“I quattro pilastri della chiesa” . Predicazione del culto di domenica 22 gennaio.

LETTURE BIBLICHE: Atti 3, 25-26.

25 Voi siete i figli dei profeti e del patto che Dio fece con i vostri padri, dicendo ad Abraamo: “Nella tua discendenza tutte le nazioni della terra saranno benedette”. 26 A voi per primi Dio, avendo suscitato il suo Servo, lo ha mandato per benedirvi, convertendo ciascuno di voi dalle sue malvagità».
Oggi parleremo della chiesa, cosa è la chiesa? Abbiamo ricevuto dalle precedenti generazioni un modello di chiesa, noi lo abbiamo mantenuto o al contrario lo abbiamo abbandonato? Cosa ci ristora lo spirito nel radunarsi con i fratelli e le sorelle di chiesa? Cosa ci manca nel nostro culto che è la principale assemblea pubblica della chiesa locale?
Già chiesa, in greco ecclesia, vuol dire assemblea del popolo, ma Gesù ha mai pronunziato questa parola? Basta usare una chiave biblica per accorgersi che tre vangeli non la nominano mai e il quarto la cita solo tre volte.
Ma allora a Gesù non interessava la nascita di una chiesa cristiana?
Negli atti invece troviamo spesso questa parola e ancora di più nelle epistole.
Questo significa che la chiesa è la risposta storica alla adesione di tanti credenti al nucleo ristretto dei discepoli. Il piano dell’agire di Gesù è diverso dalla organizzazione che i credenti si sono dati. Quel piano interseca la risposta umana a Pasqua, con la croce e la resurrezione. Dopo inizia il cammino della chiesa, un cammino lungo e tormentato. Andiamo allora ai primi passi di questo cammino.
Nei primi capitoli degli Atti vediamo aggiungersi successivamente persone e persone conquistate dal vangelo. Al capitolo 2, Pentecoste, tremila persone, al capitolo 3 altre duemila persone.
Siamo agli albori della chiesa, i discorsi di Pietro annunciano nel Tempio la messianicità di Gesù il nazareno; il primo miracolo di Pietro, uno zoppo che torna a camminare, richiama tutto il popolo presso le porte di Gerusalemme. La conclusione del secondo discorso di Pietro, tenuto lì davanti, è una sintesi potente di cosa sarà la chiesa dei primi abitanti di Gerusalemme convertiti. Questa definizione sintetica è valida anche oggi.
Rileggiamo i due ultimi versetti “Voi siete i figli dei profeti e del patto che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra. 26 A voi per primi Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato per portarvi la benedizione, e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità”.
Pietro richiama la continuità con il patto che Jahvè ha offerto ad Abramo, un patto che si estende a tutte le nazioni, e usa quattro parole che sono i pilastri della chiesa di Cristo. Le quattro parole sono: Gesù il servo dell’Eterno, la sua resurrezione, la benedizione che discende dal Padre e il ravvedimento. Ma percorriamo insieme l’ultimo versetto.
A voi per primi: siamo proprio ai primi passi della chiesa, Pietro e Giovanni vanno avanti e tutti gli altri seguiranno le loro orme.
Dio: la azione viene solo da lui non dalla umanità, Dio è colui che suscita e risuscita il servo.
Il servo: tra tanti nomi usati dai vangeli per umanizzare in Gesù la speranza messianica, viene scelto questo: il servo dell’Eterno. La figura, annunciata dal profeta Isaia, raccoglie la eredità di tutti i sacrifici, da Isacco alla festa delle espiazioni. Il servo sostituisce tutta l’umanità nel subire l’ira del Signore per l’infedeltà al patto stabilito.
Resuscitato: si potrebbe tradurre suscitato e resuscitato, queste sono le azioni di Dio sul suo servo!
Benedizione: dalla croce viene la buona volontà del Signore che ci annuncia i tempi di ristoro, i tempi della consolazione.
Conversione: come conseguenza delle azioni di Dio, nel nome del servo dell’eterno è possibile il ravvedimento di tutte le famiglie della terra. Questa è la risposta umana all’annuncio dell’apostolo.
Per la volontà del Signore noi possiamo partecipare alla morte e alla resurrezione del Servo,e ricevere la benedizione che ne viene, che ci riconcilia con Jahvè.
Le parole finali del discorso di Pietro definiscono i quattro pilastri su cui edificare la chiesa.
Su questi pilastri la chiesa è cresciuta in tanti diversi modi. Pensate a come è fatto un edificio di culto: ci sono quelli circolari come questa sala, ci sono quelli a croce latina. Ci sono i grandi e fastosi e quelli piccoli e semplici. Alcuni hanno un chiostro, altri hanno un grande portale. Ma tutti sono stati costruiti partendo da poche fondamenta.
Potremmo definire i quattro pilastri con quattro parole dal suono simile, facile da tenere a memoria. SOSTITUZIONE, PARTECIPAZIONE, CONVERSIONE, BENEDIZIONE.
SOSTITUZIONE: Gesù morendo in croce si sostituisce alla umanità e ad ogni offerta sacrificale per le infedeltà commesse.
PARTECIPAZIONE: la grazia del Signore ci rende partecipi di questo sacrificio e ci rende oggetto della riconciliazione di Dio con l’umanità.
BENEDIZIONE: il Dio riconciliato ci colma del suo amore, la sua volontà benefica illumina le nostre esistenze.
CONVERSIONE: la riconoscenza per questo amore divino, donato gratuitamente, ci porta a ravvederci, a comprendere i nostri errori, a mutare atteggiamento verso gli altri e verso tutta la natura.
Nei nostri culti questi quattro pilastri sono continuamente rivisitati: nella cena del signore troviamo SOSTITUZIONE e PARTECIPAZIONE. Nella confessione di peccato troviamo la CONVERSIONE. Nelle parole di grazia e nella chiusa finale troviamo la BENEDIZIONE.
Questi sono i pilastri che reggono tutta la chiesa, tutto passa, tutto può cambiare, ma non questi pilastri che restano fondanti per ogni modello di chiesa.
Tante cose importanti nella nostra vita di chiesa restano fuori. Ad esempio: la liturgia, i meccanismi democratici, la autorità esercitata nei rapporti umani, la spiritualità, la musica, lo studio della parola, la storia delle nostre chiese, la tradizione degli atti ecclesiastici. Per non parlare del servizio, della accoglienza, delle offerte economiche, delle missioni.
Tutto queste attività, tutti questi valori sono cambiati e ancora cambieranno, non i quattro pilastri. Conoscendoli si vive meglio il cambiamento, si comunica meglio con le diverse tradizioni. (riflessione libera)
La chiesa locale, le chiese con la loro storia lunga e significativa somigliano ad una via percorsa da generazioni di credenti. Ogni predicatore, ogni catechista, ogni teologo ha lasciato le proprie impronte; siamo di fronte ad una strada fangosa, seccata dal sole, vediamo le impronte di un esercito di credenti che hanno percorso questa via. Non per niente la prima chiesa viene chiamata negli Atti quelli della via.
Noi dobbiamo sforzarci e distinguere, ritrovare, valorizzare le impronte dei piedi di Giovanni e di Pietro. Quattro impronte: PARTECIPAZIONE, SOSTITUZIONE, BENEDIZIONE e CONVERSIONE.
Ciascuno di noi è coperto dal sacrificio del servo dell’eterno che ci sostituisce nella condanna, riceviamo la sua benedizione che ci riconcilia con Dio e la fede in queste due cose ci porta alla conversione.
La chiesa degli atti cresce per dare risposte al popolo stupito dal miracolo. La nostra chiesa cresce per dare risposta a chi è in ricerca di ciò che trascende il piano umano. La risposta in tutti i casiè il nome che diamo a Gesù il nazareno, il servo dell’eterno che è morto al nostro posto. Dalla croce spoglia viene la benedizione, la conseguenza è la conversione di tutta la chiesa.
Siamo all’inizio di un nuovo anno, il 2017, abbiamo appena concluso una settimana di preghiera per l’unità delle chiese . Ora viene il nostro compito che si riassume nel pronunziare, nel testimoniare il nome di Gesù.
Il servo dell’eterno.
Colui che è disprezzato dagli uomini, detestato dalla nazione.
Colui che Dio il padre innalzerà a luce delle nazioni, strumento della sua salvezza fino alla estremità della terra.

