I Profeti Anteriori

Premessa

Nella tradizione ebraica i testi che seguono la Torah sono definiti i “Profeti”, distinguibili in
Profeti anteriori e posteriori. Se per i Profeti posteriori o profeti scrittori è più facilmente
individuabile la ragione che li vede definire tali, meno lo è per gli anteriori. Nella
composizione delle Bibbie cristiane, che seguono le divisioni della Settanta, i Profeti anteriori
sono infatti definiti libri “storici” (aggiungendovi altro testi: Rut, Cronache 1/2, Esdra,
Neemia, Ester). Nella Bibbia ebraica quindi abbiamo Giosuè, Giudici, Samuele 1/2 e Re 1/2,
inseriti secondo il canone nel libro dei profeti poiché i loro autori -secondo la tradizione-
Giosuè , Samuele e Geremia, erano ritenuti tali. Occorre guardare all’inserimento dei libri
dei profeti secondo la tradizione ebraica per cogliere uno dei sensi più importanti della Bibbia
ebraica; definita anche Tanak, acronimo di Torah, Nebiim, Ketubiim (Pentateuco, Profeti e
Scritti) pone al primo posto la Torah come caposaldo, che in quanto raccolta dei testi
fondanti di Israele, in una sorta di scala discendente precede Profeti e Scritti. Diversamente
la tradizione cristiana porrà i Profeti al termine del proprio canone del Primo Testamento, in
una successione ascendente che li pone al culmine, in quanto annunciatori della venuta del
Cristo.
Altra chiave di lettura nella disposizione dei testi all’interno del canone ebraico è che se con la
Torah vediamo Dio che parla ma soprattutto agisce, nei Profeti assistiamo a Dio che parla
mentre negli Scritti rileviamo la risposta del popolo di Israele. I libri dei Profeti anteriori sono
caratterizzati da una teologia deuteronomistica ed in questo in relazione col Pentateuco.

Il giovane Samuele chiamato da Dio (M. Chagall)

Israele da Mosè a Samuele
Giosuè compare (Giosuè 1,1-9) come successore di Mosè ma non gli viene parificato.
Saranno frequenti i rimandi a Mosè nella tradizione profetica, consentendo in tal modo di
evidenziare di volta in volta lo spessore del profeta in questione richiamandosi alla figura
eminente di Mosè, senza però mai perdere di vista come questi non sia comparabile: l’amico
di Dio, colui con cui Dio parlava “faccia a faccia” (Es. 33,11) rimane elemento unico e
fondante. Giosuè ha il titolo di “servo di Mosè” non di “servo di Dio” (ebed Yhwh) come il
suo predecessore, egli è l’esecutore della Torah data da Mosè, il suo compito è portare a
termine la conquista della terra di Canaan e ripartirla tra le tribù di Israele, garantendo la
fedeltà a Dio, servendolo. Il compito viene espletato, la generazione di Giosuè si attiene alla
promessa fatta. Ecco che nel periodo di Giosuè abbiamo la definizione di un’epoca ideale,
simile a quella di Mosè. Un cambiamento di direzione netto è quello descritto dal libro dei
Giudici, la generazione successiva “non conosceva più il Signore, né le opere che Egli aveva
compiute in favore di Israele” (Giud. 2,10), originando l’adorazione degli idoli di Baal: di qui
il rinnegamento di Yhwh che si dispiegherà nei testi successivi. La collera divina si tradurrà
nel libro dei Giudici nella periodica oppressione da parte di popoli ostili e nella conseguente
comparsa dei giudici: reggitori, salvatori inviati da Dio. Di essi sono raccontati i successi
militari; tra loro una donna, Debora, profetessa e giudice; spicca Gedeone che resiste al culto
di Baal e che rifiuta una signoria ereditaria su Israele: un’istanza critica contro la monarchia.

Il libro presenta in maniera paradigmatica l’infedeltà di Israele ed il soccorso di Dio. Un
periodo di disordine, il libro dei Giudici lo esprime palesemente al termine: “Ognuno faceva
quello che gli pareva meglio” (Giud. 21,25). Si profila poi il periodo successivo, quello della
monarchia: un nuovo inizio, ecco comparire Samuele.  Profeta ma descritto anche come
giudice, a lui gli anziani chiedono un re ed egli acconsente su incarico divino, sebbene spicchi
l’avvertimento che il desidero significhi non avere più Dio a capo di Israele, evidenziando gli
aspetti negativi della monarchia (1 Sam 8,9-18). In due diversi racconti si procede con la
nomina a re di Saul, unto da Samuele oppure insediato dopo una vittoria militare. La
tensione tra la signoria di Dio e gli interessi politico-militari della monarchia emergono
immediatamente; Samuele è il rappresentante della sovranità di Yhwh, della sua unicità
radicata nel culto e Dio si pente di avere stabilito Saul, “cerca un altro uomo” (1 Sam 13,14).
Come Dio riniziò dopo il diluvio, garantendo la sopravvivenza dell’umanità, analogamente
ricomincia garantendo la durata della dinastia al successore: Davide (2 Sam 7,12); Samuele
inizia una nuova era nella storia di Israele.

