“amatevi gli uni gli altri”. Predicazione di domenica 11 dicembre, terza di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Levitico 19,17-18; Giovanni 13,34-35; I Giovanni 2,7-8

17 Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
Levitico 19, 17-18

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Giovanni 13,34-35

Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita. E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo, il che è vero in lui e in voi; perché le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.
I Giovanni 2,7-8

In questa terza domenica d’Avvento siamo chiamati a riflettere sull’amore: non su un amore qualsiasi, ma sull’amore che Gesù ha nutrito per noi, l’amore che dovrebbe dare fondamento alla nostra stessa esistenza di credenti.
Gesù dice: Io vi do un nuovo comandamento. Perché nuovo? Cosa vuol dire? Che prima della sua venuta nessuno sapeva amare? Che non esistevano rapporti di affetto? Che i genitori non amavano i figli e le mogli i mariti o viceversa? Che gli uomini e le donne non amavano il loro Signore? No, non è questo che Gesù intende dire: gli uomini e le donne, i bambini e le bambine nutrivano sentimenti d’amore gli uni per gli altri e il comandamento dell’amore del prossimo era già scritto nell’antico libro del Levitico. E dunque?
“Vi do un nuovo comandamento” forse significa che prima della venuta di Gesù l’amore che gli uomini e le donne nutrivano gli uni per gli altri, ma, se ci riflettiamo un po’ seriamente e coraggiosamente, anche il nostro, era ed è una amore intriso dei nostri egoismi, della nostra fatica di affidarci, della nostra incapacità di volere davvero il bene dell’altro, senza secondi fini, senza incertezze. Perché dobbiamo ammetterlo, noi amiamo, ma spesso amiamo per bisogno: bisogno di essere amati, bisogno di essere visti, bisogno di avere una meta e uno scopo. Sì, ci costa affermarlo, ma noi umani, uomini e donne, spesso non riusciamo ad amare nel senso pieno del termine, nel senso che Gesù vuole dare a questo verbo, in realtà non ne siamo capaci. Talvolta ne abbiamo paura, talaltra siamo troppo distratti o troppo concentrati in noi stessi, più spesso non siamo nemmeno consapevoli della fragilità e inconsistenza dei nostri sentimenti.
Ma il Signore in questo passo ci dice che dobbiamo, e se dobbiamo dunque anche possiamo.
Gesù, infatti, dice “Vi do un nuovo comandamento”: il termine comandamento, cioè norma, legge, prescrizione, non allude ad una possibilità, ad una opzione, ma ad una precisa responsabilità, che attiene direttamente al nostro dichiararci cristiani. Il nuovo comandamento è: amatevi gli uni gli altri. E Gesù prosegue spiegandoci cosa intenda dire, dandoci un modello da seguire, dice “amatevi come io vi ho amati”, perché altrimenti non riusciremmo neppure a capire, altrimenti saremmo indotti a rispondere: “Ma come! Noi già amiamo, già sappiamo amare, dove sta la novità?” E invece Gesù non fa una distinzione tra chi sa amare e chi non sa amare, tra “buoni e cattivi” come piace tanto a noi. No, Gesù ci dice, semplicemente, dovete amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati. Come io vi ho amati. Abbiamo categorie che non siano le nostre per guardare questo amore? Come ci ha amati il nostro Signore? Si tratta naturalmente di una questione di intensità e di modalità, ma soprattutto significa che noi dobbiamo amarci gli uni gli altri, in quanto Gesù ci ha amati, perché Lui per primo ci ha amati. Gesù è il nuovo fondamento del nostro amore, la novità, la straordinaria novità, che oggi proclamiamo. Gesù è venuto sulla terra, ed è venuto perché ci ama e questo determina un cambiamento a 360° in quello che il termine amore significa per coloro che credono in lui. Quando diciamo “fratello” o sorella” in Gesù Cristo, parliamo di questo: Gesù ci unisce e il suo amore per te o per te è il fondamento del nostro amore per l’uno e per l’altro.
Ma dobbiamo anche confessare che forse in realtà non sappiamo come Dio ci abbia amati, perché siamo troppo coinvolti nel nostro modo di amare. Gesù è morto per tutti noi, ancora prima, Dio ha scelto di farsi umano, accettando di essere uomo tra gli uomini e quindi affrontando il freddo, la fame, la fatica, il dolore, la paura. Gesù non aveva bisogno di amarci, non ne aveva la necessità. Eppure ci ha amati profondamente, totalmente, dando se stesso per tutti e tutte noi. Questo è il Suo amore. Questo il modello che ci ha indicato. Non si tratta di una categoria psicologica, di una modalità tra le altre, si tratta di un donarsi totale, senza perdere se stessi. Un darsi senza rinunciare alla propria essenza. E ancora, un amarci attraverso di Lui. Questo forse è quello che Gesù voleva trasmettere: se ci dichiariamo Suoi discepoli, significa che abbiamo come fondamento Cristo e il Suo amore. E il Suo amore si vede, è tangibile, rende possibile a tutti, credenti e non credenti, di vedere cosa significhi l’amore di Gesù. Significa farsi strumento, visibile, del Suo amore per l’umanità, per tutta l’umanità.
Credere in Gesù Cristo, significa credere nel Suo amore per noi e su di esso fondare la propria vita, a partire da qui, dalla nostra chiesa, dai nostri fratelli e sorelle più vicini: non dobbiamo avere paura, sentirci incapaci, perché il Signore è al nostro fianco e mai come nel periodo dell’Avvento possiamo avere presente davanti agli occhi, nella testa e nel cuore che “le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.” Amen!
Erica Sfredda

 

SCRIPTURE READINGS: Leviticus 19,17-18: John 13,34-35: 1 John 2,7-8

On this the Third Sunday in Advent we are called upon to reflect on Love: not just any old love, but on the love that Jesus has nurtured for us, which should be the foundation of our very beings as believers.

Jesus said: “I give you a new commandment”. Yet what does He mean by “new”? “I give you a new commandment” means that before the coming of Jesus the love that men and women held for each other was a love bound up with our own egoisms, with our own efforts to trust one another, with our own incapacity to truly wish the good of others without harbouring ulterior motives or experiencing second thoughts. For while we must admit that we do love, often we are needy and self-seeking in our love. We need to be loved, we need to be looked at and we need also to have an aim and a purpose. Indeed often we are unable to love in the full sense of the term; in the sense that Jesus wished to give this word.

However the Lord in this passage tells us that we must love, and so if we must therefore we must also be capable of experiencing it.

In fact Jesus says: “I give you a new commandment.” The term commandment however, which ways you read it, does not allude to a possibility, but to a precise responsibility, which is directly attached to our callings as Christians. The new commandment is: “Love each other”. Jesus continues: “love each other as I have loved you”. Jesus makes no distinction between those who know how to love and those who do not, between the “good and the bad”, as indeed we ourselves so like to do. No, Jesus tells us simply that we must love one another as I have loved you. As I have loved you. Do we need to have new categories that are not ours by nature to comprehend this love? In what ways has our Lord loved us? Naturally here we are dealing with questions of intensity and of ways and means, but above all it means that we have to love one another as much as Jesus has loved us because it was He who was first to love us. That Jesus is the new foundation of our love is the good news, the extraordinarily good news, that we today as Christians proclaim. Jesus came down Earth, and he came down because he loves us and this means a 360o change in the meaning of the term love for those who believe in him. When we say “brother” or “sister” in Jesus Christ we are saying that the love of Jesus is the foundation of our love for one another.

Jesus died for all of us; but still even before that, God had chosen to create him human. Our Lord accepted to be a man among humankind and therefore faced cold, hunger, fatigue, pain and fear. Jesus had no need to love us, nor did he have any need to. Even so he loved us deeply and totally in giving himself for us all. This is His love. This is the example which he has given us. We are talking here of supreme self-sacrifice yet without losing very selves. It is a giving of oneself without renouncing our essence and moreover a love by means of Him.

If we declare ourselves to be his His disciples, it means that we have Christ and His love as our foundation. And His love is seen, is tangible, and makes it possible for all, believers or not, to see what the love of Jesus means. It means to make yourselves visible instruments of His love for humanity; all humanity! We must not be fearful or feel inadequate because the Lord is at our side and never more so than at Advent-tide when we are able to have before our very eyes and in our own heads and hearts the Good News that “the darkness has passed away and the true light is already resplendent.” Amen!

Quando “Dio è con noi”? Predicazione di Domenica 4 dicembre 2016, seconda di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Michea 5,1-3

«Ma da te, o Betlemme, Efrata, sebbene tra le più piccole città principali di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’ Israele».
Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE, con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’ estremità della terra.
Sarà lui che porterà la pace.

