Ecumenismo: una necessità per i cristiani.

Protestantesimo, ecumenismo e pluralismo.

Per risalire allo spirito ecumenico che contraddistingue il protestantesimo contemporaneo, non è sufficiente analizzare la storia dell’ecumenismo a partire dagli inizi del XX secolo, periodo che ha visto la nascita e l’istituzionalizzazione di percorsi ed organizzazioni internazionali. Percorrendo la storia della Riforma e procedendo verso il passato, occorre superare le reciproche scomuniche tra chiese cristiane ed il clima di contrapposizione che – sebbene costitutivo all’interno della disputa teologica e della definizione identitaria della Riforma e del cattolicesimo post-tridentino- hanno originato spargimenti di sangue ed orrori, compiendo un reale tradimento del messaggio di Cristo. Arriveremo così all’origine del termine “protestantesimo” che oggi identifica le Chiese appartenenti al protestantesimo storico, luterane e riformate. Tale termine espresse la reazione -nel corso della II dieta di Spira del 1529- da parte di cinque principi elettori e di 14 città che avevano aderito alla Riforma, al ritiro da parte imperiale della concessione fatta nella dieta tenutasi tre anni prima. Essa prevedeva infatti che ciascuna autorità politica decidesse autonomamente se permettere o meno la predicazione evangelica. Una “protestatio”, corale quindi, che faceva seguito alla dichiarazione individuale di Lutero che a Worms nel 1521 rifiutò di ritrattare le sue affermazioni ed opere, in nome del primato e del vincolo della Scrittura. Una “protestatio” che identifica un atteggiamento di resistenza ed opposizione a leggi e norme che pretendono coartare o violare la coscienza dei singoli. Il protestantesimo racchiude quindi in maniera connaturata ad esso il concetto di libertà e di pluralismo. Non possiamo non vedere come anche quest’ultimo concetto sia intrinsecamente legato all’origine stessa del Cristianesimo. Già nella nascita e sviluppo della Chiesa primitiva si possono osservare le diverse tradizioni che la animavano. Limitandoci alla Siria e Palestina del I e II secolo si identificano cinque diverse tradizioni cristiane (1): quella dei detti (Fonte Q), quella Antiochiena, kerigmatica, dove probabilmente Paolo apprese molto dei contenuti della sua teologia, quella Giovannica, connotata da una fratellanza priva di gerarchie, quella giudeo-cristiana e quella gnostica. Rileviamo anche le differenze tra una Chiesa gerarchica, episcopale, quella che vinse potremmo dire, quella degli Atti e quella che originò il quarto Vangelo, per non parlare delle differenze tra il cristianesimo paolino e quello gerosolomitano. Non possiamo dimenticare inoltre che abbiamo due testamenti, quattro Vangeli e che sebbene da Marcione a Taziano si sia spesso cercato di conciliare le differenze, tali tentativi non hanno mai raggiunto lo scopo di uniformare un messaggio che si presenta articolato e ampio. Diversità che nasce anche sulla base di un ebraismo che è plurale e che quindi , nelle sue diverse manifestazioni, ha influito sui primi circoli cristiani. Potremmo pensare –ad esempio- al fariseismo della scuola di Hillel , piuttosto che non all’ebraismo ellenistico. In poche parole il pluralismo è caratteristica sia del cristianesimo che del protestantesimo .

