“Siate ferventi!” Predicazione di domenica 27 novembre 2016, prima di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Matteo 21,1-9; Apocalisse 3, 14-22

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; troverete un’asina legata, e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina,
e un asinello, puledro d’asina”». I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!»
Matteo 21,1-9

«All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’Amen, il testimone fedele e veritiero, il principio della creazione di Dio: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!’ Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo. Perciò io ti consiglio di comperare da me dell’oro purificato dal fuoco, per arricchirti; e delle vesti bianche per vestirti e perché non appaia la vergogna della tua nudità; e del collirio per ungerti gli occhi e vedere. Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”».
Apocalisse 3, 14-22
Oggi è la prima domenica d’Avvento: una giornata che dovrebbe riempire i nostri cuori di gioia e consolazione. Anzi, mi correggo: una giornata che ci riempie di gioia e consolazione. Ci prepariamo ad accogliere Gesù nelle nostre vite. Ci prepariamo a vivere la nostra vita quotidiana in un modo totalmente nuovo, perché dopo l’incontro con Cristo non si può essere gli stessi di prima, non si può rimanere sulle proprie consolidate posizioni, perché l’incontro con Gesù, che viene a noi come uomo, accogliendo e affrontando la nostra fragilità, è un incontro che stravolge tutti i nostri luoghi comuni sull’umanità e anche su Dio.
Sull’umanità, perché finalmente possiamo capire cosa significhi essere fatti a immagine e somiglianza di Dio. Non è così facile, per noi, immaginarci a immagine di Dio, eppure lo siamo e Gesù e là per dimostrarci cosa il Creatore intendeva fare, quando ci ha creati.
La venuta di Gesù ci insegna qualcosa anche su Dio, naturalmente. Qualcosa che se non avessimo la Bibbia, stenteremmo a credere, e tuttora, forse, stentiamo a capire. Infatti, Gesù non nasce potente, non nasce ricco, non nasce in un palazzo: ma come, vorremmo potergli dire: per noi l’uomo davvero realizzato è colui che è ricco e potente! Ci sono moltissimi cristiani che ritengono che la benevolenza del Signore si valuti in base alle fortune terrene. Chi è ricco è benedetto, chi è povero non è benedetto. Chi è malato, poi, ancora meno!
Gesù viene al mondo e i suoi genitori sono costretti sin da subito a scappare per metterlo in salvo. E per fortuna che tra Palestina ed Egitto non esistevano allora le stesse frontiere che noi poniamo tra la Siria e noi, tra la Somalia e noi, tra il sud Sudan e noi. Ma come? Allora anche noi dovremmo forse accogliere questi fuggitivi? Ma ci sono moltissimi cristiani che pensano che chi bussa ai nostri confini non abbia il diritto di chiedere nulla, non abbia il diritto di chiederci di condividere il pane, l’acqua, e la vita stessa. E basta possedere pochissimo per cominciare ad avere paura di perdere quel poco, per volere nascondere e trattenere quello che riteniamo sia nostro diritto tenere.
E poi, alla fine, dopo solo tre anni di predicazione, Gesù muore, condannato ad una morte atroce e maledetta. Anche questo, se lo togliamo dalla ripetizione rituale, se lo trasformiamo da un concetto vuoto ed astratto, ad una realtà concreta e materiale, ci lascia totalmente strabiliati. Se riflettessimo con serietà a questa morte terribile, ci dovremmo per forza porre delle domande sulla nostra vita. O abbiamo pensato che solo Gesù sia nato per soffrire? In effetti questa morte terribile non è che ci piaccia poi tanto, se ci pensiamo bene, anche perché in fondo forse sarebbe stato meglio che Gesù regnasse a lungo, su un bel trono, così avrebbe potuto insegnarci come si fa, avrebbe potuto farci vedere come si tiene uno stato: perché non lo ha fatto? Se ci pensiamo bene, se guardiamo le nostre vite, le nostre speranze, le nostre richieste a Dio, allora dobbiamo riconoscere che c’è qualcosa che non funziona, che non quadra.
E così devono aver pensato anche coloro che erano accorsi a incontrare Gesù che entrava a Gerusalemme a cavallo di un’asina: erano andati con gioia ad accoglierlo perché sapevano che era un grande guaritore, un uomo che sapeva parlare in un modo che incantava, un uomo dolce che sapeva essere gentile anche con i bambini e con i malati, gli storpi, i poveri. Una bella persona, che dava un senso di benessere e di pace ogni volta che parlava. Certo, ogni tanto alzava un po’ la voce, talvolta diventava un po’ eccessivo, si faceva un po’ prendere la mano. Come quella volta che aveva detto che se un vicino ti rubava qualcosa, dovevi dargli anche il resto, o quell’altra in cui si era fatto mettere in discussione da una straniera, donna per di più! Poi certamente non gli erano del tutto chiare le regole sociali e ogni tanto mangiava con gente del tutto impresentabile. Però era davvero una bella persona ed era piacevole che ora venisse a predicare anche a Gerusalemme. Come si saranno sentiti quando Gesù invece che coccolarli e aiutarli era andato a fare una piazzata al tempio. Come avranno considerato quella che probabilmente appariva loro come un eccesso di radicalità? Forse sono rimasti sconcertati, o indignati, alcuni avranno avuto paura, perché vedevano bene che Gesù stava passando il segno e le conseguenze potevano diventare solo gravissime. Insomma quel Gesù, a guardarlo bene da vicino non era più un mite guaritore con qualche stravaganza, improvvisamente appariva loro come un uomo strano, eccessivo, radicale, troppo radicale. E così gli girarono le spalle, lo abbandonarono. Qualcuno addirittura sarà stato tra coloro che poi ha gridato “crocifiggilo, crocifiggilo” a Pilato, che forse non lo sentiva come un uomo pericoloso.
E noi cosa avremmo fatto?
Cosa facciamo nella nostra vita quotidiana?
Noi assomigliamo moltissimo a quei credenti della chiesa di Laodicea, quegli uomini e donne che appartenevano ad una comunità di fede, ma che non riuscivano a vivere con piena coerenza la loro vita. Con essi il Signore è molto duro: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” Essere un credente tiepido o non essere credente è la stessa cosa: anzi, no, è meglio non essere credente che credere con l’indifferenza e la non partecipazione. Parole tremende e pesantissime per tutti noi: “io ti vomiterò dalla mia bocca”
Quella di Laodicea era una comunità soddisfatta di sé, che si considerava ricca e autosufficiente. Ma ad essa il Signore dice “io ti vomiterò dalla mia bocca”. Questo ci fa sentire male. Ci fa fuggire. Non abbiamo voglia di sentire parole così dure, così radicali. Questo il Signore lo sa e accetta il rischio. Ci parla da adulti, ci prende sul serio e ci dice cosa vorrebbe da noi: che comprassimo il suo oro, cioè cercassimo la Grazia del Signore, e le sue vesti bianche, cioè il Suo perdono. Questo dovremmo cercare e nulla più: la Sua Grazia e il Suo perdono.
Ma la gioiosa notizia di oggi è che lo possiamo fare, possiamo sempre ricominciare, l’Avvento c’è ogni anno e ogni anno ci aiuta a riprendere il cammino là dove si era interrotto, la dove si era inceppato. Perché il Signore ci parla ancora e ancora perché ci ama. Ci pungola perché non vuole perderci, ci riprende e sgrida non per umiliarci, non per schiacciarci, ma al contrario perché ha fiducia in noi e vuole donarci gli strumenti perché possiamo ravvederci. Il Signore, lo stesso che si indigna di fronte alla nostra indifferenza, in realtà non ci abbandona, al contrario, continua a bussare alla nostra porta, continua ad invitarci alla Sua cena, continua ad amarci come figli e figlie scelti, voluti, seguiti con ogni benedizione. E per questo, fratelli e sorelle, non possiamo che gridare insieme il nostro Amen, Signore, Così sia!
Erica Sfredda

SERMON – (Verona, 27th november 2016) – Be fervent!

