo fa tramite l’Apostolo Paolo che scrive ai Filippesi. E’ la lettera della gioia! Consideriamo che Paolo la scrive dalla prigionia. Paolo è in catene eppure usa termini come “rallegrarsi”, “contentezza”, “godimento” , mentre contempla la sua probabile condanna a morte. Ma allora di quale gioia parla? Di quale mansuetudine che -notiamo- deve essere nota, ovvero reale, visibile. Di quale pace? Dell’unica gioia che non è mai in discussione, che il mondo non può togliere perché non ha radici nel nostro mondo. In un mondo dove niente tiene: la pace, le relazioni tra persone, il lavoro, i princìpi, dove tutto sembra venire meno, Dio continua ad annunciare la salvezza, Dio fedele. Una gioia fondata in Cristo dove … DIO NON HA CONCESSO ALLE TENEBRE L’ULTIMA PAROLA … : CRISTO È IL SIGNORE!

Gioiosi: Ecco un altro punto rilevante di riflessione : quanto riusciamo a cogliere che la gioia e la comunione, proprio perché fondate in Cristo, possono inondare la nostra vita in ogni momento, se glielo permettiamo?

Ricordiamo qual era era la nostra domanda iniziale: ” Cosa fare quindi di fronte allo scoramento e all’inazione? ” Ezechiele e Paolo ci hanno aiutato a comprendere come , protetti dalla fedeltà del Dio Vivente e dalla sua promessa, a noi spetta fermarci ad ascoltare, alzare lo sguardo … perché lo Spirito ci pervada, perché la gioia risuoni … .

Lo Spirito, Ecco la parola dell’Evangelo di Giovanni, che parla di Spirito e di rinascita: Giovanni è il Vangelo dell’incarnazione del Figlio, della Rivelazione del Figlio, della missione di Gesù interamente consacrata alla salvezza: “Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvare il mondo”. CHE PROMESSA GRANDIOSA!
Nicodemo, membro del sinedrio ebraico, si reca, di notte, da Gesù. Egli prenderà discretamente le difese di Gesù, che parteciperà alla sua sepoltura, ma ha timore di esporsi. Un atteggiamento ben noto anche oggi: In tanti hanno paura di testimoniare la propria fede pubblicamente, perché pericoloso o perché imbarazzante. Ai tempi di Calvino si parlava di “nicodemiti”, come di coloro che avevano abbracciato in cuor loro la Riforma ma non lo esprimevano pubblicamente per timore di ritorsioni o peggio. Nicodemo non ha ben capito chi è Gesù ma ha compreso che Dio gli è vicino.
Tra Gesù e Nicodemo si verifica subito un malinteso, poiché non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Gesù parla di rinascita e Nicodemo pensa alla rinascita in un parto: mica si può. E invece sì ! Si può! Si può nascere di nuovo da acqua e Spirito. Se l’acqua è un richiamo al battesimo e alla vita comunitaria, lo Spirito soffia dove vuole, ed è paragonato al vento come nell’Antico Testamento : “Ruah” in ebraico, significa soffio, vento, ed indica l’azione divina , la potenza di Dio: lo Spirito è all’origine dell’esistenza cristiana e dei comportamenti che essa implica.

Aperti allo Spirito: Ecco quindi l’ ultima riflessione che ci interpella profondamente: chi siamo noi per impedire allo Spirito di soffiare o per ritenere di imbrigliarlo? …
A noi sta cercarlo, riconoscerlo, nei momenti o nei luoghi più impensati, anche dove non ci piacerebbe o ci è scomodo , nella sorella o nel fratello, nel creato, nel culto, in una riunione di chiesa, nel prossimo, in noi stessi. Fare finta che non soffi … non è essere servi. Fare finta che non possa cambiare il nostro agire , non è essere servi. Qui l’ultima risposta al “che fare” iniziale: non ignorare lo Spirito, accoglierlo e respirarlo a pieni polmoni farsi rendere servi da Lui rinnovati e gioiosi.
Sorelle e fratelli Siamo invitati a portare speranza, a impegnarci a ridurre l’ingiustizia in questo mondo, nelle piccole e grandi cose, nel dialogo fraterno con l’altro ma anche nello schierarci dalla parte delle vittime della storia, perché il Dio di Israele e Dio nostro non assiste indifferente allo sterminio delle sue figlie e dei suoi figli.

Cosa fare allora? Ricorda, fermati, ascolta provando a non lasciarti distrarre dal rumore, Alza lo sguardo, vivi la gioia, apriti come un fiore, impara a riconoscere e accogliere lo Spirito, accogli con riconoscenza l’abbraccio di Dio, e servi con amore, per il Suo amore, perché non puoi fare altrimenti. Amen

Alessandro Serena

(immagine: madre e figlio di Aleppo scampati a un bombardamento)

 

 

LETTURE BIBLICHE: Luca 2, 1-21
1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama».
15 Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16 Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
21 Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Carissimi fratelli e sorelle,
Con la nascita di Gesù, la salvezza entra nella storia del mondo, come un fatto “normale”, benché inserito in un censimento “ecumenico”, questo termine intendeva l’intero mondo allora conosciuto, ma per noi ha un valore di fede ben più potente: la nascita del bambino Gesù è un fatto che attiene all’ecumene, qualcosa che riguarda e che unifica tutti e tutte i credenti. Tale censimento fu registrato all’anno 6 dC, quindi con buona probabilità si svolse qualche anno prima ed ebbe base regionale.
Queste piccole “differenze” tra la storia degli annali “romani” e quella della salvezza, sono degli indicatori forti, che ci dicono la fede dell’Evangelista Luca e l’Evangelo che egli ci racconta stamattina. La nascita di Gesù coinvolge il mondo e lo trasforma, la nascita di Gesù ci interpella come credenti indipendentemente dalla nostra confessione religiosa, familiare o ecclesiastica: Gesù nasce per ognuno di noi!
Sappiamo già che la sua situazione familiare non era “perfettamente tradizionale”, giacché Giuseppe non è il padre biologico del bambino e non è ancora il marito di Maria, ma l’Evangelista insiste sul fatto che Giuseppe sia della famiglia di Davide, proprio come il messia promesso dai profeti; Il significato del nome Giuseppe è “che sia aggiunto”, è il nome che simboleggia l’adozione da parte d’Israele dei figli nati sotto l’oppressione straniera e proprio a Giuseppe, viene “aggiunto” un altro figlio, Gesù, che ci renderà tutti eredi e figli di Dio.
L’amore e la cura amorosa di Giuseppe per Maria e la loro fede nel messaggio angelico è sorprendente anche oggi, una giovane appena adolescente ed un uomo impregnato di cultura semita e mediterranea, che non si comportano secondo i canoni della legge, ma insieme affrontano un viaggio e una nascita senza aiuto alcuno se non quello della grazia e della forza data loro dalla promessa di Dio. Infatti, la discendenza davidica di Giuseppe dimostra la continuità della storia della salvezza e la fedeltà di Dio che porta a compimento le promesse già fatte ad Israele, promesse che non hanno bisogno di sangue, ma di amore e di fede.
Di fatto la registrazione congiunta per il censimento sancisce l’unione dei due a livello legale.. Potremmo forse descriverlo come il primo pacs della storia del cristianesimo.. o forse come un matrimonio civile, in quanto, dal censimento Giuseppe e Maria pagheranno le tasse assieme.
La nascita di Gesù avviene proprio a Nazareth dove doveva avvenire “secondo le scritture” affinché la profezia messianica si adempisse (2 Sam. 5,7; Michea 5,1). Il tempo è compiuto, poiché è il Salvatore, il Messia e il Signore sta venendo al mondo.
Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, che ci porta ad intuire che se Gesù è il primogenito e non l’unico, a sconfessare quella “mater” sempre vergine entrata molto presto nella storia tradizionale. Infatti già il protovangelo di Giacomo (leggenda posteriore) racconta che la levatrice constata la verginità intatta della madre. Il racconto biblico però testo non conferma la presenza di una levatrice, anzi sottolinea come dopo il parto sia la stessa mamma stanca e provata ad avvolgere il bimbo in fasce. Un bimbo per cui non c’era posto, che non ha trovato un qualunque luogo dove essere ospitato. Gesù è un bimbo nato nell’indigenza estrema, un bimbo non accolto dal mondo. Il bambino Gesù non ha posto dove venire al mondo poiché il mondo non lo accoglie e non lo riceve. Molti sono gli analoghi confronti con i tanti bambini che pure oggi non sono ricevuti, nonché sulle tante situazioni di estrema indigenza e miseria materiale, spirituale e culturale nella quale vengono al mondo i poveri di oggi. Questo riferimento non è, a parere mio una banalizzazione, ma una occasione che il testo Lucano offre ai tanti che sperimentano ed hanno sperimentato tale indigenza, per potersi identificare. Anche il bambino Gesù, il re pastore, il Messia atteso ed aspettato, non è stato ricevuto, eppure Egli è effettivamente la potenza di Dio incarnata. Un bambino è la potenza della vita nella sua massima espressione, ha pochissimo passato, ed ha tutto il futuro di fronte. Il bimbo Gesù, Potenza del Dio Vivente, offre ai tanti che non hanno un futuro, o ai quali il futuro non si prospetta in maniera rosea, la speranza di un futuro che non è governato “esclusivamente” dai criteri nostri, bensì da quelli di Dio. Un bimbo circondato però dall’amore: non ci sarà una stanza bella e sfarzosa per lui, ma ci sono per lui una serie di gesti amorevoli di cura.
In quella stessa regione c’ erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. I pastori in questo modo, indicano coloro che sono considerati importanti responsabili per il benessere della comunità, conoscono il territorio, lo sorvegliano, avvertono i cambiamenti prima degli altri, affrontano il pericolo dello stare all’aperto, offrono una risorsa alla comunità. Loro sono i primi che ricevono il messaggio evangelico e incontrano “il sommo pastore” che cura e veglia il “gregge” umano per l’eternità.
L’ angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Quando lo Spirito di Dio è la presenza più autentica nel mondo, allora la gioia è in particolar misura conseguenza di questa presenza di Dio negli uomini: lo spirito produce, oltre che giustizia e pace, la gioia come suo frutto.. Un atteggiamento totale, complesso, dotato di valore, che al pari della giustizia rappresenta la summa dell’atteggiamento cristiano. La gioia indica l’aspetto soggettivo dell’approssimarsi del regno di Dio. Accanto all’annuncio resta la parola di conforto bella e rassicurante: non temete, che è valida pure oggi: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. Il motivo della gioia e della consolazione sono certezza e speranza fondate in Dio (I know where I belong, or to Whom I belong). E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”», e questo segno non è un evento “straordinario”, ma è uno degli eventi più comuni che dovevano manifestarsi nella Palestina del tempo: un bimbo in fasce e nella mangiatoia. Gesù viene riconosciuto nell’umiltà, nella povertà e nella sobrietà, che mostrano però la cura e l’amore.
Cielo e terra sono uniti in una celebrazione cosmica per la nascita del bimbo Gesù.
Dopo che i pastori hanno ricevuto la bella notizia non restano immobili, ma si mettono in cammino per vedere “l’evento/parola” di cui loro hanno avuto dal Signore rivelazione diretta. La conoscenza della Parola/Evento di Dio non è un fatto che “scopriamo” per caso, ma è frutto di un incontro e di un annuncio. Prima di tutto parlano tra loro, e si consultano reciprocamente su quello che è l’agire comune: Essi concordemente, dopo aver parlato tra loro, seguono la via di Gesù.
Seguire Gesù è sempre infatti luogo di rispetto, di reciprocità, di confronto dialogico e di fraternità.
Questo invito al comunicare in maniera sempre più stringente, come fanno i pastori, è un passaggio importante, poiché tutto il brano dei pastori è permeato dal motivo della parola e forse potrebbe essere uno stimolo anche per noi a parlarci maggiormente e a non cadere nell’immobilità dopo avere espresso le proprie opinioni, bensì a ricondurre le parole comunicate verso un agire fruttuoso.
Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo.
Ci sono due diversi aspetti di ciò che suscita la parola/evento Gesù, da una parte l’annuncio fatto dai pastori e dall’altro la riflessione interiore all’incontro con la Parola Vivente.
E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’ era stato loro annunziato.
Portiamo con noi questo annuncio e lasciamo che si faccia spazio nelle nostre storie ordinarie, nelle nostre vite quotidiane, che ci porti a meditare o ad annunciare, a cantare o a restare in silenzio, che in ogni caso ci faccia sperare, perché in Gesù Cristo, nato a Nazareth, Dio il Signore nostro Salva. Amen.

