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contro ogni forma di violenza su donne, bambine, bambini e persone vulnerabili

Lo scorso 5 dicembre la chiesa valdese, unione delle chiese metodiste e valdesi in Italia,

ha diffuso a mezzo del moderatore della tavola valdese Past. Eugenio Bernardini e della presidente

dell’OPCEMI Past. Mirella Manocchio

il documento del Consiglio ecumenico delle

Chiese (CEC) sul tema della violenza contro le donne.

 

Il documento, redatto in occasione della
consultazione mondiale sul “Decennio delle chiese in solidarietà con le donne” che si è tenuta
a Kingston (Giamaica) dal 1 al 6 ottobre 2018, è stato approvato dal comitato esecutivo del
CEC conclusosi a Uppsala (Svezia) lo scorso 8 novembre.
Si tratta di un documento importante che riguarda un tema delicato e di assoluta
attualità. Alla sua stesura ha partecipato anche la pastora Letizia Tomassone, presente alla
consultazione di Kingston per conto della Tavola Valdese e dell’Opcemi.

Sono state quindi esortate Le chiese membro e i
partner ecumenici  a condannare la violenza sessuale e di genere e ogni
forma di violenza contro donne, bambini e persone vulnerabili e a dare loro sostegno, nonché
a contrastare i comportamenti che predispongono alla violenza.

Il documento esorta le chiese membro del CEC e i partner ecumenici:
– A condannare o reiterare le loro condanna della violenza sessuale e di genere e di ogni forma di
violenza contro donne, bambine, bambini e persone vulnerabili.
– A dichiarare tale violenza un peccato.
– A compiere sforzi costruttivi per superare gli atteggiamenti che predispongono a tale violenza, tra
cui lo sviluppo di chiare politiche sulle molestie sessuali che dicano chiaramente le conseguenze
per chi compie tali molestie.
– A continuare a lavorare con organizzazioni e gruppi locali che si oppongono a tutte le forme di
violenza sessuale e di genere.
– A dare sostegno nelle diverse forme, anche elaborando percorsi di guarigione dai traumi subiti da
donne, ragazze e altri soggetti vulnerabili a tali violenze nelle loro comunità.

Al link il documento integrale:

dichiar_wcc_violenze_genere2018

 

La presenza di Dio che libera dalla paura. Predicazione del 2 dicembre 2018, prima domenica di Avvento

LETTURA BIBLICA

67 Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito Santo e profetizzò, dicendo: 68 “Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo, 69 e ci ha suscitato un potente Salvatore nella casa di Davide suo servo, 70 come aveva promesso da tempo per bocca dei suoi profeti; 71 uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano. 72 Egli usa così misericordia verso i nostri padri e si ricorda del suo santo patto, 73 del giuramento che fece ad Abraamo nostro padre, 74 di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, 75 in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita.
76 E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai davanti al Signore per preparare le sue vie, 77 per dare al suo popolo conoscenza della salvezza mediante il perdono dei loro peccati, 78 grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dio; per i quali l’Aurora dall’alto ci visiterà 79 per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace”. (Luca 1,67-79)

 

