Io credo, sovvieni alla mia incredulità! – Predicazione di domenica 8 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 10,9-14; Marco 9, 2-3; Marco 9,14-27

9 Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». 12 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. 14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci?
Romani 10,9-14

2 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; 3 le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare.
Marco 9,2-3

14 Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. 15 Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. 16 Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 17 Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; 18 e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». 19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». 20 Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21 Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; 22 e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell’acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23 E Gesù: «Dici: “Se puoi!” Ogni cosa è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». 25 Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». 26 Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi. 28 Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» 29 Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».
Marco 9,14-27

Il brano che abbiamo letto oggi si inserisce tra due annunci della passione di Gesù, annunci a cui i discepoli non sono preparati, che li lasciano perplessi, rattristati, ma che, soprattutto, non capiscono: per loro il Messia manifesterà la sua gloria e l’Evangelo, la buona novella, consisterà nell’andare di trionfo in trionfo. Ma non siamo un po’ così anche noi? Non chiediamo anche noi di poter proclamare un Dio che si esprime in tutta la sua gloria? Non desidereremmo anche noi di vedere concretamente gli effetti gloriosi e straordinari prodotti dalla venuta del Messia? E non rimaniamo anche noi delusi quando la nostra preghiera non sortisce gli effetti che cercavamo?
Il passo che precede il brano del miracolo del ragazzo epilettico che abbiamo letto oggi è quello della trasfigurazione: là c’è la visione della gloria di Gesù, che non è la gloria degli eserciti, non è la gloria della forza, ed infatti scendendo dal monte il Maestro li riaccompagna nel mondo, un mondo che, nonostante la straordinaria esperienza appena vissuta, è rimasto quello che era, lo stesso che conosciamo bene anche noi. Dopo il momento sublime, altissimo, della trasfigurazione, i discepoli incontrano uno dei dolori più profondi della nostra umanità, forse il più tremendo e tragico: un bambino malato, e malato sin da piccolissimo.

Per un momento Pietro, Giacomo e Giovanni avevano sentito di vivere un’esperienza straordinaria, avevano sentito, letteralmente, di poter toccare il cielo con un dito, di essere testimoni di un evento straordinario che cambiava la loro stessa percezione della vita. Ma poi, dopo aver ricevuto e accolto questa straordinaria promessa, si trovano non solo nella normalità del mondo quotidiano, ma addirittura di fronte a quello che forse è lo scandalo più grave del mondo: la sofferenza dei bambini. Bambini vittime di guerre e di soprusi, quindi degli adulti, ma anche bambini vittime delle malattie e della fatalità. Sono costretti ad accettare che nel mondo dove loro avevano assistito alla trasfigurazione, permane anche il mondo delle tenebre più atroci, quelle che avvolgono i bambini. E l’epilessia di cui soffre il piccolo assurge ad un valore paradigmatico: la trasfigurazione di Gesù contrapposta ad una malattia che trasfigura, nel senso che ha il potere di sfigurare orrendamente le fattezze e la muscolatura del bimbo. Il piccolo, sfigurato, va vicino all’orlo dell’abisso, rischia la morte in continuazione, senza averne non dico colpe, ma neppure la più lontana responsabilità.
Questa storia colpisce anche noi, come un pugno nello stomaco perché quello che dobbiamo ammettere, cari fratelli e sorelle, è che questo mondo, il nostro mondo, non è cambiato dopo la venuta del Messia. La sofferenza e la morte, la violenza e l’aggressività sono rimaste e a noi tocca assistere, impotenti e disperati, come il padre del bambino, a tutto quello che avviene intorno a noi. Impotenti e disperati perché ci sentiamo piccoli e schiacciati dall’immensità del dolore che ci circonda e vorremmo trovare qualcuno che ci aiuti a toglierci questa tremenda oppressione. Oppressione che aumenta quando ci accorgiamo che il dolore, la violenza, l’aggressività non solo ci circondano, ma sono anche dentro ognuno e ognuna di noi. Dentro ognuno e ognuna di noi. Così profondamente dentro ognuno e ognuna di noi che quando veniamo avvicinati da qualcuno che ha bisogno di aiuto, non siamo in grado di darglielo. Anche noi, come i discepoli che in mezzo ad una gran folla discutono con gli scribi, possiamo discutere e discutere, ma siamo impotenti perché anche noi apparteniamo alla stessa generazione incredula a cui appartenevano i discepoli.

E allora la frase detta da Gesù, che forse in un primo momento ci aveva lasciati perplessi “«O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». (v.19) risulta molto più chiara: “Quanto a lungo dovrò sopportare questi uomini e donne che non accettano la loro totale impotenza e che invece che affidarsi a me e al Padre mio, vogliono trasformarmi in uno stregone?” Increduli i discepoli e incredulo il popolo, subito pronto a giudicare la mancanza del miracolo come mancanza di affidabilità di Gesù. Come se la messianicità di Gesù dipendesse dalla capacità sua o dei suoi discepoli (e quindi nostra) di operare miracoli.