Past. Laura Testa

Dear Brothers and Sisters, the birth of Jesus Christ is something that unifies all believers.
The birth of Jesus involves and transforms the world, the birth of Jesus challenges us as believers regardless of our confession, family or church: Jesus is born for each of us!
We already know that his family situation was not “perfectly traditional”, since Joseph is not the biological father of the child, he is not yet the husband of Mary, but the Evangelist Luke insists that Joseph is from the family of David, just like the messiah promised by the prophets; The meaning of the name Joseph is “it is added,” that name symbolizes the adoption by Israel of children born under foreign oppression.
Joseph is being “added” a son by God; and God in his son Jesus will make us all his children and heirs. The love and the loving care of Mary and Joseph and their faith in the angelic message is surprising even today: just a young teenager girl and a man of Semitic and Mediterranean culture, who do not behave according to the rules of the law, but together they face a trip and give birth without any help except that of grace and strength given to them by God’s promise.
The birth of Jesus takes place right in Nazareth “according to the Scriptures” so that the Messianic prophecy was fulfilled (2 Sam. 5.7; Micah 5.1). The time is fulfilled, since it is the Savior, the Messiah and the Lord that is coming into the world. Mary gave birth to her firstborn son, a child for whom there was no room, which did not find any place to be hosted. Jesus is a child born in extreme poverty, a child whom is not accepted by the world.
The baby Jesus has no place to be born because the world does not welcome him. There are many similar children who even today are not welcome, as well as many who live in situations of extreme poverty in the world today. This reference is not, in my opinion a trivialization, but one occasion that the Lucan text offers to many people who underwent such poverty, in order to identify. Even the baby Jesus, the Shepherd King, the awaited Messiah and waited, has not been accepted, yet He is indeed the power of God incarnate. A child has the power of life at its best, has no past, and has all the future ahead. The baby Jesus, Power of the Living God, offered to the many who do not have a future, the hope of a future that is not governed by our standards, but by God’s standards.
In that region the shepherds were in the fields and kept watch by night over their flock. The shepherds are those that are considered important for the welfare of the community, they know the territory and face the danger of being outdoors, they really offer a resource to the community. They are the first to receive the Gospel message and meet “the High Priest” who carefully watches the human “flock” for eternity.
The angel told them, “Fear not, for I bring you good news of a great joy to all the people. When the Spirit of God is the most authentic presence in the world, then the joy is in particular a result of this presence of God in men: the Spirit produces justice and peace and joy as its fruits .. a total stance, which represents the stance of a Christian.
The angelic word of beautiful and reassuring comfort: “fear not” is valid even today: “Today, in the city of David, a Savior is born to you, who is Christ the Lord, and this shall be a sign: you will find a baby lying in a manger ‘ “; that sign is not an” extraordinary one “, but it is one of the most common events that were to occur at that time in Palestine: Indeed Jesus Christ is recognized in humbleness, in poverty and modesty. Heaven and earth are united in a cosmic celebration for the birth of baby Jesus; The shepherds, after talking to each other, follow the way of Jesus. To follow Jesus is always in fact a place of respect, reciprocity, of dialogic confrontation and fellowship.
This invitation to communicate in a more and more pressing way, like the shepherds did, is an important step, an invitation for us to speak more and not to fall into stasis, but to bring the words communicated to a fruitful action. They came with haste, and found Mary and Joseph, and the Babe lying in the manger; and saw Him, they made known abroad what had been told them concerning this child. And all who heard it were amazed of the things told them by the shepherds. Mary treasured in herself all these things and pondered them in her heart. Let’s announce together with the angel and the shepherds the good news, let it take place in our ordinary stories, in our daily lives, the good news will lead us to meditate or to announce, to sing or remain silent but together we rejoice in hope, because in Jesus Christ, born in Nazareth: the Lord our God will save us! Amen

LETTURE BIBLICHE: Isaia 35, 3-10

Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata la Via Santa; (nessun impuro vi passerà) essa sarà per quelli soltanto; quelli che la seguiranno, anche gli insensati, non potranno smarrirvisi. In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà; ma vi cammineranno i redenti. I riscattati dal SIGNORE torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno. (Isaia 35,3-10)

Possiamo comprendere queste parole a più livelli, ed uno, quello che vale la pena di considerare per primo è quello storico: Israele, deportato a Babilonia, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto, sperimenta per la prima volta una speranza messianica nell’avvento di Ciro di Persia. Israele aveva vissuto quello che i profeti biblici, chiamano l’abominio della desolazione, non c’era più una speranza di restaurazione, i ricordi erano l’ultima cosa che restava ad Israele.
Isaia offre un messaggio diverso ai deportati, c’è ancora una speranza e non tutto è perduto, perciò date la buona notizia ed incoraggiate coloro che sono stanchi, poiché il cammino è ancora lungo e l’opera del Signore non è compiuta. C’è un messaggio anche per coloro che sono confusi, che non sanno più a cosa credere o che sono persi nel dolore che la deportazione aveva loro provocato. Anche per questi c’è una consolazione che è anche un’esortazione a restare forti e saldi e a non temere rispetto al futuro, poiché il futuro è aperto e riscattato dal Signore che rende possibile una realtà nuova e trasfigurata dalla sua presenza. Sarà Dio stesso a salvarvi. Israele s’incammina dunque per il deserto, luogo del viaggio e della crescita per antonomasia, ma anche luogo della desolazione, della sofferenza e dell’aridità, ma se anche nel deserto si sperimentano quelli che sono i primissimi segni della grazia e dell’avvento divino: All’annuncio profetico che l’avvento del Salvatore è prossimo, che il goel, il Salvatore d’Israele sta per giungere avverrà qualcosa di eccezionale, che ha del miracoloso.
Anche i sordi potranno udire la parola che dice la salvezza che giunge ed i ciechi potranno vedere la strada da percorrere e vedere l’approssimarsi del cammino da compiere. I ciechi vedranno la terra rifiorire e i sordi udranno l’annuncio della liberazione. Gli zoppi, gli storpi e coloro che fisicamente non avrebbero potuto intraprendere il cammino di ritorno, poiché lungo, stancante e irto di pericoli, salteranno come i cerbiatti. Un’immagine poetica estremamente evocativa che ha la forza di raccontare quanto sia grande il cambiamento che il Signore produce per Israele. Ed infine la lingua del muto, colui o colei che non parlava più perché magari era stato mutilato oppure perché aveva tanto sofferto da non avere più parole e lacrime da pronunciare, ecco la lingua del muto canterà di gioia. L’avvento del Signore produrrà suoni ed inni di festa dove prima c’era silenzio e desolazione.
Credo che l’ efficacia di queste parole valga anche per noi che leggiamo questo testo, infatti un secondo importante livello di questo testo biblico è dato da ciò che significa per noi che lo riceviamo con fede nell’attesa e nell’avvento del nostro Messia e Salvatore Gesù Cristo. Per Israele che vedeva Ciro di Persia come il Messia, qui si parla dell’avvento sperato ed intravisto del Salvatore, ma tale avvento non è ancora perfettamente compiuto: Israele è in cammino. Tale speranza nell’avvento messianico è la speranza che condividiamo con Israele, infatti anche per noi questo è un tempo di attesa, un già, ma anche un non ancora, nel senso che siamo in cammino in quelle che sono le settimane che precedono il Natale, vediamo le luci in giro per strada, le offerte natalizie, la corsa per i regali.. a raccontare che il tempo si sta accorciando.
Ma quale è questa gioia, questa speranza grande che viene nel mondo a partire dal Natale?
Credo che sia la stessa che Israele sperimentò già in fede nel deserto mentre ritornava tra gli stenti verso Gerusalemme da Babilonia. Quello non fu certamente un percorso facile, anzi, nel deserto c si può perdere, si può essere assaliti dai banditi o dalle belve feroci, e si può anche morire di stenti, di fame o di sete al freddo della notte oppure data la forte escursione termica sotto il sole cocente. Ma man mano che si approssimavano a Gerusalemme, gli israeliti potevano presagire che la loro casa era vicina e loro che erano stati deportati avrebbero presto riabbracciato i propri cari.
Ecco dunque un’altra similitudine tra il nostro vivere l’avvento e quello del brano poetico d’Isaia: il ritorno, c’è un ritorno verso casa, un farsi vicini gli uni agli altri che avviene nel periodo natalizio, un’occasione bellissima, ma che talvolta risveglia problematiche familiari o personali. Fratelli e sorelle che non si parlano tra di loro, genitori e figli che non riescono a comunicare e che si escludono a vicenda, ovvero anche persone che sono sole, che non hanno nessuno con il quale passare questo tempo di riunione perché non si sono costruiti una rete d’affetti o anche perché sono orfani o vedove, o anche altri che soffrono interiormente il dramma della depressione o della malattia fisica. Anche coloro che hanno accettato la malattia e la morte come ineluttabile, possono sperare e affidarsi al Signore, nella preghiera che chiede accoglienza, comprensione, vicinanza alle famiglie.. in una preghiera che a volte chiede qualche giorno in più.. quel giorno in più per dire a chi ci è caro ciò che fino a quel momento non gli avevamo ancora detto e per compiere un ultimo piccolo percorso..
Un percorso che è equivalente a quello nostro e a quello d’Israele nel deserto del ritorno, un percorso ultimo e difficile, ma nel quel il Signore ci dà concretamente i mezzi per andare avanti: Il Signore cambierà addirittura la conformazione geografica del deserto.

