«La tua fede ti ha salvato!» Predicazione di domenica 19 marzo 2017

 

LETTURE BIBLICHE: Luca 18,31-34; Romani 4,18-22; Luca 18,35-43

31 Poi, prese con sé i dodici, e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e saranno compiute riguardo al Figlio dell’uomo tutte le cose scritte dai profeti; 32 perché egli sarà consegnato ai pagani, e sarà schernito e oltraggiato e gli sputeranno addosso; 33 e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma il terzo giorno risusciterà». 34 Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.
Luca 18,31-34

18 Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». 19 Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; 20 davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio, 21 pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo. 22 Perciò gli fu messo in conto come giustizia.
Romani 4,18-22

35 Com’egli si avvicinava a Gerico, un cieco che sedeva presso la strada, mendicando, 36 udì la folla che passava, e domandò che cosa fosse. 37 Gli fecero sapere che passava Gesù il Nazareno. 38 Allora egli gridò: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 39 E quelli che precedevano lo sgridavano perché tacesse; ma lui gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 40 Gesù, fermatosi, comandò che il cieco fosse condotto a lui; e, quando gli fu vicino, gli domandò: 41 «Che vuoi che io ti faccia?» Egli disse: «Signore, che io ricuperi la vista». 42 E Gesù gli disse: «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». 43 Nello stesso momento ricuperò la vista, e lo seguiva glorificando Dio; e tutto il popolo, visto ciò, diede lode a Dio.
Luca 18,35-43