Care sorelle e cari fratelli,
stamattina leggiamo una pagina del profeta Michea, alla quale il Signore Gesù, e coloro che si accostarono alla sua predicazione, coloro che primi e prime cedettero in lui, si richiamavano certamente.
Il profeta Michea era un campagnolo, persona certamente poco avvezza, così come pure il profeta Amos, agli intrighi e alle cerimonie di palazzo.. eppure si trovava proprio a predicare “nel” palazzo, proprio a quelle persone che in Israele detenevano le sorti della vita di tanti e tante e muove loro delle critiche feroci.
Dissimilmente dalle profezie di Amos.. che conosce solo la parola di giudizio, Michea invece sa e ha una speranza fondata e certa che il Signore non lascerà il popolo, la nazione, gli eletti del Signore, privi e prive di una guida, di una consolazione, della Pace… che annuncia.. insieme al giudizio e alle critiche.
Critiche al potere, critiche alle istituzioni, critiche e giudizi forti ai leaders religiosi che continuavano a ripetere, “tutto va bene”, “c’è pace”, “Dio è con noi”, come ricordano anche i profeti Geremia e Isaia, in parte contemporanei di Michea, affermazioni fatte proprio quando non c’è la pace, quando non è che proprio vada tutto bene, quando… c’è fame, c’è guerra, c’è crisi, e l’Assiro.. è un nemico e un dominatore violento e potente che spazza via la speranza deportando ed affliggendo Israele e Giuda.
Critiche fortissime che possiamo adottare per riflettere sopra a questa parola profetica difficile… tante e tante volte abbiamo inneggiato e celebrato.. l’Emmanuele.. ovvero proprio quel “got mit uns” quel Dio con Noi.. che esprime l’arroganza del dominatore ingiusto e sanguinario secondo le parole del profeta Michea. Mi chiedo però, chiediamocelo insieme.. è con noi Dio quando la nostra società vorrebbe rimandare indietro qualunque essere umano che sia povero e che cerchi rifugio?
E’ con noi Dio quando il meglio che una delle democrazie più importanti del mondo occidentale elegge un’icona della destra xenofoba, che simbolicamente incoraggia atteggiamenti d’odio e di intolleranza? E’ con noi Dio quando i nostri fondi pensione vengono utilizzati per la speculazione finanziaria troppo spesso a nostra totale insaputa? È con noi Dio quando per via della cosiddetta.. ogni giorno sentiamo di nuovi morti sul lavoro.. e molto spesso questi sono uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza, dalla fretta di finire l’ingaggio per poterne cominciare un altro.. uccisi dal lavoro nero.. molto spesso stranieri, molto spesso al primo giorno di lavoro..
E’ con noi Dio quando nel nostro bel paese si producono armi che noi mai useremmo, ma che altri bellamente usano per fare esplodere campi minati.. con bombe belle che sembrano giocattoli? È con noi Dio quando ci voltiamo dall’altra parte fingendo di non sapere che produciamo il farmaco che in altri stati serve ad eseguire la pena di morte.. E’ con noi… quando fingiamo di non vedere la povertà ovunque accanto a noi e la ignoriamo.. costantemente… anche quando si trasforma in guerra violentissima tra poveri che non hanno nulla se non altra povertà da scambiare al banco dei pegni della sofferenza? Come avvenuto nei giorni scorsi al villaggio olimpico di Torino?
E’ con noi Dio quando un giorno sì e un giorno no viene uccisa una donna nel nostro paese? Ogni giorno vengono picchiate e sottoposte a violenze psicologiche e fisiche da parte di chi dice di amarle.
e soprattutto… se Dio è con noi.. facendo tutto ciò.. mi chiedo, insieme al profeta Michea… ma noi siamo con Dio? Siamo dalla parte del Signore che viene non accettato, senza posto per lui, senza uno status.. come i tanti e le tante bambini che pure oggi sono poveri, proprio come le donne e i bimbi respinti dagli abitanti di Gorino..
Siamo dalla parte del Potente che si schiera accanto agli oppressi? Lasciamo che il Suo Regno possa effettivamente accadere in mezzo a noi?
Gesù conosceva questa parola profetica.. e con quasi certezza posso affermare che visse la propria missione interpretando nella pienezza la figura messianica di cui parla il profeta Michea.. Gesù però andava anche oltre la parola profetica.. Il profeta annunciava l’avvento di un Messia terreno, che avrebbe dominato con giustizia, con rettitudine, che avrebbe cacciato l’oppressore.. e teneva anche conto del fatto che non sarebbe potuto accadere di punto in bianco, ma che ci sarebbe voluta una lunga ed accurata preparazione un lungo periodo di avvento.. proprio come quella che si svolge durante la gravidanza.. un periodo che sarebbe stato di attesa e anche di ansia e dolore prima della gioia e della pace, della riconciliazione, tra fratelli.. e tra popoli.
Un annuncio bellissimo comunque proprio per Israele che in quegli anni soffriva oppresso, tanto da esprimere la propria sofferenza con la metafora della donna sterile.. che non può aver figli.. metafora di colei.. che come Maria ed Elisabetta.. è impossibilitata a generare, per i motivi più svariati perché gli uomini sono morti in battaglia, perché è troppo giovane o troppo anziana.. o perché.. ha fame, o perché ha una patologia che le impedisce di generare.
Michea annuncia.. che la sterile partorirà, Israele è quindi la metafora della nuova nascita, della promessa che colei che doveva partorire, ma che non ha potuto, per via dell’oppressione umana, darà alla luce la vita, che la morte è vinta, che la speranza può rinascere, che c’è spazio per la fede e la felicità.
Una fede quella di Michea, che ancora oggi noi possiamo condividere.. in maniera anche ampia.. la condividiamo perché già abbiamo conosciuto, già sappiamo, che il Signore si è rivelato nella carne di Gesù che è nato come povero per il riscatto della povertà umana, è vissuto come giusto per riscattare chi soffre, si è rivelato come principe della pace, per portare la pace.. una fede che condividiamo perché aspettiamo ancora che il travaglio finale arrivi al compimento.. perché già abbiamo conosciuto, ma pure ancora attendiamo che il Regno di Dio accada pienamente in mezzo a noi.. ed è una fede che riconcilia, poiché questa attesa è già evento, la fede in Cristo ci accomuna con tutti e tutte coloro che leggono il Libro sacro e che pure attendono la venuta di Colui che porterà la Pace.
Amen

Past. Laura Testa

“Siate ferventi!” Predicazione di domenica 27 novembre 2016, prima di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Matteo 21,1-9; Apocalisse 3, 14-22

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; troverete un’asina legata, e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina,
e un asinello, puledro d’asina”». I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!»
Matteo 21,1-9

«All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’Amen, il testimone fedele e veritiero, il principio della creazione di Dio: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!’ Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo. Perciò io ti consiglio di comperare da me dell’oro purificato dal fuoco, per arricchirti; e delle vesti bianche per vestirti e perché non appaia la vergogna della tua nudità; e del collirio per ungerti gli occhi e vedere. Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”».
Apocalisse 3, 14-22
Oggi è la prima domenica d’Avvento: una giornata che dovrebbe riempire i nostri cuori di gioia e consolazione. Anzi, mi correggo: una giornata che ci riempie di gioia e consolazione. Ci prepariamo ad accogliere Gesù nelle nostre vite. Ci prepariamo a vivere la nostra vita quotidiana in un modo totalmente nuovo, perché dopo l’incontro con Cristo non si può essere gli stessi di prima, non si può rimanere sulle proprie consolidate posizioni, perché l’incontro con Gesù, che viene a noi come uomo, accogliendo e affrontando la nostra fragilità, è un incontro che stravolge tutti i nostri luoghi comuni sull’umanità e anche su Dio.
Sull’umanità, perché finalmente possiamo capire cosa significhi essere fatti a immagine e somiglianza di Dio. Non è così facile, per noi, immaginarci a immagine di Dio, eppure lo siamo e Gesù e là per dimostrarci cosa il Creatore intendeva fare, quando ci ha creati.
La venuta di Gesù ci insegna qualcosa anche su Dio, naturalmente. Qualcosa che se non avessimo la Bibbia, stenteremmo a credere, e tuttora, forse, stentiamo a capire. Infatti, Gesù non nasce potente, non nasce ricco, non nasce in un palazzo: ma come, vorremmo potergli dire: per noi l’uomo davvero realizzato è colui che è ricco e potente! Ci sono moltissimi cristiani che ritengono che la benevolenza del Signore si valuti in base alle fortune terrene. Chi è ricco è benedetto, chi è povero non è benedetto. Chi è malato, poi, ancora meno!
Gesù viene al mondo e i suoi genitori sono costretti sin da subito a scappare per metterlo in salvo. E per fortuna che tra Palestina ed Egitto non esistevano allora le stesse frontiere che noi poniamo tra la Siria e noi, tra la Somalia e noi, tra il sud Sudan e noi. Ma come? Allora anche noi dovremmo forse accogliere questi fuggitivi? Ma ci sono moltissimi cristiani che pensano che chi bussa ai nostri confini non abbia il diritto di chiedere nulla, non abbia il diritto di chiederci di condividere il pane, l’acqua, e la vita stessa. E basta possedere pochissimo per cominciare ad avere paura di perdere quel poco, per volere nascondere e trattenere quello che riteniamo sia nostro diritto tenere.
E poi, alla fine, dopo solo tre anni di predicazione, Gesù muore, condannato ad una morte atroce e maledetta. Anche questo, se lo togliamo dalla ripetizione rituale, se lo trasformiamo da un concetto vuoto ed astratto, ad una realtà concreta e materiale, ci lascia totalmente strabiliati. Se riflettessimo con serietà a questa morte terribile, ci dovremmo per forza porre delle domande sulla nostra vita. O abbiamo pensato che solo Gesù sia nato per soffrire? In effetti questa morte terribile non è che ci piaccia poi tanto, se ci pensiamo bene, anche perché in fondo forse sarebbe stato meglio che Gesù regnasse a lungo, su un bel trono, così avrebbe potuto insegnarci come si fa, avrebbe potuto farci vedere come si tiene uno stato: perché non lo ha fatto? Se ci pensiamo bene, se guardiamo le nostre vite, le nostre speranze, le nostre richieste a Dio, allora dobbiamo riconoscere che c’è qualcosa che non funziona, che non quadra.
E così devono aver pensato anche coloro che erano accorsi a incontrare Gesù che entrava a Gerusalemme a cavallo di un’asina: erano andati con gioia ad accoglierlo perché sapevano che era un grande guaritore, un uomo che sapeva parlare in un modo che incantava, un uomo dolce che sapeva essere gentile anche con i bambini e con i malati, gli storpi, i poveri. Una bella persona, che dava un senso di benessere e di pace ogni volta che parlava. Certo, ogni tanto alzava un po’ la voce, talvolta diventava un po’ eccessivo, si faceva un po’ prendere la mano. Come quella volta che aveva detto che se un vicino ti rubava qualcosa, dovevi dargli anche il resto, o quell’altra in cui si era fatto mettere in discussione da una straniera, donna per di più! Poi certamente non gli erano del tutto chiare le regole sociali e ogni tanto mangiava con gente del tutto impresentabile. Però era davvero una bella persona ed era piacevole che ora venisse a predicare anche a Gerusalemme. Come si saranno sentiti quando Gesù invece che coccolarli e aiutarli era andato a fare una piazzata al tempio. Come avranno considerato quella che probabilmente appariva loro come un eccesso di radicalità? Forse sono rimasti sconcertati, o indignati, alcuni avranno avuto paura, perché vedevano bene che Gesù stava passando il segno e le conseguenze potevano diventare solo gravissime. Insomma quel Gesù, a guardarlo bene da vicino non era più un mite guaritore con qualche stravaganza, improvvisamente appariva loro come un uomo strano, eccessivo, radicale, troppo radicale. E così gli girarono le spalle, lo abbandonarono. Qualcuno addirittura sarà stato tra coloro che poi ha gridato “crocifiggilo, crocifiggilo” a Pilato, che forse non lo sentiva come un uomo pericoloso.
E noi cosa avremmo fatto?
Cosa facciamo nella nostra vita quotidiana?
Noi assomigliamo moltissimo a quei credenti della chiesa di Laodicea, quegli uomini e donne che appartenevano ad una comunità di fede, ma che non riuscivano a vivere con piena coerenza la loro vita. Con essi il Signore è molto duro: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” Essere un credente tiepido o non essere credente è la stessa cosa: anzi, no, è meglio non essere credente che credere con l’indifferenza e la non partecipazione. Parole tremende e pesantissime per tutti noi: “io ti vomiterò dalla mia bocca”
Quella di Laodicea era una comunità soddisfatta di sé, che si considerava ricca e autosufficiente. Ma ad essa il Signore dice “io ti vomiterò dalla mia bocca”. Questo ci fa sentire male. Ci fa fuggire. Non abbiamo voglia di sentire parole così dure, così radicali. Questo il Signore lo sa e accetta il rischio. Ci parla da adulti, ci prende sul serio e ci dice cosa vorrebbe da noi: che comprassimo il suo oro, cioè cercassimo la Grazia del Signore, e le sue vesti bianche, cioè il Suo perdono. Questo dovremmo cercare e nulla più: la Sua Grazia e il Suo perdono.
Ma la gioiosa notizia di oggi è che lo possiamo fare, possiamo sempre ricominciare, l’Avvento c’è ogni anno e ogni anno ci aiuta a riprendere il cammino là dove si era interrotto, la dove si era inceppato. Perché il Signore ci parla ancora e ancora perché ci ama. Ci pungola perché non vuole perderci, ci riprende e sgrida non per umiliarci, non per schiacciarci, ma al contrario perché ha fiducia in noi e vuole donarci gli strumenti perché possiamo ravvederci. Il Signore, lo stesso che si indigna di fronte alla nostra indifferenza, in realtà non ci abbandona, al contrario, continua a bussare alla nostra porta, continua ad invitarci alla Sua cena, continua ad amarci come figli e figlie scelti, voluti, seguiti con ogni benedizione. E per questo, fratelli e sorelle, non possiamo che gridare insieme il nostro Amen, Signore, Così sia!
Erica Sfredda