L’avvento del messia ed il giorno del Signore cambiano infatti la realtà nella sua essenza più profonda, pur senza snaturarla.
La differenza sostanziale è che dove c’è morte adesso grazie all’opera del Signore c’è la vita che si manifesta pienamente e si dispiega nella sua bellezza. Dice il profeta: acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi.
Queste immagini poetiche rappresentano la prefigurazione del ritorno, infatti la volontà di Dio sarà talmente manifesta che non ci sarà bisogno d’indicazioni, tanto che anche gli sciocchi, gli insensati non potranno smarrirvisi. Una strada Maestra, una via Santa che potrà essere seguita da tutti coloro che sono stati redenti. Addirittura il testo aggiunge nessun impuro vi passerà, impuro nel senso dunque di non redento. Isaia non afferma che ci vorrà uno status particolare di perfezione o di purità per poter percorrere quella via maestra, ma che il Signore, il Riscattatore, il Messia, il Salvatore, che noi celebriamo ed annunciamo in Cristo Gesù, coinvolge la nostra realtà umana e creaturale talmente tanto da cambiare anche quella che la nostra realtà fisica.
E questo rappresenta l’ultimo livello di comprensione di questo bellissimo testo d’avvento, che ne è forse la dimensione più ricca: la prospettiva di salvezza per il creato intero manifestata nell’approssimarsi del Regno di Dio. Le ultime parole di questo testo profetico sono infatti: il dolore e il gemito scompariranno.
Meditando su quest’ultima immagine e mettendola in relazione con il Natale mi è venuta in mente la metafora del parto: come se il dolore ed il gemito di Dio che si manifesta come una madre nell’atto di partorire una realtà nuova e riconciliata per tutto e per tutti, ci sarà un momento in cui il parto sarà concluso, il dolore ed il gemito verranno meno ed ecco il bambino Gesù sarà nato. Una nascita che come ogni nascita è un miracolo grande, ma che manifesta la volontà e la capacità di salvezza del Signore per il creato intero, di liberare il mondo dalla violenza, dalla malattia, dalla prevaricazione e da ogni forma di gemito, di dolore e di morte possibile.
L’avvento di Gesù Cristo, come anche del Messia atteso d’Israele è per noi oggi una parola che dice la vita e la vitalità che il Signore Iddio nostro ci dona e che ci sana da ogni sofferenza. Possiamo dunque annunciare senza timore: Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi».

Past. Laura Testa

 
We can understand these words at multiple levels, and one that is worth considering first is historical: Israel after the Jerusalem Temple had been destroyed, was deported to Babylon and experienced for the first time a Messianic hope in the advent of Cyrus of Persia. Israel had experienced what the biblical prophets, called the abomination of desolation: memories were the last thing that was left to Israel. Isaiah offers a different message to the deportees, there is still a hope, tell the good news and encourage those who are tired, because the journey is still long and the Lord’s work is not done yet. There is a consolation that is also an exhortation to remain strong and not to fear about the future, because the future is redeemed by the Lord. God himself will come and save you. Israel, therefore, walks through the desert, the place of the journey and growth par excellence. Even the deaf will hear the word which says that salvation comes, and the blind can see the way. The blind will see the land flourish and the deaf will hear the announcement of liberation. All those who physically could not undertake the return journey, will jump like deer. This poetic image has the strength to tell how big is the restoration that the Lord brings to Israel. And finally the tongue of the dumb sings. The coming of the Lord will produce sounds and festive hymns where before there was silence and desolation.
I believe that the ‘effectiveness of these words also apply to us who read this text, us who are waiting for the coming of our Messiah and Savior Jesus Christ. This messianic hope in the advent of the Savior is the hope that we share with Israel. But what is this joy, this great hope that is in the world since Christmas?
I believe it is the same that Israel already experienced in faith in the desert while he was returning to Jerusalem from Babylon. That was certainly not an easy path indeed, in the desert you can be attacked by bandits or by wild beasts, and you can even die of starvation, hunger or thirst in the cold of the night, or under the scorching sun. But as they draw near to Jerusalem, the Israelites could foresee that their home was near and they who had been deported would soon re-embrace their loved ones. The return is a way back home, a way to get close to each other that occurs at Christmas time, it is a beautiful opportunity, but sometimes that closeness awakens family or personal problems.
At Christmas time we see brothers and sisters who do not talk to each other, parents and children who cannot communicate, lonely people who have no one, or others who suffer from within the drama of depression or physical illness. Even those who have accepted the illness and death as inevitable, can hope and trust in the Lord, asking in prayer for reception, understanding, closeness to the families .. a prayer that sometimes asks a few more days. Along this difficult path the Lord gives us the means to move forward concretely: The Lord indeed will change the geography of the desert: The advent of the Messiah changes the reality in its deepest essence.
The main difference is that where there was death there is now life and that is fully manifested and revealed in its beauty. The prophet says that in the wilderness shall break out waters, and torrents in solitary places; the parched ground shall become a pool, and the thirsty land will be turned into d ‘water sources; in the place where the jackals dwell there will be grass, reeds and rushes.
These poetic images represent the foreshadowing of the return, the purpose of God will be so obvious that there will be no need for directions, so that even fools shall not err therein. A Main road will be followed by all those who have been redeemed. The Lord, your redeemer, the Messiah, the Savior, that we celebrate and proclaim in Christ Jesus, encompasses our human reality and our physical reality.
Finally the prospect of salvation is for the whole creation. While meditating on this last image, and linking it to Christmas, I’ve come up with the birth metaphor: God that reveals as a mother in the act of giving birth to a new reality: there will be a time when the pain and groaning will be no more and that time is when the baby Jesus is born. A birth like every birth is a great miracle.
The advent of Jesus Christ, as well as the expected Messiah of Israel, is for us today a word that tells the life and the vitality: the Lord our God heals the whole creations from all sufferings. Let’s therefore announce without fear: Strengthen the weak hands, strengthened the feeble knees Say to those with fearful hearts, “Be strong, fear not! Here is your God! It will come with vengeance, the recompense of God; he will come and save you. “

LETTURE BIBLICHE: Levitico 19,17-18; Giovanni 13,34-35; I Giovanni 2,7-8

17 Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
Levitico 19, 17-18

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Giovanni 13,34-35

Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita. E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo, il che è vero in lui e in voi; perché le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.
I Giovanni 2,7-8

