Il Battesimo: origine, storia e significati.

I sacramenti

Opportuno prima di entrare nel tema del battesimo, affrontare l’argomento del sacramento in generale. Il termine latino “sacramentum” che ci viene dalla vulgata di Girolamo, traduce l’originale greco “mysterion”, che non intende tuttavia indicare i gesti simbolici della Chiesa come li conosciamo. Nel Nuovo Testamento descrive infatti altre situazioni: il destino di Israele, il rapporto tra Cristo e la Chiesa, il regno di Dio. I termine non è mai associato al battesimo ed alla Cena del Signore (1).
E’ a partire da Agostino che assistiamo ad una teologia sacramentale. Per il vescovo di Ippona i sacramenti sono “segni visibili di una grazia invisibile” , il sacramento è quindi l’evento costituito da un elemento che riceve significato in quanto associato alla parola di Dio (2). Nella definizione del catechismo di Heidelberg alla domanda: ”Che cosa sono i sacramenti?” leggiamo nella risposta “Sono santi segni e suggelli visibili, istituiti da Dio…”(3). In quanto segni rimandano quindi a qualcosa di più grande, in quanto suggello confermano un patto, una promessa. Se da un lato quindi ci richiamano alla morte e resurrezione di Gesù, nel cui nome siamo battezzati, dall’altro confermano la promessa del perdono dei peccati e la vita eterna (4). Il sacramento è considerato un mezzo di grazia.
La teologia agostiniana verrà poi interpretata in maniera non uniforme: grazia presente in maniera reale, per altri in maniera simbolica: indicata e non contenuta nel sacramento. A fronte del pericolo di un automatismo della dimensione sacramentale (nella Cena abbiamo una realtà sostanziale per il cattolicesimo) la Riforma reagirà collegando strettamente il sacramento e la predicazione della parola. Il sacramento quindi come verbum visibile, che in quanto tale è quindi lontano da una mera comunicazione di concetti, poiché la parola è sempre irruzione di Dio nella storia. Anche all’interno del protestantesimo avremmo però rilevato ben presto posizioni difformi. Se Lutero afferma una presenza reale ma con l’accento sul rapporto con la predicazione, Zwingli parlerà di presenza simbolica mentre Calvino, più sfumato rispetto a Lutero pone enfasi sul ruolo dello Spirito. Diversità circoscritte da un’unica intenzione evangelica: impedire un materialismo della grazia, che potrebbe assumere i tratti della superstizione.
Il numero dei sacramenti è oggetto di dissenso. Battesimo e Cena del Signore, in quanto riferiti alla volontà di Cristo e posti su un piano particolare , secondo il Nuovo Testamento, sono gli unici riconosciuti in ambito protestante mentre da parte cattolica si ritengono essere sette i sacramenti: oltre ai due citati la confermazione, la penitenza, il matrimonio, l’unzione degli infermi, l’ordine.
Il battesimo
Gesù non ha mai battezzato. Nemmeno nella parte in cui il vangelo di Giovanni vi fa riferimento (Gv 3,22-23), possiamo trovare un indizio storicamente attendibile, risalendo probabilmente quelle pagine alla polemica dell’estensore del quarto Vangelo nei confronti dei seguaci del Battista. In Matteo è il Gesù risorto che dà il mandato nel nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19), in una formula trinitaria che è indubbiamente frutto della chiesa primitiva.
Nel Nuovo Testamento e nella chiesa dei primi secoli è evidente che il battesimo è compreso come rito penitenziale che segna l’ingresso nella comunità (5). Il catecumeno, dopo un percorso di formazione, muore alla vita vecchia, si riveste di Cristo rinascendo nella comunità cristiana. E’ quindi veicolo di grazia ma anche risposta consapevole del credente. Sarà nei secoli successivi che il battesimo subirà una trasformazione. Successivamente all’editto di Milano di Costantino nel 313 il cristianesimo diverrà religione dell’impero, essere cristiani sarà poi costitutivo dell’essere inseriti nella società del tempo. Di conseguenza prima avviene meglio è. Un primo aspetto sociologico porterà quindi al pedobattismo che si affermerà dal IV secolo in avanti. Una seconda ragione è teologica ed è legata alla dottrina agostiniana del peccato originale. Un peccato che macchia l’intera umanità e che si trasmette ad ognuno per via ereditaria a partire dalla caduta descritta in Genesi 3. Ecco che il battesimo lava questo peccato originale, lavacro inteso come capace di eliminare la conseguenza peggiore del peccato originale, ovvero la lontananza da Dio.
