Saper vedere la presenza di Gesù nella propria vita. Predicazione di domenica 22 luglio 2018.

LETTURE BIBLICHE

Dt 8,1-3
1 Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il SIGNORE giurò di dare ai vostri padri. 2 Ricòrdati di tutto il cammino che il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. 3 Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del SIGNORE. 

2Re 4,42-44
42 Giunse poi un uomo da Baal-Salisa, che portò all’uomo di Dio del pane delle primizie: venti pani d’orzo, e del grano nuovo nella sua bisaccia. Eliseo disse al suo servo: «Danne alla gente perché mangi». 43 Quegli rispose: «Come faccio a mettere questo davanti a cento persone?» Ma Eliseo disse: «Danne alla gente perché mangi; infatti così dice il SIGNORE: Mangeranno, e ne avanzerà». 44 Così egli mise quelle provviste davanti alla gente, che mangiò e ne lasciò d’avanzo, secondo la parola del SIGNORE.

Mc 6,30-44
30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». Difatti, era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure il tempo di mangiare.
32 Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte. 33 Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro. 34 Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose.
35 Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: «Questo luogo è deserto ed è già tardi; 36 lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare». 37 Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi a lui: «Andremo noi a comprare del pane per duecento denari e daremo loro da mangiare?» 38 Egli domandò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Essi si accertarono e risposero: «Cinque, e due pesci». 39 Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull’erba verde; 40 e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta. 41 Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. 42 Tutti mangiarono e furono sazi, 43 e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane, ed anche i resti dei pesci. 44 Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

SERMONE

Immaginiamo una stanza, inondata di sole, magari di questo bel sole estivo. La possiamo immaginare come la stanza di una casa di campagna, circondata dal verde e dai campi. E’ una stanza molto luminosa perché ha diverse finestre, almeno una per ogni parete e attraverso di esse filtra la luce. Ecco, il racconto di Marco possiamo pensarlo proprio come questa stanza, ha diverse finestre e merita che ognuna venga aperta, il paesaggio fuori è meraviglioso, non ci basta la luce che le attraversa, vogliamo respira l’aria tersa della campagna, sentire i profumi vogliamo aprirle, anzi, spalancarle. Ogni finestra rappresenta un aspetto del brano di oggi. Una però non permette alla luce di entrare, quell’angolo della stanza è scuro. Le persiane sono chiuse, come mai? Lasciamo perdere quella finestra ora, ne parleremo più avanti e passiamo ad osservare le altre che ci attraggono con la loro luce.

Apriamo la prima finestra, che è quella del popolo di Israele. Gesù è appena tornato dalla terra pagana, quella dei Geraseni dove ha curato un indemoniato, è ora in terra giudaica, si rivolge a Israele, lo capiamo anche perchè i riferimenbti alla storia del popolo di Israele sono chiari. Gesù sfama 5000 persone, che sono state fatte sedere gruppi di 50 e 100, compie un gesto che rammenta l’episodio della manna e delle quaglie: Dio provvede al suo popolo. Ancora: la numerosità dei gruppi ricorda l’organizzazione di Israele nel deserto narrato nel libro dell’Esodo dove Mosè sceglie i capi di migliaia, centinaia, cinquantine e decine. Dio sazia il suo popolo nel deserto, Gesù sazia Israele in un luogo deserto. Inoltre, lo abbiamo visto nel brano letto prima, il profeta Eliseo compì una moltiplicazione, con venti pani sfamò cento persone, che mangiarono e ne lasciarono d’avanzo: ricordiamo questo avanzo ? Lo abbiamo appena letto anche nell’Evangelo di Marco. Portano via alla fine dodici ceste piene di pane e pesci. Quanta abbondanza! Perché tutta questa abbondanza?
Dio che pensa al suo popolo, Gesù si rivolge quindi solo a Israele? No, lo sappiamo bene, certamente non discrimina, non a caso il miracolo della moltiplicazione sarà ripetuto più avanti, nella regione della decapoli, in terra pagana. Gesù non fa preferenze ma qui, proprio qui, nel racconto di oggi si rivolge a Israele, si rivolge a noi. Torniamo allora a questa finestra, che abbiamo appena aperto e come possiamo ora sentire il tepore del sole sul volto , possiamo comprendere che qui, oggi, il Signore si rivolge a noi, alle sue chiese, alle sue comunità, a noi.

