Vigilare: quando Dio è lasciato solo a morire aggrappato a un legno. Predicazione di domenica 5 agosto 2018.

6 Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte. Voi che destate il ricordo del SIGNORE, non abbiate riposo,

7 non date riposo a lui, finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra.

8 Il SIGNORE l’ha giurato per la sua destra e per il suo braccio potente: «Io non darò mai più il tuo frumento per cibo ai tuoi nemici; i figli dello straniero non berranno più il tuo vino, frutto delle tue fatiche;

9 ma quelli che avranno raccolto il frumento lo mangeranno e loderanno il SIGNORE; quelli che avranno vendemmiato berranno il vino nei cortili del mio santuario».

10 Passate, passate per le porte! Preparate la via per il popolo! Aggiustate, aggiustate la strada, toglietene le pietre, alzate una bandiera davanti ai popoli!

11 Ecco, il SIGNORE proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”».

12 Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del SIGNORE, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.

(Isa 62:6-12 NRV)

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Il Signore ci rassicura, così come rassicurava gli esuli che tornati in patria erano affaticati dall’immane lavoro di ricostruire la nazione.

6 Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte. Voi che destate il ricordo del SIGNORE, non abbiate riposo,7 non date riposo a lui, finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra. Ma chi sono queste sentinelle? Sono i credenti, siamo noi!

Il Signore ci pone però come sentinelle sulle mura della città e ci chiede di essere vigilanti in maniera incessante, finché la pienezza del Regno di Dio e la sua presenza sulla terra non sia giunta.

Non smettete di proclamare il messaggio della salvezza, non tacete né di giorno né di notte! Cari fratelli e sorelle, per me, che sono una donna nata in Sicilia, questa è una parola incredibilmente forte, perché provengo da una cultura in cui l’omertà, il valore del silenzio e soprattutto il fatto che le donne debbano tacere è dominante. La chiamata del Signore a non tacere, a proclamare la sua salvezza giorno e notte è invece una chiamata a rompere qualunque schermo di silenzio e di omertà e di andare oltre a quelli che sono i nostri pregiudizi e i nostri condizionamenti culturali.

Ciò che ha rilevanza è solo la chiamata del Signore che ci pone come guardie e sentinelle a vigilare affinché ciò che di bello è stato fatto fino a qui non perisca, ma possa continuare a crescere.

Coloro che erano tornati dall’esilio erano felici e si erano messi alacremente all’opera, ma poi dopo aver superato tutti i rischi del viaggio, dopo aver cominciato a ricostruire, si scoraggiarono perché il lavoro ancora da fare era tanto, troppo per loro.

Certe volte forse capita anche a noi di scoraggiarci, la predicazione evangelica nel nostro paese è stata accolta con entusiasmo nel periodo del Risorgimento, le nostre chiese sono nate un po’ dovunque e addirittura cercate con entusiasmo. Poi nel dopoguerra c’è stato nuovamente un grandissimo interesse per l’evangelo, le chiese crescevano, e sebbene ci fosse tanta povertà, il sentimento predominante era quello della gioia, perché la guerra era finita e l’oppressore non c’era più.

Dalla guerra però era uscito un paese giovane e forte, con tanta voglia di fare e di ricostruire. Il sessantotto, di cui quest’anno ricorre il cinquantennale fu un’occasione per riformare il paese, par cambiare le dinamiche sociali, ma fu anche un momento di crisi e di scontro non sempre costruttivo.

Le stesse dinamiche travagliarono le chiese che iniziarono un faticoso percorso che conduce fino ad oggi: oggi è il tempo della chiamata ad essere sentinelle, a vigilare, e a non scoraggiarci.

Il percorso di ricostruzione e di annuncio che sembrava volgesse al termine ha presentato degli ostacoli inaspettati, ma tu fratello, tu sorella non ti scoraggiare.

Se pensiamo anche a quello che è stato il percorso culturale del paese, ci renderemo conto che è avvenuta un’involuzione, non si è mantenuta la memoria di quelli che sono stati gli sforzi del passato e si assiste a discorsi d’odio, a bande che ci fanno tornare alla mente lo squadrismo, e soprattutto c’è incitamento implicito alla violenza e all’impunità che molti non aspettavano altro di sentire per sfogare i propri istinti di primordiale natura.

L’amore di Dio per noi con cui il Signore ci rassicura è invece un balsamo per lo spirito: esso ci permette di elevarci, di santificarci e di agire al suo santo servizio.

10 Passate, passate per le porte! Preparate la via per il popolo! Aggiustate, aggiustate la strada, toglietene le pietre, alzate una bandiera davanti ai popoli!

11 Ecco, il SIGNORE proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”».

Oggi come non mai nella storia delle nostre chiese in Italia è urgente una predicazione che coinvolga tutti e ciascuno e non più solamente i ministri. E’ indispensabile che ogni anima che vive, respira e crede nel Signore Gesù, accolga questa chiamata ad essere vigilante e ad alzare la propria voce per annunciare la salvezza del Signore.

Questo annuncio cambia il mondo, perché rischiara di luce ciò che oggi ci appare essere avvolto di tenebra e di morte: dire la salvezza oggi significa preparare la strada di Dio che cura le ferite di coloro che stanno male, che accoglie amorevolmente coloro che hanno bisogno di un rifugio; Dio si mette dalla parte degli ultimi, Dio è nero oggi, Dio è straniero, Dio è migrante, Dio è lasciato solo a morire aggrappato ad un legno.

Destate il ricordo del Signore fratelli e sorelle in quelli che sono scoraggiati o confusi, perché quel legno è salvezza ed è monito per noi tutti e tutte, affinché l’umanità sappia di essere parte della famiglia di Dio, affinché anche chi oggi è aggrappato ad una speranza flebile sappia che non è abbandonato, che non è sola.

Il nostro annuncio oggi ridesta la memoria della Croce di Cristo, non per appenderla a un muro, ma per portarla nel nostro cuore, per vivere in quella salvezza che è data per tutti.

12 Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del SIGNORE, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.

Popolo santo, redenti del Signore, coloro che ricostruiscono, che accolgono, che parlano, che pregano , che aggiustano, che passano per le porte, che aprono i porti, che alzano una bandiera per i popoli nel nome del Signore; una bandiera che dice: benvenuto, questa in Dio è casa tua. Amen

Past. Laura Testa

Saper vedere la presenza di Gesù nella propria vita. Predicazione di domenica 22 luglio 2018.

LETTURE BIBLICHE

Dt 8,1-3
1 Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il SIGNORE giurò di dare ai vostri padri. 2 Ricòrdati di tutto il cammino che il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. 3 Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del SIGNORE. 

2Re 4,42-44
42 Giunse poi un uomo da Baal-Salisa, che portò all’uomo di Dio del pane delle primizie: venti pani d’orzo, e del grano nuovo nella sua bisaccia. Eliseo disse al suo servo: «Danne alla gente perché mangi». 43 Quegli rispose: «Come faccio a mettere questo davanti a cento persone?» Ma Eliseo disse: «Danne alla gente perché mangi; infatti così dice il SIGNORE: Mangeranno, e ne avanzerà». 44 Così egli mise quelle provviste davanti alla gente, che mangiò e ne lasciò d’avanzo, secondo la parola del SIGNORE.

Mc 6,30-44
30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». Difatti, era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure il tempo di mangiare.
32 Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte. 33 Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro. 34 Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose.
35 Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: «Questo luogo è deserto ed è già tardi; 36 lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare». 37 Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi a lui: «Andremo noi a comprare del pane per duecento denari e daremo loro da mangiare?» 38 Egli domandò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Essi si accertarono e risposero: «Cinque, e due pesci». 39 Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull’erba verde; 40 e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta. 41 Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. 42 Tutti mangiarono e furono sazi, 43 e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane, ed anche i resti dei pesci. 44 Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

SERMONE

Immaginiamo una stanza, inondata di sole, magari di questo bel sole estivo. La possiamo immaginare come la stanza di una casa di campagna, circondata dal verde e dai campi. E’ una stanza molto luminosa perché ha diverse finestre, almeno una per ogni parete e attraverso di esse filtra la luce. Ecco, il racconto di Marco possiamo pensarlo proprio come questa stanza, ha diverse finestre e merita che ognuna venga aperta, il paesaggio fuori è meraviglioso, non ci basta la luce che le attraversa, vogliamo respira l’aria tersa della campagna, sentire i profumi vogliamo aprirle, anzi, spalancarle. Ogni finestra rappresenta un aspetto del brano di oggi. Una però non permette alla luce di entrare, quell’angolo della stanza è scuro. Le persiane sono chiuse, come mai? Lasciamo perdere quella finestra ora, ne parleremo più avanti e passiamo ad osservare le altre che ci attraggono con la loro luce.