SERMON – (Verona, 27th november 2016) – Be fervent!

BIBLE READINGS: Isaiah 32, 1-5; Mark 4, 3-9

Today is the first Sunday of Advent: a day that fills us with joy and consolation. We prepare ourselves to welcome Jesus in our lives. We prepare to live our daily life in a totally new way, because the encounter with Christ overturns all our ideas about humanity and even of God.
About humanity because it teaches us what it means for us to be made in the image of God.
Of God because the coming of Jesus teaches us something we sometimes find hard to understand. In fact Jesus wasn’t born powerful nor rich, and so why do many Christians think that God’s kindness towards them is evaluated according to earthly riches? The rich person is blessed, the poor isn’t. The sick then, even worse! Jesus comes into the world, and his parents are forced to run away to keep him safe. And luckily in those times there weren’t the same boundaries that we place between Syria and us, between Somalia and ourselves, between south Sudan an us. Maybe this suggest that we should also welcome those who run from their homes. And then, finally, only after three years of ministry, Jesus dies, condemn to a cruel and bloody death. If we seriously think about this terrible death, 
we should necessarily ask questions about our lives. Or did we think only Jesus was born to suffer? In fact, this terrible death is not that we like it much. If we think carefully about it, if we look at our lives, our hopes, our requests to God, then we have to recognize something is wrong, something is not working.

And so this must be what those who came to meet Jesus thought, as he entered Jerusalem riding on a donkey: they went joyfully to meet him because they knew that he was a great healer, a man who could speak in a way that charmed a gentle man who could also be kind to the children and the sick, the lame, the poor. How did they have felt when Jesus instead of helping them went to the temple to make a placed? How would they consider what probably seem to them as an excess of radicalism? Maybe they were taken aback, or outraged, some will have been scared, because they saw well that Jesus was passing the sign and the consequences could only be very serious.

And what about us? What would we have done? What do we do on our daily life?

We resemble a lot to those believers of the church of Laodicea, those men and women who belonged to a community of faith, but that they could not live their lives with full consistency. With them the Lord is very hard and uses tremendous and heavy words: “I will vomit you out of my mouth”. This makes us feel bad. It makes us run. We don’t want to hear such heavy words, words so radical. But the Lord does not abandon us easily and tells us what he would like from us: he would like us to buy his gold, that means to seek for his grace, for his white garments, that is his forgiveness. This we should seek for and nothing more: His grace and His forgiveness.

The god news today is that we can do it, we can start over, the Advent is there every year and every year it helps us take back our path where it was interrupted. God goads us because he doesn’t want to lose us, he never abandons us, he continues knocking at our door and invites us to His Supper, he continues loving us as His chosen sons and daughters, taken, followed by all kind of blessings. For this reason, brothers and sisters, we cannot but shout our Amen together, Amen Lord, Amen!

“Giustizia e misericordia significano schierarsi”. Predicazione di domenica 13 novembre.

Michea 6-6,8
Con che cosa verrò in presenza del Signore e mi inchinerò davanti al Dio eccelso? Verrò in sua presenza con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni, le miriadi di fiumi d’olio? Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?
O uomo, Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? 

PREDICAZIONE:
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo la parola del profeta Michea ha un’attualità fortissima.
In un tempo di persecuzioni violente, di deportazioni e di divisione tra nord e sud del paese Egli si rivolge al popolo per richiamarlo alla volontà di Dio, e all’ “antica” via che conduce al suo cospetto.
Michea visse in un periodo di profonde trasformazioni sia per il regno del sud, sia per quello del nord, e la sua opera profetica non è univoca, ma si distingue in oracoli di salvezza e in oracoli di giudizio, tra denunce e salvezza.
La denuncia andava alla classe dirigente del tempo, con i re Ezechia ed Osea che avevano condotto il popolo verso tasse altissime, l’asservimento all’Assiria, la deportazione, l’esilio e addirittura la cancellazione del regno di Samaria.
Ma certamente le parole di giudizio si rivolgevano nei confronti della classe dirigente fatta di scribi, di sapienti, di profeti e di sacerdoti, una corte di persone che avevano concorso in varia misura alla rovina del popolo: non avevano permesso che si rendesse conto di ciò che stava accadendo.
Falsi profeti, un po’ come i cattivi maestri del tempo, ebbero una fortissima capacità di farsi ascoltare dal popolo e lo inebetirono a suon di “va tutto bene”, “non ci accadrà nulla” e invece il popolo aveva perso sempre di più il contatto con quello che era la volontà del Signore, non si era accorto del pericolo, anche politico, che incombeva.
Al culmine della disgrazia per il regno del nord, all’approssimarsi della deportazione, Michea rivolge un appello accorato al popolo, che lo chiama a rivedere completamente i propri comportamenti e a ritornare all’antica ricerca delle due componenti fondamentali della fedeltà a Dio: la giustizia e la lealtà.
Il popolo perso nel suo smarrimento cerca una risposta nel culto, ma lo fa in maniera formale ovvero offrendo olocausti, ripensando al momento tragico della morte dei primogeniti all’uscita dall’Egitto, ma non mette nemmeno per un attimo in questione la propria fede, e il proprio attaccamento alla Parola di Dio.
In un certo modo questa è un appello che si rivolge anche a noi oggi, quasi chiedesse anche a noi di guardare a noi stessi, alla nostra chiesa, alla nostra società, alle nostre famiglie, alla nostra vita nel suo complesso.. e ci invitasse a fare una seria considerazione su come noi cerchiamo di rimanere fedeli al Signore.
Sarà seguendo le regole e i regolamenti in maniera perfetta? Avverrà inchinandosi ciechi di tutto ciò che ci sta attorno? Sarà forse evitando di guardare al nostro progressivo invecchiamento e alla nostra litigiosità conclamata? Anche i dibattiti televisivi, tra coloro che avrebbero il compito di offrirci un esempio, i politici e i governanti, è troppo spesso lasciato all’improvvisazione, alle urla e talvolta anche ai giochi segreti che possono influenzare le scelte dei potenti.
Una realtà certo molto diversa dal quella tra il 722 e il 734 aC, ma nella sua modernità esprime proprio lo stesso senso di spaesamento del popolo, che non sa più come fare per rivolgersi a Dio. Una ricerca di spiritualità enorme che è cresciuta negli anni della crisi: sempre più persone cercano un riferimento spirituale, una Chiesa, un gruppo di pari, di fratelli e sorelle, una dimensione, di senso.. ma sempre più grande e più forte è l’ignoranza dal punto di vista biblico, o dei riferimenti fondamentali della religione cristiana.
Sappiamo anche noi annunciare giustizia, lealtà e misericordia come chiave del ritorno a Dio ?
il profeta Michea invece spiega bellamente che la salvezza è per tutti e per tutte, che avverrà senza violenza e spargimento di sangue, che sarà una potente forza benigna e benefica per tutti. Certo i nemici di Dio vanno eliminati.. ma chi sono sorelle e fratelli? Chi sono questi nemici di Dio? Non sono di certo le potenze straniere, magari gli immigrati o i diversi che tanto ci fanno paura.. no! I nemici del Signore sono tutti gli idoli in cui gli israeliti confidano: eserciti, fortezze, indovini, strateghi, false divinità, e questo è ciò che il Signore sterminerà; le false certezze che non salvano ma che ci tengono intrappolati e schiave.
Solo ritornare a Dio, avvicinandosi a Lui, possiamo liberarci da idoli vecchi e nuovi, tornare a Dio significa riscoprire giorno dopo giorno quella vecchia via che passa per la giustizia e per la lealtà: due parole che oggi sono ancora più desuete e antiquate che ai tempi del profeta.
La ricerca della giustizia infatti è quella capacità costante, richiesta anche in preghiera di andare oltre alla lettera della legge, per poter guardare negli occhi il fratello e la sorella, ogni essere umano che vive e respira senza dispute o rancori. La ricerca costante della giustizia implica lo schierarsi da una parte, significa rispettare i patti e restare ad essi fedeli. Prendersi cura che ci sia giustizia non solo per me, i miei familiari e per la bella parte di mondo in cui vivo, significa prendere parte con gli ultimi della terra, ed evitare che restino soli. Ma la ricerca della giustizia passa anche dalle nostre storie relazionali, dove talvolta anche noi esercitiamo ingiustamente il ruolo di Dio.
Un cambiamento totale di mentalità ci è richiesto, una decisione mansueta di rispondere a quella chiamata di lealtà a Dio e alle promesse che Egli ci ha rivelate per mezzo di Cristo Gesù.
Amen
Pastora Laura Testa