BIBLE READINGS: Isaiah 32, 1-5; Mark 4, 3-9

Today is the first Sunday of Advent: a day that fills us with joy and consolation. We prepare ourselves to welcome Jesus in our lives. We prepare to live our daily life in a totally new way, because the encounter with Christ overturns all our ideas about humanity and even of God.
About humanity because it teaches us what it means for us to be made in the image of God.
Of God because the coming of Jesus teaches us something we sometimes find hard to understand. In fact Jesus wasn’t born powerful nor rich, and so why do many Christians think that God’s kindness towards them is evaluated according to earthly riches? The rich person is blessed, the poor isn’t. The sick then, even worse! Jesus comes into the world, and his parents are forced to run away to keep him safe. And luckily in those times there weren’t the same boundaries that we place between Syria and us, between Somalia and ourselves, between south Sudan an us. Maybe this suggest that we should also welcome those who run from their homes. And then, finally, only after three years of ministry, Jesus dies, condemn to a cruel and bloody death. If we seriously think about this terrible death, 
we should necessarily ask questions about our lives. Or did we think only Jesus was born to suffer? In fact, this terrible death is not that we like it much. If we think carefully about it, if we look at our lives, our hopes, our requests to God, then we have to recognize something is wrong, something is not working.

And so this must be what those who came to meet Jesus thought, as he entered Jerusalem riding on a donkey: they went joyfully to meet him because they knew that he was a great healer, a man who could speak in a way that charmed a gentle man who could also be kind to the children and the sick, the lame, the poor. How did they have felt when Jesus instead of helping them went to the temple to make a placed? How would they consider what probably seem to them as an excess of radicalism? Maybe they were taken aback, or outraged, some will have been scared, because they saw well that Jesus was passing the sign and the consequences could only be very serious.

And what about us? What would we have done? What do we do on our daily life?

We resemble a lot to those believers of the church of Laodicea, those men and women who belonged to a community of faith, but that they could not live their lives with full consistency. With them the Lord is very hard and uses tremendous and heavy words: “I will vomit you out of my mouth”. This makes us feel bad. It makes us run. We don’t want to hear such heavy words, words so radical. But the Lord does not abandon us easily and tells us what he would like from us: he would like us to buy his gold, that means to seek for his grace, for his white garments, that is his forgiveness. This we should seek for and nothing more: His grace and His forgiveness.

The god news today is that we can do it, we can start over, the Advent is there every year and every year it helps us take back our path where it was interrupted. God goads us because he doesn’t want to lose us, he never abandons us, he continues knocking at our door and invites us to His Supper, he continues loving us as His chosen sons and daughters, taken, followed by all kind of blessings. For this reason, brothers and sisters, we cannot but shout our Amen together, Amen Lord, Amen!

“L’istituzione della religione cristiana” di Giovanni Calvino: Secondo libro: “La conoscenza di Dio come Redentore in Cristo…”

Prima di affrontare il testo di Calvino è indubbiamente necessario operare un breve inquadramento sia del momento storico in cui è nato il libro che del pensiero del riformatore ginevrino.

Contesto
Il XVI secolo è configurato non solo dai grandi temi della Riforma e della controriforma ma anche da un fermento umano e politico che attraversa tutta la società. Un mondo dinamico da un lato -le nuovi classi sociali si stanno affermando, la borghesia irrompe nello status quo che si protrae da secoli- ma ancora sotto l’influenza del medioevo, focalizzato sulla centralità di Dio , data per scontata. Secolo ancora profondamente religioso -impossibile essere ateo nel senso moderno della parola- il pensiero difforme significa pensiero eterodosso, spesso eretico , di chi in sostanza si ritiene creda in maniera deviata. La Riforma nelle sue forme urbane, in particolare: Strasburgo, Ginevra, Basilea, (per parlare delle città in cui Calvino visse e operò), rappresenta una realtà articolata, composta da relazioni culturali, sociali, politiche e giuridiche spesso comuni al mondo delle città libere del centro-nord Europa. Un clima, quello ginevrino, arroventato da passioni e lotte, scontri tra fazioni, attacchi, aggressioni, perfettamente allineato con quello di un secolo guerriero da ogni punto di vista: militare, ideologico, politico. Con la Riforma si realizza una crisi in Europa: i valori della tradizione sono in discussione, i nuovi valori non sono ancora strutturati. Confusione, equivoci, smarrimento cui già fanno sovente seguito repressioni, scomuniche e roghi. Servono idee, ordine, struttura. Ecco che compare la figura di Calvino.

Fermenti e pensiero
Un mondo vivace e ricco di contrasti, aspetti che non possiamo non rilevare nel pensiero calviniano: calato profondamente nella situazione storica e lontano dal pensiero precostituito. Cresciuto nel celebre collegio ecclesiastico di Montaigu, frequentato anche da Erasmo e Ignazio di Loyola, studierà poi giurisprudenza, abbraccerà infine la Riforma; si attiene rigorosamente al patrimonio tradizionale delle fede cristiana, è al contempo umanista erasmiano. Modernissimo nell’uso degli strumenti filologici umanisti ne è anche avversario, teso alla realizzazione di una comunità di credenti impegnati. Tra un umanesimo che evidenzia l’importanza dell’uomo -riscoperto ma strettamente legato a Dio- ed un altro che centralizza l’uomo -emarginando Dio che diviene un satellite dell’uomo- Calvino opta per il primo: mistero di Dio e mistero dell’uomo sono intimamente intrecciati. Lo vedremo nella sua cristologia che troveremo fortemente rappresentata nell’Istituzione. La sua teologia ha un carattere sia occasionale che sistematico: nasce occasionale e diventa sistematica.

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L’Istituzione della religione cristiana: origine, idee e struttura.

Origine
“L’occasionalità” la cogliamo nella stessa nascita del testo in questione. Sorge quando cominciano le persecuzioni violente contro gli evangelici di Francia. Senza dubbio già nelle corde di Calvino, il catalizzatore è stata la persecuzione, che rende necessario dimostrare che la fede dei martiri evangelici è una fede cristiana biblica, quella della fede antica. L’opera, un “libriccino” di poche pagine è divenuta dopo un lavoro di 23 anni una vera cattedrale teologica. La prima edizione, composta da sei capitoli, è del 1536, l’ultima, di 80 capitoli, è del 1559. La precede una lunga dedica introduttiva a Francesco I re di Francia. Calvino vi denuncia apertamente e con coraggiosa disinvoltura l’iniquità dei processi e delle condanne. Il primo argomento forte è che il sovrano è ministro di Dio e come tale non può tollerare che nel suo regno accadano tali ingiustizie: non una questione di fede ma di giustizia; occorre l’intervento del re perché cessino le persecuzioni o perlomeno affinché i processi siano equi e condotti in maniera tale che gli accusati si possano difendere. Nel 500 c’è spesso -anche in Lutero- questo appello al re e all’autorità politica perché ricordino i loro i doveri come ministri di Dio. Secondo argomento significativo è che la Riforma è perseguitata ma la sua dottrina è vincente, non in quanto appartenga a chi la rappresenta o ai suoi fedeli ma perché è del Dio vivente e del suo Cristo.
Comprendiamo qui la ragione del conflitto così aspro tra Roma e la Riforma , entrambe erano certe di rappresentare e farsi portavoce della verità cristiana. La Riforma comunque ha sollevato la questione delle verità cristiana: -cosa è vero- richiamandosi alla Scrittura. Calvino, in un terzo e pregnante argomento scrive al re che l’accusa rivolta agli Evangelici di essere mestatori,ribelli, sovversivi, disturbatori dell’ordine pubblico , non fa altro che riflettere come questa sia l’opera della Parola di Dio. Quando la parola entra nel mondo, si verificano tumulti, accade una reazione, la gente non è più in pace in una tranquillità superficiale fatta di tradizione e abitudini. Non siamo noi -la difesa di Calvino- a suscitare agitazione , a mettere in discussione le verità tradizionali mai approfondite , è la parola di Dio. Calvino cita Elia che disturbava i profeti, Gesù era un perturbatore dell’ordine pubblico, gli apostoli anche. Questo sommovimento è un frutto dell’opera del Signore.