In questa terza domenica d’Avvento siamo chiamati a riflettere sull’amore: non su un amore qualsiasi, ma sull’amore che Gesù ha nutrito per noi, l’amore che dovrebbe dare fondamento alla nostra stessa esistenza di credenti.
Gesù dice: Io vi do un nuovo comandamento. Perché nuovo? Cosa vuol dire? Che prima della sua venuta nessuno sapeva amare? Che non esistevano rapporti di affetto? Che i genitori non amavano i figli e le mogli i mariti o viceversa? Che gli uomini e le donne non amavano il loro Signore? No, non è questo che Gesù intende dire: gli uomini e le donne, i bambini e le bambine nutrivano sentimenti d’amore gli uni per gli altri e il comandamento dell’amore del prossimo era già scritto nell’antico libro del Levitico. E dunque?
“Vi do un nuovo comandamento” forse significa che prima della venuta di Gesù l’amore che gli uomini e le donne nutrivano gli uni per gli altri, ma, se ci riflettiamo un po’ seriamente e coraggiosamente, anche il nostro, era ed è una amore intriso dei nostri egoismi, della nostra fatica di affidarci, della nostra incapacità di volere davvero il bene dell’altro, senza secondi fini, senza incertezze. Perché dobbiamo ammetterlo, noi amiamo, ma spesso amiamo per bisogno: bisogno di essere amati, bisogno di essere visti, bisogno di avere una meta e uno scopo. Sì, ci costa affermarlo, ma noi umani, uomini e donne, spesso non riusciamo ad amare nel senso pieno del termine, nel senso che Gesù vuole dare a questo verbo, in realtà non ne siamo capaci. Talvolta ne abbiamo paura, talaltra siamo troppo distratti o troppo concentrati in noi stessi, più spesso non siamo nemmeno consapevoli della fragilità e inconsistenza dei nostri sentimenti.
Ma il Signore in questo passo ci dice che dobbiamo, e se dobbiamo dunque anche possiamo.
Gesù, infatti, dice “Vi do un nuovo comandamento”: il termine comandamento, cioè norma, legge, prescrizione, non allude ad una possibilità, ad una opzione, ma ad una precisa responsabilità, che attiene direttamente al nostro dichiararci cristiani. Il nuovo comandamento è: amatevi gli uni gli altri. E Gesù prosegue spiegandoci cosa intenda dire, dandoci un modello da seguire, dice “amatevi come io vi ho amati”, perché altrimenti non riusciremmo neppure a capire, altrimenti saremmo indotti a rispondere: “Ma come! Noi già amiamo, già sappiamo amare, dove sta la novità?” E invece Gesù non fa una distinzione tra chi sa amare e chi non sa amare, tra “buoni e cattivi” come piace tanto a noi. No, Gesù ci dice, semplicemente, dovete amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati. Come io vi ho amati. Abbiamo categorie che non siano le nostre per guardare questo amore? Come ci ha amati il nostro Signore? Si tratta naturalmente di una questione di intensità e di modalità, ma soprattutto significa che noi dobbiamo amarci gli uni gli altri, in quanto Gesù ci ha amati, perché Lui per primo ci ha amati. Gesù è il nuovo fondamento del nostro amore, la novità, la straordinaria novità, che oggi proclamiamo. Gesù è venuto sulla terra, ed è venuto perché ci ama e questo determina un cambiamento a 360° in quello che il termine amore significa per coloro che credono in lui. Quando diciamo “fratello” o sorella” in Gesù Cristo, parliamo di questo: Gesù ci unisce e il suo amore per te o per te è il fondamento del nostro amore per l’uno e per l’altro.
Ma dobbiamo anche confessare che forse in realtà non sappiamo come Dio ci abbia amati, perché siamo troppo coinvolti nel nostro modo di amare. Gesù è morto per tutti noi, ancora prima, Dio ha scelto di farsi umano, accettando di essere uomo tra gli uomini e quindi affrontando il freddo, la fame, la fatica, il dolore, la paura. Gesù non aveva bisogno di amarci, non ne aveva la necessità. Eppure ci ha amati profondamente, totalmente, dando se stesso per tutti e tutte noi. Questo è il Suo amore. Questo il modello che ci ha indicato. Non si tratta di una categoria psicologica, di una modalità tra le altre, si tratta di un donarsi totale, senza perdere se stessi. Un darsi senza rinunciare alla propria essenza. E ancora, un amarci attraverso di Lui. Questo forse è quello che Gesù voleva trasmettere: se ci dichiariamo Suoi discepoli, significa che abbiamo come fondamento Cristo e il Suo amore. E il Suo amore si vede, è tangibile, rende possibile a tutti, credenti e non credenti, di vedere cosa significhi l’amore di Gesù. Significa farsi strumento, visibile, del Suo amore per l’umanità, per tutta l’umanità.
Credere in Gesù Cristo, significa credere nel Suo amore per noi e su di esso fondare la propria vita, a partire da qui, dalla nostra chiesa, dai nostri fratelli e sorelle più vicini: non dobbiamo avere paura, sentirci incapaci, perché il Signore è al nostro fianco e mai come nel periodo dell’Avvento possiamo avere presente davanti agli occhi, nella testa e nel cuore che “le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.” Amen!
Erica Sfredda

 

SCRIPTURE READINGS: Leviticus 19,17-18: John 13,34-35: 1 John 2,7-8

On this the Third Sunday in Advent we are called upon to reflect on Love: not just any old love, but on the love that Jesus has nurtured for us, which should be the foundation of our very beings as believers.

Jesus said: “I give you a new commandment”. Yet what does He mean by “new”? “I give you a new commandment” means that before the coming of Jesus the love that men and women held for each other was a love bound up with our own egoisms, with our own efforts to trust one another, with our own incapacity to truly wish the good of others without harbouring ulterior motives or experiencing second thoughts. For while we must admit that we do love, often we are needy and self-seeking in our love. We need to be loved, we need to be looked at and we need also to have an aim and a purpose. Indeed often we are unable to love in the full sense of the term; in the sense that Jesus wished to give this word.

However the Lord in this passage tells us that we must love, and so if we must therefore we must also be capable of experiencing it.

In fact Jesus says: “I give you a new commandment.” The term commandment however, which ways you read it, does not allude to a possibility, but to a precise responsibility, which is directly attached to our callings as Christians. The new commandment is: “Love each other”. Jesus continues: “love each other as I have loved you”. Jesus makes no distinction between those who know how to love and those who do not, between the “good and the bad”, as indeed we ourselves so like to do. No, Jesus tells us simply that we must love one another as I have loved you. As I have loved you. Do we need to have new categories that are not ours by nature to comprehend this love? In what ways has our Lord loved us? Naturally here we are dealing with questions of intensity and of ways and means, but above all it means that we have to love one another as much as Jesus has loved us because it was He who was first to love us. That Jesus is the new foundation of our love is the good news, the extraordinarily good news, that we today as Christians proclaim. Jesus came down Earth, and he came down because he loves us and this means a 360o change in the meaning of the term love for those who believe in him. When we say “brother” or “sister” in Jesus Christ we are saying that the love of Jesus is the foundation of our love for one another.

Jesus died for all of us; but still even before that, God had chosen to create him human. Our Lord accepted to be a man among humankind and therefore faced cold, hunger, fatigue, pain and fear. Jesus had no need to love us, nor did he have any need to. Even so he loved us deeply and totally in giving himself for us all. This is His love. This is the example which he has given us. We are talking here of supreme self-sacrifice yet without losing very selves. It is a giving of oneself without renouncing our essence and moreover a love by means of Him.

If we declare ourselves to be his His disciples, it means that we have Christ and His love as our foundation. And His love is seen, is tangible, and makes it possible for all, believers or not, to see what the love of Jesus means. It means to make yourselves visible instruments of His love for humanity; all humanity! We must not be fearful or feel inadequate because the Lord is at our side and never more so than at Advent-tide when we are able to have before our very eyes and in our own heads and hearts the Good News that “the darkness has passed away and the true light is already resplendent.” Amen!

LETTURE BIBLICHE: Michea 5,1-3

«Ma da te, o Betlemme, Efrata, sebbene tra le più piccole città principali di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’ Israele».
Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE, con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’ estremità della terra.
Sarà lui che porterà la pace.

Care sorelle e cari fratelli,
stamattina leggiamo una pagina del profeta Michea, alla quale il Signore Gesù, e coloro che si accostarono alla sua predicazione, coloro che primi e prime cedettero in lui, si richiamavano certamente.
Il profeta Michea era un campagnolo, persona certamente poco avvezza, così come pure il profeta Amos, agli intrighi e alle cerimonie di palazzo.. eppure si trovava proprio a predicare “nel” palazzo, proprio a quelle persone che in Israele detenevano le sorti della vita di tanti e tante e muove loro delle critiche feroci.
Dissimilmente dalle profezie di Amos.. che conosce solo la parola di giudizio, Michea invece sa e ha una speranza fondata e certa che il Signore non lascerà il popolo, la nazione, gli eletti del Signore, privi e prive di una guida, di una consolazione, della Pace… che annuncia.. insieme al giudizio e alle critiche.
Critiche al potere, critiche alle istituzioni, critiche e giudizi forti ai leaders religiosi che continuavano a ripetere, “tutto va bene”, “c’è pace”, “Dio è con noi”, come ricordano anche i profeti Geremia e Isaia, in parte contemporanei di Michea, affermazioni fatte proprio quando non c’è la pace, quando non è che proprio vada tutto bene, quando… c’è fame, c’è guerra, c’è crisi, e l’Assiro.. è un nemico e un dominatore violento e potente che spazza via la speranza deportando ed affliggendo Israele e Giuda.
Critiche fortissime che possiamo adottare per riflettere sopra a questa parola profetica difficile… tante e tante volte abbiamo inneggiato e celebrato.. l’Emmanuele.. ovvero proprio quel “got mit uns” quel Dio con Noi.. che esprime l’arroganza del dominatore ingiusto e sanguinario secondo le parole del profeta Michea. Mi chiedo però, chiediamocelo insieme.. è con noi Dio quando la nostra società vorrebbe rimandare indietro qualunque essere umano che sia povero e che cerchi rifugio?
E’ con noi Dio quando il meglio che una delle democrazie più importanti del mondo occidentale elegge un’icona della destra xenofoba, che simbolicamente incoraggia atteggiamenti d’odio e di intolleranza? E’ con noi Dio quando i nostri fondi pensione vengono utilizzati per la speculazione finanziaria troppo spesso a nostra totale insaputa? È con noi Dio quando per via della cosiddetta.. ogni giorno sentiamo di nuovi morti sul lavoro.. e molto spesso questi sono uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza, dalla fretta di finire l’ingaggio per poterne cominciare un altro.. uccisi dal lavoro nero.. molto spesso stranieri, molto spesso al primo giorno di lavoro..
E’ con noi Dio quando nel nostro bel paese si producono armi che noi mai useremmo, ma che altri bellamente usano per fare esplodere campi minati.. con bombe belle che sembrano giocattoli? È con noi Dio quando ci voltiamo dall’altra parte fingendo di non sapere che produciamo il farmaco che in altri stati serve ad eseguire la pena di morte.. E’ con noi… quando fingiamo di non vedere la povertà ovunque accanto a noi e la ignoriamo.. costantemente… anche quando si trasforma in guerra violentissima tra poveri che non hanno nulla se non altra povertà da scambiare al banco dei pegni della sofferenza? Come avvenuto nei giorni scorsi al villaggio olimpico di Torino?
E’ con noi Dio quando un giorno sì e un giorno no viene uccisa una donna nel nostro paese? Ogni giorno vengono picchiate e sottoposte a violenze psicologiche e fisiche da parte di chi dice di amarle.
e soprattutto… se Dio è con noi.. facendo tutto ciò.. mi chiedo, insieme al profeta Michea… ma noi siamo con Dio? Siamo dalla parte del Signore che viene non accettato, senza posto per lui, senza uno status.. come i tanti e le tante bambini che pure oggi sono poveri, proprio come le donne e i bimbi respinti dagli abitanti di Gorino..
Siamo dalla parte del Potente che si schiera accanto agli oppressi? Lasciamo che il Suo Regno possa effettivamente accadere in mezzo a noi?
Gesù conosceva questa parola profetica.. e con quasi certezza posso affermare che visse la propria missione interpretando nella pienezza la figura messianica di cui parla il profeta Michea.. Gesù però andava anche oltre la parola profetica.. Il profeta annunciava l’avvento di un Messia terreno, che avrebbe dominato con giustizia, con rettitudine, che avrebbe cacciato l’oppressore.. e teneva anche conto del fatto che non sarebbe potuto accadere di punto in bianco, ma che ci sarebbe voluta una lunga ed accurata preparazione un lungo periodo di avvento.. proprio come quella che si svolge durante la gravidanza.. un periodo che sarebbe stato di attesa e anche di ansia e dolore prima della gioia e della pace, della riconciliazione, tra fratelli.. e tra popoli.
Un annuncio bellissimo comunque proprio per Israele che in quegli anni soffriva oppresso, tanto da esprimere la propria sofferenza con la metafora della donna sterile.. che non può aver figli.. metafora di colei.. che come Maria ed Elisabetta.. è impossibilitata a generare, per i motivi più svariati perché gli uomini sono morti in battaglia, perché è troppo giovane o troppo anziana.. o perché.. ha fame, o perché ha una patologia che le impedisce di generare.
Michea annuncia.. che la sterile partorirà, Israele è quindi la metafora della nuova nascita, della promessa che colei che doveva partorire, ma che non ha potuto, per via dell’oppressione umana, darà alla luce la vita, che la morte è vinta, che la speranza può rinascere, che c’è spazio per la fede e la felicità.
Una fede quella di Michea, che ancora oggi noi possiamo condividere.. in maniera anche ampia.. la condividiamo perché già abbiamo conosciuto, già sappiamo, che il Signore si è rivelato nella carne di Gesù che è nato come povero per il riscatto della povertà umana, è vissuto come giusto per riscattare chi soffre, si è rivelato come principe della pace, per portare la pace.. una fede che condividiamo perché aspettiamo ancora che il travaglio finale arrivi al compimento.. perché già abbiamo conosciuto, ma pure ancora attendiamo che il Regno di Dio accada pienamente in mezzo a noi.. ed è una fede che riconcilia, poiché questa attesa è già evento, la fede in Cristo ci accomuna con tutti e tutte coloro che leggono il Libro sacro e che pure attendono la venuta di Colui che porterà la Pace.
Amen

