Accogliamo i segni del Signore! – Predicazione della Vigilia di Natale

LETTURE BIBLICHE: Isaia 7,13-15, Matteo 1,18-25, Ebrei 13,1-2

13 Isaia disse: «Ora ascoltate, o casa di Davide! È forse poca cosa per voi lo stancare gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio? 14 Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. 15 Egli mangerà panna e miele finché sappia rigettare il male e scegliere il bene.
Isaia 7,13-15

18 La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 20 Ma mentre aveva queste cose nell’animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. 21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».
22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio,al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi». 24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù.
Matteo 1,18-25

1 L’amor fraterno rimanga tra di voi. 2 Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli.
Ebrei 13,1-2

Oggi vorrei cercare di capire insieme a voi cosa possa aver significato la realtà e la concretezza dell’Incarnazione per coloro che l’hanno vissuta da vicino, nel momento storico in cui probabilmente essa non appariva affatto come un evento diverso da molti altri. Diamo per scontata per un attimo, ma solo per un attimo, la nostra fede nel fatto che quel bimbo nato a Betlemme fosse il Figlio di Dio, lui stesso Dio incarnato per noi. Diamolo per scontato e cerchiamo di immaginare cosa questo evento può aver significato per gli altri attori di questa vicenda, per Giuseppe e per Maria. In Luca la protagonista è Maria, una giovane donna che incontra un angelo e che accetta con fiducia e con fede il piano che il Signore le annuncia. Non ha una parte attiva, nel senso stretto del termine, ma accoglie la decisione del Signore e con ciò diventa un modello di obbedienza nella fede per l’intera cristianità, anche per noi evangelici, anche se nell’ansia di distinguerci dai cattolici, talvolta ce ne dimentichiamo. Giuseppe è sullo sfondo, un po’ come alcune statuine del presepio: ha un ruolo definito, ma in un certo senso non ha personalità. Maria accetta con fiducia il piano che Dio ha per lei e obbedisce con gioia. Rispondere a Dio, in questo caso, significa mettersi in ascolto e accettare le decisioni del Signore, anche quelle incomprensibili, o inaccettabili.

In Matteo, invece, è Giuseppe ad essere il protagonista ed è tutt’altro che passivo: egli si trova di fronte a una decisione molto difficile, davvero molto, in quanto la sua fidanzata, la bella e giovanissima Maria gli ha comunicato che è incinta, pur non avendo ancora conosciuto uomo. Giuseppe non sa cosa fare: non vuole esporre ad infamia la sua promessa sposa, ma probabilmente non vorrebbe più neppure quella sposa e soprattutto il suo bambino. La Legge gli impone di ripudiarla: se ama più Dio che la sua giovane fidanzata, deve ripudiarla, ma Giuseppe, dice il nostro testo, è un uomo giusto, e quindi non vuole esporla a infamia e pertanto decide di lasciarla segretamente. Indubbiamente Maria non si salverà comunque, essendo incinta, situazione che non potrà nascondere a lungo, ma il suo fidanzato cerca, per quanto può, di proteggerla. Giuseppe, badate bene, non sa ancora di essere un tassello nella storia della salvezza, è un uomo qualsiasi, un falegname a cui è cascato il mondo addosso. Come credere a Maria? Come accogliere questo evento straordinario ed incomprensibile? “Ma – dice il nostro testo – mentre aveva queste cose nell’animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno.” e l’angelo gli conferma le parole di Maria e gli chiede di non ripudiarla, ma di tenerla con sé. Tutto ciò avvenne perché si adempisse quello che Isaia, il profeta, aveva detto: Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.
Un segno. E che segno! Certo sublime, straordinario, ma difficile da capire, da accettare, da accogliere. Unico nel suo genere, ma non unico in assoluto, perché il Signore ha continuato a mandare i suoi segni. Cosa fare di fronte ad essi? Come riconoscerli? Come rispondere a un Dio che talvolta chiede qualcosa di incomprensibile, o forse addirittura di inaccettabile?
Giuseppe accoglie il volere del Signore, anzi, in primo luogo lo riconosce come tale e poi, di conseguenza, agisce. Sa che ha sognato un angelo e gli obbedisce. Faremmo anche noi la stessa cosa? Di fronte a una richiesta incomprensibile come quella che ha ricevuto Giuseppe, come reagiremmo?

Tutti starete pensando che la vicenda di Giuseppe è talmente estrema, che non è possibile confrontarsi con essa. Come collocarla nella nostra esistenza? Cosa significa per noi, oggi, la straordinaria vicenda di cui Giuseppe è stato protagonista? Certo è la nascita di nostro Signore Gesù Cristo, ma questo evento in sé, questo evento straordinario, cosa significa per noi oggi? Ci indica un percorso che può riguardare anche noi, qui, in Italia, in Europa, nel nostro mondo? Io dico di sì, perché penso che il Signore abbia continuato in tutti questi secoli ad operare al nostro fianco e ci abbia chiesto via via di riconoscere la Sua volontà. A volte sembra facile, ma spesso non lo è: non è facile riconoscerla come volontà del Signore e ancora meno operare di conseguenza. Proviamo per un attimo ad immaginare una situazione diversa da quella di Giuseppe, ma dove il Signore ci interroga e ci chiede prima di avere fiducia in Lui e poi di operare.

Pensiamo per esempio ad una tragedia che ci è molto vicina, di cui sentiamo parlare spesso, ma dalla quale molti di noi cercano di non farsi troppo coinvolgere. Sto alludendo a tutti i fratelli e le sorelle, i bambini, gli uomini e le donne che cercano di arrivare in Europa attraverso il Mediterraneo. Uomini, donne e bambini che certamente non sono partiti dai loro Paesi per il piacere di viaggiare, non sono partiti affrontando un percorso facile e comodo. No, hanno fronteggiato mille pericoli e tantissima fatica per arrivare fino alle rive del Mediterraneo. Cosa stanno cercando? Cosa pensano di trovare? Cosa li spinge ad affrontare tutto questo? Io credo che partano perché sono disperati. Chi di voi affronterebbe a cuor leggero l’attraversata del deserto del Sahara con mezzi di fortuna? Chi si farebbe maltrattare pur di arrivare al mare? Chi sottoporrebbe i propri figli a rischi enormi? Solo delle persone disperate, solo delle persone che non hanno prospettive neppure un po’ migliori, oppure persone che sono state imbrogliate, persone a cui è stato fatto credere che spendendo una certa cifra si può arrivare, magari con un po’ di fatica, ma si può arrivare in Europa. Persone che hanno creduto che in Europa avrebbero trovato una casa, un lavoro, un’accoglienza. Oppure persone che hanno davanti a sé una sola alternativa: la morte. E che quindi rischiano il tutto per tutto. Tanto, l’unica alternativa sarebbe la morte.
A persone che partono con questo fardello sulle spalle noi cosa rispondiamo? Se siamo italiani cosa facciamo? Se siamo immigrati a nostra volta, cosa facciamo? Cosa pensiamo?

