Andate e predicate l’Evangelo della pace. Sermone di domenica 15 aprile 2018.

LETTURA BIBLICA:

Marco 16,15-20

15 E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. 16 Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato. 17 Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove; 18 prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno».
19 Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20 E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l’accompagnavano.

SERMONE:

Andate e predicate il vangelo ad ogni creatura è la duplice vocazione che il Signore rivolge ai suoi discepoli e anche a noi stamattina. Un compito di Parola, che richiede prontezza, apertura, capacità di ascolto, fede nel Signore, grande creatività ed amore. Parlare ad ogni creatura non è compito affatto semplice: esso implica la conoscenza dell’altro/a che incontriamo, implica amore e capacità di perdono grandi, simili a quelle di Gesù per noi. Infatti ogni creatura, non sarà simile a noi, non sempre avrà le nostre opinioni politiche, non sempre avrà la nostra cultura, il nostro colore, e forse non avrà neanche voglia di ascoltare. La grande consapevolezza dell’amore di Cristo, operoso ed operante in noi, crea in noi un senso di riconoscenza gioiosa, per la possibilità di vivere nel bene al Suo Santo Servizio. Questa gioiosa riconoscenza è il centro fondante della vita di fede personale e comunitaria e ne è anche la linfa vitale. La chiesa primitiva in modo del tutto particolare ha voluto esprimere questa realtà fondamentale descrivendo i “segni” che accompagnano i credenti che si apprestano al servizio : i credenti che si apprestano ad andare e predicare allo scopo di allargare sempre di più la salvezza in Cristo testimoniata simbolicamente dal Battesimo Cristiano. E se il battesimo è l’entrata simbolica nella famiglia di Cristo e della Chiesa, esso è anche inizio dell’apostolato che è raccontato e descritto dalla chiesa delle origini con cinque verbi. Cinque verbi che ci propongono una riflessione anche sulla nostra vita di Chiesa odierna e ci interpellano sul senso della nostra missione ed apostolato: Scacceranno demoni; Parleranno in lingue nuove; Prenderanno in mano serpenti; E se berranno veleno non recherà loro alcun danno; Imporranno le mani ai malati e guariranno. Il primo demone è quello della divisione, il demone dei conflitti che ancora esistono nei nostri contesti ecclesiastici ed anche e soprattutto nel mondo. Il demone del rancore, dell’odio, del profitto, del dolore e chi più ne ha più ne metta sono sconfitti nell’amore di Cristo e il credente riconciliato è titolato a raccontare dell’esperienza riconoscente di chi ha intuito che quell’amore è per sé. Parleranno in lingue nuove significa farsi testimoni ed interpreti in un mondo simbolico e culturale altro da quello biblico o da quello dei nostri padri e delle nostre madri. Una riflessione quindi sui metalinguaggi necessari per poter entrare in comunicazione con cerchie sempre più ampie, che ci permetta di allargare i nostri orizzonti, pur rimanendo fedeli al messaggio di Cristo: linguaggi diversi che possono rinnovare in noi il senso profondo della gioiosa riconoscenza. Prenderanno in mano serpenti, toccheranno con mano dei pericoli e non ne avranno timore: La Chiesa può affrontare le proprie contraddizioni, e mettere mano al grande lavoro di denuncia del male che alligna nel mondo, ricordando però che ogni tanto, non ci sarà risparmiato un pizzico di veleno. Infine imporranno le mani ai malati ed essi guariranno: fratelli e sorelle, tutti e tutte noi sappiamo quanto sia importante per una persona ammalata il mostrare le proprie ferite e quanto sia importante per coloro che sono ammalati essere toccati. L’imposizione delle mani è quel tocco gentile della preghiera, che ci ricorda che non siamo da soli, che la malattia non ci rende meno amabili, che la nostra malattia non è ciò che ci definisce, ma ciò che ci definisce è quella relazione fondamentale e vitale con Cristo. Riconoscenti a Cristo che ci è venuto ad incontrare e che ci offre anche oggi la sua salvezza possiamo con gioia e fiducia serena andare e predicare l’Evangelo della Pace. Amen.

Pastora Laura Testa

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Perchè la vostra chiesa ha pastori donne quando Gesù e i discepoli sono uomini?

Per la serie “Una chiesa che risponde” pubblicata sul canale youtube della chiesa evangelica valdese, riportiamo un breve messaggio del pastore Marcello Salvaggio che intende rispondere al quesito del titolo.

Il grande ruolo delle donne è in ogni occasione stato riconosciuto da Gesù con grande chiarezza, non dimentichiamo che sono state le donne le prime a ricevere l’annuncio della resurrezione, in una società in cui la testimonianza delle donne non aveva alcun valore in tribunale. In una chiesa in cui si prende molto sul serio il sacerdozio universale dei credenti, come riporta la prima lettera di Pietro: “Ma voi siete una discendenza eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo acquistato perché proclamiate le opere meravigliose di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (2,9), siamo convinti che il pastorato delle donne costituisca una grande ricchezza e fonte di pluralità.

Vediamo …

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La posizione della chiesa valdese sulla guerra

In questi giorni in cui i venti di guerra soffiano violentemente sulla Siria, il messaggio di pace di Gesù e delle sue chiese interpella ancora e sempre l’umanità intera. La Siria: terra martoriata da anni in cui in nome della strategie planetarie, dell’appropriazione e della gestione delle risorse naturali della terra, si perpetrano  incessanti massacri ai danni della popolazione. Nel breve video pubblicato sul canale youtube della chiesa evangelica valdese, il pastore Jens Hansen risponde sinteticamente alla domanda: “Che posizione ha la chiesa valdese sulla guerra e sull’obbligo di un servizio militare quando questa non vi è?” , ricordando che attualmente vi sono ben 67 stati nel mondo in stato di guerra e che -come ebbe a scrivere il teologo Juergen Moltmann- siamo chiamati a trasformare l’energia criminale in energia dell’amore.

Ascoltiamo …

Ogni giorno rinasciamo ad una speranza viva! – predicazione della II domenica di Pasqua

LETTURE BIBLICHE: I Pietro 1,3-9; Colossesi 2,12-15

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi.
Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. Benché non l’abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.
(1Pietro 1,3-9)

12 siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. 13 Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; 14 egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; 15 ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
Colossesi 2,12-15

Ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
Fratelli e sorelle, quanto è forte e incredibile questo passo! Sì, avete sentito bene, incredibile: incredibile perché non è questa la realtà a cui siamo abituati, la realtà a cui noi stessi spesso ci sottomettiamo. Chi di noi può veramente affermare di vivere una vita totalmente coerente con quanto è scritto nell’epistola ai Colossesi? Eppure Gesù ha spogliato i principati e le potenze e lo ha fatto una volta per tutte: cioè ha reso evidente cosa sono e cosa fanno: come dice Colossesi, ne ha fatto un pubblico spettacolo. Da duemila anni, ormai, si tratta di uno spettacolo che potrebbe essere evidente per tutti, eppure noi siamo ancora ciechi o timorosi di denunciare quello che vediamo, nonostante questo passo, come molti altri, sia stato scritto proprio per darci la forza e il coraggio di tornare come bambini e come loro avere la capacità e l’ingenuità di porci di fronte al potere del male che ci circonda con franchezza.