Past. Laura Testa

LETTURE BIBLICHE: Matteo 21,1-9; Apocalisse 3, 14-22

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; troverete un’asina legata, e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina,
e un asinello, puledro d’asina”». I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!»
Matteo 21,1-9

«All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’Amen, il testimone fedele e veritiero, il principio della creazione di Dio: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!’ Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo. Perciò io ti consiglio di comperare da me dell’oro purificato dal fuoco, per arricchirti; e delle vesti bianche per vestirti e perché non appaia la vergogna della tua nudità; e del collirio per ungerti gli occhi e vedere. Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”».
Apocalisse 3, 14-22
Oggi è la prima domenica d’Avvento: una giornata che dovrebbe riempire i nostri cuori di gioia e consolazione. Anzi, mi correggo: una giornata che ci riempie di gioia e consolazione. Ci prepariamo ad accogliere Gesù nelle nostre vite. Ci prepariamo a vivere la nostra vita quotidiana in un modo totalmente nuovo, perché dopo l’incontro con Cristo non si può essere gli stessi di prima, non si può rimanere sulle proprie consolidate posizioni, perché l’incontro con Gesù, che viene a noi come uomo, accogliendo e affrontando la nostra fragilità, è un incontro che stravolge tutti i nostri luoghi comuni sull’umanità e anche su Dio.
Sull’umanità, perché finalmente possiamo capire cosa significhi essere fatti a immagine e somiglianza di Dio. Non è così facile, per noi, immaginarci a immagine di Dio, eppure lo siamo e Gesù e là per dimostrarci cosa il Creatore intendeva fare, quando ci ha creati.
La venuta di Gesù ci insegna qualcosa anche su Dio, naturalmente. Qualcosa che se non avessimo la Bibbia, stenteremmo a credere, e tuttora, forse, stentiamo a capire. Infatti, Gesù non nasce potente, non nasce ricco, non nasce in un palazzo: ma come, vorremmo potergli dire: per noi l’uomo davvero realizzato è colui che è ricco e potente! Ci sono moltissimi cristiani che ritengono che la benevolenza del Signore si valuti in base alle fortune terrene. Chi è ricco è benedetto, chi è povero non è benedetto. Chi è malato, poi, ancora meno!
Gesù viene al mondo e i suoi genitori sono costretti sin da subito a scappare per metterlo in salvo. E per fortuna che tra Palestina ed Egitto non esistevano allora le stesse frontiere che noi poniamo tra la Siria e noi, tra la Somalia e noi, tra il sud Sudan e noi. Ma come? Allora anche noi dovremmo forse accogliere questi fuggitivi? Ma ci sono moltissimi cristiani che pensano che chi bussa ai nostri confini non abbia il diritto di chiedere nulla, non abbia il diritto di chiederci di condividere il pane, l’acqua, e la vita stessa. E basta possedere pochissimo per cominciare ad avere paura di perdere quel poco, per volere nascondere e trattenere quello che riteniamo sia nostro diritto tenere.
E poi, alla fine, dopo solo tre anni di predicazione, Gesù muore, condannato ad una morte atroce e maledetta. Anche questo, se lo togliamo dalla ripetizione rituale, se lo trasformiamo da un concetto vuoto ed astratto, ad una realtà concreta e materiale, ci lascia totalmente strabiliati. Se riflettessimo con serietà a questa morte terribile, ci dovremmo per forza porre delle domande sulla nostra vita. O abbiamo pensato che solo Gesù sia nato per soffrire? In effetti questa morte terribile non è che ci piaccia poi tanto, se ci pensiamo bene, anche perché in fondo forse sarebbe stato meglio che Gesù regnasse a lungo, su un bel trono, così avrebbe potuto insegnarci come si fa, avrebbe potuto farci vedere come si tiene uno stato: perché non lo ha fatto? Se ci pensiamo bene, se guardiamo le nostre vite, le nostre speranze, le nostre richieste a Dio, allora dobbiamo riconoscere che c’è qualcosa che non funziona, che non quadra.
E così devono aver pensato anche coloro che erano accorsi a incontrare Gesù che entrava a Gerusalemme a cavallo di un’asina: erano andati con gioia ad accoglierlo perché sapevano che era un grande guaritore, un uomo che sapeva parlare in un modo che incantava, un uomo dolce che sapeva essere gentile anche con i bambini e con i malati, gli storpi, i poveri. Una bella persona, che dava un senso di benessere e di pace ogni volta che parlava. Certo, ogni tanto alzava un po’ la voce, talvolta diventava un po’ eccessivo, si faceva un po’ prendere la mano. Come quella volta che aveva detto che se un vicino ti rubava qualcosa, dovevi dargli anche il resto, o quell’altra in cui si era fatto mettere in discussione da una straniera, donna per di più! Poi certamente non gli erano del tutto chiare le regole sociali e ogni tanto mangiava con gente del tutto impresentabile. Però era davvero una bella persona ed era piacevole che ora venisse a predicare anche a Gerusalemme. Come si saranno sentiti quando Gesù invece che coccolarli e aiutarli era andato a fare una piazzata al tempio. Come avranno considerato quella che probabilmente appariva loro come un eccesso di radicalità? Forse sono rimasti sconcertati, o indignati, alcuni avranno avuto paura, perché vedevano bene che Gesù stava passando il segno e le conseguenze potevano diventare solo gravissime. Insomma quel Gesù, a guardarlo bene da vicino non era più un mite guaritore con qualche stravaganza, improvvisamente appariva loro come un uomo strano, eccessivo, radicale, troppo radicale. E così gli girarono le spalle, lo abbandonarono. Qualcuno addirittura sarà stato tra coloro che poi ha gridato “crocifiggilo, crocifiggilo” a Pilato, che forse non lo sentiva come un uomo pericoloso.
E noi cosa avremmo fatto?
Cosa facciamo nella nostra vita quotidiana?
Noi assomigliamo moltissimo a quei credenti della chiesa di Laodicea, quegli uomini e donne che appartenevano ad una comunità di fede, ma che non riuscivano a vivere con piena coerenza la loro vita. Con essi il Signore è molto duro: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” Essere un credente tiepido o non essere credente è la stessa cosa: anzi, no, è meglio non essere credente che credere con l’indifferenza e la non partecipazione. Parole tremende e pesantissime per tutti noi: “io ti vomiterò dalla mia bocca”
Quella di Laodicea era una comunità soddisfatta di sé, che si considerava ricca e autosufficiente. Ma ad essa il Signore dice “io ti vomiterò dalla mia bocca”. Questo ci fa sentire male. Ci fa fuggire. Non abbiamo voglia di sentire parole così dure, così radicali. Questo il Signore lo sa e accetta il rischio. Ci parla da adulti, ci prende sul serio e ci dice cosa vorrebbe da noi: che comprassimo il suo oro, cioè cercassimo la Grazia del Signore, e le sue vesti bianche, cioè il Suo perdono. Questo dovremmo cercare e nulla più: la Sua Grazia e il Suo perdono.
Ma la gioiosa notizia di oggi è che lo possiamo fare, possiamo sempre ricominciare, l’Avvento c’è ogni anno e ogni anno ci aiuta a riprendere il cammino là dove si era interrotto, la dove si era inceppato. Perché il Signore ci parla ancora e ancora perché ci ama. Ci pungola perché non vuole perderci, ci riprende e sgrida non per umiliarci, non per schiacciarci, ma al contrario perché ha fiducia in noi e vuole donarci gli strumenti perché possiamo ravvederci. Il Signore, lo stesso che si indigna di fronte alla nostra indifferenza, in realtà non ci abbandona, al contrario, continua a bussare alla nostra porta, continua ad invitarci alla Sua cena, continua ad amarci come figli e figlie scelti, voluti, seguiti con ogni benedizione. E per questo, fratelli e sorelle, non possiamo che gridare insieme il nostro Amen, Signore, Così sia!
Erica Sfredda

SERMON – (Verona, 27th november 2016) – Be fervent!