Idee
L’opera non ha lo scopo di illustrare un panorama della dottrina cristiana, bensì permettere la comprensione del testo sacro. Il testo infatti, tutto sommato, è un commento alla Scrittura, si sente a suo agio sia nella Bibbia che nella riflessione ed elaborazione filosofica. Calvino si definisce filosofo cristiano, nel senso erasmiano, l’insegnamento di Cristo come filosofia cristiana. Oggi pensiamo ad una alternativa tra il pensiero biblico e quello filosofico, allora erano strettamente connessi. Nell’Istituzione troviamo questo collegamento. Il culmine della riflessione stoica, raggiunta da Seneca e vicina alla sensibilità di Calvino è presente: coerenza e scelte responsabili. Tutto comunque sottomesso alla Parola: la teologia non è verità ma un metodo di indagine della verità, non fonda la fede e vive nella dialettica: nella tensione tra Parola e fede. Quando commenta i testi biblici l’ermeneutica di Calvino è il riferimento alla chiesa, l’applicazione del testo alla situazione della chiesa, della società e dell’umanità. Questa è la sua preoccupazione fondamentale, si serve di tutta la metodologia che le scienze bibliche, storiche e filosofiche forniscono per effettuare la sua esegesi che è moderna, non è più quella della quadriga medioevale. Il suo senso fondamentale è il vissuto umano e cristiano . Sintesi quindi non solo delle idee, l’Istituzione rappresenta la coscienza di sé di una Riforma giunta a maturità.
Coscienza di sé ma anche conoscenza di Dio e conoscenza dell’uomo. Secondo Calvino conoscendo Dio ciascuno conosce anche sé stesso. Di fronte a Dio siamo nudi e obbrobriosi: la coscienza della nostra pochezza ci deve spronare a conoscere Dio. La consapevolezza ci porta a riconoscere che solo in Dio c’è saggezza, purezza, giustizia e solo dopo avere visto che dobbiamo essere insoddisfatti di noi stessi, possiamo ben considerare i beni di Dio. Possiamo quindi riconoscere la nostra dignità attraverso tali doni, che Dio ci dà come Creatore: vita, intelligenza, parola, il prossimo, la natura. Doni che ci fanno risalire alla sorgente che è Dio: la creatura in quanto tale riflette su se stessa, viene ricondotta all’esigenza di conoscere il Creatore. Non dobbiamo pensare ad una teologia naturale, ad un Dio che si fa conoscere razionalmente indipendentemente dalla rivelazione, non esiste una pre-fede. L’uomo conosce Dio nel momento in cui incontra la Parola. L’accento è quindi molto forte sulla caducità, precarietà, contraddittorietà , peccaminosità che mostrano all’uomo come egli è: non è una visione pessimista, è realista. Non siamo solo peccato ma il peccato ci condiziona largamente . Si sottolinea la pochezza e la fragilità dell’uomo per incitarlo a rivolgersi a Dio. Rappresenta una didattica, funzionale a stimolare la ricerca di Dio e al non farsi illusioni su di sé. Realismo che connota anche il pensiero sotteso alla dottrina della predestinazione: è l’osservazione pastorale del fatto che la predicazione susciti la fede solo in alcuni, mentre in altri non ha alcun effetto; una deduzione rigorosa dell’autorità divina e dell’onnipotenza del Signore sui suoi eletti.

Giovanni Calvino

Giovanni Calvino

Struttura
Nel 1559 esce l’ultima edizione, in latino, delle Istituzioni. Sarà tradotta in francese da Calvino stesso l’anno successivo. Diviene -tradotto in tutte le lingue- il libro di pietà di tutti i riformati d’Europa. Strutturato in 4 libri suddivisi in un totale di 80 capitoli si presenta secondo la seguente articolazione:
-Libro 1
“La conoscenza di Dio quale Creatore e Sovrano reggitore del mondo”, 18 capitoli.
Tratta di Dio creatore e della provvidenza
-Libro 2
“La conoscenza di Dio come Redentore in Cristo, prima rivelata ai Padri sotto la Legge e poi a noi nell’Evangelo”, 17 capitoli.
Ruota intorno all’uomo peccatore, salvato, redento e quindi è centrato su Cristo.
-Libro 3
“Il modo attraverso il quale riceviamo la grazia di Cristo: quali benefici ce ne provengono, e quali effetti ne conseguono”, 25 capitoli.
Appropriazione della salvezza da parte dell’uomo, fede, giustificazione, santificazione e vita Cristiana.
-Libro 4
“I mezzi esteriori e ausili, di cui Dio si serve per chiamarci a Gesù Cristo suo figlio e mantenerci uniti a lui”, 20 capitoli.
La chiesa: struttura ministeriale, rapporti con lo stato e vita della comunità cristiana.

L’Istituzione della religione cristiana; Libro II: La conoscenza di Dio come Redentore in Cristo, prima rivelata ai Padri sotto la Legge e poi a noi nell’Evangelo”

Temi principali
Calvino decide di definire la sua opera non una summa ma una Institutio. Una selezione dei testi teologici di maggiore significato, un ausilio per il credente, un volume da consultare. Il cuore dell’opera intera è in Cristo. Sia quando si parla dell’uomo che quando si parla dell’uomo e della chiesa in relazione tra loro, tutto converge intorno a Gesù.
Lo vediamo in particolare nel secondo libro: caduta dell’uomo, redenzione e cristologia quindi i tre grandi temi affrontati. Inizialmente spicca la schiavitù dell’uomo, servo del peccato; è a causa di Adamo che l’umanità intera è decaduta: l’uomo non possiede ora il libero arbitrio, quanto fa basandosi su sé stesso è oggetto di condanna. La propria volontà non consente all’uomo di operare il bene. E’ Dio che interviene nel cuore degli uomini. Cristo che come Mediatore tra Dio e gli uomini, li salva per mezzo della sua morte, resurrezione ed ascensione, meritando per noi la grazia di Dio e la salvezza. Calvino non trascura inoltre di trattare il tema della legge, attraverso l’illustrazione del decalogo e del significato profondo dei comandamenti, operando inoltre un’analisi del rapporto di continuità tra i due Testamenti.
Struttura:
-I capitoli da 1 a 5 trattano della colpa e depravazione dell’uomo.
-Il capitolo 6 inaugura il tema della salvezza mediante Gesù Cristo, che sarà illustrato nei percorsi dei capitoli successivi su Antico e Nuovo Testamento.
-I capitoli 7 ed 8 ruotano intorno all’Antico Testamento ed al ruolo della Legge, con l’esposizione dei 10 comandamenti.
-Il capitolo 9 tratta del Nuovo Testamento e di come il Cristo sia stato rivelato pienamente nell’Evangelo.
-I capitoli 10 e 11 trattano le differenze e somiglianze tra Antico e Nuovo Testamento.
-I capitoli da 12 a 17 parlano di Gesù Cristo come Persona (cap. 12-14) e delle sue opere (cap. 15-17)