Passiamo ora alla seconda finestra, certo, quella chiusa e scura lì in fondo un po’ ci inquieta, quindi evitiamola -per ora- e andiamo verso la seconda finestra illuminata. E’ quella dell’autorità di Gesù. Chi è insomma Gesù ? Qui lo vediamo come pastore che ha compassione delle sue pecore, che non hanno guida, insegna loro e si prende cura di loro ed opera con potenza, compie infatti il miracolo della moltiplicazione. Non è solo un maestro, non è solo una guida se opera miracoli di tale portata. Anche nei brani che hanno preceduto questo, vediamo Gesù che insegna, vi è tutta la sezione delle parabole: il seminatore , la lampada, il seme che cresce da solo. Capiamo anche qui che Gesù non è solo un maestro, un rabbi, un sapiente. Infatti, sempre a ridosso della moltiplicazione leggiamo che compie miracoli: l’indemoniato di Gerasa, cura la donna che ha perdite di sangue ed il miracolo per eccellenza: la sconfitta della morte, risuscita la figlia di Giairo. Solo un maestro o un pastore no di certo, ha anche un grande potere , cura, resuscita. Non solo compie azioni miracolose verso le persone, governa anche gli elementi, ha appena calmato una tempesta e -immediatamente dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci- cammina sull’acqua. L’acqua che rappresenta il male, l’incerto, il caos. E’ la divinità di Gesù che emerge.

La terza finestra, che bella la terza finestra, pare perfino più grande delle altre, sembra proprio che la luce la attraversi con più intensità: è quella della tenerezza del Signore. Gesù ha appena accolto i suoi apostoli tornati dalla missione ed ha parole di grande amore, cura, attenzione. Li vede stanchi e dice loro: “venite in un posto tranquillo così vi riposate” , è poi preoccupato che non abbiano mangiato infatti nota che gli apostoli non avevano avuto neanche il tempo di mangiare, si comporta con la dedizione di una madre o di un padre. Eh sì, perché l’amore di una madre o di un padre lo diamo per scontato no? Così per scontato che non lo vediamo, che siamo ciechi di fronte ad esso, spesso lo capiamo dopo, a mesi, anche anni di distanza. Ciechi … . La tenerezza di Gesù dicevamo, quando vede la folla ha compassione, la fa accomodare come per un banchetto, sull’erba. Mette le persone a loro agio, le sfama , è sollecito e lo è all’eccesso. Ce n’è sempre d’avanzo, il pane avanza , si raccolgono dodici ceste. Un amore debordante, che tracima che va oltre, che supera. Un Dio sollecito oltre ogni ragionevolezza!

Siamo all’ultima finestra, quella con le persiane chiuse, quella che forse preferiremmo lasciare così, tutto sommato la stanza è già illuminata: so già che Gesù sta parlando a noi, a me; so chi è , non un semplice profeta o guida ma il Signore stesso; so che è colmo di tenerezza e di amore. Direi che mi basta, no? Sono cose che so, sono cose che sappiamo. Ma sapere è vedere? E’ riconoscere? Si perchè il racconto della moltiplicazione è famosissimo, lo conosciamo a memoria, da sempre colpisce la fantasia popolare. Gesù potente, misericordioso, i discepoli che devono darsi da fare. Tutto come al solito. Potremmo anche andare via, lasciare la stanza, ah che bel racconto, ci emoziona sempre, nessuna sorpresa, tutto bene, però … però: quelle persiane chiuse, sono fastidiose, sono uno sfregio, andiamo , apriamo anche quella finestra oscurata. Perché è oscurata? Perché è la finestra della cecità dei discepoli, è la finestra della nostra cecità! Del cuore indurito. Quando Gesù ordina:”date loro da mangiare” la risposta in termini moderni suonerebbe come :”E chi ce la fa? Hai idea dei soldi che servono? Poi trova adesso chi ci vende tutto questo pane. Che idea balzana!” Questo a chi poche righe prima ha resuscitato una bimba. Altro che ciechi. Ciechi, sordi, muti, incapaci di comprendere. Duecento denari era il corrispettivo di duecento giornate di paga di un salariato. Oggi potrebbero essere 15.000 euro. Non capiscono, non si fidano. Non si affidano! E continueranno a non fidarsi anche quando , poco dopo, vedranno Gesù camminare sull’acqua, scriverà l’evangelista : “infatti non avevano capito il fatto dei pani, avevano il cuore indurito”. Qui siamo chiamati a riflettere oggi, riflettere sulla nostra cecità, riflettere sulle prove della presenza e del potere di Gesù nelle nostre vite. Prove a fronte delle quali siamo magari insensibili o non sappiamo rispondere adeguatamente. E’ la nostra incapacità di vedere e capire l’azione del Signore vicino a noi e attraverso noi in questione, si parla della nostra quotidiana debolezza nel riconoscere il potere di Gesù ed anche di esserne strumento . “Date voi da mangiare a loro” dice il Signore ma ciò avviene attraverso la sua azione e la sua forza. Affidiamoci a questa forza per vincere la nostra cecità, per aprire quelle persiane, per vedere meglio, con più luce ancora. Il Vangelo di oggi, evidenziando la cecità dei primi discepoli invita noi a saper vedere; vedere che Gesù che allora moltiplicò i pani è ora davanti a noi e ci invita a credere e confidare nel suo potere efficace e nella sua sovrabbondante benedizione.

