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L’immigrazione e la banalità del male.

«Prepararsi un pasto caldo prima di affrontare la lunga traversata. Questo provavano a fare Amina e le altre donne collegando con una canna per l’acqua la bombola del gas a un fornello improvvisato. Il ritorno di fiamma non ha lasciato loro scampo… Erano in ventitré. Una, appena diciannovenne, non era riuscita a sopravvivere. La più piccola aveva solo due anni…».
Partiamo da qui, da quanto scrive nel suo libro “Lacrime di sale” Pietro Bartolo, medico a Lampedusa che dal 1991 assiste chi sbarca.
Da qui, perché prima, molto prima di qualsiasi considerazione, da questo punto di vista, di chi è ultimo, dobbiamo guardare, se vogliamo mantenere la nostra umanità.


Hannah Arendt scrisse nel 1963 “La Banalità del male”, che raccontava il processo svoltosi a Gerusalemme contro Adolf Eichmann, definito dalla Arendt stessa un “elemento  chiave” del meccanismo di deportazione degli ebrei allo scopo di perseguire la  “soluzione finale”: lo sterminio  del popolo ebraico per mano nazista. Quanto la colpiva era la normalità di Eichmann, che non appariva come un mostro sanguinario ma come una persona “terribilmente e spaventosamente normale”. In una sua lettera la Arendt scriveva: 
«Penso che il male non è mai radicale, può essere solo estremo e che possiede né profondità né dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero precisamente perché si diffonde come un fungo sulla superficie.»

Un fungo sulla superficie…

Il male si insinua, lentamente si diffonde, mascherato da normalità, mascherato da buon senso. Come non applicarlo a quanto stiamo vivendo oggi quando si parla di immigrazione?

Raramente il tema è affrontato con la dovuta serietà: populismo e demagogia si alimentano grazie ad un vortice di paure. Afferrare allo stomaco il lettore e l’elettore, bypassando il cervello, questo pare l’esercizio più diffuso oggi quando si parla di immigrazione. Provocare reazioni basate su sensazioni, percezioni, “buon senso”. Il “buon senso” di chi non è informato ma è scandalizzato “dall’immigrato col cellulare”, dal rifugiato che “vive in hotel”, dalle persone che “non fuggono da guerre ma vogliono solo il loro benessere”, “siamo invasi, basta guardarsi intorno.”

Informarsi è necessario per chi vuole capire, è irrinunciabile per un cristiano che non può assistere indifferente allo spettacolo di un’umanità devastata, misera e disperata che chiede aiuto.

I numeri servono a capire. Le migrazioni esistono dalla notte dei tempi. Le spinte sono sempre quelle: si fugge dalla povertà, dalla guerra, dalla carestia, dalla morte.

In tre anni e mezzo sono stati accertati 14.785 morti o dispersi in mare tra le persone che tentavano di raggiungere l’Europa (fonte UNHCR, alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, riportata dall’osservatorio del Corriere della sera). Il numero di persone non censite morte in terra africana cercando di raggiungere le coste, non lo conosciamo, il numero di persone respinte nei lager in Libia e altrove non lo conosciamo. In questo momento, secondo l’ONU, in Somalia, Yemen, Sud Sudan e Nigeria la vita di 20 milioni di persone è minacciata dalla carestia. Dobbiamo prendere atto che si tratta di una tragedia di dimensioni colossali, globale.

Secondo le statistiche di Eurostat l’Italia è quinta (con 280.100 persone) nella classifica europea dell’immigrazione che nel 2015 vede la Germania prima con 1.543.800 immigrati. Sempre secondo l’UHNCR in Europa siamo quindicesimi su 18 nella quota di rifugiati ogni 1000 abitanti (2,4). Sia l’immigrazione europea che extraeuropea è indirizzata verso economie più forti della nostra, nonostante l’Italia per ragioni geografiche si presti maggiormente all’ingresso di immigrati.
In Italia nel 2017 (secondo i dati del Viminale) sono sbarcate 93.000 persone: il primo gruppo rappresentato, con il 17% è quello dei nigeriani (oltre alla carestia ricordiamo le stragi e i sequestri di Boko Haram); il secondo non è definito da una nazionalità ma da un’età: sono i minori non accompagnati: oltre 12.000. Senza genitori.

Sono cose che SI DEVONO SAPERE, prima di azzardare qualsiasi commento; è fondamentale per la nostra coscienza critica e per salvare la nostra appartenenza al genere umano.

Consideriamo inoltre che, spesso, abbiamo la memoria corta. Gli italiani immigrati negli USA erano chiamati “dagos”, (chiaramente perché sempre armati di coltello ), ritenuti maleodoranti, criminali, mafiosi. I tribunali del sud segregazionista avevano i loro problemi per definire il grado di “negritudine” dei nostri connazionali con tratti mediterranei, perché le condanne erano differenziate per bianchi e neri.