Ma Dio non ci abbandona, non ci volge le spalle, nonostante Gesù sia forse un po’ spazientito, Dio ascolta il grido disperato del padre e si rivolge a lui e lo conduce all’incredibile, bellissima confessione di fede: ho fede, Signore, ma qualcosa mi allontana da te, so che puoi guarire mio figlio, che puoi guarire il nostro mondo, ma no, non ci credo fino in fondo. Aiutami Signore, impedisci che la mia diffidenza, la mia paura, il mio cinismo, che continuo a sentire, nonostante la mia fede, non abbiano il sopravvento. Soccorrimi, nonostante non voglia essere soccorsa, accoglimi, nonostante una parte di me ti rifiuti e ti respinga. Riconosco che non solo l’oggetto, ma anche il soggetto della mia fede non sono io, ma Tu. Senza di Te non posso nemmeno affidarmi a te. Aiutami Signore!

Ma se riconosciamo la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, la nostra chiusura in noi stessi, possiamo anche, di conseguenza, accogliere con gioia l’aiuto e il sostegno che ci vengono da Dio, possiamo accogliere con gioia la fede, e accogliere che essa diventa tale solo quando è fondata su un atto di Dio. La fede è infatti l’apertura all’azione di Dio, l’attesa colma di speranza di chi sa che da solo non può arrivare da nessuna parte e può solo essere sopraffatto e schiacciato dal male che lo circonda. Male fisico e male spirituale, in un mondo, il nostro, che sembra saper esprimere solo dolore, violenza, aggressività, ma nel quale a dispetto di tutto avviene e continua ad avvenire il miracolo della fede, dell’amore, della guarigione. Mondo in cui noi siamo mandati, come i discepoli e certamente con le loro stesse difficoltà, con la loro incapacità a operare miracoli, con la loro incredulità, a confessare Gesù come il Signore, affinché ognuno e ognuna possa sentire l’annuncio e di conseguenza possa invocare la fede. Amen!

Erica Sfredda

Risurrezione ma quando? Come? – Predicazione di domenica 22 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: 1 Cor 15, 35­-38; Matteo, 22,31­-33; Giovanni 11,17­-27; 32­-43

Cor 15, 35-38

35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?» 36 Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; 37 e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; 38 e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo.

Matteo, 22,31-33

31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 “Io sono il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”? Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi». 33 E la folla, udite queste cose, stupiva del suo insegnamento.

Giovanni 11,17­-27; 32­-43

17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l’amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietraera posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

PREDICAZIONE:
L’Evangelo di oggi ci racconta la storia di Lazzaro, di un morto che torna in vita, ma ci vuole parlare di morte o di vita? Di futuro o di presente? Ci racconta di un avvenimento del passato o della nostra vita di oggi? La vita di ogni persona è oggi minacciata dalla morte, non solo corporale ma da quanto ci toglie vita, che ci svuota: dolore, sfruttamento, alienazione. Quante sono le vite che non sono definibili tali ? E poi si muore, per davvero intendo, e cosa succede? Cosa è successo ai miei cari che sono morti? Dormono? Sono vivi? Ma come?

Il racconto di Lazzaro parla a noi oggi della nostra vita. Lazzaro è morto da quattro giorni, l’evangelista ci tiene a dirlo, in una credenza di allora si riteneva che dopo quattro giorni l’anima discendesse nello Sheol, nel regno delle ombre, Giovanni lo specifica per dire che la persona di Lazzaro non è più lì. Marta e Maria piangono qualcuno che non è lì! Che non è nel luogo della morte per eccellenza: la tomba. Un momento particolarmente doloroso per chi ha perso qualcuno è proprio il momento in cui viene calata la bara nella fossa, è il senso del distacco, della separazione da chi amiamo che viene rafforzato dalla terra che vediamo ricoprire il feretro. Ma noi piangiamo qualcuno che non è lì perché Dio non è il Dio dei morti ma il Dio dei vivi come ci dice il Vangelo di Matteo! Certo soffriamo, Gesù prende molto seriamente la nostra sofferenza. Sappiamo che troppo spesso quando si tenta di consolare qualcuno per una perdita si ricorre a parole facili: “Sta meglio ora … riposa in pace …” ma questo non consola, a chi soffre un lutto la persona che non c’è più manca e basta, non lo vuole risorto, chissà quando, poi, lo vuole accanto ora, vivo e vegeto. Ce lo ricorda Marta che risponde infastidita a Gesù che le dice che risorgerà: “So che risorgerà nell’ultimo giorno”. Ci dimostra anche il dramma della preghiera non esaudita , Marta e Maria, entrambe lo rimproverano: “Se ci fossi stato non sarebbe morto”. Quante volte lo proviamo noi. Dio perché non sei intervenuto? Gesù ha a questo punto parole chiarissime:

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»

E’ questa la parte centrale del racconto. Prestiamo attenzione a due punti:

1. Il primo punto: il tempo; il cambio dei tempi dal “risorgerà” di Marta a “Io sono la risurrezione” di Gesù. La resurrezione avviene oggi, in questa vita, Dio ci fa nascere a nuova vita ora! Non attende la nostra morte. Gesù inoltre dice: “Sono la risurrezione e la vita”; non dovrebbe dire “sono la vita, poi c’è la morte e dopo sono la risurrezione”? No. Proprio perché già oggi, in Cristo, c’è prima la resurrezione che ci fa rinascere, poi la vita che non cessa. La resurrezione è un processo che origina la vera vita che ha inizio su questa terra e che e si prolunga oltre questa vita terrena. La resurrezione è l’ingresso nel Regno che non aspetta l’aldilà ma che si realizza oggi, che trasforma le vite oggi, che da senso alle vite più vuote, disperate e alienate oggi! La resurrezione è il punto preciso in cui il Signore elimina la logica del distacco, della separazione tra questa vita e quella futura, a favore della trasformazione e della continuità.

2. Il secondo punto: la fede; “Credi tu questo?” chiede Gesù. Notiamo bene, nei Vangeli è sempre la fede che precede il miracolo, la fede che apre gli occhi e fornisce uno sguardo diverso, che fa comprendere come Lazzaro non sia in realtà morto. La fede è l’antenna che ci fa cogliere i segnali che la morte, sebbene dolorosa, non sia la fine, perché la vera essenza del creato è la vita che non smette di fiorire. Ma chi è morto non lo vedo. Vero ma se io vi dico che in questo momento qui dentro si sente la musica di Bach mi credete? No. Ma se io prendo una radio e la sintonizzo su un canale di musica classica vi posso fare sentire Bach. La radio è lo strumento per sentire quello che altrimenti non sentiremmo. La fede è lo strumento per capire che chiunque crede e vive in Gesù non morirà mai!

Come cristiani riformati inoltre lo sappiamo bene: esattamente tramite la fede noi possiamo vivere, già oggi! Come mi salvo? Come ci vado in paradiso? La risposta della Riforma è semplice: grazie alla misericordia di Dio, per fede, in paradiso ci sei già oggi! Perché è Cristo che ci rende giusti, in virtù della fede in lui possiamo vivere la grazia mentre siamo in vita, nel nostro tempo, e questo significa affidarsi all’amore di Dio, perché Dio non aspetta la mia morte per concedermi il suo Regno, per offrirmi il paradiso. E cosa significa “vivere la grazia”? La grazia è affidarsi all’amore di Dio senza paura, consapevoli che siamo tutti peccatori e peccatrici ma amati e giustificati da Dio, seguendo i suoi comandamenti non perché otteniamo una ricompensa ma perché siamo liberi di servire, come dono che ci viene offerto e che di conseguenza offriamo, significa credere e vivere la vita che non si ferma con la morte, prima della morte.

Tutto questa esplosione di vita non fa prende a Gesù sottogamba la morte, non si presenta come un saggio sorridente che invita a pensare all’eternità. Gesù ci dimostra pienamente l’umanità di Dio: freme, colpito dalla morte come scandalo che assale l’umanità, piange di fronte alla morte di un amico. Sa quanto sia dura, ma al termine è la sua parola che vince, la parola creatrice, ordini imperiosi: “Togliete la pietra … Lazzaro viene fuori … scioglietelo e lasciatelo andare”, sono ordini impartiti alla comunità, sono per noi, per dirci: liberate il morto dalla morte in cui l’avete confinato, mettendogli una pietra sopra, legandolo, lasciatelo andare perché è vivo. Dobbiamo fare lo stesso: vivere la libertà dei nostri cari dalla morte, la fede ci da questo dono, a noi accettarlo e vedere: venite e vedrete (Gv 1,39).

Vediamo cosa? Un campo di grano. Ce lo dice Paolo nella prima epistola ai Corinzi parlando di risurrezione: il seme morendo diventa frumento. Chi muore non cambia identità, proviene da quel seme – è quel seme – ma è anche altro: una vita potenziata, ricca, ampliata. I nostri cari sono sempre loro ma sono trasformati, se alziamo lo sguardo della fede che ci è donata, noi semi infissi nel terreno, ma già potenzialmente frumento per opera del Signore, vedremo, capiremo, che ora, proprio ora c’è un campo di grano, quello dei nostri cari defunti, che vive, vive, come noi, immerso nell’amore di Dio.