Apriamo la prima finestra, che è quella del popolo di Israele. Gesù è appena tornato dalla terra pagana, quella dei Geraseni dove ha curato un indemoniato, è ora in terra giudaica, si rivolge a Israele, lo capiamo anche perchè i riferimenbti alla storia del popolo di Israele sono chiari. Gesù sfama 5000 persone, che sono state fatte sedere gruppi di 50 e 100, compie un gesto che rammenta l’episodio della manna e delle quaglie: Dio provvede al suo popolo. Ancora: la numerosità dei gruppi ricorda l’organizzazione di Israele nel deserto narrato nel libro dell’Esodo dove Mosè sceglie i capi di migliaia, centinaia, cinquantine e decine. Dio sazia il suo popolo nel deserto, Gesù sazia Israele in un luogo deserto. Inoltre, lo abbiamo visto nel brano letto prima, il profeta Eliseo compì una moltiplicazione, con venti pani sfamò cento persone, che mangiarono e ne lasciarono d’avanzo: ricordiamo questo avanzo ? Lo abbiamo appena letto anche nell’Evangelo di Marco. Portano via alla fine dodici ceste piene di pane e pesci. Quanta abbondanza! Perché tutta questa abbondanza?
Dio che pensa al suo popolo, Gesù si rivolge quindi solo a Israele? No, lo sappiamo bene, certamente non discrimina, non a caso il miracolo della moltiplicazione sarà ripetuto più avanti, nella regione della decapoli, in terra pagana. Gesù non fa preferenze ma qui, proprio qui, nel racconto di oggi si rivolge a Israele, si rivolge a noi. Torniamo allora a questa finestra, che abbiamo appena aperto e come possiamo ora sentire il tepore del sole sul volto , possiamo comprendere che qui, oggi, il Signore si rivolge a noi, alle sue chiese, alle sue comunità, a noi.

Passiamo ora alla seconda finestra, certo, quella chiusa e scura lì in fondo un po’ ci inquieta, quindi evitiamola -per ora- e andiamo verso la seconda finestra illuminata. E’ quella dell’autorità di Gesù. Chi è insomma Gesù ? Qui lo vediamo come pastore che ha compassione delle sue pecore, che non hanno guida, insegna loro e si prende cura di loro ed opera con potenza, compie infatti il miracolo della moltiplicazione. Non è solo un maestro, non è solo una guida se opera miracoli di tale portata. Anche nei brani che hanno preceduto questo, vediamo Gesù che insegna, vi è tutta la sezione delle parabole: il seminatore , la lampada, il seme che cresce da solo. Capiamo anche qui che Gesù non è solo un maestro, un rabbi, un sapiente. Infatti, sempre a ridosso della moltiplicazione leggiamo che compie miracoli: l’indemoniato di Gerasa, cura la donna che ha perdite di sangue ed il miracolo per eccellenza: la sconfitta della morte, risuscita la figlia di Giairo. Solo un maestro o un pastore no di certo, ha anche un grande potere , cura, resuscita. Non solo compie azioni miracolose verso le persone, governa anche gli elementi, ha appena calmato una tempesta e -immediatamente dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci- cammina sull’acqua. L’acqua che rappresenta il male, l’incerto, il caos. E’ la divinità di Gesù che emerge.

La terza finestra, che bella la terza finestra, pare perfino più grande delle altre, sembra proprio che la luce la attraversi con più intensità: è quella della tenerezza del Signore. Gesù ha appena accolto i suoi apostoli tornati dalla missione ed ha parole di grande amore, cura, attenzione. Li vede stanchi e dice loro: “venite in un posto tranquillo così vi riposate” , è poi preoccupato che non abbiano mangiato infatti nota che gli apostoli non avevano avuto neanche il tempo di mangiare, si comporta con la dedizione di una madre o di un padre. Eh sì, perché l’amore di una madre o di un padre lo diamo per scontato no? Così per scontato che non lo vediamo, che siamo ciechi di fronte ad esso, spesso lo capiamo dopo, a mesi, anche anni di distanza. Ciechi … . La tenerezza di Gesù dicevamo, quando vede la folla ha compassione, la fa accomodare come per un banchetto, sull’erba. Mette le persone a loro agio, le sfama , è sollecito e lo è all’eccesso. Ce n’è sempre d’avanzo, il pane avanza , si raccolgono dodici ceste. Un amore debordante, che tracima che va oltre, che supera. Un Dio sollecito oltre ogni ragionevolezza!

Siamo all’ultima finestra, quella con le persiane chiuse, quella che forse preferiremmo lasciare così, tutto sommato la stanza è già illuminata: so già che Gesù sta parlando a noi, a me; so chi è , non un semplice profeta o guida ma il Signore stesso; so che è colmo di tenerezza e di amore. Direi che mi basta, no? Sono cose che so, sono cose che sappiamo. Ma sapere è vedere? E’ riconoscere? Si perchè il racconto della moltiplicazione è famosissimo, lo conosciamo a memoria, da sempre colpisce la fantasia popolare. Gesù potente, misericordioso, i discepoli che devono darsi da fare. Tutto come al solito. Potremmo anche andare via, lasciare la stanza, ah che bel racconto, ci emoziona sempre, nessuna sorpresa, tutto bene, però … però: quelle persiane chiuse, sono fastidiose, sono uno sfregio, andiamo , apriamo anche quella finestra oscurata. Perché è oscurata? Perché è la finestra della cecità dei discepoli, è la finestra della nostra cecità! Del cuore indurito. Quando Gesù ordina:”date loro da mangiare” la risposta in termini moderni suonerebbe come :”E chi ce la fa? Hai idea dei soldi che servono? Poi trova adesso chi ci vende tutto questo pane. Che idea balzana!” Questo a chi poche righe prima ha resuscitato una bimba. Altro che ciechi. Ciechi, sordi, muti, incapaci di comprendere. Duecento denari era il corrispettivo di duecento giornate di paga di un salariato. Oggi potrebbero essere 15.000 euro. Non capiscono, non si fidano. Non si affidano! E continueranno a non fidarsi anche quando , poco dopo, vedranno Gesù camminare sull’acqua, scriverà l’evangelista : “infatti non avevano capito il fatto dei pani, avevano il cuore indurito”. Qui siamo chiamati a riflettere oggi, riflettere sulla nostra cecità, riflettere sulle prove della presenza e del potere di Gesù nelle nostre vite. Prove a fronte delle quali siamo magari insensibili o non sappiamo rispondere adeguatamente. E’ la nostra incapacità di vedere e capire l’azione del Signore vicino a noi e attraverso noi in questione, si parla della nostra quotidiana debolezza nel riconoscere il potere di Gesù ed anche di esserne strumento . “Date voi da mangiare a loro” dice il Signore ma ciò avviene attraverso la sua azione e la sua forza. Affidiamoci a questa forza per vincere la nostra cecità, per aprire quelle persiane, per vedere meglio, con più luce ancora. Il Vangelo di oggi, evidenziando la cecità dei primi discepoli invita noi a saper vedere; vedere che Gesù che allora moltiplicò i pani è ora davanti a noi e ci invita a credere e confidare nel suo potere efficace e nella sua sovrabbondante benedizione.

Amen.

Alessandro Serena

Chiunque crede in Lui non perirà! – Predicazione di domenica 15 luglio 2018

LETTURE BIBLICHE: Numeri 21,4-9; Giovanni 3,14-19

4 Poi i figli d’Israele partirono dal monte Hor, dirigendosi verso il Mar Rosso, per fare il giro del paese di Edom; e il popolo si scoraggiò a motivo del viaggio. 5 Il popolo quindi parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo miserabile cibo». 6 Allora l’Eterno mandò fra il popolo dei serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e molti Israeliti morirono. 7 Così il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro l’Eterno e contro di te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti». E Mosè pregò per il popolo. 8 L’Eterno disse quindi a Mosè: «Fa’ un serpente ardente e mettilo sopra un’asta; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, vivrà». 9 Mosè fece allora un serpente di bronzo e lo mise sopra un’asta; e avveniva che, quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, viveva.
Numeri 21,4-9

14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie ».
Giovanni 3,14-19

Il passo che abbiamo letto oggi è molto forte, ricco di passione e profondamente umano: ricordo di averlo letto per la prima volta negli anni della Scuola Domenicale, quando ero una bimba e che mi aveva molto impressionata. Ancora oggi rivedo la scena come era illustrata nel libro e come me la ero immaginata allora, molti corpi riversi, uccisi dal veleno dei serpenti e alcuni uomini e donne in ginocchio, terrorizzati, ma col capo rivolto verso il serpente di rame. Che situazione piena di pathos: uomini, donne, bambini, probabilmente in lacrime, terrorizzati, il cui istinto, ovvio, evidente, sarebbe quello di guardare per terra alla ricerca dei serpenti, ma a cui Mosè impone di non guardare per terra, ma al serpente di rame. Proviamo per un attimo ad immaginare cosa devono aver provato in quel momento gli Israeliti, cosa proveremmo noi, adesso, se la chiesa si riempisse di serpenti e io vi dicessi di non guardare per terra, di non ascoltare il morso, che pur percepite nella vostra carne, ma di guardare solo alla croce che sta sopra di me. Chi di noi riuscirebbe? Chi di noi non cederebbe alla tentazione di guardare per terra e di cercare di colpire 1 o 2 o quanti più serpenti è possibile?