Il nostro è ancora un paese con la valigia in mano. Secondo il centro studi Idos citato dal Sole 24 ore, nel 2016 sono 285.000 gli italiani emigrati (in maggioranza diplomati e laureati): l’Italia è più un paese di emigrazione che di immigrazione. Pensiamo che il titolo di studio faccia una differenza per i razzisti? Per l’intolleranza, lo straniero è sempre un problema. Peggio ancora se l’immigrato è qualificato : ”Ci ruba i posti migliori…”. La discriminazione ha sempre la stessa squallida faccia, ad ogni latitudine ed in ogni tempo.

Torniamo allo sguardo degli esclusi, ricordando che per Lutero, Dio ha lo sguardo rivolto verso il basso. Riprendiamo quindi dal libro di Pietro Bartolo :

«Prepararsi un pasto caldo prima di affrontare la lunga traversata. Questo provavano a fare Amina e le altre donne collegando con una canna per l’acqua la bombola del gas a un fornello improvvisato. Il ritorno di fiamma non ha lasciato loro scampo. Ustioni sul 90% del corpo. Una scena terrificante ma gli scafisti in Libia non hanno avuto alcuna pietà. Le hanno caricate a forza su un gommone e in quelle condizioni loro hanno viaggiato e sono finite alla deriva in preda a dolori lancinanti, finché a salvarle non è arrivata la guardia di finanza. I soccorritori non sapevano nemmeno come toccarle, come prenderle a bordo delle motovedette senza farle soffrire ancor di più. Eppure, da loro, non un lamento, un urlo, un pianto. Nemmeno quando in queste condizioni i militari le hanno portate in banchina. Non potevo crederci. Davanti ai miei occhi avevo una scena terribile. Non sapevo da che parte cominciare. Era l’ennesima sfida. Perché ad ogni sbarco non sai cosa ti troverai ad affrontare… Erano in ventitré. Una, appena diciannovenne, non era riuscita a sopravvivere. La più piccola aveva solo due anni ed era completamente bruciata. Ho cercato di procurare loro il minor dolore possibile. La pelle veniva via a brandelli lasciando scoperta la carne viva. Dovevamo trasferirle subito… una corsa contro il tempo… »

Di fronte ai diseredati, ai rinchiusi nei lager, ad Auschwitz o in Africa, a chi è su un gommone, agli ultimi ricordiamo che il volto di Cristo è in mezzo a loro:

«Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me». (Mt. 25, 35-40)

Alessandro Serena

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Contro ogni razzismo

Le chiese Valdesi di Verona e Mantova – Unione delle chiese Valdesi e Metodiste – esprimono la propria solidarietà piena con coloro che subiscono attacchi razzisti. Non ultimi quelli avvenuti a Verona e Rimini a danni di giovani donne. Desideriamo ricordare che ogni espressione di intolleranza, odio razziale, o discriminazione sono condannate dal Signore Gesù Cristo. Riteniamo che atti intimidatori, violenti e discriminanti vadano isolati, denunciati e mai tollerati. Restiamo uniti nella preghiera a favore delle vittime di tali atti. Crediamo che la pace, l’accoglienza, la fraternità e la giustizia siano capisaldi irrinunciabili della nostra civiltà.

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I corridoi umanitari al Festival Biblico 2017

Il Festival Biblico 2017 di Verona avrà come tema la strada. La strada come cammino che segna l’esistenza, quella concreta, ma anche quella psicologica aperta davanti ad ognuno e ognuna di noi. Avere il cammino nel cuore significa non stare fermi, chiusi in un (rassicurante?) immobilismo fatto di abitudini e luoghi comuni, ma mettersi in moto, facendosi coinvolgere non solo dalla meta, ma anche dal cammino stesso. Gioire della e nella strada, significa dare importanza anche al percorso, vivere il “qui ed ora” del viaggio come un dono e una possibilità.
Questo è tanto più vero in un percorso di fede, che non può essere statico, ma che presuppone una continua volontà di conversione al Signore. Questa apertura al cambiamento e la curiosità, la voglia di conoscere, sono stati il presupposto non solo di ogni percorso di fede, ma anche della storia stessa dell’umanità.

