Una mano piena di sale

LETTURA BIBLICA

1Parola che Isaia, figlio di Amots, ebbe in visione, riguardo a Giuda e a Gerusalemme. 2Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del SIGNORE si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. 3Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del SIGNORE, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del SIGNORE. 4Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra. 5Casa di Giacobbe, venite, e camminiamo alla luce del SIGNORE!

Isaia 2,1-5

13«Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, 15e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Matteo 5,13-16

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle, stamattina ascoltiamo la promessa più bella che possa esistere: trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra.

Questa promessa non è solo per Israele, per Sion, ma è per i molti popoli, per le genti, questa promessa è anche per noi.

Il profeta ha una visione particolarissima, infatti ha per soggetto la Parola di Dio, Essa è visibile e diviene fatto reale!

Cari fratelli e sorelle, mi ha molto colpita questa Parola di Dio, che arriva in visione.. come infatti si fa a “vedere” la Parola?

Per essere visibile essa deve realizzare ciò che compie, deve essere affidabile, sicura, concreta, deve essere Parola incarnata, parola di verità.

Un modo di dire un po’ caduto in disuso è quello di dare la propria parola per garantire un contratto, per confermare una situazione, o semplicemente per avvalorare la veridicità di una situazione. Questo modo di dire è, a mio parere, caduto in disuso, perché la nostra parola umana, non è per niente affidabile, anzi sovente ci troviamo di fronte a pubblicità ingannevoli, a vincoli, a clausole, a note in piccolo e a una sempre maggiore deresponsabilizzazione di fronte all’agito personale che ci allontana dal mondo in cui bastava una stretta di mano per fare un “patto”.

Dare la parola ed accettare la parola di qualcuno implica infatti un rapporto di fiducia basato sulla conoscenza personale e sull’onorabilità dei contraenti.

Mi pare che il profeta Isaia, quando descrive questa Parola di Dio che viene data in visione, parli proprio di questo rapporto di fiducia: la Parola di Dio è visibile perché il Signore è degno di fiducia, e ciò che promette avviene sempre.

Un racconto dei momenti ultimi, in cui avverrà il Regno sulla terra, in cui il monte di Dio si ergerà per essere visibile a tutti ed essere guida ed indirizzo per coloro che vorranno avvicinarsi a Dio.

La Parola di Dio racconta che il creato intero è trasformato dalla grazia di Dio e che diventa compartecipe dell’azione potente di salvezza per i popoli.

Il luogo alto, il monte è il luogo metaforico per eccellenza della rivelazione di Dio, che per noi è il luogo della predicazione e dell’insegnamento di Cristo.

Proprio il discorso della montagna è infatti il momento più alto della predicazione del Signore Gesù, in cui la Parola diventa visibile per tutti i popoli e per le genti. Parola divina che ammaestra ed insegna a tutti e a ciascuno a camminare nella luce del Signore.

Quanto è importante questa luce in tutta la nostra tradizione comune di cristiani, la luce è metafora d’integrità, di bontà, di grazia, di comprensione, di compartecipazione , ma anche di integrità. Questa integrità è un concetto chiave infatti per ogni cultura che abbia un radicamento biblico: si è integri di fronte a Dio e agli uomini e ci si ancora alla Parola per vivere in essa. Integrità che è anche salute, salvezza ed è anche vita di relazione: la luce che promaniamo dipende dal nostro rapporto con il Signore e ne è frutto, determina il nostro agire e il nostro comune sentire nel processo di santificazione e di testimonianza.

Se ci riflettiamo ci accorgeremo che c’è una grande diversità tra l’atteggiamento delle culture e dei paesi che hanno un radicamento di matrice biblica e quelli che ne hanno meno, che magari hanno sviluppato delle forme di assoluzione dai peccati legate alla sacralità: l’atteggiamento nei confronti della verità.

Non intendo generalizzare naturalmente, ma nei paesi e nelle culture di matrice protestante dire la verità, anche se scomoda, anche se difficile è considerato un segno distintivo tra chi è degno di fiducia e chi non lo è. In Italia invece mi pare che la verità e di conseguenza l’onestà e l’affidabilità siano considerate materie di secondo piano. La categoria che si riconosce e che si usa è piuttosto quella della potenza, del dominio, del comando, frutto questo di una teologia sacramentale e monarchica.