“Il Regno di Dio è esperienza”. Predicazione di Domenica 6 novembre 2016

PREDICAZIONE – (Mantova, 06 novembre 2016) – Il Regno di Dio è esperienza.

LETTURE BIBLICHE: Luca 17,20-25; 1 Tessalonicesi 5,1-5
Luca 17,20-25
Interrogato poi dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: “Eccolo qui”, o “eccolo là”; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi». Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima bisogna che egli soffra molte cose, e sia respinto da questa generazione.

1 Tessalonicesi 5,1-5 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre.

Carissimi fratelli e sorelle, il Regno di Dio è in mezzo a voi!
La bella notizia del Regno di Dio irrompe inaspettata; entra nella nostra esistenza, come un lampo che balena da un’estremità all’altra del cielo ed essa ci coglie impreparati, e forse anche un po’ distratti.
Questo annuncio, quasi incredibile nella sua immediatezza e semplicità, suscita in coloro che ascoltano un desiderio immediato di ulteriori chiarimenti: dov’è? Come è possibile? Come lo riconosceremo? Che significa che è già presente in mezzo a noi? e non lo abbiamo visto?
Domande che risuonano nell’interrogativo posto a Gesù dai Farisei: anche loro credevano nell’imminente venuta del Regno, ma si aspettavano dei segni chiari ed evidenti che potessero provare l’azione di Dio nel mondo.
Nel corso della mia vita di credente ho spesso percepito questa stessa ansia di certezza intorno a me: fratelli e sorelle alla fine della propria vita che non sapevano cosa li aspettasse e chiedevano un conforto e una rassicurazione; atei, spesso anche molto devoti e pii, che volentieri avrebbero “attraversato il guado”, ma che avevano bisogno di una risposta razionale e scientifica rispetto all’esistenza di Dio; credenti zelanti che spendevano ogni proprio istante nella ricerca appassionata della costruzione materiale del Regno, agendo in modo fattivo affinché la chiesa fosse visibile nel mondo sociale e politico, affinché ci fosse un’ incidenza concreta della parola nel mondo; mistici che rifuggivano dal coinvolgimento comunitario puntando su una forma solipsista di fede; altri ancora serpeggiavano una presunta superiorità, atteggiandosi a puri e influenzando le scelte altrui in maniera manipolatoria.
Carissimi fratelli e sorelle, ognuno di noi probabilmente ha conosciuto e conosce questi atteggiamenti e forse li ha anche sperimentati a tratti nella propria storia di fede, ma il Regno di Dio non viene in modo da attirare su di sé gli sguardi!
Il Regno di Dio, ci dice l’evangelista Luca, non viene in modo da essere osservato: non dunque per essere contemplato bensì per essere vissuto e sperimentato! Esso è già presente ed è in mezzo a voi o dentro di voi.
L’illusione di poterlo indicare e di-mostrare è vana, perché la sua presenza è tale da essere inconfondibile tra coloro che lo sperimentano. Il Regno di Dio è in mezzo a voi: è la presenza reale di Gesù, il Cristo, che risponde all’interrogatorio dei farisei; è la presenza reale del Cristo là dove due o tre sono riuniti nel suo nome (Mt. 18,20); è la vita piena che avviene in mezzo al male, la quale può essere riconosciuta solo con gli occhi della fede e dell’amore donati dal Signore. In quest’interpretazione trova accoglienza la traduzione maggiormente letterale del vangelo di Luca, ripresa da alcuni scritti gnostici, tra cui il vangelo di Tommaso: il Regno di Dio è dentro di voi.
Molti commentatori hanno preferito eclissare questa lettura, perché era difficile comprendere come mai Gesù dicesse ai farisei che il Regno era già dentro di loro. Eppure, l’incontro con Gesù è l’inizio del Regno di Dio a partire proprio dall’intimo.
Cosa facciamo però dopo che abbiamo incontrato Gesù? Cosa facciamo del nostro piccolo “assaggio” del Regno? Possiamo nutrirlo con la fede e con l’ascolto costante della Parola, oppure fare come se nulla fosse avvenuto e rifiutare il dono di Cristo.
Forse proprio questo è il senso del monito di Gesù ai discepoli: ci saranno tante volte in cui desidererete vedere il figlio dell’uomo presente in mezzo a voi, e avrete la tentazione di seguire coloro che vi indicano la “giusta” strada, il “luogo” e il “tempo” dell’avvento del Regno sulla terra.
In tanti sono stati coloro che hanno teorizzato calcoli, più o meno arzigogolati per arrivare a predire con esattezza quando avverrà il giorno del Signore: molti di voi avranno avuto notizia delle tante tragedie, dei suicidi-omicidi di massa e delle comunità di tipo settario e apocalittico che sovente hanno seguito dei leader che dicevano “eccolo qui, eccolo lì”. Uno dei casi più eclatanti quello di Jonestown in Guyana del 1978 o quello di Waco in Texas nel 1993.
Ancora più forte risuona il monito di Gesù ai discepoli: voi non andate e non li seguite!
Gesù ci avverte anche che l’annuncio del Regno produce rifiuto: il figlio dell’uomo deve passare dalla Croce affinché chi crede sia salvato.
Qualunque trionfalismo fallisce di fronte alla Croce di Cristo.
Scriveva un filosofo contemporaneo, che « Il fanatismo consiste nel raddoppiare i tuoi sforzi quando hai dimenticato lo scopo ultimo del tuo impegno » (George Santayana, Life of Reason, 1905, vol. 1, Introduzione).
Gesù ci mette in guardia anche di questo: noi abbiamo già conosciuto e ri-conosciuto la presenza del Regno in mezzo a noi, ma troppo spesso tendiamo a dimenticarlo e a perderci in calcoli inutili sul quando e sul dove. Troppo spesso le nostre Chiese dimenticano il senso profondo di ciò che Cristo ha compiuto per noi: Egli ci ha resi sorelle e fratelli.
Non disperdiamo le nostre energie e crediamo alle parole di Gesù che ci assicurano: il Regno di Dio è già presente in mezzo a voi!
Già presente, ma non ancora pienamente compiuto: il Regno di Dio rivelato in Cristo Gesù, inizia nella storia esso è riconoscibile, produce frutto, prende corpo dentro di noi e fra di noi, e lievita crescendo giorno dopo giorno.
Amen

Pastora Laura Testa

“La gioia del raccolto”. Predicazione di Domenica 6 novembre 2016.

Marco 4,3-9

3 «Ascoltate: il seminatore uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono. 5 Un’altra cadde in un suolo roccioso dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; 6 ma quando il sole si levò, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. 7 Un’altra cadde fra le spine; le spine crebbero e la soffocarono, ed essa non fece frutto. 8 Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno». 9 Poi disse: «Chi ha orecchi per udire oda».

