“Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” Predicazione di domenica 12 febbraio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Ezechiele 45,2 e segg; Matteo 22, 15-22

Ezechiele 45,2

Di questa parte prenderete per il santuario un quadrato di cinquecento per cinquecento cubiti, e cinquanta cubiti per uno spazio libero, tutto intorno.

Matteo 22,15-22

Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.

L’affermazione di Gesù che vi propongo oggi per la nostra riflessione risuona nel contesto di un incontro dove si cerca di trarre in inganno il nazareno. La domanda è tremendamente semplice: «È lecito pagare il tributo a Cesare?». È un gioco al massacro quello in cui si vuole attrarre il Maestro. Gesù si fa dare una moneta : «Mostratemi la moneta del tributo, di chi è l’effigie?». Sulla moneta era raffigurata, con molta probabilità, la testa dell’imperatore con la scritta: «Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto, Pontefice Massimo». Se Gesù avesse risposto: “Pagate il tributo!” si sarebbe schierato con i romani, militari occupanti. Se avesse risposto: “Non pagatelo!” si sarebbe schierato contro i romani. Gesù restituisce l’interrogativo alla coscienza di ciascuno. Questa risposta di Gesù, che da secoli fa discutere, introduce un principio di distinzione. Un conto è lo Stato che garantisce con le armi la pax romana, altro conto è la vita della comunità di credenti. Per quest’ultima c’è un solo assoluto ed è Dio. C’è un solo regno: quello di Dio che relativizza tutti i nostri regni. C’è una sola sacralità ed è quella di Dio. I primi cristiani, furono sterminati per negare la pretesa divinità dell’imperatore, essi volevano rendere il culto soltanto a Dio. Gesù, nel testo di Matteo, indica come occorra distinguere tra potere politico e comunità dei credenti. Questa distinzione, dopo secoli di cristianesimo religione di stato, è stata riscoperta dalla Riforma protestante che ha escluso ogni divinizzazione del potere. Con Calvino il passaggio di legittimità da Dio all’autorità secolare è il Patto. Ed è all’interno del Patto che si stabiliscono i limiti entro cui si deve muovere l’autorità secolare. In caso di infrazioni del Patto devono intervenire i magistrati, affermando il principio che il potere politico non viene da Dio, ma lo attribuisce il popolo. Alcuni secoli dopo, il protestantesimo chiederà l’introduzione del principio giuridico di «Libera Chiesa, in libero Stato »; distinguendo sempre tra relativo ed assoluto, tra Stato e comunità dei credenti . Il credente può, anzi deve, fare politica ma senza divinizzarla. Quando gli immigrati valdesi fecero il loro ingresso in Uruguay nel 1858, sostennero con forza il separatismo fra stato e chiesa. Le loro radici affondavano nel messaggio di Gesù che abbiamo ascoltato . Il loro sforzo, al seguito delle le forze radicali del paese, ottenne nel 1917 la separazione fra stato e chiesa. Oggi diciamo che laicità è il termine chiave per interpretare correttamente la relazione tra Dio e Cesare, contro ogni invadenza della religione nelle istituzioni pubbliche e contro ogni condizionamento del potere politico sulla vita della chiesa. Lo Stato non può diventare ostaggio di una religione, ma nella sua autonomia, deve potere dialogare con tutte le religioni e non regalare all’una un trono e sgabelli alle altre. Come valdesi e metodisti,aggiungiamo che ogni religione si mantenga economicamente da sé e non si faccia mantenere dallo Stato. Ed è per questa ragione che noi NON paghiamo i pastori con i fondi statali dell’otto per mille. La Chiesa la debbono finanziare esclusivamente i fedeli e non i fondi pubblici. Questo è anche il prezzo che bisogna pagare per la nostra libertà. Abbiamo un solo padrone della nostra vita che è il Signore e a Lui rendiamo conto del nostro agire. La nostra piccola chiesa nazionale ha aperto nel 1984, per prima, la strada della attuazione dell’articolo 8 della Costituzione con la Intesa tra stato e chiesa. La libertà religiosa è un bene prezioso che deve restituire chiarezza e consapevolezza dei limiti entro cui le religioni debbono muoversi nella società. Ci dia il Signore la forza di continuare a costruire spazi di libertà, di inclusione e di responsabilità. Lo dobbiamo a quest’ Italia che amiamo, che è assetata di un Evangelo vero, autentico, sobrio. Solo così, in quanto Chiese, possiamo diventare un segno di speranza in un mondo disperato, solo così possiamo avere le carte in regola per agire con una coscienza profetica, per dire la profezia della Parola in un mondo che cerca la religione prevalentemente come copertura delle proprie scelte.

Ruggero Mica