Israele tra re e profeti
Samuele unge Davide, (1 Sam 16,13) e di conseguenza lo Spirito di Dio lo investe: il lettore
realizza che il futuro appartiene a Davide. La preferenza di Dio è evidente, la crescita di
Davide è rapida, come capobanda prima, con la morte di Saul in battaglia contro i filistei,
con la profezia della profetessa Abigail, con il maggior peso di Giuda come nuovo centro di
potere politico, con la promessa della stabilità. Unto poi re di Giuda (2 Sam 2,4) evidenzia la
sua azione e indipendenza politica: conquista Gerusalemme che diviene città di Davide,
indipendente dalle tribù israelitiche; vi trasferisce l’arca di Dio, facendone il centro religioso
del regno. Compare il profeta Natan, profeta di corte che connota l’ambivalenza della
monarchia davidica. La “promessa di Natan” in 2 Sam 7,16 fonda la dinastia di Davide, le
conferisce durata (ad olam : per sempre) e definisce il periodo della benedizione (2 Sam 2-7);
l’adulterio con Bath-Sceba e l’omicidio del marito caratterizzano il periodo sotto il segno della
maledizione (2 Sam 9-24). Fondamentale come nonostante la peccaminosità di Davide, gli
intrighi e gli scandali, la promessa di Dio non venga revocata, attraverso Natan verrà
mantenuta. E’ sempre Natan che riesce a fare insediare come sovrano Salomone (figlio di
Davide e Bath-Sceba) ma è Davide che raccomanda a Salomone l’osservanza della Torah (1
Re 2,1-4) é un colpo di scena! Dal tempo di Giosuè non era più nominata e sarà la sua
osservanza che potrà consentire a Salomone di mantenere il suo potere. Egli inizia il suo
regno con un pluriomicidio politico ma sarà la Sapienza a contraddistinguerlo. Dio gli ha
accordato un cuore intelligente, sarà inoltre un giudice saggio e non convenzionale; edificherà
il tempio ed il palazzo reale.
Il capitolo 8 del primo libro dei Re mostra un chiaro riferimento all teologia
deuteronomistica: come sul Sinai la gloria (kabod) di Yhwh riempie il tempio, è quindi
connesso al Sinai (valorizzazione della centralizzazione del culto); non vi è Dio al pari di
Yhwh; egli osserva il patto e la misericordia verso chi cammina con il cuore verso di lui;
inoltre i cieli non lo possono contenere, nemmeno il Tempio, che è comunque il luogo dove
abita il suo nome: gli uomini saranno ascoltati da Dio -che è nei cieli- quando pregheranno
rivolti verso il Tempio, anche se lontani , anche in esilio.
Anche il regno di Salomone è sotto il segno dell’ambivalenza: tramite due visioni oniriche si
evidenziano gli aspetti positivi, la saggezza, l’edificazione del tempio, ma anche l’annuncio di
sventura: il tempio sarà distrutto, il popolo sarà deportato. Ambivalenza che non rende
comunque simili le figure di Davide e Salomone. Nel libro dei Re Davide rimane esempio di
sovrano fedele a Yhwh, mentre appare un giudizio negativo su Salomone in quanto
inadempiente verso la Torah di Mosè a causa del culto di divinità straniere , fatto alla base
della successiva divisione del regno secondo il punto di vista deuteronomistico. Davide quindi
come figura esemplare di re, l’unico che ha garantito l’integrità del regno.

Israele e Giuda tra re e profeti
Sarà proprio l’adorazione di divinità straniere che farà rivolgere al profeta Aiia di Silo la
parola divina che motiverà Geroboamo a sollevarsi contro Salomone e divenire successore di
Davide su 10 tribù (1 Re 11,29-40). L’autonomia politica del Nord si trasforma anche in
autonomia cultuale, saranno fondati in due santuari di Betel e Dan, alternativi a
Gerusalemme, imprese che “attirano su di lei la distruzione e lo sterminio” (1 Re 13,34): guida
sempre la teologia deuteronomistica. Nei secoli successivi assisteremo alla guerra tra i due
regni di Israele e di Giuda ed il secondo, meno potente, sarà in una situazione di velato
vassallaggio verso il primo. Nonostante questa dipendenza politica saranno due gli elementi
fondamentali per la storia che permetteranno a Giuda di possedere spiccata autonomia: il
tempio e la dinastia davidica, premesse essenziali per la futura sopravvivenza del popolo di
Israele anche dopo la sua perdita di autonomia. I sovrani del regno del Nord sono visti in
maniera negativa, analogamente al periodo dei giudici. L’adorazione di divinità straniere
sarà origine di una costante denuncia, in particolare spicca la storia di Acab, della dinastia di
Omri, sovrano che erige in Samaria un tempio a Baal e sposa la principessa fenicia Izebel.
Ecco che , come sempre nei momenti di crisi, appare una figura profetica: Elia che incontra
Dio -analogamente a Mosè- sul monte Oreb (1 Re 19,9); acme del racconto la configurazione
del “resto d’Israele” (1 Re 19,18), un residuo di persone che rimane fedele, con cui la storia
procederà. Elia si scontra col sovrano -nell’episodio della vigna di Nabot emergono ancora
l’ingiustizia del re e la sovranità di Dio sulla terra- ed infine Elia annuncia la fine della sua
casata (1 Re 21,21). Sarà un altro profeta, Micaia figlio di Imla che, diversamente dai profeti
di corte, annuncerà la sconfitta in guerra e la fine del re: si pone il tema della vera e falsa
profezia; quella vera si realizza. Eliseo, discepolo e successore di Elia, traghetterà il regno
verso un’altra dinastia, ponendo fine a quella di Omri/Acab, eseguendo così il compito
affidatogli da Elia.
Di Giuda non è espresso un giudizio altrettanto negativo rispetto a quello sul regno di Israele,
mancando i peccati di Geroboamo, sebbene gli “alti luoghi” come santuari alternativi a
Gerusalemme non manchino nemmeno qui. Ciò che costituisce elemento differenziante è la
promessa fatta da Dio per amore di Davide che “aveva fatto ciò che è giusto agli occhi del
Signore” (1 Re 15,5). Sarà con il re di Giuda Ezechia che si assisterà ad una grande riforma
del culto (2 Re 18,1-6), sullo sfondo della minaccia assira (nel 722 a.C. cade Samaria) e
dell’attività profetica di Isaia, che gli annuncerà la futura deportazione di Giuda a Babilonia
(che avverrà in due fasi nel 597 e 586 a.C.) . Avremo poi l’ulteriore riforma del re Giosia,
(seguente la controriforma di Manasse) il quale -mutuando gli stessi vocaboli espressi in Deut.
17,20- “camminò in tutto e per tutto per la via di Davide suo padre, senza scostarsene né a
destra, né a sinistra” (2 Re 22,2). La riforma sarà avviata dal ritrovamento, durante i lavori di
rifacimento del tempio, di un libro che potrebbe essere una versione più antica del libro del
Deuteronomio. La riforma è radicale: la soppressione dei culti stranieri, la centralizzazione
del culto a Gerusalemme, la distruzione degli altri luoghi di culto , in particolare di quello di
Betel. Giosia viene elevato sopra tutti gli altri re prima e dopo di lui ma muore in battaglia ed
all’orizzonte si staglia il nemico babilonese. L’infedeltà di Israele (comune alla monarchia, con
eccezione del soli re Ezechia e Giosia) sarebbe stata punita, Dio aveva promesso una
permanenza durevole se fosse stato messo in pratica quanto Egli aveva raccomandato, ma
non era avvenuto, Manasse ne era stato l’ultima riprova. La distruzione di Gerusalemme, le
deportazioni vengono descritte senza commenti ormai .