Ma cominciamo dall’inizio: gli Ebrei stanno attraversando il deserto, un percorso non facile, pieno di insidie, un percorso dove a momenti di gioia ed allegrezza, nei quali i cuori sono pieni di entusiasmo e fiducia e coraggio, si alternano momenti di delusione e scoraggiamento. Momenti in cui viene la tentazione di cercare un capro espiatorio e di lamentarsi, affermando il solito “Stavamo meglio prima!”, nonostante fossimo prigionieri, nonostante fossimo schiavi. Non sappiamo che farcene di questa libertà, non ci porta da nessuna parte, solo alla morte. E così uomini e donne cominciano ad essere sempre più nervosi, sempre più aggressivi gli uni verso gli altri, sempre più sospettosi: chi ci ha ridotti così? Perché tu mangi più di me? Mi stai rubando l’acqua! Si comincia a vedere in tutti coloro che ci sono vicini dei nemici, dei concorrenti. E contemporaneamente si comincia a guardare al passato con occhiali rosa: come stavamo meglio prima! Come era tutto più facile! Certo eravamo schiavi, ma il cibo era garantito, avevamo un tetto sicuro, una vita faticosa, sì, ma senza sorprese. Non c’era nulla da decidere, rischi da correre, nessun colpo di scena, nessuna responsabilità da assumersi.

Non capita tante volte anche a noi? Nei momenti di fatica e difficoltà non cominciamo ad idealizzare il passato? A pensare che in quel tal periodo in cui ci lamentavamo tanto, in fondo stavamo bene, non ci mancava nulla! Quanto spesso il presente ci appare pieno di insidie, perché non sappiamo dove ci stia conducendo, ci manca un punto di appiglio e allora ci lasciamo andare, cediamo ai nostri incubi, alle nostre paure e cominciamo a guardarci l’un l’altro con sospetto, con paura, con aggressività. Italiani contro stranieri, stranieri con permesso di soggiorno contro stranieri clandestini, asiatici contro africani, uomini contro donne. Chi ci circonda non è più un fratello, una sorella, ma una minaccia, qualcuno da cui difendersi, da cui guardarsi con attenzione e sospetto.

Nel brano che abbiamo letto oggi c’è però anche qualcosa di più: il popolo per la prima volta da quando è uscito dall’Egitto se la prende con Dio. Non era mai successo prima: normalmente si lamentava più o meno aggressivamente con Mosè, questi si ritirava a pregare e l’acqua, la manna e quello di cui gli israeliti avevano bisogno arrivava. Ma non si trattava mai di beni acquisiti una volta per tutte: arrivava ciò che era necessario per vivere, ma non per accumulare. Non c’è alcun bisogno di accumulare, di possedere, questo sembra volerci dire il Signore, ma pare che ancora oggi a tanti secoli di distanza non abbiamo ancora imparato, né capito: anche noi desidereremmo sempre la stabilità materiale. Non doverci mai più preoccupare di nulla. Possedere la sicurezza, appropriarci del futuro in modo garantito. Ma la libertà che il Signore ha donato agli Israeliti e che dona a noi è una libertà di tutt’altra natura. Non è la possibilità di arricchirsi, con tutto il corollario di egoismi e sopraffazioni reciproche, ma è la facoltà di seguirlo, è la libertà di camminare verso la terra promessa, verso di Lui. E’ la libertà di diventare come i gigli nei campi.

Ma gli Israeliti, come noi, del resto, vorrebbero la tranquillità del possesso. Sono stanchi di sentirsi precari, di essere in cammino con nulla più che un cibo “miserabile”. Vogliono la stabilità. E questa volta si rivolgono direttamente a Dio. Anzi, come dice il nostro testo “contro Dio”. E Dio cosa fa? Manda dei serpenti. L’immagine ci impressiona e ci colpisce profondamente perché i serpenti sono un simbolo che evoca immagini terribili, come antri e spelonche angoscianti, e ci spaventa perché si tratta di un animale pericoloso, il cui morso o la presa intorno ai nostri corpi sono spesso mortali ed è capace di arrivare strisciando senza fasi vedere, né sentire. Ma il serpente non è solo un simbolo negativo: l’emblema della medicina, per esempio, è un bastone con attorno un serpente, perché il serpente costituiva per molti popoli antichi (tra i quali anche i cananei e gli egizi) un simbolo di rinascita e fertilità. Allora forse, come alcuni commentatori ipotizzano, potremmo vedere nel gesto di Dio, tremendo e pauroso, di mandare tra il popolo, “serpenti ardenti i quali mordevano la gente” (Numeri 21,6) non solo uno strumento di morte, una punizione, ma un messaggio, un messaggio che potrebbe essere: volete l’Egitto? Eccolo. Volete trasformare il deserto in terra promessa senza fare alcuna fatica, senza provare a cambiare voi stessi per esserne degni: ecco quello che vi aspetta. Guardatelo bene l’Egitto che è dentro di voi, perché esso contiene il veleno. Già, contiene il veleno. E non possiamo riconoscere anche noi che la nostra bella società, la civiltà del benessere, è anch’essa piena di veleno? Che la nostra ricchezza si costruisce sulla povertà e addirittura sulla morte di altri? Che dietro alla nostra bellezza ci sono spesso lacrime e sangue?

Il Signore ci chiama, ci mostra la Via, la Sua Via. Ci libera per metterci in condizione di seguirla. Una via che è l’unica percorribile, ma che ci spaventa, ci allarma perché è tanto lontana dai nostri sogni, dai nostri desideri. Il Signore allora ci mostra che dentro i nostri sogni, dentro i nostri desideri, spesso c’è il veleno. Forse non si vede, forse neppure noi ne siamo consapevoli, ma di veleno si tratta e il veleno uccide. Ascoltiamo dunque il Signore che ci dice: guardalo il serpente, non avere paura di farlo. Guarda il serpente che è dentro di te, combattilo con la forza e il coraggio che solo il Signore ti può dare. Solo se riusciremo a vedere il serpente attorcigliato a noi, avvinghiato alle nostre vite, potremo vedere veramente il Signore. Solo se avremo il coraggio di affrontare il male che è dentro di noi, dentro ognuno e ognuna di noi, potremo andare oltre e vedere il Risorto. La croce è anche questo: guardare lo scandalo del male che ha inchiodato ad un pezzo di legno il Figlio di Dio. Noi abbiamo inchiodato al legno il Figlio di Dio, ma se sapremo vedere questo, se avremo il coraggio di guardare la croce e di sentircene responsabili, allora potremo vedere anche oltre la croce. Potremo vedere la resurrezione e la Sua luce. Il Signore è là e ci chiama, ci illumina e ci salva, alziamo con fiducia i nostri volti e i nostri occhi e là troveremo la salvezza che il Padre ci ha promesso. Amen!

Erica Sfredda

Nelle tempeste della vita il Signore è sulla barca con noi. Predicazione di domenica 24 giugno 2018.

LETTURA BIBLICA

35In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano delle altre barche con lui. 37Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. 38Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» 39Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. 40Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» 41Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?» (Marco 4, 35-41)

SERMONE

Lailaps”, parola greca dal suono esotico, perfino dolce, evoca serenità, ha una propria suadente musicalità. In realtà significa tutt’altro: è il vocabolo usato per “tempesta”. Ma mica una tempestina, lo troviamo anche nel libro di Giobbe nella sua traduzione greca dei LXX quando Dio gli parla “dal seno della tempesta”. Ricordate la tempesta di Giobbe? Una serie di disgrazie sconvolgenti, perdita di affetti, salute, beni … .

Avete mai affrontato una traversata , lunga o breve che fosse, con il mare agitato ? Un mare in tempesta, il vento che soffia impetuoso, le onde spumeggianti, gli schizzi che ti bagnano la faccia e soprattutto quella sensazione di disagio, di incertezza, di insicurezza. Certamente le navi moderne offrono standard di sicurezza elevati ma quella linea dell’orizzonte inclinata ti dice un’altra cosa: ti dice che nulla è stabile, che ogni elemento della vita si muove, ondeggia, oscilla. Niente tiene: un lutto, una malattia, relazioni che terminano, la nostra identità stessa che sentiamo minacciata quando cambia qualcosa: cambia il lavoro, andiamo in pensione … la linea dell’orizzonte non è stabile. La tempesta evocata dal racconto marciano ha inoltre una caratteristica peculiare: é improvvisa e violenta, questo perché le tempeste del lago di Tiberiade sorgevano repentinamente a causa dell’incontro tra i venti del Mediterraneo e quelli provenienti dal deserto siriano. Un attimo prima la quiete, un attimo dopo la tempesta . Suona familiare no? In un film interessante degli anni 90 “The big Kahuna” in un bel monologo finale si dice: “Non preoccuparti del futuro, oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum poter risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente. Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio” , … tempeste improvvise … .