Approfondimenti
Peccato originale
Il paragrafo 8 del primo capitolo offre una sintetica espressione del peccato originale: ” il peccato originale consiste in una corruzione e perversità ereditarie della nostra natura, che diffuse in tutte le parti dell’anima ci rendono, in primo luogo, meritevoli dell’ira di Dio, e in seguito producono in noi le opere definite dalla Scrittura: opere della carne.” (1) Con ampi riferimenti all’apostolo Paolo, in particolare al capitolo quinto della lettera ai Romani, Calvino illustra come la perdizione dell’uomo non derivi da Dio ma dalla nostra colpa e debolezza, dovuta al nostro decadimento dalla condizione che l’umanità aveva al momento della creazione. Quella del bene può essere una nostra aspirazione, come lo può essere quella della libertà di cui siamo sprovvisti.
Libero arbitrio
Riflettendo a partire da Agostino si definisce l’arbitrio come “servo”. Intuendo perfettamente come tale definizione possa però divenire scusante per il peccato. La vera libertà è di conseguenza quella che viene dallo Spirito, liberando la volontà dai propri desideri che la limitano. Chiarisce Calvino che il termine libero arbitrio possa trarre in inganno, facendo pensare che l’uomo disponga del proprio giudizio e della propria volontà. Il libero arbitrio quindi è “in cattività” non sarà libero fino a che la Grazia non lo consentirà.
Predestinazione
Ecco che il libero arbitrio per fare il bene è quello possibile solo se aiutati dalla Grazia di Dio, “dalla grazia speciale data solamente agli eletti attraverso la rigenerazione”(2). Si è quindi destinati: da dove Calvino trae questa conclusione, oltre che dalla Scrittura? Dall’osservazione. Egli nota come alcuni uomini siano più intelligenti di altri, vede come alcuni eccellano mentre altri permangano nella mediocrità. Una diversità che gli fa cogliere come sia necessaria l’umiltà, per rendersi conto che è la pura liberalità di Dio che dona. Parimenti la sua Grazia, donata agli eletti, riesce ad avere la preminenza sulla comune natura.
Redenzione
Il primo passo è rappresentato dalla fede in Gesù Cristo, fede nell’umiltà. Sposando pienamente le teologia e la follia della croce paolina, il predicatore ginevrino mostra come tale follia sia disprezzata dagli increduli e non piaccia allo spirito umano: “dobbiamo accettare questa follia in tutta umiltà” (3). Fede in Gesù Cristo riconosciuto come Mediatore, infatti dopo la caduta di Adamo è solo tramite la conoscenza di Dio che ci perviene per mezzo del Mediatore, che è possibile la salvezza. “La vera salvezza di Dio non può sussistere senza Gesù Cristo” (4). Calvino, da esegeta, cita diversi profeti dell’Antico Testamento a riprova del fatto che la speranza dei credenti, da sempre, riposa solo in Cristo.

La Legge e i dieci comandamenti
Allora la Legge non salva? Ancora una volta è il Cristo che rivela il vero volto di Dio. Un Dio che nei comandamenti risulta come colui che retribuisce solo la perfezione, a noi impossibile, ma che mostra in Gesù la sua grazia e la sua dolcezza, nonostante il nostro peccato. Legge non inutile ma “pungolo” perché l’uomo non si impigrisca. Nella sua esposizione dei comandamenti Calvino premette l’esistenza della legge naturale. L’uomo può intuire, tramite la legge naturale, cosa sia ben accetto a Dio, la sua cecità ed il suo peccato gli impediscono tuttavia di conoscere rettamente il Suo desiderio. Ecco che il Signore ha dato la Legge scritta a tale scopo. Emerge nell’illustrazione della Legge come Dio voglia non l’esteriorità ma la purezza del cuore. Non proibisce solo gli atti ma vieta il desiderio ed il pensiero che li precede. Dio “Essendo legislatore spirituale non parla meno all’anima che al corpo” (5). Altro punto che emerge con forza e relativo al primo comandamento è il binomio servitù-libertà. La schiavitù egiziana come immagine della servitù spirituale fino a che il Signore non interviene a liberarci; libertà per il popolo di Israele come immagine dell’elezione che conduce all’eterna beatitudine.
Cristo
Dicevamo che il secondo libro si pone in particolare rilievo per la figura del Cristo che emerge in tutta la sua profondità e valore per la fede. Gesù ne è il centro. La storia ed il senso di Gesù riproposti al cuore del credente, riposizionando la fede cristiana intorno a Cristo . E’ Dio che si rivela come Padre e Salvatore degli uomini in Cristo. Gesù Cristo che racchiude due nature in una sola persona: Dio e uomo ma come? Ecco che Calvino dà altrettanta importanza all’umanità di Gesù quanta alla sua divinità. Contrasta la dottrina secondo la quale le proprietà della divinità sono trasferibili alla umanità , rilevando altrimenti il pericolo di una umanità divinizzata nella quale l’uomo non potrebbe specchiarsi. “Ciascuna delle due nature ha conservato le sue caratteristiche e tuttavia Gesù Cristo non ha due persone distinte ma una sola” (6), in quanto Dio e Cristo non si possono dividere: “…Cristo, essendo Dio e uomo, composto di due nature unite e non confuse…” (7). Unite perché -citando Paolo (1Cor 2,8)- “Il Signore della gloria è stato crocifisso”: Gesù vero Dio e vero uomo ha visto non solo la sua umanità ma anche la sua divinità crocifissa, “quanto avvenuto nella sua natura umana è riferito alla divinità…” (8) .
Difende quindi l’umanità di Cristo dalla sua divinizzazione ma difende al contempo la sua divinità : è asceso in cielo e siede alla destra di Dio, è nella posizione della divinità; tale posizione non può essere accaparrata dalla chiesa e nemmeno da un sacramento: il corpo di Cristo è glorioso alla destra del padre.
Conclusioni
Questa è stata anche l’opera della Riforma, ridare centralità a Cristo dando rilievo assoluto alla Scrittura di cui Cristo è il centro. Centralità rispetto alla defocalizzazione di una fede che spaziava dai santi a Maria, che aveva perso Cristo: l’unica realtà che noi riceviamo da Dio nella quale Dio ci dona ogni cosa. Calvino infatti, nel dare un ruolo fondamentale alla santificazione, la fonda su Cristo: la comunione con Lui non solo giustifica ma santifica la vita. Santificazione che non può non riguardare la chiesa, che non è solo invisibile, è anche un corpo sociale che ha una visibilità e la cui forma deve essere regolata dalla Sacra Scrittura.
In definitiva L’Istituzione verte su una presa di coscienza: solo in Cristo vi sono giustizia e vita, salvezza nonostante la nostra miseria. Bene rappresenta il cuore dell’opera il paragrafo 19 del XVI capitolo che -non solo per il suo contenuto ma per la fede, la passione e la poesia che ne traspaiono- mi permetto di riportare quasi interamente:

“Se cerchiamo salvezza, il nome stesso “Gesù “ci insegna a cercarla in lui. Se cerchiamo i doni dello Spirito Santo, li troveremo nella sua consacrazione. Se cerchiamo forza, è situata nella sua sovranità. Se vogliamo trovare dolcezza e benignità, la sua natività ce la presenta: in essa egli è stato reso simile a noi per imparare ad essere pietoso. Se domandiamo redenzione, la sua passione ce la dà. Nella sua condanna, troviamo la nostra assoluzione. Se desideriamo che la maledizione ci sia allontanata, lo otteniamo nella sua croce. La soddisfazione, l’abbiamo nel suo sacrificio; la purificazione, nel suo sangue; la nostra riconciliazione è avvenuta mediante la sua discesa agli inferi. La mortificazione della nostra carne si trova nel suo sepolcro; la novità di vita, nella sua risurrezione, nella quale abbiamo anche la speranza dell’immortalità. Se cerchiamo l’eredità celeste, ci è assicurata dalla sua ascensione. Se cerchiamo aiuto e conforto e abbondanza di ogni bene, l’abbiamo nel suo regno. Se vogliamo presentarci al giudizio con tranquillità, possiamo farlo poiché è il nostro giudice.
In lui insomma è il tesoro di tutti i beni e da lui dobbiamo attingere per essere saziati, non altrove.” (9) .

 

Alessandro Serena

 

 

1. Istituzione della religione cristiana 1, Giovanni Calvino; a cura di Giorgio Tourn. Ed.2009, UTET Torino. Pag 363.
2. Ibidem, pag. 375.
3. Ibidem, pag. 458.
4. Ibidem, pag. 465.
5. Ibidem, pag. 491.
6. Ibidem, pag. 609.
7. Ibidem, pag. 613.
8. Ibidem, pag. 608.
9. Ibidem, pag. 657.

“Giustizia e misericordia significano schierarsi”. Predicazione di domenica 13 novembre.

Michea 6-6,8
Con che cosa verrò in presenza del Signore e mi inchinerò davanti al Dio eccelso? Verrò in sua presenza con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni, le miriadi di fiumi d’olio? Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?
O uomo, Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? 