Diversità ed unità nel protestantesimo.
La diversità come dato di fatto quindi e nel contempo la chiamata all’unità . Come conciliarle? Ecco la rilevanza della Scrittura che in Paolo (Ef. 5,4 ss.) ci ammonisce:  “Noi crediamo la Chiesa una, perché uno è il Signore, una la fede, uno il battesimo, uno l’Iddio, padre di tutti”. Di conseguenza potremmo dire che l’ecumenismo è necessario perché “Dio lo vuole ” (2). In seno al mondo protestante ed evangelico in generale, le due tensioni, diversità ed unità si sono costantemente presentate, stante la capacità ed il desiderio di confrontarsi con la contemporaneità. “Il protestantesimo ha in generale cercato di immergersi nella corrente, di rischiare sé stesso nella storia. Era stato così anche nei secoli precedenti: l’ecclesiologia protestante favorisce un confronto serrato tra la parola biblica e le sfide del tempo…” (3). D’altro canto , nel contempo “Tutta la dottrina della Riforma, a prescindere dalle singole confessioni di fede, potrebbe essere riassunta nelle seguenti espressioni latine: , Sola Fide, Sola Gratia, Solus Christus, Sola Scriptura.” (4). Altre caratteristiche portanti sono: l’adesione ai credo ed alle formule come espressi nell’Apostolico (contenete espressioni risalenti al II secolo) e nei concili del IV e V secolo (Niceno-Costantinopolitano del 381 e di Calcedonia nel 451); la collegialità (rivoluzionaria nel XVI secolo l’abolizione o il ripensamento della figura del vescovo; una costante attenzione alla necessità del cambiamento (Ecclesia semper reformanda); le confessioni di fede: Augustana , Elvetica, i 39 articoli anglicani… .
Unità espressa in maniera mirabilmente concisa ed efficace nelle tre confessioni appena citate: La chiesa di Cristo è dove il Vangelo è rettamente annunciato e i sacramenti correttamente amministrati. Diversità nelle forme e spiritualità delle famiglie confessionali e delle denominazioni, come anche nei modelli ecclesiali: episcopale, presbiteriano, congregazionalista. Nel protestantesimo possiamo rilevare cinque famiglie confessionali: luterana, riformata, anglicana, battista, metodista. Movimenti di risveglio, rispondenti sul piano teologico all’azione dello Spirito, su quello sociale alla necessità di rivitalizzare il cristianesimo spesso ingessato in Chiese ormai dominanti. Spiccano tra essi il battismo, il pietismo tedesco, il metodismo. Assistiamo inoltre a correnti trasversali alle varie denominazioni: ecumenico, carismatico, evangelicale.

