Il pensiero di Buber in “Due tipi di fede”: tratti e criticità.

Il libro di Martin Buber, pubblicato per la prima volta a Zurigo nel 1960 e tradotto in italiano solo nel 1995,  occorre  considerarlo alla luce del pensiero dialogico di Buber.  Se è vero che nella sua opera più significativa “Io e Tu” (1923) esprime il principio dialogico come capacità di stare in relazione con la natura, con gli uomini, ed in particolare con Dio –come si coglie nella relazione tra il popolo di Israele e il Signore espresso nell’alleanza- è vero che in “Due tipi di fede” emerge con forza il dialogo uomo-Dio.

 

L’Io si fa Io solo nel Tu, quindi l’Io autentico si realizza solo rapportandosi con le altre persone, e quindi alla Persona. Credo che questa possa essere una delle chiavi di lettura del testo: la relazione uomo-Dio come im-mediata, scevra di qualsiasi necessità di mediazione, in particolare da parte del Cristo.
E’ quindi il testo oggetto di questa relazione un libro apologetico, come ebbe modo di definire il suo amico e filosofo Hugo Bergmann (1). David Flusser nella postfazione del testo evidenzia infatti come la fede ebraica venga presentata immune da difetti, ben presenti in entrambe le fedi considerate. Ciò non fa venire meno il principio ispiratore, non solo del libro ma della vita di Buber, che nel dialogo, ebraico cristiano ma anche arabo-israeliano, vede un valore importante per entrambe le fedi, capace di originare arricchimenti reciproci. Condizione del dialogo è che nessuno rinunci ai propri fondamenti, un dialogo che non cede al compromesso ma che si apre alla comprensione. Altro elemento che ritengo evidente è un dualismo che pervade l’opera, netto, in molti aspetti. Ad esempio il contrasto, tra il Gesù, giudeo palestinese e Paolo, giudeo ellenizzato è forte: l’ellenizzazione, la teologia di Paolo e di Giovanni sono quindi il primo tradimento del messaggio di Gesù. Paolo vede la salvezza nella fede nel Cristo, venuto e risorto, in contraddizione con la fede ebraica che si fonda sul valore dell’adempimento al comandamento divino e che impegna totalmente l’essere. La deificazione di Gesù come elemento estraneo all’ebraismo autentico mi fa pensare al fatto se fosse esistito o meno un solo ebraismo autentico. Conosciamo le diverse correnti di pensiero: esseni, farisei di diverse scuole, sadducei, un giudaismo ellenistico diffuso e maggioritario, presente non solo nella diaspora ma anche in Palestina. Buber parla di un giudaismo che pare monolitico ma i riferimenti più frequenti sono in realtà a quello farisaico, precursore della tradizione rabbinica. Per Martin Buber l’ebraicità di Gesù è estrema, al livello di un credente radicale. Ciò non gli impedisce di cogliere la novità e l’importanza del Gesù storico, animato come Paolo da una motivazione escatologica ma dove l’intenzionalità nell’osservanza dei precetto costituisce la vera novità. Esiste quindi uno scarto tra la visione del Nuovo Testamento e l’autocomprensione di Gesù.