Torniamo sulla barca di Gesù, le barche dei pescatori di allora non erano certo il massimo della sicurezza, lunghe 7-8 metri, avevano un solo albero ed una sola vela, governarle non era facile, in particolare in caso di maltempo, infatti si tendeva a navigare non lontano dalla riva e solo con buone condizioni meteo. Pensiamo allora a come vedere entrare l’acqua in una barca del genere riempisse di terrore gli occupanti. Gesù cosa fa? Dorme. Noi vediamo la nostra barca riempirsi di acqua ed il Signore dorme? Siamo sicuri che dorma? E quando la barca della nostra vita si riempie di acqua cosa proviamo? A volte neghiamo quanto accade: non é possibile che la mia barca rischi di affondare. Altre volte ci arrabbiamo: perché proprio a me? E quante volte ci arrabbiamo con Dio per quello che ci capita. I discepoli fanno lo stesso, anzi, lo rimproverano: Non ti importa che noi moriamo? La frase é dura, é un’accusa, tant’è vero che Matteo la cambierà, scrivendo “Signore salvaci”.

La malattia, la morte, l’infelicità sono quei fenomeni che sono qui rappresentati dalla tempesta.

Il racconto, se volesse essere una mera cronaca, conterrebbe tratti non credibili, dormire della grossa (su un cuscino) su un guscio di noce in un mare in tempesta non è proprio possibile. Cosa significa che Gesù dorme allora? Che lui dorma è una percezione, un’ impressione che possiamo avere quando le onde della vita incombono, ma non possiamo mai dimenticare che il Signore è innanzitutto un Dio di misericordia, difatti Gesù interviene: sgrida il vento, dice al mare : “Taci, calmati”. Ma se noi vedessimo uno in piedi su una barca, in mezzo al mare, gridare controvento una frase del genere , cosa penseremmo? E’ pazzo. Grida inutilmente. Cosa significa? Significa che il Signore non agisce come magari ci aspetteremmo. Un marinaio che farebbe? Tenterebbe di ammainare la vela , afferrerebbe il timone. Lui fa altro. Lui parla … ed ordina “Taci”. Esattamente quanto Gesù dice anche nel primo capitolo di Marco all’indemoniato: “Taci ed esci da lui”. Vediamo quindi unire fatti della vita dolorosi -tempeste- e le loro conseguenze fatte di sofferenza interiore. Mali esteriori e interiori sono insieme … e Gesù vi si oppone. Dio si oppone. “Taci, adesso basta, stai cheto ora, stai calmo”, è la reazione di Cristo ad ogni disordine che ci sconvolge la vita. Gesù parla a noi, si occupa dei nostri dolori, non è lontano, è sulla barca, esattamente con noi. Gesù è sulla barca , non è a riva, non è nella sua casa a Cafarnao, è in mezzo alla tempesta, come noi, e lo è fino alla croce.

Parlare nella Bibbia è un fatto, la parola compie sempre qualcosa, non è mai solo una chiacchiera. Il “taci” è un fatto, è il Signore che agisce e la sua azione ha sempre un effetto. Come abbiamo letto nel brano del profeta Isaia: “Così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto senza aver compiuto ciò che io voglio”. Il mare infatti si calma, arriva una “gran bonaccia” . Anche qui, non solamente il vento che si calma o il sereno che torna , letteralmente il Vangelo parla di “gran bonaccia”; la bonaccia è lo stato di quiete assoluta, quando il mare non è increspato da alcuna onda, quando non un alito di vento di vento si solleva, nessuna brezza, solo … quiete. Il termine greco tradotto come bonaccia si può tradurre anche come pace, calma, quiete interiore, serenità.

Le nostre tempeste ci lasciano sgomenti, ci sentiamo sballottati dalle onde, spesso di fronte ai problemi o alle difficoltà li rifiutiamo, o anche ci fanno arrabbiare – o siamo assaliti dalla depressione, ci sentiamo soli … ma c’è anche un’altra possibilità che è quella della bonaccia, della pace che il Signore ci vuole donare, che con le sue parole, che nella Parola, in ogni modo, anche con il brano di oggi, ci vuole trasmettere e lo fa interpellandoci. Un Gesù che infatti dopo ci dice: “Ma come? Non hai fiducia in me ?”. Lo possiamo davvero immaginare con quell’atteggiamento materno di Dio che ci invita a confidare in Lui, così come appare anche nel salmo che abbiamo letto, il 131 che è un salmo di fiducia: “in verità l’anima mia è calma e tranquilla . Come un bimbo divezzato sul seno di sua madre, così è tranquilla in me l’anima mia”: ci invita a fidarci ad addormentarci sazi sul seno di Dio, senza sospetti.

La fede cui il testo di Marco si riferisce è proprio intesa come fiducia in Gesù, nelle sue parole, nella sua azione, invitandoci a non avere paura ad avere fiducia in lui perché il Signore è sulla barca con noi ed opera. Che il Signore doni ad ogni creatura che affronta le tempeste della vita, fuori o dentro che siano, la sua bonaccia, la sua pace, la sua voce risuoni nei nostri cuori per dire “Calma la tua anima figlio mio, calma la tua anima figlia mia, stai tranquilla, stai tranquillo, sono qui con te”.

Amen

Alessandro Serena

,

CONFERENZA II DISTRETTO 15-17 GIUGNO 2018 A TORRE PELLICE

Con la partecipazione di 100 persone tra pastori, presidenti dei consigli di chiesa e deputati delle comunità, si è tenuta a Torre Pellice (To), dal 15 al 17 giugno, la Conferenza del II Distretto della Chiesa Valdese, comprensivo delle comunità dell’Italia del Nord, escluso il Piemonte.

Si tratta di un parlamento “zonale” che riflette e delibera ad un livello intermedio tra l’assemblea delle chiese locali e il Sinodo, assemblea nazionale.

In evidenza quest’anno due questioni:

1) l’esito di una indagine condotta con i metodi statistici della sociologia, sulla consistenza della chiesa, sulla partecipazione al culto ed alle attività; è possibile ricondurre i dati presentati dal prof. Paolo Naso, uno dei principali curatori, a due elementi essenziali posti all’attenzione delle chiese: siamo in un processo di “stabile decrescita”, in particolare nelle comunità del sud Italia, crisi segnalata soprattutto dalla mancanza di Scuole Domenicali (scuola biblica per i bambini) di cui molte chiese sono prive. Pur consapevoli che il dato quantitativo non può spiegare da solo la complessità di vita di una confessione di minoranza né tanto meno rappresentare l’azione dello Spirito che sfugge a misurazioni di questo tipo, si è detto che l’importanza di questa fotografia statistica sta nello stimolo a guardarsi, a scegliere in quale direzione si vuole andare, a ripartire su nuove progettualità che rilancino, in particolare, l’attenzione alla narrazione della fede ai bambini, accogliendo anche la domanda di una formazione biblica ai loro figli, che viene da genitori esterni alle comunità, che non sono membri di chiesa, come avvenuto in una delle chiese presenti.

2) Lo stato del dialogo ecumenico con la chiesa cattolica romana è stato il secondo grande focus della conferenza, all’indomani del forum organizzato a Bergamo lo scorso mese di marzo.

L’introduzione al dibattito proposta della pastora Maria Bonafede ha segnalato la necessità attuale del dialogo ecumenico perché non è possibile sottrarsi ad esso in una società dove numerose sono le proposte attive (Islam, pentecostalismo, Unione atei e razionalisti…) sia perché un’identità religiosa senza dialogo rischia l’autoreferenzialità: l’idea di aver ragione da soli è cosa fuori tempo.

Circa le differenze dottrinarie con la chiesa cattolica sulla concezione della chiesa e dei ministeri, esse permangono ma al loro interno si è visto che è possibile fare dei pezzi di strada insieme, come è successo nell’accordo tra cattolici e luterani sulla giustificazione per fede; questi percorsi di strada comune attivano sentimenti che si possono praticare. Accanto a questo la chiarezza delle posizioni non deve essere oscurata, al contrario essa deve accompagnare il percorso ecumenico che procede secondo un “consenso differenziato” e con delle “asimmetrie teologiche”, per usare le parole del pastore Clavairoly, presidente della Federazione protestante di Francia e relatore al forum di Bergamo.