Conoscete la favola di Andersen sui vestiti dell’imperatore? Si tratta della storia di un re, o di un imperatore, molto vanitoso, che spendeva tutti i suoi soldi per comprarsi magnifici vestiti, ne aveva di tutti i generi e di tutti i colori, di tutte le stoffe e provenienti da tutti i Paesi del mondo. Anche noi abbiamo la passione per gli oggetti che ci fanno apparire belli, importanti, realizzati, i nostri telefonini, le automobili, i televisori, oppure le case e perfino i titoli di studio. Anche noi siamo appagati dall’apparenza, invece che cercare la vera sostanza. Nel paese del re della nostra favola, un giorno arrivarono due uomini, che dissero di essere due sarti molto famosi e che avrebbero confezionato un abito unico al mondo per il re. Un vestito magico che avrebbero potuto vedere solo gli intelligenti o le persone importanti, quelli che contavano nella vita. Un vestito che sarebbe stato visto solo dalle persone superiori. Naturalmente l’imperatore si entusiasmò subito moltissimo, e fornì ai due sarti tutto l’occorrente che avevano chiesto: cioè tanti sacchi di filo d’oro, sete in gran quantità, e bottoni in madreperla che i due imbroglioni posero in due grosse borse e che nascosero. I due montarono un telaio e cominciarono a far finta di lavorare, perché, forse lo avete già capito, non avevano alcuna intenzione di fare un vestito per il re, ma solo di imbrogliarlo facendo leva sulla sua vanità. Il mattino dopo il primo ministro andò a vedere il vestito, naturalmente non vide nulla, ma non volendo fare brutta figura, disse che si trattava di un vestito bellissimo. Successivamente si recò dai due sarti lo stesso imperatore e anche lui non vide nulla, ovviamente, ma non voleva essere da meno del suo ministro e quindi anche lui disse che il vestito era bellissimo. I due imbroglioni gli proposero di indossarlo il giorno dopo in una parata solenne. L’imperatore acconsentì. Nelle piazze e nelle strade accorse tutto il popolo, sia perché si trattava di una festa importante, sia perché voleva vedere l’abito magico dell’imperatore. Quando l’imperatore arrivò, scese il silenzio: tutti vedevano che era in mutande, ma nessuno osava dire niente, sia perché non volevano offendere l’imperatore, ma soprattutto perché ognuno temeva di essere l’unico a non vedere nulla. Finché un bambino gridò: Guarda papà, l’imperatore è nudo! L’imperatore è nudo. Come i principati e le potenze di cui parla l’epistola che abbiamo letto oggi. Nudo. Ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo, così come, nella nostra società il più delle volte non osiamo alzare la voce per denunciare quello che vediamo.

Ma Gesù, ci ricorda l’autore dell’epistola, ha trionfato. Sì, fratelli e sorelle, ha trionfato, ma non utilizzando i nostri mezzi, cioè non con la forza, con il potere o il denaro, ma con la croce. Gesù ha trionfato su principati e potenze per mezzo della croce. Della croce, fratelli e sorelle! Della croce. Quando riusciremo a prendere sul serio questo messaggio? Quanto è lontana la croce dalle nostre esistenze? Quanta fatica facciamo a farla nostra? Quanta indifferenza abbiamo nei confronti della sequela di Cristo perfino noi che ci dichiariamo cristiani e che veniamo con regolarità in chiesa, che cerchiamo di essere fedeli e di impegnarci per la nostra chiesa. Ma quanto ci teniamo lontani dalla croce! Quanto è difficile liberarci da questa gabbia che ci imprigiona e che ci fa preferire la via larga e comoda, piuttosto che affrontare quella stretta e tutta in salita che il Signore ci ha indicato. Siamo circondati dal male, ma ne siamo anche sedotti e ammaliati.

Ma il Signore non si stanca mai di darci ancora e ancora nuove possibilità, come dice l’epistola di Pietro, ci permette di rinascere ad una speranza viva mediante la resurrezione di Gesù Cristo. Una speranza viva, non qualcosa di teorico, qualcosa di mistico o di esclusivamente spirituale! Una speranza viva che segna i nostri corpi e le nostre esistenze. Noi che eravamo morti a causa dei nostri peccati, noi che eravamo già condannati, siamo stati vivificati, sì, fratelli e sorelle, vivificati. Cioè abbiamo ricevuto una nuova vita, o come dice Pietro, una nuova speranza. Di fronte all’evidenza di quello che Colossesi chiama “il documento a noi ostile”, siamo perdonati e possiamo credere che insieme a Gesù abbiamo vinto la morte. Sì, abbiamo vinto la morte.

Non è facile parlare oggi di resurrezione: sembra una realtà lontana, lontanissima, dalla nostra esistenza quotidiana. Ma è a questo che siamo chiamati a credere, nulla di più e nulla di meno. Anche se è evidente che la nostra vita, al contrario, è circondata dalla morte. E’ per questo che facciamo fatica a credere nella resurrezione. Nulla, nella nostra vita concreta ce ne parla: i nostri goffi tentativi di apparire giovani e di allungare la vita non fanno che sottolineare che invece siamo mortali e ne abbiamo grandissima paura. La tentazione di rifiutare la nostra unica possibilità di vita a causa del nostro grande attaccamento a questa nostra esistenza è fortissima, ma non dobbiamo temere! Gesù, infatti, si è fatto essere umano esattamente come me e come tutti e tutte voi. Ha conosciuto la nostra vita, i nostri dolori, le nostre gioie, ha provato la fame, la sete, il piacere della tavola e dell’amicizia; un uomo che ha conosciuto la tentazione ed è entrato nella storia: un uomo completo e potremmo dire normale. E quando sentiamo il desiderio di rifiutare la nuova vita che ci dona il Signore, perché siamo attaccati alla nostra vecchia esistenza piena di morte e di dolore, quando rifiutiamo di lasciarci convertire e di guardare con occhi rinnovati i principati e i potenti. non dobbiamo dimenticare che il Signore ci ama e ci ha amati al punto da divenire come noi, al punto da affrontare la nostra più grande paura, la morte, e non una morte qualsiasi, ma la morte di croce. Pur di liberarci dal nostro peccato, è venuto sulla terra e ha cancellato anche la traccia del nostro peccato. Quale dono maggiore poteva farci? E quindi lasciamo la nostra paura e affidiamoci con cuore riconoscente alla possibilità di vita che ci è concessa, una volta per tutte, dalla croce di Gesù.

Fratelli, sorelle se il nostro essere venuti fin qui non è vano, apriamo i nostri cuori alla gioia e alla speranza: il Signore vede il male nel quale viviamo, nel quale siamo immersi, lo conosce, ma ha scelto di darci la vita e ha trionfato sulla morte, sulla nostra morte, attraverso la sua resurrezione. Il Signore ci doni occhi per vedere i nostri peccati e cuori per accogliere la sua luce vivificante, in modo da poter con gioia profonda vivere fino in fondo il canto di lode innalzato da Pietro: Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti.
Amen!

