Pia Klemp, comandante della nave Sea Watch

La difficoltà di farsi prossimo oggi

Davide Rostan da Riforma, 21 giugno 2019

C’è un testo nella Bibbia che tutti conosciamo: la parabola del buon samaritano. Una figura scomoda, un uomo considerato da Israele impuro ed eretico, uno da cui non ci si aspetta nulla di buono e da cui tenersi lontani. Eppure quest’uomo, nel racconto del vangelo di Luca, presta aiuto a un uomo ferito che è stato aggredito da dei banditi e lasciato per strada. Questa figura nei secoli è servita a mettere sull’avviso tutti coloro che si sono trincerati dietro una fede formalmente corretta ma incapace di avvicinarsi a chi è in difficoltà. Non è stato capace di farlo il levita né il sacerdote e molto spesso non sono state capaci di farlo le chiese. Per secoli l’amore verso il prossimo è stato incarnato da quest’uomo che presta le prime cure, spende il suo tempo e il suo denaro per trovargli un alloggio e si preoccupa per la sua salute.

Il buon samaritano sfida la nostra pigrizia, il nostro egoismo, la nostra vocazione e ci chiama a farci prossimi di chi incontriamo per strada anziché chiedere quali siano le persone di cui dobbiamo occuparci. In questi ultimi anni ho cercato, come molte e molti altri nel mondo, di farmi prossimo di coloro che, in fuga dal proprio paese, hanno scelto di cercare futuro in Europa. Io come molti altri credenti, semplici cittadini, membri di Ong, pescatori, membri del Soccorso alpino, volontari di associazioni, ci siamo lasciati interrogare e abbiamo cercato di dare un senso alla parola biblica con cui si conclude la parabola: «Va’ e fa’ la stessa cosa».

Ma da tempo sono sempre più sgomento. Il buon samaritano non è più un paradigma da imitare, è diventato invece un fuorilegge. La capitana della Sea Watch Pia Klemp rischia vent’anni di carcere per aver soccorso in mare persone che stavano affogando, numerosi amici francesi a Briançon sono sotto processo da mesi, perché hanno raccolto per strada persone che rischiavano di morire in mezzo alla neve al colle del Monginevro. Chi espone pubblicamente una sciarpa su cui è scritto «Ama il prossimo tuo» viene picchiato da militanti di destra e infine deriso dal ministro dell’Interno. Penso ai due francesi che la settimana scorsa sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, semplicemente perché hanno dato un passaggio a persone dalla pelle scura che si erano perse nei boschi di notte sotto la pioggia. Come se aiutare qualcuno, considerato che non si è tenuti a chiedere i documenti a meno di appartenere alle forze dell’ordine, costituisse di per sé un reato. Penso a quelli che in questi anni hanno aiutato con un paio di scarponi, un posto letto, qualcosa da mangiare, con il calore umano di chi cerca di ascoltare la storia altrui e prova, almeno per un attimo, a strapparti alla solitudine e alla disperazione che hanno la forma di un foglio di respingimento, di una notte gelida in mezzo alla neve e degli affetti che da anni sono solo un messaggio su whatsapp.

Penso a B., vittima del circuito della prostituzione, respinta alla frontiera due anni fa, che ho ospitato a casa mia per qualche settimana; penso alle diecimila persone che in questi due anni hanno valicato il Monginevro per raggiungere la Francia; penso ai minorenni non tutelati e rimandati in Italia, quelli a cui la gendarmerie ha rifiutato il diritto di fare domanda di asilo con metodi poco democratici. Penso alla ragazza morta annegata in un torrente, dopo esser stata inseguita di notte dalla polizia. Penso a Mamadou, di cui è stato ritrovato poco più di un braccio nei boschi di Bardonecchia. Penso alle ragazzine stuprate nei campi libici che hanno attraversato il Colle della Scala, in inverno, incinte all’ottavo mese.