Ho fatto questa considerazione, sorelle e fratelli, perché mi sono chiesta quale è il nostro specifico di metodisti e valdesi qui in Italia, quale è la portate della luce che siamo chiamati a spandere attorno a noi grazie a questo radicamento nella Parola del Signore che ci rende luminosi e visibili?

Credo fermamente che una parte importante della nostra vocazione siano la coerenza, l’integrità e l’affidabilità: queste sono componenti importantissime che rappresentano il nostro stile, ma anche la nostra fede.

Noi desideriamo essere considerati coerenti con la parola di verità di Cristo e ad essa restare fedeli: questo comporta un cambiamento nelle nostre esistenze, per cui quando prendiamo un impegno, quando facciamo un patto – e quanto è importante questo patto nella cultura metodista- poi lo manteniamo.

In questo nostra vocazione alla coerenza vogliamo però ricordarci che non siamo soli, perché è Dio che sostiene e illumina le nostre esistenze e non ci lascia soli. Il patto di verità che facciamo con Dio significa anche che Egli ci inserisce nel Suo popolo, ci rende parte della Sua famiglia e questo legame è più importante di ogni nostro legame o retaggio culturale o familiare.

Dire la verità significa anche dire il proprio peccato, saper ammettere di aver bisogno di tutti e di ciascuno, dire la verità significa agire sempre al meglio di ciò che si è, ma senza considerarsi meglio degli altri, bensì riconoscersi insieme nella luce del Signore.

Questa nuova dimensione di vita è la dimensione della speranza, che spinge a cambiare il proprio vissuto, a trasformare i propri strumenti offensivi e mortiferi, in strumenti di cura e di pace. Una pace che è dono per i popoli, pace per le genti, pace per Israele, pace tra i vicini e i lontani, ma anche e soprattutto pace interiore con noi stessi e con Dio in Cristo Gesù.

Le spade non sono infatti solo quelle materiali, fatte d’acciaio, ma sono anche le nostre parole finte, o i nostri atteggiamenti incoerenti con la fede che Dio ha riposto in noi.

Ma ecco la bella notizia fratelli e sorelle: viviamo e camminiamo nella luce del Signore; Egli ci ammaestra con amore ad accogliere il peccato altrui, come se fosse il nostro e scioglierlo con l’annuncio di Cristo che ci converte alla comunione e alla pace, affinché tutte le persone e i popoli possano godere anche essi della luce e della grazia di Dio.

Amen

Past. Laura Testa

Immagine di LoggaWiggler via Pixabay

LETTURA BIBLICA

30Allora essi gli dissero: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? 31I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto:
“Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”». 32Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. 33Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo». 34Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di questo pane». 35Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.

Giovanni 6,30-35

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,
il pane è il centro di questo dialogo di Gesù con i suoi interlocutori: il pane che viene dal cielo, quello vero che il padre suo dà. Un pane che dà la vita al mondo e scende dal cielo.
Gesù parla di se stesso e della pienezza della vita: chi viene a Lui non avrà mai più fame e chi crede in lui non avrà mai più sete.
Gesù promette ed offre qualcosa di eccezionale, offre la propria vita in dono, offre pienezza dove c’è desolazione.

Chi era con Gesù in quel momento aveva fame, aveva sete, aveva bisogno di tutto e gli chiede cosa fai tu per noi affinché crediamo? Gesù risponde comprendendo i loro bisogni e superandoli: non è solo del pane sostanziale che hanno bisogno, ma di quello che va oltre, hanno bisogno del pane vero, quello che dà la vita al mondo, di quel pane che non perisce, ma che dà la vita eterna.
Mi chiedo se oggi anche noi saremmo tra questi interlocutori di Gesù, abbiamo fame noi? Abbiamo sete? O siamo soddisfatti e contenti ?

Come facciamo a comprendere queste parole se non abbiamo provato la fame e la sete? Come facciamo ad implorare Gesù in preghiera chiedendogli di darci ancora di questo pane se non abbiamo fame? Come facciamo a vedere oggi il segno del Signore Gesù?

Il teologo e pastore Karl Barth era solito affermare che bisognasse entrare in chiesa con in mano la Bibbia ed il quotidiano sotto al braccio e credo che avesse ragione: la Parola è incarnata in un luogo ed in un tempo specifico, e così può e deve essere la riflessione e la predicazione di essa. Parlare a qualcuno della Parola di Dio è incontro con i bisogni, è dialogo di conoscenza che mette al centro le persone con le loro storie personali. L’incontro con il Cristo è sempre un evento personale.