Il passo su cui oggi rifletteremo inizia con un imperativo: Ascoltate! E si conclude con l’affermazione: «Chi ha orecchi per udire oda».
Ascoltate…. Il Signore ci richiama all’ascolto perché sa bene quanto siamo distratti e superficiali. Ascoltate! Non siate distratti, non siate presi dalle mille piccole cose quotidiane. Ascoltate, anche se siete i miei discepoli, ascoltate anche se vi ritenete buoni e fedeli, ascoltate, perché solo ascoltando potete capire. Ma soprattutto ascoltate con tutti voi stessi e quindi agite, non restate fermi come ad una conferenza, ascoltate e poi muovetevi. Non accontentatevi di stare qui, ma ascoltate e lasciatevi trasformare dall’ascolto, lasciatevi rinnovare e riconvertire. Vedo bene che siete qui intorno a me per ricevere un messaggio, dice Gesù, vedo bene che siete accalcati attorno alla barca dove sono seduto per annunciarvi la Parola, ma ascoltate, ascoltate veramente, perché il mondo vi continua a trascinare altrove. Ascoltate perché le vostre priorità sono sempre altre, ascoltate perché non posso seminare in voi nulla se non siete qui con tutti voi stessi, con la mente, ma anche con il cuore, con l’intelligenza, ma anche con il vostro corpo, le orecchie, ma anche con ogni cellula di voi. Ascoltate e fatelo volendo capire, lasciandovi interrogare e mettervi in discussione, non accontentatevi della vostra pre-comprensione, ma lasciatevi trasformare dall’ascolto.
Immaginate di avere un campo e che sia collocato, con quelli di tutti gli altri vostri vicini in un grande terreno adibito alla coltivazione. Durante i mesi invernali voi e anche gli altri contadini siete talvolta andati a vedere il vostro campo, forse qualche coppietta ci si è nascosta, forse i bambini sono andati a giocarvi e quindi si sono creati dei piccoli viottoli là dove la gente è passata. Inoltre i soliti cespugli selvatici e spinosi hanno ripreso a crescere e si sono diffusi qua e là. Ma ora è giunto il momento della semina.
All’epoca di Gesù in Palestina nessuno preparava il terreno, si cominciava col seminare. Il contadino, quindi, non si preoccupava di pulire il terreno e di ararlo, ma per prima cosa gettava i semi. Ecco perché Gesù dà per scontato che sia chiaro a tutti che non ogni seme arriverà alla buona terra. Gettandoli in quel modo, il contadino, in effetti, non sapeva esattamente dove gettava i suoi semi e il risultato era, inevitabilmente, che molti andavano perduti, in particolare quelli che cadevano là dove si era formato un piccolo sentiero o dove la terra smossa copriva delle rocce e naturalmente là dove erano ricresciuti i rovi. Voi dunque andate col vostro sacco pieno di semi e li spargete su tutto il vostro terreno, fiduciosi che comunque una parte consistente delle vostre sementi attecchirà e produrrà piante e frutti. Gettate quindi dappertutto, fiduciosi che ad ogni vostro seme che attecchisce corrisponderà un raccolto 7 o 8 volte maggiore e che avrete da mangiare per voi e per tutta a vostra famiglia.
E non è quello che fa anche il nostro Signore con noi? Egli non prepara il terreno, non guarda se la terra è già pronta, se è fertile, se è umida al punto giusto, il Signore sparge i semi e dice: Ascoltate! Ma, anche, Chi ha orecchi per udire oda. Cioè sa bene che il campo non è stato arato. Sa bene che intorno a noi c’è sempre un rumore assordante che ci distrae, sa bene che la volontà di dare la precedenza a tutto, prima che alla preghiera, è una tentazione che ci accompagnerà tutta la vita. Ma Lui semina. Semina attraverso le parole della Scrittura, semina attraverso le numerose testimonianze che ci sono nel mondo e che ci circondano e che possiamo vedere se solo apriamo i nostri occhi, se solo siamo disponibili all’ascolto, semina attraverso la predicazione e chi ha orecchi per udire oda!
Il Signore quindi ci chiede che a nostra volta seminiamo senza preoccuparci di dove cadrà il seme: l’esempio del contadino della parabola non lascia dubbi su questo. Nell’agire del testimone non deve esserci calcolo produttivistico, non deve esserci valutazione se lo sforzo sia giustificato da grandi o piccoli risultati, se ne valga la pena. Siano chiamati a seminare, non a valutare gli effetti del nostro lavoro, anche perché il risultato non dipende da noi. A noi è chiesto di seminare, non di valutare.
La parabola ci avverte che non tutto il seme porterà buon frutto, ma non dobbiamo farcene un cruccio, anche se il seme, di cui eravamo tanto orgogliosi, a cui abbiamo lavorato tanto, cade sulla strada, o sulla roccia o nelle spine. Non preoccupatevi di dove andrà il vostro seme, ci dice Gesù, ma solo di spargerlo.
In effetti tutti noi conosciamo bene la fatica, la frustrazione, il senso di inadeguatezza e di inutilità che talvolta ci pervade. Abbiamo lavorato tanto eppure dove sono i risultati? Credevamo di aver seminato bene e invece un po’ per volta tutti i frutti del nostro lavoro muoiono: le persone se ne vanno, le chiese si svuotano, nei giornali sentiamo sempre più spesso parlare dell’ateismo e dell’indifferenza nei confronti della fede. I nostri figli si allontanano e non seguono più la nostra comunità. Preferiscono divertirsi o anche cercare lavoro, danno la precedenza allo studio o magari addirittura a situazioni che non ci piacciono. Il nostro lavoro, la nostra testimonianza sembra sia stata del tutto inutile. Ma Gesù questo lo sa e lo racconta attraverso l’immagine di tutti questi chicchi che vanno perduti.
Ma la parabola non si conclude qui, non si accontenta di consolarci per l’inevitabilità della perdita di parte dei semi, Gesù prosegue e ci annuncia che non dobbiamo temere perché il raccolto sarà comunque straordinario e miracoloso. Ed è per questo che veniamo sollecitati ad ascoltare con attenzione, ad utilizzare quelle orecchie con le quali possiamo udire, quelle orecchie che Dio ci ha donato: perché si tratta di un raccolto che richiede la nostra fede, l’abbandono dei mugugni, l’abbandono della depressione e della paura, del calcolo matematico e produttivistico. Si tratta infatti di un raccolto che ha i caratteri del miracolo!
In effetti non è possibile ricavare da un seme il 30, il 60 o il 100: in Palestina ai tempi di Gesù la spiga che nasceva da un chicco poteva rendere 7 o 8 grani, oggi, con le tecniche moderne e le modifiche genetiche, possiamo arrivare ai 25, 30 grani, ma neppure oggi possiamo neppure avvicinarci ai 60 o ai 100. Quindi quella di Gesù è una iperbole per affermare che la semina apparentemente così faticosa, così talvolta frustrante, darà poi frutti e si tratterà di frutti abbondantissimi!
Con questa parabola, che è anticipata dalla richiesta di un’attenzione non formale, ma sostanziale, Gesù ci accompagna lungo un percorso durante il quale da un lato Egli è solidale con noi, perché dimostra di conoscere e comprendere la nostra fatica e le nostre possibili delusioni, ma dall’altra ci mostra che se saremo disposti ad aprire i nostri occhi e le nostre orecchie potremo vedere già ora che Egli opera in modo potente in mezzo a noi, e che il raccolto sarà grande, sarà straordinario. Gesù ci dice: guardate al contadino, non dovrebbe forse scoraggiarsi? Eppure ogni anno ricomincia con la sua fatica senza smarrirsi, né tentennare perché sa che il momento della semina e il momento del raccolto sono due momenti diversi, l’uno dipende da lui, ma l’altro no: il contadino infatti affida il suo seme alla terra con fiducia e aspetta di vedere il raccolto, già sapendo che il raccolto ci sarà e sarà in grado di sfamarlo. Allo stesso modo, noi possiamo seminare con gioia e colmi di fiducia nel fatto che il Regno di Dio si manifesterà e il raccolto sarà ricco e fertile, abbondante e miracoloso! Amen!
Erica Sfredda

“Il Regno di Dio tra di voi, oggi”. Predicazione di Domenica 23 ottobre 2016.

Luca, 17,22-30
22 Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. 23 E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; 24 perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. 25 Ma prima bisogna che egli soffra molte cose, e sia respinto da questa generazione.
26 Come avvenne ai giorni di Noè, così pure avverrà ai giorni del Figlio dell’uomo. 27 Si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, si andava a marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca, e venne il diluvio che li fece perire tutti. 28 Similmente, come avvenne ai giorni di Lot: si mangiava, si beveva, si comprava, si vendeva, si piantava, si costruiva; 29 ma nel giorno che Lot uscì da Sodoma piovve dal cielo fuoco e zolfo, che li fece perire tutti. 30 Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo sarà manifestato.