Elisa Vicentini

Entra, figlio mio, entra figlia mia! – Predicazione di domenica 17 giugno 2018

LETTURE BIBLICHE: Luca 15,11-32; I Giovanni 4,7-11

11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte che mi spetta della proprietà”. Ed egli distribuì tra loro il patrimonio. 13 E dopo pochi giorni, raccolta ogni cosa, il figlio più giovane partì per un viaggio in una regione lontana e là dilapidò quanto possedeva, vivendo dissolutamente. 14 Quando ormai aveva speso ogni cosa, venne una carestia terribile in quella regione e lui cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, ed egli lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 e lui desiderava nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. 17 Ritornato in sé, disse: “I salariati di mio padre abbondano di pane e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi salariati”. 20 E alzatosi se ne andò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e si commosse. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22 Ma suo padre disse ai suoi servi: “Presto! Portatemi la veste migliore e vestitelo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi, 23 portate il vitello ingrassato e festeggiamo con un lauto pasto, 24 perché questo mio figlio era morto ma è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25 Il figlio maggiore era nei campi; e sulla via del ritorno, come si fu avvicinato alla casa, udì che si danzava al suono dei flauti; 26 chiamato uno dei servitori, chiedeva cosa stesse accadendo. 27 Quello gli disse: “Tuo fratello è giunto e tuo padre ha macellato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto indietro sano e salvo”. 28 Udito ciò, egli si adirò e non voleva entrare. Suo padre allora uscì e lo pregava di entrare. 29 Egli rispose dicendo a suo padre: “Ecco, ti ho servito tutti questi anni e non ho mai trasgredito alcun tuo comando, eppure non mi hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma quando questo tuo figlio, che ha divorato il tuo patrimonio con le prostitute, è arrivato, hai macellato per lui il vitello ingrassato”. 31 Allora il padre gli rispose: “Figlio, tu sei sempre con me, e ogni cosa mia è tua. 32 Ma era giusto fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto maè tornato in vita, era perduto ma è stato ritrovato”».
Luca 15,11-32

7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9 In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. 10 In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. 11 Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
I Giovanni 4,7-11

La parabola che abbiamo letto oggi racconta la storia di due giovani ebrei, due fratelli tra loro molto diversi: entrambi ci risultano familiari e ognuno di noi può probabilmente riconoscersi nell’uno o nell’altro.
Il maggiore è attento alla Legge, obbediente, devoto alle prescrizioni imposte dalla religione, oltre che dall’educazione, ma talmente rigido nella sua obbedienza da non saper trarne alcun piacere. Fa’ il suo dovere, coscienziosamente, ma senza metterci il cuore, senza assumersi veramente la responsabilità di quello che fa. Nulla fa presagire che agisca per amore del lavoro, o del padre, o della terra, ma sembra che si impegni solamente perché così si deve fare. Il suo mondo comincia e finisce nel suo dovere e non pare avere altri orizzonti. Potrebbe chiedere un capretto al padre per fare una festa con gli amici, ma non gli viene neppure in mente di poterlo fare. Così rinchiuso nel suo dovere non capisce il padre. Non può capirlo, perché il padre, invece, dimostra di essere spinto prioritariamente dall’amore sia quando regala in anticipo le sue proprietà al figlio minore, lasciandolo libero di seguire la propria strada, sia quando lo accoglie a braccia aperte: così facendo egli trasgredisce proprio al suo dovere, inteso come applicazione rigida di leggi e consuetudini. L’amore, sembra voler dire il padre al suo primogenito, non si può calcolare con il bilancino del ragioniere. Come risuona dentro di noi questa situazione? Possiamo riconoscerci in questa incapacità del figlio maggiore di buttare, come si dice in Italia, il cuore oltre l’ostacolo, senza fare calcoli, senza soppesare con il metro le situazioni?
Il minore, al contrario, respinge la tradizione, rifiuta il dovere e chiede al padre non solo di potersene andare, ma anche di ricevere subito la sua parte di eredità, benché la legge ebraica prevedesse dei precisi limiti. Egli infatti pretende, e ottiene, l’utilizzo pieno della sua parte, che finirà col dissipare, mentre per la Legge israelitica lui avrebbe potuto vendere quello che gli sarebbe spettato solo dopo la morte del padre. Addirittura, quando sarà in gravi difficoltà economiche accetterà di tenere i maiali, pur sapendo che era proibito ai buoni israeliti ed esisteva una sentenza giudaica che affermava “Maledetto l’uomo che alleva maiali”. Un ragazzo che non vuole prendere sul serio la propria vita ed assumersi le sue responsabilità, ma solo ribellarsi a quello che sente essere un fardello troppo pesante per le sue spalle. Qualcuno di noi, forse, può riconoscersi in questo giovane uomo e nella sua incapacità di diventare adulto e di prendere sul serio le proprie responsabilità.

Ma il vero protagonista della parabola è il padre: questo padre che ci sconcerta e ci stupisce. Questo padre che in fondo ci sembra un po’ ingiusto: ma come, vorremmo dirgli, perché reintegrare il figlio che se ne è andato? Comprendiamo le aspettative del ragazzo: suo padre non tratta così male i suoi servi e quindi va da lui, sarà servo, ma avrà da mangiare tutti i giorni e potrà vivere una vita dignitosa. Questa richiesta ci sembra legittima, accettabile: il ragazzo è pentito, si può perdonarlo, accoglierlo, ma nel riprenderlo in casa non bisogna mai fargli dimenticare la sua colpa. Ha rinunciato ad essere figlio? E allora che viva da servo invece che da figlio. Si è accorto tardi del suo errore, ora sarebbe troppo comodo essere reintegrato come nulla fosse. E che diamine, c’è una giustizia a questo mondo, o no? Il ragazzo stesso ne è consapevole: proprio perché ha toccato il fondo, non si aspetta niente, non si sente in credito di niente. E’ come la peccatrice perdonata, come il pubblicano di cui ci ha parlato il sermone di due settimane fa. Chiede aiuto, benché sappia di non meritare nulla.

E invece il padre cosa fa? Gli corre incontro, non lo lascia neppure parlare, ma lo abbraccia e lo bacia, attraverso i simboli della veste, dell’anello e delle scarpe lo reintegra completamente, e infine macella per lui il vitello grasso: il piccolo è nuovamente uno della famiglia, il figlio amato che si credeva perduto è tornato.

Ma così facendo, vorremmo dire, e quante volte ci è capitato di dire, ha defraudato il figlio maggiore, quello buono, quello nel quale molti di noi si riconoscono. Ma come, noi che ci impegniamo tanto, noi che lavoriamo con tanta fatica, dobbiamo essere defraudati da coloro che invece non fanno nulla? Il figlio minore ha già ricevuto quello che gli spettava, ora tutto il resto è rubato al maggiore! A noi piace sentirci perdonati come il figlio minore, piace identificarci con lui e sentirci accolti, ma poi, nella realtà concreta delle nostre vite spesso ci comportiamo come il figlio maggiore. Facciamo il nostro dovere e vogliamo essere ricompensati. E di fronte a tanta generosità da parte del padre ci sentiamo un tantino indignati o almeno perplessi: quello che se ne è andato non è più un fratello, non è più nostro fratello, perché ha tradito le nostre aspettative, ha tradito la nostra fiducia. Perché accoglierlo con tutti gli onori?
Ma il maggiore ha davvero ragione di lamentarsi? In realtà, se leggiamo con attenzione, il padre ama ed accoglie non solo il figlio minore, il figliol prodigo, ma accoglie anche lui, il maggiore, anche se il suo peccato è diverso e meno riconoscibile per la società dell’epoca e anche per la nostra. Cos’ha da farsi perdonare il primogenito? Lavora, vive col padre, non si ribella, non è dunque un bravo figlio? Quello che gli manca è l’amore, l’amore! Il primo comandamento è proprio quello che il ragazzo non riesce a seguire. E’ talmente preso dalla certezza dei suoi diritti e doveri che scorda il primo e più importante comandamento «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». (Matteo 22,37-40). Il figlio maggiore, come tanto spesso anche noi, suoi servi fedeli e volenterosi, ha dimenticato il primo e più importante comandamento, quello da cui dipendono tutti gli altri, quello dell’amore. Ha dimenticato di amare il fratello, invece che giudicarlo, e di amare il padre, che è generoso verso di lui e verso il fratello. Ma il padre lo maledice per questo? Lo dimentica forse, inebriato dal ritorno del figlio minore? No! Al contrario, va incontro anche a questo. Saputo che non voleva entrare, esce per la seconda volta da casa, lui che è il padrone, il padre in una società patriarcale, lui che potrebbe restare immobile nella sua posizione di potere, rinuncia ai suoi attributi ed esce, va incontro a questi due figli, prima all’uno e poi all’altro. Ed esce perché li ama, entrambi.

Ecco la buona novella di stamattina: il padre, cioè il nostro Padre che è nei cieli, gioisce ogni volta che noi, pentiti, torniamo verso di Lui, ma anche ci raccoglie, ci ascolta, ci accompagna. Ascolta i nostri mugugni, apre le braccia e ci prega di entrare! Sì, fratelli e sorelle, Dio ci ama talmente tanto che malgrado il nostro peccato, malgrado i nostri tradimenti, il nostro sentirci sempre nel giusto nonostante Lui, la nostra difficoltà a pentirci sul serio e quindi a cambiare radicalmente la nostra vita, nonostante tutto ciò, Egli esce, ci viene incontro, ci prega di entrare e di gioire insieme a Lui!
Amen!