Il mondo, a cui il Signore dà la vita, è diviso: una parte del mondo vive al disopra delle proprie possibilità e l’altra parte del mondo non riesce a sopravvivere.

Tra le due parti si erge un muro fatto di paura: si ha timore di un’invasione, che le risorse non bastino per tutti, che la nostra cultura venga cancellata, ma soprattutto che la nostra tranquilla vita venga disturbata.

Tanti implorano per la fame e per la sete e la nostra società non risponde al loro diritto di una vita migliore, per mancanza di fiducia nelle parole del Cristo e per paura di dover cambiare le proprie vite.

Tutto sembra andare per il meglio nella parte di mondo in cui c’è pane ed acqua in abbondanza, ma è solo un’apparenza: si è persa l’umanità, si è smarrito il senso di interconnessione, non si riconosce più il valore della vicinanza, della lentezza, della comunione.

Le persone vivono sempre di più come individui non più legati assieme ed anche le famiglie stentano a trovarsi. Non parlo ovviamente solo della situazione italiana, ma di un degrado che ha proporzioni mondiali e che spinge le diverse forme di povertà, morali e materiali, a collidere continuamente tra di loro.

Sovente quelli che pagano le spese per questo tipo di situazione sono proprio i più fragili e i bambini, che avrebbero bisogno di essere sostenuti ed accompagnati.

Nuovi Pilato, dittatori di ultima generazione, si affacciano all’orizzonte mediatico e convincono le folle a seguirli, ma li conducono sempre più lontani dall’amore di Cristo che si dona per il mondo e per la nostra salvezza.

Il pane del mondo è ormai un pane avvelenato dall’odio, dall’orrore e dall’inquinamento, segni di un sistema diabolico che ci coinvolge e ci convince di non poter fare diversamente. Le nostre coste sono invase dalla plastica, i nostri mari sono avvelenati, le nostre campagne piene di veleni e di immondizia.. che pane mangeremo e che acqua berremo se avveleniamo tutto?

Gesù è disarmante nella semplicità del suo messaggio: il vero segno della libertà donata dal Signore Iddio e Padre è Lui stesso, il Cristo Vivente con la sua vita, con la sua morte e con la sua Resurrezione, affidarsi a Lui è la cura e la vita per il mondo e per noi, che ne siamo parte.

Fidarsi a Cristo e andare a Lui è la piena libertà di vita vera, è pane fragrante e salutare, è acqua limpida e pulita per noi e per i nostri figli. Questo pane non si esaurisce mai, perché è fatto della gentilezza, della generosità, della pace e dell’amore di Cristo per il mondo. E’ un pane che sazia sempre ed in ogni circostanza della vita, perché ci rende tutti parte di una stessa famiglia: fratelli e sorelle tra noi e con il mondo intero.
Questa è la risposta di Gesù a chi gli chiede segni potenti e, sorelle e fratelli, può essere anche la nostra se ci affidiamo a Lui.

Quando vediamo l’odio possiamo rispondere con la solidarietà, con la fraternità e con la vicinanza: Gesù non si accontenta di una soluzione “apparente”, ma ci dona il pane vero e la vita eterna!
Andiamo a Cristo e diventiamo parte del corpo di Dio, domandiamogli di darci sempre di questo pane ed Egli mai ce ne farà mancare.

Amen

Past. Laura Testa

Pia Klemp, comandante della nave Sea Watch

La difficoltà di farsi prossimo oggi

Davide Rostan da Riforma, 21 giugno 2019

C’è un testo nella Bibbia che tutti conosciamo: la parabola del buon samaritano. Una figura scomoda, un uomo considerato da Israele impuro ed eretico, uno da cui non ci si aspetta nulla di buono e da cui tenersi lontani. Eppure quest’uomo, nel racconto del vangelo di Luca, presta aiuto a un uomo ferito che è stato aggredito da dei banditi e lasciato per strada. Questa figura nei secoli è servita a mettere sull’avviso tutti coloro che si sono trincerati dietro una fede formalmente corretta ma incapace di avvicinarsi a chi è in difficoltà. Non è stato capace di farlo il levita né il sacerdote e molto spesso non sono state capaci di farlo le chiese. Per secoli l’amore verso il prossimo è stato incarnato da quest’uomo che presta le prime cure, spende il suo tempo e il suo denaro per trovargli un alloggio e si preoccupa per la sua salute.