Ecco, io credo che preparandoci al Natale dovremmo riflettere sul fatto che di fronte a questa enorme richiesta di aiuto, di fronte a questa sfida, noi siamo per lo più capaci di sollevare dubbi e questioni: alcune forse anche valide, validissime, almeno dal nostro punto di vista, ma che forse non sono la risposta che il Signore si aspetta da noi, che si aspetta da persone che vogliono praticare l’amore perché si sentono figli e figlie di Dio. Mentre siamo nelle nostre case, con le nostre famiglie, il Signore ci chiede di pensare a coloro che una casa non ce l’hanno e che vivono lontani dalle loro famiglie. Il Signore ci chiede di scardinare il nostro modo di pensare e di aprirci al nuovo che ci viene incontro. Vorrebbe che ascoltassimo l’angelo che ci chiede di accogliere la volontà del Signore, in modo obbediente come Maria o agendo attivamente come Giuseppe, perché anche noi, come quelli della casa di Davide, dovremmo ascoltare Isaia quando ci dice:

«Ora ascoltate, o casa di Davide! È forse poca cosa per voi lo stancare gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio? 14 Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. 15 Egli mangerà panna e miele finché sappia rigettare il male e scegliere il bene. (Isaia 7,13-15).

Che il Signore ci doni la capacità di rigettare il male e, seguendolo, di scegliere il bene. Amen!

Erica Sfredda

predicazione del culto di Natale, 25 dicembre 2017

LETTURA BIBLICA: 1 Giovanni 3, 1-6

Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2 Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand’egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è. 3 E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com’egli è puro. 4 Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge. 5 Ma voi sapete che egli è stato manifestato per togliere i peccati; e in lui non c’è peccato. 6 Chiunque rimane in lui non persiste nel peccare; chiunque persiste nel peccare non l’ha visto, né conosciuto.

SERMONE:

Carissimi fratelli e sorelle, oggi noi celebriamo il Santo Natale, probabilmente la festa più bella che la Chiesa celebra: la festa che avviene nel cuore dell’inverno e che riscalda i cuori ed unisce le famiglie. Ci siamo però chiesti che cosa è il Natale, cosa è che noi veramente celebriamo? La data prima di tutto è importante, dovendo spiegare a un bambino il giorno di Natale è quasi ovvio dire che è il compleanno di Gesù.. cosa in realtà non vera, perché il 25 dicembre fu scelto poiché in esso si celebrava il solstizio d’inverno e la festa del Sol invictus, Mitra, che rinasceva a nuova vita, ed era anche il periodo in cui si celebravano i Saturnali. Il Natale di Cristo è quindi la celebrazione del dono di Dio che scende fino a noi per salvarci. Coloro che credono in Cristo non hanno più bisogno di compiere i riti legati ai culti misterici con i sacrifici di sangue al procedere delle stagioni: il vero sole, che fa sorgere l’alba di un giorno nuovo è in realtà il Signore Gesù, Redentore e Salvatore del mondo. A questo proposito il prof. Enrico Benedetto sull’ultimo numero di Riforma scrive che il Natale è un innesto, ma che è anche un innesco. Un innesto, perché non è il compleanno di Gesù che si celebra, ma è la sostituzione di un pensiero ad un altro, di una fede con un’altra maggiormente radicata e più forte in quella già preesistente in Mitra ma dall’altra parte non è solo un innesto è anche un innesco che fa nascere una consapevolezza nuova: il Natale è la festa della nascita di un uomo, di un corpo, che è veramente Dio che assume la realtà umana, che si rende simile (per dirla come la prima Giovanni) a noi. Dio decide di entrare nella storia umana non più come uno spettatore o come una potenza ex machina che agisce fuori campo in maniera sovrannaturale. Dio prende corpo, prende parte, compartecipa ai nostri drammi, alle nostre passioni, alle nostre gioie, e anche alle nostre piccole e grandi delusioni e disillusioni umane. Il Signore Iddio s’incarna e nasce e questa nascita è la testimonianza incontrovertibile della vita di Gesù che muore sulla croce per i nostri peccati. Non è un fantasma quello che ci salva, non è una potenza mistica astratta, ma carne e sangue di un nato da donna. Questa nascita abilita tutti gli esseri umani ad essere chiamati figli e figlie di Dio. “Vedete con quanto amore ci ha amati?” dice il testo della prima Giovanni, l’amore di chi si spoglia dell’onnipotenza per farsi piccolo, per abbassarsi all’altezza nostra, per farsi ascolto della nostra umanità che fatica a vedere il bene. Vedete? Noi siamo figli di Dio, ma saremo simili a Lui si chiede l’autore … saremo simili a Dio seguendo la via che Egli ci ha manifestata e ci ha data da percorrere? Giovanni confuta un pensiero che allignava in alcuni membri della sua comunità: basta la visione di Cristo per “diventare” Cristo, proprio come avveniva durante i Culti misterici. Una simile idea fu poi usata anche nella Chiesa medievale, laddove al nascere delle grandi cattedrali non si potevano offrire le specie del pane e del vino a tutti e i teologi dissero che “bastava” la visione dell’eucarestia per prendervi parte. Questa idea non è quella di Giovanni, lui ha ben presente che Dio non si può vedere, perché non può essere compreso pienamente dagli esseri umani. La visione di Dio però è donata nell’amore di Cristo. La nascita di Gesù è la possibilità per tutti e per tutte di “vedere” l’amore di Dio e di partecipare ad esso. Vedere però non è conoscere, vedere non è necessariamente comprendere o anche aderire ad un progetto … la Visione non basta, è necessario anche “somigliare” a Cristo, ovvero porsi alla sua stregua, nella sequela e nel servizio. C’è un tempo che intercorre tra questa nascita umana di Dio e la nostra nascita a Dio ed è il tempo della croce. Abbiamo infatti bisogno di rinascere in Cristo a Dio, per essere creature nuove in lui. Nella tradizione cristiana antica il giorno di Natale si celebrava un Culto particolarissimo, che cominciava alla vigilia e continuava fino al giorno successivo. I neofiti che si apprestavano a divenire cristiani vegliavano in preghiera tutta la notte e il giorno di Natale ricevevano il Santo Battesimo e con esso il perdono da tutti i peccati. L’adesione a Cristo è simbolicamente il lavacro da tutti i peccati, e molto presto nella tradizione si diffuse l’uso di farsi battezzare verso la fine della vita in modo da ottenere il perdono dei peccati, uso che venne presto sostituito dal battesimo dei bambini come ingresso simbolico nella comunità cristiana. La speranza cristiana risiede proprio nell’incarnazione, proprio in questa nascita corporea … il soggetto dell’amore è anche un oggetto d’amore, Colui che mi offre il suo amore salvifico mi chiama anche all’amore, insegnandomelo e donandomi la possibilità di amare. L’amore di Dio in Cristo è la speranza del credente, speranza fondata che cambia radicalmente la nostra vita e la nostra mentalità. Questa conversione è già la remissione del peccato, perché indirizza nuovamente l’esistenza verso il bene. La redenzione e l’adesione a Cristo permettono quindi una esistenza di constante santificazione del credente. Il peccato è invece la manifestazione della distanza da Dio. Come ci rapportiamo noi con questa Parola? Siamo anche noi senza peccato? Certamente no, la nostra umanità ne è intrisa ma in Cristo nostra speranza il nostro peccato è perdonato e la nostra vita è rinnovata per sempre. Gioiamo allora per il bell’annuncio del Natale e accogliamo la possibilità che Egli ci offre: una vita in cui possiamo spezzare il pane con chi non ne ha, in cui possiamo prestare ascolto a chi ha il cuore spezzato, dare aiuto a chi non sa fare da solo, fasciare le ferite di chi è malato, fare il bene e riconoscere Cristo nell’altro e nell’altra figlio e figlia di Dio come noi.

