Accogliamo i segni del Signore! – Predicazione della Vigilia di Natale

LETTURE BIBLICHE: Isaia 7,13-15, Matteo 1,18-25, Ebrei 13,1-2

13 Isaia disse: «Ora ascoltate, o casa di Davide! È forse poca cosa per voi lo stancare gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio? 14 Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. 15 Egli mangerà panna e miele finché sappia rigettare il male e scegliere il bene.
Isaia 7,13-15

18 La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 20 Ma mentre aveva queste cose nell’animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. 21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».
22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio,al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi». 24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù.
Matteo 1,18-25

1 L’amor fraterno rimanga tra di voi. 2 Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli.
Ebrei 13,1-2

Oggi vorrei cercare di capire insieme a voi cosa possa aver significato la realtà e la concretezza dell’Incarnazione per coloro che l’hanno vissuta da vicino, nel momento storico in cui probabilmente essa non appariva affatto come un evento diverso da molti altri. Diamo per scontata per un attimo, ma solo per un attimo, la nostra fede nel fatto che quel bimbo nato a Betlemme fosse il Figlio di Dio, lui stesso Dio incarnato per noi. Diamolo per scontato e cerchiamo di immaginare cosa questo evento può aver significato per gli altri attori di questa vicenda, per Giuseppe e per Maria. In Luca la protagonista è Maria, una giovane donna che incontra un angelo e che accetta con fiducia e con fede il piano che il Signore le annuncia. Non ha una parte attiva, nel senso stretto del termine, ma accoglie la decisione del Signore e con ciò diventa un modello di obbedienza nella fede per l’intera cristianità, anche per noi evangelici, anche se nell’ansia di distinguerci dai cattolici, talvolta ce ne dimentichiamo. Giuseppe è sullo sfondo, un po’ come alcune statuine del presepio: ha un ruolo definito, ma in un certo senso non ha personalità. Maria accetta con fiducia il piano che Dio ha per lei e obbedisce con gioia. Rispondere a Dio, in questo caso, significa mettersi in ascolto e accettare le decisioni del Signore, anche quelle incomprensibili, o inaccettabili.

In Matteo, invece, è Giuseppe ad essere il protagonista ed è tutt’altro che passivo: egli si trova di fronte a una decisione molto difficile, davvero molto, in quanto la sua fidanzata, la bella e giovanissima Maria gli ha comunicato che è incinta, pur non avendo ancora conosciuto uomo. Giuseppe non sa cosa fare: non vuole esporre ad infamia la sua promessa sposa, ma probabilmente non vorrebbe più neppure quella sposa e soprattutto il suo bambino. La Legge gli impone di ripudiarla: se ama più Dio che la sua giovane fidanzata, deve ripudiarla, ma Giuseppe, dice il nostro testo, è un uomo giusto, e quindi non vuole esporla a infamia e pertanto decide di lasciarla segretamente. Indubbiamente Maria non si salverà comunque, essendo incinta, situazione che non potrà nascondere a lungo, ma il suo fidanzato cerca, per quanto può, di proteggerla. Giuseppe, badate bene, non sa ancora di essere un tassello nella storia della salvezza, è un uomo qualsiasi, un falegname a cui è cascato il mondo addosso. Come credere a Maria? Come accogliere questo evento straordinario ed incomprensibile? “Ma – dice il nostro testo – mentre aveva queste cose nell’animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno.” e l’angelo gli conferma le parole di Maria e gli chiede di non ripudiarla, ma di tenerla con sé. Tutto ciò avvenne perché si adempisse quello che Isaia, il profeta, aveva detto: Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.
Un segno. E che segno! Certo sublime, straordinario, ma difficile da capire, da accettare, da accogliere. Unico nel suo genere, ma non unico in assoluto, perché il Signore ha continuato a mandare i suoi segni. Cosa fare di fronte ad essi? Come riconoscerli? Come rispondere a un Dio che talvolta chiede qualcosa di incomprensibile, o forse addirittura di inaccettabile?
Giuseppe accoglie il volere del Signore, anzi, in primo luogo lo riconosce come tale e poi, di conseguenza, agisce. Sa che ha sognato un angelo e gli obbedisce. Faremmo anche noi la stessa cosa? Di fronte a una richiesta incomprensibile come quella che ha ricevuto Giuseppe, come reagiremmo?