Accanto alla nostra vita che scorre nella normalità del mondo occidentale europeo, accadono fatti straordinari( cioè fuori dell’ordinario).
Il recente terremoto in centro Italia o la morte traumatica di un conoscente, o di converso la vita minacciata di un bambino che, guarito, torna a crescere.
La nostra reazione a questi fatti è molto spesso la paura, lo sgomento, l’apprensione o lo stupore. Questi sentimenti, ci distolgono dal nostro tempo secolarizzato, ci allontanano dalla tecnologia che tutto disperde nella comunicazione virtuale.
Rientriamo in noi stessi, ascoltiamo il nostro intimo, chiediamo aiuto all’alto, una preghiera ci sale alle labbra. Può essere un grido di rabbia, una invocazione o la espressione della nostra fiducia, della nostra riconoscenza.
Il fatto straordinario rompe il nostro tempo, scombussola le nostre priorità, affiorano in noi e in chi si prende cura degli altri, qualità riposte che non si conoscevano.
Nell’ordinario ogni vita ha un suo costo: reddito, età, opportunità di guadagno determinano con precisione quanto debba rimborsare una assicurazione in un caso di morte.
Nella emergenza, ogni vita che rischia di spegnersi, vale la pena di uno sforzo corale anche a costo di grandi pericoli
Nella emergenza si applica una logica diversa dalla vita comune, innanzi tutto bisogna aiutare gli scampati, poi si valuteranno i costi e le responsabilità.
Il sermone della scorsa settimana diceva appunto “ dobbiamo essere pronti ad accogliere lo straordinario”.
.
Il testo del profeta Gioele che abbiamo letto è articolato anche lui in due registri molto lontani uno dall’altro Il Dio dell’antico patto che retribuisce l’adempimento della legge con la prosperità e lo Spirito Santo che si effonde nei giorni dell’unto del Signore. L’ordinario e lo straordinario. Da un lato:
“ L’Eterno vi dà la pioggia in giusta misura ……le aie saranno piene di grano……..mangerete a sazietà…il vostro Dio avrà operato meraviglie.” Dall’altro:
“Nei cieli e sulla terra, sangue fuoco e colonne di fumo….i vostri vecchi avranno dei sogni…i giovani delle visioni………….il sole sarà mutato in tenebre.”
Questo contrasto lo troviamo anche nel passo di Luca che abbiamo letto: “si mangiava si beveva si prendeva moglie…Noè…..e venne il diluvio, che li fece tutti perire. Anche ai giorni di Lot, si vendeva si comprava…..piovve dal cielo fuoco e zolfo”.
Cosa c’è tra queste due logiche, tra questi due registri, uno ordinario e uno straordinario?
Non possiamo leggerli come due vicende naturali che si susseguono nel tempo. Ce lo impediscono i testi di Luca nel vangelo e negli Atti.
Quale è il profilo che rende conto del salto di qualità nella storia del popolo di Dio?
Gioele parla del giorno di Jaweh, della sua vittoria sulle potenze malvagie; Luca scrive del giorno o dei giorni del Figliuol dell’Uomo.
Gioele profetizza non solo la vittoria del Padre, ma la presenza dello Spirito, anzi la sua effusione su ogni carne.
Luca annuncia il regno di Dio, un momento non osservabile che però cambia radicalmente il rapporto tra Dio e l’umanità.
Il regno di Dio, i giorni del Figliuol dell’Uomo sono dunque fatti straordinari di cui aver paura? Solo dopo che saremo sconvolti, potremo ricevere lo Spirito Santo, potremo inseguire dei sogni, credere in una visione alternativa al mondo contemporaneo? Per tutto questo dobbiamo attendere la fine dei tempi?
Anche i farisei chiedono: “I giorni del Figliuol dell’Uomo quando saranno?”
Gesù risponde “Il Regno di Dio non viene in maniera da attirar gli sguardi”.
In questo contrasto tra Gesù e i farisei, l’ansia della attesa si trasforma in paura del giudizio. Il tempo che è dato ai farisei, il tempo che è dato a noi oggi, rischia di essere il tempo della disperazione oppure il tempo dell’impazienza. Gesù si preoccupa del fanatismo, di quella tendenza, sempre presente, a trasformare l’attesa del Regno in un insieme di falsi allarmi, di calcoli avventati, di confusione tra le nostre battaglie e le battaglie di Dio. Tra queste battaglie quella decisiva per Dio e per l’umanità, è proprio la Passione. Dunque più che proiettarsi fanaticamente verso un futuro trionfo, bisogna fondarsi consapevolmente sulla realtà della croce.
Anche Pietro nel suo discorso citato nel capitolo secondo degli Atti dà questa lettura del fatto che rompe il tempo e scombussola le priorità. Cita proprio il passo del profeta Gioele che abbiamo letto, per concludere:“ Sappia dunque sicuramente, la casa di Israele, che Iddio ha fatto, Signore e Cristo, quel Gesù che avete crocifisso”.
I giorni del Figliuol dell’Uomo sono dunque i giorni della croce e della resurrezione. Questa è la vicenda che impone il salto da una logica ordinaria ad una logica straordinaria, da un rapporto retributivo con la legge di Dio ad un rapporto gratuito con la presenza dello Spirito Santo.
Gesù risponde ai farisei “il Regno di Dio non viene in maniera da attirar gli sguardi . Né si dirà eccolo qui, eccolo là; perché ecco il regno di Dio è entòs himòn.
Questa espressione greca può essere legittimamente tradotta il regno di Dio “è dentro di voi” oppure il regno di Dio “è tra voi”.
La traduzione dentro di voi è intimista, il regno di Dio è un avvenimento interiore.
La traduzione tra voi è messianica, il regno di Dio si è manifestato nel nostro tempo con Gesù il nazareno.
Entrambe le traduzioni hanno trovato appoggio nella teologia passata. Sant’Agostino afferma “ la verità abita nell’interiorità dell’uomo. Lutero da buon agostiniano mantiene la stessa linea, e traduce “ il regno di Dio è in animis vestris.”
Karl Barth non ha dubbi, il regno di Dio è in mezzo a voi, in quanto Gesù è in mezzo a voi: “Gesù stesso è il regno in persona” scrive il noto teologo.
Io ho scelto questa seconda lettura, il regno di Dio, la effusione del suo Spirito su giovani, vecchi e servi non possiamo rinchiuderlo nel nostro intimo, non possiamo trattenerlo o metterlo da parte per richiamarlo in tempi futuri, quando fossimo disperati.
Il regno di Dio viene a noi dopo i giorni del Figliuol dell’Uomo, dopo la croce e la resurrezione,il regno di Dio va speso immediatamente per gli altri, per il nostro prossimo, per gli ultimi.
Il regno di Dio affiora nella storia e cambia le priorità umane , scombussola le nostre vite, il regno di Dio si intravede nel comportamento umano davanti alle tragiche emergenze.
Il regno di Dio è tra noi, senza una sua evidenza solare che ci permetta di indicarlo con sicurezza. La fede in Gesù Cristo ci dà le orecchie per avvertirlo, la agape del Signore ci dà il coraggio per farci coinvolgere.

Gesù ha ricordato ai suoi discepoli di vigilare e di vegliare in attesa del giorno in cui il Figliuol dell’Uomo sarà pienamente manifestato. La tensione escatologica verso la parusia finale non deve mai abbandonarci.
Nel Cristo risorto,accanto al trono del Padre troveremo la verità, in Cristo c’è tutta la verità, e un giorno o l’altro questa verità finirà per imporsi a tutti i livelli. La storia umana sarà conclusa, o per meglio dire, giudicata, trasformata e riassorbita nella eterna storia di Dio. Gesù Cristo sarà accanto a noi anche in quel giorno. Amen

Ruggero Mica

“La straordinarietà dell’amore evangelico”. Predicazione di domenica 16 ottobre 2016.

LETTURE BIBLICHE: Matteo 5,38-48

Matteo 5, 38-48
Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico:
non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche
l’altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello.
Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Dà a chi ti chiede, e a chi
desidera un prestito da te, non voltar le spalle.
Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico:
amate i vostri nemici, [benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli
che vi odiano,] e pregate per quelli [che vi maltrattano e] che vi perseguitano, affinché
siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i
malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli
che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate
soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?
Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.

Nell’ambito del sermone sul monte, Gesù propone una nuova interpretazione della legge mosaica tramite il proprio insegnamento. Dopo aver trattato dell’omicidio, dell’adulterio, del divorzio, del giuramento, tratta l’amore verso il prossimo declinato nella rinuncia alla vendetta e nell’amore esteso perfino al nemico. “Occhio per occhio e dente per dente” è il dato dal quale Gesù parte. È la cosiddetta “legge del taglione”, comune ad altri codici giuridici, come quello di Hammurabi.
La legge del taglione costituiva un significativo limite alla vendetta privata che essendo esercitata sotto l’impeto delle pulsioni emotive anziché nell’obiettività del diritto rischiava di tradursi in un’offesa più grave del torto subito; la vendetta per sua natura tendeva a essere sproporzionata. Il principio che la legge del taglione sottintende è l’equivalenza della pena alla colpa. Anche nel diritto greco e romano vigeva la corrispondenza tra il delitto e la pena. Tuttavia anche una giusta applicazione del diritto può costituire in sé un’ingiustizia e ampliare in modo insensato il fronte della sofferenza: la legge applicata in modo cieco può generare ulteriore ingiustizia. l’applicazione della legge del taglione era ancora in vigore e destava ancora problemi al tempo di Gesù, dato che interviene per porvi un argine: “non contrastate il malvagio”. La prima interpretazione è di non opporsi al male subìto, non reagire alla malvagità che viene perpetrata nei nostri confronti; al contrario, opponendosi, reagendo, vendicandosi, si produrrebbe solo altro male.
L’altra interpretazione è di non resistere al malvagio, all’essere umano che agisce in modo perfido verso di noi. L’antitesi che Gesù pone è radicale. Non solo esclude l’esercizio della vendetta privata, non solo chiede di rinunciare alla legge del taglione pur essendo una via legale, ma chiede di rinunciare al ricorso a qualsiasi ritorsione, rinunciare a esercitare qualsiasi diritto. Gesù visse quest’esperienza quando si lasciò schiaffeggiare senza reagire, meglio restare nudi piuttosto che ingaggiare una battaglia legale o litigare con il prossimo, innescando una spirale di rancori e di ritorsioni.
Per un cristiano è opportuno evitare la contrapposizione e mostrarsi volenteroso, magnanime, percorrendo non solo il miglio richiesto ma addirittura due, ossia superare la distanza imposta dalla forza e colmare quella che esprime indulgenza verso l’altro, sopportazione dell’arroganza del prossimo. Per la credibilità evangelica è significativo rispondere a un sopruso con un beneficio: Essere generosi verso chi è nel bisogno.
Gesù va oltre qualsiasi distinzione, supera qualsiasi cavillo, e invita a un atteggiamento concreto, costruttivo. Farsi prossimo degli altri, farsi carico dei loro bisogni diventa un imperativo ancora più urgente quando costoro sono particolarmente bisognosi.
Gesù invita i suoi seguaci ad accettare un secondo schiaffo, a rinunciare al mantello oltre alla tunica, a percorrere il doppio del tragitto richiesto, a essere generosi verso chi chiede, per mostrare a chi si comporta in modo scorretto, arrogante, ostile l’insensatezza del suo agire, e per mostrare che il cristiano non adotta gli stessi metodi.
A Gesù sta a cuore la qualità del rapporto umano che inevitabilmente scade quando s’instaura un clima di rivalsa.
L’amore esteso ai nemici
Infine l’amore esteso ai nemici: Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Amare il prossimo è prescritto in Levitico: “Non ti vendicherai e non serberai rancore
contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso” (19:18). In pratica stabilire il confine di chi fosse il prossimo era materia alquanto contesa nelle varie scuole rabbiniche. Si ponevano paletti per limitare il campo e restringere il “dovere di amare”.
L’odio per il nemico non era specificamente dichiarato ma era cosa alquanto ovvia.
L’amore di cui qui si parla non è sentimento: E’ programma volto a rendere
positivo quello che nel male c’è di negativo. E’ il programma di Gesù per convertire il male e per insegnarci a farlo anche noi.
Umanamente si può passare dalla rabbia all’indifferenza, poi a comprendere le ragioni del nemico in modo da non “demonizzarlo; vedere nella sua inimicizia un segno della sua debolezza, della sua umanità. Non è necessario nutrire sentimenti affettuosi ma è necessario elaborare il dolore che il nostro nemico ci provoca e restituirgli l’umanità che il suo comportamento ostile ci indurrebbe a rinnegare.
L’invito a pregare addirittura per i nemici costituisce un novum. Non solo quindi l’elaborazione del dolore, bensì il riconoscere l’amore di Dio sparso anche per coloro che sono i nostri nemici.
“ Se amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?”.
I discepoli devono essere pronti ad accogliere lo “straordinario” che Gesù richiede. L’amore che lega i peccatori non ha nulla di nobile e di esemplare. È un amore fondato sull’attrazione naturale e sulla reciprocità affettiva. Accogliere coloro che hanno i nostri stessi interessi è un atteggiamento comune, ma Gesù indica l’Evangelo che va oltre l’ordinario: Nella pratica dell’amore si dimostra di essere “figli di Dio”. Dio accetta l’esistenza di ogni essere umano e la copre con il suo amore. Pertanto il sentimento distruttivo dell’odio non può albergare nell’animo e nella vita dei cristiani. L’essere “perfetti” non allude ad una perfezione morale ma al fedele che vive in totale dedizione a Dio. Un sinonimo è “integrità”. Tale integrità costituisce la “santità”, la consacrazione senza riserve al Signore. Vivere la dirompente parola evangelica è un invito a partecipare al progetto di Dio imitandone il comportamento.
Quest’appello evangelico però resta ampiamente inascoltato perché stride con il naturale egocentrismo umano che non tollera di essere sopraffatto. Risulta difficile mettere in pratica questa parola evangelica anche perché alla prepotenza e all’odio si tende a dare risposta immediata, istintiva.
L’evangelo invece richiede anche un certo esercizio, è uno stile di vita che va coltivato e che matura con il tempo: Un bisogno di lavorare su noi stessi affinché – con l’aiuto di Dio – impariamo a controllare le nostre emozioni e adottare uno stile di vita altruista.
Gesù ci mette davanti a dei valori talmente sublimi, a dei principi talmente puri, a delle esigenze talmente alte, da lasciarci meravigliati! È il suo modo per scuoterci dal torpore e farci comprendere la nostra inadeguatezza davanti a Dio! Così smaschera i nostri tentativi umani di trincerarci dietro le apparenze; ci conduce a rinunciare alla falsa giustizia; ci induce a guardare al di là di noi stessi e vivere la fede oltre l’etica del dovere, secondo l’etica dell’amore.
Amen