Erica Sfredda

Gesù ci chiama per nome. Predicazione di domenica 3 giugno 2018.

LETTURA BIBLICA
1 Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, 3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. 4 Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. 5 Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». 6 Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. 7 Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» 8 Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». 9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; 10 perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto». (Lc 19,1-10)

TESTO SERMONE
Gesù cammina a Gerico in Palestina, una folla lo scorta, lo stringe da ogni lato, Gesù è famoso nella regione, tutti vogliono vedere le cose straordinarie che avvengono al suo passaggio. I malati, i pazzi, i rifiuti della società accorrono per chiedere che lo straordinario irrompa nella loro vita, e cambi la società del tempo che li ha emarginati.
Il vangelo di Luca è particolarmente sensibile a questa tematica e infatti è l’unico che riporta questo episodio di conversione del capo dei pubblicani di Gerico, Zaccheo.
Nella folla di personaggi della bibbia , c’è un unico Zaccheo, tra i molti pubblicani citati nei vangeli, solo lui è chiamato per nome, insieme a Matteo l’apostolo che riceve la sua vocazione e segue Gesù.
Zaccheo è la versione ellenica del nome ebraico Zaccai, presente solo due volte in tutto l’antico testamento.
Allora, questa storia racconta di una folla e di una persona unica, Zaccheo. Una persona molto caratterizzata:
per il suo ruolo sociale, infatti è il capo di coloro che estorcono le tasse per i romani, e anche per il suo aspetto fisico, è basso e grasso.
Cosa fa questo omino? Cerca un posto dove restare sicuro a vedere cosa succede, cerca un posto in prima fila, come recitava, anni fa, uno slogan pubblicitario della RAI.
Lo trova su un albero, si accomoda e aspetta, il sicomoro lo protegge con la sua ampia chioma e gli permette di vedere senza essere notato.
Tutti noi ci accomodiamo per vedere senza essere visti. Guardiamo la televisione, ascoltiamo questo mondo contemporaneo che non ha mai avuto così tanti mezzi per rappresentarsi. Tutti noi siamo spettatori, adesso con i social media possiamo anche commentare, sempre comodi e da lontano, SINGOLI DISPERSI NELLA FOLLA VIRTUALE.
GESU’ VEDE UN SINGOLO NELLA FOLLA lassù sull’albero – I LORO OCCHI SI INCROCIANO – GESU’ CHIAMA UN NOME – NELLA CATEGORIA DEI RICCHI, NELLA CATEGORIA DEI PUBBLICANI, NELLA CATEGORIA DEGLI IMPURI- GESU’ CHIAMA UN NOME – L’ANNUNCIO CHE GESU’  PORTA ALLE FOLLE CHE ASCOLTANO ORA SI FA PERSONALE, UNICO.
TI GUARDO – TI CHIAMO – TI STIMOLO A MUOVERTI – TI ANNUNCIO LA PRESENZA DELLA SALVEZZA A CASA TUA – OGGI – PER TE CHE PENSAVI DI RESTARE UNO SPETTATORE – PER TE CHE SAPEVI DI ESSERE ODIATO DALLA FOLLA – OGGI vengo da DA TE, OSPITAMI, questo dice Gesù.
Zaccheo scende dall’albero e si precipita a casa, GESU’  ENTRA IN CASA di Zaccheo, LA SALVEZZA, IL PERDONO, DIO STESSO IN CARNE ED OSSA, LO VISITA
ZACCHEO è cambiato da questo incontro, questa salute che dilaga al passare di GESU’ LA GRAZIA, lo coinvolge e lo stravolge, non è più lo stesso omino di prima, è UN CONVERTITO.
Pochi versetti prima di questo episodio ne vangelo di luca viene narrato un altro incontro, Gesù, e il giovane ricco
Il giovane ricco è un osservante della legge, scrupoloso, ricerca lui Gesù, lo interroga . Non è un semplice spettatore, è in ricerca attenta, ma la sua consapevolezza, il suo status lo bloccano. Il vangelo di Luca non riporta il suo nome, rimane uno dei tanti interessati che pensa di raggiungere la salvezza con i propri mezzi, con la propria volontà. Uno dei tanti che non raccolgono l’appello di Gesù, che non riconoscono il regno di Dio che cammina nella sua strada. Uno dei tanti che non abbandonano la propria sicurezza e il proprio privilegio.
NEL NOSTRO EPISODIO E’ GESU’ CHE ENTRA IN CASA di Zaccheo, il quale gli apre la porta, LA SALVEZZA, LA GRAZIA, DIO STESSO IN CARNE ED OSSA viene ospitata a casa sua.
Questa ospitalità che scandalizza per la impurità del padrone di casa e per il rischio di una connivenza con i romani occupanti, produce SALVEZZA.
Dalla gratitudine, la risposta – quello che non riesce a fare il giovane ricco osservante, lo fa il pubblicano – si separa dalla propria ricchezza, la usa per riparare i danni sociali che ha prodotto, la usa con estrema generosità
LA GRAZIA IRROMPE NELLA SUA VITA E PRODUCE IL FRUTTO, PRODUCE LA FEDE – ZACCHEO CREDE . Infatti Gesù dice: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio”. Dal vangelo di Matteo.” (Matteo 21 31).
Fratelli e sorelle non raggiungeremo la perfezione con i nostri sforzi di santificazione, non raggiungeremo la salvezza dai nostri errori, con uno sforzo intellettuale, questa strada è un vicolo cieco.
DIO PER PRIMO CI HA AMATO, noi dobbiamo solo aprire la nostra porta a questo annuncio. Questo amore di Dio, che si è incarnato duemila anni fa, continua a visitarci, a chiamarci. Noi possiamo solo scendere dall’albero e aprire la porta. Questa possibilità di conversione ci è offerta personalmente, uno per uno siamo chiamati per nome, un nome che nella sapienza di Dio è unico, come Zaccheo.
GESU’  CI CHIAMA PER NOME, CI RICONOSCE, CI FA USCIRE DALLA FOLLA PER AGIRE SPINTI DALLA SUA GRAZIA.
GESU’ CI CHIAMA PER NOME, CI RICONOSCE, CI FA USCIRE DALLA FOLLA PER AGIRE SPINTI DALLA SUA GRAZIA.
Ognuno di noi è seduto sul ramo della propria sicura identità, ognuno di noi vorrebbe rimanere spettatore per applaudire e/o giudicare. Lo Spirito Santo ci interpella, scuote l’albero su cui stiamo seduti, ci annuncia : “oggi debbo fermarmi a casa tua”.
Per alcuni il sicomoro su cui stare seduto è la storia della chiesa di appartenenza, per altri il sicomoro è la realtà di un paese ormai lontano, scendiamo dall’albero su cui ci siamo arrampicati, la salvezza non ci viene dalla sicurezza del passato, ma da la promessa di un nuovo avvenire.
FRATELLI E SORELLE SCENDETE DAL VOSTRO ALBERO, APRITE LA PORTA DEL VOSTRO CUORE.
Questo episodio, dentro al grande afflato sociale del vangelo di Luca, sottolinea che LA CONVERSIONE è PERSONALE, ZACCHEO, personaggio unico nei quattro evangeli, SCENDE DALL’ALBERO E SI FA SOGGETTO DEL REGNO DI DIO. GESU’  PORTA IL SUO ANNUNZIO, AI PECCATORI AGLI SFRUTTATORI, AGLI AVARI CHE DIVENTANO GENEROSI E CONDIVIDONO LE PROPRIE RICCHEZZE ANDANDO OLTRE QUANTO RICHIESTO DALLA LEGGE.
Lo Spirito Santo visita ognuno di noi, oggi é in questa chiesa, ci chiama per nome, riscatta la nostra singola storia personale. Questo perdono ci rende unici, ci strappa dall’anonimato e ci fa uscire dalla folla. L’amore di Dio, l’agape, di cui l’amore del padre e della madre sono un pallido riflesso, ci dona una vita nuova, ci chiama con un nome unico, il nostro.
Che la redenzione della grazia accompagni i nostri passi fuori da questo locale ecclesiastico.

Amen.

 

Ruggero Mica

Lo Spirito ci fa nascere alla vita eterna. Sermone di domenica 27 maggio.