PREDICAZIONE:
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo la parola del profeta Michea ha un’attualità fortissima.
In un tempo di persecuzioni violente, di deportazioni e di divisione tra nord e sud del paese Egli si rivolge al popolo per richiamarlo alla volontà di Dio, e all’ “antica” via che conduce al suo cospetto.
Michea visse in un periodo di profonde trasformazioni sia per il regno del sud, sia per quello del nord, e la sua opera profetica non è univoca, ma si distingue in oracoli di salvezza e in oracoli di giudizio, tra denunce e salvezza.
La denuncia andava alla classe dirigente del tempo, con i re Ezechia ed Osea che avevano condotto il popolo verso tasse altissime, l’asservimento all’Assiria, la deportazione, l’esilio e addirittura la cancellazione del regno di Samaria.
Ma certamente le parole di giudizio si rivolgevano nei confronti della classe dirigente fatta di scribi, di sapienti, di profeti e di sacerdoti, una corte di persone che avevano concorso in varia misura alla rovina del popolo: non avevano permesso che si rendesse conto di ciò che stava accadendo.
Falsi profeti, un po’ come i cattivi maestri del tempo, ebbero una fortissima capacità di farsi ascoltare dal popolo e lo inebetirono a suon di “va tutto bene”, “non ci accadrà nulla” e invece il popolo aveva perso sempre di più il contatto con quello che era la volontà del Signore, non si era accorto del pericolo, anche politico, che incombeva.
Al culmine della disgrazia per il regno del nord, all’approssimarsi della deportazione, Michea rivolge un appello accorato al popolo, che lo chiama a rivedere completamente i propri comportamenti e a ritornare all’antica ricerca delle due componenti fondamentali della fedeltà a Dio: la giustizia e la lealtà.
Il popolo perso nel suo smarrimento cerca una risposta nel culto, ma lo fa in maniera formale ovvero offrendo olocausti, ripensando al momento tragico della morte dei primogeniti all’uscita dall’Egitto, ma non mette nemmeno per un attimo in questione la propria fede, e il proprio attaccamento alla Parola di Dio.
In un certo modo questa è un appello che si rivolge anche a noi oggi, quasi chiedesse anche a noi di guardare a noi stessi, alla nostra chiesa, alla nostra società, alle nostre famiglie, alla nostra vita nel suo complesso.. e ci invitasse a fare una seria considerazione su come noi cerchiamo di rimanere fedeli al Signore.
Sarà seguendo le regole e i regolamenti in maniera perfetta? Avverrà inchinandosi ciechi di tutto ciò che ci sta attorno? Sarà forse evitando di guardare al nostro progressivo invecchiamento e alla nostra litigiosità conclamata? Anche i dibattiti televisivi, tra coloro che avrebbero il compito di offrirci un esempio, i politici e i governanti, è troppo spesso lasciato all’improvvisazione, alle urla e talvolta anche ai giochi segreti che possono influenzare le scelte dei potenti.
Una realtà certo molto diversa dal quella tra il 722 e il 734 aC, ma nella sua modernità esprime proprio lo stesso senso di spaesamento del popolo, che non sa più come fare per rivolgersi a Dio. Una ricerca di spiritualità enorme che è cresciuta negli anni della crisi: sempre più persone cercano un riferimento spirituale, una Chiesa, un gruppo di pari, di fratelli e sorelle, una dimensione, di senso.. ma sempre più grande e più forte è l’ignoranza dal punto di vista biblico, o dei riferimenti fondamentali della religione cristiana.
Sappiamo anche noi annunciare giustizia, lealtà e misericordia come chiave del ritorno a Dio ?
il profeta Michea invece spiega bellamente che la salvezza è per tutti e per tutte, che avverrà senza violenza e spargimento di sangue, che sarà una potente forza benigna e benefica per tutti. Certo i nemici di Dio vanno eliminati.. ma chi sono sorelle e fratelli? Chi sono questi nemici di Dio? Non sono di certo le potenze straniere, magari gli immigrati o i diversi che tanto ci fanno paura.. no! I nemici del Signore sono tutti gli idoli in cui gli israeliti confidano: eserciti, fortezze, indovini, strateghi, false divinità, e questo è ciò che il Signore sterminerà; le false certezze che non salvano ma che ci tengono intrappolati e schiave.
Solo ritornare a Dio, avvicinandosi a Lui, possiamo liberarci da idoli vecchi e nuovi, tornare a Dio significa riscoprire giorno dopo giorno quella vecchia via che passa per la giustizia e per la lealtà: due parole che oggi sono ancora più desuete e antiquate che ai tempi del profeta.
La ricerca della giustizia infatti è quella capacità costante, richiesta anche in preghiera di andare oltre alla lettera della legge, per poter guardare negli occhi il fratello e la sorella, ogni essere umano che vive e respira senza dispute o rancori. La ricerca costante della giustizia implica lo schierarsi da una parte, significa rispettare i patti e restare ad essi fedeli. Prendersi cura che ci sia giustizia non solo per me, i miei familiari e per la bella parte di mondo in cui vivo, significa prendere parte con gli ultimi della terra, ed evitare che restino soli. Ma la ricerca della giustizia passa anche dalle nostre storie relazionali, dove talvolta anche noi esercitiamo ingiustamente il ruolo di Dio.
Un cambiamento totale di mentalità ci è richiesto, una decisione mansueta di rispondere a quella chiamata di lealtà a Dio e alle promesse che Egli ci ha rivelate per mezzo di Cristo Gesù.
Amen
Pastora Laura Testa

Culto di domani, domenica 13 novembre, l’occasione per fare spazio a Dio!

Nel culto di domani, Domenica 13 novembre, celebrato dalla nostra Pastora Laura Testa alle 10.30 presso la chiesa di Verona,  avremo l’occasione di riflettere con attenzione sul tema del giusto rapporto con Dio, della giustizia, della misericordia. Memori di come un vuoto formalismo sia quanto di più lontano il Signore ci chiede, nelle letture bibliche di domani, dal Vangelo secondo Matteo e dal libro di Michea,  risuonerà l’invito a praticare l’amore e la giustizia.

L’oasi di un culto dove la comunità dei fedeli  celebra e prega Dio, che fuori dalla frenesia della quotidianità si mette in ascolto per fare spazio al Signore. Nulla più di questo -ma è Tutto-  celebriamo insieme la domenica: il Dio Vivente che si rende prossimo nella sua Parola.

“Il Regno di Dio è esperienza”. Predicazione di Domenica 6 novembre 2016

PREDICAZIONE – (Mantova, 06 novembre 2016) – Il Regno di Dio è esperienza.

LETTURE BIBLICHE: Luca 17,20-25; 1 Tessalonicesi 5,1-5
Luca 17,20-25
Interrogato poi dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: “Eccolo qui”, o “eccolo là”; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi». Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima bisogna che egli soffra molte cose, e sia respinto da questa generazione.

