“Eccomi!” Predicazione di domenica 5 febbraio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Esodo 2,23 – 3,8; II Corinzi 4,7-10

Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione. Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele

Esodo 2,23-3,8

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo
II Corinzi 4,7-10

Conosciamo tutti molto bene questo bellissimo brano dell’Antico Testamento. Vediamo in primo luogo che gli israeliti in Egitto erano sottoposti alla schiavitù e “alzavano grida”, grida di dolore e di angoscia, grida che giunsero fino a Dio. E il Signore ne provò compassione e decise di intervenire, anche perché non aveva dimenticato il patto che aveva fatto con Abramo, Isacco e Giacobbe.
Il Signore decide quindi di intervenire e si rivolge a Mosè, colui che era stato salvato dalle acque. Mosè era un giovane ebreo, allevato dalla figlia del faraone nella piena consapevolezza delle proprie origini. Il caso o il destino lo aveva posto in una situazione di assoluto privilegio: non solo era sopravvissuto alla morte che aveva invece colpito tutti i suoi coetanei, ma viveva alla corte del faraone, con tutto quello che questo comportava. Ma Mosè era un giovane giusto, non amava la prepotenza, ed infatti desiderando difendere uno schiavo maltrattato era giunto ad uccidere uno dei guardiani. Gesto insolito e sicuramente fuori luogo per gli stessi ebrei. Non per l’uccisione in sé, probabilmente, ma proprio per il fatto che l’omicidio era stato determinato dal desiderio di difendere uno schiavo. Potremmo fare delle riflessioni su questo, ma si tratterebbe di un altro sermone!
Torniamo dunque a Mosè: ritenendosi in pericolo, era stato costretto a fuggire e si era rifugiato a Madian, dove aveva sposato una delle figlie del sacerdote. Questo giovane probabilmente avrà cominciato e condurre una vita tranquilla e regolare, ed infatti lo vediamo portare il gregge a pascolare. Una vita tranquilla con moglie, lavoro, la prospettiva di figli. Cos’altro poteva desiderare? Cos’altro avrebbe dovuto aspettarsi? Anche noi possiamo identificarci con lui.
Siamo delle persone qualsiasi e conduciamo una vita qualsiasi. Siamo forse anche noi dei giusti, abbiamo la nostra fede che ci accompagna quotidianamente, ci sentiamo dei credenti. Lavoriamo, abbiamo una famiglia. C’è forse dell’altro? Forse sì, cari fratelli e sorelle. Forse sì. Interroghiamoci per un attimo su noi stessi: siamo aperti al Signore o tutto quello che abbiamo, il lavoro, la famiglia, l’impegno quotidiano, ci bastano? Qualora venissimo chiamati sapremmo sentire e vedere? O cerchiamo di non ascoltare, di non vedere?
Ma torniamo al nostro testo. Mosè stava pascolando il gregge quando vide di lontano una cosa che attirò la sua attenzione. Un albero, un pruno, brillava come se stesse bruciando, ma non sembrava consumarsi. Che cosa strana! Non so se siate mai stati nel deserto, io ho avuto il dono di andarci una volta, in Tunisia. Un deserto di sabbia. E là ho visto un albero che avrebbe potuto essere proprio il pruno del nostro testo. Non dovete immaginare i nostri alberi, quando leggete questo racconto, ma pensare agli arbusti che crescono in territori aridi e desertici. Vi dico questo perché dovete immaginare che quello a cui stava assistendo Mosè era una visione strana, ma non impossibile. Mosè era incuriosito, infatti, ma non spaventato, non stralunato. Era incuriosito e andò a vedere. Avrebbe anche potuto non essere curioso. Dio non dà per scontato che lo sarà. Il Signore lo chiama, certamente, ma non lo fa attraverso un gesto fuori dalla sua esistenza.
Allo stesso modo Dio chiama anche noi, ma probabilmente non lo fa con gesti eclatanti. Quindi quando ci chiama potremmo anche non accorgerci, potremmo non dare importanza quello che vediamo. Non si tratta di un messaggio per lo spirito di Mosè, o un messaggio così prorompente che non si può evitare di vederlo e tenerlo in considerazione. Ancora una volta, si tratta di qualcosa che non ci costringe, ma a cui siamo chiamati a rispondere. Si tratta di un messaggio che Mosè vede con gli occhi, che quindi percepisce col suo corpo, ma che potrebbe non vedere e non cogliere. E Dio, il testo lo dice esplicitamente, aspetta. E noi? Noi ascoltiamo e guardiamo i messaggi che ci potrebbero arrivare? Siamo attenti o siamo perennemente distratti e concentrati solo su noi stessi, sui nostri impegni, sui nostri traffici?
Mosè alza gli occhi e vede qualcosa che richiama la sua attenzione. Il Signore aspetta che Mosè si muova: non lo incalza, non lo spinge. Aspetta la risposta di Mosè e quando Mosè si muove, attratto dal pruno, allora e solo allora lo chiama. E Mosè cosa fa? Dice “Eccomi!”. Mosè è ricettivo, prima vede, poi ascolta e risponde e infine ha paura.
Quando sa di essere di fronte a Dio ha paura. Ha paura di guardare Dio. Paura. E noi? Noi di fronte a Dio ci inchiniamo? Di fronte a Dio abbiamo paura e ci inginocchiamo? Di fronte a Dio sentiamo tutta la nostra piccolezza? Forse no. Forse abbiamo perso la capacità di vedere e sentire Dio. Forse siamo distratti da mille cose e mille rumori. Forse siamo diventati ormai troppo prosaici e troppo materialisti per prendere sul serio tutto ciò che va oltre il raggio di pochi metri dalla nostra visuale. Forse non sentiamo più il timore di Dio, il timore per la nostra piccolezza e fragilità.
Eppure, cari fratelli e sorelle, anche questo non è del tutto vero: perché anche noi abbiamo visto il pruno ardere altrimenti non saremmo venuti fin qui a vedere cosa c’era. Anche noi abbiamo sentito la voce del Signore che ci ha chiamati, altrimenti non saremmo usciti di casa solo per ascoltare un culto. Perché, ed è questa la lieta novella di questa mattina, il Signore non si dimentica di noi, non ci abbandona alla nostra triste esistenza, continua a sentire i nostri gemiti, continua a ricordare il patto che ha fatto con noi: quello antico, con Abramo, Isacco e Giacobbe e quello nuovo segnato dalla venuta di Gesù. Sì, il Signore ci vede, ci ascolta e ci conosce e non ci abbandona. Apriamo i nostro occhi, apriamo le nostre orecchie, apriamo i nostri cuori e accogliamo il Signore oggi e per sempre! Amen!

Erica Sfredda