Ruggero Mica

Israele in attesa del futuro nell’Antico Testamento.

Visione complessiva
Le attese per il futuro di Israele non sono utopiche: si tratta di concreti aspetti della vita e del vivere comune, realizzati in un passato ideale, che si auspica possano nuovamente essere ripristinati. Al primo posto vi sono la pace e la giustizia, in particolare la seconda alterata da abusi di potere e iniquità economico-sociali. Necessaria quindi una società strutturata in maniera adeguata: una monarchia con un re giusto può garantire la pace, a condizione che il sovrano si attenga alla Torah, in grado di garantire pace interna fondata sulla giustizia. L’attesa per il futuro di Israele non si nutre di sogni di grandezza: sarà con il residuo di Israele che Dio esaudirà le speranze promesse. Quanto atteso viene rappresentato con modalità che oltrepassano la realtà presente; l’apocalittica che si rivolge al futuro come termine di un’epoca cosmica non è rappresentativa delle attese della Bibbia ebraica, essa si sviluppa essenzialmente in un’epoca successiva alla conclusione della Bibbia ebraica. L’attesa di Israele riguarda quindi la trasformazione della realtà attuale. Non si parla di mondo “aldilà”, di eternità: i termini me-olam e ad-olam, sovente tradotti come eternità (un concetto greco non attribuibile al pensiero ebraico) in realtà si riferiscono a un remoto passato e un lontano futuro, traducibili con “da sempre” e “per sempre”. Il popolo di Israele deve contribuire alla sua realizzazione e sarà un periodo, un “allora”  in cui si verificherà quanto sperato e promesso, nella salda fiducia che neppure in futuro Dio rescinderà il patto che Egli ha stretto con Israele.

