Entra, figlio mio, entra figlia mia! – Predicazione di domenica 17 giugno 2018

LETTURE BIBLICHE: Luca 15,11-32; I Giovanni 4,7-11

11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte che mi spetta della proprietà”. Ed egli distribuì tra loro il patrimonio. 13 E dopo pochi giorni, raccolta ogni cosa, il figlio più giovane partì per un viaggio in una regione lontana e là dilapidò quanto possedeva, vivendo dissolutamente. 14 Quando ormai aveva speso ogni cosa, venne una carestia terribile in quella regione e lui cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, ed egli lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 e lui desiderava nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. 17 Ritornato in sé, disse: “I salariati di mio padre abbondano di pane e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi salariati”. 20 E alzatosi se ne andò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e si commosse. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22 Ma suo padre disse ai suoi servi: “Presto! Portatemi la veste migliore e vestitelo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi, 23 portate il vitello ingrassato e festeggiamo con un lauto pasto, 24 perché questo mio figlio era morto ma è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25 Il figlio maggiore era nei campi; e sulla via del ritorno, come si fu avvicinato alla casa, udì che si danzava al suono dei flauti; 26 chiamato uno dei servitori, chiedeva cosa stesse accadendo. 27 Quello gli disse: “Tuo fratello è giunto e tuo padre ha macellato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto indietro sano e salvo”. 28 Udito ciò, egli si adirò e non voleva entrare. Suo padre allora uscì e lo pregava di entrare. 29 Egli rispose dicendo a suo padre: “Ecco, ti ho servito tutti questi anni e non ho mai trasgredito alcun tuo comando, eppure non mi hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma quando questo tuo figlio, che ha divorato il tuo patrimonio con le prostitute, è arrivato, hai macellato per lui il vitello ingrassato”. 31 Allora il padre gli rispose: “Figlio, tu sei sempre con me, e ogni cosa mia è tua. 32 Ma era giusto fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto maè tornato in vita, era perduto ma è stato ritrovato”».
Luca 15,11-32

7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9 In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. 10 In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. 11 Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
I Giovanni 4,7-11

La parabola che abbiamo letto oggi racconta la storia di due giovani ebrei, due fratelli tra loro molto diversi: entrambi ci risultano familiari e ognuno di noi può probabilmente riconoscersi nell’uno o nell’altro.
Il maggiore è attento alla Legge, obbediente, devoto alle prescrizioni imposte dalla religione, oltre che dall’educazione, ma talmente rigido nella sua obbedienza da non saper trarne alcun piacere. Fa’ il suo dovere, coscienziosamente, ma senza metterci il cuore, senza assumersi veramente la responsabilità di quello che fa. Nulla fa presagire che agisca per amore del lavoro, o del padre, o della terra, ma sembra che si impegni solamente perché così si deve fare. Il suo mondo comincia e finisce nel suo dovere e non pare avere altri orizzonti. Potrebbe chiedere un capretto al padre per fare una festa con gli amici, ma non gli viene neppure in mente di poterlo fare. Così rinchiuso nel suo dovere non capisce il padre. Non può capirlo, perché il padre, invece, dimostra di essere spinto prioritariamente dall’amore sia quando regala in anticipo le sue proprietà al figlio minore, lasciandolo libero di seguire la propria strada, sia quando lo accoglie a braccia aperte: così facendo egli trasgredisce proprio al suo dovere, inteso come applicazione rigida di leggi e consuetudini. L’amore, sembra voler dire il padre al suo primogenito, non si può calcolare con il bilancino del ragioniere. Come risuona dentro di noi questa situazione? Possiamo riconoscerci in questa incapacità del figlio maggiore di buttare, come si dice in Italia, il cuore oltre l’ostacolo, senza fare calcoli, senza soppesare con il metro le situazioni?
Il minore, al contrario, respinge la tradizione, rifiuta il dovere e chiede al padre non solo di potersene andare, ma anche di ricevere subito la sua parte di eredità, benché la legge ebraica prevedesse dei precisi limiti. Egli infatti pretende, e ottiene, l’utilizzo pieno della sua parte, che finirà col dissipare, mentre per la Legge israelitica lui avrebbe potuto vendere quello che gli sarebbe spettato solo dopo la morte del padre. Addirittura, quando sarà in gravi difficoltà economiche accetterà di tenere i maiali, pur sapendo che era proibito ai buoni israeliti ed esisteva una sentenza giudaica che affermava “Maledetto l’uomo che alleva maiali”. Un ragazzo che non vuole prendere sul serio la propria vita ed assumersi le sue responsabilità, ma solo ribellarsi a quello che sente essere un fardello troppo pesante per le sue spalle. Qualcuno di noi, forse, può riconoscersi in questo giovane uomo e nella sua incapacità di diventare adulto e di prendere sul serio le proprie responsabilità.