Il buon samaritano sfida la nostra pigrizia, il nostro egoismo, la nostra vocazione e ci chiama a farci prossimi di chi incontriamo per strada anziché chiedere quali siano le persone di cui dobbiamo occuparci. In questi ultimi anni ho cercato, come molte e molti altri nel mondo, di farmi prossimo di coloro che, in fuga dal proprio paese, hanno scelto di cercare futuro in Europa. Io come molti altri credenti, semplici cittadini, membri di Ong, pescatori, membri del Soccorso alpino, volontari di associazioni, ci siamo lasciati interrogare e abbiamo cercato di dare un senso alla parola biblica con cui si conclude la parabola: «Va’ e fa’ la stessa cosa».

Ma da tempo sono sempre più sgomento. Il buon samaritano non è più un paradigma da imitare, è diventato invece un fuorilegge. La capitana della Sea Watch Pia Klemp rischia vent’anni di carcere per aver soccorso in mare persone che stavano affogando, numerosi amici francesi a Briançon sono sotto processo da mesi, perché hanno raccolto per strada persone che rischiavano di morire in mezzo alla neve al colle del Monginevro. Chi espone pubblicamente una sciarpa su cui è scritto «Ama il prossimo tuo» viene picchiato da militanti di destra e infine deriso dal ministro dell’Interno. Penso ai due francesi che la settimana scorsa sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, semplicemente perché hanno dato un passaggio a persone dalla pelle scura che si erano perse nei boschi di notte sotto la pioggia. Come se aiutare qualcuno, considerato che non si è tenuti a chiedere i documenti a meno di appartenere alle forze dell’ordine, costituisse di per sé un reato. Penso a quelli che in questi anni hanno aiutato con un paio di scarponi, un posto letto, qualcosa da mangiare, con il calore umano di chi cerca di ascoltare la storia altrui e prova, almeno per un attimo, a strapparti alla solitudine e alla disperazione che hanno la forma di un foglio di respingimento, di una notte gelida in mezzo alla neve e degli affetti che da anni sono solo un messaggio su whatsapp.

Penso a B., vittima del circuito della prostituzione, respinta alla frontiera due anni fa, che ho ospitato a casa mia per qualche settimana; penso alle diecimila persone che in questi due anni hanno valicato il Monginevro per raggiungere la Francia; penso ai minorenni non tutelati e rimandati in Italia, quelli a cui la gendarmerie ha rifiutato il diritto di fare domanda di asilo con metodi poco democratici. Penso alla ragazza morta annegata in un torrente, dopo esser stata inseguita di notte dalla polizia. Penso a Mamadou, di cui è stato ritrovato poco più di un braccio nei boschi di Bardonecchia. Penso alle ragazzine stuprate nei campi libici che hanno attraversato il Colle della Scala, in inverno, incinte all’ottavo mese.

Molti come me si sono lasciati interrogare dal buon samaritano e hanno risposto che non si poteva fare diversamente, che non si lascia la gente in giro in montagna come non la si lascia in mare. Penso però che avremmo potuto fare molto di più. Nei giorni scorsi il governo ha dichiarato fuorilegge la figura del buon samaritano: mi preoccupa il fatto che sia diventato lecito lasciar affogare creature umane o normale mandare a processo chi cerca di farsi prossimo. Mi preoccupano le duemila persone che manifestano a difesa del tabaccaio che spara per difendere il proprio negozio.Il diritto di migrare, la possibilità di usare il proprio passaporto per muoversi, il diritto di vivere in un paese dove istruzione, sanità e lavoro siano possibilità reali non sono più percepiti come tali. La colossale disuguaglianza economica tra i paesi da cui si emigra e quelli nei quali si vorrebbe vivere non è percepita come ingiustizia, bensì come il giusto benessere che nessuno ci può togliere. E coloro che non sono d’accordo vengano pure derisi, imprigionati e messi a tacere.Mi preoccupo perché per la prima volta in vita mia, dopo aver a lungo riletto, ho avuto paura e ho cancellato delle righe.

LETTURA BIBLICA

11Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,

Questo discorso di Gesù è uno dei più belli e dei più conosciuti di tutto il Vangelo di Giovanni. Molte volte infatti, soprattutto in momenti di crisi, le parole di Gesù che ci dice di essere il buon pastore ci consolano e ci calmano l’animo.

C’è differenza tra Gesù e qualunque altro pastore, Gesù ha con le sue pecore un legame di responsabilità e d’amore profondo, tale da dare la propria vita per loro.