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
questa bellissima preghiera, che Zaccaria pronuncia per benedire il Signore alla nascita di suo figlio Giovanni è anche una dichiarazione di fede. L’affermazione della fede nel Dio che farà conoscere la salvezza al proprio popolo è la Parola che restituisce la voce a Zaccaria, che era stato reso muto all’annuncio dell’angelo che prometteva la nascita di Giovanni.
Questo mutismo di Zaccaria mi ha molto colpito, perché mi sembra tanto simile al mutismo che colpisce le nostre chiese cristiane oggi: talvolta restiamo zitti perché siamo talmente stupiti e meravigliati che abbiamo bisogno di un tempo per elaborare le nostre esperienze di fede, altre volte ci troviamo ad essere confrontati con dimensioni realtà di fede diverse da quelle che ci sono state insegnate e in cui abbiamo creduto con tanto zelo e così non riusciamo a dare una testimonianza, restiamo muti come Zaccaria. In questa storia però, proprio durante la cerimonia in casa in cui si deve dare il nome al bambino Zaccaria abbraccia il messaggio di novità portato dall’Evangelo e conferma la dichiarazione di Elisabetta sul nome del bambino: non si chiamerà Zaccaria, bensì Giovanni.
Un passaggio importante perché questa cerimonia che avviene a casa di Zaccaria, mi ha tanto ricordato la cerimonia del nome che avviene anche nella tradizione Ghanese: l’uso di riunirsi a casa e di chiedere ad un membro anziano della famiglia quale sia il nome del bambino.
Un uso che è tipico del mondo della Bibbia, che è rimasto nell’uso tradizionale Ghanese, e che nelle nostre chiese Valdesi e Metodiste è stato inserito nel momento del battesimo, che era anche il momento in cui si dava il nome al bambino o alla bambina.
Quante aspettative entrano in gioco quando si inizia a pensare ad un nome da dare ad un nascituro, si pensa ai nomi belli, ai nomi che hanno un significato, a quelli di un personaggio importante o famoso talvolta nomi epici, storici, biblici, talvolta anche nomi di Hollywood o addirittura inventati, per essere più originali degli altri.
Qui però il mondo di significato è diverso, perché il nome rappresenta la storia di fede della famiglia e la sua trasmissione alle generazioni future. Il nome Zaccaria racconta di una fede nel Dio che sempre si ricorda del proprio popolo, della memoria di un passato di fedeltà, il nome Giovanni invece apre la prospettiva della Grazia, testimonia non soltanto di un passato di fedeltà, ma di un’attualità in cui il Signore è presente e si prende cura delle nostre piccole e grandi storie personali.
Conosco personalmente il dolore delle tante coppie che non riescono ad avere figli, della ricerca di una soluzione, del senso di colpa e anche del profondo senso di fallimento quando mese dopo mese le speranze di genitorialità vengono disilluse.
Il mutismo di Zaccaria è quindi simile al riso di Sara all’annuncio dell’angelo è l’affermazione dell’incredulità di fronte a Dio che si manifesta. Sembra quasi che dicano: Ho tanto sofferto che non riesco più neppure a sperare che possa esserci una realtà diversa da quella che ho già vissuto e ho paura di sperare ancora per paura di essere disilluso di nuovo.
Sono curiosa però e forse anche un po’ impertinente, nell’associare i sentimenti di Sara, di Abramo, di Elisabetta e di Zaccaria a quelli delle nostre chiese di oggi: tante volte anche noi non siamo disponibili ad aprirci alla novità dell’Evangelo.
C’è una frase che tutti i pastori e tutti i ministri della chiesa conoscono molto bene: “ si è sempre fatto così”, oppure la sua versione gemella “questo non si è mai fatto prima”. Queste frasi esprimono pienamente il sentimento di Zaccaria, che porta con sé il ricordo di una tradizione potente e strutturata, mentre la seconda racconta dell’incredulità dei familiari, alla cerimonia del nome, quando viene annunciato il nome di Giovanni, il Dio di Grazia, il Dio che si prende cura con misericordia.
Qui è l’Evangelo della Resurrezione che prende piede, nel bel mezzo dei prodromi del racconto di Natale: Dio che promette di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita. La presenza di Dio è una certezza, possiamo vivere finalmente liberati dalla paura.
Questa è la grande proclamazione, il messaggio del Cantico di Zaccaria il compimento delle promesse fatte a Davide.
La salvezza è dunque libertà dai nemici, ma anche avvento del Salvatore che è la Luce delle Nazioni, il Messia, il Cristo.
La lunga attesa è già finita perché l’adempimento delle promesse di Dio è già iniziato: Dio ha innalzato il corno della nostra salvezza, ovvero quella forza travolgente che può superare qualsiasi ostacolo. Gesù è il compimento della promessa fatte ad Israele. Una promessa in continuità con le liberazioni avvenute in passato e con la chiamata ad uscire fatta al popolo e ad Abramo. Tanti certamente videro in Gesù un capo esclusivamente politico, senza comprendere invece l’avvento di una novità tanto grande da rassicurarci e da riconciliarci anche con i nostri spettri e con i nostri nemici interiori. La liberazione dal nemico ha quindi una dimensione cosmica e personale al tempo stesso, e ogni giorno possiamo vivere e servire Dio in giustizia e santità.
Giovanni e i suoi seguaci sono inseriti in questa storia di salvezza, come precursori del Figlio dell’Altissimo, banditori della salvezza e annunciatori del perdono.
Sorelle e fratelli credo che in questo cantico, più che in altri, ci siamo anche noi, che non siamo come Gesù, ma possiamo essere come Zaccaria e come Giovanni e i suoi discepoli coloro che preparano il campo all’avvento del Cristo. L’opera di Giovanni è infatti descritta come un invito al ravvedimento, alla conversione e soprattutto al perdono dei peccati e all’esperienza della salvezza.
Anche nel nostro oggi c’è bisogno di un annuncio forte, che richiami alla conversione, all’interconnessione, al perdono dei peccati, alla pace. l’Aurora dall’alto ci visiterà per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace”.
L’aurora dall’alto è l’inizio del nuovo giorno, in cui anche noi rinasciamo per fede riconciliati con Dio, con gli altri esseri viventi e con il creato intero e nel rapporto con noi stessi.
Se accoglieremo questa liberazione anche il nostro servizio a Dio sarà diverso perché non ci sarà più la paura del giudizio e delle critiche che troppo spesso si ha timore di ricevere anche nei nostri ambienti, un dono offerto con gioia e in gratitudine, senza paura anche di noi stessi e delle nostre incapacità, dei nostri limiti e delle nostre debolezze, poiché apparteniamo pienamente a Dio ogni giorno della nostra vita. Dio ridà la parola a Zaccaria e lo fa anche con noi affinché possiamo testimoniare della possibilità di una vita nuova e della speranza del Regno che viene.
Amen