Ma il vero protagonista della parabola è il padre: questo padre che ci sconcerta e ci stupisce. Questo padre che in fondo ci sembra un po’ ingiusto: ma come, vorremmo dirgli, perché reintegrare il figlio che se ne è andato? Comprendiamo le aspettative del ragazzo: suo padre non tratta così male i suoi servi e quindi va da lui, sarà servo, ma avrà da mangiare tutti i giorni e potrà vivere una vita dignitosa. Questa richiesta ci sembra legittima, accettabile: il ragazzo è pentito, si può perdonarlo, accoglierlo, ma nel riprenderlo in casa non bisogna mai fargli dimenticare la sua colpa. Ha rinunciato ad essere figlio? E allora che viva da servo invece che da figlio. Si è accorto tardi del suo errore, ora sarebbe troppo comodo essere reintegrato come nulla fosse. E che diamine, c’è una giustizia a questo mondo, o no? Il ragazzo stesso ne è consapevole: proprio perché ha toccato il fondo, non si aspetta niente, non si sente in credito di niente. E’ come la peccatrice perdonata, come il pubblicano di cui ci ha parlato il sermone di due settimane fa. Chiede aiuto, benché sappia di non meritare nulla.

E invece il padre cosa fa? Gli corre incontro, non lo lascia neppure parlare, ma lo abbraccia e lo bacia, attraverso i simboli della veste, dell’anello e delle scarpe lo reintegra completamente, e infine macella per lui il vitello grasso: il piccolo è nuovamente uno della famiglia, il figlio amato che si credeva perduto è tornato.

Ma così facendo, vorremmo dire, e quante volte ci è capitato di dire, ha defraudato il figlio maggiore, quello buono, quello nel quale molti di noi si riconoscono. Ma come, noi che ci impegniamo tanto, noi che lavoriamo con tanta fatica, dobbiamo essere defraudati da coloro che invece non fanno nulla? Il figlio minore ha già ricevuto quello che gli spettava, ora tutto il resto è rubato al maggiore! A noi piace sentirci perdonati come il figlio minore, piace identificarci con lui e sentirci accolti, ma poi, nella realtà concreta delle nostre vite spesso ci comportiamo come il figlio maggiore. Facciamo il nostro dovere e vogliamo essere ricompensati. E di fronte a tanta generosità da parte del padre ci sentiamo un tantino indignati o almeno perplessi: quello che se ne è andato non è più un fratello, non è più nostro fratello, perché ha tradito le nostre aspettative, ha tradito la nostra fiducia. Perché accoglierlo con tutti gli onori?
Ma il maggiore ha davvero ragione di lamentarsi? In realtà, se leggiamo con attenzione, il padre ama ed accoglie non solo il figlio minore, il figliol prodigo, ma accoglie anche lui, il maggiore, anche se il suo peccato è diverso e meno riconoscibile per la società dell’epoca e anche per la nostra. Cos’ha da farsi perdonare il primogenito? Lavora, vive col padre, non si ribella, non è dunque un bravo figlio? Quello che gli manca è l’amore, l’amore! Il primo comandamento è proprio quello che il ragazzo non riesce a seguire. E’ talmente preso dalla certezza dei suoi diritti e doveri che scorda il primo e più importante comandamento «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». (Matteo 22,37-40). Il figlio maggiore, come tanto spesso anche noi, suoi servi fedeli e volenterosi, ha dimenticato il primo e più importante comandamento, quello da cui dipendono tutti gli altri, quello dell’amore. Ha dimenticato di amare il fratello, invece che giudicarlo, e di amare il padre, che è generoso verso di lui e verso il fratello. Ma il padre lo maledice per questo? Lo dimentica forse, inebriato dal ritorno del figlio minore? No! Al contrario, va incontro anche a questo. Saputo che non voleva entrare, esce per la seconda volta da casa, lui che è il padrone, il padre in una società patriarcale, lui che potrebbe restare immobile nella sua posizione di potere, rinuncia ai suoi attributi ed esce, va incontro a questi due figli, prima all’uno e poi all’altro. Ed esce perché li ama, entrambi.