Amen.

Alessandro Serena

Chiunque crede in Lui non perirà! – Predicazione di domenica 15 luglio 2018

LETTURE BIBLICHE: Numeri 21,4-9; Giovanni 3,14-19

4 Poi i figli d’Israele partirono dal monte Hor, dirigendosi verso il Mar Rosso, per fare il giro del paese di Edom; e il popolo si scoraggiò a motivo del viaggio. 5 Il popolo quindi parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo miserabile cibo». 6 Allora l’Eterno mandò fra il popolo dei serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e molti Israeliti morirono. 7 Così il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro l’Eterno e contro di te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti». E Mosè pregò per il popolo. 8 L’Eterno disse quindi a Mosè: «Fa’ un serpente ardente e mettilo sopra un’asta; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, vivrà». 9 Mosè fece allora un serpente di bronzo e lo mise sopra un’asta; e avveniva che, quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, viveva.
Numeri 21,4-9

14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie ».
Giovanni 3,14-19

Il passo che abbiamo letto oggi è molto forte, ricco di passione e profondamente umano: ricordo di averlo letto per la prima volta negli anni della Scuola Domenicale, quando ero una bimba e che mi aveva molto impressionata. Ancora oggi rivedo la scena come era illustrata nel libro e come me la ero immaginata allora, molti corpi riversi, uccisi dal veleno dei serpenti e alcuni uomini e donne in ginocchio, terrorizzati, ma col capo rivolto verso il serpente di rame. Che situazione piena di pathos: uomini, donne, bambini, probabilmente in lacrime, terrorizzati, il cui istinto, ovvio, evidente, sarebbe quello di guardare per terra alla ricerca dei serpenti, ma a cui Mosè impone di non guardare per terra, ma al serpente di rame. Proviamo per un attimo ad immaginare cosa devono aver provato in quel momento gli Israeliti, cosa proveremmo noi, adesso, se la chiesa si riempisse di serpenti e io vi dicessi di non guardare per terra, di non ascoltare il morso, che pur percepite nella vostra carne, ma di guardare solo alla croce che sta sopra di me. Chi di noi riuscirebbe? Chi di noi non cederebbe alla tentazione di guardare per terra e di cercare di colpire 1 o 2 o quanti più serpenti è possibile?

Ma cominciamo dall’inizio: gli Ebrei stanno attraversando il deserto, un percorso non facile, pieno di insidie, un percorso dove a momenti di gioia ed allegrezza, nei quali i cuori sono pieni di entusiasmo e fiducia e coraggio, si alternano momenti di delusione e scoraggiamento. Momenti in cui viene la tentazione di cercare un capro espiatorio e di lamentarsi, affermando il solito “Stavamo meglio prima!”, nonostante fossimo prigionieri, nonostante fossimo schiavi. Non sappiamo che farcene di questa libertà, non ci porta da nessuna parte, solo alla morte. E così uomini e donne cominciano ad essere sempre più nervosi, sempre più aggressivi gli uni verso gli altri, sempre più sospettosi: chi ci ha ridotti così? Perché tu mangi più di me? Mi stai rubando l’acqua! Si comincia a vedere in tutti coloro che ci sono vicini dei nemici, dei concorrenti. E contemporaneamente si comincia a guardare al passato con occhiali rosa: come stavamo meglio prima! Come era tutto più facile! Certo eravamo schiavi, ma il cibo era garantito, avevamo un tetto sicuro, una vita faticosa, sì, ma senza sorprese. Non c’era nulla da decidere, rischi da correre, nessun colpo di scena, nessuna responsabilità da assumersi.

Non capita tante volte anche a noi? Nei momenti di fatica e difficoltà non cominciamo ad idealizzare il passato? A pensare che in quel tal periodo in cui ci lamentavamo tanto, in fondo stavamo bene, non ci mancava nulla! Quanto spesso il presente ci appare pieno di insidie, perché non sappiamo dove ci stia conducendo, ci manca un punto di appiglio e allora ci lasciamo andare, cediamo ai nostri incubi, alle nostre paure e cominciamo a guardarci l’un l’altro con sospetto, con paura, con aggressività. Italiani contro stranieri, stranieri con permesso di soggiorno contro stranieri clandestini, asiatici contro africani, uomini contro donne. Chi ci circonda non è più un fratello, una sorella, ma una minaccia, qualcuno da cui difendersi, da cui guardarsi con attenzione e sospetto.