La collaborazione all’opera divina
Come già intuibile dalla promessa contenuta nel quinto comandamento nel libro dell’Esodo, in cui all’onore da tributare ai genitori viene collegata la promessa di “giorni prolungati” (Es.20,12), -modello comportamento/conseguenze su cui insisterà il Deuteronomio- la collaborazione del popolo è necessaria per un qualcosa che deve ancora avvenire. Sappiamo cha la pace è possibile, come al termine della conquista di Canaan, come rilevato alla fine del libro di Giosuè o in epoca salomonica in cui “ognuno potrà sedere all’ombra della sue vite o del suo fico” (1 Re 4,25): periodi ideali legati comunque al fatto che Israele debba camminare nel rispetto della Torah di Mosè.

La monarchia
Attese e speranze vengono tradite dal comportamento della monarchia. I profeti si levano costantemente contro le sue inadempienze. Negli annunci della nascita di un nuovo re si leggono le critiche al sovrano attuale. In Isaia 9,5: “un bambino è nato per noi … e il suo nome sarà consigliere mirabile, Dio potente, padre per sempre, principe della pace” , si annuncia la nascita di un futuro sovrano la cui signoria sarà caratterizzata da diritto e giustizia. In Michea 5,1-4 critiche e annuncio sono ancora più radicali: “E tu Betlemme di Efrata … da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele …”. Non è comunque possibile parlare di un’attesa unitaria di un successore, di un precisa figura condivisa da tutti ; nel secondo Isaia il termine “re” è usato solo per Dio, Davide è nominato una sola volta: abbiamo una rottura con la tradizione davidica. Dopo l’esilio non si rileverà mai l’attesa di un nuovo re.

Giustizia e pace
Isaia, Geremia, Amos, Michea denunciano l’ingiustizia, la negazione del diritto ai poveri ed agli indifesi, responsabilità ascrivibile non solo al sovrano ma agli israeliti stessi; comportamenti che contraddicono le prescrizioni della Torah; ecco che da parte profetica emerge l’attesa di un re escatologico che agirà innanzitutto a favore degli svantaggiati. Nel secondo Isaia al capitolo 42 si descrive il servo di Dio che porterà il diritto: elemento essenziale per i cambiamenti escatologici attesi. Ezechiele annuncia agli esuli che Dio darà loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo, in modo che osservino i precetti di Dio: la fondazione di ogni azione giusta può avvenire solo sulla Torah. Sempre Ezechiele promette che Dio, per mezzo del re escatologico da lui sostenuto, stringerà un patto di pace (berit salom) con Israele e li farà abitare al sicuro. (Ez 34,23-25). Giustizia e pace sono le due grandi speranze, la pace può darla soltanto Dio, Israele può e deve dare il suo contributo. Alla conversione (sub) di Israele corrisponde la conversione di Dio, “Se ti convertirai al Signore … avrò pietà di te …” (Deut. 30,2), vi è diretta correlazione reciproca: la sovranità di Dio non solleva mai governanti e popolo dalle loro responsabilità.

Il patto
Geremia scrive di un “nuovo patto” (Ger. 31,31), un rinnovamento che significa un nuovo inizio, perché il fondamento rimane la Torah, nuovo sarà il modo di considerarla, in continuità col patto del Sinai. Siamo all’interno di un evento comunque escatologico (“dopo quei giorni” v.33). Un nuovo cuore è annunciato anche in Ezechiele, in maniera molto plastica come è caratteristica di questo profeta: Dio “toglierà il cuore di pietra” e darà loro un “cuore di carne”.
In contrasto con la visione profetica si ha quella del Deuteronomio che riporta come presente tale promessa: “Questa parola è molto vicina a te; è nella bocca e nel tuo cuore, affinché tu la metta in pratica” (Deut. 30,14).

