LETTURA BIBLICA

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

3 Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno.

Rom 12,1-3 (N.Riv.)

SERMONE

Trasformazione

Qualcuno ricorderà forse il film Schlinder’s list, che affrontava il terribile tema della Shoah, del tentativo di sterminio degli ebrei ad opera del regime nazista. Quel film raccontava la vita di Oskar Schindler, un industriale germanico, iscritto al partito nazista che pensò di arricchirsi ulteriormente sfruttando il lavoro gratuito degli ebrei internati nei campi di concentramento. Il regime nazista infatti metteva a disposizione di imprenditori con pochi scrupoli di coscienza questi veri e propri schiavi, costretti a lavorare -letteralmente-fino alla morte. Qualcuno forse ricorderà ancora la scena finale di quel film: il nazismo è ormai sconfitto, Schindler si prepara alla fuga attorniato dagli sguardi devoti di oltre 1000 ebrei che lui ha salvato. Li ha sottratti alla morte , ha pagato per non farli finire nelle camere a gas, ha inventato mille sotterfugi per dare loro un lavoro nella sua fabbrica, lavoro che significa vivere! In quella scena gli viene regalato un anello che reca al suo interno la scritta “Chi salva una vita salva il mondo intero” : è una frase del Talmud, testo sacro per i nostri fratelli ebrei. Ecco che Schindler scoppia a piangere, sommessamente, tra le lacrime dice: “Avrei potuto salvarne altri … non ho fatto abbastanza”. E’ un pianto disperato, Schindler osserva l’auto con la quale si appresta a fuggire e aggiunge: “La macchina … per questa potevo ottenere 10 persone; la spilla d’oro che indosso: due persone , almeno una, potevo salvarne almeno una in più!

Cosa è successo a Schindler che da cinico industriale diviene la salvezza per centinaia di persone? “Potevo salvarne uno in più”, in un’Europa che ha visto uccidere sei milioni di ebrei, una guerra che ha provocato oltre 50 milioni di vittime: “una vita in più, potevo salvare una vita in più!” Schindler era cambiato, come avesse subito una metamorfosi.

Grazia

Metamorfosi: è un termine che troviamo nel brano dall’epistola ai Romani che abbiamo ascoltato: “lasciatevi trasformare”, nell’orginale greco “metamorfouste” , che significa forma (da morfos) …dopo, oltre (da meta) … . Una forma che cambia dopo che è successo qualcosa. Cosa è successo per Paolo? E’ successo Cristo! Per l’Apostolo la trasformazione è l’inevitabile conseguenza di essere con Cristo. Le buone azioni fluiscono naturalmente perché la persona che appartiene a Cristo è trasferita in un’altra sfera, appartiene già a quel mondo trasformato (appunto ) dalla grazia di Dio. Questa azione di trasformazione Dio l’ha già iniziata in Gesù . Tutto facile allora? Abbiamo Cristo, siamo trasformati, siamo buoni …, ma Paolo esorta! Scrive infatti “Vi esorto fratelli …” .Come mai esorta, come mai ci incita, ci sprona se la grazia ci ha trasformati? Perché siamo fragili, fallaci, contraddittori, perché vorremmo fare una cosa e ne facciamo un’altra, o non facciamo niente … perché c’è un potere del peccato. Ecco, dobbiamo sapere però che questo potere del peccato è infranto, il potere della grazia può realmente modificare la parte più indocile, più ribelle della creazione, che siamo noi: uomini e donne . La grazia trasformante porta con sé la capacità di dare nuova forma alla nostra vita e di ristrutturarla. In che modo ? Totale! Abbiamo letto: “offrite i vostri corpi come sacrificio vivente”. Non dobbiamo leggere il termine corpo come qualcosa di fisico, corpo e anima separati, che è un concetto greco. Paolo è ebreo, nel pensiero ebraico il corpo rappresenta la nostra totalità, con il corpo ci si relaziona, con il corpo si manifesta la nostra sfera più intima, nel corpo abbiamo anche la nostra identità: tutti noi stessi. Il termine sacrificio inoltre si riferisce al sacrificio rituale nel tempio , dove sappiamo che la vittima offerta in olocausto era completamente bruciata. Quello del cristiano è quindi un impegno che coinvolge completamente, che riguarda tutta la propria vita,una risposta conseguente alla grazia di Dio che ci cambia interamente: pensieri ed azioni; una trasformazione che plasma le nostre vite secondo la struttura della grazia e non del mondo. “Non vi conformate a questo mondo” , Paolo lo sottolinea, praticamente scrive: ”Non lasciatevi influenzare da quello che fanno gli altri, ma piuttosto lasciatevi trasformare da una maniera totalmente nuova di pensare, in modo che voi possiate identificare, distinguere, capire ciò che è conforme alla volontà di Dio, cioè quanto è buono e perfetto.” Allora la grazia trasformante, la grazia in azione significa divenire capaci di ascoltare queste esortazioni e di obbedire!

Il pensiero di questo mondo

Chi salva una vita salva il mondo intero, dicevamo. E’ anche il titolo di una conferenza stampa tenutasi giovedì scorso a cura della federazione delle chiese evangeliche in Italia e di Mediterranean Hope dove si è affrontata l’urgenza di aumentare l’impegno per i diritti umani universali perché il Mediterraneo torni ad essere un ponte tra culture, popoli e religioni e non una tomba! Gli arrivi sono nettamente diminuiti come ci dicono il giornali ma il numero dei morti è aumentato. Persone disperate: chi è disposto ad affrontare i lager o la morte scappa da qualcosa di orribile.