Amen.

Alessandro Serena

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Salvezza a buon mercato – Predicazione di domenica 15 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE:

IL GIOVANE RICCO
(Marco 10,17-31)
17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre”». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

28 Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». 29 Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, 30 il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. 31 Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

L’episodio del giovane ricco è riportato da tutti i tre vangeli sinottici; questo indica che per la chiesa primitiva vi era un profondo significato nella mancata vocazione del giovane ricco e nelle domande successive dei discepoli.

Anche per noi oggi, queste parole del vangelo risuonano familiari e rilevanti; chi non ricorda il paradosso di Gesù: “è più facile a un cammello passare per la cruna di un ago che ad un ricco entrare nel regno di Dio”? Se leggiamo la bibbia in maniera letterale, se usiamo i versetti per abbattere chi la pensa diversamente da noi, abbiamo già finito il sermone. Oggi abbiamo imparato che: i ricchi non sono salvati, noi che seguiamo Gesù sì. Semplice diretto e anche gradito alle nostre orecchie! Il messaggio di questo brano del vangelo di Marco però non è questo! Se leggiamo il vangelo così, cercando risposte letterali, meccaniche, semplicistiche, andiamo fuori strada; andiamo dove il nostro orgoglio umano ci porta. Pensate se ricevete una foto sul vostro telefonino e per uno scherzo della trasmissione si vedono solo i piedi della persona ritratta; quelle scarpe non possono rappresentare tutta la persona. Appartengono alla foto, da esse si capisce qualche cosa, ma non saprete certo di chi si sta parlando! Raccogliere dal vangelo le indicazioni stringenti di un solo versetto, ci porta ad usare il vangelo come fosse un manuale di comportamento. Ma nel Vangelo c’è molto di più!

Consideriamo allora tutto il passo. Nel primo quadro, vediamo il giovane ricco inginocchiato davanti a Gesù che lo apostrofa: «Maestro!» Gesù risponde, rifiuta il rapporto di adorazione e guardandolo in viso lo ama. Dopo la vocazione a seguire Gesù, vediamo il giovane ricco allontanarsi con gli occhi bassi e la testa china. Nel secondo quadro, vediamo Gesù attorniato dai discepoli che lo hanno seguito. Gesù li scuote con le sue parole, essi reagiscono fintanto che Pietro sbotta: «ma noi che ti abbiamo seguito avremo di più di chi ti rifiuta?» Due quadri vivaci con la stessa ansia che percorre chi ascolta Gesù: «come otterremo la salvezza?»
Gesù dà una risposta articolata in tre punti:
1) prendi la tua croce e seguimi,
2) quello che per noi è impossibile, per Dio, che è buono, è possibile,
3) molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi.
Queste sono le tre risposte che indirizzano il lettore: seguire Gesù, accettare l’onnipotenza del Padre nei cieli, annunciare il Regno di Dio che rivoluziona la nostra esistenza. Dio chiama tanto i ricchi quanto i poveri, e li raggiunge nel concreto del loro peccato; la bontà di Dio sovrabbonda, alleggerendo le ansie economiche di chi ha un tesoro e dando speranza a chi non ne ha. Il regno si insinua nel tempo che viviamo con aspetti paradossali: fortuna materiale accompagnata da persecuzioni, primi che si comportano come ultimi e ultimi che hanno l’onore dei primi.

Confrontando le domande del ricco e di Pietro con le risposte di Gesù, comprendiamo cosa dobbiamo cambiare nel nostro dialogo con Dio, nella nostra lettura della Bibbia. Davanti alla Parola del Signore, ascoltando il Vangelo, purtroppo, noi pensiamo di essere come al supermercato: prendiamo quel che ci piace e domandiamo solo: «quanto costa?» Vogliamo la salvezza e la prosperità subito e a basso prezzo. La vocazione di Cristo ci raggiunge nel pieno della nostra inadeguatezza, ci accorgiamo che non usciremo dal supermercato avendo sotto braccio un pacco con la scritta «Regno dei Cieli». Dal passo emerge una via di uscita che possiamo percorrere. Gesù ci invita a seguirlo, mostra le difficoltà di questa via, ma ricorda dal primo verso all’ultimo che Dio che è buono ed opera per noi, rende possibile quello che ci sembra impossibile, nella sua onnipotenza rovescia le nostre logiche umane : “molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi”. A noi viene chiesto di seguirlo con una grande fiducia nella sua potenza che rovescia la nostra logica, che rovescia il nostro ordine personale, l’ordine sociale nel quale siamo cresciuti.
Che il Signore ci dia l’intelligenza per scorgere la Sua volontà, l’amore fraterno per metterla in pratica. AMEN

Ruggero Mica