Non accolto, indifeso: è il Salvatore. Predicazione del culto di Natale, domenica 25 dicembre 2016

(immagine: madre e figlio di Aleppo scampati a un bombardamento)

 

 

LETTURE BIBLICHE: Luca 2, 1-21
1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama».
15 Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16 Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
21 Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Carissimi fratelli e sorelle,
Con la nascita di Gesù, la salvezza entra nella storia del mondo, come un fatto “normale”, benché inserito in un censimento “ecumenico”, questo termine intendeva l’intero mondo allora conosciuto, ma per noi ha un valore di fede ben più potente: la nascita del bambino Gesù è un fatto che attiene all’ecumene, qualcosa che riguarda e che unifica tutti e tutte i credenti. Tale censimento fu registrato all’anno 6 dC, quindi con buona probabilità si svolse qualche anno prima ed ebbe base regionale.
Queste piccole “differenze” tra la storia degli annali “romani” e quella della salvezza, sono degli indicatori forti, che ci dicono la fede dell’Evangelista Luca e l’Evangelo che egli ci racconta stamattina. La nascita di Gesù coinvolge il mondo e lo trasforma, la nascita di Gesù ci interpella come credenti indipendentemente dalla nostra confessione religiosa, familiare o ecclesiastica: Gesù nasce per ognuno di noi!
Sappiamo già che la sua situazione familiare non era “perfettamente tradizionale”, giacché Giuseppe non è il padre biologico del bambino e non è ancora il marito di Maria, ma l’Evangelista insiste sul fatto che Giuseppe sia della famiglia di Davide, proprio come il messia promesso dai profeti; Il significato del nome Giuseppe è “che sia aggiunto”, è il nome che simboleggia l’adozione da parte d’Israele dei figli nati sotto l’oppressione straniera e proprio a Giuseppe, viene “aggiunto” un altro figlio, Gesù, che ci renderà tutti eredi e figli di Dio.
L’amore e la cura amorosa di Giuseppe per Maria e la loro fede nel messaggio angelico è sorprendente anche oggi, una giovane appena adolescente ed un uomo impregnato di cultura semita e mediterranea, che non si comportano secondo i canoni della legge, ma insieme affrontano un viaggio e una nascita senza aiuto alcuno se non quello della grazia e della forza data loro dalla promessa di Dio. Infatti, la discendenza davidica di Giuseppe dimostra la continuità della storia della salvezza e la fedeltà di Dio che porta a compimento le promesse già fatte ad Israele, promesse che non hanno bisogno di sangue, ma di amore e di fede.
Di fatto la registrazione congiunta per il censimento sancisce l’unione dei due a livello legale.. Potremmo forse descriverlo come il primo pacs della storia del cristianesimo.. o forse come un matrimonio civile, in quanto, dal censimento Giuseppe e Maria pagheranno le tasse assieme.
La nascita di Gesù avviene proprio a Nazareth dove doveva avvenire “secondo le scritture” affinché la profezia messianica si adempisse (2 Sam. 5,7; Michea 5,1). Il tempo è compiuto, poiché è il Salvatore, il Messia e il Signore sta venendo al mondo.
Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, che ci porta ad intuire che se Gesù è il primogenito e non l’unico, a sconfessare quella “mater” sempre vergine entrata molto presto nella storia tradizionale. Infatti già il protovangelo di Giacomo (leggenda posteriore) racconta che la levatrice constata la verginità intatta della madre. Il racconto biblico però testo non conferma la presenza di una levatrice, anzi sottolinea come dopo il parto sia la stessa mamma stanca e provata ad avvolgere il bimbo in fasce. Un bimbo per cui non c’era posto, che non ha trovato un qualunque luogo dove essere ospitato. Gesù è un bimbo nato nell’indigenza estrema, un bimbo non accolto dal mondo. Il bambino Gesù non ha posto dove venire al mondo poiché il mondo non lo accoglie e non lo riceve. Molti sono gli analoghi confronti con i tanti bambini che pure oggi non sono ricevuti, nonché sulle tante situazioni di estrema indigenza e miseria materiale, spirituale e culturale nella quale vengono al mondo i poveri di oggi. Questo riferimento non è, a parere mio una banalizzazione, ma una occasione che il testo Lucano offre ai tanti che sperimentano ed hanno sperimentato tale indigenza, per potersi identificare. Anche il bambino Gesù, il re pastore, il Messia atteso ed aspettato, non è stato ricevuto, eppure Egli è effettivamente la potenza di Dio incarnata. Un bambino è la potenza della vita nella sua massima espressione, ha pochissimo passato, ed ha tutto il futuro di fronte. Il bimbo Gesù, Potenza del Dio Vivente, offre ai tanti che non hanno un futuro, o ai quali il futuro non si prospetta in maniera rosea, la speranza di un futuro che non è governato “esclusivamente” dai criteri nostri, bensì da quelli di Dio. Un bimbo circondato però dall’amore: non ci sarà una stanza bella e sfarzosa per lui, ma ci sono per lui una serie di gesti amorevoli di cura.
In quella stessa regione c’ erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. I pastori in questo modo, indicano coloro che sono considerati importanti responsabili per il benessere della comunità, conoscono il territorio, lo sorvegliano, avvertono i cambiamenti prima degli altri, affrontano il pericolo dello stare all’aperto, offrono una risorsa alla comunità. Loro sono i primi che ricevono il messaggio evangelico e incontrano “il sommo pastore” che cura e veglia il “gregge” umano per l’eternità.
L’ angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Quando lo Spirito di Dio è la presenza più autentica nel mondo, allora la gioia è in particolar misura conseguenza di questa presenza di Dio negli uomini: lo spirito produce, oltre che giustizia e pace, la gioia come suo frutto.. Un atteggiamento totale, complesso, dotato di valore, che al pari della giustizia rappresenta la summa dell’atteggiamento cristiano. La gioia indica l’aspetto soggettivo dell’approssimarsi del regno di Dio. Accanto all’annuncio resta la parola di conforto bella e rassicurante: non temete, che è valida pure oggi: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. Il motivo della gioia e della consolazione sono certezza e speranza fondate in Dio (I know where I belong, or to Whom I belong). E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”», e questo segno non è un evento “straordinario”, ma è uno degli eventi più comuni che dovevano manifestarsi nella Palestina del tempo: un bimbo in fasce e nella mangiatoia. Gesù viene riconosciuto nell’umiltà, nella povertà e nella sobrietà, che mostrano però la cura e l’amore.
Cielo e terra sono uniti in una celebrazione cosmica per la nascita del bimbo Gesù.
Dopo che i pastori hanno ricevuto la bella notizia non restano immobili, ma si mettono in cammino per vedere “l’evento/parola” di cui loro hanno avuto dal Signore rivelazione diretta. La conoscenza della Parola/Evento di Dio non è un fatto che “scopriamo” per caso, ma è frutto di un incontro e di un annuncio. Prima di tutto parlano tra loro, e si consultano reciprocamente su quello che è l’agire comune: Essi concordemente, dopo aver parlato tra loro, seguono la via di Gesù.
Seguire Gesù è sempre infatti luogo di rispetto, di reciprocità, di confronto dialogico e di fraternità.
Questo invito al comunicare in maniera sempre più stringente, come fanno i pastori, è un passaggio importante, poiché tutto il brano dei pastori è permeato dal motivo della parola e forse potrebbe essere uno stimolo anche per noi a parlarci maggiormente e a non cadere nell’immobilità dopo avere espresso le proprie opinioni, bensì a ricondurre le parole comunicate verso un agire fruttuoso.
Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo.
Ci sono due diversi aspetti di ciò che suscita la parola/evento Gesù, da una parte l’annuncio fatto dai pastori e dall’altro la riflessione interiore all’incontro con la Parola Vivente.
E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’ era stato loro annunziato.
Portiamo con noi questo annuncio e lasciamo che si faccia spazio nelle nostre storie ordinarie, nelle nostre vite quotidiane, che ci porti a meditare o ad annunciare, a cantare o a restare in silenzio, che in ogni caso ci faccia sperare, perché in Gesù Cristo, nato a Nazareth, Dio il Signore nostro Salva. Amen.