Un pratica, quella del battesimo dei bambini che non poteva, per la sua distanza dalle testimonianze della Scrittura non essere sottoposta a vaglio da parte della Riforma. Sebbene Lutero e Calvino non avessero inteso contestare tale prassi sarà il movimento anabattista (ribattezzatori, come vennero definiti in tono dispregiativo), a prevedere il battesimo dei credenti. Teologicamente la reazione dei riformatori si basava sul fatto che la grazia, essendo libera, non necessitasse della risposta del credente per agire, oltre al fatto che il battesimo dei fanciulli non è vietato dal Nuovo Testamento e che esso rappresenterebbe inoltre un segno del patto , nello spirito della circoncisione dell’Antico Testamento. La risposta anabattista sarà diretta: la grazia è indipendente dal battesimo, il battesimo non esplicitamente vietato è un argomento privo di senso, comunque il battesimo dei bambini non è menzionato nel Nuovo Testamento, come non lo è il concetto di “nuova circoncisione”. Dopo il fallimento di un approccio violento e del regno anabattista a Muenster, duramente represso nel 1535, fu il movimento mennonita (da Menno Simmons, ex sacerdote cattolico) a propugnare gli ideali del battesimo dei credenti. Le chiese battiste, nate nel ‘600 in Inghilterra, appartenenti a quei risvegli che animarono il mondo evangelico nei due secoli successivi, non collegate col movimento anabattista che le aveva precedute, tennero successivamente alto il vessillo del battesimo dei credenti.
Tema questo che si presenta con forza oggi in seno al mondo protestante. Si rileva infatti che se nell’ortodossia e nel cattolicesimo il pedobattismo è una realtà omogenea e condivisa, nell’evangelismo si presentano chiese di orientamento pedobattista -quali quelle luterane, riformate, metodiste, anglicane- e chiese di orientamento battista: mennonite, battiste, avventiste, pentecostali. Anche teologicamente vi sono differenze. Nel cattolicesimo il battesimo dei fanciulli è necessario per via del peccato originale e rappresenta il viatico per divenire membri della Chiesa, liberi dal peccato e rigenerati come figli di Dio. Nelle Chiese luterane, riformate, metodiste si vede nel battesimo una forma della parola di Dio, una modalità dell’annuncio della parola. Il battesimo esprime dunque il dono della grazia di Dio ed il suo accoglimento nella fede (6). Nelle Chiese battiste il battesimo presuppone la confessione di fede e viene amministrato solo ai credenti; non è quindi corretto parlare di battesimo degli adulti in quanto non è l’età la condizione determinante: lo sono la consapevolezza della scelta e la determinazione di vivere alla sequela di Gesù.
Ecco che assistiamo a un “paradosso protestante”. Per quanto concerne il battesimo vi è comunione tra chiesa cattolica, ortodossa e chiese protestanti pedobattiste e non vi è tra le stesse riguardo la Cena del Signore; abbiamo invece comunione tra chiese protestanti pedobattiste e battiste sul tema Cena e non su quello del battesimo. E’ il protestantesimo che deve urgentemente chiarirsi le idee (7). In Italia un passo importante venne compiuto nel 1990 con il reciproco riconoscimento tra le Chiese valdesi e metodiste e l’unione cristiana evangelica battista in Italia (UCEBI). Sul punto cruciale le posizioni restano diverse ma tali diversità non vengono ritenute tali da impedire la comunione ecclesiale. Se l’accordo quindi origina da una ferma volontà ecumenica delle Chiese coinvolte, non supera i problemi teologici. Sarebbero i “frutti del battesimo” a rendere evidente alla comunità battista se un possibile membro, già battezzato nell’infanzia necessiti o meno nuovamente del battesimo. Si presentano due problemi: uno di ordine pratico, come riconoscere i frutti; il secondo di natura teologica, il battesimo non verrebbe ad essere decisivo per il riconoscimento dell’identità cristiana. Problemi irrisolti anche nell’ambito della CPCE (Conferenza delle Chiese Protestanti in Europa) dove nel 2004 un consenso sulla questione battesimale non venne raggiunto.
Molto utile ai fini di una comune soluzione la riflessione del teologo battista britannico Paul S. Fiddes. Identificando le caratteristiche essenziali del battesimo cristiano: la proclamazione della Parola di Dio , la confessione di fede del battezzando e l’immersione, valuta il secondo come fattore critico. Crisi però che viene a risolversi nel momento in cui si considera il battesimo nella valenza di un processo di iniziazione. Infatti anche le chiese pedobattiste richiedono una confessione di fede che si viene con la proposta di Fiddes a considerare parte integrante del battesimo e differita . Un riconoscimento quindi potrebbe avvenire da parte battista , non tanto del battesimo dei fanciulli quanto del processo di iniziazione nel suo insieme. Un impegno al quale dovrebbe corrispondere da parte delle Chiese di tradizione pedobattista la volontà e la capacità di mantenere vivo al proprio interno il dibattito critico sul battesimo dei fanciulli . Le ragioni teologiche per farlo sono eccellenti.
Porsi in discussione risalta come elemento fondamentale nell’ecumenismo: “E’ una lezione ecumenica consolidata: l’autocritica genera l’altrui disponibilità a procedere analogamente; lo stesso vale, purtroppo, per l‘irrigidimento” (8).