Conclusioni
Nonostante l’epilogo la storia dei profeti anteriori non è un racconto di fallimento. Vengono
poste le basi necessarie per la vita di Israele, anche nell’epoca successiva all’esilio babilonese,
che terminerà con l’editto di Ciro del 538 a.C. . Ai due doni già espressi nel Pentateuco (la
Torah stessa e la terra) troviamo qui altri due aspetti fondamentali: la monarchia ed il
tempio. La condanna degli dei stranieri emerge con forza, la loro adorazione, l’infedeltà ,
spiegano la divisione e le successive tragedie in cui incorreranno i regni di Israele e di
Giuda. Su tutto, il ruolo dei profeti che sono intervenuti nei momenti di crisi, che hanno
accompagnato la monarchia contro le tendenze politeistiche, avvertendo costantemente
Israele e Giuda nella necessità di convertirsi . I profeti sono i servi (ebed) di Yhwh, titolo di
Mosè stesso e testimoni del fatto che la monarchia ha governato in difformità dai
comandamenti di Dio, testimoni inoltre che quindi si sarebbe potuto fare altro, in conformità
al volere divino, vi è quindi un’altra strada … .

Alessandro Serena

Bibliografia:

-Rendtorff R., Teologia dell’Antico Testamento Vol.1, Claudiana Torino 2001.
-Rendtorff R., Teologia dell’Antico Testamento Vol.2, Claudiana Torino 2003.
-La Bibbia TOB, Elledici Torino 2010

“Martin Lutero”, recital a due voci di Maura e Jean Louis Sappè. Venerdì 31 marzo, tempio Valdese di Verona

Venerdì 31 marzo, alle ore 20:30, presso il tempio Valdese di Verona (via Duomo, angolo via Pigna) verrà presentato il recital a due voci Martin Lutero”.

Scritto e interpretato da Maura e Jean Louis Sappè, del Gruppo Teatro Angrogna, il testo racconta i momenti salienti della vita del teologo tedesco con uno sguardo alla sua umanità. Durante lo spettacolo ci saranno inni e canti scritti dal riformatore e interpretati dal vivo.

Locandina recital Martin Lutero 31 mar 2017 Verona

Il Gruppo Teatro Angrogna nasce nel 1972 in Piemonte, nella zona delle cosiddette Valli valdesi, luoghi interessati per secoli dalla presenza del protestantesimo riformato in Italia. Maggiori informazioni sulla storia e la ricerca di questo gruppo teatrale si possono trovare all’indirizzo http://www.teatroangrogna.it/

L’ingresso allo spettacolo è gratuito.

«La tua fede ti ha salvato!» Predicazione di domenica 19 marzo 2017

 

LETTURE BIBLICHE: Luca 18,31-34; Romani 4,18-22; Luca 18,35-43

31 Poi, prese con sé i dodici, e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e saranno compiute riguardo al Figlio dell’uomo tutte le cose scritte dai profeti; 32 perché egli sarà consegnato ai pagani, e sarà schernito e oltraggiato e gli sputeranno addosso; 33 e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma il terzo giorno risusciterà». 34 Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.
Luca 18,31-34

18 Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». 19 Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; 20 davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio, 21 pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo. 22 Perciò gli fu messo in conto come giustizia.
Romani 4,18-22

35 Com’egli si avvicinava a Gerico, un cieco che sedeva presso la strada, mendicando, 36 udì la folla che passava, e domandò che cosa fosse. 37 Gli fecero sapere che passava Gesù il Nazareno. 38 Allora egli gridò: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 39 E quelli che precedevano lo sgridavano perché tacesse; ma lui gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 40 Gesù, fermatosi, comandò che il cieco fosse condotto a lui; e, quando gli fu vicino, gli domandò: 41 «Che vuoi che io ti faccia?» Egli disse: «Signore, che io ricuperi la vista». 42 E Gesù gli disse: «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». 43 Nello stesso momento ricuperò la vista, e lo seguiva glorificando Dio; e tutto il popolo, visto ciò, diede lode a Dio.
Luca 18,35-43