BIBLE READINGS: Isaiah 32, 1-5; Mark 4, 3-9

Today is the first Sunday of Advent: a day that fills us with joy and consolation. We prepare ourselves to welcome Jesus in our lives. We prepare to live our daily life in a totally new way, because the encounter with Christ overturns all our ideas about humanity and even of God.
About humanity because it teaches us what it means for us to be made in the image of God.
Of God because the coming of Jesus teaches us something we sometimes find hard to understand. In fact Jesus wasn’t born powerful nor rich, and so why do many Christians think that God’s kindness towards them is evaluated according to earthly riches? The rich person is blessed, the poor isn’t. The sick then, even worse! Jesus comes into the world, and his parents are forced to run away to keep him safe. And luckily in those times there weren’t the same boundaries that we place between Syria and us, between Somalia and ourselves, between south Sudan an us. Maybe this suggest that we should also welcome those who run from their homes. And then, finally, only after three years of ministry, Jesus dies, condemn to a cruel and bloody death. If we seriously think about this terrible death, 
we should necessarily ask questions about our lives. Or did we think only Jesus was born to suffer? In fact, this terrible death is not that we like it much. If we think carefully about it, if we look at our lives, our hopes, our requests to God, then we have to recognize something is wrong, something is not working.

And so this must be what those who came to meet Jesus thought, as he entered Jerusalem riding on a donkey: they went joyfully to meet him because they knew that he was a great healer, a man who could speak in a way that charmed a gentle man who could also be kind to the children and the sick, the lame, the poor. How did they have felt when Jesus instead of helping them went to the temple to make a placed? How would they consider what probably seem to them as an excess of radicalism? Maybe they were taken aback, or outraged, some will have been scared, because they saw well that Jesus was passing the sign and the consequences could only be very serious.

And what about us? What would we have done? What do we do on our daily life?

We resemble a lot to those believers of the church of Laodicea, those men and women who belonged to a community of faith, but that they could not live their lives with full consistency. With them the Lord is very hard and uses tremendous and heavy words: “I will vomit you out of my mouth”. This makes us feel bad. It makes us run. We don’t want to hear such heavy words, words so radical. But the Lord does not abandon us easily and tells us what he would like from us: he would like us to buy his gold, that means to seek for his grace, for his white garments, that is his forgiveness. This we should seek for and nothing more: His grace and His forgiveness.

The god news today is that we can do it, we can start over, the Advent is there every year and every year it helps us take back our path where it was interrupted. God goads us because he doesn’t want to lose us, he never abandons us, he continues knocking at our door and invites us to His Supper, he continues loving us as His chosen sons and daughters, taken, followed by all kind of blessings. For this reason, brothers and sisters, we cannot but shout our Amen together, Amen Lord, Amen!

Michea 6-6,8
Con che cosa verrò in presenza del Signore e mi inchinerò davanti al Dio eccelso? Verrò in sua presenza con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni, le miriadi di fiumi d’olio? Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?
O uomo, Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? 

PREDICAZIONE:
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo la parola del profeta Michea ha un’attualità fortissima.
In un tempo di persecuzioni violente, di deportazioni e di divisione tra nord e sud del paese Egli si rivolge al popolo per richiamarlo alla volontà di Dio, e all’ “antica” via che conduce al suo cospetto.
Michea visse in un periodo di profonde trasformazioni sia per il regno del sud, sia per quello del nord, e la sua opera profetica non è univoca, ma si distingue in oracoli di salvezza e in oracoli di giudizio, tra denunce e salvezza.
La denuncia andava alla classe dirigente del tempo, con i re Ezechia ed Osea che avevano condotto il popolo verso tasse altissime, l’asservimento all’Assiria, la deportazione, l’esilio e addirittura la cancellazione del regno di Samaria.
Ma certamente le parole di giudizio si rivolgevano nei confronti della classe dirigente fatta di scribi, di sapienti, di profeti e di sacerdoti, una corte di persone che avevano concorso in varia misura alla rovina del popolo: non avevano permesso che si rendesse conto di ciò che stava accadendo.
Falsi profeti, un po’ come i cattivi maestri del tempo, ebbero una fortissima capacità di farsi ascoltare dal popolo e lo inebetirono a suon di “va tutto bene”, “non ci accadrà nulla” e invece il popolo aveva perso sempre di più il contatto con quello che era la volontà del Signore, non si era accorto del pericolo, anche politico, che incombeva.
Al culmine della disgrazia per il regno del nord, all’approssimarsi della deportazione, Michea rivolge un appello accorato al popolo, che lo chiama a rivedere completamente i propri comportamenti e a ritornare all’antica ricerca delle due componenti fondamentali della fedeltà a Dio: la giustizia e la lealtà.
Il popolo perso nel suo smarrimento cerca una risposta nel culto, ma lo fa in maniera formale ovvero offrendo olocausti, ripensando al momento tragico della morte dei primogeniti all’uscita dall’Egitto, ma non mette nemmeno per un attimo in questione la propria fede, e il proprio attaccamento alla Parola di Dio.
In un certo modo questa è un appello che si rivolge anche a noi oggi, quasi chiedesse anche a noi di guardare a noi stessi, alla nostra chiesa, alla nostra società, alle nostre famiglie, alla nostra vita nel suo complesso.. e ci invitasse a fare una seria considerazione su come noi cerchiamo di rimanere fedeli al Signore.
Sarà seguendo le regole e i regolamenti in maniera perfetta? Avverrà inchinandosi ciechi di tutto ciò che ci sta attorno? Sarà forse evitando di guardare al nostro progressivo invecchiamento e alla nostra litigiosità conclamata? Anche i dibattiti televisivi, tra coloro che avrebbero il compito di offrirci un esempio, i politici e i governanti, è troppo spesso lasciato all’improvvisazione, alle urla e talvolta anche ai giochi segreti che possono influenzare le scelte dei potenti.
Una realtà certo molto diversa dal quella tra il 722 e il 734 aC, ma nella sua modernità esprime proprio lo stesso senso di spaesamento del popolo, che non sa più come fare per rivolgersi a Dio. Una ricerca di spiritualità enorme che è cresciuta negli anni della crisi: sempre più persone cercano un riferimento spirituale, una Chiesa, un gruppo di pari, di fratelli e sorelle, una dimensione, di senso.. ma sempre più grande e più forte è l’ignoranza dal punto di vista biblico, o dei riferimenti fondamentali della religione cristiana.
Sappiamo anche noi annunciare giustizia, lealtà e misericordia come chiave del ritorno a Dio ?
il profeta Michea invece spiega bellamente che la salvezza è per tutti e per tutte, che avverrà senza violenza e spargimento di sangue, che sarà una potente forza benigna e benefica per tutti. Certo i nemici di Dio vanno eliminati.. ma chi sono sorelle e fratelli? Chi sono questi nemici di Dio? Non sono di certo le potenze straniere, magari gli immigrati o i diversi che tanto ci fanno paura.. no! I nemici del Signore sono tutti gli idoli in cui gli israeliti confidano: eserciti, fortezze, indovini, strateghi, false divinità, e questo è ciò che il Signore sterminerà; le false certezze che non salvano ma che ci tengono intrappolati e schiave.
Solo ritornare a Dio, avvicinandosi a Lui, possiamo liberarci da idoli vecchi e nuovi, tornare a Dio significa riscoprire giorno dopo giorno quella vecchia via che passa per la giustizia e per la lealtà: due parole che oggi sono ancora più desuete e antiquate che ai tempi del profeta.
La ricerca della giustizia infatti è quella capacità costante, richiesta anche in preghiera di andare oltre alla lettera della legge, per poter guardare negli occhi il fratello e la sorella, ogni essere umano che vive e respira senza dispute o rancori. La ricerca costante della giustizia implica lo schierarsi da una parte, significa rispettare i patti e restare ad essi fedeli. Prendersi cura che ci sia giustizia non solo per me, i miei familiari e per la bella parte di mondo in cui vivo, significa prendere parte con gli ultimi della terra, ed evitare che restino soli. Ma la ricerca della giustizia passa anche dalle nostre storie relazionali, dove talvolta anche noi esercitiamo ingiustamente il ruolo di Dio.
Un cambiamento totale di mentalità ci è richiesto, una decisione mansueta di rispondere a quella chiamata di lealtà a Dio e alle promesse che Egli ci ha rivelate per mezzo di Cristo Gesù.
Amen
Pastora Laura Testa

PREDICAZIONE – (Mantova, 06 novembre 2016) – Il Regno di Dio è esperienza.

LETTURE BIBLICHE: Luca 17,20-25; 1 Tessalonicesi 5,1-5
Luca 17,20-25
Interrogato poi dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: “Eccolo qui”, o “eccolo là”; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi». Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima bisogna che egli soffra molte cose, e sia respinto da questa generazione.

