Peter Berger: una professione scettica del cristianesimo ?

A sciogliere il quesito del titolo, se possibile, ci aiuterà il testo di Peter L. Berger: Questioni di fede. Una professione scettica del cristianesimo edito da Il Mulino, che  si pone come una ricerca di estremo interesse dell’autore delle ragioni della fede cristiana e del suo rapporto con le altre tramite un’analisi del credo.

L’autore

Peter Ludwig Berger è è nato a Vienna il 17 marzo 1929, emigrato nella Stati Uniti poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale si è laureato nel 1949 al Wagner College (Bachelor of Arts), continuando i suoi studi sociologici alla “New school for social research” a New York, conseguendo il dottorato nel 1952. (1) Professore emerito di Religione, sociologia e teologia presso il dipartimento di scienze religiose della Boston University; direttore dell’Institute of Religion and World Affairs dello stesso ateneo. Ha insegnato in precedenza alla New School for Social Research, alla Rutger University ed al Boston College. Ha scritto numerosi libri di sociologia, sociologia delle religioni e sviluppo del terzo mondo, tradotti in dozzine di lingue. Nel 1992 è stato insignito dal governo austriaco del Manes Sperber Prize per significativi contributi alla cultura. Dal 1985 è direttore dell’Istituto per lo studio della cultura economica, organismo impegnato nello studio sistematico delle relazioni tra sviluppo economico e cambiamento socioculturale in diverse parti del mondo (2). In Italia ha pubblicato con le edizioni Il Mulino, Bologna: “La realtà come costruzione sociale” (1969), “Una gloria remota. Avere fede nell’epoca del pluralismo” (1994), “Il brusio degli angeli. Il sacro nella società contemporanea” (1995), “Homoridens. La dimensione cosmica nell’esperienza umana” (1999). Il titolo del  testo oggetto di questo articolo esprime l’approccio dell’autore che definendo il proprio ragionamento come scettico, intende descrivere un proprio atteggiamento svincolato dalle tradizioni religiose storiche (3). Ci riuscirà in parte. Tale libertà in realtà è equilibrata dal riconoscersi -sebbene con alcune cautele- all’interno della tradizione della Riforma, luterana in particolare. Tra le tre visioni relative all’ecumenismo ed al dialogo interreligioso (esclusivista, pluralista, inclusivista: nella prima si ritiene il cristianesimo come verità assoluta, nella seconda si concede il più possibile alle altre tradizioni lo statuto di verità, nella terza posizione, più comune, quella inclusivista, si afferma la propria verità accettando nel contempo possibili verità in altre tradizioni), Berger si ritiene inclusivista, considerando come la Verità, il Logos Spermatikos definito da Giustino sia appunto diffuso nel creato, anche all’interno di altre confessioni, pur mantenendo egli ben salda la specificità del Cristianesimo.

Lo sviluppo dell’opera

Il testo intende sostanzialmente rispondere al quesito: “Perché la religione dovrebbe essere interessante?”. Definendo il proprio approccio come espressione di una teologia laica, Berger intende compiere un’analisi dei fondamenti della fede cristiana attraverso il credo apostolico, si tratta di una professione scettica del cristianesimo, in quanto non presuppone la fede e non si lega nelle intenzioni ad alcuna delle tradizionali autorità in tema religioso. Per farlo l’autore ricorre al costante confronto con quanto il pensiero cristiano ha elaborato di significativo, in particolare con la teologia del XIX e XX secolo. Il percorso rappresenta quindi una professione di fede che se da un lato è collocata all’interno della formula tradizionale, dall’altro è oggetto di analisi dell’autore che non esita a distaccarsi in alcuni casi dai contenuti della tradizione, per osservarli alla luce di riflessioni tratte da approcci della teologia anche molto distanti tra loro e di considerazioni personali. Spicca la ricerca del confronto col pensiero di John Hick, che Berger avversa ma che evidentemente ritiene significativo per definire -procedendo per differenziazioni- il proprio. Non si tratta comunque di pensieri in assoluta libertà: Peter Berger nella prefazione si riconosce nel protestantesimo liberale con un esplicito richiamo a Friedrich Schleiermacher (4) e non mancheranno nel testo espliciti rimandi al luteranesimo. Analizziamo ora il testo nei suoi principali contenuti, procedendo riunendo gli articoli del credo, che Berger illustra in dodici capitoli, in tre sezioni relative al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo. Intendo inoltre dedicare un paragrafo autonomo al confronto col pensiero di John Hick per la frequenza con cui emerge nell’opera oltre ad uno di considerazioni personali.

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra …

E’ partendo dalla considerazione della realtà dietro la nostra esperienza quotidiana come benevola, che nascono l’apertura al trascendente, l’esperienza religiosa. Meglio: le esperienze religiose, poiché la modernità a causa dei mezzi di comunicazione di massa, dei flussi migratori, dell’urbanizzazione, mina il consenso sociale che tendeva in passato a sostenere una singola religiosità all’interno delle diverse società. La modernità problematizza, richiede con sempre maggiore insistenza una riflessione teologica al credente, per quanto rudimentale, capace di sostenere il confronto con altre religioni. Si apre un’opzione un tempo meno frequente o addirittura impossibile: la scelta del proprio credo. La pluralità quindi alimenta il confronto ma permane la scelta religiosa di fondo come tessuto sostanzialmente comune: quando si decide di avere fede si ritiene sostanzialmente il creato come buono, all’interno di un disegno che non ha come destino ultimo la distruzione di quanto abbiamo di più caro. La fede è la fiducia nella bontà del mondo (5), detto in poche parole. E’ la mente moderna che oggi si confronta con Dio, in particolare col silenzio di Dio ed in tal senso Simone Weil rappresenta un esempio paradigmatico: l’indicazione della presenza di Dio è la sofferenza per la sua assenza, una “via negativa” il cui nucleo è che il pensiero razionale e la parola umana non possono penetrare il mistero consentendo la comprensione di Dio. Nei misticismo delle grandi religioni si rileva un viaggio che inizia nell’oscurità, nel silenzio, per approdare al livello più profondo della realtà. Un misticismo transculturale che è accomunato dall’alternanza tra preghiera incerta e senso di certezza, una lotta che ancor più nella modernità risulta drammatica. Secondo la tradizione agostiniana la riflessione è comunque necessaria, precede l’atto di fede ma non rappresenta l’unico aspetto rilevante ai fini della fede, l’attenzione si fovalizza sulla rivelazione: in qualche modo, luoghi e tempi particolari, il silenzio di Dio si è interrotto. Riconoscendo l’approccio di John Hick come eccessivamente inclusivista, quello di Karl Barth come esclusivista, quello di Paul Tillich e Karl Rahner come inclusivisti, Berger ritiene di perseguire una propria concezione inclusivista rifacendosi a Ernst Troeltsch ed alla sua “intuizione secondo la quale la Bibbia sottolinea con enfasi il valore e la dignità straordinari della persona umana” (6); oltre al fatto che “c’è una correlazione ontologica tra la personalità di Dio e la personalità degli esseri umani” (7); in questo riflettendo a mio avviso il pensiero più maturo di Barth . Rifacendosi poi al pensiero di Giustino ed al suo Logos spermatikos, lo ritiene utile per definire una “teologia della matrice mitica”, ovvero negando che tutte le idee religiose su base mitica siano pure illusioni: affermare l’unicità di Dio , come fanno le religioni del Libro, non contraddice il concetto dei semi della Verità sparsi liberamente. Quindi “riconoscere nell’atto di fede che Dio si è rivelato in maniera unica non significa a priori negare che Dio possa essersi rivelato in altri luoghi e in altri tempi. “ (8). Affrontando la teodicea alla luce dello scandalo del male e della Shoah, si evidenzia quanto Hans Jonas ha scritto in merito alla rinuncia dell’idea contemporanea di bontà ed onnipotenza di Dio, connettendola alla tradizione cabalistica di Jizchaq Luria secondo la quale la contrazione di Dio per fare spazio al creato (tzim tzum) lo porrebbe in una posizione sofferente e limitata. Un Dio che diviene , che non ha ancora raggiunto la pienezza del suo essere. Un Dio sofferente ha una forza irresistibile, collegata a diversi temi biblici, sebbene Jonas confessi tutto ciò come un balbettio. E’ citando Giuliana di Norwich che Berger riferisce com’ella esprima l’intero universo visto dal punto di vista di Dio, secondo la sua celebre frase, frutto di una esperienze mistiche: “Posso portare ogni cosa al bene, sono in grado di portare ogni cosa al bene, porterò ogni cosa al bene, voglio portare ogni cosa al bene; e vedrai tu stessa che ogni specie di cosa sarà bene” (9).