Questo orrore quotidiano… non è che crea assuefazione? O che perdiamo le speranze di fronte al male che sembra prevalere? Non è che termini bellicisti come “invasione” cominciano a sembrarci normali? Non stiamo parlando di eserciti, stiamo parlando di derelitti, degli ultimi della terra. “Non vi conformate a questo mondo” scrive Paolo. Qual è il pensiero di questo mondo? Il pensiero dichiarato è “Fermiamo l’invasione” ma quello più sottile, magari sottaciuto è: “Per farlo c’è un prezzo da pagare” . Contribuire a fare rinchiudere la gente nei lager libici ha un prezzo, non soccorrere in mare ha un prezzo. Sapete qual è questo prezzo? L’ONU, riferendosi ai lager in Libia in un dettagliato rapporto appena stilato e presentato a Ginevra scrive di torture, schiavismo, omicidi, cadaveri gettati come spazzatura, donne e adolescenti abusate. Quando le vittime riescono a lasciare il lager, se ricatturati dalla guardia costiera libica, vi vengono riportati e ricomincia l’incubo. Un altro prezzo ? Ecco un dato non completo, perché i numeri reali delle vittime -in mare, nel deserto- non saranno mai noti del tutto: Dal 3 ottobre del 2013, quando al largo dell’Isola di Lampedusa morirono 368 migranti, sono morte 17.000 persone in mare. In questo momento mediamente muore una persona ogni 5 che si mettono in mare. Diciassettemila vittime, se si tenessero per mano, come faremo tra poco nel recitare il Padre Nostro, formerebbero una fila ininterrotta di 20 chilometri di persone, se vi camminassimo a fianco da cima a fondo cammineremmo per quattro ore, continuando ad osservare volti, di uomini, donne, bambini. Non dimentichiamo —quarta domenica di Avvento- che noi adoriamo un profugo, nato da una famiglia di fuggiaschi, morto come uno schiavo.

Non stare in disparte

Come agisce la grazia trasformante in noi? “Almeno una, potevo salvare almeno una vita in più” , ma come facciamo noi a salvare vite? I modi non mancano, le chiese evangeliche sono in prima fila, sono diverse le possibilità di sostenere progetti di soccorso e accoglienza. Sono diverse anche le possibilità di non accettare la narrativa corrente -non conformatevi a questo mondo- innanzitutto combattendo quell’atteggiamento nefasto, apparentemente neutrale e innocente ma è subdolo, è capace di diffondersi come un virus letale: l’indifferenza! Sì perché l’indifferenza uccide, ha sempre costituito la base su cui si sono edificati i più grandi massacri della storia: è il silenzio dei più. La shoah si è consumata nell’indifferenza della maggioranza della popolazione, la strage quotidiana nel Mediterraneo? Anche … . Paolo al versetto 3 si rivolge alla comunità cristiana , invitando ad avere una considerazione di sè sobria e realistica, perchè sappiamo che Paolo rifiuta l’idea che ci siano doni dello Spirito superiori od inferiori. Ognuno , in base a quanto ha ricevuto può agire: chi per esortare, chi per servire, cose grandi o cose piccole, non importa: la fede stessa che muove i cristiani è un dono di Dio che deve essere usato per il bene degli altri, non per sé. Agire, combattere l’indifferenza, con le parole, con i fatti, con la scelta di non stare zitti, di non voltarci dall’altra parte, ognuno per come può od è capace, ognuno trasformato dalla grazia: è possibile!

Siamo alla quarta domenica di Avvento e siamo interpellati da Colui che tra poco nascerà in una stalla, da quel rifugiato indifeso. Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano ucciso dalla barbarie nazista nel 1945 ci ha lasciato alcune parole che paiono proprio parlarci oggi, 23 dicembre 2018:

“Se vogliamo partecipare all’Avvento ed al Natale non possiamo starcene in disparte, come se fossimo in un teatro, e gioire per tutte le immagini piacevoli, bensì in questi avvenimenti che qui accadono siamo noi stessi ad essere trascinati dentro, in questa trasformazione di ogni cosa; dobbiamo essere attori su questo palco, in cui lo spettatore dell’opera è anche parte della recita; non possiamo chiamarci fuori.”

Amen

Alessandro Serena

(Foto di Marco Butera)

 

 

PREGHIERA

Eterno Iddio e Padre nostro, ti chiediamo che in ogni cosa tu ci renda
forti. Signore , Tu che in Cristo hai costituito la pietra d’inciampo, lo SKANDALON, aiutaci a mantenere la nostra capacità di scandalizzarci di fronte all’ingiustizia, alla sofferenza, alla morte dei più deboli; facci trovare la forza di non accettare l’indifferenza nostra e degli altri, di trovare gioia nel servizio verso i più deboli e gli emarginati, nell’annuncio dell’Evangelo alle persone che ti ignorano. Aiutaci a non conformarci a questo mondo e a vivere la tua grazia che ci trasforma, fiduciosi che non siamo soli . Facci trovare nella chiesa uno stimolo per la nostra immaginazione,
un’emozione che ci scuota dalla nostra pigrizia, una sorgente
di forza per fare quello che tu vuoi. Manda il tuo Spirito in mezzo a noi e armaci della tua
forza e della tua speranza. Concedi a questa comunità
la gioia che è data a coloro che hanno il cuore aperto alla tua
chiamata e al tuo Spirito.
Veniamo a te, Padre, sicuri del tuo amore, non per essere strappati dai
problemi della vita, ma per imparare da te a vivere in un festoso annuncio
dell’Evangelo e in un impegno concreto accanto ai più dimenticati.
Signore, ti chiediamo di far vivere la vita e di far morire la morte. Te lo chiediamo nel nome e per amore di Gesù Cristo, che per questo è venuto fra noi.

Amen

Le chiese metodiste e valdesi si sostengono in modo autonomo senza contributi da parte dello stato, questo perché riteniamo che l’indipendenza da finanziamenti esterni sia condizione per l’esercizio di una reale libertà. Quanto si riceve dai fondi dell’ otto per mille non viene in alcuna maniera impiegato per finalità di culto  quali la costruzione o la manutenzione delle chiese o per il pagamento degli stipendi delle pastore o dei pastori;  il ricavato infatti è impiegato per promuovere progetti sui temi della pace, dello sviluppo, dell’istruzione , dell’informazione e della solidarietà.