Documento del sinodo valdese sull’ecumenismo (1998)
Il movimento ecumenico , per propria natura nasce quindi in seno al protestantesimo. Urgente agli inizi del XX secolo la necessità di confrontarsi a fronte dei nuovi quesiti imposti dall’attività missionaria. Non a caso fu nel 1910 , in occasione della conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, che si iniziò un cammino che portò poi alla creazione di quelle organizzazioni accomunate dalla necessità di arrivare all’unità visibile della chiesa: nel 1948 il CEC (consiglio ecumenico delle chiese), nel 1959 la KEK, (conferenza europea delle chiese), nel 1973 la CPCE (commissione delle chiese protestanti in Europa-concordia di Leuenberg) per arrivare infine ad un documento condiviso anche con la chiesa cattolico-romana (Charta Oecumenica, 2001) .
In questo contesto la Chiesa evangelica valdese, tramite il suo sinodo (delle Chiese valdesi e metodiste), produsse nel 1998 un documento in grado di affrontare in maniera organica il tema ecumenico, dalle motivazioni, allo stato dell’arte delle relazioni con le altre chiese, fino agli obiettivi e linee guida.
Chiarendo immediatamente nel preambolo come l’ecumenismo sia rispondente alla Parola che richiama ad un solo corpo, un solo Spirito un solo Signore (Ef. 4,4-6), il documento evidenzia come la cristianità si sia divisa più volte e come la varietà e la diversità facciano parte della natura stessa della Chiesa una, in quanto esse sono caratteristiche umane: Il fatto stesso che nella Bibbia si abbiano diverse concezioni e teologie illustra tale concetto, rilevando come siano illustrati i molteplici aspetti di una unica realtà e verità : la rilevazione di Dio in Gesù. L’uniformità infatti contraddice l’azione dello Spirito che si manifesta nella varietà dei doni. La Chiesa come corpo di Cristo non è divisa, perché Cristo non è diviso (1 Cor 1,13), è la Chiesa come realtà storica e umana ad essere divisa. Interessante in questa sezione come alcuni termini identifichino l’atteggiamento adeguato al percorso ecumenico: Chiese che sinceramente desiderano manifestare unità, che hanno iniziato un cammino di pentimento e rinnovamento, imparando ad accogliersi gli uni gli altri, non ignorando e banalizzando le divisioni, consapevoli che nessuna chiesa esaurisce la “pienezza di Dio” (Ef, 3,19). Senza perdere di vista che la principale ragione dell’ecumenismo è che “il mondo creda” (Gv, 17,21). Nei rapporti con le altre chiese evangeliche sono evidenziati i passi compiuti in Italia : la nascita del consiglio federale delle chiese evangeliche nel 1946, la rubrica televisiva “protestantesimo”, la società biblica in Italia (interconfessionale dal 1983), il programma “essere chiesa insieme” promosso dalla federazione delle chiese evangeliche in Italia, il patto di integrazione nel 1979 delle Chiese valdesi e metodiste, in piena comunione con l’unione cristiana evangelica battista d’Italia. Si riportano anche gli elementi di diversità: l’interpretazione del testo biblico (storico-critico nella Chiesa valdese), le scelte etiche (ravvisando nella Chiesa valdese la stretta unione tra responsabilità verso gli esseri umani e comandamento dell’amore, nello spazio della libertà di Cristo ). Diversità che non impediscono un rapporto di fraternità non essendo intaccato il centro della confessione di fede. Nei rapporti con le Chiese ortodosse si sottolinea come il movimento ecumenico rappresenti un importante terreno di incontro, con particolare riferimento al Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) ed alla Conferenza delle Chiese Europee (KEK). L’ortodossia , che può essere considerata la forma più antica di cristianesimo, avendo ben salde le origini nella Chiesa sub-apostolica e nei padri della Chiesa, si caratterizza per la fedeltà alla Chiesa del primo millennio . Vi sono importanti affinità e diversità tra Chiese riformate ed ortodosse. Si pensi alla valorizzazione del laicato ed alla conciliarità come elementi di unione e alle diverse nozioni di apostolicità con le relative ricadute sulle concezioni di ministero e sacramento. Si sottolinea l’urgenza di un maggiore incontro a livello nazionale tra Chiese riformate e ortodosse. Un ampio spazio –com’è naturale che sia per il paese che racchiude al suo interno lo Stato del Vaticano- viene dedicato ai rapporti con la Chiesa cattolico-romana. Verità cristiane fondamentali sono pienamente condivise: la concezione trinitaria di Dio, la fede in Cristo vero Dio e vero uomo; altre sono comuni ma interpretate diversamente: la Cena del Signore, il ministero, considerati devianti rispetto alla fede cristiana. Esplorando ciò che unisce protestanti e cattolici romani non possiamo prescindere dal nome di Gesù come