LETTURA BIBLICA

11Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,

Questo discorso di Gesù è uno dei più belli e dei più conosciuti di tutto il Vangelo di Giovanni. Molte volte infatti, soprattutto in momenti di crisi, le parole di Gesù che ci dice di essere il buon pastore ci consolano e ci calmano l’animo.

C’è differenza tra Gesù e qualunque altro pastore, Gesù ha con le sue pecore un legame di responsabilità e d’amore profondo, tale da dare la propria vita per loro.

Questa metafora meravigliosa è stata la prima immagine nella storia dell’arte che ritrae Dio in maniera antropomorfa: Un pastore con un agnellino sulle spalle.

I pastori erano delle persone autorevoli nel mondo in cui Gesù nacque e visse, erano guide per il popolo, conoscevano il territorio ed erano attrezzati adeguatamente per difendere le pecore nel caso in cui i lupi o altri animali feroci le attaccassero.

La contrapposizione tra il buon pastore ed il mercenario è dunque basata non sull’entità del lavoro, ma sulla relazione che c’è tra chi guida ed accudisce le pecore ed il gregge.

Chiunque può svolgere molte mansioni, anche quella pastorale, ma se ciò che si compie non è legato ad una vocazione, se non coinvolge nell’intimo, se non implica delle relazioni affettive con le persone, non serve a nulla, anzi lascia spazio all’azione del “lupo”, metafora del male, che rapisce e disperde.

Questo modello potrebbe essere applicato a moltissime situazioni odierne: ogni volta che si sottovaluta la propria responsabilità nei confronti degli altri, si lascia aperta la porta al male che disperde e che rapisce.

Troppi sarebbero gli esempi di categorie professionali che sempre di più si avvalgono di “polizze assicurative” contro possibili danni; liberatorie da responsabilità che si diffondono in ogni ambito, dall’insegnamento alle chiese, passando per gli ospedali e i luoghi di cura. Ogni volta che a qualcuno è data la responsabilità di prendersi cura di qualcun altro si prova a tutelarsi.

Il continuo delimitare l’ambito della responsabilità ha instaurato il protocollo della fuga dalla responsabilità: il mercenario vede il lupo e fugge abbandonando le pecore a se stesse. E come in molte pagine evangeliche in questo testo Legge ed Evangelo, Grazia e Giudizio arrivano assieme: i mercenari siamo noi.

La nostra è la società in cui ogni responsabilità è limitata e non ci si sente mai pienamente responsabili, mai pienamente scossi per ciò che avviene attorno a noi.

Pensiamo alle nostre famiglie, ai nostri amici, alle nostre Chiese, alle città la responsabilità è sempre dell’altro.

Abdicando però a prenderci la responsabilità, rinunciamo anche a prenderci la nostra parte di spazio vocazionale, rinunciamo ad esercitare i talenti che il Signore ci ha donati al servizio della chiesa e del prossimo.

Rinunciamo alla nostra vocazione quando ci giriamo dall’altra parte rispetto alla fame nel mondo, alle disuguaglianze sempre crescenti nella distribuzione delle risorse; rinunciamo a seguire il Signore quando ci giriamo dall’altra parte di fronte ai morti in mare, alle torture operate dalle dittature “amiche”, quando non ci poniamo delle domande rispetto ai cambiamenti climatici, all’avvento di figure di leadership imposte con la forza: rinunciamo ad essere fedeli al nostro rapporto con il Signore ogni volta che non siamo abbastanza informati e consapevoli, ogni volta che vediamo ed intuiamo che il male sta arrivando e lasciamo l’ovile senza protezione e le pecore in pericolo.

Un giudizio forte, che ci mette in crisi, che ci impone un cambiamento radicale, il Signore ci mostra infatti quale è la strada da seguire: l’esempio fulgido e dolce del Cristo che unico buon pastore offre la sua vita per le pecore.

Il Signore offre la sua vita per “tutte” le pecore, non importa se più o meno docili, non importa se di un colore o di un altro, non importa se di una religione o di un’altra: il Signore offre la sua vita per tutta l’umanità.

Mettersi alla sequela del Cristo significa anche rinunciare alle nostre pretese di primazia o di superiorità, ogni persona umana è nostro fratello e nostra sorella, l’ovile di Dio è più grande delle nostre chiese, è più grande delle nostre città, delle nostre famiglie, dei nostri paesi, l’ovile di Dio è più grande dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

Egli è l’unico infatti che possa prendersi cura di tutti e di ciascuno in questo rapporto intimo e personale, eppure che si offre per tutti. L’amore di Dio per l’altro non diminuisce il suo amore per noi. Siamo tutti resi simili nel suo amore, pecore ammansite dal suono dolce della sua voce.

Siamo quindi chiamati a resistere al male e a fidarci di Cristo, il nostro solo buon pastore. Resistere alla paura del male dentro di noi, che ci fa scappare davanti alle avversità; resistere al male che vediamo vicino a noi tenendoci informati, mantenendo relazioni di pace attorno a noi, solidarizzando con coloro che subiscono trattamenti ingiusti o disumani. Siamo chiamati a prendere parte contro il male prendendoci la nostra parte di responsabilità nel mondo.

Il buon pastore è con noi in questo, egli non ci lascia da soli, ci difende dal male dentro e fuori di noi. Accogliamo il suo dono e la sua promessa di vita: un unico gregge con un solo pastore, senza più differenze confessionali, senza guerre, senza muri di confine, senza deportazioni e dittature, senza fame, senza malattie. Un unico gregge amato e curato da Dio.

Amen

Past. Laura Testa