Il Gesù guaritore: i miracoli. Un’interpretazione.

Introduzione
Il centro della predicazione di Gesù è indubbiamente l’avvento del Regno dei cieli, la signoria di Dio ma quale il nucleo della sua attività? Egli ha compiuto diverse azioni simboliche: la comunione della mensa con i peccatori e pubblicani, l’invio in missione , la purificazione del tempio, l’ultima cena; sono stati però i miracoli a sconcertare, a provocare interrogativi profondi tra i quali non poteva non spiccare il: “Chi è costui?” . Come possiamo oggi valutare i miracoli? Dall’illuminismo in avanti si sono proposte molte ipotesi a testimonianza del fatto che l’uomo moderno e quello contemporaneo difficilmente possono accettare tout court una lettura che non si discosti dalla lettera. Quindi cosa rimane? Il mito? La fantasia? La redazione lontana dagli eventi e dai fatti? La favola? Sono ipotesi sufficienti a spiegare le azioni di chi ha diviso in due la storia e che è stato addirittura identificato con Dio stesso? Affronteremo un percorso che , attraverso le diverse ipotesi volte a spiegare l’irruzione del “totalmente altro” nel mondo, approda ad una delle spiegazioni più profonde ed attuali del miracoloso in Gesù. Si intende infatti presentare il frutto di quanto Gerd Theissen, -teologo evangelico tedesco, professore di Nuovo Testamento all’università di Heidelberg, specializzato in studi sul cristianesimo delle origini- ha considerato, ricorrendo a tutti gli strumenti dell’accademico: ricerca storica, sociologica, esegetica, teologica. Le conclusioni cui approda Theissen possono anche sconvolgere visioni consolidate dei miracoli di Gesù passate ormai dell’immaginario collettivo; ciò non impedisce all’autore di mantenere uno sguardo che , non rinunciando alla ragione ed alle scienze positive, rimane aperto al trascendentale, facendoci percepire un Gesù senza dubbio più umano ma -nel contempo- non meno inquietante, lasciando risuonare anche oggi la domanda: “Chi è costui?”.
La discussione sui miracoli di Gesù è divisibile in fasi, che si sono succedute dal XVIII ad oggi, vediamole brevemente.

Le fasi della discussione sui miracoli

L’interpretazione razionalistica
Non abbiamo nei miracoli un’ interruzione delle leggi di natura. Si tratta di trasposizioni nel miracoloso di fatti ordinari. Ad esempio: Gesù che cammina sulle acque ha in realtà poggiato i piedi su pezzi di legno galleggianti. Possiamo fare riferimento al teologo di Heidelberg Paulus (1761-1851) che in una forma più matura, descrive ad esempio la moltiplicazione dei pani come una semplice condivisione con i più poveri. Non viene meno il messaggio che viene veicolato dal gesto, al quale si toglie l’aspetto soprannaturale.

L’interpretazione mitica
In Strauss (1808-1874) si inizia la negoziazione sulla storicità dei miracoli. Ovvero non negati nella loro storicità (qualcosa è successo!) ma visti come rispondenti alle attese del popolo, portato a credere ai miracoli. Composizione quindi poetica, volta a dare un senso -ad esempio- alle guarigioni, viste in senso psicosomatico. Si esprime attraverso il racconto mitico un’idea che parte dall’Antico Testamento, quella messianica.

L’interpretazione storico-formale e storico-religiosa
E’ questo il nuovo approccio che si fa largo all’inizio del XX secolo. Bultmann vede l’influenza del mondo ellenistico nei racconti di miracolo. Dibelius li illustra come novelle. Bieler vede Gesù corrispondere al modello antico dell’uomo divino, un taumaturgo ben delineato . In sostanza abbiamo che i miracoli vengono “marginalizzati” : si tratta di racconti che sono serviti a dare espressione all’annuncio, al kerygma.

La relativizzazione storico-redazionale
I miracoli sono racconti che ogni evangelista, traendoli dalla tradizione ha relativizzato criticamente in funzione del loro messaggio: Marco ritiene che i miracoli si comprendano solo a partire dalla croce (ecco il segreto messianico che assume valore); Matteo vedrebbe un “Messia dell’azione” che nel rispetto dei canti del servo di Isaia assume le malattie e le guarisce; Luca li interpreta in senso storico-salvifico, racconti del successo e della volontà benefica di Dio; Giovanni li vede come segni che rimandano al vero miracolo, Gesù stesso portatore della vera vita.