Past. Laura Testa

Dear Brothers and Sisters, the birth of Jesus Christ is something that unifies all believers.
The birth of Jesus involves and transforms the world, the birth of Jesus challenges us as believers regardless of our confession, family or church: Jesus is born for each of us!
We already know that his family situation was not “perfectly traditional”, since Joseph is not the biological father of the child, he is not yet the husband of Mary, but the Evangelist Luke insists that Joseph is from the family of David, just like the messiah promised by the prophets; The meaning of the name Joseph is “it is added,” that name symbolizes the adoption by Israel of children born under foreign oppression.
Joseph is being “added” a son by God; and God in his son Jesus will make us all his children and heirs. The love and the loving care of Mary and Joseph and their faith in the angelic message is surprising even today: just a young teenager girl and a man of Semitic and Mediterranean culture, who do not behave according to the rules of the law, but together they face a trip and give birth without any help except that of grace and strength given to them by God’s promise.
The birth of Jesus takes place right in Nazareth “according to the Scriptures” so that the Messianic prophecy was fulfilled (2 Sam. 5.7; Micah 5.1). The time is fulfilled, since it is the Savior, the Messiah and the Lord that is coming into the world. Mary gave birth to her firstborn son, a child for whom there was no room, which did not find any place to be hosted. Jesus is a child born in extreme poverty, a child whom is not accepted by the world.
The baby Jesus has no place to be born because the world does not welcome him. There are many similar children who even today are not welcome, as well as many who live in situations of extreme poverty in the world today. This reference is not, in my opinion a trivialization, but one occasion that the Lucan text offers to many people who underwent such poverty, in order to identify. Even the baby Jesus, the Shepherd King, the awaited Messiah and waited, has not been accepted, yet He is indeed the power of God incarnate. A child has the power of life at its best, has no past, and has all the future ahead. The baby Jesus, Power of the Living God, offered to the many who do not have a future, the hope of a future that is not governed by our standards, but by God’s standards.
In that region the shepherds were in the fields and kept watch by night over their flock. The shepherds are those that are considered important for the welfare of the community, they know the territory and face the danger of being outdoors, they really offer a resource to the community. They are the first to receive the Gospel message and meet “the High Priest” who carefully watches the human “flock” for eternity.
The angel told them, “Fear not, for I bring you good news of a great joy to all the people. When the Spirit of God is the most authentic presence in the world, then the joy is in particular a result of this presence of God in men: the Spirit produces justice and peace and joy as its fruits .. a total stance, which represents the stance of a Christian.
The angelic word of beautiful and reassuring comfort: “fear not” is valid even today: “Today, in the city of David, a Savior is born to you, who is Christ the Lord, and this shall be a sign: you will find a baby lying in a manger ‘ “; that sign is not an” extraordinary one “, but it is one of the most common events that were to occur at that time in Palestine: Indeed Jesus Christ is recognized in humbleness, in poverty and modesty. Heaven and earth are united in a cosmic celebration for the birth of baby Jesus; The shepherds, after talking to each other, follow the way of Jesus. To follow Jesus is always in fact a place of respect, reciprocity, of dialogic confrontation and fellowship.
This invitation to communicate in a more and more pressing way, like the shepherds did, is an important step, an invitation for us to speak more and not to fall into stasis, but to bring the words communicated to a fruitful action. They came with haste, and found Mary and Joseph, and the Babe lying in the manger; and saw Him, they made known abroad what had been told them concerning this child. And all who heard it were amazed of the things told them by the shepherds. Mary treasured in herself all these things and pondered them in her heart. Let’s announce together with the angel and the shepherds the good news, let it take place in our ordinary stories, in our daily lives, the good news will lead us to meditate or to announce, to sing or remain silent but together we rejoice in hope, because in Jesus Christ, born in Nazareth: the Lord our God will save us! Amen

“verrà egli stesso a salvarvi”, predicazione di domenica 18 dicembre 2016, quarta di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Isaia 35, 3-10

Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata la Via Santa; (nessun impuro vi passerà) essa sarà per quelli soltanto; quelli che la seguiranno, anche gli insensati, non potranno smarrirvisi. In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà; ma vi cammineranno i redenti. I riscattati dal SIGNORE torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno. (Isaia 35,3-10)