Questa metafora meravigliosa è stata la prima immagine nella storia dell’arte che ritrae Dio in maniera antropomorfa: Un pastore con un agnellino sulle spalle.

I pastori erano delle persone autorevoli nel mondo in cui Gesù nacque e visse, erano guide per il popolo, conoscevano il territorio ed erano attrezzati adeguatamente per difendere le pecore nel caso in cui i lupi o altri animali feroci le attaccassero.

La contrapposizione tra il buon pastore ed il mercenario è dunque basata non sull’entità del lavoro, ma sulla relazione che c’è tra chi guida ed accudisce le pecore ed il gregge.

Chiunque può svolgere molte mansioni, anche quella pastorale, ma se ciò che si compie non è legato ad una vocazione, se non coinvolge nell’intimo, se non implica delle relazioni affettive con le persone, non serve a nulla, anzi lascia spazio all’azione del “lupo”, metafora del male, che rapisce e disperde.

Questo modello potrebbe essere applicato a moltissime situazioni odierne: ogni volta che si sottovaluta la propria responsabilità nei confronti degli altri, si lascia aperta la porta al male che disperde e che rapisce.

Troppi sarebbero gli esempi di categorie professionali che sempre di più si avvalgono di “polizze assicurative” contro possibili danni; liberatorie da responsabilità che si diffondono in ogni ambito, dall’insegnamento alle chiese, passando per gli ospedali e i luoghi di cura. Ogni volta che a qualcuno è data la responsabilità di prendersi cura di qualcun altro si prova a tutelarsi.

Il continuo delimitare l’ambito della responsabilità ha instaurato il protocollo della fuga dalla responsabilità: il mercenario vede il lupo e fugge abbandonando le pecore a se stesse. E come in molte pagine evangeliche in questo testo Legge ed Evangelo, Grazia e Giudizio arrivano assieme: i mercenari siamo noi.

La nostra è la società in cui ogni responsabilità è limitata e non ci si sente mai pienamente responsabili, mai pienamente scossi per ciò che avviene attorno a noi.

Pensiamo alle nostre famiglie, ai nostri amici, alle nostre Chiese, alle città la responsabilità è sempre dell’altro.

Abdicando però a prenderci la responsabilità, rinunciamo anche a prenderci la nostra parte di spazio vocazionale, rinunciamo ad esercitare i talenti che il Signore ci ha donati al servizio della chiesa e del prossimo.

Rinunciamo alla nostra vocazione quando ci giriamo dall’altra parte rispetto alla fame nel mondo, alle disuguaglianze sempre crescenti nella distribuzione delle risorse; rinunciamo a seguire il Signore quando ci giriamo dall’altra parte di fronte ai morti in mare, alle torture operate dalle dittature “amiche”, quando non ci poniamo delle domande rispetto ai cambiamenti climatici, all’avvento di figure di leadership imposte con la forza: rinunciamo ad essere fedeli al nostro rapporto con il Signore ogni volta che non siamo abbastanza informati e consapevoli, ogni volta che vediamo ed intuiamo che il male sta arrivando e lasciamo l’ovile senza protezione e le pecore in pericolo.

Un giudizio forte, che ci mette in crisi, che ci impone un cambiamento radicale, il Signore ci mostra infatti quale è la strada da seguire: l’esempio fulgido e dolce del Cristo che unico buon pastore offre la sua vita per le pecore.

Il Signore offre la sua vita per “tutte” le pecore, non importa se più o meno docili, non importa se di un colore o di un altro, non importa se di una religione o di un’altra: il Signore offre la sua vita per tutta l’umanità.

Mettersi alla sequela del Cristo significa anche rinunciare alle nostre pretese di primazia o di superiorità, ogni persona umana è nostro fratello e nostra sorella, l’ovile di Dio è più grande delle nostre chiese, è più grande delle nostre città, delle nostre famiglie, dei nostri paesi, l’ovile di Dio è più grande dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

Egli è l’unico infatti che possa prendersi cura di tutti e di ciascuno in questo rapporto intimo e personale, eppure che si offre per tutti. L’amore di Dio per l’altro non diminuisce il suo amore per noi. Siamo tutti resi simili nel suo amore, pecore ammansite dal suono dolce della sua voce.

