Il Festival Biblico 2017 di Verona avrà come tema la strada. La strada come cammino che segna l’esistenza, quella concreta, ma anche quella psicologica aperta davanti ad ognuno e ognuna di noi. Avere il cammino nel cuore significa non stare fermi, chiusi in un (rassicurante?) immobilismo fatto di abitudini e luoghi comuni, ma mettersi in moto, facendosi coinvolgere non solo dalla meta, ma anche dal cammino stesso. Gioire della e nella strada, significa dare importanza anche al percorso, vivere il “qui ed ora” del viaggio come un dono e una possibilità.
Questo è tanto più vero in un percorso di fede, che non può essere statico, ma che presuppone una continua volontà di conversione al Signore. Questa apertura al cambiamento e la curiosità, la voglia di conoscere, sono stati il presupposto non solo di ogni percorso di fede, ma anche della storia stessa dell’umanità.

Gli uomini e le donne hanno sempre cercato di andare oltre i limiti angusti dei loro territori, con la fantasia e la creatività, ma spesso anche con le gambe. A indurre l’umanità a spostarsi ci sono state cause diverse: la curiosità che ha spinto l’uomo addirittura a esplorare l’universo, intraprendendo viaggi spaziali, la voglia di cercare una vita migliore, la fuga dalla fame o dalle guerre o da una vita ritenuta non adeguata alle proprie aspettative. Un fenomeno che ha caratterizzato la storia di tutti i popoli in tutte le latitudini e che ha sempre arricchito i luoghi di arrivo: si pensi a cosa sarebbero oggi gli Stati Uniti d’America se non avessero ricevuto, per secoli, uomini e donne da tutti i continenti, ma, dall’altra, si pensi a quale contributo massiccio hanno dato gli italiani  al fenomeno migratorio: regioni come il Veneto o la Puglia avrebbero oggi un aspetto totalmente diverso se le loro popolazioni non avessero goduto della possibilità di andare in giro per il mondo a cercare un lavoro migliore, una possibilità concreta, un futuro diverso.

Oggi però il fenomeno migratorio ha assunto tali dimensioni da aver suscitato in molti uomini e donne sentimenti di rifiuto e di paura. E questo ha fatto sì che, proprio nel momento in cui maggiore è stata la richiesta di accoglienza, si sia ridotta moltissimo la capacità di ospitalità di quei paesi che maggiormente rappresenterebbero una speranza per coloro che sono stati scacciati dalla loro terra. Perché accanto a coloro che viaggiano perché vogliono cercare migliori condizioni di vita (come per esempio molti nostri giovani che vanno in Europa o in USA per avere un lavoro più adatto alla loro preparazione), altri sono costretti dalla guerra o da una carestia a lasciare, magari disperati, il proprio Paese. Molti cercano la Vita, semplicemente. E spesso, invece, incontrano la Morte. Perché quando si scappa da un paese in guerra spesso non si ha il tempo di organizzare il viaggio, perché quando si fugge da una carestia, spesso non si hanno i soldi per un biglietto aereo. Perché, infine, i Paesi che dovrebbero accoglierli invece che coordinare e organizzare gli arrivi per tutelare la vita di chi giunge e la sicurezza di chi accoglie, si limitano a impedire l’accesso, chiudendo gli occhi di fronte alle morti disperate, ma soprattutto di fronte ai traffici che uomini e donne senza scrupoli fanno sulla pelle di che cerca aiuto.

I cristiani come possono porsi di fronte a questa enorme richiesta di accoglienza?
Possono restare sordi all’ordine esplicito e più volte espresso sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (non opprimete la vedova né l’orfano, lo straniero né il povero; nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello – Zaccaria 7,10).
Possono non accogliere il comandamento dell’amore, considerato da Gesù il più importante fra tutti e non accogliere in loro l’amore stesso di Cristo (Efesini 3,14-19), che ha dato la propria vita per tutti e tutte?
Evidentemente no! I corridoi umanitari sono un piccolo, minuscolo tentativo di invertire la rotta. La volontà di dare un esempio di quello che si può fare, se solo lo si vuole. Con i corridoi umanitari famiglie particolarmente in difficoltà vengono selezionate e portate in tutta sicurezza in Italia, dove sono inserite in contesti di prima accoglienza, per imparare l’italiano e per conoscere la nostra realtà, e poi avviati a una stabilizzazione maggiore (seconda accoglienza). Questo progetto, nato per primo in Europa, ma oggi imitato dalla Francia e dalla Polonia e ripetuto da altri qui in Italia, è una risposta concreta, fattibile, sicura, per chi arriva e per chi accoglie, una soluzione che chiude il lavoro dei trafficanti, che impedisce le morti, la prostituzione dei corpi, la disperazione di tanti fratelli e sorelle.

A Verona, all’interno del Festival Biblico, sabato 20 maggio alle 18.30 ci sarà un momento di preghiera gestito dalla Chiesa Valdese, che è la finanziatrice del progetto, attraverso una quota importante dei propri fondi 8 per mille, la comunità di sant’Egidio e la Caritas che organizzano nelle varie città italiane, insieme alla Commissione Sinodale per la Diaconia della Chiesa Valdese (l’organismo preposto alle opere diaconali) e alla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (che riunisce molte chiese protestanti italiane e che è stata la promotrice e la ideatrice del progetto stesso) l’enorme lavoro di accoglienza e collocamento delle persone in arrivo.
Valdesi e cattolici insieme hanno concretizzato questo importante esperimento di accoglienza e ora insieme pregano il Signore, per chiedere perdono per tutti coloro che sono morti, e per ringraziare per tutti coloro che sono stati salvati. Un momento di riflessione e di preghiera che vuole incoraggiare tutti i presenti e le presenti a vivere in modo diverso, più coerente con la loro fede, questo straordinario fenomeno che è il viaggio e il trasferimento di migliaia di uomini  e donne. Un invito a vedere nell’accoglienza non solo un imperativo per chi si dice cristiano, ma anche una straordinaria possibilità di crescita e di arricchimento.
Erica Sfredda