 

Past. Laura Testa

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“Il vangelo secondo Mafalda”, serata di presentazione del libro lunedì 17 dicembre 2018.

Qualcuno l’ha definita “teologia pop”, cercando di identificare un genere che accosta senza timori i temi teologici ad elementi della cultura popolare: dal fantasy alla fantascienza e , perchè no, al fumetto d’autore. L’accostamento a prima vista ardito è quello capace -scardinando approcci tradizionali- di spingere alla riflessione. Chi ha detto che la profondità del pensiero non possa essere favorita dalla rottura di schemi consolidati?   In questo solco si muove il testo “Il vangelo secondo Mafalda” di Marco Dal Corso, che lunedì 17 dicembre 2018 alle ore 20,30 presso il tempio valdese di Verona di via Duomo angolo via Pigna, sarà presentato dall’autore in dialogo con la Pastora Laura Testa della chiesa valdese di Verona.

L’ingresso è libero.

Al link la locandina dell’evento:

DalCorso-Mafalda-locandina-b3

Le cose di prima sono passate, Dio fa nuove tutte le cose. Predicazione di domenica 25 novembre 2018.

LETTURE BIBLICHE

8 Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. 9 Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento. 10 Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate. 11 Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, non dovreste voi avere un comportamento santo e pio, 12 mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno? 13 Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia. 14 Perciò, carissimi, aspettando queste cose, fate in modo di essere trovati da lui immacolati e irreprensibili nella pace; 15 e considerate che la pazienza del nostro Signore è per la vostra salvezza. (2Pt 3,8-15)

22 Nella santa città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illumini, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada. 24 Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria. 25 Di giorno le sue porte non saranno mai chiuse (la notte non vi sarà più); 26 e in lei si porterà la gloria e l’onore delle nazioni. 27 E nulla di impuro, né chi commetta abominazioni o falsità, vi entrerà; ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. 1 Poi mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2 In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. 3 Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i suoi servi lo serviranno, 4 vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. 5 Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli. (Ap 21, 22-27; 22,1-5)