… e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore …

Berger definisce le fasi della ricerca sul Gesù storico:

Prima ricerca: nel contesto della teologia liberale del XIX secolo; la ricerca storica non è in grado di sostenere la visione ortodossa tradizionale di Gesù, i testi del Nuovo Testamento non hanno validità storica.

Seconda ricerca: nel secondo dopoguerra; lo storico può lavorare anche sui documenti del Nuovo Testamento

Terza ricerca: a partire dagli anni 80 del XX secolo; Gesù è pienamente collocato nel contesto ebraico.

Nel pensiero protestante del XX secolo si identificano in particolare Rudolf Bultmann e Paul Tillich. Bultmann avverte la necessità di demitizzare il Nuovo Testamento, traducendolo in un linguaggio non mitologico e focalizzandolo sull’annuncio, sul kerygma. Berger ravvisa un valore nel principio bultmaniano, corrispondente al concentrazione su Gesù come evento che si è rivelato in quanto -come detto da Lutero- “Cristo per me” (10). Lo stesso concetto luterano è dall’autore rilevato anche nel pensiero di Tillich: Cristo diviene il simbolo che conduce a una nuova forma di esistenza, distante dal Gesù storico; è la partecipazione, non la prova storica che fornisce una vita personale dove il nuovo essere ha vinto. Evidenziando come la Resurrezione sia fondamento della fede e la redenzione operata da Cristo sia un fenomeno cosmico, Berger vede nella kenosis e nella Resurrezione, rispettivamente, il massimo sforzo di benevolenza e di onnipotenza da parte di Dio. Se quindi l’autore condivide con Bultmann e Tillich la necessità di liberare il Cristo della fede dal Gesù storico, ne rifiuta l’interpretazione che il Cristo sia un simbolo ella condizione umana, a favore dell’evento cosmico della redenzione. Alla luce del passo di Corinzi 5,19 “Dio era in Cristo” si intende quindi coagulare un qualcosa di eterno, di trascendente, una Parola incarnata fin dall’inizio nei piani di Dio. Un Dio credibile attraverso la kenosis, partecipe della sofferenza di questo mondo che Egli sa trasformare in vittoria. Gesù non può essere una mera rappresentazione simbolica, la rivelazione ha portata cosmica: la morte è vinta, il difetto nella creazione deve essere riparato . Un cristianesimo che promettesse qualcosa di meno, sarebbe inutile (11).

… credo nello Spirito Santo …

Si identificano secondo l’opinione dello storico della chiesa Jeffrey Russel, due tradizioni cristiane dello Spirito, definite: “spirito dell’ordine” e “spirito della profezia” (12). Nel primo caso si intende uno Spirito e relativi doni attribuiti alla chiesa in quanto istituzione -conseguenza è che si può accedere allo Spirito solo attraverso essa- mentre nel secondo lo Spirito si esprime liberamente al di fuori e dentro le istituzioni, senza la loro mediazione, spesso in opposizione a queste. Si ravvisano alcuni pericoli in entrambe: la prima può portare ad una sclerotizzazione, la seconda al caos. Berger tendenzialmente propende per la prima: “le istituzioni ecclesiastiche si considerano abbastanza ragionevolmente, guardiani e amministratori dello Spirito” (13). Il potenziale rivoluzionario dello “Spirito che soffia dove vuole” (Gv 3,8) non sfugge all’autore che cita ad esempio il movimento anabattista del XVI secolo opposto alla chiesa istituzionale protestante, oppure le varie eresie combattute dalla chiesa cattolica. L’impronta luterana di Berger emerge nuovamente nel considerare la Bibbia come un testo morto senza lo Spirito, il solo capace di impedire che i sermoni siano espressioni di mere idee umane e i sacramenti dei vuoti formalismi: la presenza reale di Cristo, la Parola di Dio nel kerygma e nei sacramenti è sempre opera dello Spirito. In un certo difficile equilibrio tra istituzione e libertà dello Spirito cerca di muoversi Berger, ritenendo come la fede cristiana richieda un ancoraggio istituzionale ma che la scelta migliore per i cristiani: “dovrebbe consistere nel radunarsi attorno ad un palco da cui è predicato il Vangelo e dove, seppur fievolmente, si cerca di partecipare alla liturgia cosmica. Ma non si dovrebbe assolutizzare la scelta di alcun palco in particolare” (14).

John Hick in Peter Berger

A rappresentare la scuola pluralista è John Hick che , come riporta l’autore, non ritiene che la nostra tradizione rappresenti un nucleo di verità assoluta. Sostenitore di una rivoluzione copernicana la realtà ultima è il centro attorno al quale ruotano le varie tradizioni religiose, in grado di cogliere la verità in maniera parziale. Il nucleo comunque una realtà trascendente e benevola affrontata in maniera differente. Hick ritiene che l’incarnazione di Dio in Gesù sia solo un mito e che di conseguenza la dottrina trinitaria vada superata. Sostiene il concetto di Upaja, di origine buddista: un aiuto, un sostegno, una sorta di stampella che, utile per affrontare un tratto del percorso possa poi essere abbandonata. Ecco che il cristianesimo rappresenterebbe un Upaja.  Se le diverse tradizioni religiose sono in grado di raggiungere o rappresentare spicchi di realtà, sono più o meno vere -secondo Hick- in base ai contenuti morali: se esse aiutano gli uomini ad amare ed a superare il proporio egoismo . L’inclusivismo (sic) di Hick è ritenuto da Berger eccessivo, in un’opera di relativizzazione della realtà che la renderebbe negletta: la verità piegata ad un utilitarismo sociale. Il criterio di validità di Hick -secondo Berger- consiste nel definire se una tradizione religiosa spinga o meno i suoi adepti a essere altruisti o meno: ecco che la verità subordinata alla morale significherebbe la verità soggetta alle qualità morali delle persone. Berger impiega l’esempio di Einstein: la teoria della relatività sarebbe meno valida se Einstein non fosse stato un uomo buono? Il pensiero di Hick è conseguentemente ritenuto debole: le testimonianze storiche delle varie religioni manifestano le ridotte qualità morali di molti adepti, eventi mostruosi hanno caratterizzato la storia dell’umanità in tal senso. La morale non può quindi essere indice dello stato della relazione con la verità di una confessione poiché la valutazione viene condotta attraverso il comportamento dei credenti, indice inaffidabile. Sempre in relazione ad una visione pluralista Berger cita Eric Voegelin il quale ritiene come l’alba della storia sia essenzialmente mitica e come in determinati momenti della storia si abbia una rittura di questo ordine mitico in diversi luoghi: l’apparizione del confucianesimo, del buddismo, dei Vedanta. Altre rotture in tale ordine sono rappresentate dalla filosofia greca e da Israele, definite rispettivamente da Voegelin “scoperta della ragione” e “scoperta di Dio”. Inserisco il riferimento a Voegelin nel paragrafo su Hick poiché credo che tutto sommato tale visione sia connessa al concetto (sebbene non citato) di “era assiale” di John Hick : un periodo che spazia tra l’800 ed il 200 a.C. in cui “in tutto il mondo comparvero individui straordinari che emersero nelle rispettive società per rendere note le loro eccezionali intuizioni” (15). Confucio, Buddha, Zoroastro, i Profeti biblici. Potremmo definirle anch’esse come rotture della matrice mitica. Ancora nella ricerca del confronto con Hick, Berger cita il testo del 1977 da lui curato “The myth of God Incarnate”, dove lo ritiene in accordo con Bultmann: è necessario trascurare gli elementi mitologici e concentrarsi sulla figura di Gesù, ritenuto un grande maestro e degno di ammirazione. L’autore sottolinea come tale figura sarebbe priva di interesse a cui possibile tranquillante rinunciare. Ulteriore confronto è in relazione all’escatologia; Berger critica la conclusione di Hick che allude all’idea di un oceano cosmico che assorbirebbe tutti noi, sostenendo egli l’idea del bardo, tratto dal libro tibetano dei morti, un mondo illusorio attraverso il quale l’individuo deve passare sulla via che lo conduce all’incarnazione successiva, rendendosi necessario un tempo oltre la morte in cui il processo di perfezionamento possa procedere. In sostanza, per Berger, Hick “non prende la morte abbastanza sul serio” (16).

