Chiunque crede in Lui non perirà! – Predicazione di domenica 15 luglio 2018

LETTURE BIBLICHE: Numeri 21,4-9; Giovanni 3,14-19

4 Poi i figli d’Israele partirono dal monte Hor, dirigendosi verso il Mar Rosso, per fare il giro del paese di Edom; e il popolo si scoraggiò a motivo del viaggio. 5 Il popolo quindi parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo miserabile cibo». 6 Allora l’Eterno mandò fra il popolo dei serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e molti Israeliti morirono. 7 Così il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro l’Eterno e contro di te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti». E Mosè pregò per il popolo. 8 L’Eterno disse quindi a Mosè: «Fa’ un serpente ardente e mettilo sopra un’asta; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, vivrà». 9 Mosè fece allora un serpente di bronzo e lo mise sopra un’asta; e avveniva che, quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, viveva.
Numeri 21,4-9

14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie ».
Giovanni 3,14-19

Il passo che abbiamo letto oggi è molto forte, ricco di passione e profondamente umano: ricordo di averlo letto per la prima volta negli anni della Scuola Domenicale, quando ero una bimba e che mi aveva molto impressionata. Ancora oggi rivedo la scena come era illustrata nel libro e come me la ero immaginata allora, molti corpi riversi, uccisi dal veleno dei serpenti e alcuni uomini e donne in ginocchio, terrorizzati, ma col capo rivolto verso il serpente di rame. Che situazione piena di pathos: uomini, donne, bambini, probabilmente in lacrime, terrorizzati, il cui istinto, ovvio, evidente, sarebbe quello di guardare per terra alla ricerca dei serpenti, ma a cui Mosè impone di non guardare per terra, ma al serpente di rame. Proviamo per un attimo ad immaginare cosa devono aver provato in quel momento gli Israeliti, cosa proveremmo noi, adesso, se la chiesa si riempisse di serpenti e io vi dicessi di non guardare per terra, di non ascoltare il morso, che pur percepite nella vostra carne, ma di guardare solo alla croce che sta sopra di me. Chi di noi riuscirebbe? Chi di noi non cederebbe alla tentazione di guardare per terra e di cercare di colpire 1 o 2 o quanti più serpenti è possibile?

Ma cominciamo dall’inizio: gli Ebrei stanno attraversando il deserto, un percorso non facile, pieno di insidie, un percorso dove a momenti di gioia ed allegrezza, nei quali i cuori sono pieni di entusiasmo e fiducia e coraggio, si alternano momenti di delusione e scoraggiamento. Momenti in cui viene la tentazione di cercare un capro espiatorio e di lamentarsi, affermando il solito “Stavamo meglio prima!”, nonostante fossimo prigionieri, nonostante fossimo schiavi. Non sappiamo che farcene di questa libertà, non ci porta da nessuna parte, solo alla morte. E così uomini e donne cominciano ad essere sempre più nervosi, sempre più aggressivi gli uni verso gli altri, sempre più sospettosi: chi ci ha ridotti così? Perché tu mangi più di me? Mi stai rubando l’acqua! Si comincia a vedere in tutti coloro che ci sono vicini dei nemici, dei concorrenti. E contemporaneamente si comincia a guardare al passato con occhiali rosa: come stavamo meglio prima! Come era tutto più facile! Certo eravamo schiavi, ma il cibo era garantito, avevamo un tetto sicuro, una vita faticosa, sì, ma senza sorprese. Non c’era nulla da decidere, rischi da correre, nessun colpo di scena, nessuna responsabilità da assumersi.

Non capita tante volte anche a noi? Nei momenti di fatica e difficoltà non cominciamo ad idealizzare il passato? A pensare che in quel tal periodo in cui ci lamentavamo tanto, in fondo stavamo bene, non ci mancava nulla! Quanto spesso il presente ci appare pieno di insidie, perché non sappiamo dove ci stia conducendo, ci manca un punto di appiglio e allora ci lasciamo andare, cediamo ai nostri incubi, alle nostre paure e cominciamo a guardarci l’un l’altro con sospetto, con paura, con aggressività. Italiani contro stranieri, stranieri con permesso di soggiorno contro stranieri clandestini, asiatici contro africani, uomini contro donne. Chi ci circonda non è più un fratello, una sorella, ma una minaccia, qualcuno da cui difendersi, da cui guardarsi con attenzione e sospetto.

