“verrà egli stesso a salvarvi”, predicazione di domenica 18 dicembre 2016, quarta di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Isaia 35, 3-10

Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata la Via Santa; (nessun impuro vi passerà) essa sarà per quelli soltanto; quelli che la seguiranno, anche gli insensati, non potranno smarrirvisi. In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà; ma vi cammineranno i redenti. I riscattati dal SIGNORE torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno. (Isaia 35,3-10)

Possiamo comprendere queste parole a più livelli, ed uno, quello che vale la pena di considerare per primo è quello storico: Israele, deportato a Babilonia, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto, sperimenta per la prima volta una speranza messianica nell’avvento di Ciro di Persia. Israele aveva vissuto quello che i profeti biblici, chiamano l’abominio della desolazione, non c’era più una speranza di restaurazione, i ricordi erano l’ultima cosa che restava ad Israele.
Isaia offre un messaggio diverso ai deportati, c’è ancora una speranza e non tutto è perduto, perciò date la buona notizia ed incoraggiate coloro che sono stanchi, poiché il cammino è ancora lungo e l’opera del Signore non è compiuta. C’è un messaggio anche per coloro che sono confusi, che non sanno più a cosa credere o che sono persi nel dolore che la deportazione aveva loro provocato. Anche per questi c’è una consolazione che è anche un’esortazione a restare forti e saldi e a non temere rispetto al futuro, poiché il futuro è aperto e riscattato dal Signore che rende possibile una realtà nuova e trasfigurata dalla sua presenza. Sarà Dio stesso a salvarvi. Israele s’incammina dunque per il deserto, luogo del viaggio e della crescita per antonomasia, ma anche luogo della desolazione, della sofferenza e dell’aridità, ma se anche nel deserto si sperimentano quelli che sono i primissimi segni della grazia e dell’avvento divino: All’annuncio profetico che l’avvento del Salvatore è prossimo, che il goel, il Salvatore d’Israele sta per giungere avverrà qualcosa di eccezionale, che ha del miracoloso.
Anche i sordi potranno udire la parola che dice la salvezza che giunge ed i ciechi potranno vedere la strada da percorrere e vedere l’approssimarsi del cammino da compiere. I ciechi vedranno la terra rifiorire e i sordi udranno l’annuncio della liberazione. Gli zoppi, gli storpi e coloro che fisicamente non avrebbero potuto intraprendere il cammino di ritorno, poiché lungo, stancante e irto di pericoli, salteranno come i cerbiatti. Un’immagine poetica estremamente evocativa che ha la forza di raccontare quanto sia grande il cambiamento che il Signore produce per Israele. Ed infine la lingua del muto, colui o colei che non parlava più perché magari era stato mutilato oppure perché aveva tanto sofferto da non avere più parole e lacrime da pronunciare, ecco la lingua del muto canterà di gioia. L’avvento del Signore produrrà suoni ed inni di festa dove prima c’era silenzio e desolazione.
Credo che l’ efficacia di queste parole valga anche per noi che leggiamo questo testo, infatti un secondo importante livello di questo testo biblico è dato da ciò che significa per noi che lo riceviamo con fede nell’attesa e nell’avvento del nostro Messia e Salvatore Gesù Cristo. Per Israele che vedeva Ciro di Persia come il Messia, qui si parla dell’avvento sperato ed intravisto del Salvatore, ma tale avvento non è ancora perfettamente compiuto: Israele è in cammino. Tale speranza nell’avvento messianico è la speranza che condividiamo con Israele, infatti anche per noi questo è un tempo di attesa, un già, ma anche un non ancora, nel senso che siamo in cammino in quelle che sono le settimane che precedono il Natale, vediamo le luci in giro per strada, le offerte natalizie, la corsa per i regali.. a raccontare che il tempo si sta accorciando.
Ma quale è questa gioia, questa speranza grande che viene nel mondo a partire dal Natale?
Credo che sia la stessa che Israele sperimentò già in fede nel deserto mentre ritornava tra gli stenti verso Gerusalemme da Babilonia. Quello non fu certamente un percorso facile, anzi, nel deserto c si può perdere, si può essere assaliti dai banditi o dalle belve feroci, e si può anche morire di stenti, di fame o di sete al freddo della notte oppure data la forte escursione termica sotto il sole cocente. Ma man mano che si approssimavano a Gerusalemme, gli israeliti potevano presagire che la loro casa era vicina e loro che erano stati deportati avrebbero presto riabbracciato i propri cari.
Ecco dunque un’altra similitudine tra il nostro vivere l’avvento e quello del brano poetico d’Isaia: il ritorno, c’è un ritorno verso casa, un farsi vicini gli uni agli altri che avviene nel periodo natalizio, un’occasione bellissima, ma che talvolta risveglia problematiche familiari o personali. Fratelli e sorelle che non si parlano tra di loro, genitori e figli che non riescono a comunicare e che si escludono a vicenda, ovvero anche persone che sono sole, che non hanno nessuno con il quale passare questo tempo di riunione perché non si sono costruiti una rete d’affetti o anche perché sono orfani o vedove, o anche altri che soffrono interiormente il dramma della depressione o della malattia fisica. Anche coloro che hanno accettato la malattia e la morte come ineluttabile, possono sperare e affidarsi al Signore, nella preghiera che chiede accoglienza, comprensione, vicinanza alle famiglie.. in una preghiera che a volte chiede qualche giorno in più.. quel giorno in più per dire a chi ci è caro ciò che fino a quel momento non gli avevamo ancora detto e per compiere un ultimo piccolo percorso..
Un percorso che è equivalente a quello nostro e a quello d’Israele nel deserto del ritorno, un percorso ultimo e difficile, ma nel quel il Signore ci dà concretamente i mezzi per andare avanti: Il Signore cambierà addirittura la conformazione geografica del deserto.

