Chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore – Sermone di domenica 18 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE:

Genesi 25,21-26

21 Isacco implorò il SIGNORE per sua moglie Rebecca, perché ella era sterile. Il SIGNORE l’esaudì e Rebecca, sua moglie, concepì. 22 I bambini si urtavano nel suo grembo ed ella disse: «Se così è, perché vivo?» E andò a consultare il SIGNORE. 23 Il SIGNORE le disse: «Due nazioni sono nel tuo grembo e due popoli separati usciranno dal tuo seno. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore». 24 Quando venne per lei il tempo di partorire, ecco che lei aveva due gemelli nel grembo. 25 Il primo che nacque era rosso e peloso come un mantello di pelo. Così fu chiamato Esaù. 26 Dopo nacque suo fratello, che con la mano teneva il calcagno di Esaù e fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando Rebecca li partorì.

Carissimi Fratelli e Sorelle, oggi, nel giorno in cui ricordiamo le concessioni delle libertà civili a Valdesi ed Ebrei, con le lettere patenti allegate allo Statuto Albertino nel 1848, ci interroghiamo ancora quali sono i meccanismi che talvolta muovono gli interessi di potere all’interno di una società e che producono storie di libertà, storie di oppressione e di razzismo, o di esclusione anche violenta.

Uno dei fili rossi centrali alla storia familiare che inizia al concepimento di Esaù/Edom e di Israele/Giacobbe suo gemello fraterno (Gen. 25,21ss) è il tema dell’identità, ovvero di quello che è il loro patrimonio culturale, religioso e materiale.

Rebecca prende una decisione che coinvolge il destino futuro dei propri figli, designando sin dalla loro nascita chi sarà l’erede, membro del popolo, destinatario della benedizione, e prosecutore del rapporto con il Dio della promessa.

La scelta di Rebecca, matriarca potente, crea una frattura che porterà alla frode, all’inganno, al patto ingiusto, alla fuga e all’odio tra consanguinei. La scelta che ella opera va a favore esclusivo di uno dei figli. Anche Isacco, morente, non riesce a riconciliare i due fratelli.

Giacobbe è l’erede, ma è costretto a fuggire e nel corso della sua storia di esule affronterà la solitudine, lavorerà, costruirà una famiglia, incontrerà Dio e riceverà un altro nome: Israele. Solo dopo un lungo processo di maturazione sarà in grado di tornare sui suoi passi e anche di volgere ad una “riconciliazione” con il fratello, dichiarandosi suo servo ed invertendo l’oracolo divino interpretato dalla madre Rebecca. Israele capisce cosa significa essere uno straniero in terra straniera, e laddove sua madre non ha accolto Esaù e le sue mogli straniere come parte del popolo, lui “adotta” i figli di Giuseppe, interpretando il proprio potere nell’accoglienza. I “figli della schiavitù”, Efraim e Manasse sono nati in terra straniera, da madre straniera, ma adesso sono anche loro liberi figli e figlie del popolo d’Israele.

Capite bene sorelle e fratelli le grandi risonanze con la storia nostra di Valdesi affrancati e con la storia italiana dei giorni nostri.

La capacità di fare sentire qualcuno parte di un tutto è un potere enorme. Se le nostre Chiese e la nostra società tendessero sempre più a utilizzare alla maniera di Giacobbe questo potere, ci sarebbero forse meno conflitti, la diversità sarebbe accolta e la differenza reputata e rispettata come una ricchezza. Certo la nostra è una chiamata ad agire nella solitudine, in “controtendenza”, poiché tale paradigma di gestione del potere non sembra avere molti seguaci nella compagine sociopolitica odierna. Notiamo piuttosto spinte alla massificazione, un appiattimento mediatico che sacrifica il pensiero critico e libero, nonché una certa tendenza restauratrice che mette al centro un potere ideologico e moralista.

Il Signore Gesù Cristo però afferma nella pienezza dello Spirito che chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; (Mt 20,26-27)

Egli ci offre l’occasione di benedire, ci invita a metterci al sevizio, ci voca ad accogliere e ad aprirci al dono di Dio che sempre allarga i nostri confini e le nostre tende.

Amen

Pastora Laura Testa

Quando sono debole, allora sono forte – Sermone di domenica 4 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE: 2 Corinzi 12,1-10