Alessandro Serena
1) Ricca P., “La fede cristiana evangelica”, Claudiana Torino, 2012, p. 199.
2) Ferrario F., Jourdan W., “Introduzione all’ecumenismo”, Claudiana Torino, 2009, p. 80.
3) Ricca P., op.cit. p.198.
4) Ivi
5) Ferrario F., Jourdan W., op.cit., p.87.
6) Ferrario F., “Tra crisi e speranza”, Claudiana Torino, 2008, p. 118.
7) Ibidem, p. 130.
8) Ibidem, p. 142

“le 95 tesi, una storia di Lutero”, martedì 14 marzo 2017, teatro Camploy

Con  la drammaturgia e la regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo, andrà in scena il 14 marzo 2017, alle ore 21 al teatro Camploy in via Cantarane 32 a Verona, lo spettacolo: “Le 95 tesi, una storia di Lutero” .

Interpreti: Mario Autore, Giuseppe Cerrone, Aniello Mallardo, Alessandro Paschitto, Antonio Piccolo.

Con il patrocinio della Presidenza del consiglio dei ministri, dipartimento della gioventù, lo spettacolo è un’iniziativa del progetto “Napoli città giovane – i giovani costruiscono il futuro della città”, promossa dall’assessorato  alle politiche giovanili e realizzata dall’associazione “Teatro in fabula” .

I biglietti al costo di 5€ sono acquistabili presso la cassa del teatro poco prima dell’inizio dello spettacolo.

 

Vedi locandina: locandina A3

“Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” Predicazione di domenica 12 febbraio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Ezechiele 45,2 e segg; Matteo 22, 15-22

Ezechiele 45,2

Di questa parte prenderete per il santuario un quadrato di cinquecento per cinquecento cubiti, e cinquanta cubiti per uno spazio libero, tutto intorno.

Matteo 22,15-22

Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.

L’affermazione di Gesù che vi propongo oggi per la nostra riflessione risuona nel contesto di un incontro dove si cerca di trarre in inganno il nazareno. La domanda è tremendamente semplice: «È lecito pagare il tributo a Cesare?». È un gioco al massacro quello in cui si vuole attrarre il Maestro. Gesù si fa dare una moneta : «Mostratemi la moneta del tributo, di chi è l’effigie?». Sulla moneta era raffigurata, con molta probabilità, la testa dell’imperatore con la scritta: «Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto, Pontefice Massimo». Se Gesù avesse risposto: “Pagate il tributo!” si sarebbe schierato con i romani, militari occupanti. Se avesse risposto: “Non pagatelo!” si sarebbe schierato contro i romani. Gesù restituisce l’interrogativo alla coscienza di ciascuno. Questa risposta di Gesù, che da secoli fa discutere, introduce un principio di distinzione. Un conto è lo Stato che garantisce con le armi la pax romana, altro conto è la vita della comunità di credenti. Per quest’ultima c’è un solo assoluto ed è Dio. C’è un solo regno: quello di Dio che relativizza tutti i nostri regni. C’è una sola sacralità ed è quella di Dio. I primi cristiani, furono sterminati per negare la pretesa divinità dell’imperatore, essi volevano rendere il culto soltanto a Dio. Gesù, nel testo di Matteo, indica come occorra distinguere tra potere politico e comunità dei credenti. Questa distinzione, dopo secoli di cristianesimo religione di stato, è stata riscoperta dalla Riforma protestante che ha escluso ogni divinizzazione del potere. Con Calvino il passaggio di legittimità da Dio all’autorità secolare è il Patto. Ed è all’interno del Patto che si stabiliscono i limiti entro cui si deve muovere l’autorità secolare. In caso di infrazioni del Patto devono intervenire i magistrati, affermando il principio che il potere politico non viene da Dio, ma lo attribuisce il popolo. Alcuni secoli dopo, il protestantesimo chiederà l’introduzione del principio giuridico di «Libera Chiesa, in libero Stato »; distinguendo sempre tra relativo ed assoluto, tra Stato e comunità dei credenti . Il credente può, anzi deve, fare politica ma senza divinizzarla. Quando gli immigrati valdesi fecero il loro ingresso in Uruguay nel 1858, sostennero con forza il separatismo fra stato e chiesa. Le loro radici affondavano nel messaggio di Gesù che abbiamo ascoltato . Il loro sforzo, al seguito delle le forze radicali del paese, ottenne nel 1917 la separazione fra stato e chiesa. Oggi diciamo che laicità è il termine chiave per interpretare correttamente la relazione tra Dio e Cesare, contro ogni invadenza della religione nelle istituzioni pubbliche e contro ogni condizionamento del potere politico sulla vita della chiesa. Lo Stato non può diventare ostaggio di una religione, ma nella sua autonomia, deve potere dialogare con tutte le religioni e non regalare all’una un trono e sgabelli alle altre. Come valdesi e metodisti,aggiungiamo che ogni religione si mantenga economicamente da sé e non si faccia mantenere dallo Stato. Ed è per questa ragione che noi NON paghiamo i pastori con i fondi statali dell’otto per mille. La Chiesa la debbono finanziare esclusivamente i fedeli e non i fondi pubblici. Questo è anche il prezzo che bisogna pagare per la nostra libertà. Abbiamo un solo padrone della nostra vita che è il Signore e a Lui rendiamo conto del nostro agire. La nostra piccola chiesa nazionale ha aperto nel 1984, per prima, la strada della attuazione dell’articolo 8 della Costituzione con la Intesa tra stato e chiesa. La libertà religiosa è un bene prezioso che deve restituire chiarezza e consapevolezza dei limiti entro cui le religioni debbono muoversi nella società. Ci dia il Signore la forza di continuare a costruire spazi di libertà, di inclusione e di responsabilità. Lo dobbiamo a quest’ Italia che amiamo, che è assetata di un Evangelo vero, autentico, sobrio. Solo così, in quanto Chiese, possiamo diventare un segno di speranza in un mondo disperato, solo così possiamo avere le carte in regola per agire con una coscienza profetica, per dire la profezia della Parola in un mondo che cerca la religione prevalentemente come copertura delle proprie scelte.