Commento

Nel confronto con John Hick in cui Berger critica la valutazione delle fedi in base a contenuti morali, trovo debole proprio il pensiero di Berger in quanto effettua un pericoloso accostamento tra la dottrina delle religioni e le qualità morali dei rispettivi fedeli. Se è vero che la storia è intrisa del sangue sparso in nome di Dio è altresì vero che l’uomo è fallace indipendentemente dalla confessione che professa, più o meno giustamente. Senza aprire il capitolo su quanto un credente sia rispettoso degli insegnamenti del proprio credo, originando un’analisi legalista delle religioni, è sufficiente mantenere i piani distinti per comprendere come l’esempio di Einstein citato da Berger non sia adeguato e sia utile piuttosto a sostenere la tesi contraria a quella dell’autore. La dottrina della relatività potrebbe essere corretta o meno indipendentemente dalla bontà di Einstein esattamente come una statua di Rodin comunque può generare ammirazione, riflessione od estasi indipendentemente dalla moralità dell’autore, senza che il valore dell’opera ne venga compromesso, proprio perchè si valuta l’opera stessa. Una religione che professa il sacrificio di bambini è indubbiamente diversa da una che li tutela. Berger definisce la propria visione come inclusivista, sebbene in realtà non sia così identificabile. Le radici luterane in realtà profonde, la considerazione dell’unicità della rivelazione del Dio della Bibbia ebraica e del cristianesimo lo spingono in quella direzione. Altresì nella descrizione del Logos spermatikos, Berger riconosce che Dio possa essersi rivelato anche altrove . Diviene a mio avviso a questo punto difficile non sostenere questa visione come pluralista. Un conto è accennare a frammenti di verità sparsa nel mondo, un altro di rivelazione divina. Se di quest’ultima si tratta è difficoltoso parlare di gradi e valori di rivelazione diversi. In altre parole a mio avviso se Dio, Egli Stesso, si rivela nella storia, non può rivelarsi parzialmente , essendo tale rivelazione comunque una visione del Totalmente Altro, dell’Incommensurabile. Credo maggiormente opportuno trattare se una rivelazione sia vera o meno, se rimandi al Creatore o meno. Se si riconosce che Dio si può rivelare altrove , con un’azione Sua, con la Sua volontà, per propria iniziativa, credo sia più adeguato riferirsi al pluralismo. Riemerge comunque un approccio inclusivista quando Berger riporta come non si possa parlare di: “onnipotenza di Dio senza considerare che si è rivelato come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e del nostro Signore Gesù Cristo” (17), pena il fatto che allora le questioni relative alla verità si dissolvano. Credo che quindi sia in realtà difficilmente collocabile Peter Berger manifestando egli una certa tensione tra i due approcci. Di interesse i paragrafi che trattano la teodicea che , spaziando da Giuliana di Norwich alla dottrina cabalistica dello Tzim Tzum, riesce bene nel balbettante tentativo (non è definibile diversamente in effetti) di gettare squarci di luce sulla Verità. Proprio in relazione al pensiero del ritrarsi di Dio, mi piace rafforzare il concetto con quanto ha scritto Sergio Quinzio: “Senza questo ripiegamento in se stesso dell’infinito Dio, non potrebbe esserci al di fuori di Lui una realtà diversa e solo questa situazione preserva le cose finite dal perdere nuovamente la loro specificità reimmergendosi nel divino” (18). La realtà stessa, l’individualità, la coscienza dell’uomo e della donna rendono necessaria e irrinunciabile la contrazione divina!

A dispetto del sottotitolo “una professione scettica” che pare sottendere ad una profonda critica dei fondamenti della fede, Berger parte dalla base irrinunciabile della Resurrezione come fondamento della fede; nella sua cristologia si rivela perfettamente ortodosso, erede della tradizione luterana e alieno da qualsiasi interpretazione che riduca o affievolisca la portata soteriologica per l’umanità ed il creato delle morte e Resurrezione di Cristo. Ritengo sia questo il punto più alto raggiunto da Peter Berger nella sua dissertazione sul credo. Cogliendo pienamente il cuore del messaggio cristiano egli esprime nettamente l’inaccettabilità della morte per Dio, come sarà sancito dalla manifestazione finale della redenzione; la fede afferma che siamo stati creati per essere eterni: un essere senza la morte.

Alessandro Serena

 

Bibliografia:

1 http://www.biographybase.com/biography/Berger_Peter_L.html; consultato il 15/04/2017.

2 http://www.bu.edu/religion/people/faculty/bios/berger/; consultato il 15/04/2017.

3 Berger, Peter L.: Questioni di fede. Una professione scettica del cristianesimo. Il Mulino, Bologna , 2005. Pag. 7.

4 Ivi. Pag. 8 .

5 Ivi. Pag. 18.

6 Ivi. Pag. 37.

7 Ibid.

8 Ivi. Pag. 51.

9 Ivi. Pag. 68.

10 Ivi. Pag. 95.

11 Ivi. Pag. 171.

12 Ivi. Pag. 183.

13 Ivi. Pag. 185.

14 Ivi. Pag. 211.

15 Hick, John; La quinta dimensione. Edizioni mediterranee, Roma. 2006. Pag. 21.

16 Berger, op. cit. Pag. 251.

17 Ivi. Pag. 192.

18 Quinzio, Sergio; La sconfitta di Dio. Adelphi, Milano 2008. Pag. 40.

 

Parla poichè il tuo servo ascolta – Sermone di domenica 11 febbraio (Rovereto)

LETTURE BIBLICHE

1 Samuele 3, 1-10

1 Il piccolo Samuele serviva il SIGNORE sotto gli occhi di Eli. La parola del SIGNORE era rara a
quei tempi, e le visioni non erano frequenti. 2 In quel medesimo tempo, Eli, la cui vista
cominciava a intorbidarsi e non gli consentiva di vedere, se ne stava un giorno coricato nel suo
luogo consueto; 3 la lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio
del SIGNORE dove si trovava l’arca di Dio. 4 Il SIGNORE chiamò Samuele, il quale rispose:
«Eccomi!» 5 Poi corse da Eli e disse: «Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Eli rispose: «Io non ti
ho chiamato, torna a coricarti». Ed egli andò a coricarsi.
6 Il SIGNORE chiamò Samuele di nuovo. Samuele si alzò, andò da Eli e disse: «Eccomi, poiché
tu mi hai chiamato». Egli rispose: «Figlio mio, io non ti ho chiamato; torna a coricarti». 7 Ora
Samuele non conosceva ancora il SIGNORE e la parola del SIGNORE non gli era ancora stata
rivelata.
8 Il SIGNORE chiamò di nuovo Samuele, per la terza volta. Ed egli si alzò, andò da Eli e disse:
«Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Allora Eli comprese che il SIGNORE chiamava il
bambino. 9 Ed Eli disse a Samuele: «Va’ a coricarti; e, se sarai chiamato ancora, dirai: “Parla,
SIGNORE, poiché il tuo servo ascolta”». Samuele andò dunque a coricarsi al suo posto.
10 Il SIGNORE venne, si fermò accanto a lui e chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!»
E Samuele rispose: «Parla, poiché il tuo servo ascolta».