1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.
7 E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Descrivendo la città e la comunità di Corinto, la prima parola che mi viene in mente è opulenza. La città di Corinto ci assomiglia molto: Una civiltà opulenta, una civiltà nella quale le persone viaggiano e migrano, una civiltà nella quale il panorama religioso non è più quello tradizionale, ma che si arricchisce quotidianamente con nuove idee e nuove proposte interessanti. La grande tentazione di questa civiltà è da un lato di accogliere tutte le proposte in maniera indiscriminata, dall’altro la chiusura ad ogni possibile forma di innovazione. L’apostolo Paolo ha il suo punto di riferimento in Cristo Gesù e fonda sull’annuncio dell’Evangelo. L’apostolo ha una visione sul futuro, e ha avuto anche il vanto di aver avuto un’autentica esperienza di rivelazione della gloria di Dio. Un’esperienza d’incontro con Cristo, che però non è esprimibile a parole e forse non è nemmeno misura di cui vantarsi, perché l’incontro con Cristo è sempre un incontro personale. Tuttavia, di fronte all’abbiente comunità di Corinto non si è mai fatto mantenere, ma ha conservato una propria autonomia autofinanziandosi ed inviando tutte le collette a Gerusalemme. Il modo in cui la nostra Chiesa Valdese e Metodista in Italia ha scelto di vivere la propria autonomia e la propria libertà economica è molto paolina. Ogni membro di Chiesa conosce il proprio dovere e con gioia riconoscente al Signore offre la propria contribuzione sapendo che la nostra Chiesa non riceve alcun fondo o aiuto statale per l’annuncio dell’Evangelo. Così come Paolo mandava tutte le collette a Gerusalemme senza tenerne per il proprio mantenimento, allo stesso modo la nostra Chiesa ha deciso una linea di coerenza evangelica destinando ogni singolo euro derivante dall’otto per mille ad opere di carattere sociale, assistenziale e di istruzione indipendentemente dalla provenienza “religiosa” delle associazioni che ne fanno richiesta.

Certamente, così come l’apostolo Paolo difendeva i propri strumenti di artigiano e così come difende a spada tratta la sua posizione di Apostolo, anche noi difendiamo la nostra posizione e proviamo, nelle nostre grandi e piccole contraddizioni a comunicare un messaggio coerente all’evangelo di Cristo. Ma quale è questo Cristo? È il Cristo glorioso? È il Cristo potente, che sbaraglia tutti gli avversari? È colui che offre a coloro che lo seguono promesse di benessere, di gloria, di successo e di vita felice? È la religione delle manifestazioni estatiche potenti? È lo show off, il vanto, come lo chiama Paolo, l’esibizionismo mediatico del sacro a chi fa più miracoli? L’apostolo Paolo in questo è chiaro… “anche io potrei vantarmi, anche io ho tutte le carte in regola per farlo, ma ho anche di più… ho la debolezza di Cristo Gesù che opera potentemente in me ed è una spina nel fianco che mi affligge quotidianamente.. eppure.. essa mi permette di ricordarmi a chi appartengo in vita ed in morte”. Il potere la ricchezza, la forza e la vittoria sono i doni che il Diavolo offre a Gesù nel deserto per tentarlo.. Il Signore li rifiuta e vince il Male sulla Croce. La vita in Cristo non è la “vita facile” dove tutto improvvisamente diventa bello, non è la gloria, non è la ricchezza, non è la via larga, ma è accettazione dei propri limiti: è rimettere Dio al centro, perché proprio la debolezza umana è il contesto necessario perché si manifesti la potenza di Cristo. Cristo ci rivela il nostro vero volto, misero e mendicante la Sua grazia benedetta. L’accoglienza della debolezza è la possibilità per noi di confidare nel Signore, di porre nelle sue sapienti mani il nostro dolore con la certezza che Egli ci offrirà il Suo perdono.
Tale è infatti la vita cristiana, l’accoglienza reciproca nel perdono, e non la richiesta di performances sempre più alte.
La Grazia di Dio che abita in noi è la fede di Cristo: è nella nostra debolezza, nella nostra “non perfezione” che essa è resa ancora più evidente, anche nei nostri insuccessi, anche nei nostri conflitti.
L’amore di Cristo manifestato pienamente nella morte di Croce ha la potenza di salvare la nostra vita: l’amore di Cristo che si fa debole per accogliere la nostra umanità è la proposta di accogliere noi stessi quella debolezza, in noi stessi e negli altri e di vivere in Lui riconciliati. Amen

Pastora Laura Testa

Dal conflitto alla comunione: il rapporto tra cattolici e protestanti

Riportiamo il testo di una conferenza tenuta dalla pastora Laura Testa a Mantova, il 5 ottobre 2017.