Le due fedi.
La riflessione di Buber sulla fede ed il rapporto con Dio è profondissima: il potere del credente è quello che gli deriva da Dio, il potere di Dio possiede il credente, potere ove vige l’onnipossibilità.
Esiste una differenza sostanziale, secondo Martin Buber (ed ecco un altro dualismo) tra l’emunà, la fede ebraica e la pìstis, cristiana. Io e Tu anche in questo caso: l’Io dell’ebraismo e il Tu cristiano, non assorbibile dall’ebraismo, inalienabile e altro rispetto al primo. Siamo al cuore dell’argomento di “Due tipi di fede” (nell’originale tedesco Glaubensweisen, che rende maggiormente la distanza tra le due religioni). L’emunà come condizione di contatto tra i due capi di un rapporto, all’interno di uno stato di prossimità dell’essere finito al Tu eterno; la pìstis come atto in cui si ritiene per vero. Si potrebbe rilevare una forzatura nella separazione tra due elementi che possono essere costitutivi alla fede in generale. Si crede in, si crede a . Credere qualcosa significa credere in qualcuno. Contatto, fiducia, appartenenza comunitaria, permanenza, credito: li possiamo rilevare in entrambe le fedi descritte in realtà.
La fede cristiana ha comunque questa radice : un avvenimento , qualcosa che ti accade , diversa dalla fede di Israele che è una condizione in cui ci si trova. Vediamo qui le due fedi in azione: la fiducia anticotestamentaria, incrollabile –come presente in Giobbe, che non cessa di avere fiducia- cui si aggiunge nel cristianesimo l’ èlenchos della filosofia greca, la prova, la dimostrazione.
Il tradimento paolino.
In una visione ben definita del Gesù storico, così come percepito dall’autore –che cita Bultmann come un suo riferimento- emerge comunque la grandezza dell’apertura e del pensiero di Martin Buber che , non senza trasporto, riconosce in Lui un suo “grande fratello”, il cui ruolo nella storia della fede di Israele “non può essere definito con nessuna delle categorie usuali”, come scrive nell’opera in questione. Ecco che la conversione significa avere fiducia, fiducia che si realizza nella totalità della vita. Il Regno annunciato da Isaia è declamato da Gesù come presente. La percezione di sé di Gesù non è pensabile senza smagliature , l’umanità stessa prevede che vi siano dei sussulti . L’umanità e solo essa è in gioco con Martin Buber che vede nella teologia giovannea la perdita dell’atteggiamento dialogico , diretto e concreto riportato dai sinottici. Altro esempio di aggiunta o travisamento lo si rileva in Gn 15,6, dove il filologo (in questo caso) ritiene che “l’accreditamento “ del Signore ad Abramo , come riportato nella traduzione della LXX faccia perdere il senso dell’originale zedaqà che esprime l’accettazione ed il ricambio della coerenza di Abramo e della sua adesione fattiva a quanto si era prefisso. Abbiamo qui il tema della trasformazione paolina della fede israelitica, nella lettura che fa del brano di Genesi. Un Paolo che risente dell’influenza gnostica: la consegna di Cristo ai signori di questo eone (Rm 8,13), che disarma le forze e le potenze (1 Cor 15,24). Un Dio paolino che indurisce il cuore di Israele, diverso dal Dio di Gesù . Gesù che ha fede nella grazia, Paolo che ha fede in Gesù . Paolo che nella sola salvezza possibile in Cristo nega la remissione dei peccati sempre presente in realtà, come si recita anche nel Padre Nostro (ecco un altro tradimento ). Paolo che elimina la grazia al di fuori di Cristo, rappresentando un Dio simile a quello descritto da Emil Brunner (2): “Dio non può consentire che si intacchi il suo onore; la legge stessa esige la reazione divina”, la pienezza di grazia del solo Mediatore. Punto di vista che contrasta con quello ebraico ben rappresentato da Kafka : l’assenza del giudice, l’assenza del signore del castello, “l’umanità incoraggia lo scettico a dubitare, il credente a credere” (3). Per l’ebreo significa essere al riparo nella tenebra. Paolo che trascura la pratica, perché la legge non può essere adempiuta. Un adempimento che esteriormente è possibile secondo Buber .

Il Gesù storico : percezione e storia
La Legge, la Torah , l’insegnamento come specifica l’autore nella corretta traduzione. Gesù si muove al suo interno nello spirito della dottrina farisaica sull’orientamento da conferire al cuore umano, nel pieno rispetto del senso originario della Torah: è l’interiorità dell’uomo che si arrende al carattere interiore dell’esistenza di Dio. Da questo punto di contatto si riconosce però il superamento che effettua Gesù nel detto di amare i nemici, un superamento che si coglierà molto più avanti nel chassidismo. Parlare di Gesù pone il problema resurrezione. Buber lo affronta vedendo in esso un’origine nel pensiero giudaico del “rapimento” (Enoch , Elia); i farisei inoltre credevano in una resurrezione finale. La resurrezione del singolo è invece un concetto greco che attecchisce nella visione paolina. Quale l’autopercezione di Gesù? Il profeta perseguitato, il servo sofferente, il mistero messianico del Deutero-Isaia possono averlo illuminato ma è nell’apocalittica, a partire da Daniele 7 che trae origine quell’opera di deificazione effettuata da Paolo e Giovanni . Si nota nel commento dell’autore a Marco 10,18 come Gesù, dicendo al giovane ricco, osservante dei precetti divini, di seguirlo per essere perfetto, come un’aggiunta all’insegnamento divino che non sarebbe pensabile, evidenziando il pensiero che guida Martin Buber nell’esegesi. L’opera di deificazione, un processo che si discosta dai contenuti anticotestamentari, il Dio che si rivela e si nasconde è senza immagine ed è immediato. Non necessita di Vie, o di Porte (Gv 14,6; 10,9) . Ed ecco che Martin Buber spiazza il lettore: nel bel mezzo della sua ermeneutica riconosce il valore di Gesù, legata al fatto che grazie alla fede in Lui la salvezza è giunta alle nazioni. Gesù uomo e salvatore in quante tale ! Un cristianesimo di successo nella storia, grazie anche al ribaltamento che effettua nella lettura dello scandalo del male: dal profeta che soffre per Dio a Dio che soffre per amore dell’uomo. La nuova immagine di Dio per la quale hanno combattuto i popoli cristiani .
La conclusione è netta: le due fedi sono essenzialmente differenti e tali rimarranno fino a che “il genere umano non verrà radunato dall’esilio delle religioni nel Regno di Dio”.

Alessandro Serena

Bibliografia:

Briefwechsel aus sieben Jahrzehnten, III, Heidelberg, Lambert Schneider, 1975, p.179.
Emil Brunner, Der MIttler, Stuttgart, 1938.
Franz Kafka, Der Schloss, Leipzig, Kurt Wolff Verlag, 1926.