«Ogni cosa ha la sua stagione, ed ogni azione sotto il cielo ha il suo tempo.» Predicazione di domenica 26 febbraio 2017

LETTURE BIBLICHE: Ecclesiaste 3,1-8; Luca 10: 38-42

Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare, un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Ecclesiaste 3,1-8

Or mentre essi erano in cammino, Egli entrò in un villaggio; e una certa donna, per nome Marta, lo ricevette in casa sua. Ell’avea una sorella chiamata Maria la quale, postasi a sedere a’ piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta era affaccendata intorno a molti servigi; e venne disse: Signore, non t’importa che mia sorella m’abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore, rispondendo, le disse: “Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di molte cose, ma di una cosa fa bisogno. E Maria ha scelto la buona parte che non le sarà tolta”.

Luca 10: 38-42

Conosciamo tutti le due sorelle di Betania, Marta e Maria, due donne che amavano profondamente Gesù e per le quali anche Gesù nutriva della tenerezza. Due sorelle, come si è detto, abituate a vivere nella stessa casa, probabilmente avvezze a condividere tutto: gioie e dolori, fatiche e necessità della vita. Profondamente unite e vicine, dunque, ma anche profondamente lontane e separate. Nell’episodio che abbiamo letto oggi Marta svolgeva il ruolo tradizionale della padrona di casa e della massaia, un ruolo operativo, della cui importanza siamo tutti consapevoli; mentre Maria, incarnava una funzione nuova e senz’altro inusuale per una donna a quei tempi: stare ai piedi di un Maestro, infatti, significava nel linguaggio dell’epoca esserne un discepolo. Maria era dunque una discepola, una donna che seguiva senza timore il suo Maestro, pur vivendo in una terra, la Palestina, dove questa opportunità non era certo concessa quando il maestro era per esempio un rabbino.

Maria stava ai piedi di Gesù, dimentica di tutto, perfino dell’ospitalità dovuta ad un ospite di grande riguardo, in un mondo, oltretutto, dove questa era sicuramente un valore e un dovere assoluti, una società in cui l’ospite era considerato sacro e andava accolto e servito anche a costo di privarsi del necessario, dell’indispensabile, come tanti altri episodi del Nuovo e dell’Antico Testamento ci testimoniano. Marta, invece, era molto affaccendata, iperattiva, probabilmente instancabile, ma anche frustrata e gelosa della sorella, che invece che aiutarla, restava seduta ad ascoltare il Maestro. Marta, evidentemente, sentiva maggiormente l’importanza e la necessità dell’azione e ne era talmente assorbita da dimenticarsi di ascoltare il Signore.

E così, tutta la sua attività diventa in qualche modo fine a se stessa, si trasforma in frenesia, e il suo desiderio generoso di essere ospitale si trasforma in nervosismo e mugugni, che infine si riversano su Maria. L’essere attiva ritiene le dia il diritto di giudicare la sorella e vuole che questo sia fatto pubblicamente. Probabilmente nelle parole di Marta c’è anche l’eco dello scandalo dato dal fatto che Maria – una donna – ha scelto di fermarsi e di meditare ascoltando il Suo Signore. Una donna che, secondo i dettami culturali e religiosi dei suoi tempi, non aveva certo bisogno di vivere una vita spirituale, ma al contrario doveva mettersi al servizio della comunità, in particolare di quella maschile. Marta non sceglie, infatti, una modalità discreta per farsi aiutare dalla sorella, ma ricorre direttamente a Gesù, lamentandosi del comportamento di Maria e chiedendoGli di riprenderla. Molti di noi hanno probabilmente sentito simpatia e vicinanza con Marta: noi quotidianamente impegnati in mille lavori, sempre senza fiato, sempre di corsa, ma con l’intima convinzione di stare facendo il nostro dovere, di essere dalla parte giusta, o quanto meno di non avere scelta. Noi così spesso giudicanti, così intimamente convinti di non poter fare a meno del nostro intenso lavoro, nonostante esso ci distolga, ogni tanto dalla famiglia, oltre che da una visione più sana e integrata di noi stessi e del nostro corpo ma soprattutto dal Signore. Crediamo di lavorare al Suo servizio e ci dimentichiamo di pregare, pensiamo di essere degli ottimi cristiani e ci dimentichiamo di leggere quotidianamente la Bibbia. Oppure ci diciamo che naturalmente vorremmo farlo, se solo ne avessimo il tempo. Anzi ci arrabbiamo con chi ci ricorda che dovremmo dedicare più tempo al Signore, ci sentiamo incompresi e maltrattati!

