“Giustizia e misericordia significano schierarsi”. Predicazione di domenica 13 novembre.

Michea 6-6,8
Con che cosa verrò in presenza del Signore e mi inchinerò davanti al Dio eccelso? Verrò in sua presenza con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni, le miriadi di fiumi d’olio? Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?
O uomo, Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? 

PREDICAZIONE:
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo la parola del profeta Michea ha un’attualità fortissima.
In un tempo di persecuzioni violente, di deportazioni e di divisione tra nord e sud del paese Egli si rivolge al popolo per richiamarlo alla volontà di Dio, e all’ “antica” via che conduce al suo cospetto.
Michea visse in un periodo di profonde trasformazioni sia per il regno del sud, sia per quello del nord, e la sua opera profetica non è univoca, ma si distingue in oracoli di salvezza e in oracoli di giudizio, tra denunce e salvezza.
La denuncia andava alla classe dirigente del tempo, con i re Ezechia ed Osea che avevano condotto il popolo verso tasse altissime, l’asservimento all’Assiria, la deportazione, l’esilio e addirittura la cancellazione del regno di Samaria.
Ma certamente le parole di giudizio si rivolgevano nei confronti della classe dirigente fatta di scribi, di sapienti, di profeti e di sacerdoti, una corte di persone che avevano concorso in varia misura alla rovina del popolo: non avevano permesso che si rendesse conto di ciò che stava accadendo.
Falsi profeti, un po’ come i cattivi maestri del tempo, ebbero una fortissima capacità di farsi ascoltare dal popolo e lo inebetirono a suon di “va tutto bene”, “non ci accadrà nulla” e invece il popolo aveva perso sempre di più il contatto con quello che era la volontà del Signore, non si era accorto del pericolo, anche politico, che incombeva.
Al culmine della disgrazia per il regno del nord, all’approssimarsi della deportazione, Michea rivolge un appello accorato al popolo, che lo chiama a rivedere completamente i propri comportamenti e a ritornare all’antica ricerca delle due componenti fondamentali della fedeltà a Dio: la giustizia e la lealtà.
Il popolo perso nel suo smarrimento cerca una risposta nel culto, ma lo fa in maniera formale ovvero offrendo olocausti, ripensando al momento tragico della morte dei primogeniti all’uscita dall’Egitto, ma non mette nemmeno per un attimo in questione la propria fede, e il proprio attaccamento alla Parola di Dio.
In un certo modo questa è un appello che si rivolge anche a noi oggi, quasi chiedesse anche a noi di guardare a noi stessi, alla nostra chiesa, alla nostra società, alle nostre famiglie, alla nostra vita nel suo complesso.. e ci invitasse a fare una seria considerazione su come noi cerchiamo di rimanere fedeli al Signore.
Sarà seguendo le regole e i regolamenti in maniera perfetta? Avverrà inchinandosi ciechi di tutto ciò che ci sta attorno? Sarà forse evitando di guardare al nostro progressivo invecchiamento e alla nostra litigiosità conclamata? Anche i dibattiti televisivi, tra coloro che avrebbero il compito di offrirci un esempio, i politici e i governanti, è troppo spesso lasciato all’improvvisazione, alle urla e talvolta anche ai giochi segreti che possono influenzare le scelte dei potenti.
Una realtà certo molto diversa dal quella tra il 722 e il 734 aC, ma nella sua modernità esprime proprio lo stesso senso di spaesamento del popolo, che non sa più come fare per rivolgersi a Dio. Una ricerca di spiritualità enorme che è cresciuta negli anni della crisi: sempre più persone cercano un riferimento spirituale, una Chiesa, un gruppo di pari, di fratelli e sorelle, una dimensione, di senso.. ma sempre più grande e più forte è l’ignoranza dal punto di vista biblico, o dei riferimenti fondamentali della religione cristiana.
Sappiamo anche noi annunciare giustizia, lealtà e misericordia come chiave del ritorno a Dio ?
il profeta Michea invece spiega bellamente che la salvezza è per tutti e per tutte, che avverrà senza violenza e spargimento di sangue, che sarà una potente forza benigna e benefica per tutti. Certo i nemici di Dio vanno eliminati.. ma chi sono sorelle e fratelli? Chi sono questi nemici di Dio? Non sono di certo le potenze straniere, magari gli immigrati o i diversi che tanto ci fanno paura.. no! I nemici del Signore sono tutti gli idoli in cui gli israeliti confidano: eserciti, fortezze, indovini, strateghi, false divinità, e questo è ciò che il Signore sterminerà; le false certezze che non salvano ma che ci tengono intrappolati e schiave.
Solo ritornare a Dio, avvicinandosi a Lui, possiamo liberarci da idoli vecchi e nuovi, tornare a Dio significa riscoprire giorno dopo giorno quella vecchia via che passa per la giustizia e per la lealtà: due parole che oggi sono ancora più desuete e antiquate che ai tempi del profeta.
La ricerca della giustizia infatti è quella capacità costante, richiesta anche in preghiera di andare oltre alla lettera della legge, per poter guardare negli occhi il fratello e la sorella, ogni essere umano che vive e respira senza dispute o rancori. La ricerca costante della giustizia implica lo schierarsi da una parte, significa rispettare i patti e restare ad essi fedeli. Prendersi cura che ci sia giustizia non solo per me, i miei familiari e per la bella parte di mondo in cui vivo, significa prendere parte con gli ultimi della terra, ed evitare che restino soli. Ma la ricerca della giustizia passa anche dalle nostre storie relazionali, dove talvolta anche noi esercitiamo ingiustamente il ruolo di Dio.
Un cambiamento totale di mentalità ci è richiesto, una decisione mansueta di rispondere a quella chiamata di lealtà a Dio e alle promesse che Egli ci ha rivelate per mezzo di Cristo Gesù.
Amen
Pastora Laura Testa