Past. Laura Testa

Altri sermoni alla pagina “cosa diciamo/sermoni”.

“LA VOCAZIONE DEL CRISTIANO”. PREDICAZIONE DI DOMENICA 25 SETTEMBRE 2016.

LETTURE BIBLICHE: Giudici 6,2-18. Rom. 12,17-21; 13, 1-10.

Epistola ai Romani12,17-21; 13, 1-10
17 Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. 18 Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. 19 Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. 20 Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». 21 Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

1 Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono stabilite da Dio. 2 Perciò chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; 3 infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l’autorità? Fa’ il bene e avrai la sua approvazione, 4 perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. 5 Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza.
6 È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. 7 Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l’onore a chi l’onore. 8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge.

Cari fratelli e care sorelle, la predicazione di oggi, su testi teologicamente densi, nasce dallo scambio di opinioni sul futuro dei giovani della nostra chiesa, che si affacciano al mondo universitario per formarsi e apprendere alcune professionalità. Comprendere la propria vocazione, è un processo che può durare una vita, ma certo il tempo degli esami di maturità è particolarmente denso di riflessioni esistenziali: dove mi formerò? quali studi voglio continuare quali abbandonare? ci sono possibilità di lavoro per quel che mi piace approfondire?
Tutte domande che pian piano chiariscono quello che è il lavoro desiderato dal il giovane studente, tutte domande che chiariscono quale sia la vocazione che lo Spirito rivolge alla studentessa.
Le opportunità e le difficoltà che si trovano nello scorrere della vita, poi daranno concretezza a questa vocazione, metteranno la giovane davanti a scelte necessarie. Ogni scelta sarà espressione dell’etica personale, sarà condizionata dalla visione del mondo dettata dalla propria fede.
Gesù nel discorso sulla vite e i tralci, parlando ai propri discepoli, dice :”voi non siete del mondo ma io vi ho scelti di mezzo al mondo”.
Questa è la condizione di ciascuno di noi che sente di essere chiamato dal Signore, la nostra vocazione, il nostro lavoro ci tiene in mezzo al mondo, dobbiamo quotidianamente fare i conti con le sue regole e con i suoi rapporti di forza, senza perdere la consapevolezza che l’amore di Dio, la nostra adozione tramite la morte e la resurrezione di Gesù ci rende figli di Dio.
Questa fiducia a cui ci appoggiamo, ci rende positivamente diversi dagli ambienti che frequentiamo. Il suo amore ci strappa ogni giorno alle logiche del mondo donandoci nuove possibilità. L’apostolo Paolo nei versetti precedenti al brano che abbiamo letto dice:” Io vi esorto fratelli …..non vi conformate a questo secolo ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente”.
In questa tensione, matura la nostra vocazione durante tutta la vita, in questa tensione prendiamo ogni decisione eticamente rilevante.
L’apostolo Paolo, nella parte della lettera ai Romani che abbiamo letto, dà una lunga serie di consigli e di esortazioni al piccolo gruppo che a Roma sta formando una comunità cristiana.
Vivete in pace, non fate le vostre vendette, restate sottoposti alle autorità , pagate i tributi, non abbiate altro debito con alcuno, se non di amarvi gli uni gli altri.
Nella enorme città piena di templi per tutte le divinità dell’impero, con enormi disparità sociali, vivere una vita cristiana, comprendere il significato di vocazione o giustificazione era veramente arduo!

Paolo aveva chiaro che i fratelli e le sorelle della chiesa che stava nascendo a Roma, per imparare a servire la chiesa, dovevano in primo luogo comprendere la loro diversità dal mondo romano, ma senza staccarsi dalla realtà nella quale il Signore li aveva chiamati.
“Non essere vinto dal male , ma vinci il male con il bene”, scrive l’apostolo. La tensione in cui matura la nostra vocazione al lavoro è qui ridotta ai termini essenziali; vediamo che le logiche vincenti nel lavoro e nella economia sono espressione dell’interesse personale e della avidità sociale , ma possiamo vincere queste forze con l’amore fraterno, la agape del Signore.
Ma Paolo non si dimentica dove questa agape doveva attuarsi, a Roma, sede dell’imperatore, e allora raccomanda di essere sottomessi alle autorità. A Roma la autorità si vedeva dovunque, con i suoi edifici e con le sue istituzioni. A Roma i magistrati e le truppe erano un incontro quotidiano che non si poteva ignorare.
A Roma era molto facile che un gesto non avveduto fosse scambiato per resistenza, e Paolo ricorda che i magistrati non sono di spavento alle opere buone , ma alle cattive.
Sappiate fare i conti con i magistrati, sappiate fare i conti con il potere che a Roma incontrate ad ogni angolo!
Con linguaggio contemporaneo Paolo direbbe: “La vostra diaconia deve sapersi tingere dei rapporti politici esistenti, deve saper diventare anche una diaconia politica”.
Anche oggi se ragioniamo sulle nostre azioni come chiesa o come singoli, non possiamo prescindere dal conoscere ed esaminare il contesto legale e politico nel quale le svolgiamo. Ognuno di noi nello svolgimento del proprio lavoro e nelle relazioni sociali che abbiamo, attua una specifica diaconia . L’aiuto diretto a chi è in difficoltà o lo sforzo politico perché il potere non discrimini chi ha meno possibilità. L’aiuto economico che risolve il problema quotidiano del singolo o lo sforzo di riflessione per cambiare le condizioni che hanno portato quel singolo, e tanti altri, a non mettere insieme il pranzo con la cena.
Ogni scelta etica si inserisce in un quadro di leggi esistenti che vanno osservate, ma che potrebbero essere attuate diversamente o che potrebbero cambiare.

L’apostolo Paolo per aiutare i credenti di Roma fa una affermazione impegnativa: il magistrato è al servizio di Dio per il vostro bene, è al servizio di Dio per la condanna di chi fa il male.
La traduzione letterale di questa seconda frase sarebbe “essa (la autorità) è al servizio di Dio per manifestare la Sua collera verso il malfattore”.
Non voglio approfondire in questa riflessione il rapporto dei credenti con alcune professioni legali o il rapporto della chiesa con lo stato. Paolo è concreto: “non vendicatevi per i torti subiti, pagate le tasse, vincete il male con il bene”.
Paolo esorta i credenti che leggono la lettera a trovare lo spazio per svolgere ogni diaconia dentro al quadro legale e politico esistente, consapevoli che si tratta sempre di una lotta del bene con il male.
Nella nostra chiesa ci sono dei giovani, essi sono alla ricerca della propria vocazione, una vocazione che riguarda tutta la loro vita, non solo le attività nella chiesa. Questa vocazione cresce dentro ad una tensione tra il mondo e la speranza del regno di Dio, tra il male ed il bene. Questa vocazione proviene dalla nostra adozione come figli di Dio mediante la croce.
Questo il messaggio della Parola letta oggi!
Ora chiediamoci come risuona questo messaggio nella nostra mente di abitanti di Verona in Italia, nel 2016.
I consigli di Paolo ad abitare il mondo esistente, a fare i conti con l’autorità, sono validi anche oggi? E’ possibile non essere vinti dal male? Se facessimo il magistrato o il poliziotto potremmo vincere il male con il bene?
E noi, condividiamo le parole di Paolo sulla autorità? Come consideriamo chi ha il potere di applicare le leggi o di amministrare i soldi pubblici? Come un nemico da abbattere? Come una persona da ingraziarsi? Come una cornice corrotta da cui tenerci lontano per non sporcarci? Tentiamo in ogni modo di ignorarli e deleghiamo ad altri l’intervento in questo campo?
Non ho le risposte a tutte queste domande, posso solo portare un esempio di come la nostra chiesa in Italia tenta di vincere il male con il bene, rimanendo sottoposta alle autorità superiori, conoscendo, e a volte forzando, il quadro legislativo e politico esistente.
Mediterranean Hope, i corridoi umanitari, l’aiuto ai rifugiati e ai migranti.
Sembrava non ci fosse spazio per aiutare chi fugge dalla guerra e dalla fame, se non raccoglierli naufraghi in mare. Questa era la situazione politica ed economica, questo il mondo in mezzo al quale Dio ha scelto la sua chiesa. Ma studiando le leggi, consolidando alleanze con parte del mondo cattolico si è trovata una strada possibile. Vi era una clausola dei patti europei che nessuno aveva attuata, vi era la disponibilità a spendersi nella lotta dentro la burocrazia politica italiana, vi erano i soldi dell’Otto per Mille valdese anche essi figli di una legge discussa .
Dentro a quel quadro, alcune centinaia di persone sono giunte sicure in Italia. Il significato delle azioni di Mediterranean Hope è quello di forzare il quadro legale e politico per dare indicazioni di speranza, una speranza concretamente attuabile in tutti i paesi europei, una speranza attuata in Italia.
Un esempio di servizio dal forte valore politico, che ancora continua dentro alle tensioni che agitano tutte le nazioni di Europa, un esempio possibile grazie allo sforzo collettivo di tanti credenti anche molto giovani. A livello individuale ciascuno, giovane o maturo che sia, è in ricerca della propria vocazione che non può essere limitata dal rifiuto del mondo esistente. Certo sarà difficile, il mondo si opporrà alle nostre speranze, ma la vocazione del Signore ci chiama ad uscire dal chiuso dei luoghi di culto, mantenendo nella memoria le ultime parole del capitolo 13 della lettera ai Romani:” Indossiamo le armi della luce, camminiamo onestamente come di giorno. “
Che il giorno, il giorno del Signore si levi davanti a noi con l’aiuto dello Spirito Santo. Amen