Il racconto di oggi, tra i più amati e conosciuti del Nuovo Testamento, ci narra la storia di una conversione: si tratta della vicenda di un cieco che vive ai margini della società, dipendente dalla generosità altrui, e che diventa invece protagonista della propria vita, un uomo che sa cercare Gesù, che si lascia trasformare dall’incontro e che infine diventa artefice della conversione di altri.
All’inizio della scena Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove sta andando a vivere la propria passione ed è circondato da gente che lo ama e lo esalta, ma che non ha ancora capito nulla di quello che lui dice e non ha ancora accettato cosa significhi essere discepoli di Gesù. Luca infatti ci dice:
Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.
Uomini e donne che sentono e vedono con i loro corpi, ma che non riescono a capire nulla di quello che pur odono e vedono. Cioè uomini e donne che vedono, ma che in realtà sono ciechi, ancora incapaci di una vera conversione.
E noi a chi assomigliamo di più? A coloro che stanno accanto a Gesù e lo glorificano o a coloro che ne stanno lontani perché non vedono e non capiscono?
Un cieco dunque era seduto sul ciglio della strada, ai confini della vita, e coglie che qualcosa sta succedendo. Sente l’emozione della folla, il tramestio e vuole partecipare, forse non vuole più rimanere ai margini. Forse è questo il momento in cui comincia il suo percorso verso Gesù e la fede. Intuisce che sta succedendo qualcosa ma è seduto, è cieco e quindi chiede che gli si dica chi sta passando. Un uomo fermo e cieco: quante volte anche noi siamo fermi nelle nostre posizioni, come paralizzati? E ciechi: ciechi di fronte all’evidenza del nostro immobilismo, ciechi di fronte ai malati, ai prigionieri, ai poveri che ci chiedono aiuto e che noi neppure vediamo e sentiamo. Anche noi spesso ci accontentiamo di vivere sul ciglio della strada e aspettiamo quello che arriva.
Ma il cieco non si accontenta più, vuole vedere e quindi grida, chiama, invoca: è un grido quasi inarticolato, è un’accorata richiesta d’aiuto. Signore sono qui, forse non riesci a vedermi, ma io ci sono, abbi pietà di me. Signore, volgi il tuo sguardo, sono qui. Ma la folla lo zittisce: dà fastidio questo grido, spezza l’equilibrio, nuoce all’immagine di calma e tranquillità che vorremmo nel nostro mondo, spezza il nostro equilibrio. La folla non vuole essere turbata, non vuole emozioni forti, non vuole confusione. Anche il mondo che ci circonda, anche la nostra bella società non vuole essere disturbata: niente grida, per carità! Niente voci nel deserto, che spezzino il nostro equilibrio, la nostra pace. Lavoriamo, ci occupiamo dei nostri figli, siamo brave persone, zittiamo queste grida, questo rumore che ci infastidisce.
Ma il cieco non si lascia zittire, anzi, grida più forte: Signore, abbia pietà di me! Signore sono qui, schiacciato dal mio quieto vivere, schiacciato dalla quotidianità, schiacciato dall’abitudine: Signore, vieni e liberami! Liberami dal mio bisogno di quiete, liberami dalla paura di affrontare la vita. Ascolta la mia voce, o Signore!
E Gesù lo sente. Gesù si ferma e lo accoglie. Ecco la grande, straordinaria notizia: Gesù si ferma e vuole ascoltarlo. Quando urliamo il nostro dolore, la nostra fatica, il Signore ci sente, anche se il frastuono che ci circonda ci induce a pensare che non possa sentirci, che sia distratto, che anche Lui, come noi, sia distolto dal rumore. E invece, Gesù lo sente e si ferma e vuole parlare con lui. E gli chiede «Che vuoi che io ti faccia?». Perché glielo chiede? Forse Gesù non era in grado di sapere che un cieco vuole la vista? Forse non è in grado di conoscere i nostri desideri prima che li formuliamo? E allora perché glielo chiede, secondo voi?
Glielo chiede perché Dio non ci impone la sua guarigione, Dio non ci guarisce se noi non lo vogliamo. Aspetta che noi lo desideriamo. Aspetta che noi lo chiediamo perché la sua guarigione significa prendere insieme a Lui la strada per Gerusalemme, la strada per la passione, per la croce. Il nostro Signore non è un Dio che si impone: è un Dio che ci aspetta e ci accoglie, un Dio che vuole ristabilire l’ordine e l’armonia che abbiamo perduto, ma che sa aspettare i nostri tempi, che sa accogliere la nostra fatica, è un Dio che quando chiamiamo ci chiede «Che vuoi che io ti faccia?»
E dunque Gesù nel silenzio che improvvisamente deve essersi creato intorno a lui e al cieco, silenzio attonito, di chi non capisce, di chi non si aspettava questa improvvisa svolta nella scena, domanda al cieco cosa voglia. E il cieco, ormai calmo, che non ha più bisogno di urlare perché è al cospetto del Signore, domanda di recuperare la vista. Domanda la guarigione. Non è come il giovane ricco, non è come tanto spesso siamo noi, accetta la guarigione e dunque la chiede. Essa significherà non potersi più nascondere, significherà accettare di vedere con gli occhi del Signore, cioè di vedere anche quello che non vorremmo vedere, anche quello che ci fa male, o ci spaventa, significa accettare la croce e tutte le sue conseguenze. Recuperare la vista significa non voler più dipendere dagli altri, significa affidarsi al Signore assumendosi la responsabilità della propria vita.
E Gesù gli dice «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». Perché Gesù menziona la fede? Quale fede? Abbiamo visto che il cieco prima è curioso, poi grida e nella difficoltà grida più forte, cioè persevera. Sembra tutto inutile, ma lui insiste e piano piano può passare dal grido al dialogo e infine con fede può chiedere la guarigione: egli vuole vedere, vuole essere un uomo fino in fondo, vuole ricevere da Dio la possibilità di seguirlo. E così il cieco, immobile sul ciglio della vita, diventa un discepolo che segue Gesù e glorificando Dio ne diventa un testimone efficace, un testimone che porta la folla dell’inizio del racconto a diventare popolo e a lodare Dio. La folla, infatti, nella prima scena faceva da schermo, impediva al cieco di avvicinarsi a Gesù, mentre alla fine diventa popolo. Insieme al cieco, anche la folla si trasforma e si converte, diventando popolo di Dio.
Il Signore non ci forza, non ci trascina, ma ci chiede molto: come Abramo che concepisce un figlio quando è ormai vicino alla morte, anche noi dobbiamo credere alla vita che vince la morte. La fede è infatti la fiducia che noi possiamo ricevere in dono la salvezza: cioè la vista nonostante la nostra cecità, l’agilità del movimento, nonostante la nostra paralisi, la fertilità, nonostante la nostra vecchiaia, la vita nonostante la morte.
Amen!
Erica Sfredda