Le chiese metodiste e valdesi si  automantengono, secondo  il principio di responsabilità, abbracciato da chi entra a fare parte della chiesa, che impegna tutte e tutti a sostenerla anche economicamente. “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene,  come sta scritto: ha largheggiato, ha dato ai poveri; la sua giustizia dura in eterno. “(2 Cor 9,7-9)

La chiesa valdese di Verona contribuisce all’autonomia della chiesa tutta, grazie al contributo dei suoi membri, garantendo quindi anch’essa  che i soldi dei contribuenti siano impiegati solo per aiutare  il prossimo. Sostenere economicamente la nostra chiesa risponde di conseguenza non solo a necessità  economiche di pareggio di bilancio ma serve anche a professare concretamente valori che sono sì cristiani ma anche  universali: aiutare gli ultimi, in piena libertà.

Rivolgiamo quindi un appello al sostegno economico, rivolto  alle sorelle, ai fratelli, ai simpatizzanti che professano Cristo ma che riteniamo interessi tutte le persone che si identificano nei valori della  solidarietà e della fratellanza del genere umano.

I versamenti possono essere effettuati sul c/c IBAN: IT80H0200811770000011081581, intestato alla Chiesa Evangelica Valdese di Verona.

Il consiglio ecumenico delle chiese, che rappresenta a livello globale la maggior parte delle chiese cristiane, ha rilasciato il 7 novembre scorso una  Dichiarazione sull’improrogabile sfida della trasformazione economica.

Di seguito il testo del documento:

Dichiarazione sull’improrogabile sfida della trasformazione economica: a 10 anni dalla crisi finanziaria globale

Il comitato esecutivo del Consiglio Ecumenico delle Chiese riunitosi a Uppsala, in Svezia, dal 2 all’8 novembre 2018, evidenzia che quest’anno ricorre il decimo anniversario della crisi finanziaria globale, le cui conseguenze, ancora perduranti, includono: livelli crescenti di disparità di reddito, maggiore concentrazione della ricchezza nelle mani di un gruppo sempre più piccolo di élite economiche, accresciuta precarietà economica per una larga maggioranza della popolazione mondiale, disoccupazione giovanile diffusa, aumento del debito pubblico, instabilità sociale e politica e aumento delle forze politiche populiste in molti contesti a livello mondiale.

Constatiamo che praticamente nessuno dei protagonisti decisivi nelle pratiche che hanno generato la crisi sono stati ritenuti responsabili del danno globale generato, che il tempismo politico all’indomani della crisi nell’operare riforme sistemiche delle politiche e delle pratiche economiche è ampiamente mancato, e che le pochissime misure normative messe in atto dopo la crisi sono state poi ricondotte alla situazione precedente.
La spregiudicata avidità di pochi irresponsabili continua a creare rischi che minacciano il futuro di molti, e le condizioni per un’altra crisi finanziaria ed economica globale, di dimensioni ancora maggiori, stanno insorgendo velocemente.
Sottolineiamo inoltre, che oggi molti governi stanno rientrando in una crisi debitoria e faticano per finanziare gli obiettivi di sviluppo sostenibile; ciò è dovuto in parte alla corruzione, all’evasione delle imposte da parte delle imprese, alle agevolazioni fiscali e al restringimento della basi imponibili.
Rimarchiamo inoltre che l’urgente sfida dei cambiamenti climatici esige un sistema finanziario ed economico globale che applichi nuovi indicatori economici (diversi dal prodotto interno lordo incentrato sulla crescita) che tengano conto degli impatti sociali ed ecologici, che privilegino gli investimenti nella sostenibilità ecologica; un sistema che riduca la dipendenza dal debito in modo da liberare risorse per il rinnovamento sociale ed ecologico. Questa sfida è stata drammaticamente sottolineata di recente da una relazione speciale del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, la quale documenta che evitare impatti catastrofici dei cambiamenti climatici richiederà la trasformazione del l’economia mondiale a una velocità e portata senza precedenti.
Il comitato esecutivo del CEC pertanto:
Rinnova il proprio ripetuto appello a una nuova architettura finanziaria ed economica internazionale; verso un’economia della vita che colleghi la finanza all’economia reale, che tenga conto degli impatti sociali ed ecologici e ponga limiti efficaci all’avidità.

Chiede una regolamentazione efficace e una vera rendicontazione per quei soggetti ed istituti- comprese le società transnazionali e le istituzioni finanziarie considerate “troppo grandi per fallire” – la cui avidità e le cui pratiche corrotte hanno creato e continuano a creare rischi di dilaganti e disastrose crisi ed instabilità economica e di privare le nazioni delle risorse necessarie per uno sviluppo equo e sostenibile.

Incoraggia gli sforzi del CEC, della Comunione Mondiale delle Chiese Riformate (WCRC), del Consiglio per la Missione Mondiale (CWM) e della Federazione Luterana Mondiale (LWF) per una Nuova Architettura Finanziaria ed Economica Internazionale (NIFEA), e di tutte le chiese e dei partner ecumenici e interreligiosi che operano in questa direzione.

Conferma il lavoro del gruppo ecumenico su NIFEA e la Scuola Ecumenica su “Amministrazione, Economia e Gestione a favore di un’Economia della Vita allo scopo di creare cultura e competenze economiche all’interno delle chiese dotando i partecipanti di strumenti e linguaggio atti a promuovere efficacemente le stringenti e necessarie trasformazioni nel settore finanziario ed economico globale.

Domanda al CEC di collaborare con i vari interlocutori ecumenici ed altri nella convocazione di concertazioni più ampie per la trasformazione economica e finanziaria – coinvolgendo le diverse categorie di competenze rappresentate all’interno delle chiese – anche nei settori della (1) tassazione come strumento per promuovere la ridistribuzione, la responsabilità e la sostenibilità; (2) regolazione e democratizzazione della finanza; e (3) economia post-crescita.