1 Tessalonicesi 5,1-5 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre.

Carissimi fratelli e sorelle, il Regno di Dio è in mezzo a voi!
La bella notizia del Regno di Dio irrompe inaspettata; entra nella nostra esistenza, come un lampo che balena da un’estremità all’altra del cielo ed essa ci coglie impreparati, e forse anche un po’ distratti.
Questo annuncio, quasi incredibile nella sua immediatezza e semplicità, suscita in coloro che ascoltano un desiderio immediato di ulteriori chiarimenti: dov’è? Come è possibile? Come lo riconosceremo? Che significa che è già presente in mezzo a noi? e non lo abbiamo visto?
Domande che risuonano nell’interrogativo posto a Gesù dai Farisei: anche loro credevano nell’imminente venuta del Regno, ma si aspettavano dei segni chiari ed evidenti che potessero provare l’azione di Dio nel mondo.
Nel corso della mia vita di credente ho spesso percepito questa stessa ansia di certezza intorno a me: fratelli e sorelle alla fine della propria vita che non sapevano cosa li aspettasse e chiedevano un conforto e una rassicurazione; atei, spesso anche molto devoti e pii, che volentieri avrebbero “attraversato il guado”, ma che avevano bisogno di una risposta razionale e scientifica rispetto all’esistenza di Dio; credenti zelanti che spendevano ogni proprio istante nella ricerca appassionata della costruzione materiale del Regno, agendo in modo fattivo affinché la chiesa fosse visibile nel mondo sociale e politico, affinché ci fosse un’ incidenza concreta della parola nel mondo; mistici che rifuggivano dal coinvolgimento comunitario puntando su una forma solipsista di fede; altri ancora serpeggiavano una presunta superiorità, atteggiandosi a puri e influenzando le scelte altrui in maniera manipolatoria.
Carissimi fratelli e sorelle, ognuno di noi probabilmente ha conosciuto e conosce questi atteggiamenti e forse li ha anche sperimentati a tratti nella propria storia di fede, ma il Regno di Dio non viene in modo da attirare su di sé gli sguardi!
Il Regno di Dio, ci dice l’evangelista Luca, non viene in modo da essere osservato: non dunque per essere contemplato bensì per essere vissuto e sperimentato! Esso è già presente ed è in mezzo a voi o dentro di voi.
L’illusione di poterlo indicare e di-mostrare è vana, perché la sua presenza è tale da essere inconfondibile tra coloro che lo sperimentano. Il Regno di Dio è in mezzo a voi: è la presenza reale di Gesù, il Cristo, che risponde all’interrogatorio dei farisei; è la presenza reale del Cristo là dove due o tre sono riuniti nel suo nome (Mt. 18,20); è la vita piena che avviene in mezzo al male, la quale può essere riconosciuta solo con gli occhi della fede e dell’amore donati dal Signore. In quest’interpretazione trova accoglienza la traduzione maggiormente letterale del vangelo di Luca, ripresa da alcuni scritti gnostici, tra cui il vangelo di Tommaso: il Regno di Dio è dentro di voi.
Molti commentatori hanno preferito eclissare questa lettura, perché era difficile comprendere come mai Gesù dicesse ai farisei che il Regno era già dentro di loro. Eppure, l’incontro con Gesù è l’inizio del Regno di Dio a partire proprio dall’intimo.
Cosa facciamo però dopo che abbiamo incontrato Gesù? Cosa facciamo del nostro piccolo “assaggio” del Regno? Possiamo nutrirlo con la fede e con l’ascolto costante della Parola, oppure fare come se nulla fosse avvenuto e rifiutare il dono di Cristo.
Forse proprio questo è il senso del monito di Gesù ai discepoli: ci saranno tante volte in cui desidererete vedere il figlio dell’uomo presente in mezzo a voi, e avrete la tentazione di seguire coloro che vi indicano la “giusta” strada, il “luogo” e il “tempo” dell’avvento del Regno sulla terra.
In tanti sono stati coloro che hanno teorizzato calcoli, più o meno arzigogolati per arrivare a predire con esattezza quando avverrà il giorno del Signore: molti di voi avranno avuto notizia delle tante tragedie, dei suicidi-omicidi di massa e delle comunità di tipo settario e apocalittico che sovente hanno seguito dei leader che dicevano “eccolo qui, eccolo lì”. Uno dei casi più eclatanti quello di Jonestown in Guyana del 1978 o quello di Waco in Texas nel 1993.
Ancora più forte risuona il monito di Gesù ai discepoli: voi non andate e non li seguite!
Gesù ci avverte anche che l’annuncio del Regno produce rifiuto: il figlio dell’uomo deve passare dalla Croce affinché chi crede sia salvato.
Qualunque trionfalismo fallisce di fronte alla Croce di Cristo.
Scriveva un filosofo contemporaneo, che « Il fanatismo consiste nel raddoppiare i tuoi sforzi quando hai dimenticato lo scopo ultimo del tuo impegno » (George Santayana, Life of Reason, 1905, vol. 1, Introduzione).
Gesù ci mette in guardia anche di questo: noi abbiamo già conosciuto e ri-conosciuto la presenza del Regno in mezzo a noi, ma troppo spesso tendiamo a dimenticarlo e a perderci in calcoli inutili sul quando e sul dove. Troppo spesso le nostre Chiese dimenticano il senso profondo di ciò che Cristo ha compiuto per noi: Egli ci ha resi sorelle e fratelli.
Non disperdiamo le nostre energie e crediamo alle parole di Gesù che ci assicurano: il Regno di Dio è già presente in mezzo a voi!
Già presente, ma non ancora pienamente compiuto: il Regno di Dio rivelato in Cristo Gesù, inizia nella storia esso è riconoscibile, produce frutto, prende corpo dentro di noi e fra di noi, e lievita crescendo giorno dopo giorno.
Amen

Pastora Laura Testa

Celebrazione del Culto della Riforma.

Domenica 30 ottobre a Verona la Chiesa Valdese e la Chiesa Luterana si sono riunite per un culto condiviso nei locali di via Duomo. Il piccolo storico edificio, di origine medievale, sito nel cuore della città, si è riempito di persone di varia provenienza confessionale. La Chiesa Valdese comprende al suo interno, da circa vent’anni, una significativa presenza di fratelli e sorelle metodisti provenienti dal Ghana. La Chiesa Luterana è composta prevalentemente da persone di origine tedesca, ma è presente al suo interno anche una componente italiana. Inoltre ha partecipato al culto una rappresentanza di persone cattoliche, che rappresentano l’inossidabile, per quanto esiguo, manipolo di irriducibili testimoni del dialogo ecumenico nella città, nonostante le difficoltà del contesto locale. Tra questi era presente anche il delegato della diocesi, don Luca Merlo.

La liturgia è stata presieduta dalla pastora valdese Laura Testa, mentre la predicazione è stata tenuta dal pastore luterano Urs Michalke. Il testo della predicazione, tratto dai capitoli 1 e 3 dell’epistola ai Romani, ci ha permesso di rievocare il significato profondo della Riforma, quel tornare a porre l’accento sulla giustificazione per fede in un momento storico particolarmente difficile e sofferto per tutta la cristianità. E’ stato molto interessante ascoltare, nel sermone, un importante confronto tra la condizione umana del tempo di Lutero e quella del tempo presente. A quell’epoca la “speranza di vita” era minore e la paura della morte spingeva la gente a rincorrere le pratiche anche meno coerenti con la teologia evangelica, pur di assicurarsi la salvezza nella vita futura. Nel tempo presente, al contrario, il progresso tecnologico, lo sviluppo importante della medicina, gli standard di benessere ai quali siamo abituati nella nostra società occidentale sembrano aver dato alle persone un senso di onnipotenza e autosufficienza che poi puntualmente vacilla ad ogni segnale che ci ricorda il limite della nostra condizione umana; motivo per cui la paura è nuovamente al centro delle nostre fragili esistenze, tutte concentrate sulla ricerca del benessere. Una condizione umana che nuovamente ha bisogno dunque di una forte predicazione evangelica e di un affidarsi ai fondamenti della nostra fede, come sono stati così energicamente ribaditi dal riformatore.

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La liturgia è stata vivacizzata da canti di vario tipo, secondo le diverse culture presenti al culto: dal corale luterano alla intonazione del Kyrie, dagli inni metodisti alla vivace animazione musicale e danzante, accompagnata dalle percussioni, al momento della raccolta delle offerte.

 

Nicola Sfredda

“La gioia del raccolto”. Predicazione di Domenica 6 novembre 2016.

Marco 4,3-9

3 «Ascoltate: il seminatore uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono. 5 Un’altra cadde in un suolo roccioso dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; 6 ma quando il sole si levò, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. 7 Un’altra cadde fra le spine; le spine crebbero e la soffocarono, ed essa non fece frutto. 8 Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno». 9 Poi disse: «Chi ha orecchi per udire oda».

