C’è Gesù … e ci sono i suoi amici. Predicazione di domenica 29 aprile 2018

LETTURA BIBLICA:

Giovanni 15, 1-13

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. 9 Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa.12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 

SERMONE

Come state oggi? Chiediamocelo un attimo, come ci sentiamo oggi? In questo momento. Quante emozioni se ci pensiamo. Diamo loro un nome. Sono sereno/a, inquieto, felice, triste, speranzoso, cupo , rassegnato, pacificato o combattuto. Quali sono le emozioni in gioco? Tante. E quante sono le emozioni in gioco nelle nostre comunità? Gioia e serenità quando le cose vanno bene ma anche disagio o tristezza quando vanno male. Oltretutto tutte queste emozioni sono ben mescolate. Si agitano in noi e nelle nostre chiese incessantemente.

D’altronde quanto è complicata la vita nelle comunità cristiane. In tutte, senza eccezioni. Siamo esseri umani: incomprensioni, diffidenze, malintesi, ricordi dolorosi, ripicche, talora astio, avversione. ma si possono passare ore, giorni, perfino anni a macerare nel disagio e nella frustrazione. Siamo esseri umani e come tali cosa amiamo fare più di ogni altra cosa? Giudicare. Ah ma siamo in buona compagnia, se guardiamo alla storia delle chiese il giudizio impera, fin dai tempi della chiesa primitiva, se guardiamo alle nostre storie personali e di comunità anche oggi. Il primo tema di oggi è una domanda: “Di fronte alle difficoltà nell’essere sorelle e fratelli che si fa?”.

Su questo quindi interviene il capitolo 15 dell’Evangelo di Giovanni che ci viene proposto oggi dal lezionario della quinta domenica dopo Pasqua, è uno “statuto dell’amore per le comunità”. Cos’è uno statuto ? E’ ciò che è stato disposto, deliberato. Non so se avete mai assistito ad un colloquio tra avvocati, quando la discussione si fa incerta ad un certo punto qualcuno dice: vediamo cosa dice il codice, prende il testo e lo mette sul tavolo, al centro e con quello si lavora. Ecco cosa è il brano di oggi: qualcosa da mettere al centro, al centro delle comunità cristiane, al centro delle dispute , al centro delle incomprensioni, al centro delle difficoltà. Al “quindi che si fa” si risponde prendendo questo testo e mettendolo al centro, qui nel culto e nelle nostre assemblee di chiesa, di là nelle riunioni del consiglio e negli studi biblici o nella scuola domenicale, oltre quella porta, nelle nostre case, vicino al nostro computer quando mandiamo e-mail, a fianco del nostro telefono quando parliamo. Ecco la risposta al “quindi che si fa?”: prendiamo questo testo e lo mettiamo al centro! Questo significa la Parola che vive, la Parola che posta al centro può aiutarci a superare diffidenze, incomprensioni, antipatie, freddezze.

Il secondo argomento è: qualunque cosa si faccia, come lo facciamo ?

Abbiamo parlato del testo di Giovanni come di uno statuto ma non inteso come complesso di norme: affìdati a noi stessi come singole persone saremmo rovinati e affìdati a noi stessi come chiesa saremmo totalmente inadeguati. Il pastore, Vittorio Subilia, (pastore a Palermo ed Aosta durante la seconda guerra mondiale e nel primo dopoguerra, resse dal 50 al 76 la cattedra di teologia sistematica della nostra facoltà) ebbe a dire: “Non lasciatevi troppo impressionare … dalla poca fede della chiesa e non prendetela troppo sul serio, perché questo sarebbe un segno che non prendete abbastanza sul serio l’Evangelo e la sua capacità di fare tutte le cose nuove”. L’Evangelo fa le cose nuove; Gesù fa le cose nuove e Gesù stesso interviene nei passi di oggi con parole chiare nel dirci quanto siamo sostenuti dal Padre che agisce nelle sue comunità. E qui è la risposta al secondo quesito su come lo facciamo: con Dio che agisce nelle sue comunità.

Dio agisce nelle sue comunità. Non a caso il capitolo 15 con la sua stupenda immagine della vite e dei tralci giunge subito dopo la promessa del dono perfetto: Gesù ha appena promesso lo Spirito Santo al quale ci affida. Tutto il Vangelo di Giovanni è impregnato dell’azione dello Spirito ed anche alla luce della sua presenza leggiamo il brano di oggi. Il brano all’interno di un discorso di saluto ai discepoli, ha quindi particolare importanza, è la lettera di saluto di chi va verso la croce, rappresenta il lascito, quanto Gesù vuole che resti bene impresso.

