La venuta del Regno – Predicazione di domenica 10 dicembre – 2a di Avvento

Lc 21,25-33

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde; 26 gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo; poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria grande. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina». 29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

SERMONE

Nella seconda domenica di avvento il lezionario ci propone un brano non facile, che non è immediato per le orecchie di noi donne e uomini del XXI secolo. Parla di eventi sconvolgenti, cataclismi che si sarebbero dovuti verificare a breve per la generazione del I secolo che leggeva questi passi. Sappiamo che le prime comunità cristiane attendevano l’imminente e potente venuta del Signore e sappiamo che ben presto si dovettero confrontare con una realtà che non vedeva Gesù apparire sulle nubi e stravolgere l’ordine costituito, lo schema , la figura di questo mondo come lo chiama l’apostolo Paolo . Eppure, al termine del brano è chiaramente riportato : “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”: si tratta di parole eterne. Quindi a cosa siamo di fronte, al più grande fraintendimento della storia o a qualcosa che ci parla oggi, proprio perché le parole di Gesù non passano.

L’Evangelo annuncia segni terribili in grado di angosciare l’umanità intera, il mare, i flutti simboleggiano il male che avanza, in grado di spaventare, di atterrire, ma a fronte di questo si dichiara la futura venuta di Gesù. Futuro dunque ma improvvisamente il tono cambia si invita il lettore a fare qualcosa ora, subito: guardarsi intorno. Si passa dal futuro al presente. Osservate il germogliare degli alberi, -è scritto-cogliete i segni perché la liberazione è vicina. Futuro e presente si agitano in sostanza intorno a quello che è il fulcro del brano, il diamante risplendente che illumina questi versetti: “Il Regno di Dio è vicino” ! Siamo al cuore del messaggio di Gesù, Egli non ha fatto altro che annunciare il Regno in tutta la sua vita, con le sue parabole, con i suoi gesti pieni di misericordia, con l’invito a convertirsi, con la sua morte da schiavo, con la sua risurrezione.

Il Regno quando?

Allo stesso tempo presente e futuro : equivale al fatto che il Regno è nascosto e deve essere manifestato. Dio è eterno comprende in se passato presente e futuro. Quindi il Regno è presente! Il Regno di Dio, in un altro passo dell’Evangelo di Luca, ci viene detto, è in mezzo a voi. Nell’originale greco questo essere in mezzo intende esattamente il fare esperienza, il Regno non è meramente un pio desiderio per il futuro, non è esclusivamente una realtà che descrive il definitivo trionfo di Dio che verrà, è all’interno della realtà sperimentabile, è attuale, allora come oggi. Supera il tempo: dove c’è Dio c’è anche futuro, il futuro germoglia. La realtà di Dio contiene il futuro , Dio non può essere imprigionato nel nostro presente, non è chiuso circoscritto, delimitabile, con dei confini. Quindi il Regno è futuro. Nell’Evangelo si parla del Regno come un qualcosa tra il già e il non ancora per usare una celebre espressione Quindi il Regno è il futuro che avanza nel presente, è l’influsso del futuro sul presente; è certamente oggetto dell’attesa, ma nella preghiera e nella realtà, in alcune realtà, futuro e presente si toccano.

Il Regno dove?

Dove? Dove vi è liberazione. Il Regno è intervento di liberazione, è scritto chiaramente nel brano, liberazione dallo schema , dalla figura di questo mondo , come dice l’apostolo Paolo; è luogo dove allora le regole di questo mondo non valgono più, dove sono scardinate le logiche disumanizzanti della società del più forte o del più ricco o del più violento. Il Regno è il no radicale di Dio alla sofferenza umana, è la benevola, amorevole volontà divina, che non è però disgiunta dal giudizio, dal monito severo verso chi si oppone alla liberazione del prossimo, Dio giudica i rapporti disumanizzanti.