Erica Sfredda

Il Signore è risorto! – predicazione di Pasqua

LETTURE BIBLICHE: Matteo 28, 1-10

1 Nella notte del sabato, verso l’ alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’ altra Maria andarono a vedere il sepolcro.
2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra.
3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve.
4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte.
5 Ma l’ angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso.
6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva.
7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ ho detto».
8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli.
9 Quand’ ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’ adorarono.
10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

È ancora alta la notte, si intravede in lontananza un vago bagliore, ma la luce ancora non si distingue… quanto dolore in queste ultime settimane pensa Maria… in silenzio le due discepole che avevano seguito il Maestro quasi dall’inizio camminano nel chiaroscuro solenne: momento angoscioso, momento lugubre della pena, del lutto, dell’angoscia del giorno fatale.
Quanto dolore.. quanto abbattimento e anche rabbia forse, disappunto.. per averci lasciate sole.. Tante domande affollano la mente, ma una si staglia su tutte: Perché il Signore è morto?
Le due amiche, rese sorelle dalla sequela di Cristo, si guardano lungo la strada e non hanno bisogno di parole per esprimere il grido che resta loro strozzato in gola…
Perché Signore non sei rimasto con noi? Perché non hai compiuto quel cambiamento radicale che ci hai promesso? Il popolo intero ti aveva acclamato, avresti potuto cambiare tutto, i romani non ci avrebbero più oppresso.. il male non avrebbe più regnato, né l’oppressione..
Signore.. non ci restano che le lacrime per piangere.. la terra è affranta e senza di te non sappiamo come fare..
Gridano insieme a loro.. gli straziati corpi delle vittime delle conseguenze del terrorismo; tanti piangono per la paura e per il lutto di amici, conoscenti, parenti, amati.. che mai più torneranno.. piangono perché la loro vita ha cambiato forma, non sarà mai più la stessa..
Gridano e piangono i bambini senza più casa, senza genitori, senza cibo.. a causa dell’odio e della sete di potere.
Si piange e si lotta, si soffre in tutto il mondo…
Silenziosamente e forse senza più voce… le donne piangono per il sangue versato, per quella vita che hanno amato, per quell’occasione di parlare di ridere ed essere insieme che si è perduta…
Piangono le donne della mafia, come le madres de plaza de mayo, come le vittime delle tante guerre… piangono le donne vittime di violenza e di stalking… piangono come Miriam e Magdalena… che vanno alla tomba per cercare un corpo morto da preparare, un corpo che delimita il confine tra la certezza di ciò che si è vissuto e l’incapacità di farsi una ragione di fronte alla morte.. di fronte ad una tomba, non ci sono più vie di fuga possibili… piangono così queste donne.. verso l’ineluttabile sentenza…
Ed ecco la luce dell’alba che spunta, l’aurora che sorge fulgida e splendente… e un gran terremoto scuote la terra… la terra non può accettare che il Signore della vita riposi tra i morti… e il cielo risponde prontamente mandando un suo messaggero a rotolare via la pietra…
Gesù, il Signore apre la fonte dell’acqua viva… e i suoi angeli dal cielo rimuovono gli ostacoli… rotolando via la pietra che ostruisce il passaggio tra la terra e il cielo… tra la vita e la morte, l’angelo compie quello che poi di lì a poco spiegherà, ad annuncerà, alle donne… non più una sentenza di morte ma l’annuncio più bello per chi è nelle lacrime, per chi vorrebbe sperare ma non ce la fa più…
Due donne sono testimoni di un evento che ha dell’incredibile, che il Signore Gesù aveva già loro preannunciato tante volte.. ed è forse per questo che resistono.. che restano.. mentre le guardie, accanto alla tomba, ormai aperta e vuota, perdono conoscenza e cadono a terra, quasi come fa Dante ogni volta che non ce la fa a reggere la conoscenza delle cose ultraterrene.
Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ ho detto».
Ecco la Notizia, ecco la novità… Il Signore è Risorto e ci precede in Galilea.. quale gioia incredibile, incontenibile, bellissima, entusiasmante novità.. il terremoto tremendo qui non è un segno di giudizio, ma è il capovolgimento della realtà, è il segno dell’inizio del Regno di Dio, la terra.. a cominciare da Cristo, primogenito figlio, primizia e precursore nella Risurrezione… la terra rilascia gli ostaggi… non è più custode dell’avello, ma diventa testimone della vita eterna!
Un segno importante… perché non ci vogliamo rassegnare ad accettare ma crediamo fortemente che ogni dolore, che ogni pena nostra, della terra e del creato intero saranno guarite e riconciliate in un giudizio che dona la vita eterna e che ci è offerto dal Signore Gesù Cristo che ci incontra come il Dio Vivente…
E viene di nuovo a camminare in mezzo a noi, proprio qui, a cominciare dalle strade della Galilea, regione poverissima, così come a casa mia e a casa tua… il Signore cammina insieme a noi … ci offre la Sua Vita ed è Vivente insieme a noi!!
E la morte non è più… e i bambini non impareranno più la guerra, e la pace regnerà sovrana… e mai più piangeremo… se non per la gioia grande, enorme.. e le donne corrono a raccontare… e il sole splende e la felicità è tanta… Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’ adorarono.
Un saluto, che significa “rallegratevi”… e che forse corrisponde meglio all’inglese “rejoice” gioite nuovamente, siate raggianti di gioia, esultate, trasmettete intorno a voi la felicità che state provando…
E come se la felicità per la vita che accade… potesse essere trasmessa per contagio di parola… il Signore si raccomanda… Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
Non temete di non essere credute, non temete di dire che il Regno di Dio è in mezzo a voi, non temete, ma illuminatevi di Gioia e annunciate che il Signore è Risorto!!
Egli è già in Galilea, è già per le strade che ancora sono impolverate di dolore e di morte… e cura, lenisce le ferite, e mostra il Regno di Dio che avviene! Il Signore è Risorto!!
Amen

Pastora Laura Testa

Rebecca e Maria di Magdala detta Maddalena

Cosa accomuna due figure tanto distanti cronologicamente? La fede e la “familiarità” con Dio.

Rebecca, Rivka, è la più potente tra le matriarche e tra le donne della Bibbia è quella che parla di più di tutte le altre: lei parla con il servo di Abramo, parla con la propria famiglia e dà il proprio assenso al fidanzamento con Isacco; Riceve la benedizione ancestrale sulla propria discendenza.

Rebecca è l’unica donna della Biblia Hebraica di cui si narri che rivolge un oracolo al Signore e lo interpreta decidendo le sorti di Giacobbe e di Esaù, designando il proprio erede.

Una donna forte, che agisce per salvaguardare la fede ancestrale della propria famiglia e prende decisioni in maniera autonoma. Rebecca e le sue scelte rivelano però una politica conflittuale e nazionalista, che verrà superata dopo lunghe traversie nell’etica di Israele che accoglie anche i figli della straniera come parte del popolo.

Maddalena è “la” discepola di Gesù per eccellenza, colei che “condivide” con lui la testimonianza, lo accompagna fino al Golgota e lo incontra in visione dopo la Resurrezione.

Una discepola che sembra conoscere Gesù e la sua visione anche meglio di Pietro, Andrea e Levi, la cui testimonianza è stata riportata in tantissima letteratura apocrifa e il cui ricordo non è taciuto nel Secondo Testamento a significare il forte contributo e la presenza delle donne al fianco di Gesù.