L’avvento del messia ed il giorno del Signore cambiano infatti la realtà nella sua essenza più profonda, pur senza snaturarla.
La differenza sostanziale è che dove c’è morte adesso grazie all’opera del Signore c’è la vita che si manifesta pienamente e si dispiega nella sua bellezza. Dice il profeta: acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi.
Queste immagini poetiche rappresentano la prefigurazione del ritorno, infatti la volontà di Dio sarà talmente manifesta che non ci sarà bisogno d’indicazioni, tanto che anche gli sciocchi, gli insensati non potranno smarrirvisi. Una strada Maestra, una via Santa che potrà essere seguita da tutti coloro che sono stati redenti. Addirittura il testo aggiunge nessun impuro vi passerà, impuro nel senso dunque di non redento. Isaia non afferma che ci vorrà uno status particolare di perfezione o di purità per poter percorrere quella via maestra, ma che il Signore, il Riscattatore, il Messia, il Salvatore, che noi celebriamo ed annunciamo in Cristo Gesù, coinvolge la nostra realtà umana e creaturale talmente tanto da cambiare anche quella che la nostra realtà fisica.
E questo rappresenta l’ultimo livello di comprensione di questo bellissimo testo d’avvento, che ne è forse la dimensione più ricca: la prospettiva di salvezza per il creato intero manifestata nell’approssimarsi del Regno di Dio. Le ultime parole di questo testo profetico sono infatti: il dolore e il gemito scompariranno.
Meditando su quest’ultima immagine e mettendola in relazione con il Natale mi è venuta in mente la metafora del parto: come se il dolore ed il gemito di Dio che si manifesta come una madre nell’atto di partorire una realtà nuova e riconciliata per tutto e per tutti, ci sarà un momento in cui il parto sarà concluso, il dolore ed il gemito verranno meno ed ecco il bambino Gesù sarà nato. Una nascita che come ogni nascita è un miracolo grande, ma che manifesta la volontà e la capacità di salvezza del Signore per il creato intero, di liberare il mondo dalla violenza, dalla malattia, dalla prevaricazione e da ogni forma di gemito, di dolore e di morte possibile.
L’avvento di Gesù Cristo, come anche del Messia atteso d’Israele è per noi oggi una parola che dice la vita e la vitalità che il Signore Iddio nostro ci dona e che ci sana da ogni sofferenza. Possiamo dunque annunciare senza timore: Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi».