Amen.

Past. Laura Testa

La venuta del Regno – Predicazione di domenica 10 dicembre – 2a di Avvento

Lc 21,25-33

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde; 26 gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo; poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria grande. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina». 29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

SERMONE

Nella seconda domenica di avvento il lezionario ci propone un brano non facile, che non è immediato per le orecchie di noi donne e uomini del XXI secolo. Parla di eventi sconvolgenti, cataclismi che si sarebbero dovuti verificare a breve per la generazione del I secolo che leggeva questi passi. Sappiamo che le prime comunità cristiane attendevano l’imminente e potente venuta del Signore e sappiamo che ben presto si dovettero confrontare con una realtà che non vedeva Gesù apparire sulle nubi e stravolgere l’ordine costituito, lo schema , la figura di questo mondo come lo chiama l’apostolo Paolo . Eppure, al termine del brano è chiaramente riportato : “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”: si tratta di parole eterne. Quindi a cosa siamo di fronte, al più grande fraintendimento della storia o a qualcosa che ci parla oggi, proprio perché le parole di Gesù non passano.

L’Evangelo annuncia segni terribili in grado di angosciare l’umanità intera, il mare, i flutti simboleggiano il male che avanza, in grado di spaventare, di atterrire, ma a fronte di questo si dichiara la futura venuta di Gesù. Futuro dunque ma improvvisamente il tono cambia si invita il lettore a fare qualcosa ora, subito: guardarsi intorno. Si passa dal futuro al presente. Osservate il germogliare degli alberi, -è scritto-cogliete i segni perché la liberazione è vicina. Futuro e presente si agitano in sostanza intorno a quello che è il fulcro del brano, il diamante risplendente che illumina questi versetti: “Il Regno di Dio è vicino” ! Siamo al cuore del messaggio di Gesù, Egli non ha fatto altro che annunciare il Regno in tutta la sua vita, con le sue parabole, con i suoi gesti pieni di misericordia, con l’invito a convertirsi, con la sua morte da schiavo, con la sua risurrezione.

Il Regno quando?

Allo stesso tempo presente e futuro : equivale al fatto che il Regno è nascosto e deve essere manifestato. Dio è eterno comprende in se passato presente e futuro. Quindi il Regno è presente! Il Regno di Dio, in un altro passo dell’Evangelo di Luca, ci viene detto, è in mezzo a voi. Nell’originale greco questo essere in mezzo intende esattamente il fare esperienza, il Regno non è meramente un pio desiderio per il futuro, non è esclusivamente una realtà che descrive il definitivo trionfo di Dio che verrà, è all’interno della realtà sperimentabile, è attuale, allora come oggi. Supera il tempo: dove c’è Dio c’è anche futuro, il futuro germoglia. La realtà di Dio contiene il futuro , Dio non può essere imprigionato nel nostro presente, non è chiuso circoscritto, delimitabile, con dei confini. Quindi il Regno è futuro. Nell’Evangelo si parla del Regno come un qualcosa tra il già e il non ancora per usare una celebre espressione Quindi il Regno è il futuro che avanza nel presente, è l’influsso del futuro sul presente; è certamente oggetto dell’attesa, ma nella preghiera e nella realtà, in alcune realtà, futuro e presente si toccano.

Il Regno dove?

Dove? Dove vi è liberazione. Il Regno è intervento di liberazione, è scritto chiaramente nel brano, liberazione dallo schema , dalla figura di questo mondo , come dice l’apostolo Paolo; è luogo dove allora le regole di questo mondo non valgono più, dove sono scardinate le logiche disumanizzanti della società del più forte o del più ricco o del più violento. Il Regno è il no radicale di Dio alla sofferenza umana, è la benevola, amorevole volontà divina, che non è però disgiunta dal giudizio, dal monito severo verso chi si oppone alla liberazione del prossimo, Dio giudica i rapporti disumanizzanti.

Il Regno è di Dio, non è delle chiese non è di organizzazioni, è di Dio! Lo capiamo perché tutte le parabole di Gesù che annunziano il Regno trattano di scene di vita quotidiana, nella profanità: un contadino che semina, una donna che impasta il lievito, un mercante di perle che trova quello che cercava e non ci sperava più, un uomo che nel suo campo trova un tesoro, un pescatore che tira le reti a riva. Cosa molto dimenticata: il Regno di Dio è laico, non appartiene all’universo religioso . Dio colloca il Regno nello spazio laico, nello spazio umano, nello spazio di tutti. Non si nota, è nascosto, sarebbe facile dire: “Il Regno è nella chiesa”, perfetto allora siamo a posto, in pace. Invece no! Il Regno è dove il mondo, la società, le persone, la comunità di fede, i singoli di ogni cultura e religione, credenti o atei o areligiosi, diventano sorgente di trasformazione per spezzare catene, sollevare i sofferenti, curare e consolare. E noi cristiani allora? Per noi cristiani il Regno è Gesù, è la sua persona, il Regno è quindi la sequela, seguirlo, ieri come oggi. La comunità cristiana allora deve contestare, ribellarsi contro il carattere che pare definitivo e ineluttabile delle regole del gioco del mondo. Perché? Perché siamo servi, prigionieri della Parola per dirla con Lutero e quindi liberi di non stare a queste regole del gioco.

Il Regno, e noi?

Il Regno non è opera nostra , allora cosa possiamo fare? Liberare Dio dalla prigione religiosa, abbiamo bisogno di un Dio che spazia nel mondo profano, dobbiamo essere portatori sani di questo virus che ci ha contagiati che fa parte di noi, che però non fa ammalare ma che libera.