Ecco la buona novella di stamattina: il padre, cioè il nostro Padre che è nei cieli, gioisce ogni volta che noi, pentiti, torniamo verso di Lui, ma anche ci raccoglie, ci ascolta, ci accompagna. Ascolta i nostri mugugni, apre le braccia e ci prega di entrare! Sì, fratelli e sorelle, Dio ci ama talmente tanto che malgrado il nostro peccato, malgrado i nostri tradimenti, il nostro sentirci sempre nel giusto nonostante Lui, la nostra difficoltà a pentirci sul serio e quindi a cambiare radicalmente la nostra vita, nonostante tutto ciò, Egli esce, ci viene incontro, ci prega di entrare e di gioire insieme a Lui!
Amen!

Erica Sfredda

Gesù ci chiama per nome. Predicazione di domenica 3 giugno 2018.

LETTURA BIBLICA
1 Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, 3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. 4 Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. 5 Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». 6 Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. 7 Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» 8 Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». 9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; 10 perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto». (Lc 19,1-10)

TESTO SERMONE
Gesù cammina a Gerico in Palestina, una folla lo scorta, lo stringe da ogni lato, Gesù è famoso nella regione, tutti vogliono vedere le cose straordinarie che avvengono al suo passaggio. I malati, i pazzi, i rifiuti della società accorrono per chiedere che lo straordinario irrompa nella loro vita, e cambi la società del tempo che li ha emarginati.
Il vangelo di Luca è particolarmente sensibile a questa tematica e infatti è l’unico che riporta questo episodio di conversione del capo dei pubblicani di Gerico, Zaccheo.
Nella folla di personaggi della bibbia , c’è un unico Zaccheo, tra i molti pubblicani citati nei vangeli, solo lui è chiamato per nome, insieme a Matteo l’apostolo che riceve la sua vocazione e segue Gesù.
Zaccheo è la versione ellenica del nome ebraico Zaccai, presente solo due volte in tutto l’antico testamento.
Allora, questa storia racconta di una folla e di una persona unica, Zaccheo. Una persona molto caratterizzata:
per il suo ruolo sociale, infatti è il capo di coloro che estorcono le tasse per i romani, e anche per il suo aspetto fisico, è basso e grasso.
Cosa fa questo omino? Cerca un posto dove restare sicuro a vedere cosa succede, cerca un posto in prima fila, come recitava, anni fa, uno slogan pubblicitario della RAI.
Lo trova su un albero, si accomoda e aspetta, il sicomoro lo protegge con la sua ampia chioma e gli permette di vedere senza essere notato.
Tutti noi ci accomodiamo per vedere senza essere visti. Guardiamo la televisione, ascoltiamo questo mondo contemporaneo che non ha mai avuto così tanti mezzi per rappresentarsi. Tutti noi siamo spettatori, adesso con i social media possiamo anche commentare, sempre comodi e da lontano, SINGOLI DISPERSI NELLA FOLLA VIRTUALE.
GESU’ VEDE UN SINGOLO NELLA FOLLA lassù sull’albero – I LORO OCCHI SI INCROCIANO – GESU’ CHIAMA UN NOME – NELLA CATEGORIA DEI RICCHI, NELLA CATEGORIA DEI PUBBLICANI, NELLA CATEGORIA DEGLI IMPURI- GESU’ CHIAMA UN NOME – L’ANNUNCIO CHE GESU’  PORTA ALLE FOLLE CHE ASCOLTANO ORA SI FA PERSONALE, UNICO.
TI GUARDO – TI CHIAMO – TI STIMOLO A MUOVERTI – TI ANNUNCIO LA PRESENZA DELLA SALVEZZA A CASA TUA – OGGI – PER TE CHE PENSAVI DI RESTARE UNO SPETTATORE – PER TE CHE SAPEVI DI ESSERE ODIATO DALLA FOLLA – OGGI vengo da DA TE, OSPITAMI, questo dice Gesù.
Zaccheo scende dall’albero e si precipita a casa, GESU’  ENTRA IN CASA di Zaccheo, LA SALVEZZA, IL PERDONO, DIO STESSO IN CARNE ED OSSA, LO VISITA