Carissimi convenuti,
È con grande piacere che sono con voi qui oggi a parlare di un tema tanto importante e bello: dal conflitto alla comunione, il rapporto tra cattolici e protestanti.
Va anticipato, che questo è anche il titolo di un bellissimo documento bilaterale che è stato siglato nel 2013 tra Cattolici e Luterani e che ha rivisto moltissime delle considerazioni e “pregiudizi” reciproci, in maniera molto più piena e pregnante rispetto a quanto non fosse già fatto con il documento De justificatione del 1999.
Il documento in questione ha una frase molto bella per descrivere l’approccio che è stato utilizzato come metodo di lavoro, e desidererei utilizzarlo un po’ come chiave ermeneutica per il nostro dialogo: non possiamo raccontare una storia diversa, ma possiamo raccontare la stessa storia in maniera diversa.
Questo percorso di rinarrazione è fondamentale nel processo di ri-conciliazione ed è alla base di tutto il sentire ecumenico.
Proprio di questo desidero parlare, di come si è iniziato a raccontare una storia in “maniera” diversa nel corso di quest’ultimo secolo e da chi è partita la proposta di iniziare a rispondere alla grande e disattesa ancora vocazione all’unità della cristianità.
La nascita del YMCA nel 1844 un movimento di giovani, cristiani, trasversale alle denominazioni, che unisse e approfondisse lo studio e la conoscenza della Bibbia
Nel 1910 ad Edimburgo, si riuniva la prima conferenza missionaria mondiale organizzata perlopiù dal mondo ecclesiastico di matrice occidentale ed anglosassone, questa aveva l’idea di provare a proporre una spinta missionaria mondiale, sulla base di un modello di “colonizzazione benevolo”, che oggi certamente guardiamo con occhi molto diversi.
C’era una personalità però ad Edimburgo che è quella di John Mott, che si era formato negli ambienti giovanili dell’YMCA, e proprio lui diede un taglio alla conferenza che permise poi la nascita nel 1968 ad Amsterdam del Consiglio Ecumenico delle Chiese con le due commissioni Fede e costituzione e Vita e Lavoro. La prima di matrice maggiormente teologica, la seconda di carattere pratico e diaconale.
Nel 1948 lo spirito di Amsterdam era fortemente influenzato dalla fine della seconda guerra mondiale. la speranza era quella profonda e radicata nella fede cristiana della pace.
Negli anni successivi le conferenze si susseguirono (Evanston ’54 Cristo speranza del mondo; Nuova Delhi (India), 1961 – Cristo, luce del mondo; Uppsala (Svezia), 1968 – Io faccio nuove tutte le cose; Nairobi (Kenya), 1975 – Gesù Cristo libera e unisce; Vancouver (Canada), 1983 – Gesù Cristo, vita del mondo; Canberra (Australia), 1992 – Vieni Spirito Santo, rinnova la creazione; Harare (Zimbabwe), 1998 – Volgetevi a Dio, gioite nella speranza; Porto Alegre (Brasile), 2006 – Dio, nella tua grazia, trasforma il mondo; Busan (Corea del Sud), 2013 – Dio della vita guidaci alla giustizia e alla pace.)

La Chiesa Cattolica Romana non è membro del Consiglio ecumenico delle chiese, ma ne è osservatore, si può dire fin dall’inizio e a seguito del Concilio Vaticano secondo siede stabilmente e con diritto di voto in alcune delle commissioni più importanti del WCC. Se Da un lato, infatti, Lumen Gentium afferma che la Chiesa Cattolica Romana è l’unica Chiesa di Cristo, in un unione mistica che ricalca la duplice natura di Cristo, dall’altro Unitatis Redintegratio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica e dei fratelli separati si dice che sono in “una certa comunione” con la Chiesa di Roma.
Il lavoro e la preghiera comuni portarono anche alla nascita della conferenza delle chiese europee, anche in quest’ambito la chiesa cattolica fu coinvolta e il senso di questo lavoro in Europa era quello di aiutare e ricucire i legami tra europa dell’est e dell’ovest negli anni della guerra fredda. Un compito arduo, delicatissimo, profondamente cristiano, che fu portato avanti da dei pionieri della fede in maniera unitaria, senza pensare alle differenze confessionali.
Questa unità già nello spirito e nel pensiero ha portato alla redazione di documento il cosiddetto Bem di Lima del 1982 in cui si definisce che il Battesimo è un sacramento comune e riconosciuto pienamente e reciprocamente dalla famiglia cristiana.
Dopo l’82 in fondo anche nel mondo giovanile si respirava un grandissimo afflato ecumenico, e in Europa si respirava già un clima di speranza ribadito a Basilea nell’89 anno della caduta del muro di Berlino .
Nel 1989 io avevo 14 anni, e sono cresciuta proprio in questa grande speranza ed apertura ecumenica, un clima favoloso in cui ci si riconosceva pienamente e i giovani e le giovani in Europa potevano sperimentare pienamente la fraternità.
Da quelle esperienze sono poi nati degli obiettivi forti e la convocazione di tre assemblee ecumeniche europee Basilea nell’89 appunto, Graaz nel 1997 venti anni fa.. in cui si è parlato in maniera strutturata di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato come di processo conciliare, ovvero di realtà inscindibili le une dalle altre e per le quali tutte le chiese in Europa si impegnano a pregare e ad agire. La stesura della Charta Ecumenica, un impegno reciproco alla collaborazione e alla crescita ecumenica ed infine a Sibiu nel 2007.
A fianco a questi incontri di tipo circolare, ovvero in cui tutte le Chiese sono rappresentate, si sono sperimentati dei dialoghi di tipo bilaterale tra la Chiesa Cattolica ed altre Chiese o federazioni di Chiese, che hanno permesso di riprendere molti dei fili spezzati durante il periodo della riforma.

In casa protestante e riformata ci si era mossi già verso un processo di riconciliazione che ha portato già nel 1973 alla Concordia di Leuemberg, diventata poi piena nel 2003, come comunione delle Chiese Riformate e protestanti in Europa. Questa concordia ha permesso di riscoprire un’identità nuova delle chiese rispetto al passato ed una loro maggiore aderenza a Cristo. Si è detto una volta per tutte che le chiese membro della concordia non si riconoscono più in quelle chiese che si sono scomunicate reciprocamente e che oggi i motivi della scomunica reciproca non sussistono più.