Pastora Laura Testa

 

Chi volete che vi liberi? – predicazione del Venerdì Santo

Letture bibliche: Matteo 27,15-26

Ogni festa di Pasqua il governatore era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva. Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba. Essendo dunque radunati, Pilato domandò loro: «Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?». Perché egli sapeva che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: «Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. E il governatore si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Quale dei due volete che vi liberi?» E quelli dissero: «Barabba». E Pilato a loro: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo?» Tutti risposero: «Sia crocifisso». Ma egli riprese: «Che male ha fatto?» Ma quelli sempre più gridavano: «Sia crocifisso!». Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’ acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Cari fratelli e sorelle, “chi volete che vi liberi?” è la domanda cruciale che Pilato rivolge alla folla, eterna domanda che è rivolta anche a noi qui stasera. Un quesito che interpella un’umanità che non riesce ad essere fedele e il Signore che invece ci offre, a costo del suo stesso figlio, la salvezza.
L’evangelista Matteo, sembra cercare dei colpevoli per la morte di Gesù, ma chi può sostenere la responsabilità di questa scelta se non Dio stesso?
E’ possibile che di fronte alle situazioni estreme anche noi abbiamo avuto la tentazione di cercare uno o più colpevoli per il male che avveniva attorno a noi. Nel racconto si attua lo stesso meccanismo: La ricerca di un capro espiatorio che possa liberare il popolo, i sacerdoti, gli scribi, gli anziani e Pilato dalle ansie e soprattutto dalle responsabilità.
Iniziano un indagine e un dibattito su un condannato: Gesù detto il Cristo.
Quali sono le accuse? Di cosa è responsabile? Sappiamo dall’evangelista che Gesù è stato consegnato dai Sommi Sacerdoti e dagli Anziani per invidia.
Cari fratelli e sorelle, l’invidia è uno tra i sentimenti più potenti che esistono: amplifica la grettezza umana innescando un circolo vizioso nel quale anziché spingerci a migliorare ci fa sprofondare sempre più in basso.
Gesù è invidiato perché agisce e parla coerentemente alla Parola di Dio. Egli propone una verità e una fede diverse da quelle che vengono annunziate nel tempio: Gesù parla del Regno che viene, ci racconta l’amore e la misericordia di Dio.
Tutte cose semplici, ma forse troppo difficili da comprendere e da credere. Gesù mina alla base un impianto di fede, un sistema di intercessioni, una macchina di controllo sociale e di potere perfetta che non può essere fermata. Gesù è troppo pericoloso per rimanere in vita:
Gesù deve morire.
Quante volte anche noi nelle nostre vite di uomini e di donne ci siamo ritrovate a fare i conti con gli stessi sentimenti? Quante volte… per invidia o per paura di perdere i nostri piccoli dominî di certezza siamo stati tentati, di allontanare un messaggio destabilizzante?
Inaspettatamente una donna la moglie di Pilato, manda a dire qualcosa “niente (vi sia) tra te e questo giusto: oggi, in sogno, ho sofferto molte cose a causa sua”. La donna porta un messaggio altrettanto destabilizzante: Gesù è innocente!
Incredibile perché implica che l’accusato è il Messia, il Cristo, Colui che tutti avevano tanto atteso, ma anche per via dello strumento umano che lo porta: una donna, una pagana, moglie dell’odiato e sanguinario governatore… l’ultima dalla quale ce lo saremmo aspettati.
Forse questo ci può far riflettere sul fatto che la verità, quella vera, quella santa, quella che scaturisce unicamente dall’evangelo, arriva nei modi, nei momenti e dalle persone più inaspettati, a volte pure da quelli indegni. Una riflessione importante, per noi che siamo protestanti che separiamo il latore della notizia dalla notizia per sé. Noi non abbiamo bisogno di una casta separata, di un sacerdozio specializzato e separato dal resto del mondo per accogliere l’Evangelo. L’Evangelo è notizia grazie allo Spirito Santo che ne permette la trasmissione e non grazie alla presunta santità di chi lo annuncia.
Pilato, questa Verità, la intuisce e forse ha paura di uccidere un uomo giusto, ma come sovente avviene a chi non possiede alcuna forza morale scarica le proprie responsabilità sugli altri.
Pilato chiede alla folla che vuole liberare Barabba: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo”?
E la risposta della folla è terribile e vile: “Sia Crocifisso!” . La folla non conosce perdono o misericordia, vuole solo che Barabba sia libero.
“Ma che male ha dunque fatto?!”… “SIA CROCIFISSO!”
Gesù deve morire, e il senso di questo dialogo tra Pilato e la folla non è più scontato: esso è vitale per tutti e per tutte noi!
Pilato da governatore infame e sanguinario si trasforma in testimone della salvezza.
La folla, pronuncia la sentenza su Gesù e su sé stessa, confermando la grande arroganza umana che si prende responsabilità che non sa mantenere e dice: “il suo sangue sia sopra di noi e sui nostri figli”.
Una folla che crede di sapere cosa sia giusto per il popolo, ma non vede il Salvatore del mondo. La folla si prende la responsabilità della morte del Giusto.
Pilato “Allora liberò loro Barabba”.
Barabba, ironicamente significa il figlio del padre, Gesù invece, figlio del Padre Santo, muore di croce sostituendosi al ladrone e a noi.
Amen

Pastora Laura Testa

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“Semi di pace” a Verona, mercoledì 11 aprile: testimonianze di chi costruisce pace in Israele e nei Territori palestinesi.

Appuntamento di spessore mercoledì 11 aprile, con inizio alle ore 20.30, presso il tempio valdese di Verona, in via duomo, angolo via Pigna: si terrá un incontro aperto a tutti gli interessati in relazione al Progetto Semi di pace, XX edizione.

Nella profonda convinzione che Dio non appartenga ad una religione in particolare e che la regola aurea del “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te stesso” sia patrimonio comune delle fedi che animano l’umanità intera, volentieri sosteniamo e diamo spazio come chiesa valdese di Verona a occasioni di questo tipo. Esse infatti consentono testimonianze preziose, momenti da divulgare e custodire, possibilità di riflessioni non superficiali e rare occasioni di confrontarsi con persone che vivono e sono impegnate nella costruzione di percorsi di pace in contesti indubbiamente difficili, dove andare controcorrente non è certo scontato. Sono momenti che non possono non riportarci alle parole stesse del Maestro: “Beati gli operatori di pace …”.

Semi di Pace è un progetto promosso dalla rivista Confronti con il sostegno dell’8 per mille della Chiesa valdese (Unione delle chiese valdesi e metodiste), per dare voce a israeliani e palestinesi impegnati nell’educazione alla pace e al dialogo interreligioso.

Il progetto si propone di mostrare la complessità della situazione in Medio Oriente attraverso la viva testimonianza di persone che lavorano quotidianamente per il dialogo nelle diverse realtà in Israele e nei Territori palestinesi.

Semi di Pace è, infatti, un programma di incontro tra testimoni di pace, opinion leader, rappresentanti di comunità religiose, intellettuali, studiosi e rappresentanti di organizzazioni, israeliani e palestinesi, che vengono in Italia sia per mettere a confronto le proprie esperienze, sia per condividere con il pubblico italiano le loro analisi.