Possiamo comprendere queste parole a più livelli, ed uno, quello che vale la pena di considerare per primo è quello storico: Israele, deportato a Babilonia, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto, sperimenta per la prima volta una speranza messianica nell’avvento di Ciro di Persia. Israele aveva vissuto quello che i profeti biblici, chiamano l’abominio della desolazione, non c’era più una speranza di restaurazione, i ricordi erano l’ultima cosa che restava ad Israele.
Isaia offre un messaggio diverso ai deportati, c’è ancora una speranza e non tutto è perduto, perciò date la buona notizia ed incoraggiate coloro che sono stanchi, poiché il cammino è ancora lungo e l’opera del Signore non è compiuta. C’è un messaggio anche per coloro che sono confusi, che non sanno più a cosa credere o che sono persi nel dolore che la deportazione aveva loro provocato. Anche per questi c’è una consolazione che è anche un’esortazione a restare forti e saldi e a non temere rispetto al futuro, poiché il futuro è aperto e riscattato dal Signore che rende possibile una realtà nuova e trasfigurata dalla sua presenza. Sarà Dio stesso a salvarvi. Israele s’incammina dunque per il deserto, luogo del viaggio e della crescita per antonomasia, ma anche luogo della desolazione, della sofferenza e dell’aridità, ma se anche nel deserto si sperimentano quelli che sono i primissimi segni della grazia e dell’avvento divino: All’annuncio profetico che l’avvento del Salvatore è prossimo, che il goel, il Salvatore d’Israele sta per giungere avverrà qualcosa di eccezionale, che ha del miracoloso.
Anche i sordi potranno udire la parola che dice la salvezza che giunge ed i ciechi potranno vedere la strada da percorrere e vedere l’approssimarsi del cammino da compiere. I ciechi vedranno la terra rifiorire e i sordi udranno l’annuncio della liberazione. Gli zoppi, gli storpi e coloro che fisicamente non avrebbero potuto intraprendere il cammino di ritorno, poiché lungo, stancante e irto di pericoli, salteranno come i cerbiatti. Un’immagine poetica estremamente evocativa che ha la forza di raccontare quanto sia grande il cambiamento che il Signore produce per Israele. Ed infine la lingua del muto, colui o colei che non parlava più perché magari era stato mutilato oppure perché aveva tanto sofferto da non avere più parole e lacrime da pronunciare, ecco la lingua del muto canterà di gioia. L’avvento del Signore produrrà suoni ed inni di festa dove prima c’era silenzio e desolazione.
Credo che l’ efficacia di queste parole valga anche per noi che leggiamo questo testo, infatti un secondo importante livello di questo testo biblico è dato da ciò che significa per noi che lo riceviamo con fede nell’attesa e nell’avvento del nostro Messia e Salvatore Gesù Cristo. Per Israele che vedeva Ciro di Persia come il Messia, qui si parla dell’avvento sperato ed intravisto del Salvatore, ma tale avvento non è ancora perfettamente compiuto: Israele è in cammino. Tale speranza nell’avvento messianico è la speranza che condividiamo con Israele, infatti anche per noi questo è un tempo di attesa, un già, ma anche un non ancora, nel senso che siamo in cammino in quelle che sono le settimane che precedono il Natale, vediamo le luci in giro per strada, le offerte natalizie, la corsa per i regali.. a raccontare che il tempo si sta accorciando.
Ma quale è questa gioia, questa speranza grande che viene nel mondo a partire dal Natale?
Credo che sia la stessa che Israele sperimentò già in fede nel deserto mentre ritornava tra gli stenti verso Gerusalemme da Babilonia. Quello non fu certamente un percorso facile, anzi, nel deserto c si può perdere, si può essere assaliti dai banditi o dalle belve feroci, e si può anche morire di stenti, di fame o di sete al freddo della notte oppure data la forte escursione termica sotto il sole cocente. Ma man mano che si approssimavano a Gerusalemme, gli israeliti potevano presagire che la loro casa era vicina e loro che erano stati deportati avrebbero presto riabbracciato i propri cari.
Ecco dunque un’altra similitudine tra il nostro vivere l’avvento e quello del brano poetico d’Isaia: il ritorno, c’è un ritorno verso casa, un farsi vicini gli uni agli altri che avviene nel periodo natalizio, un’occasione bellissima, ma che talvolta risveglia problematiche familiari o personali. Fratelli e sorelle che non si parlano tra di loro, genitori e figli che non riescono a comunicare e che si escludono a vicenda, ovvero anche persone che sono sole, che non hanno nessuno con il quale passare questo tempo di riunione perché non si sono costruiti una rete d’affetti o anche perché sono orfani o vedove, o anche altri che soffrono interiormente il dramma della depressione o della malattia fisica. Anche coloro che hanno accettato la malattia e la morte come ineluttabile, possono sperare e affidarsi al Signore, nella preghiera che chiede accoglienza, comprensione, vicinanza alle famiglie.. in una preghiera che a volte chiede qualche giorno in più.. quel giorno in più per dire a chi ci è caro ciò che fino a quel momento non gli avevamo ancora detto e per compiere un ultimo piccolo percorso..
Un percorso che è equivalente a quello nostro e a quello d’Israele nel deserto del ritorno, un percorso ultimo e difficile, ma nel quel il Signore ci dà concretamente i mezzi per andare avanti: Il Signore cambierà addirittura la conformazione geografica del deserto.

L’avvento del messia ed il giorno del Signore cambiano infatti la realtà nella sua essenza più profonda, pur senza snaturarla.
La differenza sostanziale è che dove c’è morte adesso grazie all’opera del Signore c’è la vita che si manifesta pienamente e si dispiega nella sua bellezza. Dice il profeta: acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi.
Queste immagini poetiche rappresentano la prefigurazione del ritorno, infatti la volontà di Dio sarà talmente manifesta che non ci sarà bisogno d’indicazioni, tanto che anche gli sciocchi, gli insensati non potranno smarrirvisi. Una strada Maestra, una via Santa che potrà essere seguita da tutti coloro che sono stati redenti. Addirittura il testo aggiunge nessun impuro vi passerà, impuro nel senso dunque di non redento. Isaia non afferma che ci vorrà uno status particolare di perfezione o di purità per poter percorrere quella via maestra, ma che il Signore, il Riscattatore, il Messia, il Salvatore, che noi celebriamo ed annunciamo in Cristo Gesù, coinvolge la nostra realtà umana e creaturale talmente tanto da cambiare anche quella che la nostra realtà fisica.
E questo rappresenta l’ultimo livello di comprensione di questo bellissimo testo d’avvento, che ne è forse la dimensione più ricca: la prospettiva di salvezza per il creato intero manifestata nell’approssimarsi del Regno di Dio. Le ultime parole di questo testo profetico sono infatti: il dolore e il gemito scompariranno.
Meditando su quest’ultima immagine e mettendola in relazione con il Natale mi è venuta in mente la metafora del parto: come se il dolore ed il gemito di Dio che si manifesta come una madre nell’atto di partorire una realtà nuova e riconciliata per tutto e per tutti, ci sarà un momento in cui il parto sarà concluso, il dolore ed il gemito verranno meno ed ecco il bambino Gesù sarà nato. Una nascita che come ogni nascita è un miracolo grande, ma che manifesta la volontà e la capacità di salvezza del Signore per il creato intero, di liberare il mondo dalla violenza, dalla malattia, dalla prevaricazione e da ogni forma di gemito, di dolore e di morte possibile.
L’avvento di Gesù Cristo, come anche del Messia atteso d’Israele è per noi oggi una parola che dice la vita e la vitalità che il Signore Iddio nostro ci dona e che ci sana da ogni sofferenza. Possiamo dunque annunciare senza timore: Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi».

Past. Laura Testa

 
We can understand these words at multiple levels, and one that is worth considering first is historical: Israel after the Jerusalem Temple had been destroyed, was deported to Babylon and experienced for the first time a Messianic hope in the advent of Cyrus of Persia. Israel had experienced what the biblical prophets, called the abomination of desolation: memories were the last thing that was left to Israel. Isaiah offers a different message to the deportees, there is still a hope, tell the good news and encourage those who are tired, because the journey is still long and the Lord’s work is not done yet. There is a consolation that is also an exhortation to remain strong and not to fear about the future, because the future is redeemed by the Lord. God himself will come and save you. Israel, therefore, walks through the desert, the place of the journey and growth par excellence. Even the deaf will hear the word which says that salvation comes, and the blind can see the way. The blind will see the land flourish and the deaf will hear the announcement of liberation. All those who physically could not undertake the return journey, will jump like deer. This poetic image has the strength to tell how big is the restoration that the Lord brings to Israel. And finally the tongue of the dumb sings. The coming of the Lord will produce sounds and festive hymns where before there was silence and desolation.
I believe that the ‘effectiveness of these words also apply to us who read this text, us who are waiting for the coming of our Messiah and Savior Jesus Christ. This messianic hope in the advent of the Savior is the hope that we share with Israel. But what is this joy, this great hope that is in the world since Christmas?
I believe it is the same that Israel already experienced in faith in the desert while he was returning to Jerusalem from Babylon. That was certainly not an easy path indeed, in the desert you can be attacked by bandits or by wild beasts, and you can even die of starvation, hunger or thirst in the cold of the night, or under the scorching sun. But as they draw near to Jerusalem, the Israelites could foresee that their home was near and they who had been deported would soon re-embrace their loved ones. The return is a way back home, a way to get close to each other that occurs at Christmas time, it is a beautiful opportunity, but sometimes that closeness awakens family or personal problems.
At Christmas time we see brothers and sisters who do not talk to each other, parents and children who cannot communicate, lonely people who have no one, or others who suffer from within the drama of depression or physical illness. Even those who have accepted the illness and death as inevitable, can hope and trust in the Lord, asking in prayer for reception, understanding, closeness to the families .. a prayer that sometimes asks a few more days. Along this difficult path the Lord gives us the means to move forward concretely: The Lord indeed will change the geography of the desert: The advent of the Messiah changes the reality in its deepest essence.
The main difference is that where there was death there is now life and that is fully manifested and revealed in its beauty. The prophet says that in the wilderness shall break out waters, and torrents in solitary places; the parched ground shall become a pool, and the thirsty land will be turned into d ‘water sources; in the place where the jackals dwell there will be grass, reeds and rushes.
These poetic images represent the foreshadowing of the return, the purpose of God will be so obvious that there will be no need for directions, so that even fools shall not err therein. A Main road will be followed by all those who have been redeemed. The Lord, your redeemer, the Messiah, the Savior, that we celebrate and proclaim in Christ Jesus, encompasses our human reality and our physical reality.
Finally the prospect of salvation is for the whole creation. While meditating on this last image, and linking it to Christmas, I’ve come up with the birth metaphor: God that reveals as a mother in the act of giving birth to a new reality: there will be a time when the pain and groaning will be no more and that time is when the baby Jesus is born. A birth like every birth is a great miracle.
The advent of Jesus Christ, as well as the expected Messiah of Israel, is for us today a word that tells the life and the vitality: the Lord our God heals the whole creations from all sufferings. Let’s therefore announce without fear: Strengthen the weak hands, strengthened the feeble knees Say to those with fearful hearts, “Be strong, fear not! Here is your God! It will come with vengeance, the recompense of God; he will come and save you. “