Gesù taumaturgo
Si inquadra Gesù in una figura di taumaturgo carismatico, presente in ambiente giudaico, oppure in in un modello che si accosta a quello del mago in un mondo dove la magia era una sfera presente e reale. Un esorcista-guaritore quindi, che agisce in virtù della propria spiccata personalità.

L’analisi di Theissen
Il suo punto di partenza è che il cristianesimo primitivo coincideva con un periodo di grande fede nei miracoli, comune al mondo antico. Ecco che diviene necessario distinguere i miracoli in sei tipologie. Non accettando una comune chiave di lettura, Theissen riesce in base al confronto con il miracoloso nella letteratura dell’epoca, in base alla plausibilità , in base al contesto storico ed all’ambiente che ha generato i racconti, a fornire un approfondimento convincente. Si possono quindi dividere i miracoli in due macrogruppi: quelli che costituiscono riflessi del Gesù storico e quelli che presuppongono la fede pasquale. Sinteticamente:

Riflessi del Gesù storico: esorcismi, terapie, miracoli rapporti a norme
Fede pasquale presupposta: miracoli di salvazione, miracoli come dono gratuito, Epifanie

Nel primo gruppo possiamo considerare un’origine nel Gesù storico, Lui stesso li ha compiuti, per respingere l’accusa di essere alleato del diavolo (esorcismi e terapie), per il rimprovero di violare il sabato (norme). Nel secondo gruppo abbiamo la descrizione di capacità che vanno oltre il limite umano: i ricordi di eventi storici (viaggi sul lago, elargizioni di cibo) sono fusi in racconti che evidenziano la rivelazione di un essere soprannaturale, possibili alla luce di quanto vissuto dalla comunità e dai singoli dopo la Pasqua. Si parte quindi, sempre, da un nucleo storico, i miracoli avevano reso “famoso” Gesù, secondo le testimonianze di Giuseppe Flavio (storico ebreo del primo secolo che, come denunciato dal nome ebraico-romano, era passato dalla causa ebraica ad abbracciare quella imperiale). Se le guarigioni potevano essere capaci di diffondere il suo nome, nel secondo gruppo di miracoli v’era l’irruzione della luce pasquale a gettare il segno del divino su racconti quali la trasfigurazione (Mc 9,2 ss.) oppure la pesca miracolosa (Lc 5,1 ss).

 

Riflessioni conclusive
Sorge a questo punto la domanda : ma allora Gesù non ha compiuto nulla di “miracoloso”? Per rispondere si deve obbligatoriamente trascurare la Pasqua che (ancora una volta) pone di fronte all’uomo e alla donna la scelta. Se è risorto, se Dio è intervenuto, se prima era morto ed ora è vivo, poco importa se gli echi sono giunti a noi anche tramite una redazione miracolosa di nuclei storici.

Ignoriamo la Pasqua comunque e focalizziamoci sull’attività taumaturgica di Gesù: secondo Theissen si tratta di un genere letterario ampiamente documentato: sia gli evangelisti, nel materiale comune come in quello proprio, che la fonte Q (oggi persa, si tratta di una raccolta di detti di Gesù che si ipotizza abbia fornito materiale ai Vangeli di Matteo e Luca) ne trattano ampiamente. Gli esorcismi vengono nel tempo ad essere piuttosto negletti, a testimonianza del fatto che creavano forse qualche imbarazzo, avvalorando ulteriormente la storicità dei racconti di guarigione. L’originalità dei racconti inoltre risiede nella loro portata escatologica. Secondo l’autore abbiamo nel miracolo un tempo di salvezza, il segno che marca l’inizio del nuovo mondo: Gesù possedeva qualità “paranormali” che ha saputo unire al centro del suo messaggio.

Quindi le guarigioni sono miracoli oppure no? Basta la loro originalità rispetto al contesto storico e la loro documentazione a renderli elementi che spezzano le leggi di natura? Quali leggi di natura inoltre, quelle note anticamente? Quelle note oggi? Da queste domande che a mio avviso è opportuno lasciare alla riflessione di ciascuno, possiamo però trarre una conclusione che secondo me è decisiva: dal racconto di miracolo non nasce la fede. Il miracolo può essere o meno plausibile, può supportare la fede ma può anche metterla in crisi profonda: “Perché il Cristo ha guarito e sanato mentre la mia giovane amica è mancata per un tumore? Eppure io ho pregato!” . Rimane la fede che allora ancor più, ancor più di fronte al miracolo mancato è “Scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani” come diceva l’apostolo Paolo. Forse … forse, di fronte al grido di Gesù contro la sofferenza e il dolore, che si materializza nel miracolo, possiamo pensare che è lo stesso grido che risuona sulla croce: “Dio mio perchè mi hai abbandonato!”