Il Regno è di Dio, non è delle chiese non è di organizzazioni, è di Dio! Lo capiamo perché tutte le parabole di Gesù che annunziano il Regno trattano di scene di vita quotidiana, nella profanità: un contadino che semina, una donna che impasta il lievito, un mercante di perle che trova quello che cercava e non ci sperava più, un uomo che nel suo campo trova un tesoro, un pescatore che tira le reti a riva. Cosa molto dimenticata: il Regno di Dio è laico, non appartiene all’universo religioso . Dio colloca il Regno nello spazio laico, nello spazio umano, nello spazio di tutti. Non si nota, è nascosto, sarebbe facile dire: “Il Regno è nella chiesa”, perfetto allora siamo a posto, in pace. Invece no! Il Regno è dove il mondo, la società, le persone, la comunità di fede, i singoli di ogni cultura e religione, credenti o atei o areligiosi, diventano sorgente di trasformazione per spezzare catene, sollevare i sofferenti, curare e consolare. E noi cristiani allora? Per noi cristiani il Regno è Gesù, è la sua persona, il Regno è quindi la sequela, seguirlo, ieri come oggi. La comunità cristiana allora deve contestare, ribellarsi contro il carattere che pare definitivo e ineluttabile delle regole del gioco del mondo. Perché? Perché siamo servi, prigionieri della Parola per dirla con Lutero e quindi liberi di non stare a queste regole del gioco.

Il Regno, e noi?

Il Regno non è opera nostra , allora cosa possiamo fare? Liberare Dio dalla prigione religiosa, abbiamo bisogno di un Dio che spazia nel mondo profano, dobbiamo essere portatori sani di questo virus che ci ha contagiati che fa parte di noi, che però non fa ammalare ma che libera.

Essere strumenti della libertà che solo il Dio che viene può donare, attraverso tre elementi: guarigione, pane, Parola.

La guarigione Gesù risanava, guariva. Sappiamo che il verbo greco usato nei Vangeli, tradotto con guarire è traducibile anche con il termine curare. La cura è una forma di guarigione. Il Regno di Dio è vicino dove ci si prende cura dei malati, nel corpo e nello spirito. Tante guarigioni riguardano gli indemoniati, sono profezie del Regno che è il luogo in cui i demoni sono scacciati. Viviamo in una società indemoniata, basti pensare al demonio della violenza, Gesù era un profeta disarmato, pensiamo ai testimoni della non violenza, Ghandi, Martin Luther King, ma anche venendo al quotidiano, a chi non reagisce ma non demorde di fronte alla violenza di ideologie che pensavamo sepolte e che sempre più spesso si presentano dove si lavora per la pace e per l’integrazione. Oppure il demonio della menzogna, dove tra proclami politici, messaggi ingannevoli, fake news, la comunicazione è come mai in passato oggetto di strumentalizzazione del prossimo e non di liberazione. Pensiamo inoltre al demonio del possesso che riguarda tutti, tutti noi.

Il pane quotidiano, la prima domanda del padre nostro è: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, prima ancora del perdono. Assistiamo impotenti alla morte per fame. Dove il Regno è vicino accade la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Anche la prima lettura, dal primo libro di Samuele lo racconta: Dio alza il misero dalla polvere, innalza il povero dal letame. E’ il rovesciamento del mondo la promessa di Gesù: molti ultimi saranno primi e molti primi saranno ultimi. Dio lo capovolge perché è costruito male, perché i primi sono sempre più primi e gli ultimi sono sempre più ultimi. Il senso non è creare una gerarchia rovesciata ma abolire le gerarchie, secondo la parola proibita di Dio: uguaglianza. Dove vi è uguaglianza, il Regno è vicino. La disuguaglianza è il contrario di quello che predica Gesù; lo vediamo ogni giorno. Pensiamo anche alla semplice parola extracomunitario: extra: al di fuori, stai fuori, mentre, come noi, è cittadino del mondo. Nei lager libici, nei campi che circondano l’unione europea, dove per una scellerata egoista politica europea si confinano esseri umani cui si nega la dignità e libertà. L’esclusione è il contrario di quello che fa Gesù.

La Parola: guarire e sfamare sono irrinunciabili per chi si professa cristiano, ma lo è anche testimoniare nell’annuncio, che è parte integrante delle nostre azioni. Noi agiamo non perché buoni, non lo siamo, ma come conseguenza naturale perché giustificati, perché dichiarati giusti da Dio, salvati dalla Sua grazia. Quale gioia, salvati, perdonati, accolti nel nostro peccato. Come non condividere questa gioia, enorme, abbondante, tracimante. “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi” è scritto nella prima lettera di Pietro. Potremmo aggiungere: O saremo evangelizzatori o non saremo nulla.

Il Regno e noi.

In conclusione il Regno è l’esistenza di chi non fa la grande storia ma delle persone con cui Dio scrive la sua storia. Gesù -ed il Vangelo di oggi lo dice chiaramente- ha posto i segni del mondo nuovo ed ha creato speranza. Noi, siamo chiamati a cogliere i segni e ad essere canne al vento, che si piegano docili al soffio dello Spirito, affinché Egli venga, perché il regno è la vita del mondo.

Amen.

 

Alessandro Serena