Il giorno di Yhwh
“Jom Yhwh”, una serie di testi ne parlano: Amos dichiara che è “tenebre, non luce” (Am.5,18-20); per Isaia “verrà su tutto ciò che è orgoglioso ed altero” (Is. 2,12-21); per Sofonia, in cui spiccano gli eventi catastrofici ed impressionanti, esso si richiama alla ricerca della giustizia e dell’umiltà, in grado di fornire un’esile speranza di protezione per il resto d’Israele che Dio lascerà sopravvivere (Sof. 3,13) nel giorno dell’ira del Signore (Sof. 2,3). Si tratta quindi di un tempo finale che sarà tempo di salvezza per il residuo di Israele.

Il residuo d’Israele
Il concetto di fondo è che di una grande collettività qualcuno rimane, non è scontato: nel secondo libro dei Re ci si riferisce alla fine della casa di Acab come ad una cancellazione, non ne scampa alcuno, quindi non v’è futuro. Il residuo è un punto positivo: è soltanto un resto ma vi si concentra la promessa per il futuro. Dio dice ad Elia che “Io lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non si è piegato davanti a Baal e la cui bocca non l’ha baciato” (1 Re 19,18); Elia non viene lasciato solo, è uno scampato ma Dio, che continua ad agire, istituisce il residuo. In 2 Re 19,30 Isaia dice ad Ezechia che i superstiti della casa di Giuda getteranno nuove radici: “Da Gerusalemme uscirà un residuo e usciranno gli scampati dal monte Sion”. Il discorso del residuo è uno degli elementi che animano il libro di Isaia: nel primo Isaia, il sovrano escatologico del capitolo 11 riscatterà “il resto del suo popolo” (v. 11); nel secondo Isaia il residuo è costituito dai reduci (51,11: “ritorneranno i riscattati dal Signore”); vengono sviluppati nuovi criteri di appartenenza in una visione universale di salvezza nel terzo Isaia, in 56,6 ss. : “Gli stranieri anche hanno aderito al Signore per servirlo … li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera” . Sarà Zaccaria a compiere un passo ulteriore, parla del residuo come di una realtà presente, sono gli abitanti di Gerusalemme di quel tempo post-esilico , anche se il rovesciamento escatologico non è ancora compiuto: viene promesso ancora il rinnovamento delle loro condizioni di vita (Zac.8,11). In Gioele si rafforza l’approccio universalistico: alla fine dei giorni Dio riverserà “su ogni carne” il suo Spirito (Gioele 3,1) e saranno salvati “tutti quelli che invocano il nome del Signore (v. 5) . Il Libro di Esdra offrirà l’immagine opposta; si parla del residuo d’Israele, il concetto di “Golah” che inizialmente indicava il corso dell’esilio e il gruppo dei deportati, viene qui strettamente legato alla rappresentazione del residuo. Sono quindi i reduci del Golah a costituire la comunità cultuale post-esilica vera e propria, ai quali si possono aggiungere gli ebrei rimasti nel paese e disposti a conformarsi alle prescrizioni legali .
Il resto assume quindi diverse forme nei testi, rimanendo fermo il punto che è per questo residuo che rimangono salde le promesse e che di conseguenza ha un futuro.

Alessandro Serena

Il mio ricordo di Marianita.

Letto nell’incontro pubblico in ricordo di Marianita Montresor, nella sala riunioni del Tempio Votivo di Verona, 18 dicembre 2016;

di Nicola Sfredda.

 