Ruggero Mica

“Eccomi!” Predicazione di domenica 5 febbraio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Esodo 2,23 – 3,8; II Corinzi 4,7-10

Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione. Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele

Esodo 2,23-3,8

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo
II Corinzi 4,7-10

Conosciamo tutti molto bene questo bellissimo brano dell’Antico Testamento. Vediamo in primo luogo che gli israeliti in Egitto erano sottoposti alla schiavitù e “alzavano grida”, grida di dolore e di angoscia, grida che giunsero fino a Dio. E il Signore ne provò compassione e decise di intervenire, anche perché non aveva dimenticato il patto che aveva fatto con Abramo, Isacco e Giacobbe.
Il Signore decide quindi di intervenire e si rivolge a Mosè, colui che era stato salvato dalle acque. Mosè era un giovane ebreo, allevato dalla figlia del faraone nella piena consapevolezza delle proprie origini. Il caso o il destino lo aveva posto in una situazione di assoluto privilegio: non solo era sopravvissuto alla morte che aveva invece colpito tutti i suoi coetanei, ma viveva alla corte del faraone, con tutto quello che questo comportava. Ma Mosè era un giovane giusto, non amava la prepotenza, ed infatti desiderando difendere uno schiavo maltrattato era giunto ad uccidere uno dei guardiani. Gesto insolito e sicuramente fuori luogo per gli stessi ebrei. Non per l’uccisione in sé, probabilmente, ma proprio per il fatto che l’omicidio era stato determinato dal desiderio di difendere uno schiavo. Potremmo fare delle riflessioni su questo, ma si tratterebbe di un altro sermone!
Torniamo dunque a Mosè: ritenendosi in pericolo, era stato costretto a fuggire e si era rifugiato a Madian, dove aveva sposato una delle figlie del sacerdote. Questo giovane probabilmente avrà cominciato e condurre una vita tranquilla e regolare, ed infatti lo vediamo portare il gregge a pascolare. Una vita tranquilla con moglie, lavoro, la prospettiva di figli. Cos’altro poteva desiderare? Cos’altro avrebbe dovuto aspettarsi? Anche noi possiamo identificarci con lui.
Siamo delle persone qualsiasi e conduciamo una vita qualsiasi. Siamo forse anche noi dei giusti, abbiamo la nostra fede che ci accompagna quotidianamente, ci sentiamo dei credenti. Lavoriamo, abbiamo una famiglia. C’è forse dell’altro? Forse sì, cari fratelli e sorelle. Forse sì. Interroghiamoci per un attimo su noi stessi: siamo aperti al Signore o tutto quello che abbiamo, il lavoro, la famiglia, l’impegno quotidiano, ci bastano? Qualora venissimo chiamati sapremmo sentire e vedere? O cerchiamo di non ascoltare, di non vedere?
Ma torniamo al nostro testo. Mosè stava pascolando il gregge quando vide di lontano una cosa che attirò la sua attenzione. Un albero, un pruno, brillava come se stesse bruciando, ma non sembrava consumarsi. Che cosa strana! Non so se siate mai stati nel deserto, io ho avuto il dono di andarci una volta, in Tunisia. Un deserto di sabbia. E là ho visto un albero che avrebbe potuto essere proprio il pruno del nostro testo. Non dovete immaginare i nostri alberi, quando leggete questo racconto, ma pensare agli arbusti che crescono in territori aridi e desertici. Vi dico questo perché dovete immaginare che quello a cui stava assistendo Mosè era una visione strana, ma non impossibile. Mosè era incuriosito, infatti, ma non spaventato, non stralunato. Era incuriosito e andò a vedere. Avrebbe anche potuto non essere curioso. Dio non dà per scontato che lo sarà. Il Signore lo chiama, certamente, ma non lo fa attraverso un gesto fuori dalla sua esistenza.