La formula che caratterizza il progetto è la divisione dei testimoni in coppie composte sempre da un israeliano e un palestinese, che si mettono a disposizione per incontrare i gruppi, le associazioni e le istituzioni che richiedano la loro testimonianza.

In virtù di questa caratteristica, Semi di Pace rappresenta per il pubblico italiano un’occasione unica per venire a conoscenza e confrontare i diversi punti di vista sulla situazione e sulla politica in Israele e nei Territori palestinesi così come vengono formulati e esplicitati dai diretti interessati, senza che ad essi venga posto il filtro di un’interpretazione “altra”. È altresì un modo per entrare in diretto contatto con rappresentanti di movimenti, organizzazioni e istituzioni che scelgono la via del dialogo e della riconciliazione.

Semi di Pace è un progetto giunto alla XX edizione e a cui hanno partecipato, nel corso degli anni, testimoni di pace, opinion leader, rappresentanti di comunità religiose, intellettuali, studiosi e rappresentanti di organizzazioni, fra cui: Parents Circle, Neve Shalom – Wahat al-Salam, Interfaith Encounter Association, Givat Aviva, “La via di Abramo”, NAFS, Windows for Peace, International Centre di Betlemme, Open Hause di Ramle, Peace Now, Hand in Hand, Al-Liqa, Hagar: jewish-arab education for equality, Road to Recovery…

La XX edizione di “Semi di pace”, vedrà il coinvolgimento delle seguenti organizzazioni:

Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione pacifista composta esclusivamente da famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto in comune la sorte di vedere i propri familiari morire a causa del conflitto. Sono anche famiglie che non hanno voluto reagire al trauma del lutto con la volontà di vendetta e di odio, ma hanno preferito ricercare il dialogo e la riconciliazione con l’altro, per arrestare lo spargimento di sangue e operare a favore della pace.

Parents Circle è nata nel 1995, per iniziativa di Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso da affiliati ad Hamas l’anno precedente. Oggi ne fanno parte seicento famiglie israeliane e palestinesi che conducono un’azione comune per la costruzione della pace. Molte le attività promosse dall’associazione: incontri di dialogo per giovani delle due comunità, meeting pubblici tra le famiglie delle vittime, azioni di solidarietà e programmi educativi con il coinvolgimento delle due parti, sito internet in versione araba ed ebraica. La comunità di Facebook “Crack in the wall”, che conta oltre 28.000 membri, agisce per creare una crepa nel muro, impegnando palestinesi e israeliani nel dialogo e fornendo una piattaforma per esprimersi nella propria lingua, poi tradotta all’altro.

Per maggiori informazioni: http://www.theparentscircle.com

Road to Recovery è un’organizzazione binazionale fondata da Yuval Roth (già membro di Parents Circle Families Forum) al fine di fornire supporto medico alla popolazione palestinese, con particolare attenzione ai bambini che necessitano di cure e assistenza impossibili da trovare nei Territori palestinesi e a Gaza. Per questi bambini e per i propri genitori, infatti, i costi per il trasporto in ospedale sono proibitivi, specialmente nei casi in cui le cure devono essere reiterate. Questo importante lavoro è fatto perlopiù su base volontaria ed è portato avanti da israeliani che riconoscono l’importanza nella missione dell’associazione e hanno deciso di donare il proprio tempo e l’utilizzo dei personali mezzi di trasporto per trasportare palestinesi bisognosi. Uno dei compiti più delicati, in tal senso, è “scortare” i palestinesi dai propri luoghi di abitazione attraverso i checkpoint fino agli ospedali israeliani. Questo lavoro, chiaramente, non potrebbe essere possibile senza il supporto di palestinesi che svolgono il lavoro di facilitatori con i pazienti. Road to Recovery è affiliata ad altre organizzazioni attive nel dialogo fra israeliani e palestinesi, fra le quali: Doctors for Human Rights, Basmat el Amal, Rabbis for Human Rights.

Per maggiori informazioni: http://www.roadtorecovery.org.il

I due testimoni dell’associazione israelo-palestinese Road to recovery che interverranno quindi in occasione dell’incontro di Verona saranno:

Piera Edelman , israeliana, ha 56 anni ed è madre di 3 figli. Originaria del Sud Africa, Piera è emigrata in Israele nel 1979, all’età di 17 anni. È assistente sociale in case di cura per anziani e vive nel nord di Israele. Piera sul piano religioso si definisce osservante con una visione pluralista. Piera ha sposato il suo primo marito, Chovav Menachem Landau quando aveva 20 anni. Erano sposati da 6 mesi e aspettavano il loro primo figlio quando Chovav è stato ucciso in battaglia il 10 giugno 1982, nella prima guerra del Libano. Aveva 23 anni. Il suo funerale si è tenuto nel 21° compleanno di Piera, il 17 giugno 1982. Un anno dopo è nato Menachem (che significa in ebraico “conforto”). Piera si è risposata quando Menachem aveva quasi 2 anni e ha avuto altri due figli. Diversi anni dopo è nato in lei l’interesse di conoscere gli arabi presenti nel quartiere, per capire chi fossero e quale fosse la loro visione del mondo. Si è unita a diversi gruppi interreligiosi, ma presto si fatta strada in lei la volontà di incontrare i palestinesi della Cisgiordania.

Dopo aver partecipato a uno degli incontri di dialogo fra israeliani e palestinesi, Piera si è unita al Parents Circle – Families Forum sentendo di aver finalmente trovato quello che cercava. Piera crede fermamente nel messaggio di tolleranza, dialogo e riconciliazione del PCFF: “Mi sento sempre ispirata quando sono con i miei amici palestinesi, e in particolare quando condividono i loro percorsi individuali, che dimostrano con certezza che abbiamo un partner per fare la pace”.

Rasha Obeid , palestinese ha 31 anni e ha ottenuto un bachelor in amministrazione aziendale e contabilità. Vive e lavora a Betlemme.

Rasha ha perso suo nonno, Zein Aldein, nella battaglia di Al-Karameh nel 1968. Zein a quel tempo faceva l’autista e lavorava tra Giordania e Palestina, trasportando cibo e merci a favore dei rifugiati palestinesi. La famiglia di Rasha non sapeva che Zein fosse impegnato nei luoghi della battaglia e quando sparì senza dare notizie o informazioni. Dopo aver cercato nei vari ospedali si ebbe la speranza potesse essere stato arrestato dal governo israeliano ma ben presto anche questa ipotesi fu da scartare. Solo alla fine degli anni ’90 è stato rilasciato un certificato di morte ufficiale per Zein Aldein, senza che fossero consentite ulteriori indagini riguardo alle circostanze della sua morte o luogo di sepoltura.

Rasha è diventato membro di PCFF dopo aver partecipato alle sessioni di narrazione parallela. Sebbene inizialmente Rasha fosse riluttante ad aderire al PCFF, si è presto sentita parte di una grande famiglia: “La nostra storia non finisce mai, in ogni famiglia palestinese c’è una storia e ogni storia è unanuova vita per una nuova generazione”.

Un nuovo cielo e una nuova terra – Sermone di Domenica 25 marzo 2018

LETTURA BIBLICA

Ap 21,1-7; 10-18

Ap 21:1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

6 Ecco sono compiute!

Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

acqua della fonte della vita.