Salmo 139, 1-6.13-18

1 Al direttore del coro.
Salmo di Davide.
SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci.
2 Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo,
tu comprendi da lontano il mio pensiero.
3 Tu mi scruti quando cammino e quando riposo,
e conosci a fondo tutte le mie vie.
4 Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua,
che tu, SIGNORE, già la conosci appieno.
5 Tu mi circondi, mi stai di fronte e alle spalle,
e poni la tua mano su di me.
6 La conoscenza che hai di me è meravigliosa,
troppo alta perché io possa arrivarci.

13 Sei tu che hai formato le mie reni,
che mi hai intessuto nel seno di mia madre.
14 Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo.
Meravigliose sono le tue opere,
e l’anima mia lo sa molto bene.
15 Le mie ossa non ti erano nascoste,
quando fui formato in segreto
e intessuto nelle profondità della terra.
16 I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo
e nel tuo libro erano tutti scritti
i giorni che mi eran destinati,
quando nessuno d’essi era sorto ancora.
17 Oh, quanto mi sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio!
Quant’è grande il loro insieme!
18 Se li voglio contare, sono più numerosi della sabbia;
quando mi sveglio sono ancora con te.

Giuda 1,1-3

1 Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo, ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo: 2 misericordia, pace e amore vi siano moltiplicati.
3 Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre.

SERMONE

Il lezionario di oggi ci propone un testo di grande importanza per la vita di ciascuno di noi nella chiesa e nella società: il tema è quello della chiamata del Signore, dell’ascolto, dell’azione di Dio in noi e attraverso noi, alla luce di un aspetto fondamentale: come tale ascolto possa trasformare, vivificare, rendere fertili e vigorose e fare risplendere le vite nostre e di chi ci circonda. I passi che abbiamo letto trattano della vocazione di Samuele , come leggiamo è ancora un giovinetto che per ben tre volte sente chiamare il proprio nome dal Signore, cosa nuova per lui che all’inizio non riesce a comprendere ma poi, guidato dal sacerdote Eli si mette in ascolto. Ecco che pronuncia questa frase antica, profonda e attualissima, in nome della quale sono state e sono ogni giorno compiute opere mirabili, grandi e piccole non importa perché non siamo noi a determinarne la grandezza ma il fatto che nascono da una chiamata. Samuele dice infatti “Parla, perché il tuo servo ascolta.”

Immergiamoci allora nel testo con la premessa che sappiamo che la Bibbia non è un libro di storia, non rappresenta una cronaca di fatti accaduti, si serve di racconti che intendono dirci altro.  L’epoca dei giudici, per come è narrata nell’omonimo libro che la descrive, si delinea come un’epoca disordinata ed anarchica, in cui Dio è costantemente rinnegato, in cui lo schema è: Israele venera divinità straniere, Dio li abbandona nelle mani di un nemico, il popolo “grida” al Signore che fa sorgere un liberatore cui seguono quarant’anni di pace e tutto questo viene ripetuto più e più volte. Non ci suona familiare? E’ la perfetta descrizione di una vita alienata, dove i problemi sono sempre quelli che si presentano ciclicamente, una vita di alti e bassi dove ci si agita perché con le nostre forze non ce la facciamo, perché viviamo circondati da falsi dèi: possesso, indifferenza, potere, la falsa sicurezza della routine, perché ripetere sempre le stesse cose ci fa credere che le cose debbano sempre andare così e ci arrendiamo, alle divinità. Una vita che, avvertiamo come mancante di qualcosa, che non ci appaga.

Ecco che in questo Israele alienato compare la chiamata, ecco che nelle nostre vite difficili appare la chiamata. Dio chiama Samuele: egli è una figura esemplare, è più che un profeta, viene paragonato implicitamente alla figura grandiosa di Mosè, è inviato da Dio che con la sua nascita ha risposto alla preghiera di una madre sterile, è consacrato a Dio servendo nel tempio fin dalla tenera età ed infine, nottetempo, ode la chiamata del Signore.  Inizialmente non capisce cosa stia accadendo e chiede spiegazioni ad Eli, appena comprende si mette al servizio. Mettersi ad ascoltare: non è facile, circondati come siamo da tanto rumore. Quando siamo presi dai falsi dei è facile girarsi dall’altra parte e non distinguere la chiamata di Dio. Non dobbiamo aspettare segni potenti, Samuele non riceve la chiamata come Isaia, che vede il Signore su un trono alto ed elevato i cui lembi del mantello ricoprono il tempio e nemmeno come Ezechiele che vede la gloria di Dio attraverso quattro esseri viventi ed un trono di zaffiro. La chiamata al servizio di Samuele giunge di notte, intorno vi è il silenzio: il tempio è deserto, solo la fioca luce della lampada rischiara un poco l’ambiente. Sappiamo noi creare queste condizioni nelle nostre esistenze? Se non ci circondiamo di silenzio dentro e fuori noi stessi come faremo ad ascoltare? Ecco che Samuele ad ogni chiamata si alza, non capisce ma agisce ! E Dio non smette, lo chiama più volte, aspettando la risposta e fino a che Samuele non risponde, Dio non gli svela i suoi piani, fino a quando Samuele non pronuncerà le fatidiche parole “Parla, perché il tuo servo ascolta”. Samuele avrebbe potuto fare altro: mettere la testa sotto il cuscino dicendo “me lo sarò immaginato” oppure “meglio dormire che domani avrò molto da fare”. Invece si alza! Cosa facciamo noi, quando avvertiamo, cogliamo che la nostra vita è toccata da Dio, che sommessamente, dolcemente ma incessantemente ci cerca, ci chiama : siamo capaci di riconoscerlo e di dire “Parla , il tuo servo ascolta.”? Farlo significa una cosa sola: aprirsi all’azione di Dio! Aprirsi a Dio che chiama significa superare dubbi e paure, quelle che ci fanno pensare :“Ma io non sono certo Samuele, non sono adeguato, ho tanti impegni, poi chissà cosa dovrò fare, la cosa mi preoccupa, sai quanto stress, ho poco tempo …” . Non dimentichiamo mai che la nostra fiducia non è riposta in noi ma in Dio. Perché se la riponiamo in noi, siamo rovinati. Lo vediamo nella Lettura di oggi: poco dopo la vocazione di Samuele, Israele va in guerra contro i filistei; qui Samuele non è nemmeno nominato, non vi è l’azione del Signore ma solo quella degli uomini che infatti vengono sconfitti , una sconfitta devastante: addirittura l’arca dell’alleanza, dove sono racchiuse le tavole della Legge, dove vi è la presenza divina, è catturata dai filistei. Solo quando Samuele pregherà, solo quando Israele si affiderà all’azione di Dio, giungerà la vittoria per Israele.