Alessandro Serena

Bibliografia:
-Theissen G., Merz A., Il Gesù storico. Un manuale. Queriniana, Brescia 1999.
-Becker J., Paolo l’apostolo dei popoli. Queriniana, Brescia 1996
-La Bibbia TOB, Elledici Torino 2010.

 

Missione e responsabilità – Predicazione di domenica 18 giugno 2017

LETTURE BIBLICHE:

Romani 5,1-8; Matteo 9,35-10,8

1 Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, 2 mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; 3 non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza, 4 la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza. 5 Or la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato.
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. 7 Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; 8 Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. (Rm 5,1-8)

 

35 Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai. 38 Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».
1 Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono questi:
il primo, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; 3 Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo d’Alfeo e Taddeo; 4 Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.
5 Questi sono i dodici che Gesù mandò, dando loro queste istruzioni:
«Non andate tra i pagani e non entrate in nessuna città dei Samaritani, 6 ma andate piuttosto verso le pecore perdute della casa d’Israele. 7 Andando, predicate e dite: “Il regno dei cieli è vicino”. 8 Guarite gli ammalati, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. (Mt 9,35-10,8)

 

PREDICAZIONE:

Il lezionario comune riveduto oggi ci propone la lettura di un brano tratto dall’Evangelo secondo Matteo. Quello di Matteo è un Vangelo strutturato su 5 grandi discorsi, i versetti di oggi appartengono al secondo discorso: quello missionario. Parleremo di missione oggi.

Prima però di addentrarci nel testo vorrei parlare di un fatto storico. Non so ci chi voi abbia avuto modo di ammirare il tempio valdese di Piazza Cavour a Roma. Venne inaugurato oltre 100 anni fa, nel 1914. Nell’architettura religiosa protestante italiana rappresenta un unicum, per il pulpito e l’organo, stupendi, per le 16 meravigliose vetrate che adornano le pareti laterali, sei su un lato, dieci sull’altro, che richiamano e illustrano passi e temi biblici. Nel 1914 fu la prima chiesa evangelica a Roma che aveva l’aspetto di una chiesa, prima, a norma di legge, non potevano averlo. I nostri luoghi di culto non dovevano distinguersi tra i palazzi romani, non ci dovevano vedere. La polemica antiprotestante di allora definiva il tempio di Piazza Cavour una “sala”, il termine “chiesa” non veniva usato. Il tempio di Piazza Cavour era un segno visibile della nostra presenza. Sorge allora una prima domanda: “OGGI, NEL 2017 COME FANNO A VEDERCI?” E la risposta non può certo essere “attraverso un edificio”.
La predicazione di quel giorno fu tenuta dal pastore Giovanni Luzzi, allora professore di Nuovo Testamento alla facoltà valdese di teologia, noto nella storia dell’Evangelismo e autore della traduzione della Bibbia nota come “Riveduta” che ha accompagnato fino a pochi anni fa il popolo evangelico italiano. Luzzi, il giorno dell’inaugurazione predicò chiamando alla nostra responsabilità: “Bisogna mettere mano all’aratro, disse, bisogna impegnarsi per la missione cristiana nel mondo, TUTTI dobbiamo farlo”; aggiunse: “Chi tra i mortali che abbia il diritto di sentirsi escluso da quel tutti dell’apostolo … chi può tirarsi indietro … . Rientri ciascuno nel santuario della propria coscienza e si domandi “Qual’è la parte che Dio MI affida in quest’opera immensa del progresso del suo Regno nel mondo ?”
Due domande antiche e nuove, che interpellano noi cristiani e lo fanno da quando Gesù e i suoi discepoli camminavano sulle strade polverose della Palestina, della Siria e poi di tutto il mondo.