Tutti starete pensando che la vicenda di Giuseppe è talmente estrema, che non è possibile confrontarsi con essa. Come collocarla nella nostra esistenza? Cosa significa per noi, oggi, la straordinaria vicenda di cui Giuseppe è stato protagonista? Certo è la nascita di nostro Signore Gesù Cristo, ma questo evento in sé, questo evento straordinario, cosa significa per noi oggi? Ci indica un percorso che può riguardare anche noi, qui, in Italia, in Europa, nel nostro mondo? Io dico di sì, perché penso che il Signore abbia continuato in tutti questi secoli ad operare al nostro fianco e ci abbia chiesto via via di riconoscere la Sua volontà. A volte sembra facile, ma spesso non lo è: non è facile riconoscerla come volontà del Signore e ancora meno operare di conseguenza. Proviamo per un attimo ad immaginare una situazione diversa da quella di Giuseppe, ma dove il Signore ci interroga e ci chiede prima di avere fiducia in Lui e poi di operare.

Pensiamo per esempio ad una tragedia che ci è molto vicina, di cui sentiamo parlare spesso, ma dalla quale molti di noi cercano di non farsi troppo coinvolgere. Sto alludendo a tutti i fratelli e le sorelle, i bambini, gli uomini e le donne che cercano di arrivare in Europa attraverso il Mediterraneo. Uomini, donne e bambini che certamente non sono partiti dai loro Paesi per il piacere di viaggiare, non sono partiti affrontando un percorso facile e comodo. No, hanno fronteggiato mille pericoli e tantissima fatica per arrivare fino alle rive del Mediterraneo. Cosa stanno cercando? Cosa pensano di trovare? Cosa li spinge ad affrontare tutto questo? Io credo che partano perché sono disperati. Chi di voi affronterebbe a cuor leggero l’attraversata del deserto del Sahara con mezzi di fortuna? Chi si farebbe maltrattare pur di arrivare al mare? Chi sottoporrebbe i propri figli a rischi enormi? Solo delle persone disperate, solo delle persone che non hanno prospettive neppure un po’ migliori, oppure persone che sono state imbrogliate, persone a cui è stato fatto credere che spendendo una certa cifra si può arrivare, magari con un po’ di fatica, ma si può arrivare in Europa. Persone che hanno creduto che in Europa avrebbero trovato una casa, un lavoro, un’accoglienza. Oppure persone che hanno davanti a sé una sola alternativa: la morte. E che quindi rischiano il tutto per tutto. Tanto, l’unica alternativa sarebbe la morte.
A persone che partono con questo fardello sulle spalle noi cosa rispondiamo? Se siamo italiani cosa facciamo? Se siamo immigrati a nostra volta, cosa facciamo? Cosa pensiamo?

Ecco, io credo che preparandoci al Natale dovremmo riflettere sul fatto che di fronte a questa enorme richiesta di aiuto, di fronte a questa sfida, noi siamo per lo più capaci di sollevare dubbi e questioni: alcune forse anche valide, validissime, almeno dal nostro punto di vista, ma che forse non sono la risposta che il Signore si aspetta da noi, che si aspetta da persone che vogliono praticare l’amore perché si sentono figli e figlie di Dio. Mentre siamo nelle nostre case, con le nostre famiglie, il Signore ci chiede di pensare a coloro che una casa non ce l’hanno e che vivono lontani dalle loro famiglie. Il Signore ci chiede di scardinare il nostro modo di pensare e di aprirci al nuovo che ci viene incontro. Vorrebbe che ascoltassimo l’angelo che ci chiede di accogliere la volontà del Signore, in modo obbediente come Maria o agendo attivamente come Giuseppe, perché anche noi, come quelli della casa di Davide, dovremmo ascoltare Isaia quando ci dice:

«Ora ascoltate, o casa di Davide! È forse poca cosa per voi lo stancare gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio? 14 Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. 15 Egli mangerà panna e miele finché sappia rigettare il male e scegliere il bene. (Isaia 7,13-15).

Che il Signore ci doni la capacità di rigettare il male e, seguendolo, di scegliere il bene. Amen!

Erica Sfredda

predicazione del culto di Natale, 25 dicembre 2017

LETTURA BIBLICA: 1 Giovanni 3, 1-6

Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2 Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand’egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è. 3 E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com’egli è puro. 4 Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge. 5 Ma voi sapete che egli è stato manifestato per togliere i peccati; e in lui non c’è peccato. 6 Chiunque rimane in lui non persiste nel peccare; chiunque persiste nel peccare non l’ha visto, né conosciuto.