Allo stesso modo Dio chiama anche noi, ma probabilmente non lo fa con gesti eclatanti. Quindi quando ci chiama potremmo anche non accorgerci, potremmo non dare importanza quello che vediamo. Non si tratta di un messaggio per lo spirito di Mosè, o un messaggio così prorompente che non si può evitare di vederlo e tenerlo in considerazione. Ancora una volta, si tratta di qualcosa che non ci costringe, ma a cui siamo chiamati a rispondere. Si tratta di un messaggio che Mosè vede con gli occhi, che quindi percepisce col suo corpo, ma che potrebbe non vedere e non cogliere. E Dio, il testo lo dice esplicitamente, aspetta. E noi? Noi ascoltiamo e guardiamo i messaggi che ci potrebbero arrivare? Siamo attenti o siamo perennemente distratti e concentrati solo su noi stessi, sui nostri impegni, sui nostri traffici?
Mosè alza gli occhi e vede qualcosa che richiama la sua attenzione. Il Signore aspetta che Mosè si muova: non lo incalza, non lo spinge. Aspetta la risposta di Mosè e quando Mosè si muove, attratto dal pruno, allora e solo allora lo chiama. E Mosè cosa fa? Dice “Eccomi!”. Mosè è ricettivo, prima vede, poi ascolta e risponde e infine ha paura.
Quando sa di essere di fronte a Dio ha paura. Ha paura di guardare Dio. Paura. E noi? Noi di fronte a Dio ci inchiniamo? Di fronte a Dio abbiamo paura e ci inginocchiamo? Di fronte a Dio sentiamo tutta la nostra piccolezza? Forse no. Forse abbiamo perso la capacità di vedere e sentire Dio. Forse siamo distratti da mille cose e mille rumori. Forse siamo diventati ormai troppo prosaici e troppo materialisti per prendere sul serio tutto ciò che va oltre il raggio di pochi metri dalla nostra visuale. Forse non sentiamo più il timore di Dio, il timore per la nostra piccolezza e fragilità.
Eppure, cari fratelli e sorelle, anche questo non è del tutto vero: perché anche noi abbiamo visto il pruno ardere altrimenti non saremmo venuti fin qui a vedere cosa c’era. Anche noi abbiamo sentito la voce del Signore che ci ha chiamati, altrimenti non saremmo usciti di casa solo per ascoltare un culto. Perché, ed è questa la lieta novella di questa mattina, il Signore non si dimentica di noi, non ci abbandona alla nostra triste esistenza, continua a sentire i nostri gemiti, continua a ricordare il patto che ha fatto con noi: quello antico, con Abramo, Isacco e Giacobbe e quello nuovo segnato dalla venuta di Gesù. Sì, il Signore ci vede, ci ascolta e ci conosce e non ci abbandona. Apriamo i nostro occhi, apriamo le nostre orecchie, apriamo i nostri cuori e accogliamo il Signore oggi e per sempre! Amen!

Erica Sfredda

“Dove sono i tuoi fratelli e le tue sorelle?” Predicazione di domenica 29 gennaio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Luca 10, 25- 37; 1 Giovanni 4, 7-12; Genesi 4, 1-16a
Luca 10, 25- 37 

Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, e gli disse: «Maestro, che devo fare per ereditar la vita eterna?» Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’ anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa’ questo, e vivrai». Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’ imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’ oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”. Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’ imbatté nei ladroni?» Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va’ , e fa’ anche tu la stessa cosa».