Siamo quindi chiamati a resistere al male e a fidarci di Cristo, il nostro solo buon pastore. Resistere alla paura del male dentro di noi, che ci fa scappare davanti alle avversità; resistere al male che vediamo vicino a noi tenendoci informati, mantenendo relazioni di pace attorno a noi, solidarizzando con coloro che subiscono trattamenti ingiusti o disumani. Siamo chiamati a prendere parte contro il male prendendoci la nostra parte di responsabilità nel mondo.

Il buon pastore è con noi in questo, egli non ci lascia da soli, ci difende dal male dentro e fuori di noi. Accogliamo il suo dono e la sua promessa di vita: un unico gregge con un solo pastore, senza più differenze confessionali, senza guerre, senza muri di confine, senza deportazioni e dittature, senza fame, senza malattie. Un unico gregge amato e curato da Dio.

Amen

Past. Laura Testa

La chiesa valdese aderisce all’iniziativa ecumenica “La lunga notte delle chiese”.

La Lunga notte delle chiese e’ la prima notte bianca dei luoghi di culto in cui si fondono musica, arte, cultura, in chiave di riflessione e spiritualita’: vengono organizzate diverse iniziative e programmi culturali: musica, visite guidate, mostre, teatro, letture, momenti di riflessione e tanto altro.  E’ un evento ecumenico. Un’occasione per tutti di partecipare ad un evento suggestivo ed eccezionale, di grande coinvolgimento, perchè in questa occasione sarà possibile visitare i luoghi sacri delle nostre città in una veste sicuramente originale. (lunganottedellechiese.com)

All’interno della nostra chiesa di Verona proponiamo a tutte le persone interessate,  una serata a tema dal titolo “Il giudizio di Sonja” : Un momento per conoscersi, per ascoltare assieme le parole di  Fëdor Dostoevsky tratte da “Delitto e castigo” e per confrontarsi con il mistero della colpa e della grazia, al cuore del mistero cristiano e della fede evangelica: la grazia, infatti, raggiunge Rodion, protagonista di Delitto e castigo, tramite Sonja, la più disprezzata e umiliata delle donne – quando egli nemmeno pensava che il perdono potesse esistere e si vantava con lei del proprio delitto.

Testi di Paolo di Tarso, Tommaso da Celano e Fëdor Dostoevsky, letti da Sandra Ceriani e commentati da Lorenzo Gobbi, con gli interventi musicali di Enrico Parizzi, violino barocco e del Coro Ecumenico diretto da Nicola Sfredda.

L’inizio è previsto alle ore 20.30 di venerdì 7 giugno 2019, presso la chiesa evangelica valdese di Verona in Via Duomo-angolo via Pigna. L’ingresso è libero e gratuito.

lunga notte delle chiese 2019 locandina

LETTURA BIBLICA

1La mano del SIGNORE fu sopra di me e il SIGNORE mi trasportò mediante lo Spirito e mi depose in mezzo a una valle piena d’ossa. Mi fece passare presso di esse, tutt’attorno; ecco erano numerosissime sulla superficie della valle, ed erano anche molto secche. 3Mi disse: «Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?» E io risposi: «Signore, DIO, tu lo sai». 4Egli mi disse: «Profetizza su queste ossa, e di’ loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del SIGNORE!” 5Così dice il Signore, DIO, a queste ossa: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete; 6metterò su di voi dei muscoli, farò nascere su di voi della carne, vi coprirò di pelle, metterò in voi lo spirito, e rivivrete; e conoscerete che io sono il SIGNORE”». 7Io profetizzai come mi era stato comandato; e come io profetizzavo, si fece un rumore; ed ecco un movimento: le ossa si accostarono le une alle altre. 8 Io guardai, ed ecco venire su di esse dei muscoli, crescervi la carne, e la pelle ricoprirle; ma non c’era in esse nessuno spirito. 9Allora egli mi disse: «Profetizza allo Spirito, profetizza figlio d’uomo, e di’ allo Spirito: Così parla il Signore, DIO: “Vieni dai quattro venti, o Spirito, soffia su questi uccisi, e fa’ che rivivano!”». 10Io profetizzai, come egli mi aveva comandato, e lo Spirito entrò in essi: tornarono alla vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, grandissimo.

Ezechiele 37,1-10

SERMONE

Care sorelle, cari fratelli, il profeta Ezechiele ci parla di questa visione particolare: è elevato “nello spirito” dalla mano del Signore che lo pone gentilmente in un luogo insolito: una valle piena di ossa.