SERMONE:

Carissimi fratelli e sorelle, oggi noi celebriamo il Santo Natale, probabilmente la festa più bella che la Chiesa celebra: la festa che avviene nel cuore dell’inverno e che riscalda i cuori ed unisce le famiglie. Ci siamo però chiesti che cosa è il Natale, cosa è che noi veramente celebriamo? La data prima di tutto è importante, dovendo spiegare a un bambino il giorno di Natale è quasi ovvio dire che è il compleanno di Gesù.. cosa in realtà non vera, perché il 25 dicembre fu scelto poiché in esso si celebrava il solstizio d’inverno e la festa del Sol invictus, Mitra, che rinasceva a nuova vita, ed era anche il periodo in cui si celebravano i Saturnali. Il Natale di Cristo è quindi la celebrazione del dono di Dio che scende fino a noi per salvarci. Coloro che credono in Cristo non hanno più bisogno di compiere i riti legati ai culti misterici con i sacrifici di sangue al procedere delle stagioni: il vero sole, che fa sorgere l’alba di un giorno nuovo è in realtà il Signore Gesù, Redentore e Salvatore del mondo. A questo proposito il prof. Enrico Benedetto sull’ultimo numero di Riforma scrive che il Natale è un innesto, ma che è anche un innesco. Un innesto, perché non è il compleanno di Gesù che si celebra, ma è la sostituzione di un pensiero ad un altro, di una fede con un’altra maggiormente radicata e più forte in quella già preesistente in Mitra ma dall’altra parte non è solo un innesto è anche un innesco che fa nascere una consapevolezza nuova: il Natale è la festa della nascita di un uomo, di un corpo, che è veramente Dio che assume la realtà umana, che si rende simile (per dirla come la prima Giovanni) a noi. Dio decide di entrare nella storia umana non più come uno spettatore o come una potenza ex machina che agisce fuori campo in maniera sovrannaturale. Dio prende corpo, prende parte, compartecipa ai nostri drammi, alle nostre passioni, alle nostre gioie, e anche alle nostre piccole e grandi delusioni e disillusioni umane. Il Signore Iddio s’incarna e nasce e questa nascita è la testimonianza incontrovertibile della vita di Gesù che muore sulla croce per i nostri peccati. Non è un fantasma quello che ci salva, non è una potenza mistica astratta, ma carne e sangue di un nato da donna. Questa nascita abilita tutti gli esseri umani ad essere chiamati figli e figlie di Dio. “Vedete con quanto amore ci ha amati?” dice il testo della prima Giovanni, l’amore di chi si spoglia dell’onnipotenza per farsi piccolo, per abbassarsi all’altezza nostra, per farsi ascolto della nostra umanità che fatica a vedere il bene. Vedete? Noi siamo figli di Dio, ma saremo simili a Lui si chiede l’autore … saremo simili a Dio seguendo la via che Egli ci ha manifestata e ci ha data da percorrere? Giovanni confuta un pensiero che allignava in alcuni membri della sua comunità: basta la visione di Cristo per “diventare” Cristo, proprio come avveniva durante i Culti misterici. Una simile idea fu poi usata anche nella Chiesa medievale, laddove al nascere delle grandi cattedrali non si potevano offrire le specie del pane e del vino a tutti e i teologi dissero che “bastava” la visione dell’eucarestia per prendervi parte. Questa idea non è quella di Giovanni, lui ha ben presente che Dio non si può vedere, perché non può essere compreso pienamente dagli esseri umani. La visione di Dio però è donata nell’amore di Cristo. La nascita di Gesù è la possibilità per tutti e per tutte di “vedere” l’amore di Dio e di partecipare ad esso. Vedere però non è conoscere, vedere non è necessariamente comprendere o anche aderire ad un progetto … la Visione non basta, è necessario anche “somigliare” a Cristo, ovvero porsi alla sua stregua, nella sequela e nel servizio. C’è un tempo che intercorre tra questa nascita umana di Dio e la nostra nascita a Dio ed è il tempo della croce. Abbiamo infatti bisogno di rinascere in Cristo a Dio, per essere creature nuove in lui. Nella tradizione cristiana antica il giorno di Natale si celebrava un Culto particolarissimo, che cominciava alla vigilia e continuava fino al giorno successivo. I neofiti che si apprestavano a divenire cristiani vegliavano in preghiera tutta la notte e il giorno di Natale ricevevano il Santo Battesimo e con esso il perdono da tutti i peccati. L’adesione a Cristo è simbolicamente il lavacro da tutti i peccati, e molto presto nella tradizione si diffuse l’uso di farsi battezzare verso la fine della vita in modo da ottenere il perdono dei peccati, uso che venne presto sostituito dal battesimo dei bambini come ingresso simbolico nella comunità cristiana. La speranza cristiana risiede proprio nell’incarnazione, proprio in questa nascita corporea … il soggetto dell’amore è anche un oggetto d’amore, Colui che mi offre il suo amore salvifico mi chiama anche all’amore, insegnandomelo e donandomi la possibilità di amare. L’amore di Dio in Cristo è la speranza del credente, speranza fondata che cambia radicalmente la nostra vita e la nostra mentalità. Questa conversione è già la remissione del peccato, perché indirizza nuovamente l’esistenza verso il bene. La redenzione e l’adesione a Cristo permettono quindi una esistenza di constante santificazione del credente. Il peccato è invece la manifestazione della distanza da Dio. Come ci rapportiamo noi con questa Parola? Siamo anche noi senza peccato? Certamente no, la nostra umanità ne è intrisa ma in Cristo nostra speranza il nostro peccato è perdonato e la nostra vita è rinnovata per sempre. Gioiamo allora per il bell’annuncio del Natale e accogliamo la possibilità che Egli ci offre: una vita in cui possiamo spezzare il pane con chi non ne ha, in cui possiamo prestare ascolto a chi ha il cuore spezzato, dare aiuto a chi non sa fare da solo, fasciare le ferite di chi è malato, fare il bene e riconoscere Cristo nell’altro e nell’altra figlio e figlia di Dio come noi.