Torniamo allora all’Evangelo di oggi. L’autore è un giudeo di origine, cita spesso l’Antico Testamento, si rivolge alle comunità cristiane della Siria. Ci concentreremo su quanto raccomanda ai discepoli, ai credenti. In un altro passo dell’Evangelo di Matteo, Gesù chiama i discepoli “gente di poca fede” e raccomanda loro “cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia”. POCA FEDE E GIUSTIZIA DI DIO, ovvero MISERIA E GRANDEZZA del discepolo, la miseria della nostra poca fede, la grandezza che ci deriva dalla chiamata alla missione di cercare il Regno e la giustizia di Dio. Anche l’apostolo Paolo, nel brano tratto dall’epistola ai Romani ci mette di fronte a questa ambivalenza del credente: “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”: siamo peccatori , ecco la miseria, Cristo morto per noi: ecco che ci dona grandezza, che però non è nostra, è Sua.
Il Regno di Dio, è un termine che ricorre oltre 50 volte in Matteo, la Giustizia è centrale in questo Evangelo. Ma cosa rappresentano Giustizia e Regno? Esse sono l’esistenza umana rivendicata dalla volontà di Dio, la nostra vita sotto lo sguardo di Dio. Sono quindi un richiamo alla responsabilità del cristiano, ma la responsabilità è strettamente connessa alla libertà, l’una richiama l’altra.

Allora alla luce di questi due fari: la nostra vita rivendicata, chiamata dal Signore, la nostra libertà nel servizio, gettiamo uno sguardo sui versetti di oggi.

Discorso missionario dicevamo: Nei primi passi si descrivono l’ambiente e l’azione di Gesù. Vediamo i verbi: Gesù percorre, insegna, predica e guarisce, è il Maestro itinerante che vede le folle e ne ha compassione. In particolare vede che le pecore non hanno pastore; è un’immagine anticotestamentaria: sono le pecore perdute di Israele. Pochi versetti dopo Gesù raccomanda di non andare tra i pagani e non andare tra i samaritani. Ma come, potremmo chiederci, Gesù che esclude? Non è così in realtà, se Gesù qui appare come il Maestro e la guida di Israele in un Vangelo rivolto essenzialmente a comunità giudaiche, nello stesso Vangelo, al capitolo 15 nel celebre episodio della donna cananea alla quale dice “non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (il cane è un animale impuro nell’antico Israele, nella Bibbia usato sovente per indicare i pagani) aggiunge “Donna, è grande la tua fede”. Anche qui Gesù scandalizza, spiazza, coglie in contropiede, parla di cani -parola scontata quando riferita i pagani- ma poi riconosce una grande fede (parole rare , ricordiamo che il Vangelo di Matteo è quello dove risuona il  “gente di poca fede”). Allora abbiamo un Gesù che in realtà è universalista, si apre ai pagani, si apre al mondo, va contro il pensare comune.

Maestro itinerante che invita a pregare perchè servono operai per la messe che è abbondante. La messe, il raccolto , è il momento della mietitura, immagine che nella Bibbia definisce il giudizio di Dio dei tempi finali , in cui si distingue il grano buono. I tempi finali ed il giudizio hanno però luogo in quel momento di fronte a Gesù, perchè il Regno dei cieli è vicino, molto vicino, Cristo ne annuncia l’irruzione imminente . Quindi quando servono gli operai? Allora e soprattutto ora! Ora, oggi, nel 2017, perchè il Regno inaugurato da Gesù è presente nei nostri giorni, ovunque si realizzi la sua Parola. E’ una chiamata quella di Cristo che fa ai suoi discepoli di ieri e di oggi: Chiama i 12 apostoli , a rappresentare le 12 tribù di Israele ma in quei nomi: Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni etc … , si odono -per chi li vuole ascoltare- i nostri nomi, nostri di chi è in questo tempio oggi, 18 giugno 2017. Nei versetti conclusivi di questo brano tornano una serie di verbi: stavolta rivolti a noi: predicate, guarite, risuscitate, purificate, scacciate, date. Le azioni di Gesù, con cui è iniziata la sezione, le azioni nostre, con cui si conclude: tutto è racchiuso qui dentro, in questa cornice di fatti. I verbi di Gesù , i verbi nostri. Fateci caso: sono due i verbi che ritornano nell’elenco dei versetti 9,35 (quelli delle azioni di Gesù) e 10,7-8 (quelli delle azioni che Dio raccomanda di compiere) : PREDICARE e GUARIRE. La parola e l’azione, l’annuncio e la cura del prossimo. Se non annunciamo il Regno e se non guariamo a cosa serviamo? Se non difendiamo la vedova e l’orfano di oggi a cosa serviamo? Se non accogliamo la Grazia che ci rende capaci e dona grandezza alla nostra miseria a cosa serviamo ? La Grazia che non si traduce infatti è “Grazia a buon mercato” per dirla con Bonhoffer, che non è grazia.