Gli uomini e le donne hanno sempre cercato di andare oltre i limiti angusti dei loro territori, con la fantasia e la creatività, ma spesso anche con le gambe. A indurre l’umanità a spostarsi ci sono state cause diverse: la curiosità che ha spinto l’uomo addirittura a esplorare l’universo, intraprendendo viaggi spaziali, la voglia di cercare una vita migliore, la fuga dalla fame o dalle guerre o da una vita ritenuta non adeguata alle proprie aspettative. Un fenomeno che ha caratterizzato la storia di tutti i popoli in tutte le latitudini e che ha sempre arricchito i luoghi di arrivo: si pensi a cosa sarebbero oggi gli Stati Uniti d’America se non avessero ricevuto, per secoli, uomini e donne da tutti i continenti, ma, dall’altra, si pensi a quale contributo massiccio hanno dato gli italiani  al fenomeno migratorio: regioni come il Veneto o la Puglia avrebbero oggi un aspetto totalmente diverso se le loro popolazioni non avessero goduto della possibilità di andare in giro per il mondo a cercare un lavoro migliore, una possibilità concreta, un futuro diverso.

Oggi però il fenomeno migratorio ha assunto tali dimensioni da aver suscitato in molti uomini e donne sentimenti di rifiuto e di paura. E questo ha fatto sì che, proprio nel momento in cui maggiore è stata la richiesta di accoglienza, si sia ridotta moltissimo la capacità di ospitalità di quei paesi che maggiormente rappresenterebbero una speranza per coloro che sono stati scacciati dalla loro terra. Perché accanto a coloro che viaggiano perché vogliono cercare migliori condizioni di vita (come per esempio molti nostri giovani che vanno in Europa o in USA per avere un lavoro più adatto alla loro preparazione), altri sono costretti dalla guerra o da una carestia a lasciare, magari disperati, il proprio Paese. Molti cercano la Vita, semplicemente. E spesso, invece, incontrano la Morte. Perché quando si scappa da un paese in guerra spesso non si ha il tempo di organizzare il viaggio, perché quando si fugge da una carestia, spesso non si hanno i soldi per un biglietto aereo. Perché, infine, i Paesi che dovrebbero accoglierli invece che coordinare e organizzare gli arrivi per tutelare la vita di chi giunge e la sicurezza di chi accoglie, si limitano a impedire l’accesso, chiudendo gli occhi di fronte alle morti disperate, ma soprattutto di fronte ai traffici che uomini e donne senza scrupoli fanno sulla pelle di che cerca aiuto.

I cristiani come possono porsi di fronte a questa enorme richiesta di accoglienza?
Possono restare sordi all’ordine esplicito e più volte espresso sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (non opprimete la vedova né l’orfano, lo straniero né il povero; nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello – Zaccaria 7,10).
Possono non accogliere il comandamento dell’amore, considerato da Gesù il più importante fra tutti e non accogliere in loro l’amore stesso di Cristo (Efesini 3,14-19), che ha dato la propria vita per tutti e tutte?
Evidentemente no! I corridoi umanitari sono un piccolo, minuscolo tentativo di invertire la rotta. La volontà di dare un esempio di quello che si può fare, se solo lo si vuole. Con i corridoi umanitari famiglie particolarmente in difficoltà vengono selezionate e portate in tutta sicurezza in Italia, dove sono inserite in contesti di prima accoglienza, per imparare l’italiano e per conoscere la nostra realtà, e poi avviati a una stabilizzazione maggiore (seconda accoglienza). Questo progetto, nato per primo in Europa, ma oggi imitato dalla Francia e dalla Polonia e ripetuto da altri qui in Italia, è una risposta concreta, fattibile, sicura, per chi arriva e per chi accoglie, una soluzione che chiude il lavoro dei trafficanti, che impedisce le morti, la prostituzione dei corpi, la disperazione di tanti fratelli e sorelle.

A Verona, all’interno del Festival Biblico, sabato 20 maggio alle 18.30 ci sarà un momento di preghiera gestito dalla Chiesa Valdese, che è la finanziatrice del progetto, attraverso una quota importante dei propri fondi 8 per mille, la comunità di sant’Egidio e la Caritas che organizzano nelle varie città italiane, insieme alla Commissione Sinodale per la Diaconia della Chiesa Valdese (l’organismo preposto alle opere diaconali) e alla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (che riunisce molte chiese protestanti italiane e che è stata la promotrice e la ideatrice del progetto stesso) l’enorme lavoro di accoglienza e collocamento delle persone in arrivo.
Valdesi e cattolici insieme hanno concretizzato questo importante esperimento di accoglienza e ora insieme pregano il Signore, per chiedere perdono per tutti coloro che sono morti, e per ringraziare per tutti coloro che sono stati salvati. Un momento di riflessione e di preghiera che vuole incoraggiare tutti i presenti e le presenti a vivere in modo diverso, più coerente con la loro fede, questo straordinario fenomeno che è il viaggio e il trasferimento di migliaia di uomini  e donne. Un invito a vedere nell’accoglienza non solo un imperativo per chi si dice cristiano, ma anche una straordinaria possibilità di crescita e di arricchimento.
Erica Sfredda