Ma dobbiamo leggere con attenzione questo testo e accettare che Gesù ribalti completamente la situazione e, incredibilmente, condanni il nostro iperattivismo, il nostro essere sempre di corsa, sempre efficienti, il nostro voler tenere tutto sotto controllo impegnandoci al massimo.

Ma allora dobbiamo abbandonare tutto, dedicarci alla contemplazione, all’ascesi, al dolce far niente? In effetti Marta e Maria sono state spesso viste come rappresentazioni della persona attiva e di quella contemplativa, e alcuni quindi hanno letto questo brano come una presa di posizione di Gesù per l’una contro l’altra. In particolare nel Medioevo era questa l’interpretazione più frequente. Ma io credo che potremmo leggere la vicenda innanzitutto ricordando che Marta è presente anche in altri brani, come quello, fondamentale, in cui Gesù arriva, dopo la morte di Lazzaro, e sarà proprio Marta la prima a incontrare il Maestro e a dichiarare la propria fede in Lui. Inoltre l’episodio di Marta e Maria segue immediatamente quello del buon samaritano, che si conclude con l’esortazione di Gesù “Va’ e fa tu il simigliante”: la sequela di Gesù non è quindi fatta solo di preghiera e contemplazione, ma anche di azione forte ed efficace.

E quindi, come dobbiamo interpretare questi due episodi, come dobbiamo vivere la nostra vita di fede? Forse la vicinanza di questi due episodi in Luca può farci supporre che il messaggio sia unico: e che quindi dobbiamo stare attenti a non separare il fare dalla spiritualità, dall’adesione interiore alla fede, dall’ascolto profondo, il fare non deve essere fine a se stesso, non deve farci dimenticare la nostra interiorità. Non si tratta quindi della superiorità dell’una o dell’altra, ma della necessità in ogni momento della vita, in ogni situazione, della profonda consapevolezza della presenza di Dio. In ogni momento il cuore deve restare aperto e in ascolto. Marta è, come spesso accade anche a noi, totalmente sopraffatta dall’azione, ha perso la consapevolezza di sé e quindi la consapevolezza della presenza del Signore, ha, inavvertitamente, chiuso il canale dell’ascolto. Potremmo aggiungere, insieme all’Ecclesiaste, che c’è un tempo per fare e c’è un tempo per pregare, c’è un tempo per parlare e un tempo per ascoltare, ma che sta a noi saperli dosare, saperli vivere entrambi con profondità, ma anche con discernimento.

Anche nelle nostre comunità, così come nella nostra vita personale, facciamo fatica a integrare diaconia e vita spirituale, come se non fossero l’una il nutrimento dell’altra, l’una sorella e parte integrante dell’altra. Una vita totalmente dedita alla spiritualità che non conosce impegno è una vita che ha tradito la sequela di Cristo, sequela che ci impone di lavorare, di sporcarci le mani per chiunque sia nostro fratello, quindi per qualsiasi uomo o donna il Signore ci abbia fatto incontrare. Ma una vita esclusivamente dedita alla diaconia è una vita che ha perso di vista il proprio fondamento, è una vita che si auto-alimenta e quindi si nutre di egocentrismo e per la quale il solo premio sarà il riconoscimento di chi ci sta accanto. Dobbiamo quindi impedire a noi stessi di essere completamente presi dal fare, dall’agire: non conta se si è al lavoro, in ufficio, in cucina, o in chiesa: in tutti questi luoghi si può essere totalmente centrati nella propria spiritualità, consapevoli dell’ascolto della Parola, oppure assorbiti dalla frenesia dell’azione, dall’esteriorità. Il Signore ci chiede di agire, ma anche di restare in ascolto, di stare seduti ai Suoi piedi e di scegliere la parte che non ci sarà tolta. Amen!

Erica Sfredda