Porto a voi il saluto di mia moglie Elisa e della Chiesa Valdese di Verona. Ho frequentato Marianita per molti anni. La conobbi per la presentazione che fece di lei la carissima amica Paola Rossi Peloso, grande testimone dell’ecumenismo a Verona e in ambito nazionale. Paola fu la prima a credere nelle capacità di Marianita e nel contributo che avrebbe saputo dare alla causa ecumenica. Cosi ho avuto modo di frequentare Marianita per molti anni, avendo la possibilità di approfondire l’amicizia innanzitutto a livello familiare, con mia mamma Florestana, con mia moglie Elisa e con mio figlio Davide. L’amicizia si è concretizzata in particolare in due ambiti: il Coro Ecumenico di Verona e il SAE. Nel Coro Marianita ha militato praticamente per tutto il periodo della sua attività, per nove anni, dal 2006 al 2015. Il suo contributo è stato importante soprattutto nell’approfondimento dei contenuti teologici della nostra iniziativa, chiarendo spesso cose importanti agli altri membri del Coro. Ricordo in particolare le necessarie chiarificazioni portate da Marianita in occasione della preparazione di un programma dedicato a Maria di Nazareth, proprio qui nel Tempio Votivo di Verona. Chiarificazioni utili e necessarie per tutti, sia per la componente cattolica che per quella protestante. Nel SAE Marianita mi aveva scelto come membro protestante nel Comitato Esecutivo nazionale. È stata una esperienza difficile e faticosa, ma anche entusiasmante, nell’organizzazione di tre convegni nazionali ai quali hanno partecipato grandi esperti e che sono stati seguiti da un gran numero di persone. Purtroppo non ho concluso il quadriennio del mandato conferitomi, essendomi trovato in minoranza in un CE che non aveva potuto accogliere le istanze di rinnovamento dell’associazione, di cui ero portatore. Ma ricordo con riconoscenza i tentativi di mediazione di Marianita, ribaditi anche in un’ultima cena che abbiamo avuto il piacere di condividere con lei a casa mia, con la mia famiglia, pochi mesi fa. Vorrei concludere ricordando la straordinaria umanità di Marianita con due episodi piccolissimi ma, credo, molto significativi. Il primo episodio è stato alla fine di una prova serale del Coro Ecumenico. Marianita si è avvicinata a me e con un sorriso disarmante mi ha detto che le era stato diagnosticato un brutto male, anche se lei non sentiva sintomi. Nei giorni successivi, parlando con Elisa, le ha detto che aveva notato il mio turbamento alla notizia. Questo mi sembra un esempio bello di attenzione all’altro, in una situazione che avrebbe potuto prevedere la massima concentrazione su se stessa. L’attenzione per l’altro: testimonianza cristiana espressa in una situazione concreta. L’altro episodio, più che altro un’immagine che ho sempre negli occhi e nel cuore: grande celebrazione eucaristica nella chiesa di Paderno del Grappa, circa duecento convegnisti del SAE ad assistere alla Messa presieduta da un vescovo e officiata da una ventina di sacerdoti; la Presidente sta seduta accanto ad un ragazzino di dodici anni, che, lei dice spesso, è un suo grande amico (mio figlio Davide). Nel momento di massima esposizione pubblica Marianita sapeva stare vicino ai più piccoli e più deboli. La stessa scena si è ripetuta in occasione del culto di celebrazione della Riforma, qui a Verona, l’ultima domenica di ottobre di quest’anno. È stato, per me e per Davide, l’ultimo incontro con Marianita: ancora una volta attenta ai più piccoli e ai più deboli. Per questi motivi il ricordo di Marianita sarà sempre vivo nel mio cuore.

 

“Ti conosco personalmente”. Predicazione del culto di domenica 15 gennaio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Esodo, 33,17-23.

17 Il SIGNORE disse a Mosè: «Farò anche questo che tu chiedi, perché tu hai trovato grazia agli occhi miei, e ti conosco personalmente». 18 Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» 19 Il SIGNORE gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del SIGNORE davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». 20 Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere». 21 E il SIGNORE disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; 22 mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; 23 poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere». (Es. 33:17-23 NRV)