Ruggero Mica

 

Altre predicazioni nella pagina cosa diciamo/sermoni.

“La Gioia del Signore”; predicazione di domenica 11 settembre 2016.

LETTURE BIBLICHE: I Timoteo 1, 12-17; Luca 15,1-10

12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità; 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
I Timoteo 1,12-17

1 Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
3 Ed egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? 5 E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; 6 e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta”. 7 Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.
8 «Oppure, qual è la donna che se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? 9 Quando l’ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta”. 10 Così, vi dico, v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».
Luca 15,1-10

La lettura oggi suggerita dal nostro Lezionario è una delle più famose del Nuovo Testamento: si tratta delle parabole della pecora smarrita e della dramma perduta. Nel vecchio innario del 1922, quello che conteneva anche canti per i bambini, c’era un inno, dolcissimo, che oggi abbiamo cantato tutti insieme “Io sono un agnellino”, la storia di un bambino “salvato dal Signor”. Un canto che suscita tenerezza negli adulti perché è la storia di un bambino che si è perduto, ma che viene cercato, ritrovato e quindi portato in salvo. L’inno dice già tutto: di fronte al Signore siamo come bambini, bisognosi di aiuto e protezione, come i bambini rischiamo sempre di perderci, ma non dobbiamo temere, perché il Signore non si dimentica di noi e viene a cercarci e non ha pace finché non è riuscito a portarci in salvo.
Ma la tenerezza di questo inno non deve distoglierci dal desiderio di approfondire il messaggio che ci giunge da queste due parabole.
Cominciamo dall’inizio: le due parabole (in realtà 3) sono introdotte da un preambolo che illumina e chiarisce l’intero passo: “Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. “Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».”
E dunque vi siete mai chiesti da che parte state voi? Da che parte siamo e stiamo noi? Noi chi siamo? Siamo i peccatori che si avvicinano a Gesù o siamo i farisei che mormorano? Naturalmente siamo peccatori e abbiamo bisogno di essere accolti, ma forse questa parabola può farci riflettere anche su qualcosa d’altro. Noi tutti siamo padri, madri, zii e zie che cercano di difendere i propri bambini, siamo anche adulti che cercano di difendere le fasce deboli della società, uomini e donne credenti che vogliono difendere la loro chiesa e la loro fede. Ma allora, se ci riflettiamo con lealtà, possiamo certamente comprendere scribi e farisei. Uomini che cercavano di difendere il popolo di Dio, cioè il gregge che ritenevano fosse loro affidato, da quelle che potremmo definire delle “cattive compagnie”. I farisei e gli scribi non erano mossi da intenzioni malvagie, volevano impedire che la fede loro e dei loro padri, la fede di Abramo, Isacco e Giacobbe, fosse contaminata e trascinata lontano dai suoi fondamenti: voi mamme e papà sareste contente e contenti se i vostri figli frequentassero persone che praticano il male? Persone che abusano del proprio ruolo per guadagnare sulla pelle dei poveri, come i pubblicani, o persone che rubano e truffano il prossimo, ladri o anche solo maleducati, sbandati, fumatori, bevitori e la lista potrebbe essere lunga? Quale madre e padre non si spaventerebbe di fronte ad amici che non siano del tutto a posto?
Ancora una volta Gesù ci mette in discussione, interroga la nostra interiorità più profonda scardinando il nostro quieto modo di pensare: noi spesso ci comportiamo come i farisei e gli scribi, benché secoli e secoli di lettura antisemitica del N.T. ci aabiano insegnato a disprezzarli, quindi stiamo attenti quando ne prendiamo le distanze, anche se naturalmente sappiamo bene di essere anche, contemporaneamente, le pecore che il Signore cerca e accoglie.
Procedendo nella lettura, dobbiamo sottolineare un altro aspetto degno di attenzione: la prima parabola racconta che il pastore abbandona le 99 pecore nel deserto e va a cercare la centesima. Nel deserto? Sì, nel deserto! Non dice che il pastore porta le pecore nell’ovile e poi va a cercare la perduta… dice che le lascia nel deserto. Vi rileggo la frase: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? ». La domanda è posta in modo tale, che ci spinge a rispondere di getto: Sì, certo! Anche noi lo faremmo, ovvio! Ma pensiamoci bene: se avessimo un gregge di 100 pecore, siamo certi che metteremmo a repentaglio la sicurezza di 99 per salvarne una, anzi, per cercare di salvarne una? Ecco di nuovo scardinati i nostri luoghi comuni, il nostro consueto pensare umano, umanissimo: ho perso un centesimo di quello che avevo? Pazienza! L’importante è salvaguardare il restante 99! Sembra assolutamente sensato dirlo. E qui vi chiedo di fare un altro sforzo di immaginazione: per un momento non identificatevi con la pecora perduta, ma con le 99. Che fareste voi? Il buon pastore è anche pastore vostro! Perché se ne va? Perché vi abbandona nel pericolo? E’ dunque un pastore non buono? La terza parabola di questo capitolo del vangelo di Luca è quella del figliol prodigo: ricordate la rabbia del figlio che resta a casa? Ma come, sono sempre stato qui, ho sempre obbedito agli ordini di mio padre e lui cosa fa? Festeggia il ritorno di mio fratello, di colui che non si è sacrificato per la famiglia, che se ne è andato in giro a fare quello che gli pareva e piaceva, mentre io sgobbavo e sudavo!
Anche noi, probabilmente, lasciati da soli nel deserto forse ci sentiremmo traditi, abbandonati. Quante volte, in effetti, ci siamo sentiti esattamente così: soli e abbandonati, pieni di rabbia nei confronti di coloro che ci sembrano più amati, meglio protetti e maggiormente difesi, in famiglia, sul lavoro e forse anche nella fede. La generosità di Dio ci va benissimo quando si tratta di perdonare noi, quando siamo noi ad essere accolti, ma ci da un po’ fastidio quando ad essere accolti sono coloro che noi giudichiamo più peccatori di noi.
Ed infine vorrei riflettere con voi su un ultimo punto: siamo sicuri di sentirci, sul serio, come la pecora smarrita? Di sentire con tutto il nostro essere la paura di perdere la strada, cioè di perdere la fede, o di smarrirci nel labirinto della nostra attuale società, così piena di altri, nuovi e accattivanti idoli? Siamo sempre pronti a sentirci peccatori e bisognosi qui in chiesa, la domenica durante la confessione di peccato, ma poi, nella vita concreta, non viviamo forse nella consolante convinzione che, in fondo, mica rubiamo, mica uccidiamo, non evadiamo neppure le tasse! E poi, tutto sommato nella quotidianità abbiamo tante cose da fare, tanto a cui pensare, non possiamo mica vivere come fossimo dei frati in un convento!
Io credo invece che quello che la parabola vuole insegnarci è che tutti e tutte facciamo parte del gregge del Signore, sia che ne siamo consapevoli, sia che non lo siamo. Inoltre vuole affermare con forza che noi, ognuno e ognuna di noi, siamo veramente e profondamente importanti per Dio: al punto da affermare il paradosso che quando si tratta della nostra salvezza il Signore non vede null’altro, non pensa a niente altro se non a salvarci. Nulla è più importante per quel pastore, che salvare colei o colui che si era perduto, perduto nell’indifferenza, perduto nell’ipocrisia del ben pensare, perduto nell’angoscia di una vita durissima perché non c’è lavoro, perché la casa è precaria, perché qualche persona cara è morta lasciando un vuoto incolmabile, perché viviamo una vita che sentiamo come inutile. Ognuno e ognuna di noi, quando si sente solo, abbandonato, incerto, disilluso, schiacciato da colpe che sente imperdonabili forse non riesce a sentire il Signore. Ma quello che oggi vi annuncio è non solo che non siamo abbandonati, ma che se ci perdiamo, se non troviamo più la nostra strada non dobbiamo temere perché dietro e accanto a noi c’è il Signore, non solo ma non appena Egli riuscirà ad aprire il nostro cuore e le nostre orecchie farà festa grande, gioirà: Dunque, fratelli e sorelle, rallegriamoci facendo nostra questa bellissima e incredibile notizia: il nostro ravvedimento non solo cambierà la nostra vita, ma riempirà di gioia il Signore e tutti gli angeli di Dio. Amen!

Erica Sfredda

Altri sermoni nella pagina dedicata: cosa diciamo/sermoni.