Lettera del Pastore William Jourdan, sovrintendente del VII circuito della Chiesa valdese e metodista alle chiese del circuito in occasione del Natale.

La Parola è
diventata carne
e ha abitato per un
tempo fra di noi, e noi
abbiamo contemplato
la sua gloria

Giovanni 1,14

«Egli viene, viene fino a te. Sì, per davvero, tu non vai da lui né lo vai a prendere. È troppo alto per te, e troppo lontano. Tutta la tua ricchezza e intelligenza, tutto il tuo impegno e la tua fatica non ti porteranno vicino a lui, in modo che tu non ti vanti che il tuo merito e il tuo valore l’hanno portato a te. Caro amico, tutti i tuoi meriti e il tuo valore sono abbattuti, e non c’è dalla tua parte nulla se non una completa mancanza di merito, e dalla sua parte c’è pura la grazia e la misericordia».

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
le parole che sono riportate all’inizio di questa lettera sono tratte da un sermone di Martin Lutero per il tempo dell’Avvento del 1522 …

Cliccare per leggere il documento completo:

Lettera Natale 2016

Convention metodista di Natale domenica 18 dicembre a Pordenone.

Avrà luogo domenica prossima, con inizio alle ore 10 e termine alle 13 la consueta convention natalizia metodista del Nord-Est Italia, presso la CHIESA CRISTIANA EVANGELICA in  Via della Comina, 27 a PORDENONE. Un bus partirà da Porta Vescovo a Verona alle ore 7.30. Le comunità coinvolte sono quelle di Verona, Vicenza, Bassano, Pordenone, Treviso, Conegliano ed Udine. Sono attesi circa duecento sorelle e fratelli delle comunità metodiste e valdesi in quella che è non solo la celebrazione di un culto ma che costituisce anche l’occasione di ritrovarsi e stare insieme. Evento che coinvolge grandemente la componente ghanese della nostra chiesa, ma non solo. Ecco, lo “stare insieme” anima la convention; insieme, uniti in Cristo ritrovando amici e conoscenti che magari non si vedono da tempo, insieme, metodisti e valdesi, insieme, africani ed italiani, nello spirito di Essere Chiesa Insieme.

Per una ragione, semplice : “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. ” (1 Cor 12,12).

Quanto viene condiviso è in particolare la gioia, l’incontro col Signore e coi fratelli e le sorelle, nello spirito e nella cultura della condivisione della fede. L’intera comunità ghanese del Nord-est si sposta per incontrarsi seguendo in questo l’esempio di Wesley, che viaggiava per conoscere persone e comunità, confortare, portare la Parola. Il culto sarà celebrato dal Pastore George Ennin, ed il coro nazionale metodista, composto dai vari cori locali contribuirà alla gioia nella lode del Signore.

Stupendo l’augurio che le sorelle ed i fratelli ghanesi  si scambiano in occasione del ritrovo natalizio e che bene esprime fede e desiderio di incontrarsi nella sentita speranza che per il prossimo tutto vada per il meglio : “Afehya pa!”, cui si risponde con :”Ale no betu y3n” (la cifra “3” non è un refuso è usata come carattere nella lingua twi). Poche parole ma dense di significato: all’augurio “Buon reincontro annuale”, la risposta che è possibile tradurre solo ricorrendo a più termini intende: “l’anno prossimo desidero proprio rivederti nella speranza che ci sia qualcosa di bello da festeggiare ancora e nell’augurio che Dio ti sia vicino e  ti dia del bene!”

 

 

“amatevi gli uni gli altri”. Predicazione di domenica 11 dicembre, terza di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Levitico 19,17-18; Giovanni 13,34-35; I Giovanni 2,7-8

17 Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
Levitico 19, 17-18

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Giovanni 13,34-35

Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita. E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo, il che è vero in lui e in voi; perché le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.
I Giovanni 2,7-8

