Amare è un atto – Predicazione a Rovereto di sabato 20 ottobre 2018.

LETTURE BIBLICHE:

1 Giona ne provò gran dispiacere, e ne fu irritato. 2 Allora pregò e disse: «O SIGNORE, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis. Sapevo infatti che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato. 3 Perciò, SIGNORE, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire piuttosto che vivere».
4 Il SIGNORE gli disse: «Fai bene a irritarti così?»
5 Poi Giona uscì dalla città e si mise seduto a oriente della città; là si fece una capanna e si riparò alla sua ombra, per poter vedere quello che sarebbe successo alla città. 6 Dio, il SIGNORE, per calmarlo della sua irritazione, fece crescere un ricino che salì al di sopra di Giona per fare ombra sul suo capo. Giona provò una grandissima gioia a causa di quel ricino.
7 L’indomani, allo spuntar dell’alba, Dio mandò un verme a rosicchiare il ricino e questo seccò. 8 Dopo che il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un soffocante vento orientale e il sole picchiò sul capo di Giona così forte da farlo venir meno. Allora egli chiese di morire, dicendo: «È meglio per me morire che vivere».
9 Dio disse a Giona: «Fai bene a irritarti così a causa del ricino?» Egli rispose: «Sì, faccio bene a irritarmi così, fino a desiderare la morte». 10 Il SIGNORE disse: «Tu hai pietà del ricino per il quale non ti sei affaticato, che tu non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito; 11 e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?» [Giona 4, 1-11]

8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. [Rm 13,8-10]

38 «Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. 39 Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; 40 e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle.
43 Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. [Mt 5,38-44]

PREDICAZIONE

Vorrei raccontare una breve storia: Marco e Antonio sono due conoscenti, iscritti all’università, a notte fonda stanno bevendo e giocando a carte insieme ad altri quattro colleghi, ad un certo punto scoppia una lite, Marco si lascia prendere dalla furia ed inizia a sbraitare ed urlare verso Antonio. Questi mantiene un atteggiamento calmo e riservato ma la collera di Marco è fuori controllo, si alza in piedi e sfida l’amico a fare a pugni. Antonio reagisce alla provocazione con grande calma e gli dice che avrebbe considerato la possibilità di battersi con Marco solo se prima avessero finito la partita. Nonostante la rabbia Marco accetta. Nei minuti successivi tutti imitano il comportamento di Antonio e finiscono la partita come se non fosse accaduto nulla di importante. Questo da il tempo a Marco di calmarsi e raccogliere i propri pensieri. Al termine Antonio dice con calma a Marco: “ Adesso se vuoi discuterne ancora, vengo fuori.” L’altro che ha avuto sufficiente tempo per calmarsi e riflettere si scusa e non si verifica alcuna rissa.

Una scena violenta, per fortuna solo verbalmente ma sicuramente contemporanea. Cosa ha permesso di risolvere il problema?

(Ascolto? capacità di controllare gli impulsi e le emozioni? -Magari Antonio era sobrio? Una decisione? Un’azione? )

Veniamo al brano di Paolo. Nella lettera ai Romani l’Apostolo pone due quesiti: chi fa parte della comunità cristiana e come si deve comportare che ne fa parte. Per Paolo è la fede in Cristo l’unico requisito per fare parte del gruppo di coloro che sono salvati, quindi non è necessario accettare la legge ebraica. L’altro punto è che il comportamento dei fedeli in quanto morti con Cristo e divenuti nuove creature deve essere irreprensibile. Non è quindi il linguaggio legale ad essere fondamentale ma la partecipazione alla vita di Cristo. Difatti Paolo cita i comandamenti e li supera, riassumendoli nel comandamento dell’amore. Dalle norme alla norma …”non religione dei mille precetti ma di un solo comandamento: amatevi” come ebbe a dire qualcuno.

Già … ma amare può essere una norma ? Si può davvero comandare di amare? Le emozioni non sono poi così sotto il nostro controllo, pare proprio irreale “dover” amare. Perfino ipocrita, amare una persona non amabile, non rischiamo di ingannare noi stessi e gli altri nel farlo ? Alla luce dell’Evangelo poi emerge tutta la forza dirompente di questo comando dell’amore . “Amate i vostri nemici” . Ma come, già faccio fatica ad amare chi mi sta antipatico come faccio ad amare un nemico? Già ai tempi di Cristo era un concetto sconvolgente. Amare il prossimo faceva già parte della cultura ebraica , la regola aurea, comune anche a molte culture ma amare i nemici … . E’ la grande novità del messaggio di Gesù , è un insegnamento che permea pienamente e completamente la vita stessa di Gesù, dall’inizio alla sua morte in croce. E’ la sua concezione della vita tant’è vero che in tutto il Nuovo Testamento le sue sono le sole labbra da cui lo sentiamo . Amare i nemici è la cartina tornasole della qualità del nostro amore . Allora è un compito impossibile ? Troppo alto perchè si possa raggiungerlo? Dipende da cosa intendiamo per amore.