Queste ossa sono molto numerose sulla superficie della valle ed erano anche estremamente secche. Sono ossa secche del midollo, l’ultimo ricordo fisico di ciò che la vita era stata in loro. Eppure, anche nel mezzo della valle della morte, il Signore è presente e fa una domanda ad Ezechiele: “Figlio dell’uomo, potrebbero rivivere queste ossa?”.

“Signore, DIO, tu lo sai”.

Persino un profeta come Ezechiele si ferma davanti alla visione della morte, ma Dio non si ferma. Dio non si ferma di fronte alla morte. Questa mattina celebriamo la risurrezione di Cristo Gesù; In Gesù, Dio resuscita e dà vita.

Ezechiele, proferisce una profezia, una parola di vita, che produce immediatamente la sua azione: quelle ossa si avvicinano e fanno risuonare i muscoli, i nervi e la pelle.

Quello che una volta era morto, da un punto di vista fisico, è stato rivitalizzato, quelle ossa senza midollo, ora sono corpi sani, pronti a vivere, ma manca ancora qualcosa: dai quattro venti, o spirito, soffiano su questi uccisi, e lasciali rivivere!

Lo spirito, il respiro vitale, la forza vivificante soffia per dare vita a coloro che sono stati uccisi: il vento del Signore soffia vigorosamente persino su di noi oggi per darci la forza di annunciare e ripetere le parole che il Signore ha affidato al profeta: Vieni dai quattro venti, o spirito, soffia su questi uccisi e lasciali rivivere!

Sono parole potenti, perché chiedono giustizia per coloro che sono stati uccisi, parole che restituiscono le loro vite uccise, sono parole che ripagano coloro che sono stati privati in qualsiasi modo, specialmente in modo violento.

Sono parole che, sorelle e fratelli, siamo chiamati a ripetere con responsabilità e umiltà. Questo è il nostro compito e anche la nostra chiamata oggi, l’annuncio di una parola che agisce giustizia e che non può essere fermata neppure dalla morte.

Il Signore è risorto.

Amen
Past. Laura Testa

La Chiesa Valdese di Verona
aderisce alla campagna Posto Occupato. 

La nostra chiesa avrà sempre un posto, contrassegnato con simboli di colore rosso, riservato idealmente alle donne vittima di violenza, per manifestare solidarietà a chi ha subìto un crimine particolarmente odioso e vigliacco. 

Il nostro Signore, risorto, si rivelò innanzitutto alle discepole: donne la cui testimonianza non aveva valore all’epoca, donne in una società patriarcale, donne alla cui voce Gesù affidò la Buona Novella. La voce di chi è vittima di violenza deve essere sostenuta , le voci di tuttedi tutti deve unirsi alla loro.

“Posto Occupato è un gesto concreto dedicato a tutte le donne vittime di violenza. Ciascuna di quelle donne, prima che un marito, un ex, un amante, uno sconosciuto decidesse di porre fine alla sua vita, occupava un posto a teatro, sul tram, a scuola, in metropolitana, nella società. Questo posto vogliamo riservarlo a loro, affinché la quotidianità non lo sommerga.”  (Postoccupato.org).

Ulteriori informazioni al link: 

http://postoccupato.org.

Negli ultimi giorni gli organi di stampa hanno riportato una notizia inquietante. Come riferisce anche l’Ansa sul proprio sito in data 8 aprile u.s. , ad una bambina di origine straniera sarebbe stato servito nella mensa di una scuola elementare in provincia di Verona  un pasto ridotto rispetto ai propri compagni: una scatoletta di tonno ed un pacchetto di crackers . La ragione risiederebbe nel fatto che i genitori non risulterebbero  in regola con il pagamento dei buoni pasto. 

La Chiesa Valdese e Metodista di Verona esprime il proprio turbamento e sconcerto di fronte a tale notizia che oltretutto rivelerebbe un episodio  non isolato . 

Riteniamo che la notizia  riferisca un fatto che se confermato sarebbe assolutamente intollerabile. Possiamo solo immaginare cosa potrebbe avere provato quella bimba e quanto peserebbe il ricordo di un’ umiliazione cocente inflitta -teniamolo ben presente- non ad un adulto ma a chi come minore siamo tutti chiamati a tutelare. Diversamente si assisterebbe alla negazione di quei valori che la nostra società e l’Istituzione Scolastica dovrebbero insegnare e rappresentare e che il Cristo ci ha trasmesso.