7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

10 Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, 11 con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. 12 Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. 14 Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello.

15 E colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 E la città era quadrata, e la sua lunghezza era uguale alla larghezza; egli misurò la città con la canna, ed era dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza erano uguali. 17 Ne misurò anche le mura ed erano di centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, adoperata dall’angelo.

18 Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo.

SERMONE

Qualche tempo fa sentii un comico, uno sagace, capace di una satira intelligente, riferirsi un po’ sprezzantemente ai cristiani come a coloro che credono ad un libro che racconta “Favolette”. Penso che allora riterrebbe l’intero libro dell’Apocalisse come il non plus ultra della fantasia. Bestie, città celesti, stagni di fuoco. Nella peggiore delle ipotesi un corteo carnevalesco, nella migliore una storiella consolante che promette felicità future in grado di ripagarci per le sofferenze di questa vita, magari invitandoci a sopportarle, a rassegnarsi.

Il brano naturalmente non è nulla di tutto questo, in realtà è molto concreto e attuale. Dietro una simbologia ricca ed imponente trasmette messaggi che parlano della realtà di allora, di quando il brano fu scritto, e che valgono oggi più che mai. Attraverso il simbolo ed il linguaggio liturgico che permea l’intero libro dell’Apocalisse, l’autore getta un altro sguardo sulla realtà che non si riduce a quanto si constata con la visione umana. L’autore non sa solo guardare oltre, guarda anche attraverso.

Sono tre gli aspetti del testo sui quali ci soffermeremo oggi:

1.LA LIBERTA’: Chi imprigiona l’uomo e chi lo libera

2.IL NOSTRO PRESENTE: Di fronte ai poteri di questo mondo cosa possiamo fare noi e soprattutto come: ecco il messaggio di interpellanza dell’Apocalisse, che ci interroga riguardo il nostro presente;

3.IL NOSTRO FUTURO: il messaggio di speranza, che ci invita a non distogliere lo sguardo dal futuro che ci attende e di viverlo da ora perchè è già iniziato

Primo punto: chi ha il potere, chi governa i destini dell’umanità? Roma in quei tempi. Giovanni è un esiliato, scrive dall’isola di Patmos, un’isoletta del Mar Egeo dove la potenza imperiale romana lo aveva confinato. Era pratica comune allora, sotto l’imperatore Domiziano, destinare appunto al confino i colpevoli -diremmo oggi- di reati di opinione. Opinioni che Giovanni , il Veggente, continua ad esprimere anche nella prigionia. Non favolette dunque, magari delle quali sorridere, ma temi che Roma prende molto sul serio. Egli scrive di Gerusalemme, che era stata rasa al suolo circa vent’anni di prima al termine di una guerra che aveva decimato la popolazione della Giudea, e che egli vede, non solo risorgere ma addirittura scendere dal cielo, in un momento in cui il suddito romano dabbene, meglio avrebbe fatto a non nominarla neppure. Giovanni difatti è allontanato perché nella nuova Gerusalemme che lui vede, si dichiara che la fine dei tempi è la fine delle potenze, la nuova Gerusalemme sostituisce i tentacolari spazi umani rappresentati da Roma. Quando? In un giorno lontano? In un futuro incerto? Non è quanto il Signore vuole farci sapere, abbiamo letto: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro … “ è il tema della presenza di Dio con gli uomini che è inaugurata da Cristo, sentiamo qui risuonare le parole del Vangelo di Giovanni: “La Parola è diventata carne ed ha abitato per un tempo tra noi”. Quanto minaccia il potere degli uomini, espresso come oppressione, violenza, sfruttamento, sradicamento, dominio sui corpi e sulle menti, asservimento, non è quindi una liberazione che ci sarà ma che c’è! Riguarda anche noi, oggi! La liberazione è già inaugurata, da Cristo. Una liberazione che nessuno può togliere. La liberazione interiore quando si realizza non è qualcosa che viene concesso, e che quindi può essere ripreso ed è sempre feconda, foriera di rinnovamento. Questo Roma lo aveva capito benissimo, ecco la pericolosità di Giovanni, la pericolosità di Cristo, in grado di sconvolgere il sistema imperiale, in grado di sconvolgere il sistema attuale!

Arriviamo al secondo punto: cosa possiamo fare noi di fronti a i poteri di questo mondo. Il libro dell’Apocalisse ci interroga, come interrogava le comunità cristiane della fine del primo secolo cui si rivolgeva. La società romana funzionava bene, il diritto romano si studia ancora oggi, per l’epoca era finanche accogliente, massacri e crocifissioni in grande stile a parte. Era -tutto sommato- piuttosto facile adagiarvisi: una pax romana che garantiva i commerci, quel minimo di ossequio all’autorità (un piccolo sacrificio all’imperatore, ma tanto per farlo) , il rispetto delle leggi -qualunque esse fossero- ma ve n’erano di peggio, assolutamente niente di sovversivo per carità e la vita scorreva tranquilla. Bastava tenere gli occhi un po’ socchiusi, di fronte a quanto sfruttava in realtà l’umanità e ne conquistava anche le menti. Accontentarsi, adagiarsi nella società del periodo, conformarsi alle pratiche sociali romane: che bello! Non è bello anche oggi? Chiudere gli occhi è facile, ed è facile diventare pigri, rassegnati, tiepidi -come ci dice in un altro passo l’Apocalisse. E’ facile farsi addormentare da notizie distraenti, facile credere a quanto ci viene raccontato dai media, facile essere manipolati, facile pensare che l’economia o la politica attuali siano buone, solo perché tengono al caldo e sfamata una parte dell’umanità, l’importante è essere dalla parte giusta. Essere cristiani dovrebbe vederci come una pietra, salda, in mezzo a un torrente, che non rotola e non segue la corrente, che vi si oppone. Ma certo l’acqua si infrange con forza contro la pietra. Sappiamo essere pietra senza rotolare a valle trascinati dall’acqua? Sappiamo in vista del tempo nuovo, vivere saldamente ed instancabilmente il tempo della testimonianza missionaria ed il tempo della presenza del Risorto? Per opporsi alla forza dell’acqua che ci vuole trascinare a valle occorre una forza che non è nelle possibilità umane. La buona volontà non basta, le intenzioni nemmeno, cosa allora? La Grazia lo rende possibile! La Grazia. Calvino parlava della “nostra totale incapacità di fare il bene”, occorre saperlo, allora quanto facciamo sarà guidato dalla Grazia.