La prima frase lo chiarisce immediatamente: Gesù è la vite, la vite vera, sappiamo che la vite nell’Antico Testamento è il popolo di Israele -lo abbiamo visto nella prima lettura- ma qui Gesù si riferisce alla comunità cristiana: Gesù e comunità sono insieme, è un rapporto profondo, intrecciato. Il tralcio non esiste senza la vite e la vite non esiste se non attraverso i tralci. E’ una relazione intima, personale, senza mediatori; lo vediamo anche dal verbo rimanere (o dimorare a seconda della traduzione) : quanto spesso ricorre nel brano, esso rappresenta un legame di reciprocità: non solo Dio è il tempio dell’uomo ma l’uomo è il tempio di Dio. Dio viene ad abitare dentro l’uomo; Dio che i cieli e la terra non possono contenere è in noi: è una delle verità più importanti dell’intera Bibbia e l’immagine della vite e dei tralci la vuole rappresentare.

Dopo “rimanere” C’è un altro termine che salta agli occhi: nella traduzione della Riveduta è reso con “potare” ma la nuova traduzione della Bibbia della Riforma lo riporta più correttamente usando il termine “purificare”. Al versetto 2: “ogni tralcio che porta frutto lo purifica perché ne porti ancora di più”. E’ sempre l’azione di Dio al centro, Egli purifica, Egli perfeziona, Egli agisce attraverso i suoi servi affinché portino frutto. Quali sono questi frutti: la fede e l’amore, la fede è amore e l’amore si nutre di fede. Notiamo bene: l’amore si nutre di fede cioè del rapporto intimo e personale con Gesù! Lui è la radice del nostro amore e se non c’è amore facciamoci due domande … .

Risuonano parole ammonitrici: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo recide” e poi “se uno non rimane in me viene buttato via come il tralcio e secca”; pensiamo alla vite ed al suo legno. Avete mai visto travi fatte con legno di vite? O tavoli o siede? No perché è un legno nodoso, contorto, è un legno inutile per un falegname, un legno che non serve a niente se non è vivo e solo se è vivo produce uva. Queste parole dure ci richiamano al fatto che l’amore è una cosa seria , non semplice questione poetica o emotiva: l’amore qui perde il tratto edulcorato perché l’amore divenga forza e coraggio di dire un altro e non se stessi! Martin Buber bene lo narra nei sui racconti dei Chassidim: “Un giorno una persona chiede all’altra -Tu mi ami?_ L’altro risponde -certo che ti amo-. La prima chiede -Tu sai qual è la mia pena?- l’altra replica -No come faccio a sapere qual è la tua pena?-. Quindi la prima conclude: -Allora non mi puoi amare perché non sai qual è la mia pena-“.

Vi sono persone, qui, accanto a noi, che hanno dei pesi sul cuore, anche gravi, ce ne accorgiamo? Vi sono delle persone, che sono sole, ce ne accorgiamo? Conoscere il dramma dell’altro, dirlo, riuscire a farne parola, questo è amore e questo Gesù raccomanda alle sue comunità.

Un padre della Chiesa, Eusebio, scriveva che Giovanni da vecchio parlava solo di amore e di questo amore continua a parlare Gesù, nello stesso stile del brano ci pare sentire risuonare l’appello accorato di Cristo, di chi si rivolge ai suoi amici e ci chiama così: amici! “Rimanete nel mio amore, rimanete nel mio amore”, ripete. Non siamo soli in questo: “Chiedete quello che volete e vi sarà dato” è scritto: significa che abbiamo la certezza che Lo Spirito è in giro per il mondo facendo la sua opera di sostegno, consolazione incoraggiamento, pacificazione, abbiamo la certezza che nel rimanere nel suo amore abbiamo la gioia, una gioia vera, piena , perfetta.

Ricordiamo quanto detto all’inizio: questo è uno statuto dell’amore per le comunità cristiane, quando le cose vanno storte richiamiamoci a questo, mettiamolo al centro dei nostri tavoli. C’è Gesù e ci sono i suoi amici , questa è la comunità cristiana!

Amen

Alessandro Serena