La parola amore è divenuta spesso espressione di mero sentimentalismo oppure indica emozione che provo nel vedere l’altro persona, viene identificato come uno stato emotivo. Una piacevole sensazione in cui mi posso imbattere se sono fortunato o sensibile. Certo l’emozione dell’amare è presente nella Bibbia: un amore viscerale di Dio per le sue creature ma l’accento nei brani biblici di oggi è diverso. Come comprendiamo che Dio ci ama? E’ quanto egli ha fatto che ci fa comprendere il suo amore , a partire dal suo Figlio dato per la nostra redenzione. E’ un’azione. Anche nel nostro linguaggio comune si parla di ATTO DI AMORE: è l’amore che si identifica con le azioni. Anche nel brano di Giona lo abbiamo letto. Dio ha creato la pianta di ricino per proteggere Giona, i verbi stessi lo indicano : affaticato , fatto crescere, un amore che crea e che opera. Un amore che opera indipendentemente da cosa fa l’altro . Gli Assiri erano i nazisti dell’epoca e Dio li converte, gli manda un profeta, dimostra il suo amore operando. Giona non è molto d’accordo ecco perchè amare il nemico è qualcosa di divino, ecco perchè Gesù lo esprime così chiaramente, vediamo proprio il Signore per come egli è nella parte più intima e profonda e Gesù ce lo rivela.

Amare quindi è promuovere attivamente il bene per la persona , amare il nemico significa operare per il bene di quella persona . Non significa quindi in primo luogo modificare i propri sentimenti che proviamo nei suoi confronti ma significa cercare di fare il bene per quella persona , senza tenere conto di quelli che potrebbero essere i nostri sentimenti nei suoi confronti., L’amore AGISCE per il bene dell’altro. Questo è l’amore ci cui parla Paolo, questo è l’amore di cui parla Gesù .
Amore quindi che agisce, se torniamo alla storia di Marco e Antonio, Antonio ha agito un comportamento, ha SCELTO.

Amare il prossimo, amare il nemico addirittura: una SCELTA, un comandamento che non ha l’arroganza di imporre un’emozione ipocrita ma ha la saggezza di chiedere di scegliere e di agire.

Richiede sforzo e saggezza.

L’amore ha un carattere ATTIVO e si fonda su:
-premura
-responsabilità
-rispetto

Premura: vediamo la premura di una madre per un bambino, che prova avremmo del suo amore se non la vedessimo curare il piccolo. Se un uomo ci dicesse di amare i fiori e noi lo vedessimo dimenticare di innaffiarli: non crederemmo nel suo amore. Dio ha spiegato a Giona che l’essenza dell’amore è lavorare per qualcosa, amore e lavoro sono inseparabili.

Responsabilità, che spesso viene intesa come dovere verso un’imposizione esterna. Noi come protestanti lo sappiamo bene , a partire dalla “Libertà del Cristiano “ di Lutero: non è servizio cristiano quello non svolto nella libertà. Responsabilità quindi come libera risposta al bisogno espresso o meno di un altro essere umano

Rispetto, deriva dal latino Respicere, ovvero guardare indietro, è la capacità di vedere una persona com’è , di conoscerla nella sua individualità , di non voler che sia come sono io per sentirla più affine (quindi più facile amarla). Possiamo guardare solo se animati dall’interesse e non fermandoci alla superficie. Se guardo ad esempio mi accorgo che è ansiosa o stressata capisco che ha un senso di colpa e magari comprendo che la sua ira è la manifestazione di un malessere più profondo e la sua collera è indice di sofferenza . Rispettare, vedere l’altro è possibile, è un atto, una scelta possibile se si riesce ad annullarsi, vedendo l’altra o l’altro quale ella o egli è . Come un cielo stellato che possiamo vedere bene, completamente se le luci delle nostre città che ci avvolgono non lo impediscono.

Amare quindi come azione, come scelta fatta di passi concreti, nella premura, nella libera responsabilità, nel rispetto.