1 Giovanni 4, 7-12 

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’ amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’ amore di Dio: che Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’ amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.


Genesi 4, 1-16a

Adamo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, e disse: «Ho acquistato un uomo con l’ aiuto del SIGNORE». Poi partorì ancora Abele, fratello di lui. Abele fu pastore di pecore; Caino lavoratore della terra. Avvenne, dopo qualche tempo, che Caino fece un’ offerta di frutti della terra al SIGNORE. Abele offrì anch’ egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il SIGNORE guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato, e il suo viso era abbattuto. Il SIGNORE disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» Un giorno Caino parlava con suo fratello Abele e, trovandosi nei campi, Caino si avventò contro Abele, suo fratello, e l’ uccise. Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’ è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» Il SIGNORE disse: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. Ora tu sarai maledetto, scacciato lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando coltiverai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti e tu sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra». Caino disse al SIGNORE: «Il mio castigo è troppo grande perché io possa sopportarlo. Tu oggi mi scacci da questo suolo e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, così chiunque mi troverà, mi ucciderà». Ma il SIGNORE gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui». Il SIGNORE mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse. Caino si allontanò dalla presenza del SIGNORE
Cari fratelli e care sorelle,

il racconto del primo fratricidio della storia dell’umanità è molto noto ed è una storia apparentemente semplice. Ci sono un padre ed una madre, Eva ed Adamo, che finalmente “acquistano” un figlio, caino, poi con un secondo parto di Eva nasce anche Abele, la cui esistenza dura solo tre versetti, quasi un soffio nel racconto. Abele si dedica alla cura degli animali mentre Caino, suo fratello maggiore si dedica all’agricoltura. Di entrambi si dice che sono devoti al Signore, poiché entrambi offrono le proprie primizie a Dio. Eppure il racconto ci informa che il Signore, inspiegabilmente, gradisce l’offerta di Abele rispetto a quella di Caino e questo è il motivo scatenante per il primo fratricidio e anche per il primo assassinio dell’umanità.

Ovviamente sin da molto presto nella storia dell’interpretazione ci si è chiesti il perché.. sia dell’assassinio, sia soprattutto della palese preferenza di Dio nei confronti dell’uno piuttosto che dell’altro. Una domanda che può essere espressa sotto altre forme, ma che ha un significato esistenziale profondo: Perché il Signore gradisce uno e non l’altro a parità di condizioni? Perché dove a noi è concesso di avere da mangiare tanti pasti al giorno, di avere una bella casa, di vivere delle vite tutto sommato serene ed ad altri questo non è possibile? Perché ci sono cose che noi desideriamo ardentemente e prove alle quali siamo ogni giorno sottoposti ogni giorno ed altri non sono forzati ad affrontare le stesse difficoltà? In un racconto apparentemente molto semplice, scritto da credenti che cercavano di parlare della loro fede, ma soprattutto della loro idea di come il Signore interagisce nella storia personale del mondo e delle creature che lo popolano, leggiamo fin dall’inizio una delle domande di senso più rilevanti che l’essere umano si sia posto:

Perché capita a me? perché il Signore non gradisce il frutto del mio lavoro e del sudore della mia fronte, mentre gradisce quello di mio fratello?

L’ottica della quale parlo è ovviamente quella di Caino, nella quale mi riconosco, poiché è un uomo che esprime il proprio sentimento in maniera fortissima egli si irrita, si dispera ed è talmente tanto geloso della sorte del proprio fratello tanto da volerlo eliminare.

Un sentimento terribile, ma che sembra essere divenuto alquanto comune.. nella società, nel mondo.. e perché no …nelle comunità di fede, tra persone anche credenti.. la violenza e la legge del più forte hanno ancora l’ultima parola… una parola mortale, perché non ammette repliche, è autoritaria e afferma il Sé contro un generico Tu, dimenticandosi che nella comunità di fede il Signore dà alla luce un Noi (Sanctorum Communio , D. Bonoeffer).

In molti casi nella Bibbia si parla di smania di potere, ma qui si esprime un concetto significativamente differente: Caino non ha un desiderio di potere, bensì un bisogno d’amore nei confronti di Dio che non sente ricambiato. Caino è l’essere umano autentico in questa storia che si sdegna e che contesta l’operato del Signore perché non lo comprende fino a volerlo sovvertire.