Molti come me si sono lasciati interrogare dal buon samaritano e hanno risposto che non si poteva fare diversamente, che non si lascia la gente in giro in montagna come non la si lascia in mare. Penso però che avremmo potuto fare molto di più. Nei giorni scorsi il governo ha dichiarato fuorilegge la figura del buon samaritano: mi preoccupa il fatto che sia diventato lecito lasciar affogare creature umane o normale mandare a processo chi cerca di farsi prossimo. Mi preoccupano le duemila persone che manifestano a difesa del tabaccaio che spara per difendere il proprio negozio.Il diritto di migrare, la possibilità di usare il proprio passaporto per muoversi, il diritto di vivere in un paese dove istruzione, sanità e lavoro siano possibilità reali non sono più percepiti come tali. La colossale disuguaglianza economica tra i paesi da cui si emigra e quelli nei quali si vorrebbe vivere non è percepita come ingiustizia, bensì come il giusto benessere che nessuno ci può togliere. E coloro che non sono d’accordo vengano pure derisi, imprigionati e messi a tacere.Mi preoccupo perché per la prima volta in vita mia, dopo aver a lungo riletto, ho avuto paura e ho cancellato delle righe.

LETTURA BIBLICA

11Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,

Questo discorso di Gesù è uno dei più belli e dei più conosciuti di tutto il Vangelo di Giovanni. Molte volte infatti, soprattutto in momenti di crisi, le parole di Gesù che ci dice di essere il buon pastore ci consolano e ci calmano l’animo.

C’è differenza tra Gesù e qualunque altro pastore, Gesù ha con le sue pecore un legame di responsabilità e d’amore profondo, tale da dare la propria vita per loro.

Questa metafora meravigliosa è stata la prima immagine nella storia dell’arte che ritrae Dio in maniera antropomorfa: Un pastore con un agnellino sulle spalle.

I pastori erano delle persone autorevoli nel mondo in cui Gesù nacque e visse, erano guide per il popolo, conoscevano il territorio ed erano attrezzati adeguatamente per difendere le pecore nel caso in cui i lupi o altri animali feroci le attaccassero.

La contrapposizione tra il buon pastore ed il mercenario è dunque basata non sull’entità del lavoro, ma sulla relazione che c’è tra chi guida ed accudisce le pecore ed il gregge.

Chiunque può svolgere molte mansioni, anche quella pastorale, ma se ciò che si compie non è legato ad una vocazione, se non coinvolge nell’intimo, se non implica delle relazioni affettive con le persone, non serve a nulla, anzi lascia spazio all’azione del “lupo”, metafora del male, che rapisce e disperde.

Questo modello potrebbe essere applicato a moltissime situazioni odierne: ogni volta che si sottovaluta la propria responsabilità nei confronti degli altri, si lascia aperta la porta al male che disperde e che rapisce.

Troppi sarebbero gli esempi di categorie professionali che sempre di più si avvalgono di “polizze assicurative” contro possibili danni; liberatorie da responsabilità che si diffondono in ogni ambito, dall’insegnamento alle chiese, passando per gli ospedali e i luoghi di cura. Ogni volta che a qualcuno è data la responsabilità di prendersi cura di qualcun altro si prova a tutelarsi.

Il continuo delimitare l’ambito della responsabilità ha instaurato il protocollo della fuga dalla responsabilità: il mercenario vede il lupo e fugge abbandonando le pecore a se stesse. E come in molte pagine evangeliche in questo testo Legge ed Evangelo, Grazia e Giudizio arrivano assieme: i mercenari siamo noi.

La nostra è la società in cui ogni responsabilità è limitata e non ci si sente mai pienamente responsabili, mai pienamente scossi per ciò che avviene attorno a noi.

Pensiamo alle nostre famiglie, ai nostri amici, alle nostre Chiese, alle città la responsabilità è sempre dell’altro.

Abdicando però a prenderci la responsabilità, rinunciamo anche a prenderci la nostra parte di spazio vocazionale, rinunciamo ad esercitare i talenti che il Signore ci ha donati al servizio della chiesa e del prossimo.

Rinunciamo alla nostra vocazione quando ci giriamo dall’altra parte rispetto alla fame nel mondo, alle disuguaglianze sempre crescenti nella distribuzione delle risorse; rinunciamo a seguire il Signore quando ci giriamo dall’altra parte di fronte ai morti in mare, alle torture operate dalle dittature “amiche”, quando non ci poniamo delle domande rispetto ai cambiamenti climatici, all’avvento di figure di leadership imposte con la forza: rinunciamo ad essere fedeli al nostro rapporto con il Signore ogni volta che non siamo abbastanza informati e consapevoli, ogni volta che vediamo ed intuiamo che il male sta arrivando e lasciamo l’ovile senza protezione e le pecore in pericolo.