“Mai ho capito cosa significa essere giusti davanti a Dio”… . Predicazione di domenica 12 marzo 2017.

LETTURE BIBLICHE: Romani 4,1-5.13-17
1 Che diremo dunque che il nostro antenato Abraamo abbia ottenuto secondo la carne? 2 Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi; ma non davanti a Dio; 3 infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». 4 Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; 5 mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia. 13 Infatti la promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abraamo o alla sua discendenza in base alla legge, ma in base alla giustizia che viene dalla fede. 14 Perché, se diventano eredi quelli che si fondano sulla legge, la fede è resa vana e la promessa è annullata; 15 poiché la legge produce ira; ma dove non c’è legge, non c’è neppure trasgressione. 16 Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia; in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza; non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede d’Abraamo. Egli è padre di noi tutti 17 (com’è scritto: «Io ti ho costituito padre di molte nazioni») davanti a colui nel quale credette, Dio, che fa rivivere i morti, e chiama all’esistenza le cose che non sono. (Rm 4,1-5.13-17)

Care sorelle e cari fratelli,
Giustificati! Cosa significa esattamente? Cosa significa essere giusti davanti a Dio? GIUSTI davanti a Dio, chi può esserlo? E … se si può esserlo, come? Soprattutto: che significato ha nella nostra vita di ogni giorno, essere giusti. Il brano di Paolo è celeberrimo sia per tutta la cristianità in generale che per noi protestanti in particolare. Questi versetti diverranno un caposaldo della Riforma di Lutero: la salvezza per grazia attraverso la fede. Vediamo di comprendere cosa intendeva dire Paolo ai suoi contemporanei della città di Roma, cosa ha inteso leggervi Lutero e qual’è il messaggio eterno, che parla ad ognuno di noi, oggi, qui e per sempre.
Paolo scrive ad una comunità che non conosce personalmente, che non ha fondato; vorrebbe visitarla ed invia loro quella lettera che costituirà una vera summa per il pensiero cristiano, la lettera ai romani appunto. Intende presentare il proprio pensiero, il Vangelo che ha ricevuto e come lo ha inteso. La comunità di Roma è composta in prevalenza da giudeo-cristiani, provengono dalla fede ebraica, non dal paganesimo, conoscono quindi molto bene i testi sacri ed anche le idee che animano il mondo giudaico, in Palestina e fuori. Uno dei problemi maggiormente sentiti è proprio quello della salvezza. Chi si salverà? Pochi, molto pochi. L’idea, in particolare della corrente farisaica, da cui Paolo proveniva era che la salvezza fosse “affare di pochi”. I meriti, le opere era indispensabili, una giustizia quella di Dio paragonabile a quella di un tribunale, severo, che pone sulla bilancia quanto si è o meno fatto, un esiguo numero di persone poteva salvarsi.
A fronte di questo qual’è il messaggio di Paolo? Qual’è il messaggio del cristianesimo? Nel Vangelo di Marco è detto che “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” . Perché molti? Perché non tutti? Cristo è venuto per la salvezza dei molti , non tutti, non per esclusione ma perché se pochi sono quelli che si salvano, “i molti” sono i peccatori. Il movimento cristiano si concentra sui molti che non si salvano, perché non offrire la salvezza sarebbe in contraddizione con la misericordia di Dio. Questo quindi è quanto il cristianesimo primitivo annuncia: NON E’ VERO CHE quando viene il giudizio pochi si salvano e molti no. NON E’ VERO CHE DIPENDE DA QUANTO FAI, DALLE TUE FORZE. E’ VERO CHE DIPENDE DALLA GRAZIA DI DIO, DALLA SUA MISERICORDIA. Pensiamo alla Parabola dei lavoratori nella vigna di Matteo: la salvezza è per chi ha lavorato tutto il giorno ma anche per chi ha lavorato meno: Dio è misericordioso , che ti importa se ha lavorato meno ore? La tradizione farisaica si concentra sullo sforzo anche se fatica di poche ore, per i cristiani il focus è sull’aiuto gratuito di Dio. Questo dice Paolo nella lettura di oggi dalla lettera ai Romani: Abramo fu giustificato per fede, non per le opere. Abramo è padre di tutti noi, in Genesi 12 è scritto: “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra.” . A noi quindi, noi, qui, oggi viene annunciato da Paolo che quell’eredità è nostra “per fede affinché sia per grazia”. La giustificazione per Paolo: cosa significa in breve? Che rivolgendosi ad un malato prima lo si deve guarire: dargli le gambe, poi può camminare, se non ha le gambe non può . Il Signore PRIMA ci guarisce, ci dà il suo perdono e POI noi possiamo attingere a questa immensa risorsa che è il suo perdono per spendere una vita che è piena della SUA grazia, della SUA forza, del SUO amore, come lui ci ha insegnato: AMANDO, perché siamo stati amati per primi.
La Riforma prenderà molto seriamente il messaggio di Cristo in Paolo. In un mondo ancora medioevale, pervaso dal terrore della dannazione, del castigo eterno, dove spesso la propria incapacità di essere perfetti getta nella disperazione le persone, sorge come un’alba il messaggio di Lutero: la giustizia di Dio non è quella che appartiene a Dio come sua caratteristica, lo è certo, giusto, ma in questo caso Lutero intende la giustizia di Dio in quanto è quella che PROVIENE da Dio, che DIO CI DONA, rendendoci giusti. Cosa vuol dire che Dio ci dona questa giustizia? Lutero utilizza un linguaggio giuridico: intende spiegare che la POTENZA della Grazia risiede COMPLETAMENTE, TOTALMENTE nel fatto che è Dio che pronuncia la parola di assoluzione. La giustizia viene quindi attribuita , l’imputato e’ dichiarato giusto dal giudice, anche se magari non lo è in realtà. TUTTO il peso dell’evento sta nella parola pronunciata non nell’imputato, per sottolineare che è un radicale dono. Il Riformatore annuncia che Dio è libero e che la sua grazia è INCONDIZIONATA, senza se e senza ma, diremmo oggi. Ecco cosa è la salvezza per grazia mediante la fede, nonostante i nostri sbagli, i nostri errori , la nostra miseria c’è una misericordia che ci cerca, che ci viene vicino, che ci salva, INDIPENDENTEMENTE dal mio operato , perché fin quando ci sono di mezzo io, sono rovinato.
Tutto bene quindi? Possiamo fare quello che vogliamo, tanto siamo salvi? Era l’accusa rivolta ai primi protestanti, “Quelli ? Non hanno bisogno di fare del bene, anzi, ritengono di potersi comportare nei modi peggiori … non temono la giustizia di Dio!”. Intendiamoci, accusa non priva di un fondo di verità, per certi aspetti: un teologo evangelico, Dietrich Bonhoeffer, Pastore luterano, impiccato dai nazisti nel 1945 in un campo di concentramento per la sua fattiva opposizione al nazismo, avrebbe parlato 400 anni più tardi di Lutero di “Grazia a buon mercato”, quella di chi ritiene che il perdono non abbia implicazioni nella nostra vita. Potremmo anche dire che se la grazia è costata cara, la croce di Cristo, non possiamo pensare che la fede, quella vera, che è la FIDUCIA in DIO, non cambi nulla, non si è perdonati inutilmente! Il perdono, per sua natura, fruttifica. Su una cosa però i detrattori della Riforma avevano ragione al 100%: non abbiamo paura, NON ABBIAMO PAURA. Non temiamo un Dio giudice lontano, abbiamo FIDUCIA nelle promesse divine, in un Dio che è amore e misericordia che ci cerca, che ci salva, che nel farlo ci rende suoi strumenti. Strumenti imperfetti, limitati, ma in mano a Dio , perché? Perché siamo in CRISTO, perché, sempre secondo Paolo siamo nuove creature! Ri-nati. <