 

Lo scorso 5 dicembre la chiesa valdese, unione delle chiese metodiste e valdesi in Italia,

ha diffuso a mezzo del moderatore della tavola valdese Past. Eugenio Bernardini e della presidente

dell’OPCEMI Past. Mirella Manocchio

il documento del Consiglio ecumenico delle

Chiese (CEC) sul tema della violenza contro le donne.

 

Il documento, redatto in occasione della
consultazione mondiale sul “Decennio delle chiese in solidarietà con le donne” che si è tenuta
a Kingston (Giamaica) dal 1 al 6 ottobre 2018, è stato approvato dal comitato esecutivo del
CEC conclusosi a Uppsala (Svezia) lo scorso 8 novembre.
Si tratta di un documento importante che riguarda un tema delicato e di assoluta
attualità. Alla sua stesura ha partecipato anche la pastora Letizia Tomassone, presente alla
consultazione di Kingston per conto della Tavola Valdese e dell’Opcemi.

Sono state quindi esortate Le chiese membro e i
partner ecumenici  a condannare la violenza sessuale e di genere e ogni
forma di violenza contro donne, bambini e persone vulnerabili e a dare loro sostegno, nonché
a contrastare i comportamenti che predispongono alla violenza.

Il documento esorta le chiese membro del CEC e i partner ecumenici:
– A condannare o reiterare le loro condanna della violenza sessuale e di genere e di ogni forma di
violenza contro donne, bambine, bambini e persone vulnerabili.
– A dichiarare tale violenza un peccato.
– A compiere sforzi costruttivi per superare gli atteggiamenti che predispongono a tale violenza, tra
cui lo sviluppo di chiare politiche sulle molestie sessuali che dicano chiaramente le conseguenze
per chi compie tali molestie.
– A continuare a lavorare con organizzazioni e gruppi locali che si oppongono a tutte le forme di
violenza sessuale e di genere.
– A dare sostegno nelle diverse forme, anche elaborando percorsi di guarigione dai traumi subiti da
donne, ragazze e altri soggetti vulnerabili a tali violenze nelle loro comunità.

Al link il documento integrale:

dichiar_wcc_violenze_genere2018

 

LETTURA BIBLICA

67 Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito Santo e profetizzò, dicendo: 68 “Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo, 69 e ci ha suscitato un potente Salvatore nella casa di Davide suo servo, 70 come aveva promesso da tempo per bocca dei suoi profeti; 71 uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano. 72 Egli usa così misericordia verso i nostri padri e si ricorda del suo santo patto, 73 del giuramento che fece ad Abraamo nostro padre, 74 di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, 75 in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita.
76 E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai davanti al Signore per preparare le sue vie, 77 per dare al suo popolo conoscenza della salvezza mediante il perdono dei loro peccati, 78 grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dio; per i quali l’Aurora dall’alto ci visiterà 79 per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace”. (Luca 1,67-79)

 