Quanto noi possiamo fare non è dovuto a noi, liberiamoci dall’ansia di cosa dovremo fare, la strada ce la indica il Signore e, guarda caso, molto spesso non è lontana, è vicino a noi. La risposta ad un bisognoso, un aiuto a chi è rifiutato dalla società, un orecchio prestato a chi ha bisogno di parlare, un servizio reso alla comunità, la vicinanza a chi è nel dolore … conoscere un cristiano dovrebbe essere una benedizione per chiunque! Non occorre andare lontano per rispondere al Signore che chiama.

Vorrei a questo proposito raccontare brevemente una storiella che appartiene alla tradizione ebraica. Vi era un tempo nella città di Cracovia un rabbino, Eisik, figlio di Jekel che una notte sognò che a Praga, sotto il ponte che porta alla reggia del sovrano vi fosse un tesoro sepolto. Non vi diede molto peso dapprima ma, dopo avere fatto per tre volte consecutive lo stesso sogno, decise di recarsi a Praga. Il ponte era presidiato da soldati ed il povero Eisik prese a gironzolare per giorni intorno al ponte senza avere il coraggio di scavare sotto il ponte così presidiato. Dopo alcuni giorni il capitano delle guardie, avendolo notato, gli chiese cosa facesse li ed egli gli racconto dei sogni. Al che il capitano scoppiò in una fragorosa risata: anch’egli aveva sognato, aveva sognato che a Cracovia in casa di un certo Eisik, figlio di Jekel, sotto la stufa avrebbe trovato un tesoro, ma lui non era certo tipo da credere ai sogni, chissà quanti ebrei di nome Eisik si trovavano a Cracovia e chissá quanti Jekel e lui non aveva certo tempo da perdere in queste fantasie. Eisik ascoltò con stupore, tornò a Cracovia e sotto la stufa di casa sua trovò il tesoro, col quale costruì una sinagoga. Non occorre care sorelle e cari fratelli andare lontani, quanto serve è ascoltare, il Signore chiama ma ci assiste, per come ci serve , perchè ci conosce, come ci dice il salmista: “Poni la tua mano su di me. La conoscenza che hai di me è meravigliosa, troppo alta perché io possa arrivarci.“

Allora che dobbiamo fare noi? Noi dobbiamo fare solo una cosa, nella preghiera, nel silenzio, senza timore, con gioia, con fiducia, con amore per Dio per gli uomini e per la sua causa dirgli “Parla perchè il tuo servo ascolta” e vedremo aprirsi mille porte, mille possibilità. Senza timore, con fiducia, con gioia perché il Signore rivolge parole stupende a chi chiama e tutti siamo chiamati. Lo vediamo nella lettera di Giuda che abbiamo letto: “Ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo”, amati … custoditi, non siamo soli, non lo siamo mai! Non lo saremo mai! Un’altra cosa ci dice la lettera di Giuda: “combattere per la fede” ed anche qui, magnificamente, come solo nella Parola Viva possiamo trovare , in pochissime parole vi è tutto: la fede che è dono, che ci salva e che ci da la forza per combattere la buona battaglia, battaglia che spetta a noi.
Amen

Alessandro Serena

Chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore – Sermone di domenica 18 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE:

Genesi 25,21-26

21 Isacco implorò il SIGNORE per sua moglie Rebecca, perché ella era sterile. Il SIGNORE l’esaudì e Rebecca, sua moglie, concepì. 22 I bambini si urtavano nel suo grembo ed ella disse: «Se così è, perché vivo?» E andò a consultare il SIGNORE. 23 Il SIGNORE le disse: «Due nazioni sono nel tuo grembo e due popoli separati usciranno dal tuo seno. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore». 24 Quando venne per lei il tempo di partorire, ecco che lei aveva due gemelli nel grembo. 25 Il primo che nacque era rosso e peloso come un mantello di pelo. Così fu chiamato Esaù. 26 Dopo nacque suo fratello, che con la mano teneva il calcagno di Esaù e fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando Rebecca li partorì.

Carissimi Fratelli e Sorelle, oggi, nel giorno in cui ricordiamo le concessioni delle libertà civili a Valdesi ed Ebrei, con le lettere patenti allegate allo Statuto Albertino nel 1848, ci interroghiamo ancora quali sono i meccanismi che talvolta muovono gli interessi di potere all’interno di una società e che producono storie di libertà, storie di oppressione e di razzismo, o di esclusione anche violenta.

Uno dei fili rossi centrali alla storia familiare che inizia al concepimento di Esaù/Edom e di Israele/Giacobbe suo gemello fraterno (Gen. 25,21ss) è il tema dell’identità, ovvero di quello che è il loro patrimonio culturale, religioso e materiale.

Rebecca prende una decisione che coinvolge il destino futuro dei propri figli, designando sin dalla loro nascita chi sarà l’erede, membro del popolo, destinatario della benedizione, e prosecutore del rapporto con il Dio della promessa.

La scelta di Rebecca, matriarca potente, crea una frattura che porterà alla frode, all’inganno, al patto ingiusto, alla fuga e all’odio tra consanguinei. La scelta che ella opera va a favore esclusivo di uno dei figli. Anche Isacco, morente, non riesce a riconciliare i due fratelli.

Giacobbe è l’erede, ma è costretto a fuggire e nel corso della sua storia di esule affronterà la solitudine, lavorerà, costruirà una famiglia, incontrerà Dio e riceverà un altro nome: Israele. Solo dopo un lungo processo di maturazione sarà in grado di tornare sui suoi passi e anche di volgere ad una “riconciliazione” con il fratello, dichiarandosi suo servo ed invertendo l’oracolo divino interpretato dalla madre Rebecca. Israele capisce cosa significa essere uno straniero in terra straniera, e laddove sua madre non ha accolto Esaù e le sue mogli straniere come parte del popolo, lui “adotta” i figli di Giuseppe, interpretando il proprio potere nell’accoglienza. I “figli della schiavitù”, Efraim e Manasse sono nati in terra straniera, da madre straniera, ma adesso sono anche loro liberi figli e figlie del popolo d’Israele.

Capite bene sorelle e fratelli le grandi risonanze con la storia nostra di Valdesi affrancati e con la storia italiana dei giorni nostri.

La capacità di fare sentire qualcuno parte di un tutto è un potere enorme. Se le nostre Chiese e la nostra società tendessero sempre più a utilizzare alla maniera di Giacobbe questo potere, ci sarebbero forse meno conflitti, la diversità sarebbe accolta e la differenza reputata e rispettata come una ricchezza. Certo la nostra è una chiamata ad agire nella solitudine, in “controtendenza”, poiché tale paradigma di gestione del potere non sembra avere molti seguaci nella compagine sociopolitica odierna. Notiamo piuttosto spinte alla massificazione, un appiattimento mediatico che sacrifica il pensiero critico e libero, nonché una certa tendenza restauratrice che mette al centro un potere ideologico e moralista.

Il Signore Gesù Cristo però afferma nella pienezza dello Spirito che chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; (Mt 20,26-27)

Egli ci offre l’occasione di benedire, ci invita a metterci al sevizio, ci voca ad accogliere e ad aprirci al dono di Dio che sempre allarga i nostri confini e le nostre tende.