Certo il rischio di essere anche moralisti o superficiali parlando di Caino ed Abele è molto alto, perché sarebbe facile dire che ognuno di noi qualche volta nella propria vita si è sentito come Caino, inadeguato o inadatta, sdegnato o incredula delle azioni di Dio ovvero anche desideroso di cambiare una realtà che interpreta come il rifiuto da parte di Dio, sarebbe facile accusare o giustificare Caino a seconda della nostra predisposizione d’animo e del nostro vissuto, sarebbe facile dunque schierarsi o con l’ucciso o con l’uccisore, con la vittima o con l’assassino, con un fratello contro l’altro.

Forse invece è meglio fare un passo indietro e sospendere il giudizio e ammettere che ognuno di noi ha paura del rifiuto e della disapprovazione dell’altro, poiché quando offriamo il meglio che abbiamo, mettiamo noi stessi in gioco, completamente a nudo e corriamo il rischio di essere disapprovati o di essere rifiutati, ed è questo che accade anche a Caino.

Di certo questo non lo giustifica, ma lo rende autenticamente umano. Un essere che per mestiere doveva avere un’attitudine mite, dedito all’agricoltura e l’altro invece, l’allevatore Abele, aveva offerto animali i quali aveva uccisi per sacrificarli.

Caino l’agricoltore, colui che si prendeva cura della terra arando e dissodando il suolo si sente ora abbattuto, deluso forse, o forse ancora possiamo immaginare che si vergogni di camminare a testa alta, come se si sentisse colpevole o mancante nei confronti di Dio.

Alcuni Midrash ebraici hanno spiegato la disapprovazione di Dio nei confronti di Caino proprio come il risultato di un’offerta peggiore rispetto a quella del fratello, ma questo il testo non lo dice.

Altri hanno parlato della competizione naturale tra fratelli maschi e dell’aggressività che a volte si manifesta nel loro rapporto, ma anche di questo il racconto non dice.

Dice invece che Caino aveva il volto abbattuto, che nonostante il Signore non avesse guardato con favore alla sua offerta, gli rivolge la parola.

Caino ha un privilegio grande rispetto anche a noi, il Signore si rivolge a lui e lo mette in guardia da sé stesso e gli domanda amorosamente «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!». Il Signore esorta Caino, parlandogli come si parlerebbe ad un bimbo da consolare, se agisci bene non rialzerai il volto? Per spiegargli che esiste il bene ed il male, ma la scelta tra bene e male la può compiere solamente lui.

Il Signore con grande amore e dolcezza spiega a Caino che la bramosia, quasi come se fosse un mostro primordiale, lo attende sulla soglia di casa, il luogo dove si esce per incontrare l’altro ovvero per accoglierlo in casa. Nell’incontro con l’altro c’è una scelta possibile tra il bene ed il male, un bene senza ricompensa, che però ci fa andare a testa alta, che la sera ci permette di dormire, che ci fa guardare con gioia ai fratelli ed alle sorelle intorno a noi, e un male insidioso, che rivolge i suoi desideri contro chi si appressa alla soglia e all’incontro con l’altro. Un male che, dice il Signore, è doveroso dominare: Tu dominalo dice a Caino, ma questo non avviene, Caino non domina la propria irritazione e la propria bramosia, resta rannicchiato e piegato con il volto abbattuto uccidendo il proprio fratello, il proprio alter ego, colui con il quale è verosimilmente più intimo e vicino rispetto a chiunque altro.

In effetti è molto più semplice entrare in conflitto con coloro che ci sono vicini, con il nostro prossimo che è vicino alla soglia della nostra casa, rispetto a coloro che sono lontani. Con chi è lontano è facile avere un buon rapporto, al massimo ci facciamo una telefonata ogni tanto, ci scriviamo delle lettere, ci stimiamo genericamente e se per caso ci incontriamo allora manifestiamo la nostra amicizia. Chi ci è vicino invece no, sta vicino a noi, accanto, preme sui nostri confini, appoggia la sua casa sul nostro muro perimetrale, ruba la nostra acqua, sposa le nostre figlie o i nostri figli, chi è vicino esprime opinioni e forse anche Dio talvolta gradisce la sua offerta più della nostra. Chi ci sta vicino, Abele, la cui vita dura un soffio, puzza, così come puzzano gli armenti e gli animali che alleva, e noi, che gli siamo vicini avvertiamo il suo odore e ci dà fastidio.

Nel Corano, come in molte interpretazioni allegoriche della Bibbia, Abele appare come il giusto, martire e nonviolento che mai alzerebbe un dito su Caino per difendersi, ma non è sulla presunta santità di Abele che si sviluppa un rapporto con Dio, ma sul tormento interiore di Caino.