In questa terza domenica d’Avvento siamo chiamati a riflettere sull’amore: non su un amore qualsiasi, ma sull’amore che Gesù ha nutrito per noi, l’amore che dovrebbe dare fondamento alla nostra stessa esistenza di credenti.
Gesù dice: Io vi do un nuovo comandamento. Perché nuovo? Cosa vuol dire? Che prima della sua venuta nessuno sapeva amare? Che non esistevano rapporti di affetto? Che i genitori non amavano i figli e le mogli i mariti o viceversa? Che gli uomini e le donne non amavano il loro Signore? No, non è questo che Gesù intende dire: gli uomini e le donne, i bambini e le bambine nutrivano sentimenti d’amore gli uni per gli altri e il comandamento dell’amore del prossimo era già scritto nell’antico libro del Levitico. E dunque?
“Vi do un nuovo comandamento” forse significa che prima della venuta di Gesù l’amore che gli uomini e le donne nutrivano gli uni per gli altri, ma, se ci riflettiamo un po’ seriamente e coraggiosamente, anche il nostro, era ed è una amore intriso dei nostri egoismi, della nostra fatica di affidarci, della nostra incapacità di volere davvero il bene dell’altro, senza secondi fini, senza incertezze. Perché dobbiamo ammetterlo, noi amiamo, ma spesso amiamo per bisogno: bisogno di essere amati, bisogno di essere visti, bisogno di avere una meta e uno scopo. Sì, ci costa affermarlo, ma noi umani, uomini e donne, spesso non riusciamo ad amare nel senso pieno del termine, nel senso che Gesù vuole dare a questo verbo, in realtà non ne siamo capaci. Talvolta ne abbiamo paura, talaltra siamo troppo distratti o troppo concentrati in noi stessi, più spesso non siamo nemmeno consapevoli della fragilità e inconsistenza dei nostri sentimenti.
Ma il Signore in questo passo ci dice che dobbiamo, e se dobbiamo dunque anche possiamo.
Gesù, infatti, dice “Vi do un nuovo comandamento”: il termine comandamento, cioè norma, legge, prescrizione, non allude ad una possibilità, ad una opzione, ma ad una precisa responsabilità, che attiene direttamente al nostro dichiararci cristiani. Il nuovo comandamento è: amatevi gli uni gli altri. E Gesù prosegue spiegandoci cosa intenda dire, dandoci un modello da seguire, dice “amatevi come io vi ho amati”, perché altrimenti non riusciremmo neppure a capire, altrimenti saremmo indotti a rispondere: “Ma come! Noi già amiamo, già sappiamo amare, dove sta la novità?” E invece Gesù non fa una distinzione tra chi sa amare e chi non sa amare, tra “buoni e cattivi” come piace tanto a noi. No, Gesù ci dice, semplicemente, dovete amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati. Come io vi ho amati. Abbiamo categorie che non siano le nostre per guardare questo amore? Come ci ha amati il nostro Signore? Si tratta naturalmente di una questione di intensità e di modalità, ma soprattutto significa che noi dobbiamo amarci gli uni gli altri, in quanto Gesù ci ha amati, perché Lui per primo ci ha amati. Gesù è il nuovo fondamento del nostro amore, la novità, la straordinaria novità, che oggi proclamiamo. Gesù è venuto sulla terra, ed è venuto perché ci ama e questo determina un cambiamento a 360° in quello che il termine amore significa per coloro che credono in lui. Quando diciamo “fratello” o sorella” in Gesù Cristo, parliamo di questo: Gesù ci unisce e il suo amore per te o per te è il fondamento del nostro amore per l’uno e per l’altro.
Ma dobbiamo anche confessare che forse in realtà non sappiamo come Dio ci abbia amati, perché siamo troppo coinvolti nel nostro modo di amare. Gesù è morto per tutti noi, ancora prima, Dio ha scelto di farsi umano, accettando di essere uomo tra gli uomini e quindi affrontando il freddo, la fame, la fatica, il dolore, la paura. Gesù non aveva bisogno di amarci, non ne aveva la necessità. Eppure ci ha amati profondamente, totalmente, dando se stesso per tutti e tutte noi. Questo è il Suo amore. Questo il modello che ci ha indicato. Non si tratta di una categoria psicologica, di una modalità tra le altre, si tratta di un donarsi totale, senza perdere se stessi. Un darsi senza rinunciare alla propria essenza. E ancora, un amarci attraverso di Lui. Questo forse è quello che Gesù voleva trasmettere: se ci dichiariamo Suoi discepoli, significa che abbiamo come fondamento Cristo e il Suo amore. E il Suo amore si vede, è tangibile, rende possibile a tutti, credenti e non credenti, di vedere cosa significhi l’amore di Gesù. Significa farsi strumento, visibile, del Suo amore per l’umanità, per tutta l’umanità.
Credere in Gesù Cristo, significa credere nel Suo amore per noi e su di esso fondare la propria vita, a partire da qui, dalla nostra chiesa, dai nostri fratelli e sorelle più vicini: non dobbiamo avere paura, sentirci incapaci, perché il Signore è al nostro fianco e mai come nel periodo dell’Avvento possiamo avere presente davanti agli occhi, nella testa e nel cuore che “le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.” Amen!
Erica Sfredda

 

SCRIPTURE READINGS: Leviticus 19,17-18: John 13,34-35: 1 John 2,7-8

On this the Third Sunday in Advent we are called upon to reflect on Love: not just any old love, but on the love that Jesus has nurtured for us, which should be the foundation of our very beings as believers.

Jesus said: “I give you a new commandment”. Yet what does He mean by “new”? “I give you a new commandment” means that before the coming of Jesus the love that men and women held for each other was a love bound up with our own egoisms, with our own efforts to trust one another, with our own incapacity to truly wish the good of others without harbouring ulterior motives or experiencing second thoughts. For while we must admit that we do love, often we are needy and self-seeking in our love. We need to be loved, we need to be looked at and we need also to have an aim and a purpose. Indeed often we are unable to love in the full sense of the term; in the sense that Jesus wished to give this word.

However the Lord in this passage tells us that we must love, and so if we must therefore we must also be capable of experiencing it.

In fact Jesus says: “I give you a new commandment.” The term commandment however, which ways you read it, does not allude to a possibility, but to a precise responsibility, which is directly attached to our callings as Christians. The new commandment is: “Love each other”. Jesus continues: “love each other as I have loved you”. Jesus makes no distinction between those who know how to love and those who do not, between the “good and the bad”, as indeed we ourselves so like to do. No, Jesus tells us simply that we must love one another as I have loved you. As I have loved you. Do we need to have new categories that are not ours by nature to comprehend this love? In what ways has our Lord loved us? Naturally here we are dealing with questions of intensity and of ways and means, but above all it means that we have to love one another as much as Jesus has loved us because it was He who was first to love us. That Jesus is the new foundation of our love is the good news, the extraordinarily good news, that we today as Christians proclaim. Jesus came down Earth, and he came down because he loves us and this means a 360o change in the meaning of the term love for those who believe in him. When we say “brother” or “sister” in Jesus Christ we are saying that the love of Jesus is the foundation of our love for one another.

Jesus died for all of us; but still even before that, God had chosen to create him human. Our Lord accepted to be a man among humankind and therefore faced cold, hunger, fatigue, pain and fear. Jesus had no need to love us, nor did he have any need to. Even so he loved us deeply and totally in giving himself for us all. This is His love. This is the example which he has given us. We are talking here of supreme self-sacrifice yet without losing very selves. It is a giving of oneself without renouncing our essence and moreover a love by means of Him.

If we declare ourselves to be his His disciples, it means that we have Christ and His love as our foundation. And His love is seen, is tangible, and makes it possible for all, believers or not, to see what the love of Jesus means. It means to make yourselves visible instruments of His love for humanity; all humanity! We must not be fearful or feel inadequate because the Lord is at our side and never more so than at Advent-tide when we are able to have before our very eyes and in our own heads and hearts the Good News that “the darkness has passed away and the true light is already resplendent.” Amen!

Quando “Dio è con noi”? Predicazione di Domenica 4 dicembre 2016, seconda di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Michea 5,1-3

«Ma da te, o Betlemme, Efrata, sebbene tra le più piccole città principali di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’ Israele».
Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE, con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’ estremità della terra.
Sarà lui che porterà la pace.