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
questa bellissima preghiera, che Zaccaria pronuncia per benedire il Signore alla nascita di suo figlio Giovanni è anche una dichiarazione di fede. L’affermazione della fede nel Dio che farà conoscere la salvezza al proprio popolo è la Parola che restituisce la voce a Zaccaria, che era stato reso muto all’annuncio dell’angelo che prometteva la nascita di Giovanni.
Questo mutismo di Zaccaria mi ha molto colpito, perché mi sembra tanto simile al mutismo che colpisce le nostre chiese cristiane oggi: talvolta restiamo zitti perché siamo talmente stupiti e meravigliati che abbiamo bisogno di un tempo per elaborare le nostre esperienze di fede, altre volte ci troviamo ad essere confrontati con dimensioni realtà di fede diverse da quelle che ci sono state insegnate e in cui abbiamo creduto con tanto zelo e così non riusciamo a dare una testimonianza, restiamo muti come Zaccaria. In questa storia però, proprio durante la cerimonia in casa in cui si deve dare il nome al bambino Zaccaria abbraccia il messaggio di novità portato dall’Evangelo e conferma la dichiarazione di Elisabetta sul nome del bambino: non si chiamerà Zaccaria, bensì Giovanni.
Un passaggio importante perché questa cerimonia che avviene a casa di Zaccaria, mi ha tanto ricordato la cerimonia del nome che avviene anche nella tradizione Ghanese: l’uso di riunirsi a casa e di chiedere ad un membro anziano della famiglia quale sia il nome del bambino.
Un uso che è tipico del mondo della Bibbia, che è rimasto nell’uso tradizionale Ghanese, e che nelle nostre chiese Valdesi e Metodiste è stato inserito nel momento del battesimo, che era anche il momento in cui si dava il nome al bambino o alla bambina.
Quante aspettative entrano in gioco quando si inizia a pensare ad un nome da dare ad un nascituro, si pensa ai nomi belli, ai nomi che hanno un significato, a quelli di un personaggio importante o famoso talvolta nomi epici, storici, biblici, talvolta anche nomi di Hollywood o addirittura inventati, per essere più originali degli altri.
Qui però il mondo di significato è diverso, perché il nome rappresenta la storia di fede della famiglia e la sua trasmissione alle generazioni future. Il nome Zaccaria racconta di una fede nel Dio che sempre si ricorda del proprio popolo, della memoria di un passato di fedeltà, il nome Giovanni invece apre la prospettiva della Grazia, testimonia non soltanto di un passato di fedeltà, ma di un’attualità in cui il Signore è presente e si prende cura delle nostre piccole e grandi storie personali.
Conosco personalmente il dolore delle tante coppie che non riescono ad avere figli, della ricerca di una soluzione, del senso di colpa e anche del profondo senso di fallimento quando mese dopo mese le speranze di genitorialità vengono disilluse.
Il mutismo di Zaccaria è quindi simile al riso di Sara all’annuncio dell’angelo è l’affermazione dell’incredulità di fronte a Dio che si manifesta. Sembra quasi che dicano: Ho tanto sofferto che non riesco più neppure a sperare che possa esserci una realtà diversa da quella che ho già vissuto e ho paura di sperare ancora per paura di essere disilluso di nuovo.
Sono curiosa però e forse anche un po’ impertinente, nell’associare i sentimenti di Sara, di Abramo, di Elisabetta e di Zaccaria a quelli delle nostre chiese di oggi: tante volte anche noi non siamo disponibili ad aprirci alla novità dell’Evangelo.
C’è una frase che tutti i pastori e tutti i ministri della chiesa conoscono molto bene: “ si è sempre fatto così”, oppure la sua versione gemella “questo non si è mai fatto prima”. Queste frasi esprimono pienamente il sentimento di Zaccaria, che porta con sé il ricordo di una tradizione potente e strutturata, mentre la seconda racconta dell’incredulità dei familiari, alla cerimonia del nome, quando viene annunciato il nome di Giovanni, il Dio di Grazia, il Dio che si prende cura con misericordia.
Qui è l’Evangelo della Resurrezione che prende piede, nel bel mezzo dei prodromi del racconto di Natale: Dio che promette di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita. La presenza di Dio è una certezza, possiamo vivere finalmente liberati dalla paura.
Questa è la grande proclamazione, il messaggio del Cantico di Zaccaria il compimento delle promesse fatte a Davide.
La salvezza è dunque libertà dai nemici, ma anche avvento del Salvatore che è la Luce delle Nazioni, il Messia, il Cristo.
La lunga attesa è già finita perché l’adempimento delle promesse di Dio è già iniziato: Dio ha innalzato il corno della nostra salvezza, ovvero quella forza travolgente che può superare qualsiasi ostacolo. Gesù è il compimento della promessa fatte ad Israele. Una promessa in continuità con le liberazioni avvenute in passato e con la chiamata ad uscire fatta al popolo e ad Abramo. Tanti certamente videro in Gesù un capo esclusivamente politico, senza comprendere invece l’avvento di una novità tanto grande da rassicurarci e da riconciliarci anche con i nostri spettri e con i nostri nemici interiori. La liberazione dal nemico ha quindi una dimensione cosmica e personale al tempo stesso, e ogni giorno possiamo vivere e servire Dio in giustizia e santità.
Giovanni e i suoi seguaci sono inseriti in questa storia di salvezza, come precursori del Figlio dell’Altissimo, banditori della salvezza e annunciatori del perdono.
Sorelle e fratelli credo che in questo cantico, più che in altri, ci siamo anche noi, che non siamo come Gesù, ma possiamo essere come Zaccaria e come Giovanni e i suoi discepoli coloro che preparano il campo all’avvento del Cristo. L’opera di Giovanni è infatti descritta come un invito al ravvedimento, alla conversione e soprattutto al perdono dei peccati e all’esperienza della salvezza.
Anche nel nostro oggi c’è bisogno di un annuncio forte, che richiami alla conversione, all’interconnessione, al perdono dei peccati, alla pace. l’Aurora dall’alto ci visiterà per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace”.
L’aurora dall’alto è l’inizio del nuovo giorno, in cui anche noi rinasciamo per fede riconciliati con Dio, con gli altri esseri viventi e con il creato intero e nel rapporto con noi stessi.
Se accoglieremo questa liberazione anche il nostro servizio a Dio sarà diverso perché non ci sarà più la paura del giudizio e delle critiche che troppo spesso si ha timore di ricevere anche nei nostri ambienti, un dono offerto con gioia e in gratitudine, senza paura anche di noi stessi e delle nostre incapacità, dei nostri limiti e delle nostre debolezze, poiché apparteniamo pienamente a Dio ogni giorno della nostra vita. Dio ridà la parola a Zaccaria e lo fa anche con noi affinché possiamo testimoniare della possibilità di una vita nuova e della speranza del Regno che viene.
Amen

 

Past. Laura Testa

Qualcuno l’ha definita “teologia pop”, cercando di identificare un genere che accosta senza timori i temi teologici ad elementi della cultura popolare: dal fantasy alla fantascienza e , perchè no, al fumetto d’autore. L’accostamento a prima vista ardito è quello capace -scardinando approcci tradizionali- di spingere alla riflessione. Chi ha detto che la profondità del pensiero non possa essere favorita dalla rottura di schemi consolidati?   In questo solco si muove il testo “Il vangelo secondo Mafalda” di Marco Dal Corso, che lunedì 17 dicembre 2018 alle ore 20,30 presso il tempio valdese di Verona di via Duomo angolo via Pigna, sarà presentato dall’autore in dialogo con la Pastora Laura Testa della chiesa valdese di Verona.

L’ingresso è libero.

Al link la locandina dell’evento:

DalCorso-Mafalda-locandina-b3

LETTURE BIBLICHE

8 Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. 9 Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento. 10 Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate. 11 Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, non dovreste voi avere un comportamento santo e pio, 12 mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno? 13 Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia. 14 Perciò, carissimi, aspettando queste cose, fate in modo di essere trovati da lui immacolati e irreprensibili nella pace; 15 e considerate che la pazienza del nostro Signore è per la vostra salvezza. (2Pt 3,8-15)

22 Nella santa città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illumini, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada. 24 Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria. 25 Di giorno le sue porte non saranno mai chiuse (la notte non vi sarà più); 26 e in lei si porterà la gloria e l’onore delle nazioni. 27 E nulla di impuro, né chi commetta abominazioni o falsità, vi entrerà; ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. 1 Poi mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2 In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. 3 Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i suoi servi lo serviranno, 4 vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. 5 Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli. (Ap 21, 22-27; 22,1-5)

 