unico salvatore, dalla fede in Dio, rivelatosi in Israele ed in Gesù di Nazareth, confessato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Nella Scrittura, sia Antico che Nuovo Testamento, (nonostante alcune differenze nel canone dell’AT) entrambe le confessioni riconoscono la testimonianza che Dio rende a sé stesso per mezzo di profeti, apostoli e testimoni, soprattutto attraverso l’insegnamento, la vita , la morte e resurrezione di Gesù. Condivisi anche i criteri essenziali della fede -come espressi dal credo niceno-costantinopolitano e dalla formula di Calcedonia- ed il battesimo d’acqua (anche se le rispettive teologie differiscono in alcuni punti). La Cena del Signore e l’Eucarestia pur celebrando uno stesso sacramento istituito da Cristo e riconosciuto da entrambe le confessioni, sono interpretate diversamente sul piano della presenza di Cristo (transustanziazione vs. presenza spirituale) e del valore sacrificale riconosciutole in ambito cattolico. Principali punti di divisione ruotano attorno a due poli: ecclesiologico ed etico. Il primato della Scrittura per la Riforma ed il valore paritario della tradizione e del magistero per il cattolicesimo. La giustificazione per grazia mediante la fede non è più elemento di forte divergenza come in passato (con riferimento alla cooperazione alla grazia del concilio di Trento) ma viene inficiata dalla teologia dei meriti e dell’intercessione dei Santi e delle indulgenze. La comunione gerarchica cattolica si oppone alla comunità di fratelli riformata come –rispettivamente- una chiesa sacramentale è diversa da una kerygmatica. Due sacerdozi (l’uno gerarchico, l’altro universale) , differenti nella loro essenza contrastano con Il sacerdozio universale dei credenti professato in ambito riformato. Spiccano inoltre come elementi di difformità il ruolo del papato, la mariologia e l’etica dove le posizioni tra magistero cattolico e pensiero protestante sono molto diverse , a partire dalla “legge naturale” cui si richiama la morale cattolica. La rivendicazione da parte cattolica di una successione apostolica storica e al sua ricaduta sacramentale ed ecclesiologica limitano grandemente il riconoscimento della Cena del Signore come sacramento e delle chiese nate dalla Riforma come chiese vere e proprie. Significativo che proprio la Santa Cena, incondivisa, la tavola che dovrebbe accogliere per eccellenza, dove anche Giuda trovò posto , sia appunto motivo di divisione.  Le proposte ecumeniche vertono sui modelli di “comunione conciliare” e di “diversità riconciliata”. Si intende nel primo caso una comunione di chiese locali dove ognuna, in comunione con le altre, possiede la piena cattolicità e riconosce alle altre la piena appartenenza alla stessa chiesa di Cristo, nel secondo le diversità non vengono annullate ma viste alla luce dello Spirito che offre “una varietà di doni “, consapevoli che la Chiesa di Cristo è una e pluriforme. Nei rapporti con l’ebraismo si riconoscono le colpe della teologia del disprezzo e della sostituzione, evidenziando come , in base alla testimonianza biblica, il rapporto tra Chiesa e Israele si ponga su un piano diverso da quello con le altre religioni. Nei rapporti con l’Islam si rilevano gli elementi comuni delle religioni abramitiche ma anche come la questione della libertà religiosa emerga in occidente e nei paesi islamici. Nei rapporti con le altre religioni viene riportato come il CEC parli di fedi viventi come di esperienze vissute da credenti. Si riconoscono elementi di verità e santità presenti e operanti nelle altre religioni ma si afferma che Gesù è il Rivelatore di Dio, la Via, la Verità e la Vita per tutta l’umanità, il solo nome “dato agli esseri umani per il quale possiamo essere salvati” (Atti 4,12). Se quindi modi di impostazione del dialogo ecumenico quali quello del Cristo come “una delle vie” che conducono a Dio o quella del “Cristo più grande” non vengono condivise dal sinodo, si riconosce tuttavia che esistono aspetti della pienezza di Cristo sconosciuti ai cristiani e di cui dobbiamo essere consapevoli perché Gesù è più grande della nostra intelligenza e di quella della fede, convinti che l’Evangelo è e resta buona notizia per ogni creatura, benedizione da trasmettere, dono da condividere.

Alessandro Serena

 

 

  • Redaliè Y., “Unità e diversità nel Nuovo Testamento”, in “Le origini del Cristianesimo”, a cura di Penna R., Carocci editore, Roma 2004, par. 8.5.
  • Ferrario F., tratto da “Giubileo ed ecumenismo. Occasione o inciampo?”, a cura di Giampiccoli F., Claudiana, Torino 1999, p.7.
  • Ferrario F., Gajewski P., “Il protestantesimo contemporaneo”, Carocci editore, Roma 2007, pos.38 versione e-book Kindle.
  • Ivi, pos.1302 versione e-book Kindle.