Carissimi fratelli e sorelle,
stamattina il Signore ci incontra e ci dice, tramite le antiche parole dell’Esodo, una delle cose più belle che ci potremmo sentir dire: io ti conosco personalmente, farò anche questo che tu mi chiedi per te.
Parole che sono rivolte a Mosè, ma che per noi che le riascoltiamo oggi sembrano rivolte proprio a noi.
Quante sono le cose che chiediamo a Dio in preghiera, quante incertezze, quanta voglia di rassicurazione che abbiamo nel cuore, nella pancia, nella mente, eppure il Signore ci dice: sì, farò anche questo che mi chiedi.
Dio conosce Mosè personalmente, così come conosce ognuno di noi stamattina, non c’è un motivo legato alla nostra morale, alla nostra buona condotta, per usare un termine desueto, non è una scelta etica quella che fonda il nostro rapporto con Dio, ma è il fatto che aldilà di tutto.. Dio sa chi siamo, nel profondo, Egli ci conosce personalmente, forse più di quanto noi stessi ci conosciamo.
La domanda che Mosè fa al Signore, nel mezzo della crisi, nel mezzo del deserto, dopo che il popolo aveva forgiato il vitello d’oro, è la domanda che implora perdono, reintegrazione, amicizia, vicinanza..
Signore non ci abbandonare a noi stessi nel deserto, non possiamo camminare senza di te, resta con noi, resta con me.
Resta Signore, anche se ci siamo rivelati come dei peccatori, perché più e più volte nel deserto ci siamo smarriti e non sappiamo ritrovare la strada, aiutaci ancora una volta è l’appello accorato di Mosè.
E la risposta non è quella del monarca che richiede ubbidienza e cieco servizio, bensì la parola evangelica che solleva e che perdona. Lo farò perché ti conosco, perché ho un rapporto con te e ti mostrerò tutta la mia bontà e il modo magnifico in cui celebrare il mio nome.
Un Culto cosmico in cui l’Eterno Iddio Vivente non ha bisogno degli esseri umani, ma mostra la sua bontà e la sua libertà.
Mosè incalza… Signore fammi vedere la tua Gloria, e non è forse ciò che tutti e tutte noi vorremmo vedere? Guardare Dio faccia a faccia, conoscere pienamente la sua volontà, apprezzare quello che è il suo progetto, accogliere la sua manifestazione splendente e splendida, senza che essa sia macchiata in alcun modo. Penso che ognuno di noi desideri accogliere pienamente quel momento misterioso in cui, con lo sguardo ripieno, potremo contemplare l’Eterno.
Ma vedere il volto di Dio, la sua Gloria e dunque la sua pienezza, è qualcosa che non ci è possibile. Come può un orizzonte limitato di fiducia come quello umano accogliere il paradosso del dono si sé stesso? Come può la mente umana intendere l’amore incalcolabile di chi è l’essenza della vita stessa?
L’esperienza di Dio è un’esperienza limite: il Signore ci protegge e ci salva anche da noi stessi e dai nostri desideri di eccellenza e bontà.
Egli ci conosce e ci ama nel limite, ci accoglie per quello che siamo e scende a camminare tra di noi proteggendoci persino da sé stesso.
Sì sorelle e fratelli, perché la presenza di Dio in mezzo a noi è tanto potente, che non la possiamo né vedere né afferrare pienamente: il sacro muove forze tali che possono produrre gioia immensa, ma anche odio, dolore, morte e violenza.
E l’essere umano non sa scegliere da solo quale sia la strada giusta, sempre ha bisogno di invocare la presenza del Signore.
Presenza reale e materna che accoglie la richiesta di Mosè solo in parte, accomodandola per il suo bene. Proprio laddove l’ansia impaziente e paurosa di Mosè, il più grande tra i profeti che è un uomo schivo e balbettante, l’amore accudente di Dio risponde nascondendolo e proteggendolo dai propri desideri di onnipotenza.
Ti nasconderò qui, in un luogo a me vicino, nel pieno della roccia, nascosto dalla mia mano, affinché vedendomi tu non muoia, poi ritirerò la mia mano e a quel punto potrai vedermi da dietro dice il Signore.
Nessuno di noi può prevedere l’azione di Dio, c’è una tensione ineludibile tra rivelazione e mistero: possiamo comprendere che Dio è in mezzo a noi solo a posteriori, rileggendo a posteriori il libro della nostra vita.
Un messaggio che è disarmante anche per noi oggi, il Signore farà per noi la cosa più bella e magnifica, ci resterà accanto nonostante anche noi abbiamo inneggiato al vitello d’oro, nonostante non abbiamo saputo comprendere ed applicare le sue leggi, nonostante anche oggi tra di noi ci siano tante.. troppe divisioni.
Divisioni nella Chiesa, tra i credenti, tra fratelli e sorelle, divisioni talvolta insormontabili che hanno creato solchi e barriere tra ecclesiologie e visioni teologiche differenti. I Pink Floyd nel 1970 scrivevano una meravigliosa canzone che si chiama “us and them”, noi e loro, parlando proprio dei conflitti, delle guerre e ricordando che noi tutti, non siamo altro che persone ordinarie, quando al fronte, ci siamo solo io e te, solo Dio sa cosa sceglieremo di fare.
La grazie incondizionata di Dio è proprio questa, che nascosti nella terra, protetti dalla sua mano amorosa, rinasciamo creature nuove: fratelli e sorelle, aldilà delle nostre opinioni.
Possiamo guardare a Dio solo dopo che è avvenuto in mezzo a noi, solo dopo il suo amore spezzato sulla Croce.
La sua presenza e la sua guida ci rassicurano e ci consolano del bene che può accadere in mezzo a noi, nonostante noi stessi: Nessuno può vedere il volto di Dio, nessuno può “possederlo”, nessuno ha in mano la verità perché solo la Sua Parola è certa e coerente.
Al passaggio di Dio nasce un noi che forma l’ecclesia, la sinagoga, il popolo, l’assemblea dei vocati, di coloro che sono amati e conosciute personalmente dal Signore. Un patto che Dio fonda e che sostiene unicamente per la sua bontà.
Amen
Past. Laura Testa

“Vi darò un cuore nuovo”. Predicazione del culto di domenica 8 gennaio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Ezechiele 36, 22-26; Filippesi, 4, 4-9; Giovanni 3, 1-8