 

SERMONE

Cari fratelli e care sorelle, la prima epistola di Pietro scrive “Glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.” Dare conto della speranza che è in noi,  questo vuol dire essere credenti. Siamo qui insieme per alimentare questa speranza, per viverla nell’allegria e renderla duratura. Quale più grande speranza possiamo concepire se non il giorno del Signore, la fine del tempo che conosciamo? La speranza di una nuova Gerusalemme in cui il Signore prepari le dimore dove mangerà la Pasqua con ciascuno di noi dopo la morte? La speranza di un luogo.  Come dice Gesù  al cap 14 del Vangelo di Giovanni, “quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi”. Questa speranza ci aiuta a non rimuovere totalmente l’evento finale delle nostre vite. Questa speranza  va oltre la paura della morte, paura che alberga dentro ciascuno di noi. Questa speranza mi aiuta a sopportare quello che mi fa male e mi tormenta cioè la morte mia …. la paura della morte dei miei parenti, dei miei amici.. e tanti già non ci sono più. Non vi nascondo la mia difficoltà a riflettere su questa tematica, infatti la mia esperienza di fede è stata sempre molto calata nel presente, nel tempo in cui viviamo. I sinottici, il vangelo di Giovanni, le epistole, i profeti sono i testi che mi hanno parlato nel corso della mia vita. Ma alla fine della Bibbia troviamo l’Apocalisse, in inglese Revelation. Non è un caso se l’Apocalisse, questo affresco di visioni che descrive la fine dei tempi, è l’ultimo libro della Bibbia.  Essa chiude ogni testimonianza biblica del rapporto tra l’Eterno e il suo popolo e apre su un tempo che non conosciamo, su cui invece di testimonianze abbiamo solo visioni. Parlando di visioni apocalittiche dobbiamo stare molto attenti a distanziarci da tutta la cultura apocalittica popolare che ci pervade. Le profezie di Nostradamus, i calcoli cabalistici sulla fine del mondo, c’ è un filone di libri, di film e anche tutto un filone di cultura religiosa legata all’idea della fine del mondo, che non è biblico e legge solo in superficie la questione. Apocalisse parola greca, tradotta  in italiano corrente  è rivelazione. L a comunità di Giovanni attende la rivelazione della volontà di Dio. Dio offre una parziale rivelazione delle realtà ultime all’autore. Rivelazione. Questa parola descrive bene i contenuti di questo libro e sfugge alla cultura apocalittica. La fine dei tempi descritta dall’autore Giovanni, pur essendo ricchissima di visioni fantastiche, non è una enorme nottata di fuochi pirotecnici che rappresentano la fine del mondo. Giovanni usa un linguaggio figurato per dare nuovi contenuti alla speranza delle prime comunità cristiane. Per accompagnarle in una attesa del ritorno di Gesù che va ben oltre i tempi delle loro previsioni umane. Per sostenerle nel vivo di difficoltà mortali. Ma veniamo ai  testi che abbiamo letto, la visione di Giovanni nella Apocalisse : “ In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. “ (22, 2)- In mezzo alla piazza di questa nuova Gerusalemme si vede un albero, le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni, non per il solo popolo di Israele, non servono gli sforzi di separazione dagli altri popoli, di purificazione, siamo fuori da ogni tentazione identitaria. Dopo la morte,  alla fine del tempo che conosciamo cosa ci aspetta? Sarà il paradiso perduto  da Adamo ed Eva? Troveremo la fontana dell’eterna giovinezza? Sarà una verde vallata dove vivere in piena salute? La speranza che ci comunica l’Apocalisse pur essendo in continuità con il linguaggio di Isaia o di Ezechiele se ne discosta nettamente. Il brano dell’Apocalisse innanzi tutto non riguarda un solo popolo, un solo luogo, ma si estende a tutti i popoli, a tutto il globo della terra. Poi non soddisfa i bisogni umani.  Isaia  recita “ i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani, non costruiranno più perché un altro abiti”.  