Amen

 

Alessandro Serena

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I perché della nostra fede.

Un video per trasmettere il senso della nostra fede cristiana a tutti, in modo nuovo e aperto. Con frasi e gesti molto semplici, amici e membri delle chiese valdesi e metodiste spiegano il perché della loro fede e ci raccontano cosa significa per loro il Padre Nostro.

Ideazione e sceneggiatura di Roberto Davide Papini. Riprese e montaggio a cura di Daniele Vola.

[chiesavaldese.org]

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Rendene in Bosnia. La transumanza della pace. Giovedì 22 novembre 2018 ore 20.30; con Gianni Rigoni Stern.

Giovedì 22 novembre, con inizio alle 20.30, si terrà presso la chiesa Valdese di Verona in via Duomo – angolo via Pigna, la proiezione del video documentario “Rendene in Bosnia. La transumanza della pace”, per la regia di Nicolò Salvini.

Il progetto di solidarietà sarà presentato da Gianni Rigoni Stern.

 

Protagonisti sono la comunità dei contadini ed allevatori di Suceska (Bosnia Erzegovina) e le manze e manzette di razza Rendena.

Tre stalle ed il film sono stati realizzati con i fondi donati alla chiesa valdese con l’8 per mille.

La radice del perdono – Predicazione di domenica 28 ottobre 2018.

LETTURA BIBLICA

21 Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» 22 E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
23 Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. 25 E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. 26 Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”. 27 Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: “Paga quello che devi!” 29 Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me, e ti pagherò”. 30 Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. 31 I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. 32 Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; 33 non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” 34 E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. 35 Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello».  (Mt 18,21-35)