Essere strumenti della libertà che solo il Dio che viene può donare, attraverso tre elementi: guarigione, pane, Parola.

La guarigione Gesù risanava, guariva. Sappiamo che il verbo greco usato nei Vangeli, tradotto con guarire è traducibile anche con il termine curare. La cura è una forma di guarigione. Il Regno di Dio è vicino dove ci si prende cura dei malati, nel corpo e nello spirito. Tante guarigioni riguardano gli indemoniati, sono profezie del Regno che è il luogo in cui i demoni sono scacciati. Viviamo in una società indemoniata, basti pensare al demonio della violenza, Gesù era un profeta disarmato, pensiamo ai testimoni della non violenza, Ghandi, Martin Luther King, ma anche venendo al quotidiano, a chi non reagisce ma non demorde di fronte alla violenza di ideologie che pensavamo sepolte e che sempre più spesso si presentano dove si lavora per la pace e per l’integrazione. Oppure il demonio della menzogna, dove tra proclami politici, messaggi ingannevoli, fake news, la comunicazione è come mai in passato oggetto di strumentalizzazione del prossimo e non di liberazione. Pensiamo inoltre al demonio del possesso che riguarda tutti, tutti noi.

Il pane quotidiano, la prima domanda del padre nostro è: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, prima ancora del perdono. Assistiamo impotenti alla morte per fame. Dove il Regno è vicino accade la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Anche la prima lettura, dal primo libro di Samuele lo racconta: Dio alza il misero dalla polvere, innalza il povero dal letame. E’ il rovesciamento del mondo la promessa di Gesù: molti ultimi saranno primi e molti primi saranno ultimi. Dio lo capovolge perché è costruito male, perché i primi sono sempre più primi e gli ultimi sono sempre più ultimi. Il senso non è creare una gerarchia rovesciata ma abolire le gerarchie, secondo la parola proibita di Dio: uguaglianza. Dove vi è uguaglianza, il Regno è vicino. La disuguaglianza è il contrario di quello che predica Gesù; lo vediamo ogni giorno. Pensiamo anche alla semplice parola extracomunitario: extra: al di fuori, stai fuori, mentre, come noi, è cittadino del mondo. Nei lager libici, nei campi che circondano l’unione europea, dove per una scellerata egoista politica europea si confinano esseri umani cui si nega la dignità e libertà. L’esclusione è il contrario di quello che fa Gesù.

La Parola: guarire e sfamare sono irrinunciabili per chi si professa cristiano, ma lo è anche testimoniare nell’annuncio, che è parte integrante delle nostre azioni. Noi agiamo non perché buoni, non lo siamo, ma come conseguenza naturale perché giustificati, perché dichiarati giusti da Dio, salvati dalla Sua grazia. Quale gioia, salvati, perdonati, accolti nel nostro peccato. Come non condividere questa gioia, enorme, abbondante, tracimante. “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi” è scritto nella prima lettera di Pietro. Potremmo aggiungere: O saremo evangelizzatori o non saremo nulla.

Il Regno e noi.

In conclusione il Regno è l’esistenza di chi non fa la grande storia ma delle persone con cui Dio scrive la sua storia. Gesù -ed il Vangelo di oggi lo dice chiaramente- ha posto i segni del mondo nuovo ed ha creato speranza. Noi, siamo chiamati a cogliere i segni e ad essere canne al vento, che si piegano docili al soffio dello Spirito, affinché Egli venga, perché il regno è la vita del mondo.

Amen.

 

Alessandro Serena

Festa dell’albero

Nelle chiese valdesi sparse nel territorio italiano, come pure in quelle metodiste e battiste, a ridosso del Natale si tiene la tradizionale Festa dell’Albero. A Verona, normalmente, la facciamo nella terza domenica d’Avvento, ma quest’anno si è dovuta anticipare alla prima, lo scorso 3 dicembre.
Si tratta della festa di Natale dei bambini: i piccoli della scuola domenicale, compresi in un’età che va dalla scuola materna alle medie inferiori, che durante l’orario del culto si appartano con i loro monitori per conoscere la Bibbia, diventano protagonisti della giornata con canti, a volte giochi o altre attività, e soprattutto con la tradizionale recita di Natale.
La giornata è stata tutta intera all’insegna di una festosa convivialità: dopo il culto e un’agape fraterna con piatti della tradizione italiana e ghanese, abbiamo accolto l’entrata dei pastori, degli angeli e delle altre figure del presepe, agghindati in stoffe colorate. Gli occhi emozionati e impauriti, il cuore che batte all’impazzata dei più piccini, la spavalderia dei più grandi, sono fonte di orgoglio e tenerezza per la comunità riunita insieme.

I piccoli salgono in cattedra e per un giorno raccontano ai grandi la bellezza di stare insieme ed il tesoro prezioso racchiuso nella storia sempre uguale e sempre nuova del bimbo nato a Betlemme, il mistero della Grazia che si fa essere umano, ma nella forma di un esserino tenero e indifeso che tutti vorremmo avere tra le braccia per cullarne il sonno. In quei momenti, noi grandi cerchiamo di guardare con gli occhi dei nostri bambini, con la loro purezza, la loro capacità di arrivare dritti al senso profondo e misterioso della venuta di Gesù, senza passare per la ragione; per avvicinarci a quel cambiamento che ci è prescritto in Matteo 18:3:

“se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”

È bello vedere questi due gruppi, i grandi e i piccoli, che si fronteggiano e si specchiano gli uni negli altri, due generazioni di una comunità che festeggia con gioia condivisa nella diversità e nella pluralità di età, tradizioni e lingue il rinnovarsi del patto con il comune Signore.

Enrico Parizzi

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Venerdì 1 dicembre ultimo appuntamento del ciclo di conferenze sulla Riforma

Venerdì 1 dicembre, con inizio alle ore 21 presso il tempio valdese di Verona (Via Duomo, angolo via Pigna), si terrà l’ultimo della serie di quattro incontri organizzati dalla chiesa valdese di Verona e dalla comunità evangelica luterana di Verona, in occasione del 500. anniversario della Riforma protestante.

Interverrà Mons. Franco Buzzi con la relazione dal titolo: “La Riforma dal punto di vista cattolico a 500 anni dall’evento”.

La partecipazione è  libera ed aperta a tutti.