Amen.

Past. Laura Testa

La venuta del Regno – Predicazione di domenica 10 dicembre – 2a di Avvento

Lc 21,25-33

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde; 26 gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo; poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria grande. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina». 29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

SERMONE

Nella seconda domenica di avvento il lezionario ci propone un brano non facile, che non è immediato per le orecchie di noi donne e uomini del XXI secolo. Parla di eventi sconvolgenti, cataclismi che si sarebbero dovuti verificare a breve per la generazione del I secolo che leggeva questi passi. Sappiamo che le prime comunità cristiane attendevano l’imminente e potente venuta del Signore e sappiamo che ben presto si dovettero confrontare con una realtà che non vedeva Gesù apparire sulle nubi e stravolgere l’ordine costituito, lo schema , la figura di questo mondo come lo chiama l’apostolo Paolo . Eppure, al termine del brano è chiaramente riportato : “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”: si tratta di parole eterne. Quindi a cosa siamo di fronte, al più grande fraintendimento della storia o a qualcosa che ci parla oggi, proprio perché le parole di Gesù non passano.

L’Evangelo annuncia segni terribili in grado di angosciare l’umanità intera, il mare, i flutti simboleggiano il male che avanza, in grado di spaventare, di atterrire, ma a fronte di questo si dichiara la futura venuta di Gesù. Futuro dunque ma improvvisamente il tono cambia si invita il lettore a fare qualcosa ora, subito: guardarsi intorno. Si passa dal futuro al presente. Osservate il germogliare degli alberi, -è scritto-cogliete i segni perché la liberazione è vicina. Futuro e presente si agitano in sostanza intorno a quello che è il fulcro del brano, il diamante risplendente che illumina questi versetti: “Il Regno di Dio è vicino” ! Siamo al cuore del messaggio di Gesù, Egli non ha fatto altro che annunciare il Regno in tutta la sua vita, con le sue parabole, con i suoi gesti pieni di misericordia, con l’invito a convertirsi, con la sua morte da schiavo, con la sua risurrezione.

Il Regno quando?