Care sorelle e cari fratelli,
stamattina leggiamo una pagina del profeta Michea, alla quale il Signore Gesù, e coloro che si accostarono alla sua predicazione, coloro che primi e prime cedettero in lui, si richiamavano certamente.
Il profeta Michea era un campagnolo, persona certamente poco avvezza, così come pure il profeta Amos, agli intrighi e alle cerimonie di palazzo.. eppure si trovava proprio a predicare “nel” palazzo, proprio a quelle persone che in Israele detenevano le sorti della vita di tanti e tante e muove loro delle critiche feroci.
Dissimilmente dalle profezie di Amos.. che conosce solo la parola di giudizio, Michea invece sa e ha una speranza fondata e certa che il Signore non lascerà il popolo, la nazione, gli eletti del Signore, privi e prive di una guida, di una consolazione, della Pace… che annuncia.. insieme al giudizio e alle critiche.
Critiche al potere, critiche alle istituzioni, critiche e giudizi forti ai leaders religiosi che continuavano a ripetere, “tutto va bene”, “c’è pace”, “Dio è con noi”, come ricordano anche i profeti Geremia e Isaia, in parte contemporanei di Michea, affermazioni fatte proprio quando non c’è la pace, quando non è che proprio vada tutto bene, quando… c’è fame, c’è guerra, c’è crisi, e l’Assiro.. è un nemico e un dominatore violento e potente che spazza via la speranza deportando ed affliggendo Israele e Giuda.
Critiche fortissime che possiamo adottare per riflettere sopra a questa parola profetica difficile… tante e tante volte abbiamo inneggiato e celebrato.. l’Emmanuele.. ovvero proprio quel “got mit uns” quel Dio con Noi.. che esprime l’arroganza del dominatore ingiusto e sanguinario secondo le parole del profeta Michea. Mi chiedo però, chiediamocelo insieme.. è con noi Dio quando la nostra società vorrebbe rimandare indietro qualunque essere umano che sia povero e che cerchi rifugio?
E’ con noi Dio quando il meglio che una delle democrazie più importanti del mondo occidentale elegge un’icona della destra xenofoba, che simbolicamente incoraggia atteggiamenti d’odio e di intolleranza? E’ con noi Dio quando i nostri fondi pensione vengono utilizzati per la speculazione finanziaria troppo spesso a nostra totale insaputa? È con noi Dio quando per via della cosiddetta.. ogni giorno sentiamo di nuovi morti sul lavoro.. e molto spesso questi sono uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza, dalla fretta di finire l’ingaggio per poterne cominciare un altro.. uccisi dal lavoro nero.. molto spesso stranieri, molto spesso al primo giorno di lavoro..
E’ con noi Dio quando nel nostro bel paese si producono armi che noi mai useremmo, ma che altri bellamente usano per fare esplodere campi minati.. con bombe belle che sembrano giocattoli? È con noi Dio quando ci voltiamo dall’altra parte fingendo di non sapere che produciamo il farmaco che in altri stati serve ad eseguire la pena di morte.. E’ con noi… quando fingiamo di non vedere la povertà ovunque accanto a noi e la ignoriamo.. costantemente… anche quando si trasforma in guerra violentissima tra poveri che non hanno nulla se non altra povertà da scambiare al banco dei pegni della sofferenza? Come avvenuto nei giorni scorsi al villaggio olimpico di Torino?
E’ con noi Dio quando un giorno sì e un giorno no viene uccisa una donna nel nostro paese? Ogni giorno vengono picchiate e sottoposte a violenze psicologiche e fisiche da parte di chi dice di amarle.
e soprattutto… se Dio è con noi.. facendo tutto ciò.. mi chiedo, insieme al profeta Michea… ma noi siamo con Dio? Siamo dalla parte del Signore che viene non accettato, senza posto per lui, senza uno status.. come i tanti e le tante bambini che pure oggi sono poveri, proprio come le donne e i bimbi respinti dagli abitanti di Gorino..
Siamo dalla parte del Potente che si schiera accanto agli oppressi? Lasciamo che il Suo Regno possa effettivamente accadere in mezzo a noi?
Gesù conosceva questa parola profetica.. e con quasi certezza posso affermare che visse la propria missione interpretando nella pienezza la figura messianica di cui parla il profeta Michea.. Gesù però andava anche oltre la parola profetica.. Il profeta annunciava l’avvento di un Messia terreno, che avrebbe dominato con giustizia, con rettitudine, che avrebbe cacciato l’oppressore.. e teneva anche conto del fatto che non sarebbe potuto accadere di punto in bianco, ma che ci sarebbe voluta una lunga ed accurata preparazione un lungo periodo di avvento.. proprio come quella che si svolge durante la gravidanza.. un periodo che sarebbe stato di attesa e anche di ansia e dolore prima della gioia e della pace, della riconciliazione, tra fratelli.. e tra popoli.
Un annuncio bellissimo comunque proprio per Israele che in quegli anni soffriva oppresso, tanto da esprimere la propria sofferenza con la metafora della donna sterile.. che non può aver figli.. metafora di colei.. che come Maria ed Elisabetta.. è impossibilitata a generare, per i motivi più svariati perché gli uomini sono morti in battaglia, perché è troppo giovane o troppo anziana.. o perché.. ha fame, o perché ha una patologia che le impedisce di generare.
Michea annuncia.. che la sterile partorirà, Israele è quindi la metafora della nuova nascita, della promessa che colei che doveva partorire, ma che non ha potuto, per via dell’oppressione umana, darà alla luce la vita, che la morte è vinta, che la speranza può rinascere, che c’è spazio per la fede e la felicità.
Una fede quella di Michea, che ancora oggi noi possiamo condividere.. in maniera anche ampia.. la condividiamo perché già abbiamo conosciuto, già sappiamo, che il Signore si è rivelato nella carne di Gesù che è nato come povero per il riscatto della povertà umana, è vissuto come giusto per riscattare chi soffre, si è rivelato come principe della pace, per portare la pace.. una fede che condividiamo perché aspettiamo ancora che il travaglio finale arrivi al compimento.. perché già abbiamo conosciuto, ma pure ancora attendiamo che il Regno di Dio accada pienamente in mezzo a noi.. ed è una fede che riconcilia, poiché questa attesa è già evento, la fede in Cristo ci accomuna con tutti e tutte coloro che leggono il Libro sacro e che pure attendono la venuta di Colui che porterà la Pace.
Amen

Past. Laura Testa

Ecumenismo: una necessità per i cristiani.

Protestantesimo, ecumenismo e pluralismo.

Per risalire allo spirito ecumenico che contraddistingue il protestantesimo contemporaneo, non è sufficiente analizzare la storia dell’ecumenismo a partire dagli inizi del XX secolo, periodo che ha visto la nascita e l’istituzionalizzazione di percorsi ed organizzazioni internazionali. Percorrendo la storia della Riforma e procedendo verso il passato, occorre superare le reciproche scomuniche tra chiese cristiane ed il clima di contrapposizione che – sebbene costitutivo all’interno della disputa teologica e della definizione identitaria della Riforma e del cattolicesimo post-tridentino- hanno originato spargimenti di sangue ed orrori, compiendo un reale tradimento del messaggio di Cristo. Arriveremo così all’origine del termine “protestantesimo” che oggi identifica le Chiese appartenenti al protestantesimo storico, luterane e riformate. Tale termine espresse la reazione -nel corso della II dieta di Spira del 1529- da parte di cinque principi elettori e di 14 città che avevano aderito alla Riforma, al ritiro da parte imperiale della concessione fatta nella dieta tenutasi tre anni prima. Essa prevedeva infatti che ciascuna autorità politica decidesse autonomamente se permettere o meno la predicazione evangelica. Una “protestatio”, corale quindi, che faceva seguito alla dichiarazione individuale di Lutero che a Worms nel 1521 rifiutò di ritrattare le sue affermazioni ed opere, in nome del primato e del vincolo della Scrittura. Una “protestatio” che identifica un atteggiamento di resistenza ed opposizione a leggi e norme che pretendono coartare o violare la coscienza dei singoli. Il protestantesimo racchiude quindi in maniera connaturata ad esso il concetto di libertà e di pluralismo. Non possiamo non vedere come anche quest’ultimo concetto sia intrinsecamente legato all’origine stessa del Cristianesimo. Già nella nascita e sviluppo della Chiesa primitiva si possono osservare le diverse tradizioni che la animavano. Limitandoci alla Siria e Palestina del I e II secolo si identificano cinque diverse tradizioni cristiane (1): quella dei detti (Fonte Q), quella Antiochiena, kerigmatica, dove probabilmente Paolo apprese molto dei contenuti della sua teologia, quella Giovannica, connotata da una fratellanza priva di gerarchie, quella giudeo-cristiana e quella gnostica. Rileviamo anche le differenze tra una Chiesa gerarchica, episcopale, quella che vinse potremmo dire, quella degli Atti e quella che originò il quarto Vangelo, per non parlare delle differenze tra il cristianesimo paolino e quello gerosolomitano. Non possiamo dimenticare inoltre che abbiamo due testamenti, quattro Vangeli e che sebbene da Marcione a Taziano si sia spesso cercato di conciliare le differenze, tali tentativi non hanno mai raggiunto lo scopo di uniformare un messaggio che si presenta articolato e ampio. Diversità che nasce anche sulla base di un ebraismo che è plurale e che quindi , nelle sue diverse manifestazioni, ha influito sui primi circoli cristiani. Potremmo pensare –ad esempio- al fariseismo della scuola di Hillel , piuttosto che non all’ebraismo ellenistico. In poche parole il pluralismo è caratteristica sia del cristianesimo che del protestantesimo .