1 Tessalonicesi 5,1-5 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre.

Carissimi fratelli e sorelle, il Regno di Dio è in mezzo a voi!
La bella notizia del Regno di Dio irrompe inaspettata; entra nella nostra esistenza, come un lampo che balena da un’estremità all’altra del cielo ed essa ci coglie impreparati, e forse anche un po’ distratti.
Questo annuncio, quasi incredibile nella sua immediatezza e semplicità, suscita in coloro che ascoltano un desiderio immediato di ulteriori chiarimenti: dov’è? Come è possibile? Come lo riconosceremo? Che significa che è già presente in mezzo a noi? e non lo abbiamo visto?
Domande che risuonano nell’interrogativo posto a Gesù dai Farisei: anche loro credevano nell’imminente venuta del Regno, ma si aspettavano dei segni chiari ed evidenti che potessero provare l’azione di Dio nel mondo.
Nel corso della mia vita di credente ho spesso percepito questa stessa ansia di certezza intorno a me: fratelli e sorelle alla fine della propria vita che non sapevano cosa li aspettasse e chiedevano un conforto e una rassicurazione; atei, spesso anche molto devoti e pii, che volentieri avrebbero “attraversato il guado”, ma che avevano bisogno di una risposta razionale e scientifica rispetto all’esistenza di Dio; credenti zelanti che spendevano ogni proprio istante nella ricerca appassionata della costruzione materiale del Regno, agendo in modo fattivo affinché la chiesa fosse visibile nel mondo sociale e politico, affinché ci fosse un’ incidenza concreta della parola nel mondo; mistici che rifuggivano dal coinvolgimento comunitario puntando su una forma solipsista di fede; altri ancora serpeggiavano una presunta superiorità, atteggiandosi a puri e influenzando le scelte altrui in maniera manipolatoria.
Carissimi fratelli e sorelle, ognuno di noi probabilmente ha conosciuto e conosce questi atteggiamenti e forse li ha anche sperimentati a tratti nella propria storia di fede, ma il Regno di Dio non viene in modo da attirare su di sé gli sguardi!
Il Regno di Dio, ci dice l’evangelista Luca, non viene in modo da essere osservato: non dunque per essere contemplato bensì per essere vissuto e sperimentato! Esso è già presente ed è in mezzo a voi o dentro di voi.
L’illusione di poterlo indicare e di-mostrare è vana, perché la sua presenza è tale da essere inconfondibile tra coloro che lo sperimentano. Il Regno di Dio è in mezzo a voi: è la presenza reale di Gesù, il Cristo, che risponde all’interrogatorio dei farisei; è la presenza reale del Cristo là dove due o tre sono riuniti nel suo nome (Mt. 18,20); è la vita piena che avviene in mezzo al male, la quale può essere riconosciuta solo con gli occhi della fede e dell’amore donati dal Signore. In quest’interpretazione trova accoglienza la traduzione maggiormente letterale del vangelo di Luca, ripresa da alcuni scritti gnostici, tra cui il vangelo di Tommaso: il Regno di Dio è dentro di voi.
Molti commentatori hanno preferito eclissare questa lettura, perché era difficile comprendere come mai Gesù dicesse ai farisei che il Regno era già dentro di loro. Eppure, l’incontro con Gesù è l’inizio del Regno di Dio a partire proprio dall’intimo.
Cosa facciamo però dopo che abbiamo incontrato Gesù? Cosa facciamo del nostro piccolo “assaggio” del Regno? Possiamo nutrirlo con la fede e con l’ascolto costante della Parola, oppure fare come se nulla fosse avvenuto e rifiutare il dono di Cristo.
Forse proprio questo è il senso del monito di Gesù ai discepoli: ci saranno tante volte in cui desidererete vedere il figlio dell’uomo presente in mezzo a voi, e avrete la tentazione di seguire coloro che vi indicano la “giusta” strada, il “luogo” e il “tempo” dell’avvento del Regno sulla terra.
In tanti sono stati coloro che hanno teorizzato calcoli, più o meno arzigogolati per arrivare a predire con esattezza quando avverrà il giorno del Signore: molti di voi avranno avuto notizia delle tante tragedie, dei suicidi-omicidi di massa e delle comunità di tipo settario e apocalittico che sovente hanno seguito dei leader che dicevano “eccolo qui, eccolo lì”. Uno dei casi più eclatanti quello di Jonestown in Guyana del 1978 o quello di Waco in Texas nel 1993.
Ancora più forte risuona il monito di Gesù ai discepoli: voi non andate e non li seguite!
Gesù ci avverte anche che l’annuncio del Regno produce rifiuto: il figlio dell’uomo deve passare dalla Croce affinché chi crede sia salvato.
Qualunque trionfalismo fallisce di fronte alla Croce di Cristo.
Scriveva un filosofo contemporaneo, che « Il fanatismo consiste nel raddoppiare i tuoi sforzi quando hai dimenticato lo scopo ultimo del tuo impegno » (George Santayana, Life of Reason, 1905, vol. 1, Introduzione).
Gesù ci mette in guardia anche di questo: noi abbiamo già conosciuto e ri-conosciuto la presenza del Regno in mezzo a noi, ma troppo spesso tendiamo a dimenticarlo e a perderci in calcoli inutili sul quando e sul dove. Troppo spesso le nostre Chiese dimenticano il senso profondo di ciò che Cristo ha compiuto per noi: Egli ci ha resi sorelle e fratelli.
Non disperdiamo le nostre energie e crediamo alle parole di Gesù che ci assicurano: il Regno di Dio è già presente in mezzo a voi!
Già presente, ma non ancora pienamente compiuto: il Regno di Dio rivelato in Cristo Gesù, inizia nella storia esso è riconoscibile, produce frutto, prende corpo dentro di noi e fra di noi, e lievita crescendo giorno dopo giorno.
Amen

Pastora Laura Testa

Marco 4,3-9

3 «Ascoltate: il seminatore uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono. 5 Un’altra cadde in un suolo roccioso dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; 6 ma quando il sole si levò, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. 7 Un’altra cadde fra le spine; le spine crebbero e la soffocarono, ed essa non fece frutto. 8 Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno». 9 Poi disse: «Chi ha orecchi per udire oda».

Il passo su cui oggi rifletteremo inizia con un imperativo: Ascoltate! E si conclude con l’affermazione: «Chi ha orecchi per udire oda».
Ascoltate…. Il Signore ci richiama all’ascolto perché sa bene quanto siamo distratti e superficiali. Ascoltate! Non siate distratti, non siate presi dalle mille piccole cose quotidiane. Ascoltate, anche se siete i miei discepoli, ascoltate anche se vi ritenete buoni e fedeli, ascoltate, perché solo ascoltando potete capire. Ma soprattutto ascoltate con tutti voi stessi e quindi agite, non restate fermi come ad una conferenza, ascoltate e poi muovetevi. Non accontentatevi di stare qui, ma ascoltate e lasciatevi trasformare dall’ascolto, lasciatevi rinnovare e riconvertire. Vedo bene che siete qui intorno a me per ricevere un messaggio, dice Gesù, vedo bene che siete accalcati attorno alla barca dove sono seduto per annunciarvi la Parola, ma ascoltate, ascoltate veramente, perché il mondo vi continua a trascinare altrove. Ascoltate perché le vostre priorità sono sempre altre, ascoltate perché non posso seminare in voi nulla se non siete qui con tutti voi stessi, con la mente, ma anche con il cuore, con l’intelligenza, ma anche con il vostro corpo, le orecchie, ma anche con ogni cellula di voi. Ascoltate e fatelo volendo capire, lasciandovi interrogare e mettervi in discussione, non accontentatevi della vostra pre-comprensione, ma lasciatevi trasformare dall’ascolto.
Immaginate di avere un campo e che sia collocato, con quelli di tutti gli altri vostri vicini in un grande terreno adibito alla coltivazione. Durante i mesi invernali voi e anche gli altri contadini siete talvolta andati a vedere il vostro campo, forse qualche coppietta ci si è nascosta, forse i bambini sono andati a giocarvi e quindi si sono creati dei piccoli viottoli là dove la gente è passata. Inoltre i soliti cespugli selvatici e spinosi hanno ripreso a crescere e si sono diffusi qua e là. Ma ora è giunto il momento della semina.
All’epoca di Gesù in Palestina nessuno preparava il terreno, si cominciava col seminare. Il contadino, quindi, non si preoccupava di pulire il terreno e di ararlo, ma per prima cosa gettava i semi. Ecco perché Gesù dà per scontato che sia chiaro a tutti che non ogni seme arriverà alla buona terra. Gettandoli in quel modo, il contadino, in effetti, non sapeva esattamente dove gettava i suoi semi e il risultato era, inevitabilmente, che molti andavano perduti, in particolare quelli che cadevano là dove si era formato un piccolo sentiero o dove la terra smossa copriva delle rocce e naturalmente là dove erano ricresciuti i rovi. Voi dunque andate col vostro sacco pieno di semi e li spargete su tutto il vostro terreno, fiduciosi che comunque una parte consistente delle vostre sementi attecchirà e produrrà piante e frutti. Gettate quindi dappertutto, fiduciosi che ad ogni vostro seme che attecchisce corrisponderà un raccolto 7 o 8 volte maggiore e che avrete da mangiare per voi e per tutta a vostra famiglia.
E non è quello che fa anche il nostro Signore con noi? Egli non prepara il terreno, non guarda se la terra è già pronta, se è fertile, se è umida al punto giusto, il Signore sparge i semi e dice: Ascoltate! Ma, anche, Chi ha orecchi per udire oda. Cioè sa bene che il campo non è stato arato. Sa bene che intorno a noi c’è sempre un rumore assordante che ci distrae, sa bene che la volontà di dare la precedenza a tutto, prima che alla preghiera, è una tentazione che ci accompagnerà tutta la vita. Ma Lui semina. Semina attraverso le parole della Scrittura, semina attraverso le numerose testimonianze che ci sono nel mondo e che ci circondano e che possiamo vedere se solo apriamo i nostri occhi, se solo siamo disponibili all’ascolto, semina attraverso la predicazione e chi ha orecchi per udire oda!
Il Signore quindi ci chiede che a nostra volta seminiamo senza preoccuparci di dove cadrà il seme: l’esempio del contadino della parabola non lascia dubbi su questo. Nell’agire del testimone non deve esserci calcolo produttivistico, non deve esserci valutazione se lo sforzo sia giustificato da grandi o piccoli risultati, se ne valga la pena. Siano chiamati a seminare, non a valutare gli effetti del nostro lavoro, anche perché il risultato non dipende da noi. A noi è chiesto di seminare, non di valutare.
La parabola ci avverte che non tutto il seme porterà buon frutto, ma non dobbiamo farcene un cruccio, anche se il seme, di cui eravamo tanto orgogliosi, a cui abbiamo lavorato tanto, cade sulla strada, o sulla roccia o nelle spine. Non preoccupatevi di dove andrà il vostro seme, ci dice Gesù, ma solo di spargerlo.
In effetti tutti noi conosciamo bene la fatica, la frustrazione, il senso di inadeguatezza e di inutilità che talvolta ci pervade. Abbiamo lavorato tanto eppure dove sono i risultati? Credevamo di aver seminato bene e invece un po’ per volta tutti i frutti del nostro lavoro muoiono: le persone se ne vanno, le chiese si svuotano, nei giornali sentiamo sempre più spesso parlare dell’ateismo e dell’indifferenza nei confronti della fede. I nostri figli si allontanano e non seguono più la nostra comunità. Preferiscono divertirsi o anche cercare lavoro, danno la precedenza allo studio o magari addirittura a situazioni che non ci piacciono. Il nostro lavoro, la nostra testimonianza sembra sia stata del tutto inutile. Ma Gesù questo lo sa e lo racconta attraverso l’immagine di tutti questi chicchi che vanno perduti.
Ma la parabola non si conclude qui, non si accontenta di consolarci per l’inevitabilità della perdita di parte dei semi, Gesù prosegue e ci annuncia che non dobbiamo temere perché il raccolto sarà comunque straordinario e miracoloso. Ed è per questo che veniamo sollecitati ad ascoltare con attenzione, ad utilizzare quelle orecchie con le quali possiamo udire, quelle orecchie che Dio ci ha donato: perché si tratta di un raccolto che richiede la nostra fede, l’abbandono dei mugugni, l’abbandono della depressione e della paura, del calcolo matematico e produttivistico. Si tratta infatti di un raccolto che ha i caratteri del miracolo!
In effetti non è possibile ricavare da un seme il 30, il 60 o il 100: in Palestina ai tempi di Gesù la spiga che nasceva da un chicco poteva rendere 7 o 8 grani, oggi, con le tecniche moderne e le modifiche genetiche, possiamo arrivare ai 25, 30 grani, ma neppure oggi possiamo neppure avvicinarci ai 60 o ai 100. Quindi quella di Gesù è una iperbole per affermare che la semina apparentemente così faticosa, così talvolta frustrante, darà poi frutti e si tratterà di frutti abbondantissimi!
Con questa parabola, che è anticipata dalla richiesta di un’attenzione non formale, ma sostanziale, Gesù ci accompagna lungo un percorso durante il quale da un lato Egli è solidale con noi, perché dimostra di conoscere e comprendere la nostra fatica e le nostre possibili delusioni, ma dall’altra ci mostra che se saremo disposti ad aprire i nostri occhi e le nostre orecchie potremo vedere già ora che Egli opera in modo potente in mezzo a noi, e che il raccolto sarà grande, sarà straordinario. Gesù ci dice: guardate al contadino, non dovrebbe forse scoraggiarsi? Eppure ogni anno ricomincia con la sua fatica senza smarrirsi, né tentennare perché sa che il momento della semina e il momento del raccolto sono due momenti diversi, l’uno dipende da lui, ma l’altro no: il contadino infatti affida il suo seme alla terra con fiducia e aspetta di vedere il raccolto, già sapendo che il raccolto ci sarà e sarà in grado di sfamarlo. Allo stesso modo, noi possiamo seminare con gioia e colmi di fiducia nel fatto che il Regno di Dio si manifesterà e il raccolto sarà ricco e fertile, abbondante e miracoloso! Amen!
Erica Sfredda