SERMONE

Cari fratelli e care sorelle, la prima epistola di Pietro scrive “Glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.” Dare conto della speranza che è in noi,  questo vuol dire essere credenti. Siamo qui insieme per alimentare questa speranza, per viverla nell’allegria e renderla duratura. Quale più grande speranza possiamo concepire se non il giorno del Signore, la fine del tempo che conosciamo? La speranza di una nuova Gerusalemme in cui il Signore prepari le dimore dove mangerà la Pasqua con ciascuno di noi dopo la morte? La speranza di un luogo.  Come dice Gesù  al cap 14 del Vangelo di Giovanni, “quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi”. Questa speranza ci aiuta a non rimuovere totalmente l’evento finale delle nostre vite. Questa speranza  va oltre la paura della morte, paura che alberga dentro ciascuno di noi. Questa speranza mi aiuta a sopportare quello che mi fa male e mi tormenta cioè la morte mia …. la paura della morte dei miei parenti, dei miei amici.. e tanti già non ci sono più. Non vi nascondo la mia difficoltà a riflettere su questa tematica, infatti la mia esperienza di fede è stata sempre molto calata nel presente, nel tempo in cui viviamo. I sinottici, il vangelo di Giovanni, le epistole, i profeti sono i testi che mi hanno parlato nel corso della mia vita. Ma alla fine della Bibbia troviamo l’Apocalisse, in inglese Revelation. Non è un caso se l’Apocalisse, questo affresco di visioni che descrive la fine dei tempi, è l’ultimo libro della Bibbia.  Essa chiude ogni testimonianza biblica del rapporto tra l’Eterno e il suo popolo e apre su un tempo che non conosciamo, su cui invece di testimonianze abbiamo solo visioni. Parlando di visioni apocalittiche dobbiamo stare molto attenti a distanziarci da tutta la cultura apocalittica popolare che ci pervade. Le profezie di Nostradamus, i calcoli cabalistici sulla fine del mondo, c’ è un filone di libri, di film e anche tutto un filone di cultura religiosa legata all’idea della fine del mondo, che non è biblico e legge solo in superficie la questione. Apocalisse parola greca, tradotta  in italiano corrente  è rivelazione. L a comunità di Giovanni attende la rivelazione della volontà di Dio. Dio offre una parziale rivelazione delle realtà ultime all’autore. Rivelazione. Questa parola descrive bene i contenuti di questo libro e sfugge alla cultura apocalittica. La fine dei tempi descritta dall’autore Giovanni, pur essendo ricchissima di visioni fantastiche, non è una enorme nottata di fuochi pirotecnici che rappresentano la fine del mondo. Giovanni usa un linguaggio figurato per dare nuovi contenuti alla speranza delle prime comunità cristiane. Per accompagnarle in una attesa del ritorno di Gesù che va ben oltre i tempi delle loro previsioni umane. Per sostenerle nel vivo di difficoltà mortali. Ma veniamo ai  testi che abbiamo letto, la visione di Giovanni nella Apocalisse : “ In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. “ (22, 2)- In mezzo alla piazza di questa nuova Gerusalemme si vede un albero, le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni, non per il solo popolo di Israele, non servono gli sforzi di separazione dagli altri popoli, di purificazione, siamo fuori da ogni tentazione identitaria. Dopo la morte,  alla fine del tempo che conosciamo cosa ci aspetta? Sarà il paradiso perduto  da Adamo ed Eva? Troveremo la fontana dell’eterna giovinezza? Sarà una verde vallata dove vivere in piena salute? La speranza che ci comunica l’Apocalisse pur essendo in continuità con il linguaggio di Isaia o di Ezechiele se ne discosta nettamente. Il brano dell’Apocalisse innanzi tutto non riguarda un solo popolo, un solo luogo, ma si estende a tutti i popoli, a tutto il globo della terra. Poi non soddisfa i bisogni umani.  Isaia  recita “ i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani, non costruiranno più perché un altro abiti”.  Giovanni con le sue visioni sposta invece la attenzione dall’opera delle nostre mani alla città celeste in cui tutti noi abiteremo.  La visione idilliaca del lupo che abita con l’agnello si trasforma nella scomparsa di ogni peccato dalla creazione. “il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più”.  Il mare non c’era più! Nella cultura di Israele il mare era il regno del male, casa di mostri abitanti gli abissi, per noi oggi il mare è invece immagine di vacanze al sole, allora perché farlo sparire?  Ma se pensiamo alla predicazione di alcune domeniche fa della pastora Testa che descriveva il mare inquinato di plastica o gli annegamenti dei migranti nel Mediterraneo, allora possiamo condividere questa speranza, il peccato umano che guasta il mare, sarà cancellato alla fine dei tempi, avremo un mare amico. La visione di Giovanni sulla futura fine dei tempi, non è un bosco con alberi magici, ma una città, una città ripiena della presenza del Signore. Questa nuova Gerusalemme pur essendo circondata dalle mura è ben distante dalla città che ogni ebreo rimpiange. Non ha un tempio e le sue porte sono sempre aperte,  chi non sta nella città non è un nemico da combattere, ma resta fuori dalla comunione con Dio. Già perché più di descrivere cosa è la nuova Gerusalemme, l’autore sottolinea chi è la nuova Gerusalemme. La presenza di Dio e dell’Agnello illumina ogni cosa, riempie ogni cosa, completa ogni cosa. Accanto al Padre e al Figlio sta l’albero della vita, mai stanco di germogliare, che con le sue foglie guarisce le nazioni. Dio abiterà fra gli uomini, come veniva descritto dal vangelo di Giovanni per l’inizio dei tempi,  quando agiva la Parola creatrice. La Parola che ha abitato fra noi,  Gesù il figlio di Dio, l’Agnello, siederà sul trono  e noi vedremo il suo volto. La presenza così pregnante del Dio uno e trino farà nuova ogni cosa. L’annunzio di questa mattina è questo: Il giudizio finale farà sparire i cieli, la terra e il mare pieni del nostro peccato, la venuta del Figlio dell’uomo asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate, ecco un nuovo cielo e una nuova terra, una nuova Gerusalemme per i Suoi popoli.Questo annunzio, questo futuro che ci viene prospettato è una grande speranza, la più grande che noi si possa concepire.  Questa speranza risponde alle domande che sono nascoste in ogni mente interessata alla trascendenza. L’Apocalisse non rivela un mondo fantastico pieno di delizie, ma rivela che la presenza del Signore toglie il peccato dalla creazione esistente, completa la finitezza e l’imperfezione del mondo in cui abbiamo speso la nostra vita, apre una nuova dimensione. Dice il Signore: “le cose di prima sono passate …… io faccio nuove tutte le cose” questa speranza escatologica riguarda noi tutti, il termine della vita coinvolge ciascuno nel suo tempo. Questa speranza escatologica si riflette anche sul vissuto di ogni giorno, sul futuro dell’umanità. Moltmann, un teologo tedesco, sostiene la necessità della riscoperta di una concezione collettiva della speranza cristiana come fattore centrale nel pensiero  e nella vita del singolo individuo e della chiesa. Egli scrive: ”La Speranza sostiene e fa avanzare la fede, la Speranza è anche la forza che mette in azione  e sospinge il pensiero della fede, la sua riflessione sulla natura umana,   sulla storia e sulla società. …. Essa apre una prospettiva di futuro che ricomprende ogni cosa, anche la morte; essa può ricondurre in quella prospettiva anche le limitate speranze di rinnovamento della nostra vita, relativizzandole e orientandole”. Coltivare questa speranza collettiva con allegria e tenacia  è il compito della chiesa valdese di Verona, che lo Spirito faccia risuonare nelle nostre menti l’esortazione della prima epistola di Pietro  “attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio”.