Amen

Pastora Laura Testa

Quando sono debole, allora sono forte – Sermone di domenica 4 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE: 2 Corinzi 12,1-10

1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.
7 E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Descrivendo la città e la comunità di Corinto, la prima parola che mi viene in mente è opulenza. La città di Corinto ci assomiglia molto: Una civiltà opulenta, una civiltà nella quale le persone viaggiano e migrano, una civiltà nella quale il panorama religioso non è più quello tradizionale, ma che si arricchisce quotidianamente con nuove idee e nuove proposte interessanti. La grande tentazione di questa civiltà è da un lato di accogliere tutte le proposte in maniera indiscriminata, dall’altro la chiusura ad ogni possibile forma di innovazione. L’apostolo Paolo ha il suo punto di riferimento in Cristo Gesù e fonda sull’annuncio dell’Evangelo. L’apostolo ha una visione sul futuro, e ha avuto anche il vanto di aver avuto un’autentica esperienza di rivelazione della gloria di Dio. Un’esperienza d’incontro con Cristo, che però non è esprimibile a parole e forse non è nemmeno misura di cui vantarsi, perché l’incontro con Cristo è sempre un incontro personale. Tuttavia, di fronte all’abbiente comunità di Corinto non si è mai fatto mantenere, ma ha conservato una propria autonomia autofinanziandosi ed inviando tutte le collette a Gerusalemme. Il modo in cui la nostra Chiesa Valdese e Metodista in Italia ha scelto di vivere la propria autonomia e la propria libertà economica è molto paolina. Ogni membro di Chiesa conosce il proprio dovere e con gioia riconoscente al Signore offre la propria contribuzione sapendo che la nostra Chiesa non riceve alcun fondo o aiuto statale per l’annuncio dell’Evangelo. Così come Paolo mandava tutte le collette a Gerusalemme senza tenerne per il proprio mantenimento, allo stesso modo la nostra Chiesa ha deciso una linea di coerenza evangelica destinando ogni singolo euro derivante dall’otto per mille ad opere di carattere sociale, assistenziale e di istruzione indipendentemente dalla provenienza “religiosa” delle associazioni che ne fanno richiesta.

Certamente, così come l’apostolo Paolo difendeva i propri strumenti di artigiano e così come difende a spada tratta la sua posizione di Apostolo, anche noi difendiamo la nostra posizione e proviamo, nelle nostre grandi e piccole contraddizioni a comunicare un messaggio coerente all’evangelo di Cristo. Ma quale è questo Cristo? È il Cristo glorioso? È il Cristo potente, che sbaraglia tutti gli avversari? È colui che offre a coloro che lo seguono promesse di benessere, di gloria, di successo e di vita felice? È la religione delle manifestazioni estatiche potenti? È lo show off, il vanto, come lo chiama Paolo, l’esibizionismo mediatico del sacro a chi fa più miracoli? L’apostolo Paolo in questo è chiaro… “anche io potrei vantarmi, anche io ho tutte le carte in regola per farlo, ma ho anche di più… ho la debolezza di Cristo Gesù che opera potentemente in me ed è una spina nel fianco che mi affligge quotidianamente.. eppure.. essa mi permette di ricordarmi a chi appartengo in vita ed in morte”. Il potere la ricchezza, la forza e la vittoria sono i doni che il Diavolo offre a Gesù nel deserto per tentarlo.. Il Signore li rifiuta e vince il Male sulla Croce. La vita in Cristo non è la “vita facile” dove tutto improvvisamente diventa bello, non è la gloria, non è la ricchezza, non è la via larga, ma è accettazione dei propri limiti: è rimettere Dio al centro, perché proprio la debolezza umana è il contesto necessario perché si manifesti la potenza di Cristo. Cristo ci rivela il nostro vero volto, misero e mendicante la Sua grazia benedetta. L’accoglienza della debolezza è la possibilità per noi di confidare nel Signore, di porre nelle sue sapienti mani il nostro dolore con la certezza che Egli ci offrirà il Suo perdono.
Tale è infatti la vita cristiana, l’accoglienza reciproca nel perdono, e non la richiesta di performances sempre più alte.
La Grazia di Dio che abita in noi è la fede di Cristo: è nella nostra debolezza, nella nostra “non perfezione” che essa è resa ancora più evidente, anche nei nostri insuccessi, anche nei nostri conflitti.
L’amore di Cristo manifestato pienamente nella morte di Croce ha la potenza di salvare la nostra vita: l’amore di Cristo che si fa debole per accogliere la nostra umanità è la proposta di accogliere noi stessi quella debolezza, in noi stessi e negli altri e di vivere in Lui riconciliati. Amen

Pastora Laura Testa

Dal conflitto alla comunione: il rapporto tra cattolici e protestanti

Riportiamo il testo di una conferenza tenuta dalla pastora Laura Testa a Mantova, il 5 ottobre 2017.

Carissimi convenuti,
È con grande piacere che sono con voi qui oggi a parlare di un tema tanto importante e bello: dal conflitto alla comunione, il rapporto tra cattolici e protestanti.
Va anticipato, che questo è anche il titolo di un bellissimo documento bilaterale che è stato siglato nel 2013 tra Cattolici e Luterani e che ha rivisto moltissime delle considerazioni e “pregiudizi” reciproci, in maniera molto più piena e pregnante rispetto a quanto non fosse già fatto con il documento De justificatione del 1999.
Il documento in questione ha una frase molto bella per descrivere l’approccio che è stato utilizzato come metodo di lavoro, e desidererei utilizzarlo un po’ come chiave ermeneutica per il nostro dialogo: non possiamo raccontare una storia diversa, ma possiamo raccontare la stessa storia in maniera diversa.
Questo percorso di rinarrazione è fondamentale nel processo di ri-conciliazione ed è alla base di tutto il sentire ecumenico.
Proprio di questo desidero parlare, di come si è iniziato a raccontare una storia in “maniera” diversa nel corso di quest’ultimo secolo e da chi è partita la proposta di iniziare a rispondere alla grande e disattesa ancora vocazione all’unità della cristianità.
La nascita del YMCA nel 1844 un movimento di giovani, cristiani, trasversale alle denominazioni, che unisse e approfondisse lo studio e la conoscenza della Bibbia
Nel 1910 ad Edimburgo, si riuniva la prima conferenza missionaria mondiale organizzata perlopiù dal mondo ecclesiastico di matrice occidentale ed anglosassone, questa aveva l’idea di provare a proporre una spinta missionaria mondiale, sulla base di un modello di “colonizzazione benevolo”, che oggi certamente guardiamo con occhi molto diversi.
C’era una personalità però ad Edimburgo che è quella di John Mott, che si era formato negli ambienti giovanili dell’YMCA, e proprio lui diede un taglio alla conferenza che permise poi la nascita nel 1968 ad Amsterdam del Consiglio Ecumenico delle Chiese con le due commissioni Fede e costituzione e Vita e Lavoro. La prima di matrice maggiormente teologica, la seconda di carattere pratico e diaconale.
Nel 1948 lo spirito di Amsterdam era fortemente influenzato dalla fine della seconda guerra mondiale. la speranza era quella profonda e radicata nella fede cristiana della pace.
Negli anni successivi le conferenze si susseguirono (Evanston ’54 Cristo speranza del mondo; Nuova Delhi (India), 1961 – Cristo, luce del mondo; Uppsala (Svezia), 1968 – Io faccio nuove tutte le cose; Nairobi (Kenya), 1975 – Gesù Cristo libera e unisce; Vancouver (Canada), 1983 – Gesù Cristo, vita del mondo; Canberra (Australia), 1992 – Vieni Spirito Santo, rinnova la creazione; Harare (Zimbabwe), 1998 – Volgetevi a Dio, gioite nella speranza; Porto Alegre (Brasile), 2006 – Dio, nella tua grazia, trasforma il mondo; Busan (Corea del Sud), 2013 – Dio della vita guidaci alla giustizia e alla pace.)