SERMONE

La parabola del servitore spietato che abbiamo appena letto ci porta alla mente recenti fatti di cronaca. Nel testo letto, il re con il suo potere condona un debito, ma tutto finisce nel peggiore dei modi, con carcere e pena per due intere famiglie. Anche ai nostri giorni succede che una possibilità di comprensione e di perdono venga bruciata dalla frustrazione  e dalla rabbia.  Alcune settimane fa, vicino a Lecce, il fratello di una portatrice di handicap ha sparato a tre persone per un parcheggio negato! Le auto ferme davanti alla porta di casa impedivano la uscita della sorella in carrozzella.  Dopo un anno e mezzo di soprusi, si è procurato una arma ed ha ucciso tre vicini di casa appena arrivati con l’auto! Secondo il racconto del comandante dei vigili urbani, gli era stato chiesto se voleva che si provvedesse a destinargli un parcheggio riservato per portatori di handicap davanti a casa, ma lui aveva rifiutato. Diceva: «Non c’è bisogno perché nella strada c’è posto per tutti», raccontano i vicini. L’assassino ha dichiarato ai carabinieri: «Lo facevano apposta a parcheggiare le loro auto davanti a casa mia. Ho sbagliato, non voglio essere difeso, pagherò, ma dovevo mettere fine a questa storia». Come si diventa nemici lo sappiamo tutti.  Si comincia piano, pianissimo, a volte,  si comincia persino bene. Siamo pur sempre vicini di casa. Ci saranno stati saluti all’inizio, sorrisi, forse anche piccoli favori, il portone tenuto aperto per far passare il passeggino, il postino ha lasciato questa per lei.  Poi piano piano, l’abisso.  Un gesto che produce un fastidio minuscolo ma, nella ripetizione, diventa un fastidio intollerabile, un’offesa gravissima che nessun scorrere del tempo riesce a perdonare e si fa putrida nel cuore. L’altro ormai è un nemico su cui scaricare i nostri sentimenti compressi. Siamo sordi e ciechi, evitiamo  le occasioni di conciliazione che si presentano. Contro la rabbia e la frustrazione occorre fare gesti di pace, imboccare un percorso di perdono . Nella nostra regione, nelle nostre città, nella nostra chiesa il perdono è una strada da imboccare e da mantenere! In Italia, in Europa c’è un gran bisogno di perdono, non di proporre capri espiatori! Nel clima che respiriamo ogni giorno è facile armare la nostra umanità, usare l’intolleranza piuttosto che la sopportazione. Noi abbiamo imparato a diffidare, abbiamo risposto con la durezza piuttosto che con la benevolenza, con la ritorsione piuttosto che con il perdono. A conoscenza di questi fatti di cronaca  o dopo aver letto la parabola, siamo tutti d’accordo. La ricerca almeno di una conciliazione è ragionevole, evita sciagure. Il perdono, diverso dall’oblio, avrebbe reso possibile la vita di relazione. Bastava confrontare quello che sentiva con il contesto urbano, bastava calcolare la differenza tra la cifra condonata e il credito vantato! Già, ma allora di fronte ad una offesa che continua a ripetersi, quante volte dovremo perdonare? Anche i discepoli di Gesù lo chiesero. La saggezza popolare italiana è tagliente, risponde ai nostri sentimenti impulsivi,  dice il proverbio: “ la prima perdona, la seconda bastona”. La saggezza rabbinica, seguiva un fine ragionare e andava oltre : “perdona sette volte”. Gesù sfonda ogni previsione:”perdonate settanta volte sette”. Cosa ci vuol dire Gesù con questo numero che ci riempie la bocca, settanta volte sette, con questa parabola che sembra un fatto di cronaca nera sul giornale? L’annuncio di questo passo di Matteo è questo: “Il perdono va perseguito con la ragione e il sentimento, ma il senso, la misura del gesto non si trova nelle relazioni umane, ma presso Dio nostro Signore.” Il salmo che abbiamo letto in apertura del culto recita: “Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore.” Ricordiamo anche un testo che ci sovviene certo più facilmente, il Padre nostro, ogni volta recitiamo:  rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il perdono che chiediamo a Dio è legato al perdono che noi pratichiamo. Questa affermazione, letta senza attenzione, sembra dire che il nostro padre nei cieli è un nostro seguace, uno che  attende noi per agire. Impossibile.  Lui è colui che giudica. Lui è colui che ci ama per primo. Quel  COME non indica il modo, indica il tempo. Si può dire ad esempio:”Come ho messo i piedi fuori dell’auto, ha cominciato a piovere”. Dio ci perdona nel momento che noi perdoniamo  gli altri. Noi riceviamo il perdono, incontriamo il perdono divino nel tempo del nostro perdonare chi ci ha offeso. Tre domeniche fa il fratello Alessandro Serena, predicando sull’amore per i propri nemici ha spiegato: “Amare il nemico non significa modificare i sentimenti che proviamo nei suoi confronti, ma significa cercare di fare il bene di quella persona senza tenere conto di quelli che potrebbero essere i nostri sentimenti. Amare il nemico è qualche cosa di divino”. Anche per il perdono non dobbiamo affidarci ai nostri sentimenti, non dobbiamo misurare il perdono con la ragione giuridica, il perdono è qualche cosa di divino. Presso Dio troviamo il suo perdono per noi e il nostro perdono per gli altri. Lo sforzo di perdonare i nostri nemici, va inscritto  nella ricerca della azione dello Spirito Santo. Se continuiamo a domandarci : “Dio dove sei?” troveremo la forza di perdonare. Come recita il salmo, il timore di Dio, la consapevolezza della distanza tra la azione di Dio e il nostro ragionare,  è la dimensione in cui possiamo  ricevere il perdono per noi e dare il perdono agli altri. Se torniamo alla parabola comprenderemo ancora meglio il legame tra il nostro anelito al Signore e la possibilità di perdonare gli altri. “Il regno dei cieli è simile ad un re” così comincia la parabola , questo vuole avvisarci che la lettura del testo non è etica, ma teologica. Il centro della parabola non è l’etica dell’adeguarsi alle scelte del potere, se c’è un condono anche noi dobbiamo condonare. Non è neanche il bilancio tra il dare e l’avere del debito. Il condono reale è grande e rende conseguente il mio condono. Il centro è la compassione del re davanti alla preghiera del servo debitore.   Il senso, la radice del gesto reale è la compassione per chi lo invoca. Compassione che non scende nel cuore del servitore. Compassione divina che avvertiremo quando anche noi saremo compassionevoli. Conoscere la compassione di Dio, essere visitati dalla sua grazia, comprendere che solo nell’azione dello Spirito Santo, il nostro perdono rinnova la relazione con il nostro nemico. Questo ci indica la parabola. “Perdonate settanta volte sette”, queste parole di Gesù ci invitano a non cessare mai la ricerca del volto di Dio, uno sforzo di meditazione e di preghiera. Allora, il perdono per le offese che ci hanno lacerato, matureràAllora il tempo, che passando diluisce l’offesa ma non lava il guasto, sarà un tempo di grazia. Fare il bene di chi ci è stato avverso è possibile nella comunione con il figlio di Dio. Che il Signore guidi le nostre mani che cercano le mani del nostro prossimo.

Amen.

Ruggero Mica