Da decenni quindi c’è piena comunione e riconoscimento reciproco totale di ministero e sacramenti tra le chiese protestanti, riformate, e metodiste d’Europa e mi sembra che questo paradigma di riconoscimento reciproco e di ri-narrazione, con delle modalità e dei linguaggi condivisi sia ciò che avviene nei documenti bilaterali tra il mondo protestante e quello cattolico.
Non siamo ancora arrivati però… c’è un cammino ancora da fare, ma non siamo certamente all’inizio del viaggio, c’è da mantenere ferme delle posizioni che sono già state consolidate, e sulla base di quelle continuare ad approfondire gli incontri, gli scambi e le visioni, proprio come stiamo facendo oggi.

Sui fatti di Macerata

Sui fatti del 3 FEBBRAIO 2018 a MACERATA
La sparatoria di Macerata non è un gesto di follia, ma di terrorismo che vuole condizionare la competizione elettorale. Spostare lo smarrimento della crisi economica su posizioni violente e xenofobe.
Noi, Chiesa valdese di Verona difendiamo con ogni convinzione la possibilità di vivere e crescere assieme; famiglie di diversa provenienza in una fratellanza di fede, individui di diversa cultura in una sororità di accoglienza reciproca.
Esprimiamo tutta la nostra ansia per l’avvenire dei nostri bambini, ora che lo “ius soli” è stato espulso dal panorama delle proposte elettorali.
Chiediamo che vengano difese le fondamentali libertà tutelate dalla Costituzione, ricordando che la libertà di culto è uno strumento importantissimo di riconciliazione e di pace.
Un gesto isolato che non nasce dal nulla: la pistola,l’odio razziale,la bandiera per coprire il nuovo sovranismo, il saluto romano , il tiro a segno sugli immigrati, ogni cosa indica la volontà di disperdere il sentimento repubblicano, di annullare il patto costituzionale.
Il disprezzo dei principi costituzionali di libertà, i troppi episodi di intolleranza coperti da chi ha responsabilità pubbliche hanno costruito muri che lasciano un popolo isolato , dimentico di ogni solidarietà, pronto al dileggio di chi pratica la integrazione.
Occorre uscire da una crisi che è culturale e spirituale, occorre abbattere il muro della separazione, fare argine ad ogni politica violenta, costruire corridoi e oasi umanitarie.

Non conformatevi a questo mondo. Predicazione di domenica 28 gennaio 2018

LETTURE BIBLICHE: Esodo 32,1-6; Apocalisse 13,1-8; Romani 12,1-2

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto». 2 E Aaronne rispose loro: «Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli». 3 E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d’oro e li portò ad Aaronne. 4 Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: «O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!» 5 Quando Aaronne vide questo, costruì un altare davanti al vitello ed esclamò: «Domani sarà festa in onore del SIGNORE!» 6 L’indomani, si alzarono di buon’ora, offrirono olocausti e portarono dei sacrifici di ringraziamento; il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi.

Esodo 32,1-6

1 Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi.

2 La bestia che io vidi era simile a un leopardo, i suoi piedi erano come quelli dell’orso e la bocca come quella del leone. Il dragone le diede la sua potenza, il suo trono e una grande autorità. 3 E vidi una delle sue teste come ferita a morte; ma la sua piaga mortale fu guarita; e tutta la terra, meravigliata, andò dietro alla bestia; 4 e adorarono il dragone perché aveva dato il potere alla bestia; e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia? e chi può combattere contro di lei?» 5 E le fu data una bocca che proferiva parole arroganti e bestemmie. E le fu dato potere di agire per quarantadue mesi. 6 Essa aprì la bocca per bestemmiare contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. 7 Le fu pure dato di far guerra ai santi e di vincerli, di avere autorità sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. 8 L’adoreranno tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla creazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello che è stato immolato.

Apocalisse 13,1-8

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

Romani 12,1-2

PREDICAZIONE

A quanti di noi è capitato di sentirci scoraggiati, isolati, abbandonati e di aver cercato di trovare una soluzione alla nostra portata? Quante volte nel momento del bisogno abbiamo abbandonato Dio in cerca di un dio più raggiungibile, più alla nostra portata? Un dio che sembrasse maggiormente in grado di rispondere alle nostre preghiere? Moltissime volte. E qualche volta questa ricerca di un dio più a portata di mano, che facesse promesse allettanti ha significato una vera e propria tragedia per l’intera umanità.

Il 20 luglio 2000 una legge dello Stato ha istituito un “giorno della Memoria”, un giorno in cui ricordare, tutti insieme, gli orrori del nazi-fascismo affinché non possano accadere mai più. E tra questi orrori, in particolare quelli perpetrati nei campi di concentramento. Tra il 1933 e il 1945, infatti, la Germania ha creato alcuni campi di detenzione all’interno dei quali le condizioni di vita e di lavoro erano durissime, spesso disumane, e alcuni campi di sterminio, luoghi dove attuare la cosiddetta “soluzione finale”, cioè l’eliminazione definitiva e totale di tutti coloro che erano considerati una minaccia per il popolo tedesco: agli uni e agli altri si accedeva se si era comunisti o comunque dissidenti del regime, ma più spesso non per colpe, o presunte tali, più o meno gravi, ma a causa di quello che si era. Nei campi entravano infatti per lo più uomini e donne rom, omosessuali e soprattutto ebrei. Questo sistema venne esteso a tutti gli stati occupati o alleati con la Germania, perciò troviamo campi di concentramento e di sterminio in gran parte d’Europa e anche in Italia.