Giovanni con le sue visioni sposta invece la attenzione dall’opera delle nostre mani alla città celeste in cui tutti noi abiteremo.  La visione idilliaca del lupo che abita con l’agnello si trasforma nella scomparsa di ogni peccato dalla creazione. “il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più”.  Il mare non c’era più! Nella cultura di Israele il mare era il regno del male, casa di mostri abitanti gli abissi, per noi oggi il mare è invece immagine di vacanze al sole, allora perché farlo sparire?  Ma se pensiamo alla predicazione di alcune domeniche fa della pastora Testa che descriveva il mare inquinato di plastica o gli annegamenti dei migranti nel Mediterraneo, allora possiamo condividere questa speranza, il peccato umano che guasta il mare, sarà cancellato alla fine dei tempi, avremo un mare amico. La visione di Giovanni sulla futura fine dei tempi, non è un bosco con alberi magici, ma una città, una città ripiena della presenza del Signore. Questa nuova Gerusalemme pur essendo circondata dalle mura è ben distante dalla città che ogni ebreo rimpiange. Non ha un tempio e le sue porte sono sempre aperte,  chi non sta nella città non è un nemico da combattere, ma resta fuori dalla comunione con Dio. Già perché più di descrivere cosa è la nuova Gerusalemme, l’autore sottolinea chi è la nuova Gerusalemme. La presenza di Dio e dell’Agnello illumina ogni cosa, riempie ogni cosa, completa ogni cosa. Accanto al Padre e al Figlio sta l’albero della vita, mai stanco di germogliare, che con le sue foglie guarisce le nazioni. Dio abiterà fra gli uomini, come veniva descritto dal vangelo di Giovanni per l’inizio dei tempi,  quando agiva la Parola creatrice. La Parola che ha abitato fra noi,  Gesù il figlio di Dio, l’Agnello, siederà sul trono  e noi vedremo il suo volto. La presenza così pregnante del Dio uno e trino farà nuova ogni cosa. L’annunzio di questa mattina è questo: Il giudizio finale farà sparire i cieli, la terra e il mare pieni del nostro peccato, la venuta del Figlio dell’uomo asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate, ecco un nuovo cielo e una nuova terra, una nuova Gerusalemme per i Suoi popoli.Questo annunzio, questo futuro che ci viene prospettato è una grande speranza, la più grande che noi si possa concepire.  Questa speranza risponde alle domande che sono nascoste in ogni mente interessata alla trascendenza. L’Apocalisse non rivela un mondo fantastico pieno di delizie, ma rivela che la presenza del Signore toglie il peccato dalla creazione esistente, completa la finitezza e l’imperfezione del mondo in cui abbiamo speso la nostra vita, apre una nuova dimensione. Dice il Signore: “le cose di prima sono passate …… io faccio nuove tutte le cose” questa speranza escatologica riguarda noi tutti, il termine della vita coinvolge ciascuno nel suo tempo. Questa speranza escatologica si riflette anche sul vissuto di ogni giorno, sul futuro dell’umanità. Moltmann, un teologo tedesco, sostiene la necessità della riscoperta di una concezione collettiva della speranza cristiana come fattore centrale nel pensiero  e nella vita del singolo individuo e della chiesa. Egli scrive: ”La Speranza sostiene e fa avanzare la fede, la Speranza è anche la forza che mette in azione  e sospinge il pensiero della fede, la sua riflessione sulla natura umana,   sulla storia e sulla società. …. Essa apre una prospettiva di futuro che ricomprende ogni cosa, anche la morte; essa può ricondurre in quella prospettiva anche le limitate speranze di rinnovamento della nostra vita, relativizzandole e orientandole”. Coltivare questa speranza collettiva con allegria e tenacia  è il compito della chiesa valdese di Verona, che lo Spirito faccia risuonare nelle nostre menti l’esortazione della prima epistola di Pietro  “attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio”.

Amen.

Ruggero Mica