Torniamo allora a quell’inaugurazione del nostro tempio di Roma: quella chiesa rese visibile la nostra presenza a Roma, ora quanto facciamo e diciamo ci rende visibili oggi. Sia come cristiani che come protestanti . Siamo una minoranza nella minoranza, care sorelle e fratelli, la cui voce, se non forte, si estingue; invisibile, se mancano azioni concrete e risposte alla chiamata ad essere operai, inutile se la nostra esistenza umana non risponde alla chiamata della volontà di Dio.

Ascoltiamo allora il quesito che ci pone l’Evangelo di oggi: qualè il MIO ruolo nella costruzione del Regno?

Preghiamo perchè il Signore ci aiuti a rispondere a questa domanda che qui, oggi, viene posta a chiunque è presente in questo tempio, nessuno escluso.
Amen.

A.Serena

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I 5 SOLA – Sola Fide (4)

«Dio ha così amato il mondo che ha dato il suo unico figlio perché tutti coloro che credono in lui non muoiano, ma abbiano vita eterna. Dio non ha mandato suo figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso di lui» (Giovanni 3, 16-17)
Parlare di fede, forse, può essere ambiguo e poco comprensibile, poiché spesso questo termine si utilizza per indicare manifestazioni di fanatismo religioso oppure per esprimere varie forme di superstizione; inoltre la nostra è una società fortemente secolarizzata e, dunque, la «fede in Dio» interessa poco, semmai appartiene alla dimensione privata dell’individuo. Senza dubbio non si può ridurre il Dio dei Cristiani a una spiegazione razionale e i dogmi della chiesa, a partire dalla Trinità, appaiono talora complicati e oscuri per chi è alieno dal linguaggio filosofico e teologico. Al contrario, l’uomo Gesù continua ad affascinare perché offre qualche certezza storica, almeno in alcuni dati fondamentali e, soprattutto, per il messaggio trasmessoci, che rimane attuale.

Tuttavia l’etica dell’ebreo Gesù, per quanto rivoluzionaria ed anticonformista, non rappresenta in toto il suo messaggio di salvezza, perché avere fede non significa esclusivamente sforzarsi di seguire i suoi insegnamenti morali (per quanto ciò sia già un ottimo proposito, valido per tutti, atei e credenti); piuttosto – ancora prima di agire – significa, illuminati dalla Grazia divina, affidarsi per intero alla «buona notizia» ed essere sicuri che quell’oscuro figlio di un falegname, probabilmente falegname anche lui nei primi trent’anni della sua vita, è morto in croce per la liberazione degli esseri umani dal male, per iniziare il nuovo regno, per riconciliare noi – umanità corrotta e incapace di essere davvero giusta e onesta, incapace di amare il prossimo senza riserve o autocompiacimenti – con l’Eterno. La fede diventa allora il fondamento delle nostre azioni, perché da sole non basterebbero a renderci uomini e donne completi, nel senso biblico dell’espressione, giacché «Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn. 1, 27): e come potremmo essere a immagine del nostro Signore, se non specchiandoci nella sua immagine proprio attraverso la fede in Cristo, intesa alla latina come la «fiducia» che nel suo sguardo d’amore ritroveremo l’integrità originale?

Lutero, con uno straordinario paradosso, dichiarava che l’essere umano in Cristo è simul iustus et peccator, «contemporaneamente giusto e peccatore», quasi a dire che la luce del bene ci viene anticipata grazie all’abbandono fiducioso in Dio. E, attraverso una seconda provocazione, diceva pecca fortiter, sed crede fortius, «pecca profondamente, ma credi più profondamente»: dunque la fede/fiducia è più forte del male giacché, se è accolta, ci orienta e dà un senso altro, una prospettiva diversa alle nostre vite.
«Soltanto la fede» perciò non esprime né la superstizione religiosa né le credenze miracolistiche, che rifiutiamo considerandole inutili e pericolose, ma è un atto di affidamento che non chiede dimostrazioni, è la scoperta dell’amore di Dio per ciascuno di noi. E tutto questo si fonda sull’ascolto della Parola biblica, sulla sua lenta meditazione, in un cammino di ricerca ininterrotto e promosso dal dubbio: il ragionamento umano non è in grado di comprendere fino in fondo e, quindi, di racchiudere in un sistema l’Eterno e l’evento della Croce e della Resurrezione, dato che lo Spirito di Dio è sovranamente libero. Come scrive Giovanni, «lo sprito soffia dove vuole e si sente la sua voce, ma non si sa da dove venga e dove vada» (Gv, 3, 8).