ZACCHEO è cambiato da questo incontro, questa salute che dilaga al passare di GESU’ LA GRAZIA, lo coinvolge e lo stravolge, non è più lo stesso omino di prima, è UN CONVERTITO.
Pochi versetti prima di questo episodio ne vangelo di luca viene narrato un altro incontro, Gesù, e il giovane ricco
Il giovane ricco è un osservante della legge, scrupoloso, ricerca lui Gesù, lo interroga . Non è un semplice spettatore, è in ricerca attenta, ma la sua consapevolezza, il suo status lo bloccano. Il vangelo di Luca non riporta il suo nome, rimane uno dei tanti interessati che pensa di raggiungere la salvezza con i propri mezzi, con la propria volontà. Uno dei tanti che non raccolgono l’appello di Gesù, che non riconoscono il regno di Dio che cammina nella sua strada. Uno dei tanti che non abbandonano la propria sicurezza e il proprio privilegio.
NEL NOSTRO EPISODIO E’ GESU’ CHE ENTRA IN CASA di Zaccheo, il quale gli apre la porta, LA SALVEZZA, LA GRAZIA, DIO STESSO IN CARNE ED OSSA viene ospitata a casa sua.
Questa ospitalità che scandalizza per la impurità del padrone di casa e per il rischio di una connivenza con i romani occupanti, produce SALVEZZA.
Dalla gratitudine, la risposta – quello che non riesce a fare il giovane ricco osservante, lo fa il pubblicano – si separa dalla propria ricchezza, la usa per riparare i danni sociali che ha prodotto, la usa con estrema generosità
LA GRAZIA IRROMPE NELLA SUA VITA E PRODUCE IL FRUTTO, PRODUCE LA FEDE – ZACCHEO CREDE . Infatti Gesù dice: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio”. Dal vangelo di Matteo.” (Matteo 21 31).
Fratelli e sorelle non raggiungeremo la perfezione con i nostri sforzi di santificazione, non raggiungeremo la salvezza dai nostri errori, con uno sforzo intellettuale, questa strada è un vicolo cieco.
DIO PER PRIMO CI HA AMATO, noi dobbiamo solo aprire la nostra porta a questo annuncio. Questo amore di Dio, che si è incarnato duemila anni fa, continua a visitarci, a chiamarci. Noi possiamo solo scendere dall’albero e aprire la porta. Questa possibilità di conversione ci è offerta personalmente, uno per uno siamo chiamati per nome, un nome che nella sapienza di Dio è unico, come Zaccheo.
GESU’  CI CHIAMA PER NOME, CI RICONOSCE, CI FA USCIRE DALLA FOLLA PER AGIRE SPINTI DALLA SUA GRAZIA.
GESU’ CI CHIAMA PER NOME, CI RICONOSCE, CI FA USCIRE DALLA FOLLA PER AGIRE SPINTI DALLA SUA GRAZIA.
Ognuno di noi è seduto sul ramo della propria sicura identità, ognuno di noi vorrebbe rimanere spettatore per applaudire e/o giudicare. Lo Spirito Santo ci interpella, scuote l’albero su cui stiamo seduti, ci annuncia : “oggi debbo fermarmi a casa tua”.
Per alcuni il sicomoro su cui stare seduto è la storia della chiesa di appartenenza, per altri il sicomoro è la realtà di un paese ormai lontano, scendiamo dall’albero su cui ci siamo arrampicati, la salvezza non ci viene dalla sicurezza del passato, ma da la promessa di un nuovo avvenire.
FRATELLI E SORELLE SCENDETE DAL VOSTRO ALBERO, APRITE LA PORTA DEL VOSTRO CUORE.
Questo episodio, dentro al grande afflato sociale del vangelo di Luca, sottolinea che LA CONVERSIONE è PERSONALE, ZACCHEO, personaggio unico nei quattro evangeli, SCENDE DALL’ALBERO E SI FA SOGGETTO DEL REGNO DI DIO. GESU’  PORTA IL SUO ANNUNZIO, AI PECCATORI AGLI SFRUTTATORI, AGLI AVARI CHE DIVENTANO GENEROSI E CONDIVIDONO LE PROPRIE RICCHEZZE ANDANDO OLTRE QUANTO RICHIESTO DALLA LEGGE.
Lo Spirito Santo visita ognuno di noi, oggi é in questa chiesa, ci chiama per nome, riscatta la nostra singola storia personale. Questo perdono ci rende unici, ci strappa dall’anonimato e ci fa uscire dalla folla. L’amore di Dio, l’agape, di cui l’amore del padre e della madre sono un pallido riflesso, ci dona una vita nuova, ci chiama con un nome unico, il nostro.
Che la redenzione della grazia accompagni i nostri passi fuori da questo locale ecclesiastico.