Cosa significa per noi oggi, nella nostra chiesa, ricordare questa ricorrenza laica? Cosa significa far entrare qui una legge dello Stato che ci ricorda un evento della Storia?

Due sono le sottolineature che vorrei fare: la prima, rapidissima, è ricordare a me stessa e a tutti voi, che la Shoa non è stato un orrore unico nella storia dell’umanità e che quindi non dobbiamo pensare che sia un caso isolato che non ci riguarda come umanità e che non potrà più riproporsi. In alcuni tremendi momenti della sua storia gli uomini e le donne si sono macchiati di infamie e di orrori inimmaginabili, inauditi, incomprensibili. Non solo, ma anche oggi, in questo stesso momento, in Palestina, in Libia e in altre parti del mondo si stanno consumando tragedie che vedono coinvolti uomini e donne e, naturalmente, anche bambini. Orrori a cui non riusciamo a porre fine, ma che non dobbiamo dimenticare.

E non dobbiamo dimenticare che spesso il nostro silenzio, la nostra indifferenza, il nostro conformismo ci rendono corresponsabili, perché ci adattiamo a questo mondo, al suo cinismo, alla sua indifferenza verso il dolore umano, alla sua crudeltà impregnata di arroganza. E poi ci sentiamo giustificati perché siamo lontani dalle tragedie e spesso realmente impotenti. E così finiamo col pensare che la storia è piena di orrori, ma altri sono i colpevoli, non noi, perché altri hanno commesso o commettono azioni che noi non accetteremmo di fare. Finiamo col convincerci che altri sono o sono stati disumani, crudeli, mostruosi, noi no. Questo forse è anche vero. Forse noi qui riuniti stamattina non faremmo nulla di così grave e tremendo. Forse. Ma accanto alla responsabilità, enorme, di coloro che hanno deciso, hanno pianificato, hanno progettato ed attuato questi orrori, esiste anche la responsabilità di coloro che, come esecutori senza potere decisionale, hanno reso possibili quegli orrori. Perché i sorveglianti e le sorveglianti dei lager erano persone normali, molti di loro erano cristiani, cristiani che non avvertivano che ci fosse contraddizione tra la loro fede e il loro essere aguzzini e persecutori di donne, uomini e bambini. Di più: accanto alla responsabilità degli esecutori materiali, c’è anche quella di coloro che hanno assistito e non hanno ritenuto di dover intervenire. Non lo hanno fatto per paura, o pensando ai propri figli, ma talvolta anche perché in fondo non riflettevano sul fatto che stavano assistendo, in silenzio, a qualcosa di inaccettabile. Che dire di coloro che abitavano vicino ai campi di concentramento, che sentivano le grida, che vedevano il fumo uscire dai camini e ne sentivano l’odore, di coloro che vivevano nelle tenute in cui si utilizzavano schiavi? Che dire di noi che vediamo al telegiornale i barconi e i corpi senza vita di chi cerca di arrivare in Italia e cominciamo a fare dei distinguo, a giudicare le motivazioni, a discutere se fosse opportuno o non fosse opportuno che partissero dai loro Paesi? O che preferiamo che quei migranti siano rinchiusi nei lager libici, così che noi possiamo, non vedendoli, dimenticarcene?

Io credo che questa storia, queste storie, ci interpellino e non possiamo facilmente gettarle dietro le spalle come se non ci riguardassero. Sono storie che ci parlano e che dobbiamo ascoltare per quanto questo possa essere doloroso, faticoso, talvolta irritante.

E dunque? Rileggiamo alcuni versetti del passo di Esodo che abbiamo appena ascoltato:

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto».

Anche noi, spesso, impauriti perché ci sembra di essere abbandonati a noi stessi, cerchiamo delle scorciatoie, cerchiamo qualcosa che ci faccia sentire la presenza di Dio al nostro fianco. Quanti tedeschi, quanti italiani, quanti americani hanno semplicemente deposto la fede nel Signore e hanno dato se stessi a chi gridava forte, a chi prometteva la pace, la sicurezza, il benessere? Quante volte abbiamo bisogno di vedere e di sentire fisicamente chi ci guida e ci fidiamo più di questo che del Signore? Quante volte intuiamo che stiamo seguendo la strada sbagliata ma continuiamo a farlo perché in fondo è più facile, più rassicurante? Quante volte rinunciamo ad affidarci al Signore e preferiamo conformarci al mondo, alle sue lusinghe e alle sue promesse?