Luca, 17,22-30
22 Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. 23 E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; 24 perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. 25 Ma prima bisogna che egli soffra molte cose, e sia respinto da questa generazione.
26 Come avvenne ai giorni di Noè, così pure avverrà ai giorni del Figlio dell’uomo. 27 Si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, si andava a marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca, e venne il diluvio che li fece perire tutti. 28 Similmente, come avvenne ai giorni di Lot: si mangiava, si beveva, si comprava, si vendeva, si piantava, si costruiva; 29 ma nel giorno che Lot uscì da Sodoma piovve dal cielo fuoco e zolfo, che li fece perire tutti. 30 Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo sarà manifestato.

Accanto alla nostra vita che scorre nella normalità del mondo occidentale europeo, accadono fatti straordinari( cioè fuori dell’ordinario).
Il recente terremoto in centro Italia o la morte traumatica di un conoscente, o di converso la vita minacciata di un bambino che, guarito, torna a crescere.
La nostra reazione a questi fatti è molto spesso la paura, lo sgomento, l’apprensione o lo stupore. Questi sentimenti, ci distolgono dal nostro tempo secolarizzato, ci allontanano dalla tecnologia che tutto disperde nella comunicazione virtuale.
Rientriamo in noi stessi, ascoltiamo il nostro intimo, chiediamo aiuto all’alto, una preghiera ci sale alle labbra. Può essere un grido di rabbia, una invocazione o la espressione della nostra fiducia, della nostra riconoscenza.
Il fatto straordinario rompe il nostro tempo, scombussola le nostre priorità, affiorano in noi e in chi si prende cura degli altri, qualità riposte che non si conoscevano.
Nell’ordinario ogni vita ha un suo costo: reddito, età, opportunità di guadagno determinano con precisione quanto debba rimborsare una assicurazione in un caso di morte.
Nella emergenza, ogni vita che rischia di spegnersi, vale la pena di uno sforzo corale anche a costo di grandi pericoli
Nella emergenza si applica una logica diversa dalla vita comune, innanzi tutto bisogna aiutare gli scampati, poi si valuteranno i costi e le responsabilità.
Il sermone della scorsa settimana diceva appunto “ dobbiamo essere pronti ad accogliere lo straordinario”.
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Il testo del profeta Gioele che abbiamo letto è articolato anche lui in due registri molto lontani uno dall’altro Il Dio dell’antico patto che retribuisce l’adempimento della legge con la prosperità e lo Spirito Santo che si effonde nei giorni dell’unto del Signore. L’ordinario e lo straordinario. Da un lato:
“ L’Eterno vi dà la pioggia in giusta misura ……le aie saranno piene di grano……..mangerete a sazietà…il vostro Dio avrà operato meraviglie.” Dall’altro:
“Nei cieli e sulla terra, sangue fuoco e colonne di fumo….i vostri vecchi avranno dei sogni…i giovani delle visioni………….il sole sarà mutato in tenebre.”
Questo contrasto lo troviamo anche nel passo di Luca che abbiamo letto: “si mangiava si beveva si prendeva moglie…Noè…..e venne il diluvio, che li fece tutti perire. Anche ai giorni di Lot, si vendeva si comprava…..piovve dal cielo fuoco e zolfo”.
Cosa c’è tra queste due logiche, tra questi due registri, uno ordinario e uno straordinario?
Non possiamo leggerli come due vicende naturali che si susseguono nel tempo. Ce lo impediscono i testi di Luca nel vangelo e negli Atti.
Quale è il profilo che rende conto del salto di qualità nella storia del popolo di Dio?
Gioele parla del giorno di Jaweh, della sua vittoria sulle potenze malvagie; Luca scrive del giorno o dei giorni del Figliuol dell’Uomo.
Gioele profetizza non solo la vittoria del Padre, ma la presenza dello Spirito, anzi la sua effusione su ogni carne.
Luca annuncia il regno di Dio, un momento non osservabile che però cambia radicalmente il rapporto tra Dio e l’umanità.
Il regno di Dio, i giorni del Figliuol dell’Uomo sono dunque fatti straordinari di cui aver paura? Solo dopo che saremo sconvolti, potremo ricevere lo Spirito Santo, potremo inseguire dei sogni, credere in una visione alternativa al mondo contemporaneo? Per tutto questo dobbiamo attendere la fine dei tempi?
Anche i farisei chiedono: “I giorni del Figliuol dell’Uomo quando saranno?”
Gesù risponde “Il Regno di Dio non viene in maniera da attirar gli sguardi”.
In questo contrasto tra Gesù e i farisei, l’ansia della attesa si trasforma in paura del giudizio. Il tempo che è dato ai farisei, il tempo che è dato a noi oggi, rischia di essere il tempo della disperazione oppure il tempo dell’impazienza. Gesù si preoccupa del fanatismo, di quella tendenza, sempre presente, a trasformare l’attesa del Regno in un insieme di falsi allarmi, di calcoli avventati, di confusione tra le nostre battaglie e le battaglie di Dio. Tra queste battaglie quella decisiva per Dio e per l’umanità, è proprio la Passione. Dunque più che proiettarsi fanaticamente verso un futuro trionfo, bisogna fondarsi consapevolmente sulla realtà della croce.
Anche Pietro nel suo discorso citato nel capitolo secondo degli Atti dà questa lettura del fatto che rompe il tempo e scombussola le priorità. Cita proprio il passo del profeta Gioele che abbiamo letto, per concludere:“ Sappia dunque sicuramente, la casa di Israele, che Iddio ha fatto, Signore e Cristo, quel Gesù che avete crocifisso”.
I giorni del Figliuol dell’Uomo sono dunque i giorni della croce e della resurrezione. Questa è la vicenda che impone il salto da una logica ordinaria ad una logica straordinaria, da un rapporto retributivo con la legge di Dio ad un rapporto gratuito con la presenza dello Spirito Santo.
Gesù risponde ai farisei “il Regno di Dio non viene in maniera da attirar gli sguardi . Né si dirà eccolo qui, eccolo là; perché ecco il regno di Dio è entòs himòn.
Questa espressione greca può essere legittimamente tradotta il regno di Dio “è dentro di voi” oppure il regno di Dio “è tra voi”.
La traduzione dentro di voi è intimista, il regno di Dio è un avvenimento interiore.
La traduzione tra voi è messianica, il regno di Dio si è manifestato nel nostro tempo con Gesù il nazareno.
Entrambe le traduzioni hanno trovato appoggio nella teologia passata. Sant’Agostino afferma “ la verità abita nell’interiorità dell’uomo. Lutero da buon agostiniano mantiene la stessa linea, e traduce “ il regno di Dio è in animis vestris.”
Karl Barth non ha dubbi, il regno di Dio è in mezzo a voi, in quanto Gesù è in mezzo a voi: “Gesù stesso è il regno in persona” scrive il noto teologo.
Io ho scelto questa seconda lettura, il regno di Dio, la effusione del suo Spirito su giovani, vecchi e servi non possiamo rinchiuderlo nel nostro intimo, non possiamo trattenerlo o metterlo da parte per richiamarlo in tempi futuri, quando fossimo disperati.
Il regno di Dio viene a noi dopo i giorni del Figliuol dell’Uomo, dopo la croce e la resurrezione,il regno di Dio va speso immediatamente per gli altri, per il nostro prossimo, per gli ultimi.
Il regno di Dio affiora nella storia e cambia le priorità umane , scombussola le nostre vite, il regno di Dio si intravede nel comportamento umano davanti alle tragiche emergenze.
Il regno di Dio è tra noi, senza una sua evidenza solare che ci permetta di indicarlo con sicurezza. La fede in Gesù Cristo ci dà le orecchie per avvertirlo, la agape del Signore ci dà il coraggio per farci coinvolgere.

Gesù ha ricordato ai suoi discepoli di vigilare e di vegliare in attesa del giorno in cui il Figliuol dell’Uomo sarà pienamente manifestato. La tensione escatologica verso la parusia finale non deve mai abbandonarci.
Nel Cristo risorto,accanto al trono del Padre troveremo la verità, in Cristo c’è tutta la verità, e un giorno o l’altro questa verità finirà per imporsi a tutti i livelli. La storia umana sarà conclusa, o per meglio dire, giudicata, trasformata e riassorbita nella eterna storia di Dio. Gesù Cristo sarà accanto a noi anche in quel giorno. Amen

Ruggero Mica