Allora :
-se non abbiamo paura di un giudice col pallottoliere
-se siamo liberati da un perdono gratuito
-se siamo salvati da una grazia incondizionata
-se siamo creature nuove
-se (come di Paolo al capitolo 8 della lettera ai Romani) “né morte, né vita, né principati, né cose presenti, né cose future … né alcun altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”
-se tutte queste cose sono vere: non temiamo nemmeno la nostra debolezza. Sempre l’apostolo Paolo lo dice nella seconda lettera ai Corinzi: “Ti basta la mia grazia, la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” ed ancora dice Paolo, “… quando sono debole, è allora che sono forte”. Lo scrive Paolo, che non è stato guarito dalla sua malattia, dalla sapienza nella carne che lo tormenta, che ha subito lapidazioni, processi, prigionia. Quando sono debole è allora che sono forte. Non avere paura, forza nella debolezza, in sostanza significa essere liberi dall’affanno del dover fare, del dover dimostrare. Dimostrare a chi? Sapete qual’è la vera condanna della legge? La vera condanna della legge è quella della legge che RITENGO DI DOVER RISPETTARE per dimostrare qualcosa agli altri, alla società, o a me stesso. Poi arriva Qualcuno, con la Q maiuscola che dice : “Guarda così non ottieni nulla, perché allora hai già la tua ricompensa” e ci spiazza, sbaraglia queste finte sicurezze. Kurt Marti, pastore e poeta svizzero recentemente mancato in una sua poesia parla di ” Un mondo che si scardina per troppa efficienza”, che è una immagine efficace della nostra realtà e che magari siamo tentati di trasporre nella nostra relazione con Dio. Come raggiungo un obiettivo lavorativo, sociale, sportivo, allo stesso modo penso di raggiungere la salvezza; poi arriva ancora Qualcuno, quello di prima che ci dice: “non hai capito, il mio perdono non e’ una tua conquista, non è subordinato alle tue azioni o a quello che tu ritieni giusto”. Noi in un mondo che misura tutto sull’efficienza, non abbiamo quest’ansia, non dobbiamo conquistare il cielo. Allora cosa dobbiamo fare? Come ci comportiamo? Torniamo a citare una poesia di Kurt Marti dal titolo “GIUSTO”: ” Mai ho capito che cosa significa giusto davanti a Dio. Paolo è grande e forse Lutero. Io però resto confuso , giusto davanti a Dio? Non sarebbe meglio se fossimo giusti gli uni per gli altri? ”
Ecco che allora la domanda di prima “cosa dobbiamo fare” rivolgiamola a Dio, non a noi stessi! A Dio, ma come? Abbandonati ai nostri pensieri? Soli davanti alla nostra coscienza? La nostra coscienza, grande pensiero della Riforma, che le diede un valore che prima non aveva. la nostra coscienza che ci RESPONSABILIZZA, perché non è una scatola vuota dove si agitano i nostri pensieri ma è lo spazio in cui DIO AGISCE. Come lo fa? Lutero , nel 1521, convocato di fronte la dieta imperiale di Worms ebbe a dire: ” sono vinto dalla mia coscienza e prigioniero della Parola di Dio (…) perciò, non posso né voglio ritrattarmi, poiché non è sicuro né salutare fare alcunché contro la coscienza. Dio mi aiuti (…) non posso altrimenti!».
Ecco un violino, se è tale, in mano ad un Maestro non può non suonare la sua melodia, deve solo lasciare scorrere l’archetto , lasciare agire le sapienti dita del musicista e l’aria intorno non sarà più la stessa, non possiamo altrimenti!