E così ci comportiamo anche noi come gli israeliti nel deserto che quando si sentirono soli, furono assaliti dal timore di essere stati abbandonati e cercarono di trovare conforto, aiuto, sostegno là dove ritenevano ci fosse. Infatti anche noi abbiamo spesso bisogno dei nostri vitelli d’oro, abbiamo spesso bisogno di vedere e sentire la voce di Dio e ci accontentiamo di colui che urla più forte, anche se ci condurrà alla costruzione di un vitello d’oro, cioè di un idolo che finirà con il sostituire Dio, che finirà per contare di più per noi perché sarà più facile da vedere e da ascoltare. Un vitello d’oro che ci promette pace, sicurezza, lavoro per noi e per i nostri figli, benessere, un vitello d’oro che ci fa sentire a posto verso Dio, proprio nel momento in cui ce ne stiamo allontanando, nel momento in cui lo stiamo tradendo.

Ma quindi? Che speranza abbiamo? La speranza nasce dal fatto che nonostante il vitello d’oro, nonostante i nostri continui tradimenti, i nostri cedimenti, la nostra fatica ad ascoltarLo, il Signore non ci abbandona e non si dimentica del Suo patto con noi. Il nostro compito, come saggiamente fanno tutti gli anni i nostri fratelli e sorelle metodisti, è ricordare il patto che Dio ha fatto con noi, il Patto che noi continuamente tradiamo e che il Signore non dimentica. Se ci lasciamo andare abbiamo di fronte a noi solo l’orrore del vitello d’oro, con i suoi campi di concentramento, con i suoi schiavi, i suoi morti e il suo dolore, se invece ricordiamo e rinnoviamo il nostro patto con Lui saremo trasformati mediante il rinnovamento della nostra mente, e conosceremo per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. Amen!

Erica Sfredda

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Sinfonia della Riforma

209 anni fa, il 3 febbraio 1809, nacque ad Amburgo Jakob Ludwig Felix Mendelssohn-Bartholdy.

Felix era nipote del grande filosofo ebreo Moses Mendelssohn. Crebbe senza un credo religioso fino all’età di sette anni, quando venne battezzato come cristiano riformato.

Da adulto, la sua adesione al cristianesimo fu convinta e consapevole, ma nonostante ciò fu vittima di antisemitismo sia in vita che dopo la morte.

Nel 1830, per il trecentesimo anniversario della Confessione augustana, Mendelssohn scrisse la Sinfonia n. 5 in re minore, Op. 107, conosciuta con il titolo “La Riforma”. Il tema dell’ultimo movimento (Chorale) della sinfonia è costituito dal famoso corale di Martin Lutero Ein feste Burg ist unser Gott (La forte rocca è il mio Signor, n. 45 dell’Innario Cristiano).

Presentiamo qui il Chorale nell’esecuzione dell’orchestra Anima Eterna, diretta da uno dei maggiori specialisti della musica romantica su strumenti d’epoca, Ios van Immerseel.

Nel pieno della crisi

Oggi si è svolto il funerale di un piccolo, dolce bambino, figlio di una sorella di chiesa. Tutta la comunità si è stretta attorno a lei, ma anche la comunità è ferita, mutilata.

Un fratello di chiesa, che non ha potuto partecipare alle esequie, ci ha inviato una piccola riflessione in inglese, che riportiamo. Sotto, trovate una traduzione libera in italiano.

Amidst Crisis Of Life, January 27.

The righteous cry, and the LORD heareth, and delivereth them out of all their troubles. Psalms 34:17.

In the crisis of his life, when making that terrible journey from his childhood home in Canaan to the bondage which awaited him in Egypt, looking for the last time on the hills that hid the tents of his kindred, Joseph remembered his father’s God. He remembered the lessons of his childhood, and his soul thrilled with the resolve to prove himself true—ever to act as became a subject of the King of heaven.

In the bitter life of a stranger and a slave, amidst the sights and sounds of vice and the allurements of heathen worship, a worship surrounded with all the attractions of wealth and culture and the pomp of royalty, Joseph was steadfast. He had learned the lesson of obedience to duty. Faithfulness in every station, from the most lowly to the most exalted, trained every power for highest service.

(Joseph Koomson)

Salmo 34:17
I giusti gridano e il SIGNORE li ascolta; li libera da tutte le loro disgrazie.

Nel momento più doloroso della sua vita, mentre vedeva allontanarsi per sempre le tende nelle quali era cresciuto, nel terribile viaggio verso la schiavitù che lo aspettava in Egitto, Giuseppe si ricordava del Dio di suo padre. Ricordava gli insegnamenti che aveva ricevuto nella sua infanzia, ed assumeva nel suo cuore la ferma determinazione di rimanervi fedele, qualunque fosse stato il suo destino.
Nella vita amara di straniero e schiavo, in una terra ricca di seduzioni, di ricchezza, circondato dal lusso della corte e dal culto opulento di altre fedi, Giuseppe si mantenne risoluto e fedele alla sua promessa, accettando la volontà del suo Signore, al cui servizio mise a disposizione tutto se stesso.

Celebrazione ecumenica della parola di Dio a Trento; domenica 21 gennaio 2018.