Allo stesso tempo presente e futuro : equivale al fatto che il Regno è nascosto e deve essere manifestato. Dio è eterno comprende in se passato presente e futuro. Quindi il Regno è presente! Il Regno di Dio, in un altro passo dell’Evangelo di Luca, ci viene detto, è in mezzo a voi. Nell’originale greco questo essere in mezzo intende esattamente il fare esperienza, il Regno non è meramente un pio desiderio per il futuro, non è esclusivamente una realtà che descrive il definitivo trionfo di Dio che verrà, è all’interno della realtà sperimentabile, è attuale, allora come oggi. Supera il tempo: dove c’è Dio c’è anche futuro, il futuro germoglia. La realtà di Dio contiene il futuro , Dio non può essere imprigionato nel nostro presente, non è chiuso circoscritto, delimitabile, con dei confini. Quindi il Regno è futuro. Nell’Evangelo si parla del Regno come un qualcosa tra il già e il non ancora per usare una celebre espressione Quindi il Regno è il futuro che avanza nel presente, è l’influsso del futuro sul presente; è certamente oggetto dell’attesa, ma nella preghiera e nella realtà, in alcune realtà, futuro e presente si toccano.

Il Regno dove?

Dove? Dove vi è liberazione. Il Regno è intervento di liberazione, è scritto chiaramente nel brano, liberazione dallo schema , dalla figura di questo mondo , come dice l’apostolo Paolo; è luogo dove allora le regole di questo mondo non valgono più, dove sono scardinate le logiche disumanizzanti della società del più forte o del più ricco o del più violento. Il Regno è il no radicale di Dio alla sofferenza umana, è la benevola, amorevole volontà divina, che non è però disgiunta dal giudizio, dal monito severo verso chi si oppone alla liberazione del prossimo, Dio giudica i rapporti disumanizzanti.

Il Regno è di Dio, non è delle chiese non è di organizzazioni, è di Dio! Lo capiamo perché tutte le parabole di Gesù che annunziano il Regno trattano di scene di vita quotidiana, nella profanità: un contadino che semina, una donna che impasta il lievito, un mercante di perle che trova quello che cercava e non ci sperava più, un uomo che nel suo campo trova un tesoro, un pescatore che tira le reti a riva. Cosa molto dimenticata: il Regno di Dio è laico, non appartiene all’universo religioso . Dio colloca il Regno nello spazio laico, nello spazio umano, nello spazio di tutti. Non si nota, è nascosto, sarebbe facile dire: “Il Regno è nella chiesa”, perfetto allora siamo a posto, in pace. Invece no! Il Regno è dove il mondo, la società, le persone, la comunità di fede, i singoli di ogni cultura e religione, credenti o atei o areligiosi, diventano sorgente di trasformazione per spezzare catene, sollevare i sofferenti, curare e consolare. E noi cristiani allora? Per noi cristiani il Regno è Gesù, è la sua persona, il Regno è quindi la sequela, seguirlo, ieri come oggi. La comunità cristiana allora deve contestare, ribellarsi contro il carattere che pare definitivo e ineluttabile delle regole del gioco del mondo. Perché? Perché siamo servi, prigionieri della Parola per dirla con Lutero e quindi liberi di non stare a queste regole del gioco.

Il Regno, e noi?

Il Regno non è opera nostra , allora cosa possiamo fare? Liberare Dio dalla prigione religiosa, abbiamo bisogno di un Dio che spazia nel mondo profano, dobbiamo essere portatori sani di questo virus che ci ha contagiati che fa parte di noi, che però non fa ammalare ma che libera.

Essere strumenti della libertà che solo il Dio che viene può donare, attraverso tre elementi: guarigione, pane, Parola.

La guarigione Gesù risanava, guariva. Sappiamo che il verbo greco usato nei Vangeli, tradotto con guarire è traducibile anche con il termine curare. La cura è una forma di guarigione. Il Regno di Dio è vicino dove ci si prende cura dei malati, nel corpo e nello spirito. Tante guarigioni riguardano gli indemoniati, sono profezie del Regno che è il luogo in cui i demoni sono scacciati. Viviamo in una società indemoniata, basti pensare al demonio della violenza, Gesù era un profeta disarmato, pensiamo ai testimoni della non violenza, Ghandi, Martin Luther King, ma anche venendo al quotidiano, a chi non reagisce ma non demorde di fronte alla violenza di ideologie che pensavamo sepolte e che sempre più spesso si presentano dove si lavora per la pace e per l’integrazione. Oppure il demonio della menzogna, dove tra proclami politici, messaggi ingannevoli, fake news, la comunicazione è come mai in passato oggetto di strumentalizzazione del prossimo e non di liberazione. Pensiamo inoltre al demonio del possesso che riguarda tutti, tutti noi.