Diversità ed unità nel protestantesimo.
La diversità come dato di fatto quindi e nel contempo la chiamata all’unità . Come conciliarle? Ecco la rilevanza della Scrittura che in Paolo (Ef. 5,4 ss.) ci ammonisce:  “Noi crediamo la Chiesa una, perché uno è il Signore, una la fede, uno il battesimo, uno l’Iddio, padre di tutti”. Di conseguenza potremmo dire che l’ecumenismo è necessario perché “Dio lo vuole ” (2). In seno al mondo protestante ed evangelico in generale, le due tensioni, diversità ed unità si sono costantemente presentate, stante la capacità ed il desiderio di confrontarsi con la contemporaneità. “Il protestantesimo ha in generale cercato di immergersi nella corrente, di rischiare sé stesso nella storia. Era stato così anche nei secoli precedenti: l’ecclesiologia protestante favorisce un confronto serrato tra la parola biblica e le sfide del tempo…” (3). D’altro canto , nel contempo “Tutta la dottrina della Riforma, a prescindere dalle singole confessioni di fede, potrebbe essere riassunta nelle seguenti espressioni latine: , Sola Fide, Sola Gratia, Solus Christus, Sola Scriptura.” (4). Altre caratteristiche portanti sono: l’adesione ai credo ed alle formule come espressi nell’Apostolico (contenete espressioni risalenti al II secolo) e nei concili del IV e V secolo (Niceno-Costantinopolitano del 381 e di Calcedonia nel 451); la collegialità (rivoluzionaria nel XVI secolo l’abolizione o il ripensamento della figura del vescovo; una costante attenzione alla necessità del cambiamento (Ecclesia semper reformanda); le confessioni di fede: Augustana , Elvetica, i 39 articoli anglicani… .
Unità espressa in maniera mirabilmente concisa ed efficace nelle tre confessioni appena citate: La chiesa di Cristo è dove il Vangelo è rettamente annunciato e i sacramenti correttamente amministrati. Diversità nelle forme e spiritualità delle famiglie confessionali e delle denominazioni, come anche nei modelli ecclesiali: episcopale, presbiteriano, congregazionalista. Nel protestantesimo possiamo rilevare cinque famiglie confessionali: luterana, riformata, anglicana, battista, metodista. Movimenti di risveglio, rispondenti sul piano teologico all’azione dello Spirito, su quello sociale alla necessità di rivitalizzare il cristianesimo spesso ingessato in Chiese ormai dominanti. Spiccano tra essi il battismo, il pietismo tedesco, il metodismo. Assistiamo inoltre a correnti trasversali alle varie denominazioni: ecumenico, carismatico, evangelicale.