Si è tenuta domenica 21 gennaio 2018 presso la chiesa cattedrale di San Vigilio, a Trento, la celebrazione ecumenica della Parola di Dio in occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (SPUC).

La SPUC coinvolge diverse denominazioni cristiane in tutto il mondo. Venne introdotta nel 1908 negli Stati Uniti dall’episcopaliano Paul Wattson. Dal 1968 viene promossa congiuntamente dalla Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) (che riunisce le principali denominazioni evangeliche, anglicane e ortodosse nel mondo), e dal Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. (fonte: NEV).

All’insegna del versetto biblico “Potente è la tua mano, Signore”, la liturgia si è focalizzata sull’azione liberatrice di Dio. Il materiale di quest’anno è stato infatti preparato dalle chiese caraibiche, che possono indubbiamente narrare una storia di schiavitù e sfruttamento, forme disumanizzanti che non mancano di attanagliare anche oggi l’umanità, in modi e forme diversi.

Erano presenti rappresentanti delle chiese evangeliche:  il pastore Michael Jäger della chiesa evangelica luterana di Bolzano e Trento; il pastore Martin Krautwurst della chiesa evangelica luterana di Merano e  Arco; il pastore Pierino Zingg della chiesa evangelica Foursquere e il pastore Jacob Latif della chiesa evangelica battista indo pakistana; Alessandro Serena, incaricato per il Trentino della chiesa Valdese di Verona oltre a a fedeli delle chiese protestanti storiche e della chiesa etiope Tewahedo.

Per la chiesa cattolica Mons. Lauro Tisi, arcivescovo di Trento; mons. Lodovico Maule, decano del capitolo della Cattedrale; don Andrea Decarli, delegato per l’ecumenismo della diocesi di Trento; don Mario Gretter, delegato per l’ecumenismo della diocesi di Bolzano- Bressanone.

Per la chiesa ortodossa v’erano padre Ioan Catalin Lupasteanu e padre Traian Banita, parroci della chiesa ortodossa del patriarcato di Romania.

Il servizio liturgico è affidato all’ensemble Concilium del Centro ecumenico diocesano diretto da Alessandro Martinelli.

Un culto che in un duomo gremito ha visto alternarsi alla lettura i rappresentanti delle diverse chiese, in un’atmosfera di reale e sincera comunione, pronti tutti a ricordare come siano la grazia e la pace di Dio per mezzo di Cristo, che ci riconciliano a Lui. Le letture scelte  quest’anno: Esodo 15,1-21 (il cantico di Miriam) e Marco 5,21-43 (Gesù e l’emorroissa) ci hanno rammentato come il Signore liberatore non dimentichi le vittime di ogni tempo, alla luce della Sua infinita misericordia. E’ la Parola che continua ad essere elemento di comunione, impegnando tutti coloro che la professano ad essere fattore di liberazione da tutte quelle condizioni che costituiscono una minaccia per la dignità umana.

E’ nella professione comune di fede che hanno potuto risplendere parole preziose: “… Confessiamo la comune volontà di credere fermamente nella riconciliazione per fede e nella volontà di perdonare. Confessiamo la speranza fiduciosa di giungere con Te ad una Vita senza più fine. Amen!”

Alessandro Serena

La mano di Dio è potente – Sermone di domenica 21 gennaio 2018

LETTURA BIBLICA

Esodo 15:1-21

1 Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al SIGNORE:
«Io canterò al SIGNORE, perché è sommamente glorioso;
ha precipitato in mare cavallo e cavaliere.
2 Il SIGNORE è la mia forza e l’oggetto del mio cantico;
egli è stato la mia salvezza.
Questi è il mio Dio, io lo glorificherò,
è il Dio di mio padre, io lo esalterò.
3 Il SIGNORE è un guerriero,
il suo nome è il SIGNORE.
4 Egli ha gettato in mare i carri del faraone, e il suo esercito;
e i suoi migliori condottieri sono stati sommersi nel mar Rosso.
5 Gli abissi li ricoprono;
sono andati a fondo come una pietra.
6 La tua destra, o SIGNORE, è ammirevole per la sua forza.
La tua destra, o SIGNORE, schiaccia i nemici.
7 Con la grandezza della tua maestà,
tu rovesci i tuoi avversari;
tu scateni la tua ira,
essa li consuma come stoppia.
8 Al soffio delle tue narici le acque si sono ammucchiate,
le onde si sono rizzate come un muro,
i flutti si sono fermati nel cuore del mare.
9 Il nemico diceva: “Inseguirò, raggiungerò,
dividerò le spoglie,
io mi sazierò di loro;
sguainerò la mia spada, la mia mano li sterminerà”;
10 ma tu hai soffiato il tuo vento
e il mare li ha sommersi;
sono affondati come piombo in acque profonde.
11 Chi è pari a te fra gli dèi, o SIGNORE?
Chi è pari a te, splendido nella tua santità,
tremendo anche a chi ti loda,
operatore di prodigi?
12 Tu hai steso la destra,
la terra li ha ingoiati.
13 Tu hai condotto con la tua bontà
il popolo che hai riscattato;
l’hai guidato con la tua potenza
alla tua santa dimora.
14 I popoli lo hanno udito e tremano.
L’angoscia ha colto gli abitanti della Filistia.
15 Già sono smarriti i capi di Edom,
il tremito prende i potenti di Moab,
tutti gli abitanti di Canaan vengono meno.
16 Spavento e terrore piomberà su di loro.
Per la forza del tuo braccio
diventeranno muti come una pietra,
finché il tuo popolo, o SIGNORE, sia passato,
finché sia passato il popolo che ti sei acquistato.
17 Tu li introdurrai e li pianterai sul monte che ti appartiene,
nel luogo che hai preparato, o SIGNORE, per tua dimora,
nel santuario che le tue mani, o Signore, hanno stabilito.
18 Il SIGNORE regnerà per sempre, in eterno».
19 Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico quando i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono nel mare,
e il SIGNORE fece ritornare su di loro le acque del mare,
ma i figli d’Israele camminarono sulla terra asciutta in mezzo al mare.
20 Allora Maria, la profetessa, sorella d’Aaronne, prese in mano il timpano e tutte le donne uscirono dietro a lei, con timpani e danze.