Siamo donne cristiane che appartengono ad una chiesa evangelica da molti anni impegnata in un percorso di riflessione sul matrimonio, la famiglia, la genitorialità. Siamo chiamate dalla nostra fede ad essere testimoni dell’amore di Dio per ciascuno e ciascuna nella realtà sociale in cui viviamo e per questo vogliamo unirci alle tante voci che si sono levate per ribadire il rispetto dei diritti e delle libertà di tutte le persone e per prendere una posizione critica nei confronti del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Family Congress) appena svoltosi a Verona.

Non condividiamo l’idea che la natura abbia assegnato a uomini e donne differenti destini sociali e diverse funzioni psichiche, identificando automaticamente per la donna un ruolo meramente riproduttivo e di cura. Rifiutiamo l’idea che il lavoro delle donne fuori dal contesto casalingo, il divorzio e la possibilità di abortire siano le cause del declino demografico di cui soffrono le società occidentali. Ribadiamo con forza, invece, l’arricchimento che proviene dal riconoscimento dei diritti civili a configurazioni familiari diverse dalla coppia eterosessuale unita in matrimonio.

Ci preoccupano in particolare il carattere ideologico e discriminatorio delle posizioni assunte dai partecipanti, sia uomini che donne, al Congresso Mondiale delle Famiglie, la violenza culturale insita nella mancata accettazione della diversità, il ritenere che esista un solo modello al quale tutti e tutte debbano aderire.

Scorgiamo in questa operazione mediatica il tentativo di imporre con la violenza, non tanto fisica quanto psicologica ed economica, posizioni anacronistiche che aprono scenari di schiavitù e asservimento che speravamo fossero ormai superati. Ci rendiamo conto che il non aver sufficientemente elaborato le responsabilità che alcune ideologie hanno avuto nella storia del nostro paese ha permesso alle stesse di ripresentarsi in modi tanto simili a quelli che i nostri nonni e le nostre nonne hanno combattuto e contro i quali hanno perso la vita. I diritti acquisiti dalle lotte dei nostri padri e delle nostre madri sono di nuovo contestati e messi in discussione da una parte della società che ha paura della diversità, in qualsiasi modo questa si esprima.

Forti dell’esperienza di tutte quelle donne e quegli uomini che, prima di noi, hanno saputo opporsi alla violenza con la forza dell’amore, continueremo la nostra testimonianza dell’amore di Cristo che ci chiama ad accogliere ed amare il prossimo, chiunque esso o essa sia.

Il Consiglio del VII Circuito

della Chiesa valdese – Unione delle chiese valdesi e metodiste in Italia

Dal documento “Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità”:

Il protestantesimo invita a concepire ogni famiglia, coppiee relazioni genitoriali, come un nucleo di esistenze imperniate sulla vocazione, sulla formazione di un legame duraturo e sull’alleanza di grazia con Dio. Le nuove forme di famiglia, a volte percepite come una messa in crisi della cosiddetta «famiglia tradizionale», in realtà sono un contributo alla riflessione sulla vocazione dei/delle credenti: si creano così le condizioni per vivere tutte le forme di famiglia in modo cristiano, dato che per il protestantesimo storico non esiste un matrimonio cristiano – il matrimonio non è un sacramento – ma modi cristiani di vivere tutte leforme di comunità familiare.

Il tentativo è di allargare l’orizzonte sul modo plurale di «fare famiglia», rivolgendo l’attenzione non solo alla cosiddetta «famiglia tradizionale» fondata sul matrimonio ma anche ad altre forme di convivenza duratura, alle seconde nozze, alla genitorialità nelle sue diverse articolazioni quali la monogenitorialità, la genitorialità sociale nei casi di famiglie ricomposte o adottive, la cura di soggetti deboli o non completamente autonomi, la convivenza di più generazioni. Tali fenomeni sono presenti nella nostra società e nelle nostre chiese: si tratta di partire dalle situazioni reali che si incontrano ed entrano in comunione nelle nostre realtà ecclesiastiche, tanto più in questo tempo di globalizzazione e di incontro tra le differenze. Questa consapevolezza consente alla Chiesa evangelica valdese – Unione delle Chiese metodiste e valdesi […] di calarsi nella concretezza dei problemi e delle sfide quotidiane con accoglienza, amore,perdono e fiducia. […]

Per approfondire il documento completo è disponibile qui: https://www.chiesavaldese.org/aria_archives.php?archive=28