Meraviglia per la promessa – Predicazione di domenica 4 Ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Giovanni 4,11-14; Giovanni 7,37-39

11 La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest’acqua viva? 12 Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» 13 Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; 14 ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna».
Giovanni 4,11-14

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno». 39 Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.
Giovanni 7,37-39

Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo avuto il piacere di accogliere e celebrare un battesimo stamattina, durante il Culto ci siamo ricordati che siamo interconnessi tra noi e con il Creato: non siamo soli, ma viviamo insieme agli altri e alle altre in una Creazione che non ci appartiene e che vogliamo custodire. Il battesimo è un rito d’acqua, e questa è proprio una delle risorse naturali che maggiormente rischiano di essere inquinate, depredate, e monopolizzate. L’acqua, simbolo potente di vita, veicolo della nascita che sempre più frequentemente diventa metafora di morte per i molti che fuggono attraverso il canale di Sicilia. Pure nella Bibbia l’acqua porta con sé una certa ambivalenza: La sua abbondanza è fonte di vita per la terra e quindi di benedizione da parte di Colui che è il datore della vita. La sua scarsità è segno invece della riprovazione, del giudizio di Dio, pericolosamente prossimo alla maledizione. La ribellione contro Dio e l’insensatezza umane nel rapporto distorto nei confronti dell’ambiente è una delle cause della penuria e dell’inquinamento dell’acqua. Essa contiene in sé la morte e la vita: I cieli chiusi della grande siccità sono sentiti nella predicazione profetica come il giudizio di Dio contro l’idolatria. Non è però soltanto nella mancanza d’acqua che si manifesta il castigo di Dio per l’infedeltà umana. Anche il fatto che si sia costretti a “bere acqua dietro pagamento” è conseguenza del peccato (Lament. 5,3-7). D’altra parte sappiamo che lo scatenarsi delle acque è ancor più distruttivo della penuria e della siccità. Così Israele sentiva la minaccia delle grandi acque dell’abisso (Sal. 107,23-32), delle acque profonde in cui si rischia di sprofondare (Giona 2,4). La liberazione dal pericolo mortale è quindi insieme la confessione di fede del credente riconoscente e la promessa di Dio al suo popolo riscattato. La simbologia negativa dell’acqua si estende al Nuovo Testamento, in particolare per ciò che riguarda il mare che rappresenta la forza del male e della morte. L’essere gettato in fondo al mare sarebbe il male minore per chi è motivo di scandalo per la fede dei semplici (Mt. 18,6-7). E nel mare, nella distruzione totale espressa dal verbo “perire”, finiscono i porci invasati nella storia della guarigione dell’indemoniato di Gadara (Mt. 8,32). All’acqua è connesso il giudizio per il suo potere inesorabile e distruttivo, ma il NT presenta la prospettiva della vittoria sul male e sulla morte proprio in riferimento al mare: Gesù è colui che davanti a spettatori stupefatti dimostra di avere il potere di sgridare i venti e il mare calmando la burrasca (Mt. 8, 23-27). Egli si presenta ai discepoli camminando sul mare (Mc. 6,45-52), anticipando in questo gesto la sua vittoria sulla morte. Anche l’Apocalisse usa questa identificazione del mare con la morte annunciando “un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più” (Apc. 21,1). Con il dono di Cristo e la fede in lui l’acqua è fonte di vita: la vita viene dall’acqua, secondo la parola creatrice, Dio stesso è “sorgente d’acqua viva”. Dio è colui che ha pietà degli esuli e “li condurrà alle sorgenti d’acqua”. E al di là di questo, a tutti è rivolto il generoso appello: “O voi tutti che siete assettati, venite alle acque” (Is. 55,1). Nell’Apocalisse l’Agnello che siede sul trono pascerà gli eletti e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita e a chiunque ha sete promette di dare “gratuitamente della fonte dell’acqua della vita”. L’acqua accompagna la storia del popolo eletto e la storia dei credenti tanto che pure l’evangelo di Giovanni ripetutamente parla di “fiumi d’acqua viva” non solo per dissetare, ma anche come occasione per diventare fonte d’acqua di vita eterna per altri (Gv. 4,13-14). E ciò che così è detto in privato alla Samaritana, è ripetuto da Gesù in pubblico. Nell’ultimo giorno della festa delle Capanne, quando dopo una processione intorno a Gerusalemme, veniva versata solennemente dell’acqua in un catino bucato, spargendola così in terra nella simbolica invocazione della benedizione divina. Gesù si presenta come il compimento di quell’attesa di benedizione. Gesù è colui che può dissetare chiunque abbia sete. Se uno crede in lui, “fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”: è il dono dello Spirito (Gv. 7,37-39) che dona ai credenti la possibilità di essere benedizione e fonte di vita anche per gli altri.. questa è veramente l’espressione più alta della benedizione divina contenuta nell’immagine dell’acqua: esser dissetati senza mai più aver sete e diventare mezzo per estinguere la sete altrui. Nell’interpretazione cristiana, il battesimo è una sintesi particolarmente intensa di quanto la Bibbia intera esprime nel simbolo dell’acqua, annunciando il giudizio e la grazia da parte di Dio. Nella fede i credenti vengono salvati dalla minaccia di essere sommersi; quando confessano i loro peccati, essi vengono purificati e guariti; la loro sete viene colmata per sempre e diventano discepoli e discepole che annunciano grazie al dono dello Spirito che li conduce verso il mondo futuro proclamato da Gesù Cristo.

Amen

Pastora Laura Testa

Chi non è con me è contro di me – Predicazione del 12 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 14,7-9; Luca 11,14-26 (+ Luca 11,9-13)

7 Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; 8 perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. 9 Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi.
Romani 14,7-9

14 Gesù stava scacciando un demonio che era muto; e, quando il demonio fu uscito, il muto parlò e la folla si stupì. 15 Ma alcuni di loro dissero: «È per l’aiuto di Belzebù, principe dei demòni, che egli scaccia i demòni». 16 Altri, per metterlo alla prova, gli chiedevano un segno dal cielo. 17 Ma egli, conoscendo i loro pensieri, disse loro: «Ogni regno diviso contro se stesso va in rovina, e casa crolla su casa. 18 Se dunque anche Satana è diviso contro se stesso, come potrà reggere il suo regno? Poiché voi dite che è per l’aiuto di Belzebù che io scaccio i demòni. 19 E se io scaccio i demòni con l’aiuto di Belzebù, con l’aiuto di chi li scacciano i vostri figli? Perciò, essi stessi saranno i vostri giudici. 20 Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demòni, allora il regno di Dio è giunto fino a voi. 21 Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; 22 ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino. 23 Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.
24 «Quando lo spirito immondo esce da un uomo, si aggira per luoghi aridi, cercando riposo; e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, dalla quale sono uscito”; 25 e, quando ci arriva, la trova spazzata e adorna. 26 Allora va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed entrano ad abitarla; e l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

Luca 11,14-26

Il passo di oggi parla di demoni, nomina addirittura Belzebù, il diavolo in persona! E’ un passo inquietante, che non sappiamo bene se vada preso alla lettera o solo in modo simbolico, come siamo abituati a fare, soprattutto qui in Europa. In ogni caso si tratta di un quadro davvero spaventoso: il male ci circonda e cerca a tutti i costi di insinuarsi dentro di noi. E’ talmente forte e tenace che a poco valgono le nostre contromisure:

21 Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; 22 ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino.