 21 E Maria rispondeva:
«Cantate al SIGNORE, perché è sommamente glorioso:
ha precipitato in mare cavallo e cavaliere».

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, Cantiamo al Signore perché ha precipitato in mare cavallo e cavaliere: cantiamo anche noi al Dio vittorioso che permette ad un popolo di esuli, di diseredati di schiavi afflitti e soggiogati di attraversare il mare e di essere sopravvissuti. Dopo il canto di lode di Miriam un nuovo popolo nasce, un popolo che rappresenta simbolicamente l’azione di Dio Creatore, Redentore e Liberatore con la gioia liturgica espressa dalla danza, dal canto e dalla musica. Quando il popolo di Dio si mette in cammino tutti i popoli oppressori e malvagi, ogni despota, ogni schiavista, ogni idolatra servo del male e di mammona ammutolisce.

Una canzone di gioia che è la stessa che cantano le donne, gli uomini e i bambini che anche oggi attraversano il mare e le frontiere quando arrivano sani e salvi dall’altra parte: nessuno garantisce loro che la vita da “questa” parte sarà semplice, il viaggio certamente non è finito, il deserto è ancora lì di fronte, ma la volontà e l’azione salvifica di Dio si è manifestata pienamente una volta per tutte!

Dopo la “vittoria al mare”, i conflitti con i popoli avversari sono decisi per sempre, ed Israele ha già la sua terra promessa.

Questa è la stessa fede che noi riponiamo in Cristo, che estende questa vittoria a tutti e a tutte noi oggi. La vittoria è infatti per i popoli afflitti, per le genti affamate, per coloro che soffrono nella schiavitù moderna.

Noi però, da che parte del mare stiamo?

E’ facile, forse troppo facile indicare quali sono i popoli esuli, schiavi e fuggiaschi di oggi.. ma noi che facciamo? Balliamo con Miriam o cavalchiamo con gli Egiziani?

Due simboli potentissimi – la festa di vita celebrata dalle donne e la marcia di guerra e di morte dei cavalli e dei cavalieri egiziani – contrapposti per raccontare l’azione di Dio.

Il Signore infatti è un guerriero potente, sovverte il caos creato dalla sete di possesso e dominio umane e annichilisce la potenza militare senza utilizzare alcuno strumento di guerra e di morte.

L’acqua, il fuoco, il vento e la terra rispondono alla Parola Creatrice, che come soffio libera l’umanità dal male e dai suoi adepti.

Il Signore fa rinascere l’umanità, un popolo nuovo, che riemerge dalle acque di un metaforico Battesimo lavata e liberati dal male e dall’oppressione come ci ricordava Sant’Agostino, Vescovo d’Ippona.

Un Battesimo che ci unisce, cristiani credenti in Cristo Gesù salvatore e redentore della storia e del mondo, ma anche salvatore e redentore nostro personale.

Gesù che ci invita e ci permette di essere trasformati e trasformate in persone nuove, rinnovate per opera dello spirito Santo. Coscienti e consapevoli che per ogni dramma odierno, per ogni bambino morto in mare, per ogni clochard bruciato, per ogni atto di razzismo, per ogni ragazzo morto sul lavoro noi abbiamo una parte di responsabilità e rischiamo di essere anche noi come gli egiziani.

La mano di Dio però è potente, Egli prende su di sé la nostra colpa, mettiamo nelle sue mani misericordiose e potenti ogni nostro retaggio egiziano, ogni nostro peccato, ogni nostra schiavitù morale e chiediamo al Potente di rinnovare in noi la fede, l’amore e la speranza che Lui ha riposte in noi in Cristo. Rinasciamo in Lui a vita nuova: vita accogliente, pacificata, in cui la tua esistenza mi interessa, in cui non siamo più fratelli separati, ma confratelli, in cui i muri anche culturali, sociali ed economici hanno poco valore, ma ciò che conta è l’amore che Cristo ha riposto in noi.

Allora sì, cantiamo e balliamo con Maria sulle note della riconciliazione

Amen

Pastora Laura Testa