Il pane quotidiano, la prima domanda del padre nostro è: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, prima ancora del perdono. Assistiamo impotenti alla morte per fame. Dove il Regno è vicino accade la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Anche la prima lettura, dal primo libro di Samuele lo racconta: Dio alza il misero dalla polvere, innalza il povero dal letame. E’ il rovesciamento del mondo la promessa di Gesù: molti ultimi saranno primi e molti primi saranno ultimi. Dio lo capovolge perché è costruito male, perché i primi sono sempre più primi e gli ultimi sono sempre più ultimi. Il senso non è creare una gerarchia rovesciata ma abolire le gerarchie, secondo la parola proibita di Dio: uguaglianza. Dove vi è uguaglianza, il Regno è vicino. La disuguaglianza è il contrario di quello che predica Gesù; lo vediamo ogni giorno. Pensiamo anche alla semplice parola extracomunitario: extra: al di fuori, stai fuori, mentre, come noi, è cittadino del mondo. Nei lager libici, nei campi che circondano l’unione europea, dove per una scellerata egoista politica europea si confinano esseri umani cui si nega la dignità e libertà. L’esclusione è il contrario di quello che fa Gesù.

La Parola: guarire e sfamare sono irrinunciabili per chi si professa cristiano, ma lo è anche testimoniare nell’annuncio, che è parte integrante delle nostre azioni. Noi agiamo non perché buoni, non lo siamo, ma come conseguenza naturale perché giustificati, perché dichiarati giusti da Dio, salvati dalla Sua grazia. Quale gioia, salvati, perdonati, accolti nel nostro peccato. Come non condividere questa gioia, enorme, abbondante, tracimante. “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi” è scritto nella prima lettera di Pietro. Potremmo aggiungere: O saremo evangelizzatori o non saremo nulla.

Il Regno e noi.

In conclusione il Regno è l’esistenza di chi non fa la grande storia ma delle persone con cui Dio scrive la sua storia. Gesù -ed il Vangelo di oggi lo dice chiaramente- ha posto i segni del mondo nuovo ed ha creato speranza. Noi, siamo chiamati a cogliere i segni e ad essere canne al vento, che si piegano docili al soffio dello Spirito, affinché Egli venga, perché il regno è la vita del mondo.

Amen.

 

Alessandro Serena

Festa dell’albero

Nelle chiese valdesi sparse nel territorio italiano, come pure in quelle metodiste e battiste, a ridosso del Natale si tiene la tradizionale Festa dell’Albero. A Verona, normalmente, la facciamo nella terza domenica d’Avvento, ma quest’anno si è dovuta anticipare alla prima, lo scorso 3 dicembre.
Si tratta della festa di Natale dei bambini: i piccoli della scuola domenicale, compresi in un’età che va dalla scuola materna alle medie inferiori, che durante l’orario del culto si appartano con i loro monitori per conoscere la Bibbia, diventano protagonisti della giornata con canti, a volte giochi o altre attività, e soprattutto con la tradizionale recita di Natale.
La giornata è stata tutta intera all’insegna di una festosa convivialità: dopo il culto e un’agape fraterna con piatti della tradizione italiana e ghanese, abbiamo accolto l’entrata dei pastori, degli angeli e delle altre figure del presepe, agghindati in stoffe colorate. Gli occhi emozionati e impauriti, il cuore che batte all’impazzata dei più piccini, la spavalderia dei più grandi, sono fonte di orgoglio e tenerezza per la comunità riunita insieme.

I piccoli salgono in cattedra e per un giorno raccontano ai grandi la bellezza di stare insieme ed il tesoro prezioso racchiuso nella storia sempre uguale e sempre nuova del bimbo nato a Betlemme, il mistero della Grazia che si fa essere umano, ma nella forma di un esserino tenero e indifeso che tutti vorremmo avere tra le braccia per cullarne il sonno. In quei momenti, noi grandi cerchiamo di guardare con gli occhi dei nostri bambini, con la loro purezza, la loro capacità di arrivare dritti al senso profondo e misterioso della venuta di Gesù, senza passare per la ragione; per avvicinarci a quel cambiamento che ci è prescritto in Matteo 18:3:

“se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”

È bello vedere questi due gruppi, i grandi e i piccoli, che si fronteggiano e si specchiano gli uni negli altri, due generazioni di una comunità che festeggia con gioia condivisa nella diversità e nella pluralità di età, tradizioni e lingue il rinnovarsi del patto con il comune Signore.

Enrico Parizzi