Non solo, ma può anche accadere che qualcuno venga guarito dal demone che abita dentro di lui, che possa finalmente ricominciare a vivere in pace col Signore e col mondo che lo circonda. Ma poi? Proprio nel momento in cui tutto sembra funzionare e andare per il verso giusto, proprio nel momento in cui la sua interiorità è “spazzata e adorna”, ecco che ricade e la sensazione che prova è proprio quella di essere caduto in una condizione peggiore di quella dell’inizio.
E noi, noi come ci collochiamo? Un passo come questo ci spaventa? Ci interroga? Forse no, perché ci crediamo al sicuro, confidiamo in noi stessi e nella nostra fede: in effetti non rubiamo, andiamo a lavorare o comunque cerchiamo un lavoro con tenacia, amiamo i nostri genitori, i nostri figli, seguiamo le leggi, non invidiamo troppo la roba degli altri e anche se un po’ li invidiamo non pensiamo certo di derubarli. Insomma siamo persone abbastanza brave, la domenica andiamo in chiesa, cerchiamo di pregare con regolarità, talvolta facciamo anche testimonianza (questo non proprio regolarmente, ma il Signore è misericordioso e ci perdona, no?). E allora? A chi si rivolge questo passo pieno di diavoli e di dolore e di paura? Perché è stato scritto? Dice qualcosa anche a noi, oggi?
Guardiamo più da vicino il testo: Gesù scaccia un demone e viene accusato di agire con il potere di Belzebù, nella Sua risposta Gesù chiarisce che non si può essere potenti grazie a Belzebù e grazie a Dio: non si può essere servi di due padroni. Non si può amare Dio e mammona, leggiamo in un altro passo. Non si può essere con Gesù e contro Gesù. Non si può. Ma allora? Tutto il nostro castello di compromessi, di “sì, ma”, di “certo, ma tra poco”, “sì, ma domani”, ma dopo che i miei figli saranno sistemati, dopo che avrò trovato lavoro. Sì, ma in Italia non è possibile vivere come monaci. Sì, ma il testo ha un valore simbolico. Certamente, ma bisogna anche avere senso pratico, realismo, perché altrimenti non si può vivere.
Tutto ciò viene spazzato via. In modo radicale e definitivo dall’affermazione di Gesù:
Chi non è con me, è contro di me
Chi non è con me, è contro di me. Contro di me, fratelli e sorelle, contro di me. Contro di me.
E dunque?
Io credo che il passo di oggi ci metta in guardia dalla facile scappatoia che nei secoli dei secoli l’umanità ha sempre costruito: sono quello che sono perché obbligato dalla necessità, non potevo fare diversamente. Oppure, ho cercato di resistere, ma la tentazione era troppo forte, non ho retto. O ancora: non è del tutto colpa mia se sono nel peccato: il male e la caduta sono nel mondo. E il mondo non l’ho creato io, che ci posso fare?
Chi di noi non ha pensato una, 10, 100 volte una frase simile? Ma allora siamo tutti e tutte senza speranza?
Non credo, cari fratelli e care sorelle: il passo di oggi segue di pochi versetti l’enunciazione del Padre Nostro, in cui il Signore ci insegna ad affidarci al Padre che è nei cieli, e subito dopo prosegue dicendo:

9 Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. 10 Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa. 11 E chi è quel padre fra di voi che, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? O se gli chiede un pesce, gli dia invece un serpente? 12 Oppure se gli chiede un uovo, gli dia uno scorpione? 13 Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!»

Allora il punto non è più sulla nostra capacità o meno di fare il bene, sulla nostra forza di fronte agli attacchi dei tanti demoni che ci aggrediscono quotidianamente, che potremmo definire come il desiderio di avere quello che riteniamo giusto per noi (poco o tanto che sia) a qualsiasi costo, senza voler vedere cosa questo significhi per gli altri, senza pensare alle conseguenze, senza preoccuparci di quello che questo comporterà per chi ci sta accanto, per chi abita lontano e vive di stenti a causa del nostro tenore di vita, senza pensare all’ambiente che stiamo distruggendo. Può essere il demone della ricchezza, o quello del potere, o del possedere. Ma il punto è: vogliamo davvero non essere posseduti da questi demoni? Vogliamo davvero guarire? Vogliamo davvero chiedere al Signore che si compia la Sua volontà e non la nostra? Vogliamo davvero raccogliere quello che il Signore ci offre, o preferiamo la dispersione delle nostre vite?
La scelta la può fare ognuno e ognuna di noi. Non posso certo imporvela da questo pulpito, quello che posso però dirvi è che una scelta va fatta, perché o siamo con Gesù o siamo contro Gesù. O siamo con Gesù o siamo contro Gesù. Ma vi dico anche che non dovete temere, non dobbiamo temere: se, fatta la scelta, chiederemo la forza per sostenerla, il coraggio per perseverare, lo slancio per continuare a volere seguire Gesù, questa forza, questo coraggio, questo slancio ci arriveranno, perché, fratelli e sorelle, il Regno di Dio è davvero giunto fino a noi e, come dice l’apostolo Paolo, Sia che viviamo o che moriamo, siamo del Signore.
Amen!

Erica Sfredda

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Fondamentalismo d’oltreoceano: dalle origini a “Jesus camp”.

Jesus Camp (sottotitolo: America is being born again) è un documentario realizzato nel 2006 da Rachel Grady e Heidi Ewing che, in uno stile immediato e diretto, senza commento alcuno, permette alle immagini, al loro montaggio ed alle parole dei protagonisti di fornire allo spettatore un’idea di quell’evangelismo nordamericano che anima, religiosamente e politicamente una parte importante degli USA. Sappiamo che sotto l’ampia definizione di protestantesimo si comprendono denominazioni anche molto diverse tra loro, nella teologia, nell’esegesi e nella prassi, contribuendo a caratterizzare quella diversità che fino dalle sue origini è intrinseca alla libertà della Riforma e che responsabilizza in maniera particolare il credente protestante. Responsabilità che viene decisamente meno nella dottrina evidenziata nel documentario.