Terzo punto: il messaggio di speranza. “Cielo nuovo e terra nuova”, un rinnovamento del creato, l’eliminazione delle cose vecchie, il mare -che simboleggia il male- sparisce. Sono parole che ci comunicano con grande sobrietà che assisteremo ad una nuova creazione, basta su un nuovo ordine e rigenerata da Dio. Sono parole di grande tenerezza dove possiamo cogliere qualcosa della infinita misericordia divina, del profondo amore che nutre per noi: “Asciugherà ogni lacrima…non vi sarà morte, lutto , affanno perché le cose di prima sono passate”. Il rinnovamento del creato quindi che, attenzione, non è disgiunto dal rinnovamento delle persone. Il nuovo creato inizia con le nuove creature, oggi, in Cristo . Come abbiamo letto anche nell’epistola di Paolo si dichiara che le cose vecchie sono passate perché in Cristo si è persone nuove! Cielo e terra nuovi non rappresentano quindi solo uno sguardo su un futuro lontano ma anche il rinnovamento del nostra vita attraverso la comunione completa e perfetta col Signore. Il tabernacolo di Dio con gli uomini significa proprio questo. Significa che il viaggio verso la nuova Gerusalemme è già iniziato, in Cristo! Pensiamo allora a quando siamo in procinto di partire per un viaggio, cosa facciamo ? Ci informiamo su voli aerei, treni, soggiorno, hotel. Se è un viaggio di piacere studiamo le guide turistiche, le località da ammirare, i musei da visitare. Mentre lo facciamo in qualche modo ci vediamo già lì, proviamo già alcune delle emozioni che ci attendono. Pensiamo ad esempio di prevedere una visita ad un capolavoro dell’arte: alla pietà di Michelangelo, oppure un quadro di Van Gogh, la notte stellata ad esempio. Pregustiamo la bellezza di quanto ammireremo e ci emozioniamo. Studiando queste meravigliose opere dell’ingegno umano a casa, osservando le foto, ne comprendiamo la grandezza e tutto questo è già parte del momento in cui le vedremo di persona. Analogamente quanto viviamo oggi in Cristo fa già parte del mondo che verrà, ne è un anticipo. Cristo nelle nostre vite anticipa la nuova Gerusalemme che infatti non avrà tempio come recita il testo più avanti, perché la presenza di Dio con i suoi sarà una presenza viva e reale , costante.

Dobbiamo stare quindi molto attenti care sorelle e cari fratelli che lo sguardo rivolto al futuro non ci ponga in una situazione di stallo. Siccome lì arriveremo, speriamo di arrivarci presto: sarebbe un ragionamento che ci porta a fuggire da quel viaggio che in Cristo si è già intrapreso e che va vissuto pienamente perché questo è quanto il Signore ci chiede. Questo non significa che non dobbiamo pensare alla meta finale, alla Gerusalemme celeste, è infatti una visione stupenda e piena, meravigliosa. Il libro dell’Apocalisse descrive la nuova Gerusalemme e lo fa in maniera trascendente e concreta al tempo stesso. Trascendente: un cubo di 2500 km di lato, lo immaginate? Come se un lato iniziasse a Verona e terminasse a Mosca; con mura di 180 metri. La città è un cubo d’oro tempestato di pietre preziose. Non dobbiamo interpretarlo letteralmente la descrizione è simbolica. Si tenta di descrivere qualcosa di diverso da quanto ci circonda , di difficile rappresentazione ma che è altro rispetto ad una comune città, completamente diverso da Roma, dalla società dal in cui viviamo. al tempo stesso la città è descritta concretamente , ne possiamo percepire la solidità: massiccia, robusta, ricca di dettagli. Cosa significa? Che sarà un mondo nuovo, libero da oppressioni, morte e dolore ma che sarà reale!

In conclusione sorelle e fratelli,

-LIBERTA’. La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: chi libera le donne e gli uomini? E’ Cristo, che è potere di Dio che libera dai poteri terreni che imprigionano e che nessuno può toglierci.

-IL NOSTRO PRESENTE:Siamo chiamati a non adeguarci , non adagiarci in una società che magari ci accontenta ma che non è giusta: gli ultimi non mancano di certo. Come? Non contando sulle nostre forze ma affidandoci alla Grazia, fiduciosi che Dio agisce e quindi vivendo questo tempo come quello della testimonianza, della missione, in Cristo, per gli altri.

– IL NOSTRO FUTURO: lasciamoci rassicurare dalle promesse divine della nuova Gerusalemme, Dio stesse intende sottolinearlo: “queste parole sono certe e vere”, come a dirci: “Fidati, sarà così, sarà lo spettacolo più bello del mondo e sai cosa? E’ già iniziato in mio Figlio, vivi la tua vita. Con le sue difficoltà ma pienamente, in Cristo, fino in fondo, ne vale la pena , io pongo la mia tenda nella tua esistenza, non perderti nulla del viaggio, da subito!

Amen

Alessandro Serena

Quando verrò e vedrò il volto di Dio? Predicazione di domenica 11 marzo 2018

LETTURE BIBLICHE: salmo 42 , 43; Esodo 33,18-23; Giovanni 20, 11-18

Salmo 42

Sal 42:1 Al direttore del coro.

Cantico dei figli di Core.

Come la cerva desidera i corsi d’acqua,

così l’anima mia anela a te, o Dio.

2 L’anima mia è assetata di Dio,

del Dio vivente;

quando verrò e comparirò in presenza di Dio?

3 Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,

mentre mi dicono continuamente:

«Dov’è il tuo Dio?»

4 Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla

verso la casa di Dio,

tra i canti di gioia e di lode

d’una moltitudine in festa.

5 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

6 L’anima mia è abbattuta in me;

perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,

dai monti dell’Ermon, dal monte Misar.

7 Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;

tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.

8 Il SIGNORE, di giorno, concedeva la sua grazia,

e io la notte innalzavo cantici per lui

come preghiera al Dio che mi dà vita.

9 Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?

Perché devo andare vestito a lutto per l’oppressione del nemico?»

10 Le mie ossa sono trafitte

dagli insulti dei miei nemici

che mi dicono continuamente: «Dov’è il tuo Dio?»

11 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

SERMONE

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

questa affermazione e questa domanda sono la traduzione cattolica dell’inizio del Salmo 42.

Queste parole saranno il centro della mia predicazione di questa mattina.

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Solo quando l’acqua ci manca, ci accorgiamo che è indispensabile per la vita. Che la sete è insopportabile. Il caldo, l’abbandono, lo sforzo troppo prolungato generano stress e disidratazione. Il nostro corpo è costituito per l’90% di acqua, se perdiamo troppa acqua, mettiamo a rischio la nostra stessa vita. Una grande sete viene sempre dopo uno stress ambientale o fisico.

Anche il salmista canta il salmo sotto stress, si trova lontano da casa sua, lontano da Gerusalemme, non ha nessuno che condivida la sua fede, che conosca i suoi inni. Isolato sulle montagne nel nord della Galilea, ha una grande nostalgia del proprio paese, del trovarsi nel tempio, di cantare quelle lodi del Signore che ha conosciuto nella sua infanzia. Una situazione che è vissuta da ogni migrante costretto lontano da casa.

Ma non si trova solo nostalgia in questo salmo, al quel credente non manca solo il suono della cetra, piange calde lacrime perché i suoi avversari lo deridono e lui si sente con le ossa rotte. Anzi la sua sete viene ristorata solo dal suo pianto, notte e giorno. Vive oppresso dagli altri, abbandonato e solo. La sua vita è diventata un abisso oscuro, e lui si sente sprofondare sommerso dalle difficoltà, dal male che patisce ogni volta che chiede ad una altra persona.

Stress post-traumatico, questa sarebbe la diagnosi medica, che incasella i sintomi e prescrive una cura.