Nel brano che abbiamo letto oggi c’è però anche qualcosa di più: il popolo per la prima volta da quando è uscito dall’Egitto se la prende con Dio. Non era mai successo prima: normalmente si lamentava più o meno aggressivamente con Mosè, questi si ritirava a pregare e l’acqua, la manna e quello di cui gli israeliti avevano bisogno arrivava. Ma non si trattava mai di beni acquisiti una volta per tutte: arrivava ciò che era necessario per vivere, ma non per accumulare. Non c’è alcun bisogno di accumulare, di possedere, questo sembra volerci dire il Signore, ma pare che ancora oggi a tanti secoli di distanza non abbiamo ancora imparato, né capito: anche noi desidereremmo sempre la stabilità materiale. Non doverci mai più preoccupare di nulla. Possedere la sicurezza, appropriarci del futuro in modo garantito. Ma la libertà che il Signore ha donato agli Israeliti e che dona a noi è una libertà di tutt’altra natura. Non è la possibilità di arricchirsi, con tutto il corollario di egoismi e sopraffazioni reciproche, ma è la facoltà di seguirlo, è la libertà di camminare verso la terra promessa, verso di Lui. E’ la libertà di diventare come i gigli nei campi.

Ma gli Israeliti, come noi, del resto, vorrebbero la tranquillità del possesso. Sono stanchi di sentirsi precari, di essere in cammino con nulla più che un cibo “miserabile”. Vogliono la stabilità. E questa volta si rivolgono direttamente a Dio. Anzi, come dice il nostro testo “contro Dio”. E Dio cosa fa? Manda dei serpenti. L’immagine ci impressiona e ci colpisce profondamente perché i serpenti sono un simbolo che evoca immagini terribili, come antri e spelonche angoscianti, e ci spaventa perché si tratta di un animale pericoloso, il cui morso o la presa intorno ai nostri corpi sono spesso mortali ed è capace di arrivare strisciando senza fasi vedere, né sentire. Ma il serpente non è solo un simbolo negativo: l’emblema della medicina, per esempio, è un bastone con attorno un serpente, perché il serpente costituiva per molti popoli antichi (tra i quali anche i cananei e gli egizi) un simbolo di rinascita e fertilità. Allora forse, come alcuni commentatori ipotizzano, potremmo vedere nel gesto di Dio, tremendo e pauroso, di mandare tra il popolo, “serpenti ardenti i quali mordevano la gente” (Numeri 21,6) non solo uno strumento di morte, una punizione, ma un messaggio, un messaggio che potrebbe essere: volete l’Egitto? Eccolo. Volete trasformare il deserto in terra promessa senza fare alcuna fatica, senza provare a cambiare voi stessi per esserne degni: ecco quello che vi aspetta. Guardatelo bene l’Egitto che è dentro di voi, perché esso contiene il veleno. Già, contiene il veleno. E non possiamo riconoscere anche noi che la nostra bella società, la civiltà del benessere, è anch’essa piena di veleno? Che la nostra ricchezza si costruisce sulla povertà e addirittura sulla morte di altri? Che dietro alla nostra bellezza ci sono spesso lacrime e sangue?

Il Signore ci chiama, ci mostra la Via, la Sua Via. Ci libera per metterci in condizione di seguirla. Una via che è l’unica percorribile, ma che ci spaventa, ci allarma perché è tanto lontana dai nostri sogni, dai nostri desideri. Il Signore allora ci mostra che dentro i nostri sogni, dentro i nostri desideri, spesso c’è il veleno. Forse non si vede, forse neppure noi ne siamo consapevoli, ma di veleno si tratta e il veleno uccide. Ascoltiamo dunque il Signore che ci dice: guardalo il serpente, non avere paura di farlo. Guarda il serpente che è dentro di te, combattilo con la forza e il coraggio che solo il Signore ti può dare. Solo se riusciremo a vedere il serpente attorcigliato a noi, avvinghiato alle nostre vite, potremo vedere veramente il Signore. Solo se avremo il coraggio di affrontare il male che è dentro di noi, dentro ognuno e ognuna di noi, potremo andare oltre e vedere il Risorto. La croce è anche questo: guardare lo scandalo del male che ha inchiodato ad un pezzo di legno il Figlio di Dio. Noi abbiamo inchiodato al legno il Figlio di Dio, ma se sapremo vedere questo, se avremo il coraggio di guardare la croce e di sentircene responsabili, allora potremo vedere anche oltre la croce. Potremo vedere la resurrezione e la Sua luce. Il Signore è là e ci chiama, ci illumina e ci salva, alziamo con fiducia i nostri volti e i nostri occhi e là troveremo la salvezza che il Padre ci ha promesso. Amen!

Erica Sfredda