LETTURA BIBLICA

Giovanni 3,1-17

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli

venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore

venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è

con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato

di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un

uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel

grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico

che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di

Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito,

è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di

nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da

dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Nicodemo

replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose:

«Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico

che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto;

ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose

terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose

celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il

Figlio dell’uomo. 14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna

che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita

eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo

unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia

vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per

giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

SERMONE

Nicodemo, il suo nome ha originato addirittura un insulto:

Nicodemìta. Al tempi dei grandi Rifomatori era la parola

sprezzante con cui venivano definiti i protestanti che , in un

ambito a maggioranza cattolica, pur avendo abbracciato la

Riforma nascondevano la loro confessione temendo persecuzioni.

Personaggio significativo, nel Vangelo di Giovanni compare tre

volte : interpella Gesù in questo racconto , più avanti lo difende di

fronte agli altri farisei chiedendo che venga ascoltato, poi ,

insieme a Giuseppe d’Arimatea preparerà il suo corpo per la

sepoltura. Che tipo è Nicodemo? Considerato spesso un esempio

di viltà (da Gesù va di notte) Nicodemo sarebbe un vigliacco

quindi, uno senza spina dorsale, ma sarà proprio così ? Nel

colloquio che abbiamo letto è uno che non comprende , uno che

non ci arriva, che non sa vedere la novità rappresentata da Gesù ,

un testone parrebbe, sicuramente un conservatore. Pensiamo che

Nicodemo mostrerà poi coraggio, chiederà davanti a capi giudei,

farisei , guardie , in un momento che immaginiamo drammatico e

concitato , di ascoltare Gesù , appellandosi alla legge che non

prevede condanna senza ascolto. Allora, non è un vigliacco, non

sempre almeno. Nicodemo inoltre è un maestro, preparatissimo, i

farisei erano i migliori, indubbiamente perfetto conoscitore delle

Scritture. Poi, dopo la morte di Gesù si occuperà della sepoltura

portando generosamente quanto serve per trattare il corpo: 30 chili

di mirra: un capitale. Nicodemo generoso e misericordioso. Chi è

allora questo Nicodemo ? Un vigliacco? Una persona dotata di

coraggio? Un uomo generoso? Un conservatore?Eppure va dal Maestro

lo interroga, si sforza. Chi è Nicodemo insomma ?

Semplice : siamo noi Nicodemo. Noi con le nostre contraddizioni,

forze e debolezze , la nostra conoscenza della Bibbia e la nostra

poca fede, i nostri dubbi, la nostra chiusura al nuovo e la nostra

apertura, la nostra forza di testimoniare e la nostra incapacità di

farlo. I nostro dubbi … . Quanti ne abbiamo ? Dio è

misericordioso e siamo affranti dal dolore per una perdita , ma

allora? Gesù è risorto , e se fosse solo un racconto mitico? Incerti,

silenziosi quando potremmo testimoniare e poi magari ci

pensiamo: perchè sono stato zitto, perchè non ho difeso uno degli

ultimi della terra? Perchè non sono stato capace di vedere il Regno

e di testimoniarlo oggi, in chiesa, a casa, in fabbrica, in ufficio, a

scuola. E magari arrivano i sensi di colpa … . Citando Walt

Wihtmann :”Mi contraddico, benissimo allora mi contraddico,

sono vasto, contengo moltitudini” (Do I contradict myself? Very

well, then I contradict myself, I am large, I contain

multitudes). Non siamo un po’ tutti così , sicuri ed incerti,

certi e dubbiosi, forti e deboli.

Allora immaginiamoci esattamente come Nicodemo, di notte di

fronte a Gesù, coi nostro dubbi, con le nostre ansie, con le nostre

paure ed incertezze fatte di incomprensioni. Nicodemo non

capisce “nascere di nuovo” -mica si può essere partoriti un’altra

volta- e noi anche non capiamo che l’unica risposta a questi

timori ci può venire solo dal lui. Dall’incontro con lui, con

Gesù. Nicodemo è andato da Gesù, anche noi ci andiamo ma

come abbiamo visto non è sufficiente: occorre nascere dall’alto. La

traduzione più corretta non è “nascere di nuovo” ma dall’alto. Non

è la normale nascita di un neonato ma la nascita mediante lo

Spirito con l’acqua quale suo segno. Lo Spirito che, come il vento,

non sai da dove viene né dove va. Noi, non governiamo nulla,

con la nostra conoscenza o i nostri ragionamenti non possiamo

fare molto, con la nostra debolezza non possiamo fare molto, lo

Spirito può, ne abbiamo la consapevolezza? Alle paure, alla

debolezza si oppone la consapevolezza della forza dello Spirito,

basata sulle promesse di Gesù che ci parla di ovvietà : noi

parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo, come a dirci : è

semplice, te lo dico Io, te lo prometto: lo Spirito è ovunque è in

giro per il mondo, per le nostre chiese, case, per le nostre

fabbriche, per i nostri uffici, per le nostre scuole facendo la sua

opera di sostegno, consolazione, rinvigorendo, consolando,

amandoci.

La nascita è un’immagine di impatto, il momento della nascita è

qualcosa di forte, primordiale, nel parto si sprigionano energie

impensabili, inarrestabili, Gesù non la usa a caso: non ci ci

ricorda l’azione dello Spirito? In Cristo si nasce alla vita eterna .

In Cristo, nell’azione dello Spirito, apparteniamo già a quella vita

che non cesserà mai. Come un infante siamo fragili e deboli, ma

-come la forza che spinge alla vita nel parto un neonato- la forza

dello Spirito ci spinge alla vita eterna . La vita eterna che ha

inizio nella vita su questa terra, ecco La Grande Promessa: “Dio

ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo

unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non

perisca, ma abbia vita eterna.”

E’ una Promessa si cui fondare la nostra esistenza nonostante le

difficoltà della vita , che il Signore conosce, non si limita a dirci :”

tranquillo , tutto finirà bene” , ci fa una promessa di vita eterna

in grado di reggere al banco di prova della vita, di reggere

nonostante quelle scosse che ci scuotono dalle fondamenta- In

grado di reggere perchè il Signore conosce le nostre fatiche,

perchè accoglie il grido del sofferente e lo fa proprio . E’ l’esempio

di Giobbe, il giusto sofferente per antonomasia, che dopo avere

perduto tutto, famiglia, averi, salute, resistendo agli amici, falsi

consolatori e difensori di Dio,che imputano a Giobbe ed alle sue

colpe le disgrazie, confessa splendidamente la propria fede:

25 Ma io so che il mio Redentore vive

e che alla fine si alzerà sulla polvere.

26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo,

senza la mia carne, vedrò Dio.

27 Io lo vedrò a me favorevole;

lo contempleranno i miei occhi,

non quelli d’un altro;

il cuore, dal desiderio, mi si consuma!

Giobbe intuisce che questo Dio che non sempre riesce a

comprendere ed i cui disegni sono spesso oscuri, lo incontrerà

faccia a faccia. Giobbe intuisce, nonostante tutto, noi intuiamo,

nonostante tutto, che c’è qualcosa che va oltre questa vita, che

la morte non è l’ultima parola sulle nostre esistenze.

Anche per questo crediamo alla Grande Promessa del Vangelo di

Giovanni : La Grande Promessa di Gesù che ascoltiamo,

assaporiamo, sentiamo risuonare nella nostra anima, la vogliamo

pronunciare insieme

Leggiamo insieme i vv. 16 e 17 … . 16 Perché Dio ha tanto

amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio,

affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia

vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio

nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il

mondo sia salvato per mezzo di lui.

Preghiamo allora il Signore affinchè ci doni la fiducia in Gesù

Cristo e nelle sue promesse, che queste parole ci illuminino , ci

consolino, ci diano forza e vigore e uno sguardo aperto sul futuro,

ci facciano sentire la sua grande dolcezza, la dolcezza consolatrice

dello Spirito perchè il Signore è il Signore della vita.

Amen

 

Alessandro Serena

Per i protestanti esiste l’inferno ?

Per la serie “Una chiesa che risponde”, pubblicata sulla pagina youtube della chiesa evangelica valdese, riportiamo la risposta del Pastore Pawel Gajewski, docente di Teologia delle religioni presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma alla domanda: “Esiste l’inferno?”.

Chiarendo come la teologia protestante sia essenzialmente una teologia biblica, il Past. Gajewski affronta l’argomento con un breve excursus che inizia dall’Antico Testamento, dove luoghi di punizione eterna non sono contemplati, per arrivare a Gesù che usa immagini volte a sensibilizzare sulla realtà del mondo,  annunciare la possibilità di conversione e l’assunzione di responsabilità.