Amen.

 

Ruggero Mica

Lo Spirito ci fa nascere alla vita eterna. Sermone di domenica 27 maggio.

LETTURA BIBLICA

Giovanni 3,1-17

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli

venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore

venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è

con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato

di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un

uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel

grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico

che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di

Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito,

è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di

nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da

dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Nicodemo

replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose:

«Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico

che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto;

ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose

terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose

celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il

Figlio dell’uomo. 14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna

che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita

eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo

unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia

vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per

giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

SERMONE

Nicodemo, il suo nome ha originato addirittura un insulto:

Nicodemìta. Al tempi dei grandi Rifomatori era la parola

sprezzante con cui venivano definiti i protestanti che , in un

ambito a maggioranza cattolica, pur avendo abbracciato la

Riforma nascondevano la loro confessione temendo persecuzioni.

Personaggio significativo, nel Vangelo di Giovanni compare tre

volte : interpella Gesù in questo racconto , più avanti lo difende di

fronte agli altri farisei chiedendo che venga ascoltato, poi ,

insieme a Giuseppe d’Arimatea preparerà il suo corpo per la

sepoltura. Che tipo è Nicodemo? Considerato spesso un esempio

di viltà (da Gesù va di notte) Nicodemo sarebbe un vigliacco

quindi, uno senza spina dorsale, ma sarà proprio così ? Nel

colloquio che abbiamo letto è uno che non comprende , uno che

non ci arriva, che non sa vedere la novità rappresentata da Gesù ,

un testone parrebbe, sicuramente un conservatore. Pensiamo che

Nicodemo mostrerà poi coraggio, chiederà davanti a capi giudei,

farisei , guardie , in un momento che immaginiamo drammatico e

concitato , di ascoltare Gesù , appellandosi alla legge che non

prevede condanna senza ascolto. Allora, non è un vigliacco, non

sempre almeno. Nicodemo inoltre è un maestro, preparatissimo, i

farisei erano i migliori, indubbiamente perfetto conoscitore delle

Scritture. Poi, dopo la morte di Gesù si occuperà della sepoltura

portando generosamente quanto serve per trattare il corpo: 30 chili

di mirra: un capitale. Nicodemo generoso e misericordioso. Chi è

allora questo Nicodemo ? Un vigliacco? Una persona dotata di

coraggio? Un uomo generoso? Un conservatore?Eppure va dal Maestro

lo interroga, si sforza. Chi è Nicodemo insomma ?

Semplice : siamo noi Nicodemo. Noi con le nostre contraddizioni,

forze e debolezze , la nostra conoscenza della Bibbia e la nostra

poca fede, i nostri dubbi, la nostra chiusura al nuovo e la nostra

apertura, la nostra forza di testimoniare e la nostra incapacità di

farlo. I nostro dubbi … . Quanti ne abbiamo ? Dio è

misericordioso e siamo affranti dal dolore per una perdita , ma

allora? Gesù è risorto , e se fosse solo un racconto mitico? Incerti,

silenziosi quando potremmo testimoniare e poi magari ci

pensiamo: perchè sono stato zitto, perchè non ho difeso uno degli

ultimi della terra? Perchè non sono stato capace di vedere il Regno

e di testimoniarlo oggi, in chiesa, a casa, in fabbrica, in ufficio, a

scuola. E magari arrivano i sensi di colpa … . Citando Walt

Wihtmann :”Mi contraddico, benissimo allora mi contraddico,

sono vasto, contengo moltitudini” (Do I contradict myself? Very

well, then I contradict myself, I am large, I contain

multitudes). Non siamo un po’ tutti così , sicuri ed incerti,

certi e dubbiosi, forti e deboli.