Il passo su cui oggi rifletteremo inizia con un imperativo: Ascoltate! E si conclude con l’affermazione: «Chi ha orecchi per udire oda».
Ascoltate…. Il Signore ci richiama all’ascolto perché sa bene quanto siamo distratti e superficiali. Ascoltate! Non siate distratti, non siate presi dalle mille piccole cose quotidiane. Ascoltate, anche se siete i miei discepoli, ascoltate anche se vi ritenete buoni e fedeli, ascoltate, perché solo ascoltando potete capire. Ma soprattutto ascoltate con tutti voi stessi e quindi agite, non restate fermi come ad una conferenza, ascoltate e poi muovetevi. Non accontentatevi di stare qui, ma ascoltate e lasciatevi trasformare dall’ascolto, lasciatevi rinnovare e riconvertire. Vedo bene che siete qui intorno a me per ricevere un messaggio, dice Gesù, vedo bene che siete accalcati attorno alla barca dove sono seduto per annunciarvi la Parola, ma ascoltate, ascoltate veramente, perché il mondo vi continua a trascinare altrove. Ascoltate perché le vostre priorità sono sempre altre, ascoltate perché non posso seminare in voi nulla se non siete qui con tutti voi stessi, con la mente, ma anche con il cuore, con l’intelligenza, ma anche con il vostro corpo, le orecchie, ma anche con ogni cellula di voi. Ascoltate e fatelo volendo capire, lasciandovi interrogare e mettervi in discussione, non accontentatevi della vostra pre-comprensione, ma lasciatevi trasformare dall’ascolto.
Immaginate di avere un campo e che sia collocato, con quelli di tutti gli altri vostri vicini in un grande terreno adibito alla coltivazione. Durante i mesi invernali voi e anche gli altri contadini siete talvolta andati a vedere il vostro campo, forse qualche coppietta ci si è nascosta, forse i bambini sono andati a giocarvi e quindi si sono creati dei piccoli viottoli là dove la gente è passata. Inoltre i soliti cespugli selvatici e spinosi hanno ripreso a crescere e si sono diffusi qua e là. Ma ora è giunto il momento della semina.
All’epoca di Gesù in Palestina nessuno preparava il terreno, si cominciava col seminare. Il contadino, quindi, non si preoccupava di pulire il terreno e di ararlo, ma per prima cosa gettava i semi. Ecco perché Gesù dà per scontato che sia chiaro a tutti che non ogni seme arriverà alla buona terra. Gettandoli in quel modo, il contadino, in effetti, non sapeva esattamente dove gettava i suoi semi e il risultato era, inevitabilmente, che molti andavano perduti, in particolare quelli che cadevano là dove si era formato un piccolo sentiero o dove la terra smossa copriva delle rocce e naturalmente là dove erano ricresciuti i rovi. Voi dunque andate col vostro sacco pieno di semi e li spargete su tutto il vostro terreno, fiduciosi che comunque una parte consistente delle vostre sementi attecchirà e produrrà piante e frutti. Gettate quindi dappertutto, fiduciosi che ad ogni vostro seme che attecchisce corrisponderà un raccolto 7 o 8 volte maggiore e che avrete da mangiare per voi e per tutta a vostra famiglia.
E non è quello che fa anche il nostro Signore con noi? Egli non prepara il terreno, non guarda se la terra è già pronta, se è fertile, se è umida al punto giusto, il Signore sparge i semi e dice: Ascoltate! Ma, anche, Chi ha orecchi per udire oda. Cioè sa bene che il campo non è stato arato. Sa bene che intorno a noi c’è sempre un rumore assordante che ci distrae, sa bene che la volontà di dare la precedenza a tutto, prima che alla preghiera, è una tentazione che ci accompagnerà tutta la vita. Ma Lui semina. Semina attraverso le parole della Scrittura, semina attraverso le numerose testimonianze che ci sono nel mondo e che ci circondano e che possiamo vedere se solo apriamo i nostri occhi, se solo siamo disponibili all’ascolto, semina attraverso la predicazione e chi ha orecchi per udire oda!
Il Signore quindi ci chiede che a nostra volta seminiamo senza preoccuparci di dove cadrà il seme: l’esempio del contadino della parabola non lascia dubbi su questo. Nell’agire del testimone non deve esserci calcolo produttivistico, non deve esserci valutazione se lo sforzo sia giustificato da grandi o piccoli risultati, se ne valga la pena. Siano chiamati a seminare, non a valutare gli effetti del nostro lavoro, anche perché il risultato non dipende da noi. A noi è chiesto di seminare, non di valutare.
La parabola ci avverte che non tutto il seme porterà buon frutto, ma non dobbiamo farcene un cruccio, anche se il seme, di cui eravamo tanto orgogliosi, a cui abbiamo lavorato tanto, cade sulla strada, o sulla roccia o nelle spine. Non preoccupatevi di dove andrà il vostro seme, ci dice Gesù, ma solo di spargerlo.
In effetti tutti noi conosciamo bene la fatica, la frustrazione, il senso di inadeguatezza e di inutilità che talvolta ci pervade. Abbiamo lavorato tanto eppure dove sono i risultati? Credevamo di aver seminato bene e invece un po’ per volta tutti i frutti del nostro lavoro muoiono: le persone se ne vanno, le chiese si svuotano, nei giornali sentiamo sempre più spesso parlare dell’ateismo e dell’indifferenza nei confronti della fede. I nostri figli si allontanano e non seguono più la nostra comunità. Preferiscono divertirsi o anche cercare lavoro, danno la precedenza allo studio o magari addirittura a situazioni che non ci piacciono. Il nostro lavoro, la nostra testimonianza sembra sia stata del tutto inutile. Ma Gesù questo lo sa e lo racconta attraverso l’immagine di tutti questi chicchi che vanno perduti.
Ma la parabola non si conclude qui, non si accontenta di consolarci per l’inevitabilità della perdita di parte dei semi, Gesù prosegue e ci annuncia che non dobbiamo temere perché il raccolto sarà comunque straordinario e miracoloso. Ed è per questo che veniamo sollecitati ad ascoltare con attenzione, ad utilizzare quelle orecchie con le quali possiamo udire, quelle orecchie che Dio ci ha donato: perché si tratta di un raccolto che richiede la nostra fede, l’abbandono dei mugugni, l’abbandono della depressione e della paura, del calcolo matematico e produttivistico. Si tratta infatti di un raccolto che ha i caratteri del miracolo!
In effetti non è possibile ricavare da un seme il 30, il 60 o il 100: in Palestina ai tempi di Gesù la spiga che nasceva da un chicco poteva rendere 7 o 8 grani, oggi, con le tecniche moderne e le modifiche genetiche, possiamo arrivare ai 25, 30 grani, ma neppure oggi possiamo neppure avvicinarci ai 60 o ai 100. Quindi quella di Gesù è una iperbole per affermare che la semina apparentemente così faticosa, così talvolta frustrante, darà poi frutti e si tratterà di frutti abbondantissimi!
Con questa parabola, che è anticipata dalla richiesta di un’attenzione non formale, ma sostanziale, Gesù ci accompagna lungo un percorso durante il quale da un lato Egli è solidale con noi, perché dimostra di conoscere e comprendere la nostra fatica e le nostre possibili delusioni, ma dall’altra ci mostra che se saremo disposti ad aprire i nostri occhi e le nostre orecchie potremo vedere già ora che Egli opera in modo potente in mezzo a noi, e che il raccolto sarà grande, sarà straordinario. Gesù ci dice: guardate al contadino, non dovrebbe forse scoraggiarsi? Eppure ogni anno ricomincia con la sua fatica senza smarrirsi, né tentennare perché sa che il momento della semina e il momento del raccolto sono due momenti diversi, l’uno dipende da lui, ma l’altro no: il contadino infatti affida il suo seme alla terra con fiducia e aspetta di vedere il raccolto, già sapendo che il raccolto ci sarà e sarà in grado di sfamarlo. Allo stesso modo, noi possiamo seminare con gioia e colmi di fiducia nel fatto che il Regno di Dio si manifesterà e il raccolto sarà ricco e fertile, abbondante e miracoloso! Amen!
Erica Sfredda

“Il Regno di Dio tra di voi, oggi”. Predicazione di Domenica 23 ottobre 2016.

Luca, 17,22-30
22 Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. 23 E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; 24 perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. 25 Ma prima bisogna che egli soffra molte cose, e sia respinto da questa generazione.
26 Come avvenne ai giorni di Noè, così pure avverrà ai giorni del Figlio dell’uomo. 27 Si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, si andava a marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca, e venne il diluvio che li fece perire tutti. 28 Similmente, come avvenne ai giorni di Lot: si mangiava, si beveva, si comprava, si vendeva, si piantava, si costruiva; 29 ma nel giorno che Lot uscì da Sodoma piovve dal cielo fuoco e zolfo, che li fece perire tutti. 30 Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo sarà manifestato.