Past. Laura Testa

 
We can understand these words at multiple levels, and one that is worth considering first is historical: Israel after the Jerusalem Temple had been destroyed, was deported to Babylon and experienced for the first time a Messianic hope in the advent of Cyrus of Persia. Israel had experienced what the biblical prophets, called the abomination of desolation: memories were the last thing that was left to Israel. Isaiah offers a different message to the deportees, there is still a hope, tell the good news and encourage those who are tired, because the journey is still long and the Lord’s work is not done yet. There is a consolation that is also an exhortation to remain strong and not to fear about the future, because the future is redeemed by the Lord. God himself will come and save you. Israel, therefore, walks through the desert, the place of the journey and growth par excellence. Even the deaf will hear the word which says that salvation comes, and the blind can see the way. The blind will see the land flourish and the deaf will hear the announcement of liberation. All those who physically could not undertake the return journey, will jump like deer. This poetic image has the strength to tell how big is the restoration that the Lord brings to Israel. And finally the tongue of the dumb sings. The coming of the Lord will produce sounds and festive hymns where before there was silence and desolation.
I believe that the ‘effectiveness of these words also apply to us who read this text, us who are waiting for the coming of our Messiah and Savior Jesus Christ. This messianic hope in the advent of the Savior is the hope that we share with Israel. But what is this joy, this great hope that is in the world since Christmas?
I believe it is the same that Israel already experienced in faith in the desert while he was returning to Jerusalem from Babylon. That was certainly not an easy path indeed, in the desert you can be attacked by bandits or by wild beasts, and you can even die of starvation, hunger or thirst in the cold of the night, or under the scorching sun. But as they draw near to Jerusalem, the Israelites could foresee that their home was near and they who had been deported would soon re-embrace their loved ones. The return is a way back home, a way to get close to each other that occurs at Christmas time, it is a beautiful opportunity, but sometimes that closeness awakens family or personal problems.
At Christmas time we see brothers and sisters who do not talk to each other, parents and children who cannot communicate, lonely people who have no one, or others who suffer from within the drama of depression or physical illness. Even those who have accepted the illness and death as inevitable, can hope and trust in the Lord, asking in prayer for reception, understanding, closeness to the families .. a prayer that sometimes asks a few more days. Along this difficult path the Lord gives us the means to move forward concretely: The Lord indeed will change the geography of the desert: The advent of the Messiah changes the reality in its deepest essence.
The main difference is that where there was death there is now life and that is fully manifested and revealed in its beauty. The prophet says that in the wilderness shall break out waters, and torrents in solitary places; the parched ground shall become a pool, and the thirsty land will be turned into d ‘water sources; in the place where the jackals dwell there will be grass, reeds and rushes.
These poetic images represent the foreshadowing of the return, the purpose of God will be so obvious that there will be no need for directions, so that even fools shall not err therein. A Main road will be followed by all those who have been redeemed. The Lord, your redeemer, the Messiah, the Savior, that we celebrate and proclaim in Christ Jesus, encompasses our human reality and our physical reality.
Finally the prospect of salvation is for the whole creation. While meditating on this last image, and linking it to Christmas, I’ve come up with the birth metaphor: God that reveals as a mother in the act of giving birth to a new reality: there will be a time when the pain and groaning will be no more and that time is when the baby Jesus is born. A birth like every birth is a great miracle.
The advent of Jesus Christ, as well as the expected Messiah of Israel, is for us today a word that tells the life and the vitality: the Lord our God heals the whole creations from all sufferings. Let’s therefore announce without fear: Strengthen the weak hands, strengthened the feeble knees Say to those with fearful hearts, “Be strong, fear not! Here is your God! It will come with vengeance, the recompense of God; he will come and save you. “