Amen.

Ruggero Mica

LETTURE BIBLICHE:

1 Giona ne provò gran dispiacere, e ne fu irritato. 2 Allora pregò e disse: «O SIGNORE, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis. Sapevo infatti che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato. 3 Perciò, SIGNORE, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire piuttosto che vivere».
4 Il SIGNORE gli disse: «Fai bene a irritarti così?»
5 Poi Giona uscì dalla città e si mise seduto a oriente della città; là si fece una capanna e si riparò alla sua ombra, per poter vedere quello che sarebbe successo alla città. 6 Dio, il SIGNORE, per calmarlo della sua irritazione, fece crescere un ricino che salì al di sopra di Giona per fare ombra sul suo capo. Giona provò una grandissima gioia a causa di quel ricino.
7 L’indomani, allo spuntar dell’alba, Dio mandò un verme a rosicchiare il ricino e questo seccò. 8 Dopo che il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un soffocante vento orientale e il sole picchiò sul capo di Giona così forte da farlo venir meno. Allora egli chiese di morire, dicendo: «È meglio per me morire che vivere».
9 Dio disse a Giona: «Fai bene a irritarti così a causa del ricino?» Egli rispose: «Sì, faccio bene a irritarmi così, fino a desiderare la morte». 10 Il SIGNORE disse: «Tu hai pietà del ricino per il quale non ti sei affaticato, che tu non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito; 11 e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?» [Giona 4, 1-11]

8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. [Rm 13,8-10]

38 «Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. 39 Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; 40 e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle.
43 Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. [Mt 5,38-44]

PREDICAZIONE

Vorrei raccontare una breve storia: Marco e Antonio sono due conoscenti, iscritti all’università, a notte fonda stanno bevendo e giocando a carte insieme ad altri quattro colleghi, ad un certo punto scoppia una lite, Marco si lascia prendere dalla furia ed inizia a sbraitare ed urlare verso Antonio. Questi mantiene un atteggiamento calmo e riservato ma la collera di Marco è fuori controllo, si alza in piedi e sfida l’amico a fare a pugni. Antonio reagisce alla provocazione con grande calma e gli dice che avrebbe considerato la possibilità di battersi con Marco solo se prima avessero finito la partita. Nonostante la rabbia Marco accetta. Nei minuti successivi tutti imitano il comportamento di Antonio e finiscono la partita come se non fosse accaduto nulla di importante. Questo da il tempo a Marco di calmarsi e raccogliere i propri pensieri. Al termine Antonio dice con calma a Marco: “ Adesso se vuoi discuterne ancora, vengo fuori.” L’altro che ha avuto sufficiente tempo per calmarsi e riflettere si scusa e non si verifica alcuna rissa.

Una scena violenta, per fortuna solo verbalmente ma sicuramente contemporanea. Cosa ha permesso di risolvere il problema?

(Ascolto? capacità di controllare gli impulsi e le emozioni? -Magari Antonio era sobrio? Una decisione? Un’azione? )

Veniamo al brano di Paolo. Nella lettera ai Romani l’Apostolo pone due quesiti: chi fa parte della comunità cristiana e come si deve comportare che ne fa parte. Per Paolo è la fede in Cristo l’unico requisito per fare parte del gruppo di coloro che sono salvati, quindi non è necessario accettare la legge ebraica. L’altro punto è che il comportamento dei fedeli in quanto morti con Cristo e divenuti nuove creature deve essere irreprensibile. Non è quindi il linguaggio legale ad essere fondamentale ma la partecipazione alla vita di Cristo. Difatti Paolo cita i comandamenti e li supera, riassumendoli nel comandamento dell’amore. Dalle norme alla norma …”non religione dei mille precetti ma di un solo comandamento: amatevi” come ebbe a dire qualcuno.