Vediamo …

L’ebreo Paolo nella pluralità del I secolo

Nuove prospettive

La “new perspectivea partire dagli anni 60 del ‘900, svela un mondo ebraico non compatto. Molto difficile riconoscere il giudaismo del I secolo. Al tempo di Gesù la maggioranza degli ebrei sono ellenizzati. Non solo ad Alessandria, anche a Gerusalemme. Gli ebrei nel bacino del mediterraneo parlano per lo più greco; a livello internazionale è l’ebraismo di maggior successo, aperto, teso al confronto. Assistiamo in Palestina all‘affermazione di sadducei (aristocrazia religiosa) e farisei (maggiormente normativi). Pensiamo inoltre agli esseni (non isolati come si credeva un tempo, esisteva un quartiere esseno a Gerusalemme), agli zeloti , che scompariranno nel 135 d.C. con l’ultima e definitiva sconfitta subita nelle guerre contro Roma. Non è corretto inoltre affermare che gli ebrei attendessero uno specifico tipo di Messia , intendevano diversi tipi di Messia.Difficile quindi dire cosa gli ebrei del primo secolo pensassero come collettività . Il movimento cristiano, termine anacronistico, potremmo dire più correttamente “gesuano”, si inquadra come movimento interno all’ebraismo, nato su basi carismatico-escatologiche. Un mondo quindi agitato da correnti con differenze sociali, culturali e teologiche anche rilevanti, non caretterizzato o descritto nella sua interezza e complessità dal movimento farisaico. La riforma del II secolo d.C. porterà al giudaismo di impronta rabbinica, che punterà alla definizione e conservazione della propria identità, in linea con i contenuti della riforma di Esdra e Neemia del IV secolo a.C. . Potremmo addirittura dire che l’ebraismo rabbinico ed il cristianesimo sono le due forme del giudaismo del primo secolo sopravvissute fino ad oggi.

Le diverse correnti nell’ebraismo del I secolo.

Gli ebrei del secondo tempio (come i primi cristiani ) considerano il tempio il centro della relazione tra l’uomo e Dio.

L’autorità del tempio è quella dei sadducei: il gruppo dominante in termini politici e religiosi, la corrente istituzionale, gli altri gruppi sono di opposizione o di riforma. Si è sacerdoti per nascita e non per scelta, (non tutti i membri delle famiglie sacerdotali sono sadducei) . Annah e Caiafa sono sadducei. Gli altri gruppi pongono al centro della loro interpretazione dell’ebraismo altri elementi.

I fariseiesaltano la Torah:affermano che le leggi morali che riguardano il rapporto tra uomo e Dio , tra uomo e uomo, sono più importanti dei sacrifici; Gesù è d’accordo con loro. Se si pone al centro la Torah è importante l’insegnamento dei maestri, dei rabbini, degli scribi: il ruolo degli interpreti è quindi più rilevante di quelli che svolgono un ruolo cultuale nel tempio.

Gli ebrei ellenistici pongono al centro la sapienza creatrice o la legge naturale che Dio ha dato a tutti gli uomini , l’ordine divino che Dio ha stabilito nel momento della creazione: legge data non solo a Israele ma a tutta l’umanità; l’ebraismo è la religione del cosmo non solo degli ebrei. I primi a predicare ai gentili sono stati gli ebrei ellenistici. Moltissimi i gentili che frequentavano le sinagoghe: “timorati di dio”, non ebrei, che avevano accettato di vivere secondo la legge del Dio unico . Per gli ellenisti gli ebrei nascono per essere i sacerdoti dell’umanità, analogamente ai leviti che sono nati per essere i sacerdoti all’interno del popolo ebraico. Il popolo di Dio è quindi fatto da ebrei e non ebrei. I non ebrei erano ben accolti nel tempio di Gerusalemme, erano solo esclusealcune parti in cui non potevano entrare . L’universalismo di Isaia aveva fatto comprendere che il tempio è il tempio delle genti. Chiunque poteva offrire sacrifici nel tempio.

Gli esseni dei manoscritti del mar morto erano una piccola comunità (150 persone) , la maggior parte viveva nelle città della giudea, a Gerusalemme vi era un quartiere esseno , i contatti tra Gesù ed esseni sembrano essere stati molto forti . Le prime comunità cristiane si sono date strutture mutuate dagli esseni: la comunione dei beni , il banchetto eucaristico, il rituale di iniziazione. Gli esseni pongono al centro l’attesa messianica; hanno una visione pessimista della potenza del male sulla terra, pensano che il mondo sia corrotto da un peccato angelico: ecco la caduta degli angeli. Il cristianesimo allude continuamente a questi elementi della letteratura apocrifa giudaica, ad esempio Gesù guarisce dagli spiriti maligni, non descritti perché noti a tutti. Abbiamo una forza demonica che è tentatrice e corruttrice, l’uomo è vittima di un male cosmico. La venuta del Messia è attesa nella tradizione essenica come il momento in cui il potere del male cessa , secondo gli esseni avverrà alla fine dei tempi. Gli esseni vivono nell’attesa della fine di questo mondo.

Quindi i vari gruppi potevano rifarsi agli stessi elementi della tradizione e delle scritture ma con pesi e interpretazioni decisamente diversi : all’interno della propria tradizione cambiava la pietra angolare e quindi cambiava l’edificio.

Paolol’ebreo (o il cristiano?)

Paolo era fariseo di Tarso, città “border line” tra mondo ellenistico e giudaico. La filosofia stoica era diffusa nella città, la comunità ebraica ellenistica era fortemente rappresentata. Paolo, di madre lingua greca, bilingue, discepolo di Gamaliele, studia a Gerusalemme, all’interno della tradizione farisaica, ebreo della diaspora, cittadino romano (di nascita, per meriti probabilmente acquisiti dalla sua famiglia) in un’epoca in cui era privilegio di pochi, appartiene ad una elìte. Leggendo gli Atti degli Apostoli e le Lettere Paoline si ha l’impressione che si orienti verso posizioni zelote (ala radicale, fondamentalista, che riteneva che i principi della religione ebraica dovessero essere difesi o imposti con la forza in preparazione del mondo a venire: responsabilità militante) . Ecco Paolo presentato come persona che perseguita alcuni gruppi cristiani . I cristiani si aggiungono alla lista dei movimenti ebraici del tempo. Viene perseguitato il gruppo di Stefano: è l’attività di alcune frange ebraiche contro altri gruppi ebraici del proprio tempo. Paolo secondo la tradizione si converte; Paolo nelle lettere continua a dire di essere ebreo. E’ come se un ebreo ultra ortodosso divenisse riformato, o un cristiano evangelicale divenisse cattolico. Non è una conversione, cambia la collocazione all’interno del cristianesimo: cambia la modalità di essere ebreo, non la sua identità. E’ il passaggio dal fariseismo in una connotazione zelota ad un gruppo messianico. Paolo non dice che non è più ebreo , afferma che il suo modo di intendere l’ebraismo è cambiato: quello che riteneva essenziale non lo ritiene più . La predicazione di Paolo sarà verso gli ebrei ellenisti. Negli Atti si descrive come primo convertito l’eunuco etiope: un “timorato di Dio” che appartiene alla comunità giudeo ellenistica, in pellegrinaggio al tempio. Il cristianesimo approda nelle città. Ecco quindi un fenomeno “moderno”, attraverso le strade romane si diffonde nel bacino del Mediterraneo . Nasce nella pluralità e conflittualità , si diffonde nella pluralità e conflittualità. Nella Lettera ai Colossesi il contesto parenetico rivela come l’identità si riconosca nel comportamento: letica è comunicazione quindi. Il rivestirsi di Cristo è tradizione, riportata anche in Galati: qui lo status non è condizionante dell’identità nuova in Cristo. Anche la tradizione del battesimo, che nasce ad Antiochia, identifica la nuova realtà, allinterno di un percorso di continuità con la circoncisione: per l’ebreo Paolo il battesimo non è un surrogato della circoncisione ma è la circoncisione. L’identità in Paolo è quella battesimale, comune ai credenti . Un identità che per Paolo non cancella ma supera la precedenti: giudei e greci, schiavi e liberi sono identità che sono disinnescate dal battesimo; si accolgono nella comunità perché relativizzate. I testi paolini sono di conseguenza inclusivi : lappartenenza a sé stessi viene depotenziata, l’uomo nuovo rinasce in Cristo perché è Cristo che vive in lui. All’universalismo del giudaismo ellenistico segue l’universalismo del cristianesimo.

Un “cristianesimo giudaico”?

Alcuni studiosi si sono posti il quesito su chi sia l’oggetto della polemica di Paolo avversa al giudaismo delle opere, non esistendo di fatto un’ unica forma. In tal senso vi sono ipotesi audaci: ad esempio vi è chi ritiene che Paolo non si rivolgerebbe, parlando di “etnéai pagani bensì agli ebrei ellenisti, non osservanti, cercando di saldarli a Gesù. La vera contrapposizione quindi sarebbe tra circoncisi osservanti e giudei incirconcisi non osservanti ellenisti . Avremmo quindi un cristianesimo come movimento puramente giudaico almeno fino  al II secolo.

Alessandro Serena

Bibliografia:

Theissen G., Merz A., Il Gesù storico. Un manuale. Queriniana, Brescia 1999.

Becker J., Paolo l’apostolo dei popoli. Queriniana, Brescia 1996

La Bibbia TOB, Elledici Torino 2010.