22 Perciò, di’ alla casa d’Israele: Così parla il Signore, DIO: “Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. 23 Io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l’avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono il SIGNORE”, dice il Signore, DIO, “quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. 24 Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; 25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. (Ez. 36, 22-26)

4 Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
5 La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. 6 Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. 8 Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. 9 Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.
(Fil 4, 4-9);

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3, 1-8)

Care sorelle e fratelli,
oggi riceviamo un invito a riflettere sulla nostra vita cristiana. Parleremo di noi stessi , o meglio, di come rispondiamo allo Spirito, o di come non rispondiamo, se siamo svegli, o se dormiamo, se siamo aperti, o se siamo chiusi, se vediamo o se non vediamo, se guardiamo a Dio o se guardiamo altrove. Cari fratelli e sorelle, siamo in crisi oppure no? E se siamo in crisi, se non riusciamo più a parlare con Dio, se non riusciamo a guardarlo, a sentirlo, se facciamo fatica, se siamo scarichi se le difficoltà quotidiane incombono, se le tenebre ci circondano, che cosa possiamo fare? -basta guardare ai fatti di cronaca: le guerre, la miseria, l’indifferenza- e ci sentiamo vinti e inutili e la speranza è ridotta al lumicino, soffocata dai nostri mille problemi: il lavoro, i figli, i genitori, le incombenze giornaliere, se abbiamo perso il lavoro, se arrivare alla fine del mese è difficile, a chi possiamo rivolgerci? Se ci sentiamo inermi, Cosa possiamo fare?

Da soli … niente. Non possiamo fare niente. Sentirsi soli è drammaticamente frequente ma non è la verità. L’Evangelo di stamattina ci annuncia che Dio non ci lascia, che Dio non ci lascia, la verità è che ci dona la sua grazia, perché Dio è fedele, perché Dio è il Vivente: la nostra vita non è mai, mai abbandonata a noi stessi o alle tenebre.
Il profeta Ezechiele, vive in tempi terribili, ed attraversa una crisi personale e morale incredibile. Ezechiele è un sacerdote, deportato a Babilonia tra i primi, ha perso l’adorata moglie , Israele è in esilio, i deportati piangono sulle rive del canale Chebàr, sopravvissuti alla fine della loro nazione; il tempio di Salomone, la sede del Santissimo è stato distrutto, la gloria di Dio l’ha abbandonato, la terra promessa non appartiene più ad Israele. Cosa rimane tranne il pianto? Perché è successo tutto questo? Dio, dov’è? Ce lo chiediamo anche noi, quante volte ce lo siamo chiesti, quante volte ce lo chiederemo perché anche noi talvolta abbiamo l’impressione di restare da soli, ma … Dio non abbandona il suo popolo, e non abbandona noi. Ezechiele è l’esempio di come anche in momenti terribili continuino a sorgere profeti in Israele, Profeti che annunciano che Il Signore non guarda ai nostri errori, ai nostri peccati, alla nostra infedeltà. Ezechiele ci racconta che Dio parla e agisce e che lo fa per amore, solo per amore. Dio ci dona la forza, anzi, Dio fa anche di più: ci dona un cuore nuovo, mette dentro di noi uno spirito nuovo, per liberarci, per darci speranza e futuro. Questa è la promessa: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo”. Assaporiamo queste parole; “metterò”: è Dio che agisce, che prende l’iniziativa; “un cuore nuovo”: ci vuole dare un nuovo fondamento alla vita: la nostra essenza, i nostri pensieri, le nostre emozioni, vengono nuovamente e continuamente rinnovati da Dio. “Uno spirito nuovo” secondo l’Antico Testamento significa molto più della perspicacia o dell’intelligenza, è una forza di rinnovamento che rende capaci di fare qualcosa di nuovo, che ci permette di vivere secondo gli insegnamenti di Dio.
Consapevoli: Ecco quindi un invito alla riflessione: quanto è profonda la consapevolezza che Dio ci rinnova? Inoltre : quanto gli permettiamo di farlo o quanto invece siamo sempre simili all’uomo vecchio? Perché se è vero che Lui “sta alla porta e bussa” è anche vero che il rischio è quello di rimanere sul divano perché il volume del televisore è troppo alto. Il rumore, quanto rumore ci circonda, facciamo silenzio, ascoltiamo, troviamo il tempo di guardare a Dio ed avremo modo di sentire battere con forza il cuore che lui mette nel nostro petto.
Se il cuore batte significa una sola cosa: che siamo vivi, perché anche a noi Dio, per mezzo di Ezechiele ha rivolto il suo grande annuncio di salvezza e l’ha reso vitale in Cristo Gesù.
Coraggio allora!, coraggio! E con gioia, perché anche quella ci promette il Signore. Lo fa tramite l’Apostolo Paolo che scrive ai Filippesi. E’ la lettera della gioia! Consideriamo che Paolo la scrive dalla prigionia. Paolo è in catene eppure usa termini come “rallegrarsi”, “contentezza”, “godimento” , mentre contempla la sua probabile condanna a morte. Ma allora di quale gioia parla? Di quale mansuetudine che -notiamo- deve essere nota, ovvero reale, visibile. Di quale pace? Dell’unica gioia che non è mai in discussione, che il mondo non può togliere perché non ha radici nel nostro mondo. In un mondo dove niente tiene: la pace, le relazioni tra persone, il lavoro, i princìpi, dove tutto sembra venire meno, Dio continua ad annunciare la salvezza, Dio fedele. Una gioia fondata in Cristo dove … DIO NON HA CONCESSO ALLE TENEBRE L’ULTIMA PAROLA … : CRISTO È IL SIGNORE!