Quando Gesù dice in Matteo 9,13 “Ora andate e imparate che cosa significhi: “Voglio misericordia e non sacrificio”; poiché io non sono venuto a chiamar dei giusti, ma dei peccatori» si rivolge metaforicamente anche a Caino.

Caino, non solo non ha avuto misericordia, ma ha anche negato i legami più intimo che aveva: quello con suo fratello, con il quale aveva condiviso il ventre della madre, il legame con la terra, che lavorata e curata amorosamente gli donava i suoi frutti, inquinandola con il sangue del fratello, con un nutrimento inadeguato ad un rapporto d’amore, infine Caino rompe il legame con il Signore, il quale gli mostrava un’alternativa alla violenza, alla bramosia e al peccato.

Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’ è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» Il SIGNORE disse: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. Ora tu sarai maledetto, scacciato lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando coltiverai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti e tu sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra».

IL Signore ode l’urlo delle vite spezzate e dei rapporti non vissuti, ode la preghiera di coloro che soffrono nel silenzio di esistenze negate e mette Caino di fronte alla propria responsabilità e all’orrore che ha commesso.

Sono forse arrogante nell’affermare che quella che è comunemente intesa come una maledizione da parte del Signore a Caino è invece l’atto amorevole del genitore che spiega al figlio le conseguenze tremende che producono le azioni umane.

Dio, padre e madre nostro, spiega a Caino che egli è il guardiano di suo fratello, così come è il guardiano della terra, e così spiega anche a noi domandandoci: Dove sono i tuoi fratelli e le tue sorelle?

Certamente nessuno di noi è assimilabile al Caino biblico, e non credo che nessuno di noi sia un fratricida nel senso fisico della parola, ma qui si parla di responsabilità. Il Signore spiega a noi come a Caino che non esiste un’azione che non abbia conseguenza e che siamo responsabili di agire il bene o il male di fronte a Dio. Questa responsabilità nei confronti del Signore passa attraverso la relazione che intessiamo e nella quale viviamo, con i fratelli e le sorelle, e questa relazione è parte imprescindibile del mio rapporto con Dio.

Paradossalmente, se Caino non avesse ucciso Abele, ma lo avesse visto cadere, stare male, o altro e si fosse girato “dall’altra parte” sarebbe stato responsabile comunque agli occhi del Signore. Nel testo c’è poi una particolarità.. Abele non parla mai, non si difende, ma neanche comunica con Caino.. lo fa perché lo “snobba”? o soltanto perché non ne è capace? Perché è PIù DEBOLE DI LUI? o magari è solo spaventato..

Queste sono domande che il testo non scioglie, per l’autore era di certo più interessante parlare di Caino .. anche se come comunità è importante interrogarci su questo silenzio tra i due fratelli che si traduce in tragedia.. perché, visto che ci siamo identificati con Caino, il nostro fratello tace? E come possiamo fare invitarlo a comunicare con noi senza essere invadenti, aggressivi o inopportuni non desiderati?

O se ci sentiamo come Abele.. vittime e senza difesa, perché non parliamo con nostro fratello, con nostra sorella? Perché non chiediamo aiuto?

Certo il silenzio di Abele ci deve fare riflettere.. che abbia parlato qualche volta? Che semplicemente Caino non lo abbia ascoltato?

Se poi invece, quella di Caino fosse solo invidia? Quale sentimento sarebbe più umanamente comprensibile, addirittura nel vangelo di Marco ed in quello di Matteo, parlando della decisione che Pilato doveva fare tra Gesù e Barabba, si dice chiaramente che Pilato “sapeva che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt. 27,18. Mc. 15,10).

Allora ancora con più determinazione e chiarezza il Signore ci mette in guardia, perché il rapporto con nostro fratello e con il nostro prossimo, che sovente è troppo vicino, che è insopportabilmente presente, che talvolta è più motivato di noi e che spesso è anche più bravo di noi a fare le cose, è contemporaneamente la nostra sfida e la nostra vocazione.

Una vocazione all’amore, alla comprensione, al rispetto ed alla misericordia. Ed è proprio la misericordia l’ultima parola di questo racconto, quando Caino non riesce a sopportare il peso e le conseguenze della propria colpa e dice «Il mio castigo è troppo grande perché io possa sopportarlo. Tu oggi mi scacci da questo suolo e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, così chiunque mi troverà, mi ucciderà». Ma il SIGNORE gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui». Il SIGNORE mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse. Caino si allontanò dalla presenza del SIGNORE.

Il Signore mise un segno su Caino, ed è il segno dell’umanità, che non sa affrancarsi dalla propria colpa e che non la riesce a sopportare.

Amen.
Past. Laura Testa