Il racconto di oggi, tra i più amati e conosciuti del Nuovo Testamento, ci narra la storia di una conversione: si tratta della vicenda di un cieco che vive ai margini della società, dipendente dalla generosità altrui, e che diventa invece protagonista della propria vita, un uomo che sa cercare Gesù, che si lascia trasformare dall’incontro e che infine diventa artefice della conversione di altri.
All’inizio della scena Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove sta andando a vivere la propria passione ed è circondato da gente che lo ama e lo esalta, ma che non ha ancora capito nulla di quello che lui dice e non ha ancora accettato cosa significhi essere discepoli di Gesù. Luca infatti ci dice:
Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.
Uomini e donne che sentono e vedono con i loro corpi, ma che non riescono a capire nulla di quello che pur odono e vedono. Cioè uomini e donne che vedono, ma che in realtà sono ciechi, ancora incapaci di una vera conversione.
E noi a chi assomigliamo di più? A coloro che stanno accanto a Gesù e lo glorificano o a coloro che ne stanno lontani perché non vedono e non capiscono?
Un cieco dunque era seduto sul ciglio della strada, ai confini della vita, e coglie che qualcosa sta succedendo. Sente l’emozione della folla, il tramestio e vuole partecipare, forse non vuole più rimanere ai margini. Forse è questo il momento in cui comincia il suo percorso verso Gesù e la fede. Intuisce che sta succedendo qualcosa ma è seduto, è cieco e quindi chiede che gli si dica chi sta passando. Un uomo fermo e cieco: quante volte anche noi siamo fermi nelle nostre posizioni, come paralizzati? E ciechi: ciechi di fronte all’evidenza del nostro immobilismo, ciechi di fronte ai malati, ai prigionieri, ai poveri che ci chiedono aiuto e che noi neppure vediamo e sentiamo. Anche noi spesso ci accontentiamo di vivere sul ciglio della strada e aspettiamo quello che arriva.
Ma il cieco non si accontenta più, vuole vedere e quindi grida, chiama, invoca: è un grido quasi inarticolato, è un’accorata richiesta d’aiuto. Signore sono qui, forse non riesci a vedermi, ma io ci sono, abbi pietà di me. Signore, volgi il tuo sguardo, sono qui. Ma la folla lo zittisce: dà fastidio questo grido, spezza l’equilibrio, nuoce all’immagine di calma e tranquillità che vorremmo nel nostro mondo, spezza il nostro equilibrio. La folla non vuole essere turbata, non vuole emozioni forti, non vuole confusione. Anche il mondo che ci circonda, anche la nostra bella società non vuole essere disturbata: niente grida, per carità! Niente voci nel deserto, che spezzino il nostro equilibrio, la nostra pace. Lavoriamo, ci occupiamo dei nostri figli, siamo brave persone, zittiamo queste grida, questo rumore che ci infastidisce.
Ma il cieco non si lascia zittire, anzi, grida più forte: Signore, abbia pietà di me! Signore sono qui, schiacciato dal mio quieto vivere, schiacciato dalla quotidianità, schiacciato dall’abitudine: Signore, vieni e liberami! Liberami dal mio bisogno di quiete, liberami dalla paura di affrontare la vita. Ascolta la mia voce, o Signore!
E Gesù lo sente. Gesù si ferma e lo accoglie. Ecco la grande, straordinaria notizia: Gesù si ferma e vuole ascoltarlo. Quando urliamo il nostro dolore, la nostra fatica, il Signore ci sente, anche se il frastuono che ci circonda ci induce a pensare che non possa sentirci, che sia distratto, che anche Lui, come noi, sia distolto dal rumore. E invece, Gesù lo sente e si ferma e vuole parlare con lui. E gli chiede «Che vuoi che io ti faccia?». Perché glielo chiede? Forse Gesù non era in grado di sapere che un cieco vuole la vista? Forse non è in grado di conoscere i nostri desideri prima che li formuliamo? E allora perché glielo chiede, secondo voi?
Glielo chiede perché Dio non ci impone la sua guarigione, Dio non ci guarisce se noi non lo vogliamo. Aspetta che noi lo desideriamo. Aspetta che noi lo chiediamo perché la sua guarigione significa prendere insieme a Lui la strada per Gerusalemme, la strada per la passione, per la croce. Il nostro Signore non è un Dio che si impone: è un Dio che ci aspetta e ci accoglie, un Dio che vuole ristabilire l’ordine e l’armonia che abbiamo perduto, ma che sa aspettare i nostri tempi, che sa accogliere la nostra fatica, è un Dio che quando chiamiamo ci chiede «Che vuoi che io ti faccia?»
E dunque Gesù nel silenzio che improvvisamente deve essersi creato intorno a lui e al cieco, silenzio attonito, di chi non capisce, di chi non si aspettava questa improvvisa svolta nella scena, domanda al cieco cosa voglia. E il cieco, ormai calmo, che non ha più bisogno di urlare perché è al cospetto del Signore, domanda di recuperare la vista. Domanda la guarigione. Non è come il giovane ricco, non è come tanto spesso siamo noi, accetta la guarigione e dunque la chiede. Essa significherà non potersi più nascondere, significherà accettare di vedere con gli occhi del Signore, cioè di vedere anche quello che non vorremmo vedere, anche quello che ci fa male, o ci spaventa, significa accettare la croce e tutte le sue conseguenze. Recuperare la vista significa non voler più dipendere dagli altri, significa affidarsi al Signore assumendosi la responsabilità della propria vita.
E Gesù gli dice «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». Perché Gesù menziona la fede? Quale fede? Abbiamo visto che il cieco prima è curioso, poi grida e nella difficoltà grida più forte, cioè persevera. Sembra tutto inutile, ma lui insiste e piano piano può passare dal grido al dialogo e infine con fede può chiedere la guarigione: egli vuole vedere, vuole essere un uomo fino in fondo, vuole ricevere da Dio la possibilità di seguirlo. E così il cieco, immobile sul ciglio della vita, diventa un discepolo che segue Gesù e glorificando Dio ne diventa un testimone efficace, un testimone che porta la folla dell’inizio del racconto a diventare popolo e a lodare Dio. La folla, infatti, nella prima scena faceva da schermo, impediva al cieco di avvicinarsi a Gesù, mentre alla fine diventa popolo. Insieme al cieco, anche la folla si trasforma e si converte, diventando popolo di Dio.
Il Signore non ci forza, non ci trascina, ma ci chiede molto: come Abramo che concepisce un figlio quando è ormai vicino alla morte, anche noi dobbiamo credere alla vita che vince la morte. La fede è infatti la fiducia che noi possiamo ricevere in dono la salvezza: cioè la vista nonostante la nostra cecità, l’agilità del movimento, nonostante la nostra paralisi, la fertilità, nonostante la nostra vecchiaia, la vita nonostante la morte.
Amen!
Erica Sfredda