Documento del sinodo valdese sull’ecumenismo (1998)
Il movimento ecumenico , per propria natura nasce quindi in seno al protestantesimo. Urgente agli inizi del XX secolo la necessità di confrontarsi a fronte dei nuovi quesiti imposti dall’attività missionaria. Non a caso fu nel 1910 , in occasione della conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, che si iniziò un cammino che portò poi alla creazione di quelle organizzazioni accomunate dalla necessità di arrivare all’unità visibile della chiesa: nel 1948 il CEC (consiglio ecumenico delle chiese), nel 1959 la KEK, (conferenza europea delle chiese), nel 1973 la CPCE (commissione delle chiese protestanti in Europa-concordia di Leuenberg) per arrivare infine ad un documento condiviso anche con la chiesa cattolico-romana (Charta Oecumenica, 2001) .
In questo contesto la Chiesa evangelica valdese, tramite il suo sinodo (delle Chiese valdesi e metodiste), produsse nel 1998 un documento in grado di affrontare in maniera organica il tema ecumenico, dalle motivazioni, allo stato dell’arte delle relazioni con le altre chiese, fino agli obiettivi e linee guida.
Chiarendo immediatamente nel preambolo come l’ecumenismo sia rispondente alla Parola che richiama ad un solo corpo, un solo Spirito un solo Signore (Ef. 4,4-6), il documento evidenzia come la cristianità si sia divisa più volte e come la varietà e la diversità facciano parte della natura stessa della Chiesa una, in quanto esse sono caratteristiche umane: Il fatto stesso che nella Bibbia si abbiano diverse concezioni e teologie illustra tale concetto, rilevando come siano illustrati i molteplici aspetti di una unica realtà e verità : la rilevazione di Dio in Gesù. L’uniformità infatti contraddice l’azione dello Spirito che si manifesta nella varietà dei doni. La Chiesa come corpo di Cristo non è divisa, perché Cristo non è diviso (1 Cor 1,13), è la Chiesa come realtà storica e umana ad essere divisa. Interessante in questa sezione come alcuni termini identifichino l’atteggiamento adeguato al percorso ecumenico: Chiese che sinceramente desiderano manifestare unità, che hanno iniziato un cammino di pentimento e rinnovamento, imparando ad accogliersi gli uni gli altri, non ignorando e banalizzando le divisioni, consapevoli che nessuna chiesa esaurisce la “pienezza di Dio” (Ef, 3,19). Senza perdere di vista che la principale ragione dell’ecumenismo è che “il mondo creda” (Gv, 17,21). Nei rapporti con le altre chiese evangeliche sono evidenziati i passi compiuti in Italia : la nascita del consiglio federale delle chiese evangeliche nel 1946, la rubrica televisiva “protestantesimo”, la società biblica in Italia (interconfessionale dal 1983), il programma “essere chiesa insieme” promosso dalla federazione delle chiese evangeliche in Italia, il patto di integrazione nel 1979 delle Chiese valdesi e metodiste, in piena comunione con l’unione cristiana evangelica battista d’Italia. Si riportano anche gli elementi di diversità: l’interpretazione del testo biblico (storico-critico nella Chiesa valdese), le scelte etiche (ravvisando nella Chiesa valdese la stretta unione tra responsabilità verso gli esseri umani e comandamento dell’amore, nello spazio della libertà di Cristo ). Diversità che non impediscono un rapporto di fraternità non essendo intaccato il centro della confessione di fede. Nei rapporti con le Chiese ortodosse si sottolinea come il movimento ecumenico rappresenti un importante terreno di incontro, con particolare riferimento al Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) ed alla Conferenza delle Chiese Europee (KEK). L’ortodossia , che può essere considerata la forma più antica di cristianesimo, avendo ben salde le origini nella Chiesa sub-apostolica e nei padri della Chiesa, si caratterizza per la fedeltà alla Chiesa del primo millennio . Vi sono importanti affinità e diversità tra Chiese riformate ed ortodosse. Si pensi alla valorizzazione del laicato ed alla conciliarità come elementi di unione e alle diverse nozioni di apostolicità con le relative ricadute sulle concezioni di ministero e sacramento. Si sottolinea l’urgenza di un maggiore incontro a livello nazionale tra Chiese riformate e ortodosse. Un ampio spazio –com’è naturale che sia per il paese che racchiude al suo interno lo Stato del Vaticano- viene dedicato ai rapporti con la Chiesa cattolico-romana. Verità cristiane fondamentali sono pienamente condivise: la concezione trinitaria di Dio, la fede in Cristo vero Dio e vero uomo; altre sono comuni ma interpretate diversamente: la Cena del Signore, il ministero, considerati devianti rispetto alla fede cristiana. Esplorando ciò che unisce protestanti e cattolici romani non possiamo prescindere dal nome di Gesù come unico salvatore, dalla fede in Dio, rivelatosi in Israele ed in Gesù di Nazareth, confessato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Nella Scrittura, sia Antico che Nuovo Testamento, (nonostante alcune differenze nel canone dell’AT) entrambe le confessioni riconoscono la testimonianza che Dio rende a sé stesso per mezzo di profeti, apostoli e testimoni, soprattutto attraverso l’insegnamento, la vita , la morte e resurrezione di Gesù. Condivisi anche i criteri essenziali della fede -come espressi dal credo niceno-costantinopolitano e dalla formula di Calcedonia- ed il battesimo d’acqua (anche se le rispettive teologie differiscono in alcuni punti). La Cena del Signore e l’Eucarestia pur celebrando uno stesso sacramento istituito da Cristo e riconosciuto da entrambe le confessioni, sono interpretate diversamente sul piano della presenza di Cristo (transustanziazione vs. presenza spirituale) e del valore sacrificale riconosciutole in ambito cattolico. Principali punti di divisione ruotano attorno a due poli: ecclesiologico ed etico. Il primato della Scrittura per la Riforma ed il valore paritario della tradizione e del magistero per il cattolicesimo. La giustificazione per grazia mediante la fede non è più elemento di forte divergenza come in passato (con riferimento alla cooperazione alla grazia del concilio di Trento) ma viene inficiata dalla teologia dei meriti e dell’intercessione dei Santi e delle indulgenze. La comunione gerarchica cattolica si oppone alla comunità di fratelli riformata come –rispettivamente- una chiesa sacramentale è diversa da una kerygmatica. Due sacerdozi (l’uno gerarchico, l’altro universale) , differenti nella loro essenza contrastano con Il sacerdozio universale dei credenti professato in ambito riformato. Spiccano inoltre come elementi di difformità il ruolo del papato, la mariologia e l’etica dove le posizioni tra magistero cattolico e pensiero protestante sono molto diverse , a partire dalla “legge naturale” cui si richiama la morale cattolica. La rivendicazione da parte cattolica di una successione apostolica storica e al sua ricaduta sacramentale ed ecclesiologica limitano grandemente il riconoscimento della Cena del Signore come sacramento e delle chiese nate dalla Riforma come chiese vere e proprie. Significativo che proprio la Santa Cena, incondivisa, la tavola che dovrebbe accogliere per eccellenza, dove anche Giuda trovò posto , sia appunto motivo di divisione.  Le proposte ecumeniche vertono sui modelli di “comunione conciliare” e di “diversità riconciliata”. Si intende nel primo caso una comunione di chiese locali dove ognuna, in comunione con le altre, possiede la piena cattolicità e riconosce alle altre la piena appartenenza alla stessa chiesa di Cristo, nel secondo le diversità non vengono annullate ma viste alla luce dello Spirito che offre “una varietà di doni “, consapevoli che la Chiesa di Cristo è una e pluriforme. Nei rapporti con l’ebraismo si riconoscono le colpe della teologia del disprezzo e della sostituzione, evidenziando come , in base alla testimonianza biblica, il rapporto tra Chiesa e Israele si ponga su un piano diverso da quello con le altre religioni. Nei rapporti con l’Islam si rilevano gli elementi comuni delle religioni abramitiche ma anche come la questione della libertà religiosa emerga in occidente e nei paesi islamici. Nei rapporti con le altre religioni viene riportato come il CEC parli di fedi viventi come di esperienze vissute da credenti. Si riconoscono elementi di verità e santità presenti e operanti nelle altre religioni ma si afferma che Gesù è il Rivelatore di Dio, la Via, la Verità e la Vita per tutta l’umanità, il solo nome “dato agli esseri umani per il quale possiamo essere salvati” (Atti 4,12). Se quindi modi di impostazione del dialogo ecumenico quali quello del Cristo come “una delle vie” che conducono a Dio o quella del “Cristo più grande” non vengono condivise dal sinodo, si riconosce tuttavia che esistono aspetti della pienezza di Cristo sconosciuti ai cristiani e di cui dobbiamo essere consapevoli perché Gesù è più grande della nostra intelligenza e di quella della fede, convinti che l’Evangelo è e resta buona notizia per ogni creatura, benedizione da trasmettere, dono da condividere.

Alessandro Serena

 

 

  • Redaliè Y., “Unità e diversità nel Nuovo Testamento”, in “Le origini del Cristianesimo”, a cura di Penna R., Carocci editore, Roma 2004, par. 8.5.
  • Ferrario F., tratto da “Giubileo ed ecumenismo. Occasione o inciampo?”, a cura di Giampiccoli F., Claudiana, Torino 1999, p.7.
  • Ferrario F., Gajewski P., “Il protestantesimo contemporaneo”, Carocci editore, Roma 2007, pos.38 versione e-book Kindle.
  • Ivi, pos.1302 versione e-book Kindle.

Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità: parliamone.

Giovedì 8 dicembre 2016, presso la chiesa valdese di Verona di via Duomo, angolo via Pigna, con inizio alle ore 15.45 si terrà un incontro sul tema: “Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità”.  

Dopo una breve introduzione biblica a cura della Pastora Laura Testa, l’argomento sarà trattato da Paola Schellenbaum, membro della “commissione famiglie” della Chiesa evangelica valdese – Unione delle Chiese metodiste e valdesi e seguito da una trattazione dei temi tra i partecipanti e da un un momento conviviale.

La commissione, su incarico della Tavola valdese ricevuto nel 2011 ha -dopo  quattro anni di lavoro- elaborato e presentato il “documento sulle famiglie”, pubblicato in occasione del sinodo valdese del 2015, affrontando così pienamente il tema della comunione di coppia e della vita familiare , nelle diverse forme e configurazioni che la società moderna ci offre.

Il documento riconosce infatti che  “la famiglia è un costrutto sociale e culturale inserito nella storia ed in divenire, non un concetto atemporale” , portando la riflessione  sul fatto che  “Le nuove forme di famiglia sono a volte percepite come una messa in crisi della cosiddetta «famiglia tradizionale», in realtà possono essere un contributo alla riflessione sulla vocazione dei/ delle credenti: si creano così le condizioni per vivere tutte le forme di famiglia in modo cristiano.” Troviamo allora nel testo l’apertura “anche ad altre forme di convivenza duratura, alle seconde nozze, alle famiglie immigrate, alla genitorialità nelle sue diverse articolazioni quali la monogenitorialità, la genitorialità sociale nei casi di famiglie ricomposte o adottive, la cura di soggetti deboli o non completamente autonomi, la convivenza di più generazioni.”

Lo spirito che anima il documento e che è alla base dell’incontro di giovedì prossimo è quindi quello dell’accoglienza, dell’amore, del perdono, secondo l’insegnamento di Chi ha detto: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo.” (Mt 11,28) .

Documento integrale sulle famiglie:

doc_famiglie2015