«Soltanto la fede» ci invita a sciogliere i cuori induriti per affidarci a Cristo, in cui solo possiamo trovare una vera dimensione di libertà perché sapere abbandonarsi all’amore, superando le sovrastrutture della ragione, ci permette poi di essere e di vivere nel mondo da persone davvero libere, che indirizzano le loro azioni senza vincoli, fuori dalle logiche del tornaconto: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt. 10, 8).
«Soltanto la fede» fa risuonare l’insegnamento dell’apostolo Paolo, che scriveva: «Non mi vergogno della buona notizia, […] poiché la giustizia di Dio è stata rivelata in essa da fede in fede» (Rom. 1, 16-17). La buona notizia, che noi siamo abituati a chiamare «Evangelo», ci è stata rivelata «di fede in fede» perché il giusto vivrà attraverso la fede e questa catena di fede/fiducia, trasmessa nei secoli, ci interpella ancora oggi – forse più di ieri, in quanto essa non è data per scontata, ma ci impone il confronto con una cultura e con un mondo in cui da un lato Dio (fortunatamente) non è più un obbligo e dall’altro assistiamo a devianti forme di fanatismo in nome di Dio.

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“Se costoro tacciono, le pietre grideranno” – Predicazione di Pentecoste (4 giugno 2017)

LETTURE BIBLICHE: Gioele 2,28; Giovanni 14,22-27; Atti 2,1-13

Dopo questo, avverrà che io spargerò il mio Spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni.
(Gioele 2,28)

1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. 2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. 3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. 4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? 8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? 9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l’uno all’altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».
(Atti 2,1-13)

22 Giuda (non l’Iscariota) gli domandò: «Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?» 23 Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.
25 Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.
27 Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.
(Giovanni 14,22-27)

Il testo che abbiamo letto oggi, il racconto della Pentecoste, ci narra una vicenda davvero incredibile. Di fronte a episodi di questo genere, noi prendiamo automaticamente le distanze e minimizziamo i fatti. Ma così facendo, li svuotiamo anche di significato e li rendiamo dei racconti edificanti che non hanno più il potere di smuoverci, di convertirci, di farci uscire dal nostro quieto tran tran per annunciare la buona novella. Cerchiamo, quindi, di lasciarci coinvolgere da questo racconto, scopriamo le domande che ci pone e le risposte che ci dà.

Si dice comunemente che a Pentecoste sia nata la chiesa: Luca attraverso questo straordinario racconto vuole farci capire in primo luogo che solo un evento miracoloso, fuori dalle normali regole, ha permesso la nascita della chiesa. Ma anche che, pur di fronte ad un evento straordinario, l’uomo può continuare a non credere: infatti, anche in quella occasione non tutti i presenti si convertirono. Senza la fede, dunque, non siamo in grado di vedere Dio: qualsiasi sua manifestazione può non essere vista, accolta accettata. E questo, credo che ci capiti abbastanza spesso: quante volte non abbiamo visto e sentito la presenza del Signore? Poniamoci quindi in ascolto, non come se noi fossimo i discepoli (come forse ci verrebbe naturale!): ma dalla parte della folla di Gerusalemme che ascolta l’annuncio. Come reagiamo? Ci lasciamo convertire e trasformare? Siamo uomini e donne nuovi che a nostra volta usciamo a proclamare la buona Novella? Siamo in grado di riconoscere l’azione potente dello Spirito? E’ una nostra esperienza? Oppure siamo semplici spettatori, forse anche dubbiosi? Non rubiamo a noi stessi questa possibilità! Permettiamo al Signore di invaderci, di entrare dentro di noi ed essere realmente il nostro Signore!