Già … ma amare può essere una norma ? Si può davvero comandare di amare? Le emozioni non sono poi così sotto il nostro controllo, pare proprio irreale “dover” amare. Perfino ipocrita, amare una persona non amabile, non rischiamo di ingannare noi stessi e gli altri nel farlo ? Alla luce dell’Evangelo poi emerge tutta la forza dirompente di questo comando dell’amore . “Amate i vostri nemici” . Ma come, già faccio fatica ad amare chi mi sta antipatico come faccio ad amare un nemico? Già ai tempi di Cristo era un concetto sconvolgente. Amare il prossimo faceva già parte della cultura ebraica , la regola aurea, comune anche a molte culture ma amare i nemici … . E’ la grande novità del messaggio di Gesù , è un insegnamento che permea pienamente e completamente la vita stessa di Gesù, dall’inizio alla sua morte in croce. E’ la sua concezione della vita tant’è vero che in tutto il Nuovo Testamento le sue sono le sole labbra da cui lo sentiamo . Amare i nemici è la cartina tornasole della qualità del nostro amore . Allora è un compito impossibile ? Troppo alto perchè si possa raggiungerlo? Dipende da cosa intendiamo per amore.

La parola amore è divenuta spesso espressione di mero sentimentalismo oppure indica emozione che provo nel vedere l’altro persona, viene identificato come uno stato emotivo. Una piacevole sensazione in cui mi posso imbattere se sono fortunato o sensibile. Certo l’emozione dell’amare è presente nella Bibbia: un amore viscerale di Dio per le sue creature ma l’accento nei brani biblici di oggi è diverso. Come comprendiamo che Dio ci ama? E’ quanto egli ha fatto che ci fa comprendere il suo amore , a partire dal suo Figlio dato per la nostra redenzione. E’ un’azione. Anche nel nostro linguaggio comune si parla di ATTO DI AMORE: è l’amore che si identifica con le azioni. Anche nel brano di Giona lo abbiamo letto. Dio ha creato la pianta di ricino per proteggere Giona, i verbi stessi lo indicano : affaticato , fatto crescere, un amore che crea e che opera. Un amore che opera indipendentemente da cosa fa l’altro . Gli Assiri erano i nazisti dell’epoca e Dio li converte, gli manda un profeta, dimostra il suo amore operando. Giona non è molto d’accordo ecco perchè amare il nemico è qualcosa di divino, ecco perchè Gesù lo esprime così chiaramente, vediamo proprio il Signore per come egli è nella parte più intima e profonda e Gesù ce lo rivela.

Amare quindi è promuovere attivamente il bene per la persona , amare il nemico significa operare per il bene di quella persona . Non significa quindi in primo luogo modificare i propri sentimenti che proviamo nei suoi confronti ma significa cercare di fare il bene per quella persona , senza tenere conto di quelli che potrebbero essere i nostri sentimenti nei suoi confronti., L’amore AGISCE per il bene dell’altro. Questo è l’amore ci cui parla Paolo, questo è l’amore di cui parla Gesù .
Amore quindi che agisce, se torniamo alla storia di Marco e Antonio, Antonio ha agito un comportamento, ha SCELTO.

Amare il prossimo, amare il nemico addirittura: una SCELTA, un comandamento che non ha l’arroganza di imporre un’emozione ipocrita ma ha la saggezza di chiedere di scegliere e di agire.

Richiede sforzo e saggezza.

L’amore ha un carattere ATTIVO e si fonda su:
-premura
-responsabilità
-rispetto

Premura: vediamo la premura di una madre per un bambino, che prova avremmo del suo amore se non la vedessimo curare il piccolo. Se un uomo ci dicesse di amare i fiori e noi lo vedessimo dimenticare di innaffiarli: non crederemmo nel suo amore. Dio ha spiegato a Giona che l’essenza dell’amore è lavorare per qualcosa, amore e lavoro sono inseparabili.

Responsabilità, che spesso viene intesa come dovere verso un’imposizione esterna. Noi come protestanti lo sappiamo bene , a partire dalla “Libertà del Cristiano “ di Lutero: non è servizio cristiano quello non svolto nella libertà. Responsabilità quindi come libera risposta al bisogno espresso o meno di un altro essere umano

Rispetto, deriva dal latino Respicere, ovvero guardare indietro, è la capacità di vedere una persona com’è , di conoscerla nella sua individualità , di non voler che sia come sono io per sentirla più affine (quindi più facile amarla). Possiamo guardare solo se animati dall’interesse e non fermandoci alla superficie. Se guardo ad esempio mi accorgo che è ansiosa o stressata capisco che ha un senso di colpa e magari comprendo che la sua ira è la manifestazione di un malessere più profondo e la sua collera è indice di sofferenza . Rispettare, vedere l’altro è possibile, è un atto, una scelta possibile se si riesce ad annullarsi, vedendo l’altra o l’altro quale ella o egli è . Come un cielo stellato che possiamo vedere bene, completamente se le luci delle nostre città che ci avvolgono non lo impediscono.

Amare quindi come azione, come scelta fatta di passi concreti, nella premura, nella libera responsabilità, nel rispetto.

Amen

 

Alessandro Serena

Un video per trasmettere il senso della nostra fede cristiana a tutti, in modo nuovo e aperto. Con frasi e gesti molto semplici, amici e membri delle chiese valdesi e metodiste spiegano il perché della loro fede e ci raccontano cosa significa per loro il Padre Nostro.

Ideazione e sceneggiatura di Roberto Davide Papini. Riprese e montaggio a cura di Daniele Vola.

[chiesavaldese.org]

Giovedì 22 novembre, con inizio alle 20.30, si terrà presso la chiesa Valdese di Verona in via Duomo – angolo via Pigna, la proiezione del video documentario “Rendene in Bosnia. La transumanza della pace”, per la regia di Nicolò Salvini.

Il progetto di solidarietà sarà presentato da Gianni Rigoni Stern.

 

Protagonisti sono la comunità dei contadini ed allevatori di Suceska (Bosnia Erzegovina) e le manze e manzette di razza Rendena.

Tre stalle ed il film sono stati realizzati con i fondi donati alla chiesa valdese con l’8 per mille.