La Chiesa Cattolica Romana non è membro del Consiglio ecumenico delle chiese, ma ne è osservatore, si può dire fin dall’inizio e a seguito del Concilio Vaticano secondo siede stabilmente e con diritto di voto in alcune delle commissioni più importanti del WCC. Se Da un lato, infatti, Lumen Gentium afferma che la Chiesa Cattolica Romana è l’unica Chiesa di Cristo, in un unione mistica che ricalca la duplice natura di Cristo, dall’altro Unitatis Redintegratio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica e dei fratelli separati si dice che sono in “una certa comunione” con la Chiesa di Roma.
Il lavoro e la preghiera comuni portarono anche alla nascita della conferenza delle chiese europee, anche in quest’ambito la chiesa cattolica fu coinvolta e il senso di questo lavoro in Europa era quello di aiutare e ricucire i legami tra europa dell’est e dell’ovest negli anni della guerra fredda. Un compito arduo, delicatissimo, profondamente cristiano, che fu portato avanti da dei pionieri della fede in maniera unitaria, senza pensare alle differenze confessionali.
Questa unità già nello spirito e nel pensiero ha portato alla redazione di documento il cosiddetto Bem di Lima del 1982 in cui si definisce che il Battesimo è un sacramento comune e riconosciuto pienamente e reciprocamente dalla famiglia cristiana.
Dopo l’82 in fondo anche nel mondo giovanile si respirava un grandissimo afflato ecumenico, e in Europa si respirava già un clima di speranza ribadito a Basilea nell’89 anno della caduta del muro di Berlino .
Nel 1989 io avevo 14 anni, e sono cresciuta proprio in questa grande speranza ed apertura ecumenica, un clima favoloso in cui ci si riconosceva pienamente e i giovani e le giovani in Europa potevano sperimentare pienamente la fraternità.
Da quelle esperienze sono poi nati degli obiettivi forti e la convocazione di tre assemblee ecumeniche europee Basilea nell’89 appunto, Graaz nel 1997 venti anni fa.. in cui si è parlato in maniera strutturata di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato come di processo conciliare, ovvero di realtà inscindibili le une dalle altre e per le quali tutte le chiese in Europa si impegnano a pregare e ad agire. La stesura della Charta Ecumenica, un impegno reciproco alla collaborazione e alla crescita ecumenica ed infine a Sibiu nel 2007.
A fianco a questi incontri di tipo circolare, ovvero in cui tutte le Chiese sono rappresentate, si sono sperimentati dei dialoghi di tipo bilaterale tra la Chiesa Cattolica ed altre Chiese o federazioni di Chiese, che hanno permesso di riprendere molti dei fili spezzati durante il periodo della riforma.

In casa protestante e riformata ci si era mossi già verso un processo di riconciliazione che ha portato già nel 1973 alla Concordia di Leuemberg, diventata poi piena nel 2003, come comunione delle Chiese Riformate e protestanti in Europa. Questa concordia ha permesso di riscoprire un’identità nuova delle chiese rispetto al passato ed una loro maggiore aderenza a Cristo. Si è detto una volta per tutte che le chiese membro della concordia non si riconoscono più in quelle chiese che si sono scomunicate reciprocamente e che oggi i motivi della scomunica reciproca non sussistono più.

Da decenni quindi c’è piena comunione e riconoscimento reciproco totale di ministero e sacramenti tra le chiese protestanti, riformate, e metodiste d’Europa e mi sembra che questo paradigma di riconoscimento reciproco e di ri-narrazione, con delle modalità e dei linguaggi condivisi sia ciò che avviene nei documenti bilaterali tra il mondo protestante e quello cattolico.
Non siamo ancora arrivati però… c’è un cammino ancora da fare, ma non siamo certamente all’inizio del viaggio, c’è da mantenere ferme delle posizioni che sono già state consolidate, e sulla base di quelle continuare ad approfondire gli incontri, gli scambi e le visioni, proprio come stiamo facendo oggi.

Sui fatti di Macerata

Sui fatti del 3 FEBBRAIO 2018 a MACERATA
La sparatoria di Macerata non è un gesto di follia, ma di terrorismo che vuole condizionare la competizione elettorale. Spostare lo smarrimento della crisi economica su posizioni violente e xenofobe.
Noi, Chiesa valdese di Verona difendiamo con ogni convinzione la possibilità di vivere e crescere assieme; famiglie di diversa provenienza in una fratellanza di fede, individui di diversa cultura in una sororità di accoglienza reciproca.
Esprimiamo tutta la nostra ansia per l’avvenire dei nostri bambini, ora che lo “ius soli” è stato espulso dal panorama delle proposte elettorali.
Chiediamo che vengano difese le fondamentali libertà tutelate dalla Costituzione, ricordando che la libertà di culto è uno strumento importantissimo di riconciliazione e di pace.
Un gesto isolato che non nasce dal nulla: la pistola,l’odio razziale,la bandiera per coprire il nuovo sovranismo, il saluto romano , il tiro a segno sugli immigrati, ogni cosa indica la volontà di disperdere il sentimento repubblicano, di annullare il patto costituzionale.
Il disprezzo dei principi costituzionali di libertà, i troppi episodi di intolleranza coperti da chi ha responsabilità pubbliche hanno costruito muri che lasciano un popolo isolato , dimentico di ogni solidarietà, pronto al dileggio di chi pratica la integrazione.
Occorre uscire da una crisi che è culturale e spirituale, occorre abbattere il muro della separazione, fare argine ad ogni politica violenta, costruire corridoi e oasi umanitarie.

Non conformatevi a questo mondo. Predicazione di domenica 28 gennaio 2018

LETTURE BIBLICHE: Esodo 32,1-6; Apocalisse 13,1-8; Romani 12,1-2

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto». 2 E Aaronne rispose loro: «Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli». 3 E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d’oro e li portò ad Aaronne. 4 Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: «O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!» 5 Quando Aaronne vide questo, costruì un altare davanti al vitello ed esclamò: «Domani sarà festa in onore del SIGNORE!» 6 L’indomani, si alzarono di buon’ora, offrirono olocausti e portarono dei sacrifici di ringraziamento; il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi.

Esodo 32,1-6

1 Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi.

2 La bestia che io vidi era simile a un leopardo, i suoi piedi erano come quelli dell’orso e la bocca come quella del leone. Il dragone le diede la sua potenza, il suo trono e una grande autorità. 3 E vidi una delle sue teste come ferita a morte; ma la sua piaga mortale fu guarita; e tutta la terra, meravigliata, andò dietro alla bestia; 4 e adorarono il dragone perché aveva dato il potere alla bestia; e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia? e chi può combattere contro di lei?» 5 E le fu data una bocca che proferiva parole arroganti e bestemmie. E le fu dato potere di agire per quarantadue mesi. 6 Essa aprì la bocca per bestemmiare contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. 7 Le fu pure dato di far guerra ai santi e di vincerli, di avere autorità sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. 8 L’adoreranno tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla creazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello che è stato immolato.

Apocalisse 13,1-8

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

Romani 12,1-2

PREDICAZIONE

A quanti di noi è capitato di sentirci scoraggiati, isolati, abbandonati e di aver cercato di trovare una soluzione alla nostra portata? Quante volte nel momento del bisogno abbiamo abbandonato Dio in cerca di un dio più raggiungibile, più alla nostra portata? Un dio che sembrasse maggiormente in grado di rispondere alle nostre preghiere? Moltissime volte. E qualche volta questa ricerca di un dio più a portata di mano, che facesse promesse allettanti ha significato una vera e propria tragedia per l’intera umanità.

Il 20 luglio 2000 una legge dello Stato ha istituito un “giorno della Memoria”, un giorno in cui ricordare, tutti insieme, gli orrori del nazi-fascismo affinché non possano accadere mai più. E tra questi orrori, in particolare quelli perpetrati nei campi di concentramento. Tra il 1933 e il 1945, infatti, la Germania ha creato alcuni campi di detenzione all’interno dei quali le condizioni di vita e di lavoro erano durissime, spesso disumane, e alcuni campi di sterminio, luoghi dove attuare la cosiddetta “soluzione finale”, cioè l’eliminazione definitiva e totale di tutti coloro che erano considerati una minaccia per il popolo tedesco: agli uni e agli altri si accedeva se si era comunisti o comunque dissidenti del regime, ma più spesso non per colpe, o presunte tali, più o meno gravi, ma a causa di quello che si era. Nei campi entravano infatti per lo più uomini e donne rom, omosessuali e soprattutto ebrei. Questo sistema venne esteso a tutti gli stati occupati o alleati con la Germania, perciò troviamo campi di concentramento e di sterminio in gran parte d’Europa e anche in Italia.