Ma cosa era successo quel giorno? Durante la Pentecoste, festa ebraica che cadeva dopo 7 settimane dalla Pasqua e segnava la fine della mietitura, i discepoli erano insieme, probabilmente stavano pregando o parlando tra loro dello straordinario incontro con Gesù che aveva trasformato radicalmente e definitivamente le loro vite. Non erano più angosciati come all’indomani della croce, ma li troviamo ancora al chiuso, all’interno di un luogo conosciuto e rassicurante. Non hanno ancora capito che non basta avere fede, bisogna uscire ed annunciarla al mondo. Ma qualcosa avviene, qualcosa che, improvvisamente, li spinge a uscire, ad andare tra la gente per proclamare la verità di Cristo. Improvvisamente un vento fortissimo li assale. L’immagine del vento è potentissima, perché sappiamo bene che il vento può essere forte e potente, sradicare alberi, portare via il tetto delle case, ma nessuno lo ha mai visto, nessuno lo può fermare o inscatolare. Ed è potentissima questa immagine di una forza che ha un suono, forse un odore, ma non può essere vista, qualcosa che tutti percepiscono con chiarezza, ma che nessuno può davvero descrivere. Una forza che irrompe nella stanza dove i discepoli sono chiusi. E poi il fuoco, forse simile a quello che avevano sentito i discepoli di Emmaus: una forza che li riempie e stravolge e che dà loro la voce che prima non avevano. Da timidi e silenziosi diventano improvvisamente dei testimoni loquaci, e lo sono talmente tanto che Luca non trova un’immagine più efficace che descriverli mentre sono compresi da tutti i popoli. Da tutti i popoli! Tutti li capiscono perché hanno un tal desiderio di annunciare e proclamare il Cristo che trovano il modo per essere ascoltati e capiti. Certo non da tutti, alcuni li prendono in giro e affermano che probabilmente sono ubriachi. Già, ubriachi.

E noi? Noi abbiamo il coraggio di uscire ad annunciare che Gesù ha stravolto e cambiato la nostra esistenza? Non alludo a mettersi a predicare in piazza, parlo dell’annuncio a chi ci sta vicino, a chi conosciamo. Dove sono gli altri membri della nostra stessa chiesa che non vediamo da tempo? Dove sono i nostri ragazzi? Dove sono le persone, e quante ce ne saranno, che a Verona cercano il Signore e ancora non lo hanno trovato? L’annuncio crea sbigottimento, provoca domande, suscita l’ironia, ma è il nostro annuncio, è l’annuncio che il Signore si è manifestato sulla terra, che il mondo non lo ha riconosciuto e lo ha messo in croce, ma che è resuscitato e che siede alla destra del Padre. Questo annuncio è la nostra forza e la nostra liberazione, senza di esso la nostra stessa esistenza cessa di avere senso.
Io credo, fratelli e sorelle, che Luca parli di un evento che trasforma le nostre esistenze in modo radicale e che non deve essere nascosto solo nei nostri cuori: parla di vento, di fuoco, di voci e di discussioni pubbliche. Dobbiamo tornare a questo passo e permettergli di lavorare dentro di noi, perché o troviamo il coraggio di uscire da noi stessi e dalle nostre sicurezze per annunciare al mondo che Dio si è manifestato sulla terra, oppure tradiamo l’annuncio stesso, e anche a noi Gesù dirà, come ai farisei che durante il suo ingresso a Gerusalemme gli chiesero di sgridare e far tacere i suoi discepoli che gridavano Osanna, «se costoro tacciono, le pietre grideranno».
(Luca 19,39-40)

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I 5 SOLA – Sola Grazia (3)

Declinare oggi il Sola Gratia incontra una duplice criticità.
La prima è che nelle controversie teologiche, in atto almeno fino al secolo scorso, il tema della grazia è stato spesso frainteso, abusato e persino mistificato in funzione della sua interpretazione e della sua appropriazione come categoria distintiva di appartenenza.
La seconda è che l’avverbio «solo» ha un carattere di esclusività e di assolutezza che rende difficile abbinarlo a qualsiasi processo o evento in un contesto, come l’attuale, dove quasi ogni concetto è plurale, se non per definizione, almeno nell’ottica ecumenica che impone di condividere tradizioni diverse e approcci interpretativi talvolta divergenti.
Tuttavia l’interpretazione rivoluzionaria del concetto di grazia proposta da Lutero impone un tentativo di sua attualizzazione anche in un’epoca nella quale, almeno nella percezione comune, il tema della salvezza sembra aver perso gran parte della sua rilevanza oggettiva.