Il documentario

Il controverso documentario racconta vari momenti di un campo estivo evangelicale per ragazzi, segue tre bambini al “Kids on Fire summer camp”  nella piccolo centro di Devil’s Lake nel Nord Dakota. Il film causò reazioni forti negli Stati Uniti, in particolare in quel mid-west dove il fondamentalismo ha forti radici. Colpiscono le reazioni emotive dei bambini, i toni militareschi, i temi trattati: dal coinvolgimento dei bambini alla lotta contro l’aborto, alla benedizione di una sagoma di George Bush, dai bimbi che incitati gridano “Giudici giusti!”,  alle loro lacrime in quelli che paiono, più che momenti di preghiera, delle fonti di  shock emotivo. La responsabile del campo evidenzia la necessità che i minori siano l’esercito di Dio per fare tornare l’America ai “valori cristiani” conservatori, affermando tra le altre cose che Harry Potter, in quanto mago, nell’epoca dell’Antico Testamento sarebbe stato messo a morte (sic).

Le immagini si commentano da sole e consentono a noi di comprendere meglio uno degli elementi che ha probabilmente contribuito a portare al potere l’attuale amministrazione americana ma anche di  riflettere sul fondamentalismo  come fenomeno storico.

Il fondamentalismo

L’interessante testo “Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici. ” di P. Berger, A. Zijderveld (edizioni Il Mulino, 2011) ci aiuta a contestualizzare il fondamentalismo di oggi, osservandone la genesi. Gli autori riportano infatti come una serie di opuscoli, diffusi all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti, a difesa del protestantesimo conservatore , “i fondamenti”, abbia originato il termine. Il fondamentalismo è descritto come  fenomeno reattivo che a differenza della tradizione sorge quand’essa è messa in discussione, ovvero minacciata; di conseguenza chi costituisce tale minaccia deve essere convertito, segregato, reso innocuo.  Il modello reconquista è quello in cui i fondamentalisti tentano di conquistare una società , alternativo a quello settario in cui si cerca di consolidare le proprie certezze in una comunità ristretta. Il primo modello si declina nel totalitarismo , necessario alla sua sussistenza, che a differenza dell’autoritarismo penetra ogni ambito della vita civile. Il modello settario, se da un lato ha una forza intrinseca legata a barriere mentali non facili da superare per gli adepti che volessero liberarsene, vede nella sua istituzionalizzazione e trasformazione in chiesa (sia che si tratti di valori religiosi o secolari) la sua possibile evoluzione e quindi la sua fine. Due le condizioni imposte dai gruppi fondamentalisti: nessuna comunicazione con gli esterni, nessun dubbio. Gli strumenti dispiegati per la tutela del fondamentalismo sono tristemente noti: l’isolamento della setta, la reinterpretazione della vita passata, gli istruttori, i funzionari, l’imposizione di comportamenti condizionanti, l’annichilazione. La pericolosità del fondamentalismo è percepibile secondo gli autori non solo in questi strumenti ma nel fatto che rappresenti una minaccia alla libertà, in particolare dove la libertà è stata istituzionalizzata come nelle democrazie liberali.

Quale sia il modello applicato nel caso del camp evangelicale lo si potrà desumere facilmente visionando il documentario sottoriportato, in inglese sottotitolato in italiano.

Alessandro Serena

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L’ecumenismo nel 500. anniversario della Riforma: la dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione.

Nel 2017 è accaduto qualcosa di meraviglioso, unico , impensabile anche solo  fino a pochi decenni fa: le celebrazioni dei 500 anni della Riforma sono state occasione di dialogo, confronto, ecumenismo vero. Ciò non si è verificato come fenomeno isolato ma come risultante di un costante impegno e forte desiderio di testimoniare come, nella diversità vi sia comunque “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione!” (Ef. 4,4)

Impegno ecumenico che viene da lontano e che  nasce in seno al protestantesimo. Urgente agli inizi del XX secolo la necessità di confrontarsi a fronte dei nuovi quesiti imposti dall’attività missionaria. Non a caso fu nel 1910 , in occasione della conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, che si iniziò un cammino che portò poi alla creazione di quelle organizzazioni accomunate dalla necessità di arrivare all’unità visibile della chiesa: nel 1948 il CEC (consiglio ecumenico delle chiese), nel 1959 la KEK, (conferenza europea delle chiese), nel 1973 la CPCE (commissione delle chiese protestanti in Europa-concordia di Leuenberg) per arrivare infine ad un documento condiviso anche con la chiesa cattolico-romana (Charta Oecumenica, 2001) .

In questo contesto la Chiesa evangelica valdese, tramite il suo sinodo (delle Chiese valdesi e metodiste), produsse nel 1998 il documento sull’ecumenismo, in grado di affrontare in maniera organica il tema ecumenico, dalle motivazioni, allo stato dell’arte delle relazioni con le altre chiese, fino agli obiettivi e linee guida. Il documento evidenzia come la cristianità si sia divisa più volte e come la varietà e la diversità facciano parte della natura stessa della Chiesa una, in quanto esse sono caratteristiche umane: Il fatto stesso che nella Bibbia si abbiano diverse concezioni e teologie illustra tale concetto, rilevando come siano illustrati i molteplici aspetti di una unica realtà e verità : la rilevazione di Dio in Gesù. L’uniformità infatti contraddice l’azione dello Spirito che si manifesta nella varietà dei doni. La Chiesa come corpo di Cristo non è divisa, perché Cristo non è diviso (1 Cor 1,13), è la Chiesa come realtà storica e umana ad essere divisa. Interessante in questa sezione come alcuni termini identifichino l’atteggiamento adeguato al percorso ecumenico: Chiese che sinceramente desiderano manifestare unità, che hanno iniziato un cammino di pentimento e rinnovamento, imparando ad accogliersi gli uni gli altri, non ignorando e banalizzando le divisioni, consapevoli che nessuna chiesa esaurisce la “pienezza di Dio” (Ef. 3,19). Senza perdere di vista che la principale ragione dell’ecumenismo è che “il mondo creda” (Gv, 17,21).

Un ulteriore passo avanti non poteva che cadere proprio nel 2017: il 5 luglio è stato firmato con Cattolici, Luterani e Metodisti  a Wittenberg un documento congiunto in seno al WCRC (World Communion of Reformed Church – Comunione mondiale delle Chiese Riformate) riguardo la dottrina della giustificazione. In sostanza le 225 chiese protestanti riformate che aderiscono al WCRC si associano alla dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione che venne sottoscritta nel 1999 da parte della Federazione Mondiale delle Chiese Luterane (LWF) e dalla Chiesa Cattolico-romana.

Il testo riporta chiaramente un’assunzione di responsabilità che impegna tutti noi: “Ci impegniamo a restare uniti per approfondire la nostra comune comprensione della giustificazione nello studio teologico, nell’insegnamento, nella predicazione. La presente attuazione di ciò e l’impegno profuso sono considerati da cattolici, luterani, metodisti e riformati come parte della loro ricerca della piena comunione e della testimonianza comune di fronte al mondo della volontà di unità per i cristiani”.