Alessandro Serena

«Ogni cosa ha la sua stagione, ed ogni azione sotto il cielo ha il suo tempo.» Predicazione di domenica 26 febbraio 2017

LETTURE BIBLICHE: Ecclesiaste 3,1-8; Luca 10: 38-42

Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare, un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Ecclesiaste 3,1-8

Or mentre essi erano in cammino, Egli entrò in un villaggio; e una certa donna, per nome Marta, lo ricevette in casa sua. Ell’avea una sorella chiamata Maria la quale, postasi a sedere a’ piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta era affaccendata intorno a molti servigi; e venne disse: Signore, non t’importa che mia sorella m’abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore, rispondendo, le disse: “Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di molte cose, ma di una cosa fa bisogno. E Maria ha scelto la buona parte che non le sarà tolta”.

Luca 10: 38-42

Conosciamo tutti le due sorelle di Betania, Marta e Maria, due donne che amavano profondamente Gesù e per le quali anche Gesù nutriva della tenerezza. Due sorelle, come si è detto, abituate a vivere nella stessa casa, probabilmente avvezze a condividere tutto: gioie e dolori, fatiche e necessità della vita. Profondamente unite e vicine, dunque, ma anche profondamente lontane e separate. Nell’episodio che abbiamo letto oggi Marta svolgeva il ruolo tradizionale della padrona di casa e della massaia, un ruolo operativo, della cui importanza siamo tutti consapevoli; mentre Maria, incarnava una funzione nuova e senz’altro inusuale per una donna a quei tempi: stare ai piedi di un Maestro, infatti, significava nel linguaggio dell’epoca esserne un discepolo. Maria era dunque una discepola, una donna che seguiva senza timore il suo Maestro, pur vivendo in una terra, la Palestina, dove questa opportunità non era certo concessa quando il maestro era per esempio un rabbino.

Maria stava ai piedi di Gesù, dimentica di tutto, perfino dell’ospitalità dovuta ad un ospite di grande riguardo, in un mondo, oltretutto, dove questa era sicuramente un valore e un dovere assoluti, una società in cui l’ospite era considerato sacro e andava accolto e servito anche a costo di privarsi del necessario, dell’indispensabile, come tanti altri episodi del Nuovo e dell’Antico Testamento ci testimoniano. Marta, invece, era molto affaccendata, iperattiva, probabilmente instancabile, ma anche frustrata e gelosa della sorella, che invece che aiutarla, restava seduta ad ascoltare il Maestro. Marta, evidentemente, sentiva maggiormente l’importanza e la necessità dell’azione e ne era talmente assorbita da dimenticarsi di ascoltare il Signore.

E così, tutta la sua attività diventa in qualche modo fine a se stessa, si trasforma in frenesia, e il suo desiderio generoso di essere ospitale si trasforma in nervosismo e mugugni, che infine si riversano su Maria. L’essere attiva ritiene le dia il diritto di giudicare la sorella e vuole che questo sia fatto pubblicamente. Probabilmente nelle parole di Marta c’è anche l’eco dello scandalo dato dal fatto che Maria – una donna – ha scelto di fermarsi e di meditare ascoltando il Suo Signore. Una donna che, secondo i dettami culturali e religiosi dei suoi tempi, non aveva certo bisogno di vivere una vita spirituale, ma al contrario doveva mettersi al servizio della comunità, in particolare di quella maschile. Marta non sceglie, infatti, una modalità discreta per farsi aiutare dalla sorella, ma ricorre direttamente a Gesù, lamentandosi del comportamento di Maria e chiedendoGli di riprenderla. Molti di noi hanno probabilmente sentito simpatia e vicinanza con Marta: noi quotidianamente impegnati in mille lavori, sempre senza fiato, sempre di corsa, ma con l’intima convinzione di stare facendo il nostro dovere, di essere dalla parte giusta, o quanto meno di non avere scelta. Noi così spesso giudicanti, così intimamente convinti di non poter fare a meno del nostro intenso lavoro, nonostante esso ci distolga, ogni tanto dalla famiglia, oltre che da una visione più sana e integrata di noi stessi e del nostro corpo ma soprattutto dal Signore. Crediamo di lavorare al Suo servizio e ci dimentichiamo di pregare, pensiamo di essere degli ottimi cristiani e ci dimentichiamo di leggere quotidianamente la Bibbia. Oppure ci diciamo che naturalmente vorremmo farlo, se solo ne avessimo il tempo. Anzi ci arrabbiamo con chi ci ricorda che dovremmo dedicare più tempo al Signore, ci sentiamo incompresi e maltrattati!