Accanto alla nostra vita che scorre nella normalità del mondo occidentale europeo, accadono fatti straordinari( cioè fuori dell’ordinario).
Il recente terremoto in centro Italia o la morte traumatica di un conoscente, o di converso la vita minacciata di un bambino che, guarito, torna a crescere.
La nostra reazione a questi fatti è molto spesso la paura, lo sgomento, l’apprensione o lo stupore. Questi sentimenti, ci distolgono dal nostro tempo secolarizzato, ci allontanano dalla tecnologia che tutto disperde nella comunicazione virtuale.
Rientriamo in noi stessi, ascoltiamo il nostro intimo, chiediamo aiuto all’alto, una preghiera ci sale alle labbra. Può essere un grido di rabbia, una invocazione o la espressione della nostra fiducia, della nostra riconoscenza.
Il fatto straordinario rompe il nostro tempo, scombussola le nostre priorità, affiorano in noi e in chi si prende cura degli altri, qualità riposte che non si conoscevano.
Nell’ordinario ogni vita ha un suo costo: reddito, età, opportunità di guadagno determinano con precisione quanto debba rimborsare una assicurazione in un caso di morte.
Nella emergenza, ogni vita che rischia di spegnersi, vale la pena di uno sforzo corale anche a costo di grandi pericoli
Nella emergenza si applica una logica diversa dalla vita comune, innanzi tutto bisogna aiutare gli scampati, poi si valuteranno i costi e le responsabilità.
Il sermone della scorsa settimana diceva appunto “ dobbiamo essere pronti ad accogliere lo straordinario”.
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Il testo del profeta Gioele che abbiamo letto è articolato anche lui in due registri molto lontani uno dall’altro Il Dio dell’antico patto che retribuisce l’adempimento della legge con la prosperità e lo Spirito Santo che si effonde nei giorni dell’unto del Signore. L’ordinario e lo straordinario. Da un lato:
“ L’Eterno vi dà la pioggia in giusta misura ……le aie saranno piene di grano……..mangerete a sazietà…il vostro Dio avrà operato meraviglie.” Dall’altro:
“Nei cieli e sulla terra, sangue fuoco e colonne di fumo….i vostri vecchi avranno dei sogni…i giovani delle visioni………….il sole sarà mutato in tenebre.”
Questo contrasto lo troviamo anche nel passo di Luca che abbiamo letto: “si mangiava si beveva si prendeva moglie…Noè…..e venne il diluvio, che li fece tutti perire. Anche ai giorni di Lot, si vendeva si comprava…..piovve dal cielo fuoco e zolfo”.
Cosa c’è tra queste due logiche, tra questi due registri, uno ordinario e uno straordinario?
Non possiamo leggerli come due vicende naturali che si susseguono nel tempo. Ce lo impediscono i testi di Luca nel vangelo e negli Atti.
Quale è il profilo che rende conto del salto di qualità nella storia del popolo di Dio?
Gioele parla del giorno di Jaweh, della sua vittoria sulle potenze malvagie; Luca scrive del giorno o dei giorni del Figliuol dell’Uomo.
Gioele profetizza non solo la vittoria del Padre, ma la presenza dello Spirito, anzi la sua effusione su ogni carne.
Luca annuncia il regno di Dio, un momento non osservabile che però cambia radicalmente il rapporto tra Dio e l’umanità.
Il regno di Dio, i giorni del Figliuol dell’Uomo sono dunque fatti straordinari di cui aver paura? Solo dopo che saremo sconvolti, potremo ricevere lo Spirito Santo, potremo inseguire dei sogni, credere in una visione alternativa al mondo contemporaneo? Per tutto questo dobbiamo attendere la fine dei tempi?
Anche i farisei chiedono: “I giorni del Figliuol dell’Uomo quando saranno?”
Gesù risponde “Il Regno di Dio non viene in maniera da attirar gli sguardi”.
In questo contrasto tra Gesù e i farisei, l’ansia della attesa si trasforma in paura del giudizio. Il tempo che è dato ai farisei, il tempo che è dato a noi oggi, rischia di essere il tempo della disperazione oppure il tempo dell’impazienza. Gesù si preoccupa del fanatismo, di quella tendenza, sempre presente, a trasformare l’attesa del Regno in un insieme di falsi allarmi, di calcoli avventati, di confusione tra le nostre battaglie e le battaglie di Dio. Tra queste battaglie quella decisiva per Dio e per l’umanità, è proprio la Passione. Dunque più che proiettarsi fanaticamente verso un futuro trionfo, bisogna fondarsi consapevolmente sulla realtà della croce.
Anche Pietro nel suo discorso citato nel capitolo secondo degli Atti dà questa lettura del fatto che rompe il tempo e scombussola le priorità. Cita proprio il passo del profeta Gioele che abbiamo letto, per concludere:“ Sappia dunque sicuramente, la casa di Israele, che Iddio ha fatto, Signore e Cristo, quel Gesù che avete crocifisso”.
I giorni del Figliuol dell’Uomo sono dunque i giorni della croce e della resurrezione. Questa è la vicenda che impone il salto da una logica ordinaria ad una logica straordinaria, da un rapporto retributivo con la legge di Dio ad un rapporto gratuito con la presenza dello Spirito Santo.
Gesù risponde ai farisei “il Regno di Dio non viene in maniera da attirar gli sguardi . Né si dirà eccolo qui, eccolo là; perché ecco il regno di Dio è entòs himòn.
Questa espressione greca può essere legittimamente tradotta il regno di Dio “è dentro di voi” oppure il regno di Dio “è tra voi”.
La traduzione dentro di voi è intimista, il regno di Dio è un avvenimento interiore.
La traduzione tra voi è messianica, il regno di Dio si è manifestato nel nostro tempo con Gesù il nazareno.
Entrambe le traduzioni hanno trovato appoggio nella teologia passata. Sant’Agostino afferma “ la verità abita nell’interiorità dell’uomo. Lutero da buon agostiniano mantiene la stessa linea, e traduce “ il regno di Dio è in animis vestris.”
Karl Barth non ha dubbi, il regno di Dio è in mezzo a voi, in quanto Gesù è in mezzo a voi: “Gesù stesso è il regno in persona” scrive il noto teologo.
Io ho scelto questa seconda lettura, il regno di Dio, la effusione del suo Spirito su giovani, vecchi e servi non possiamo rinchiuderlo nel nostro intimo, non possiamo trattenerlo o metterlo da parte per richiamarlo in tempi futuri, quando fossimo disperati.
Il regno di Dio viene a noi dopo i giorni del Figliuol dell’Uomo, dopo la croce e la resurrezione,il regno di Dio va speso immediatamente per gli altri, per il nostro prossimo, per gli ultimi.
Il regno di Dio affiora nella storia e cambia le priorità umane , scombussola le nostre vite, il regno di Dio si intravede nel comportamento umano davanti alle tragiche emergenze.
Il regno di Dio è tra noi, senza una sua evidenza solare che ci permetta di indicarlo con sicurezza. La fede in Gesù Cristo ci dà le orecchie per avvertirlo, la agape del Signore ci dà il coraggio per farci coinvolgere.

Gesù ha ricordato ai suoi discepoli di vigilare e di vegliare in attesa del giorno in cui il Figliuol dell’Uomo sarà pienamente manifestato. La tensione escatologica verso la parusia finale non deve mai abbandonarci.
Nel Cristo risorto,accanto al trono del Padre troveremo la verità, in Cristo c’è tutta la verità, e un giorno o l’altro questa verità finirà per imporsi a tutti i livelli. La storia umana sarà conclusa, o per meglio dire, giudicata, trasformata e riassorbita nella eterna storia di Dio. Gesù Cristo sarà accanto a noi anche in quel giorno. Amen

Ruggero Mica