Viene inoltre comunemente definito che : “Siamo in accordo sulla comune affermazione che la giustificazione è l’opera del Dio trinitario. La buona novella dell’Evangelo è che Dio ha riconciliato il mondo con sé stesso attraverso il Figlio e nello Spirito. … Secondo la comprensione riformata la giustificazione e la santificazione, che non possono essere separate, provengono entrambe dall’unione con Cristo. … . Per sola grazia, attraverso la fede nell’opera salvifica di Cristo – e non per alcun merito da parte nostra- siamo accettati da Dio. In Cristo lo Spirito rinnova i nostri cuori e ci fornisce gli strumenti per compiere le buone opere che Dio ha preparato come nostro cammino.”

Al link il testo completo in inglese, francese, tedesco e spagnolo: dichiarazione congiunta giustificazione

La dichiarazione ha una grande valenza e, forse, si è un po’ persa tra le molteplici occasioni e celebrazioni. Non dimentichiamo che nei secoli scorsi si moriva per difendere il principio della salvezza per sola grazia attraverso la fede.

Alessandro Serena

L’amministratore fedele – Predicazione di domenica 5 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Luca 12,42-48

42 Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fedele e prudente che il padrone costituirà sui suoi domestici per dar loro a suo tempo la loro porzione di viveri? 43 Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così. 44 In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi beni. 45 Ma se quel servo dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”; e comincia a battere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se lo aspetta e nell’ora che non sa, e lo punirà severamente, e gli assegnerà la sorte degli infedeli. 47 Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 ma colui che non l’ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche. A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà.

Cari fratelli e care sorelle,
chi è quell’amministratore, economo fedele e prudente, che designato dal Signore sui suoi domestici dia loro, al momento opportuno la porzione di cibo? Una domanda dura che il Signore Gesù rivolge a Pietro e ai discepoli e che stamattina rivolge anche a noi.

Nella Grecia antica l’economo, l’amministratore, era colui aveva cura di dare una “ordine” alla casa, ovvero che i servizi si svolgessero in un certo tempo e venissero fatti con un certo ordine. L’economo prudente sa scegliere il “momento”, il kairos più giusto anche nell’amministrazione dei viveri agli abitanti della casa e lo fa in ordine alle possibilità reali di quella famiglia. Scelte che conosciamo bene, perché anche noi ci troviamo a farle quotidianamente quanto e come spendere, come gestire i tempi per il lavoro, per la famiglia, per la Chiesa. Scelte che comportano sovente anche delle difficoltà di gestione che descrivono la complessità reale che ci troviamo ad affrontare. Complessità che ci accompagna all’interno della famiglia, nel mondo del lavoro, con le istituzioni, nella vita di Chiesa, nella politica nazionale ed internazionale, nel rapporto tra Chiese diverse… e si potrebbe continuare ancora, infatti l’economo, si occupa di tutte quelle realtà che hanno a che fare con la casa l’oikos, cioè gestisce tutti i rapporti esterni ed interni alla casa in quel sistema operoso che era una casa greco-romana del primo secolo.

Le persone che abitano la casa i domestici, sembrano avere quasi un ruolo passivo: aspettano la porzione di viveri che loro spetta.. e nel frattempo non sembrano esserci delle indicazioni aggiuntive della loro laboriosità, non sappiamo bene cosa facciano di preciso, ma in greco loro non sono definiti domestici, bensì terapeuti, ovvero “curatori” coloro che si prendono cura, che praticano una terapia… Letteralmente i terapeuti di questo racconto di Gesù sono coloro che si prendono cura della casa, guidati e coordinati dall’attenta simmetria di quel fedele amministratore che riesce nella propria gestione a cogliere il momento in cui amministrare quell’agognato pane quotidiano, lo stesso pane della preghiera che tutti e tutte sovente innalziamo al Padre Santo.

La casa descritta dalle parole del Signore Gesù è una casa dove tutti ed ognuno hanno un compito preciso: una parte specifica e della quale si prendono cura: ognuno ha una responsabilità personale. Benedetto quel servo o quella serva, che il Signore e Padrone nostro, ritornando trovi intento a fare tutte queste cose, ovvero a prendersi cura della parte che gli è stata affidata.

Certamente la gioia sarà grande, poiché in quell’operosità e dinamicità di servizio si legge la fede dell’amministratore e la condivisione profonda al progetto di Dio dei curatori della casa.
L’amministratore, così come i curatori della casa, compiono delle scelte, che sono scelte basate sul riconoscimento del Kairos, il tempo giusto per amministrare il cibo ai curatori, finché il Signore torni e avvenga il Regno di Dio.

Il ritorno del Signore però svela le trasgressioni, svela la mancanza di fiducia e le inoperosità, le pigrizie e le insofferenze dei servi indolenti. La punizione è già presente nel nostro comportamento, è già insita nelle nostre scelte quotidiane, non è legata solo ad un momento finale, perché la mancanza di fiducia in Dio rende già la nostra vita un inferno: una casa in cui tutti vengono picchiati e demoralizzati, un ambiente di lavoro degradante, un clima di paura e di delazione reciproca. La sorte di quel servo sarà proprio la sorte degli infedeli, la sorte di chi non crede, che è auto-condanna eterna a stare lontani dal bene supremo che è Dio. Un esempio che è una grande esortazione a perseverare nella fede, poiché nel gioioso servizio reciproco la vita cambia ed il Regno di Dio già accade sulla terra: chi invece persiste nella fede riceverà gioia e benedizione.

Scriveva Karl Barth, il tempo propizio è l’oggi della fede, il tempo di vivere e di agire in essa, nella gioia e nella speranza. Il momento del ritorno del Padrone di casa è già oggi! E’ oggi che il Signore è presente nella mia vita, è oggi che posso mettermi al servizio.

La prima scelta è di persistere nella speranza che di Lui possiamo sempre e comunque fidarci sapendo che la nostra responsabilità è servizio al Signore.

La seconda scelta è quella di riconoscere che tutti, anche i servitori più instancabili, hanno bisogno di nutrirsi e riposare: il riconoscimento dunque delle necessità reali e vitali di chi abita uno spazio assieme a noi!

L’ultima scelta è di prenderci la responsabilità di una parte e di prendercene cura: una scelta che può avvenire per vocazione o per competenza, per volontà o per ricerca; poiché a chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà, quindi più la scelta sarà corrispondente ai nostri bisogni, alle nostre competenze, ai nostri doni e soprattutto alla vocazione del Signore, tanto più il nostro servizio sarà gioioso. Il Servitore fedele, Colui che sa le nostre necessità è il Signore Gesù e noi tutti e tutte, con gioia vogliamo essere al suo servizio, nel suo gregge, guidati ed ammaestrate dalla sincronia sapiente del Suo Santo amore che tutti può salvare e condurre a vita eterna.

Amen

Past. Laura Testa