Nel Primo Testamento il termine ebraico hén (grazia) individua la benevolenza che Dio mostra verso l’essere umano e le scritture ebraiche raccontano che molti personaggi centrali della narrazione trovano grazia davanti al Signore: da Noè in Gen. 6, 8 a Mosè in Es. 33, 12.17, a Davide in II Sam. 15, 25. Ma l’atto di grazia più importante compiuto da Dio è l’aver stabilito un patto con Israele, mantenendolo nonostante le sue innumerevoli trasgressioni. In tutto il Primo Testamento affiora l’idea che il Signore sia un Dio che vuole salvare il Suo popolo e non distruggerlo: la grazia rappresenta appunto la Sua volontà di salvezza e il peccatore pentito può invocare con fiducia la Sua misericordia (Sl. 51, 1).
Anche nel Nuovo Testamento il termine ha mantenuto i significati di favore e benevolenza di Dio verso l’essere umano e la grazia espressa con il patto del Sinai viene confermata dall’alleanza tra Dio e l’uomo che si compie con la vicenda terrena di Cristo, cioè del Dio fattosi uomo, un’alleanza che non sostituisce l’antico patto con il popolo di Israele, bensì lo rinnova e lo affianca. La grazia si manifesta nell’intervento gratuito di Dio nella vita dell’essere umano e genera la sua risposta nella fede (At. 18, 27). La fede, a sua volta, introduce l’essere umano nella grazia, cioè in un rapporto di benevolenza e comunione con Dio (Rom. 5, 2), un rapporto in cui il peccato è perdonato. La grazia coincide con un perdono totale che rigenera: per questo è possibile affermare che il contrario del peccato non sia la virtù, bensì la grazia.
La grazia e la fede non sono realtà coincidenti, ma piuttosto complementari, poiché la grazia risiede esclusivamente nell’ambito di Dio, esplicitando un agire di Dio stesso che rivolge all’essere umano la Sua parola di salvezza, mentre la fede è sopratutto una questione antropologica, cioè una risposta dell’essere umano o, almeno, un interrogarsi consapevole su questo dono di Dio.

Il Sola Gratia della Riforma vuole sottolineare che il peccatore non può giustificarsi da solo, né coadiuvare in alcun modo Dio nell’opera della giustificazione, negando decisamente qualsiasi possibilità di compartecipazione dell’essere umano al processo della salvezza, che resta iniziativa e compimento esclusivi di Dio, in Gesù Cristo: prima di ogni risposta umana c’è il ricevimento della grazia, che viene accolta nella fede; prima delle opere umane c’è l’amore di Dio, che le precede; nell’evento della salvezza la risposta umana è conseguenza dell’iniziativa di Dio e si traduce in un’etica evangelicamente ispirata. La specificità del messaggio evangelico sottolineato dalla Riforma è proprio questo: l’intervento della grazia divina è decisivo, l’essere umano, con le sue capacità, la sua razionalità e le sue conoscenze, da solo, non può nulla.
Ma in una società nella quale vengono quotidianamente enfatizzate la prestazione e l’affermazione personali, dove l’essere umano vale più per ciò che appare che per ciò che è, il problema della salvezza interessa ancora, oppure il suo annuncio ha perso gran parte del suo significato? Benché oggi permanga ancora l’angoscia della morte, essa viene affiancata, addirittura superata, dalle angosce della vita, dalle nostre insicurezze, fragilità, paure e miserie quotidiane.

L’annuncio della salvezza non può non riguardare anche questi aspetti, una salvezza prima di tutto da noi stessi in quanto produttori delle nostre ossessioni, dei nostri vizi e dei nostri idoli, una salvezza che dia un senso a ciò che siamo e a ciò che facciamo, una salvezza gratuita che non si riduce al perdono delle colpe, ma che dia speranza alla nostra vita.
La grazia che ci salva rappresenta un messaggio controcorrente rispetto agli standard performativi che ogni giorno ci sono proposti mediaticamente, conferendo dignità a tutti, compresi coloro che si trovano ai margini di una società selettiva, gli ultimi, con i quali più di duemila anni fa si identificava Gesù Cristo.
«In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me». (Matteo 25, 40).