Nel brano che abbiamo letto oggi c’è però anche qualcosa di più: il popolo per la prima volta da quando è uscito dall’Egitto se la prende con Dio. Non era mai successo prima: normalmente si lamentava più o meno aggressivamente con Mosè, questi si ritirava a pregare e l’acqua, la manna e quello di cui gli israeliti avevano bisogno arrivava. Ma non si trattava mai di beni acquisiti una volta per tutte: arrivava ciò che era necessario per vivere, ma non per accumulare. Non c’è alcun bisogno di accumulare, di possedere, questo sembra volerci dire il Signore, ma pare che ancora oggi a tanti secoli di distanza non abbiamo ancora imparato, né capito: anche noi desidereremmo sempre la stabilità materiale. Non doverci mai più preoccupare di nulla. Possedere la sicurezza, appropriarci del futuro in modo garantito. Ma la libertà che il Signore ha donato agli Israeliti e che dona a noi è una libertà di tutt’altra natura. Non è la possibilità di arricchirsi, con tutto il corollario di egoismi e sopraffazioni reciproche, ma è la facoltà di seguirlo, è la libertà di camminare verso la terra promessa, verso di Lui. E’ la libertà di diventare come i gigli nei campi.

Ma gli Israeliti, come noi, del resto, vorrebbero la tranquillità del possesso. Sono stanchi di sentirsi precari, di essere in cammino con nulla più che un cibo “miserabile”. Vogliono la stabilità. E questa volta si rivolgono direttamente a Dio. Anzi, come dice il nostro testo “contro Dio”. E Dio cosa fa? Manda dei serpenti. L’immagine ci impressiona e ci colpisce profondamente perché i serpenti sono un simbolo che evoca immagini terribili, come antri e spelonche angoscianti, e ci spaventa perché si tratta di un animale pericoloso, il cui morso o la presa intorno ai nostri corpi sono spesso mortali ed è capace di arrivare strisciando senza fasi vedere, né sentire. Ma il serpente non è solo un simbolo negativo: l’emblema della medicina, per esempio, è un bastone con attorno un serpente, perché il serpente costituiva per molti popoli antichi (tra i quali anche i cananei e gli egizi) un simbolo di rinascita e fertilità. Allora forse, come alcuni commentatori ipotizzano, potremmo vedere nel gesto di Dio, tremendo e pauroso, di mandare tra il popolo, “serpenti ardenti i quali mordevano la gente” (Numeri 21,6) non solo uno strumento di morte, una punizione, ma un messaggio, un messaggio che potrebbe essere: volete l’Egitto? Eccolo. Volete trasformare il deserto in terra promessa senza fare alcuna fatica, senza provare a cambiare voi stessi per esserne degni: ecco quello che vi aspetta. Guardatelo bene l’Egitto che è dentro di voi, perché esso contiene il veleno. Già, contiene il veleno. E non possiamo riconoscere anche noi che la nostra bella società, la civiltà del benessere, è anch’essa piena di veleno? Che la nostra ricchezza si costruisce sulla povertà e addirittura sulla morte di altri? Che dietro alla nostra bellezza ci sono spesso lacrime e sangue?

Il Signore ci chiama, ci mostra la Via, la Sua Via. Ci libera per metterci in condizione di seguirla. Una via che è l’unica percorribile, ma che ci spaventa, ci allarma perché è tanto lontana dai nostri sogni, dai nostri desideri. Il Signore allora ci mostra che dentro i nostri sogni, dentro i nostri desideri, spesso c’è il veleno. Forse non si vede, forse neppure noi ne siamo consapevoli, ma di veleno si tratta e il veleno uccide. Ascoltiamo dunque il Signore che ci dice: guardalo il serpente, non avere paura di farlo. Guarda il serpente che è dentro di te, combattilo con la forza e il coraggio che solo il Signore ti può dare. Solo se riusciremo a vedere il serpente attorcigliato a noi, avvinghiato alle nostre vite, potremo vedere veramente il Signore. Solo se avremo il coraggio di affrontare il male che è dentro di noi, dentro ognuno e ognuna di noi, potremo andare oltre e vedere il Risorto. La croce è anche questo: guardare lo scandalo del male che ha inchiodato ad un pezzo di legno il Figlio di Dio. Noi abbiamo inchiodato al legno il Figlio di Dio, ma se sapremo vedere questo, se avremo il coraggio di guardare la croce e di sentircene responsabili, allora potremo vedere anche oltre la croce. Potremo vedere la resurrezione e la Sua luce. Il Signore è là e ci chiama, ci illumina e ci salva, alziamo con fiducia i nostri volti e i nostri occhi e là troveremo la salvezza che il Padre ci ha promesso. Amen!

Erica Sfredda