Nella vita di tutti noi è passato lo spettro di uno stress che abbiamo sentito come insopportabile: un lutto, una diagnosi medica preoccupante, la rottura definitiva di legami di affetto, sono situazioni dove ci sentiamo mancare l’aria o, restando nella metafora del salmo, siamo assetati di tenerezza e di giustizia.

Nella chiesa locale ogni lutto, ogni trauma personale suscita una eco di empatia tra i fratelli e le sorelle, le visite e la preghiera comune sostengono lo svolgimento dei sentimenti.

Dopo questi eventi amarezza, nostalgia e rabbia sono i sentimenti che commuovono tutti noi!

La domanda scritta dal salmista: “O Dio perché mi hai dimenticato?” “Perché mi hai rigettato” alberga con forza nelle nostre menti.

Così come sentiamo la sfida della domanda degli avversari del salmista che lo scherniscono dicendo :” Dove è il tuo Dio?”

Dentro la commozione per la tragedia vissuta, si insinua il dubbio, la lontananza da ogni fede trascendente che avvertiamo nella nostra società, ci sfida con il suo cinismo. Siamo schiacciati tra il dolore e la rinunzia.

Quando viviamo una tragedia, quando vediamo il male che trionfa con la morte di umani estranei ad ogni conflitto, quando riflettiamo sulle stragi e le deportazioni della storia recente, una domanda si affaccia alla nostra mente: “ Ma Dio dove era, perché succedono queste cose?”

Sulle pareti di una cantina di Colonia, in Germania, rifugio di ebrei perseguitati durante la seconda guerra mondiale, era scritta questa breve poesia.

Credo nel sole, anche quando non splende.

Credo nell’amore, anche quando non lo sento.

Credo in Dio anche quando tace.

Non intendo con questa testimonianza chiudere la discussione, anzi dal salmo emerge senza sosta la richiesta : “L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente.” Così come emerge la risposta ripetuta per tre volte, a responsorio: “Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora ; egli è la mia salvezza e il mio Dio.”

Questa è la condizione del credente in crisi, del salmista che prega. Questa è anche la nostra condizione.

La nostra vita va avanti tra sentimenti negativi che ci affliggono con domande di sfida, da un lato, e dall’altro propositi di speranza che ci vengono dalla fede nel patto di Dio con l’umanità.

Continuiamo ad udire questo sostegno da parte dei fratelli e delle sorelle in Cristo. Spera in Dio, Spera in Dio.

La fede nella vittoria di Gesù sulla morte, e nella sua resurrezione, ci permette di sperare , ci permette di pregare con forza, anche di litigare con l’Iddio altissimo.

Se ripercorriamo tutto il salmo vediamo che questa preghiera è percorsa da amarezza per i torti e i lutti subiti, da nostalgia per le riunioni al tempio, per le lodi cantate in coro e infine da rabbia per il silenzio del Signore, per la sua assenza dalla scena delle violenze.

Ecco amarezza, nostalgia, rabbia hanno pieno diritto di cittadinanza nelle preghiere che possiamo rivolgere al Padre al Figlio ed allo Spirito.

Il Signore ascolta e accompagna il credente nella elaborazione del lutto.

Questo spazio di preghiera che ci si apre davanti non risponde alla domanda : “Perché Dio lo ha permesso?” ma risponde alla domanda :”Come faccio a sopravvivere?”

Sopravvivere, continuare a vivere, vivere nuovamente. Vivere guardando a una qualche speranza.

Preghiamo, chiediamo a Dio che mandi la sua luce e la sua verità a prenderci per mano e a mostrarci la via che porta sul suo monte santo.

Dio nel deserto ha condotto il popolo con un fuoco di notte e con una nuvola di giorno; ha fatto sgorgare acqua da una roccia per dissetarlo, li ha portati con Mosè fino al monte Sinai, il suo monte santo!.

E lì si è rivelato!

In quella rivelazione forse possiamo trovare la risposta alla domanda : “Dove è il tuo Dio?” La domanda che assilla il salmista, la domanda che risuona nella mente di chi sente perduto e travolto dal male.

Anche Mosè vuole vedere in faccia Jahvè, vuole cioè conoscere la volontà di Dio nell’attimo in cui si realizza. Anche Mosè come il salmista è assetato della presenza dell’Iddio vivente.

Il teologo dell’Esodo ci dà la risposta, chi è umano, fosse anche Mosè, non può vedere il volto di Dio, ma solo le sue spalle, una volta che è passato. Esodo racconta che Dio parla così a Mosè :

Mentre passerà la mia gloria, ti coprirò con la mia mano finché io sia passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere.

Riconosciamo la presenza del Dio della vita, solo dopo che Egli ha agito.

Anche Maria Maddalena sente la voce e riconosce Gesù risorto solo dopo tre richiami, quando si volta e risponde Rabbunì. Essa però non può abbracciarlo, né toccarlo anche se è stata chiamata per nome.

Il nostro sentimento religioso vorrebbe trattenere il Signore, sapere dove sta di casa, contemplare il suo viso anche se di lontano. Siamo come i discepoli durante la trasfigurazione, vorremmo fare una tenda dove ricoverare Gesù, con Elia e Mosè.

Così nella crisi, nel dolore, nella tragedia sapremmo dove trovarlo

Ci è data solo questa speranza, in ogni crisi, in ogni errore, lo Spirito, il Consolatore ci parla in preghiera.

Spera in Dio, ….. egli è la mia salvezza. ripete per tre volte il salmo. Questa salvezza che il salmista vedeva nel Patto del Sinai, noi la riponiamo nella croce e nella resurrezione. Il Figlio di Dio mostrò il suo volto in mezzo alle sofferenze umane, il Figlio di Dio ha sconfitto la morte allora e per sempre. Questo è ciò che basta alla nostra salvezza, la promessa che in Lui risorgeremo, la morte non sarà più e ogni lacrima sarà asciugata.

E infine un particolare che forse qualcuno avrà notato. La nostra nuova riveduta, che abbiamo usato per la lettura del salmo completo, recita Quando verrò e comparirò al cospetto di Dio? La bibbia cattolica scrive Quando verrò e vedrò il volto di Dio? La differenza viene da manoscritti latini o ebraici e illustra bene lo sforzo della comunità degli antichi credenti di intendere cosa possiamo o cosa potremo contemplare della presenza di Dio, cosa possiamo nella nostra vita terrena ridurre a misura della nostra ragione.

Per rispondere a domande così difficili e impegnative è necessaria una elaborazione teologica che richiede anni, e che è riflessa nei differenti manoscritti. La nostra traduzione riveduta privilegia un sentire conforme al passo dell’Esodo.

Anche nel tempo di Dio, che si estende dopo la nostra morte, noi saremo alla sua presenza e tanto ci basti.

Dio ci volgerà ancora le spalle? Non lo sappiamo, ma siamo certi che ci accoglierà nella casa del Padre. L’amore del padre del figlio e dello spirito scioglierà ogni nostalgia, addolcirà i nostri sentimenti, scaricherà la rabbia umana compiendo il tempo che abbiamo vissuto.

Noi conosceremo il suo amore, questa è la promessa che ci può accompagnare in ogni nostra preghiera, in ogni nostro stress, in ogni nostro lutto.

Amen.

Ruggero Mica