Cosa significa per noi oggi, nella nostra chiesa, ricordare questa ricorrenza laica? Cosa significa far entrare qui una legge dello Stato che ci ricorda un evento della Storia?

Due sono le sottolineature che vorrei fare: la prima, rapidissima, è ricordare a me stessa e a tutti voi, che la Shoa non è stato un orrore unico nella storia dell’umanità e che quindi non dobbiamo pensare che sia un caso isolato che non ci riguarda come umanità e che non potrà più riproporsi. In alcuni tremendi momenti della sua storia gli uomini e le donne si sono macchiati di infamie e di orrori inimmaginabili, inauditi, incomprensibili. Non solo, ma anche oggi, in questo stesso momento, in Palestina, in Libia e in altre parti del mondo si stanno consumando tragedie che vedono coinvolti uomini e donne e, naturalmente, anche bambini. Orrori a cui non riusciamo a porre fine, ma che non dobbiamo dimenticare.

E non dobbiamo dimenticare che spesso il nostro silenzio, la nostra indifferenza, il nostro conformismo ci rendono corresponsabili, perché ci adattiamo a questo mondo, al suo cinismo, alla sua indifferenza verso il dolore umano, alla sua crudeltà impregnata di arroganza. E poi ci sentiamo giustificati perché siamo lontani dalle tragedie e spesso realmente impotenti. E così finiamo col pensare che la storia è piena di orrori, ma altri sono i colpevoli, non noi, perché altri hanno commesso o commettono azioni che noi non accetteremmo di fare. Finiamo col convincerci che altri sono o sono stati disumani, crudeli, mostruosi, noi no. Questo forse è anche vero. Forse noi qui riuniti stamattina non faremmo nulla di così grave e tremendo. Forse. Ma accanto alla responsabilità, enorme, di coloro che hanno deciso, hanno pianificato, hanno progettato ed attuato questi orrori, esiste anche la responsabilità di coloro che, come esecutori senza potere decisionale, hanno reso possibili quegli orrori. Perché i sorveglianti e le sorveglianti dei lager erano persone normali, molti di loro erano cristiani, cristiani che non avvertivano che ci fosse contraddizione tra la loro fede e il loro essere aguzzini e persecutori di donne, uomini e bambini. Di più: accanto alla responsabilità degli esecutori materiali, c’è anche quella di coloro che hanno assistito e non hanno ritenuto di dover intervenire. Non lo hanno fatto per paura, o pensando ai propri figli, ma talvolta anche perché in fondo non riflettevano sul fatto che stavano assistendo, in silenzio, a qualcosa di inaccettabile. Che dire di coloro che abitavano vicino ai campi di concentramento, che sentivano le grida, che vedevano il fumo uscire dai camini e ne sentivano l’odore, di coloro che vivevano nelle tenute in cui si utilizzavano schiavi? Che dire di noi che vediamo al telegiornale i barconi e i corpi senza vita di chi cerca di arrivare in Italia e cominciamo a fare dei distinguo, a giudicare le motivazioni, a discutere se fosse opportuno o non fosse opportuno che partissero dai loro Paesi? O che preferiamo che quei migranti siano rinchiusi nei lager libici, così che noi possiamo, non vedendoli, dimenticarcene?

Io credo che questa storia, queste storie, ci interpellino e non possiamo facilmente gettarle dietro le spalle come se non ci riguardassero. Sono storie che ci parlano e che dobbiamo ascoltare per quanto questo possa essere doloroso, faticoso, talvolta irritante.

E dunque? Rileggiamo alcuni versetti del passo di Esodo che abbiamo appena ascoltato:

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto».

Anche noi, spesso, impauriti perché ci sembra di essere abbandonati a noi stessi, cerchiamo delle scorciatoie, cerchiamo qualcosa che ci faccia sentire la presenza di Dio al nostro fianco. Quanti tedeschi, quanti italiani, quanti americani hanno semplicemente deposto la fede nel Signore e hanno dato se stessi a chi gridava forte, a chi prometteva la pace, la sicurezza, il benessere? Quante volte abbiamo bisogno di vedere e di sentire fisicamente chi ci guida e ci fidiamo più di questo che del Signore? Quante volte intuiamo che stiamo seguendo la strada sbagliata ma continuiamo a farlo perché in fondo è più facile, più rassicurante? Quante volte rinunciamo ad affidarci al Signore e preferiamo conformarci al mondo, alle sue lusinghe e alle sue promesse?

E così ci comportiamo anche noi come gli israeliti nel deserto che quando si sentirono soli, furono assaliti dal timore di essere stati abbandonati e cercarono di trovare conforto, aiuto, sostegno là dove ritenevano ci fosse. Infatti anche noi abbiamo spesso bisogno dei nostri vitelli d’oro, abbiamo spesso bisogno di vedere e sentire la voce di Dio e ci accontentiamo di colui che urla più forte, anche se ci condurrà alla costruzione di un vitello d’oro, cioè di un idolo che finirà con il sostituire Dio, che finirà per contare di più per noi perché sarà più facile da vedere e da ascoltare. Un vitello d’oro che ci promette pace, sicurezza, lavoro per noi e per i nostri figli, benessere, un vitello d’oro che ci fa sentire a posto verso Dio, proprio nel momento in cui ce ne stiamo allontanando, nel momento in cui lo stiamo tradendo.

Ma quindi? Che speranza abbiamo? La speranza nasce dal fatto che nonostante il vitello d’oro, nonostante i nostri continui tradimenti, i nostri cedimenti, la nostra fatica ad ascoltarLo, il Signore non ci abbandona e non si dimentica del Suo patto con noi. Il nostro compito, come saggiamente fanno tutti gli anni i nostri fratelli e sorelle metodisti, è ricordare il patto che Dio ha fatto con noi, il Patto che noi continuamente tradiamo e che il Signore non dimentica. Se ci lasciamo andare abbiamo di fronte a noi solo l’orrore del vitello d’oro, con i suoi campi di concentramento, con i suoi schiavi, i suoi morti e il suo dolore, se invece ricordiamo e rinnoviamo il nostro patto con Lui saremo trasformati mediante il rinnovamento della nostra mente, e conosceremo per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. Amen!

Erica Sfredda

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Sinfonia della Riforma

209 anni fa, il 3 febbraio 1809, nacque ad Amburgo Jakob Ludwig Felix Mendelssohn-Bartholdy.

Felix era nipote del grande filosofo ebreo Moses Mendelssohn. Crebbe senza un credo religioso fino all’età di sette anni, quando venne battezzato come cristiano riformato.

Da adulto, la sua adesione al cristianesimo fu convinta e consapevole, ma nonostante ciò fu vittima di antisemitismo sia in vita che dopo la morte.

Nel 1830, per il trecentesimo anniversario della Confessione augustana, Mendelssohn scrisse la Sinfonia n. 5 in re minore, Op. 107, conosciuta con il titolo “La Riforma”. Il tema dell’ultimo movimento (Chorale) della sinfonia è costituito dal famoso corale di Martin Lutero Ein feste Burg ist unser Gott (La forte rocca è il mio Signor, n. 45 dell’Innario Cristiano).

Presentiamo qui il Chorale nell’esecuzione dell’orchestra Anima Eterna, diretta da uno dei maggiori specialisti della musica romantica su strumenti d’epoca, Ios van Immerseel.