Gioiosi: Ecco un altro punto rilevante di riflessione : quanto riusciamo a cogliere che la gioia e la comunione, proprio perché fondate in Cristo, possono inondare la nostra vita in ogni momento, se glielo permettiamo?

Ricordiamo qual era era la nostra domanda iniziale: ” Cosa fare quindi di fronte allo scoramento e all’inazione? ” Ezechiele e Paolo ci hanno aiutato a comprendere come , protetti dalla fedeltà del Dio Vivente e dalla sua promessa, a noi spetta fermarci ad ascoltare, alzare lo sguardo … perché lo Spirito ci pervada, perché la gioia risuoni … .

Lo Spirito, Ecco la parola dell’Evangelo di Giovanni, che parla di Spirito e di rinascita: Giovanni è il Vangelo dell’incarnazione del Figlio, della Rivelazione del Figlio, della missione di Gesù interamente consacrata alla salvezza: “Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvare il mondo”. CHE PROMESSA GRANDIOSA!
Nicodemo, membro del sinedrio ebraico, si reca, di notte, da Gesù. Egli prenderà discretamente le difese di Gesù, che parteciperà alla sua sepoltura, ma ha timore di esporsi. Un atteggiamento ben noto anche oggi: In tanti hanno paura di testimoniare la propria fede pubblicamente, perché pericoloso o perché imbarazzante. Ai tempi di Calvino si parlava di “nicodemiti”, come di coloro che avevano abbracciato in cuor loro la Riforma ma non lo esprimevano pubblicamente per timore di ritorsioni o peggio. Nicodemo non ha ben capito chi è Gesù ma ha compreso che Dio gli è vicino.
Tra Gesù e Nicodemo si verifica subito un malinteso, poiché non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Gesù parla di rinascita e Nicodemo pensa alla rinascita in un parto: mica si può. E invece sì ! Si può! Si può nascere di nuovo da acqua e Spirito. Se l’acqua è un richiamo al battesimo e alla vita comunitaria, lo Spirito soffia dove vuole, ed è paragonato al vento come nell’Antico Testamento : “Ruah” in ebraico, significa soffio, vento, ed indica l’azione divina , la potenza di Dio: lo Spirito è all’origine dell’esistenza cristiana e dei comportamenti che essa implica.

Aperti allo Spirito: Ecco quindi l’ ultima riflessione che ci interpella profondamente: chi siamo noi per impedire allo Spirito di soffiare o per ritenere di imbrigliarlo? …
A noi sta cercarlo, riconoscerlo, nei momenti o nei luoghi più impensati, anche dove non ci piacerebbe o ci è scomodo , nella sorella o nel fratello, nel creato, nel culto, in una riunione di chiesa, nel prossimo, in noi stessi. Fare finta che non soffi … non è essere servi. Fare finta che non possa cambiare il nostro agire , non è essere servi. Qui l’ultima risposta al “che fare” iniziale: non ignorare lo Spirito, accoglierlo e respirarlo a pieni polmoni farsi rendere servi da Lui rinnovati e gioiosi.
Sorelle e fratelli Siamo invitati a portare speranza, a impegnarci a ridurre l’ingiustizia in questo mondo, nelle piccole e grandi cose, nel dialogo fraterno con l’altro ma anche nello schierarci dalla parte delle vittime della storia, perché il Dio di Israele e Dio nostro non assiste indifferente allo sterminio delle sue figlie e dei suoi figli.

Cosa fare allora? Ricorda, fermati, ascolta provando a non lasciarti distrarre dal rumore, Alza lo sguardo, vivi la gioia, apriti come un fiore, impara a riconoscere e accogliere lo Spirito, accogli con riconoscenza l’abbraccio di Dio, e servi con amore, per il Suo amore, perché non puoi fare altrimenti. Amen

Alessandro Serena