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“Se costoro tacciono, le pietre grideranno” – Predicazione di Pentecoste (4 giugno 2017)

LETTURE BIBLICHE: Gioele 2,28; Giovanni 14,22-27; Atti 2,1-13

Dopo questo, avverrà che io spargerò il mio Spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni.
(Gioele 2,28)

1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. 2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. 3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. 4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? 8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? 9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l’uno all’altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».
(Atti 2,1-13)

22 Giuda (non l’Iscariota) gli domandò: «Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?» 23 Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.
25 Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.
27 Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.
(Giovanni 14,22-27)

Il testo che abbiamo letto oggi, il racconto della Pentecoste, ci narra una vicenda davvero incredibile. Di fronte a episodi di questo genere, noi prendiamo automaticamente le distanze e minimizziamo i fatti. Ma così facendo, li svuotiamo anche di significato e li rendiamo dei racconti edificanti che non hanno più il potere di smuoverci, di convertirci, di farci uscire dal nostro quieto tran tran per annunciare la buona novella. Cerchiamo, quindi, di lasciarci coinvolgere da questo racconto, scopriamo le domande che ci pone e le risposte che ci dà.

Si dice comunemente che a Pentecoste sia nata la chiesa: Luca attraverso questo straordinario racconto vuole farci capire in primo luogo che solo un evento miracoloso, fuori dalle normali regole, ha permesso la nascita della chiesa. Ma anche che, pur di fronte ad un evento straordinario, l’uomo può continuare a non credere: infatti, anche in quella occasione non tutti i presenti si convertirono. Senza la fede, dunque, non siamo in grado di vedere Dio: qualsiasi sua manifestazione può non essere vista, accolta accettata. E questo, credo che ci capiti abbastanza spesso: quante volte non abbiamo visto e sentito la presenza del Signore? Poniamoci quindi in ascolto, non come se noi fossimo i discepoli (come forse ci verrebbe naturale!): ma dalla parte della folla di Gerusalemme che ascolta l’annuncio. Come reagiamo? Ci lasciamo convertire e trasformare? Siamo uomini e donne nuovi che a nostra volta usciamo a proclamare la buona Novella? Siamo in grado di riconoscere l’azione potente dello Spirito? E’ una nostra esperienza? Oppure siamo semplici spettatori, forse anche dubbiosi? Non rubiamo a noi stessi questa possibilità! Permettiamo al Signore di invaderci, di entrare dentro di noi ed essere realmente il nostro Signore!

Ma cosa era successo quel giorno? Durante la Pentecoste, festa ebraica che cadeva dopo 7 settimane dalla Pasqua e segnava la fine della mietitura, i discepoli erano insieme, probabilmente stavano pregando o parlando tra loro dello straordinario incontro con Gesù che aveva trasformato radicalmente e definitivamente le loro vite. Non erano più angosciati come all’indomani della croce, ma li troviamo ancora al chiuso, all’interno di un luogo conosciuto e rassicurante. Non hanno ancora capito che non basta avere fede, bisogna uscire ed annunciarla al mondo. Ma qualcosa avviene, qualcosa che, improvvisamente, li spinge a uscire, ad andare tra la gente per proclamare la verità di Cristo. Improvvisamente un vento fortissimo li assale. L’immagine del vento è potentissima, perché sappiamo bene che il vento può essere forte e potente, sradicare alberi, portare via il tetto delle case, ma nessuno lo ha mai visto, nessuno lo può fermare o inscatolare. Ed è potentissima questa immagine di una forza che ha un suono, forse un odore, ma non può essere vista, qualcosa che tutti percepiscono con chiarezza, ma che nessuno può davvero descrivere. Una forza che irrompe nella stanza dove i discepoli sono chiusi. E poi il fuoco, forse simile a quello che avevano sentito i discepoli di Emmaus: una forza che li riempie e stravolge e che dà loro la voce che prima non avevano. Da timidi e silenziosi diventano improvvisamente dei testimoni loquaci, e lo sono talmente tanto che Luca non trova un’immagine più efficace che descriverli mentre sono compresi da tutti i popoli. Da tutti i popoli! Tutti li capiscono perché hanno un tal desiderio di annunciare e proclamare il Cristo che trovano il modo per essere ascoltati e capiti. Certo non da tutti, alcuni li prendono in giro e affermano che probabilmente sono ubriachi. Già, ubriachi.

E noi? Noi abbiamo il coraggio di uscire ad annunciare che Gesù ha stravolto e cambiato la nostra esistenza? Non alludo a mettersi a predicare in piazza, parlo dell’annuncio a chi ci sta vicino, a chi conosciamo. Dove sono gli altri membri della nostra stessa chiesa che non vediamo da tempo? Dove sono i nostri ragazzi? Dove sono le persone, e quante ce ne saranno, che a Verona cercano il Signore e ancora non lo hanno trovato? L’annuncio crea sbigottimento, provoca domande, suscita l’ironia, ma è il nostro annuncio, è l’annuncio che il Signore si è manifestato sulla terra, che il mondo non lo ha riconosciuto e lo ha messo in croce, ma che è resuscitato e che siede alla destra del Padre. Questo annuncio è la nostra forza e la nostra liberazione, senza di esso la nostra stessa esistenza cessa di avere senso.
Io credo, fratelli e sorelle, che Luca parli di un evento che trasforma le nostre esistenze in modo radicale e che non deve essere nascosto solo nei nostri cuori: parla di vento, di fuoco, di voci e di discussioni pubbliche. Dobbiamo tornare a questo passo e permettergli di lavorare dentro di noi, perché o troviamo il coraggio di uscire da noi stessi e dalle nostre sicurezze per annunciare al mondo che Dio si è manifestato sulla terra, oppure tradiamo l’annuncio stesso, e anche a noi Gesù dirà, come ai farisei che durante il suo ingresso a Gerusalemme gli chiesero di sgridare e far tacere i suoi discepoli che gridavano Osanna, «se costoro tacciono, le pietre grideranno».
(Luca 19,39-40)