Ma dobbiamo leggere con attenzione questo testo e accettare che Gesù ribalti completamente la situazione e, incredibilmente, condanni il nostro iperattivismo, il nostro essere sempre di corsa, sempre efficienti, il nostro voler tenere tutto sotto controllo impegnandoci al massimo.

Ma allora dobbiamo abbandonare tutto, dedicarci alla contemplazione, all’ascesi, al dolce far niente? In effetti Marta e Maria sono state spesso viste come rappresentazioni della persona attiva e di quella contemplativa, e alcuni quindi hanno letto questo brano come una presa di posizione di Gesù per l’una contro l’altra. In particolare nel Medioevo era questa l’interpretazione più frequente. Ma io credo che potremmo leggere la vicenda innanzitutto ricordando che Marta è presente anche in altri brani, come quello, fondamentale, in cui Gesù arriva, dopo la morte di Lazzaro, e sarà proprio Marta la prima a incontrare il Maestro e a dichiarare la propria fede in Lui. Inoltre l’episodio di Marta e Maria segue immediatamente quello del buon samaritano, che si conclude con l’esortazione di Gesù “Va’ e fa tu il simigliante”: la sequela di Gesù non è quindi fatta solo di preghiera e contemplazione, ma anche di azione forte ed efficace.

E quindi, come dobbiamo interpretare questi due episodi, come dobbiamo vivere la nostra vita di fede? Forse la vicinanza di questi due episodi in Luca può farci supporre che il messaggio sia unico: e che quindi dobbiamo stare attenti a non separare il fare dalla spiritualità, dall’adesione interiore alla fede, dall’ascolto profondo, il fare non deve essere fine a se stesso, non deve farci dimenticare la nostra interiorità. Non si tratta quindi della superiorità dell’una o dell’altra, ma della necessità in ogni momento della vita, in ogni situazione, della profonda consapevolezza della presenza di Dio. In ogni momento il cuore deve restare aperto e in ascolto. Marta è, come spesso accade anche a noi, totalmente sopraffatta dall’azione, ha perso la consapevolezza di sé e quindi la consapevolezza della presenza del Signore, ha, inavvertitamente, chiuso il canale dell’ascolto. Potremmo aggiungere, insieme all’Ecclesiaste, che c’è un tempo per fare e c’è un tempo per pregare, c’è un tempo per parlare e un tempo per ascoltare, ma che sta a noi saperli dosare, saperli vivere entrambi con profondità, ma anche con discernimento.

Anche nelle nostre comunità, così come nella nostra vita personale, facciamo fatica a integrare diaconia e vita spirituale, come se non fossero l’una il nutrimento dell’altra, l’una sorella e parte integrante dell’altra. Una vita totalmente dedita alla spiritualità che non conosce impegno è una vita che ha tradito la sequela di Cristo, sequela che ci impone di lavorare, di sporcarci le mani per chiunque sia nostro fratello, quindi per qualsiasi uomo o donna il Signore ci abbia fatto incontrare. Ma una vita esclusivamente dedita alla diaconia è una vita che ha perso di vista il proprio fondamento, è una vita che si auto-alimenta e quindi si nutre di egocentrismo e per la quale il solo premio sarà il riconoscimento di chi ci sta accanto. Dobbiamo quindi impedire a noi stessi di essere completamente presi dal fare, dall’agire: non conta se si è al lavoro, in ufficio, in cucina, o in chiesa: in tutti questi luoghi si può essere totalmente centrati nella propria spiritualità, consapevoli dell’ascolto della Parola, oppure assorbiti dalla frenesia dell’azione, dall’esteriorità. Il Signore ci chiede di agire, ma anche di restare in ascolto, di stare seduti ai Suoi piedi e di scegliere la parte che non ci sarà tolta. Amen!

Erica Sfredda

Festa della laicità e della libertà religiosa

In una chiesa gremita di pubblico a Verona è stata celebrata la festa della laicità e della libertà religiosa. Nella prospettiva storica che unisce il rogo di Giordano Bruno alle lettere patenti che concessero la libertà ai valdesi si è guardato alla Europa contemporanea in cui rigurgiti identitari si tingono di religione.

Il mensile Confronti insieme alle Comunità cristiane di base ha organizzato l’incontro promosso dalla locale chiesa valdese. Gli oratori, giornalisti di Confronti, hanno indicato la reale possibilità per le chiese, di superare la crisi del secolarismo. Luigi Sandri ha affermato che la chiave per uscire da questa contraddizione la troveremo nella laicità. Laicità significa nudità, consapevolezza che non abbiamo un “Dio extra”. La laicità che affonda le sue radici nell’illuminismo ed è una grande benedizione. La crisi delle chiese in questa Europa secolarizzata, invece di generare chiusure, va vissuta come una grande opportunità. Tanto più in questa Europa multi religiosa, in cui non tornerà la societas cristiana. Claudio Paravati ha sottolineato che in Africa e in sud America la religiosità è in crescita, in Europa la pax economica non ha visto il trionfo della secolarizzazione, ma l’approfondirsi delle fratture. Fratture generazionali e fratture nazionalistiche. In questa Europa post-secolare la spiritualità non sparisce, ma emerge come un patchwork in cui ciascuno prende da sorgenti differenti quello che risponde alla sua ricerca. Resta aperta la questione : “Come evangelizzare in questa Europa post-secolare?” Senza abbattersi è necessario lavorare sullo scarto generazionale, rispondere alle diverse esigenze spirituali, affrontando i problemi teologici che via via sorgeranno. A conclusione della serata un momento conviviale ha permesso uno scambio esteso di esperienze.

 

  Ruggero Mica