Allora immaginiamoci esattamente come Nicodemo, di notte di

fronte a Gesù, coi nostro dubbi, con le nostre ansie, con le nostre

paure ed incertezze fatte di incomprensioni. Nicodemo non

capisce “nascere di nuovo” -mica si può essere partoriti un’altra

volta- e noi anche non capiamo che l’unica risposta a questi

timori ci può venire solo dal lui. Dall’incontro con lui, con

Gesù. Nicodemo è andato da Gesù, anche noi ci andiamo ma

come abbiamo visto non è sufficiente: occorre nascere dall’alto. La

traduzione più corretta non è “nascere di nuovo” ma dall’alto. Non

è la normale nascita di un neonato ma la nascita mediante lo

Spirito con l’acqua quale suo segno. Lo Spirito che, come il vento,

non sai da dove viene né dove va. Noi, non governiamo nulla,

con la nostra conoscenza o i nostri ragionamenti non possiamo

fare molto, con la nostra debolezza non possiamo fare molto, lo

Spirito può, ne abbiamo la consapevolezza? Alle paure, alla

debolezza si oppone la consapevolezza della forza dello Spirito,

basata sulle promesse di Gesù che ci parla di ovvietà : noi

parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo, come a dirci : è

semplice, te lo dico Io, te lo prometto: lo Spirito è ovunque è in

giro per il mondo, per le nostre chiese, case, per le nostre

fabbriche, per i nostri uffici, per le nostre scuole facendo la sua

opera di sostegno, consolazione, rinvigorendo, consolando,

amandoci.

La nascita è un’immagine di impatto, il momento della nascita è

qualcosa di forte, primordiale, nel parto si sprigionano energie

impensabili, inarrestabili, Gesù non la usa a caso: non ci ci

ricorda l’azione dello Spirito? In Cristo si nasce alla vita eterna .

In Cristo, nell’azione dello Spirito, apparteniamo già a quella vita

che non cesserà mai. Come un infante siamo fragili e deboli, ma

-come la forza che spinge alla vita nel parto un neonato- la forza

dello Spirito ci spinge alla vita eterna . La vita eterna che ha

inizio nella vita su questa terra, ecco La Grande Promessa: “Dio

ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo

unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non

perisca, ma abbia vita eterna.”

E’ una Promessa si cui fondare la nostra esistenza nonostante le

difficoltà della vita , che il Signore conosce, non si limita a dirci :”

tranquillo , tutto finirà bene” , ci fa una promessa di vita eterna

in grado di reggere al banco di prova della vita, di reggere

nonostante quelle scosse che ci scuotono dalle fondamenta- In

grado di reggere perchè il Signore conosce le nostre fatiche,

perchè accoglie il grido del sofferente e lo fa proprio . E’ l’esempio

di Giobbe, il giusto sofferente per antonomasia, che dopo avere

perduto tutto, famiglia, averi, salute, resistendo agli amici, falsi

consolatori e difensori di Dio,che imputano a Giobbe ed alle sue

colpe le disgrazie, confessa splendidamente la propria fede:

25 Ma io so che il mio Redentore vive

e che alla fine si alzerà sulla polvere.

26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo,

senza la mia carne, vedrò Dio.

27 Io lo vedrò a me favorevole;

lo contempleranno i miei occhi,

non quelli d’un altro;

il cuore, dal desiderio, mi si consuma!

Giobbe intuisce che questo Dio che non sempre riesce a

comprendere ed i cui disegni sono spesso oscuri, lo incontrerà

faccia a faccia. Giobbe intuisce, nonostante tutto, noi intuiamo,

nonostante tutto, che c’è qualcosa che va oltre questa vita, che

la morte non è l’ultima parola sulle nostre esistenze.

Anche per questo crediamo alla Grande Promessa del Vangelo di

Giovanni : La Grande Promessa di Gesù che ascoltiamo,

assaporiamo, sentiamo risuonare nella nostra anima, la vogliamo

pronunciare insieme

Leggiamo insieme i vv. 16 e 17 … . 16 Perché Dio ha tanto

amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio,

affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia

vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio

nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il

mondo sia salvato per mezzo di lui.

Preghiamo allora il Signore affinchè ci doni la fiducia in Gesù

Cristo e nelle sue promesse, che queste parole ci illuminino , ci

consolino, ci diano forza e vigore e uno sguardo aperto sul futuro,

ci facciano sentire la sua grande dolcezza, la dolcezza consolatrice

dello Spirito perchè il Signore è il Signore della vita.

Amen

 

Alessandro Serena