Un giudizio forte, che ci mette in crisi, che ci impone un cambiamento radicale, il Signore ci mostra infatti quale è la strada da seguire: l’esempio fulgido e dolce del Cristo che unico buon pastore offre la sua vita per le pecore.

Il Signore offre la sua vita per “tutte” le pecore, non importa se più o meno docili, non importa se di un colore o di un altro, non importa se di una religione o di un’altra: il Signore offre la sua vita per tutta l’umanità.

Mettersi alla sequela del Cristo significa anche rinunciare alle nostre pretese di primazia o di superiorità, ogni persona umana è nostro fratello e nostra sorella, l’ovile di Dio è più grande delle nostre chiese, è più grande delle nostre città, delle nostre famiglie, dei nostri paesi, l’ovile di Dio è più grande dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

Egli è l’unico infatti che possa prendersi cura di tutti e di ciascuno in questo rapporto intimo e personale, eppure che si offre per tutti. L’amore di Dio per l’altro non diminuisce il suo amore per noi. Siamo tutti resi simili nel suo amore, pecore ammansite dal suono dolce della sua voce.

Siamo quindi chiamati a resistere al male e a fidarci di Cristo, il nostro solo buon pastore. Resistere alla paura del male dentro di noi, che ci fa scappare davanti alle avversità; resistere al male che vediamo vicino a noi tenendoci informati, mantenendo relazioni di pace attorno a noi, solidarizzando con coloro che subiscono trattamenti ingiusti o disumani. Siamo chiamati a prendere parte contro il male prendendoci la nostra parte di responsabilità nel mondo.

Il buon pastore è con noi in questo, egli non ci lascia da soli, ci difende dal male dentro e fuori di noi. Accogliamo il suo dono e la sua promessa di vita: un unico gregge con un solo pastore, senza più differenze confessionali, senza guerre, senza muri di confine, senza deportazioni e dittature, senza fame, senza malattie. Un unico gregge amato e curato da Dio.

Amen

Past. Laura Testa

La chiesa valdese aderisce all’iniziativa ecumenica “La lunga notte delle chiese”.

La Lunga notte delle chiese e’ la prima notte bianca dei luoghi di culto in cui si fondono musica, arte, cultura, in chiave di riflessione e spiritualita’: vengono organizzate diverse iniziative e programmi culturali: musica, visite guidate, mostre, teatro, letture, momenti di riflessione e tanto altro.  E’ un evento ecumenico. Un’occasione per tutti di partecipare ad un evento suggestivo ed eccezionale, di grande coinvolgimento, perchè in questa occasione sarà possibile visitare i luoghi sacri delle nostre città in una veste sicuramente originale. (lunganottedellechiese.com)

All’interno della nostra chiesa di Verona proponiamo a tutte le persone interessate,  una serata a tema dal titolo “Il giudizio di Sonja” : Un momento per conoscersi, per ascoltare assieme le parole di  Fëdor Dostoevsky tratte da “Delitto e castigo” e per confrontarsi con il mistero della colpa e della grazia, al cuore del mistero cristiano e della fede evangelica: la grazia, infatti, raggiunge Rodion, protagonista di Delitto e castigo, tramite Sonja, la più disprezzata e umiliata delle donne – quando egli nemmeno pensava che il perdono potesse esistere e si vantava con lei del proprio delitto.

Testi di Paolo di Tarso, Tommaso da Celano e Fëdor Dostoevsky, letti da Sandra Ceriani e commentati da Lorenzo Gobbi, con gli interventi musicali di Enrico Parizzi, violino barocco e del Coro Ecumenico diretto da Nicola Sfredda.

L’inizio è previsto alle ore 20.30 di venerdì 7 giugno 2019, presso la chiesa evangelica valdese di Verona in Via Duomo-angolo via Pigna. L’ingresso è libero e gratuito.

lunga notte delle chiese 2019 locandina

LETTURA BIBLICA

1La mano del SIGNORE fu sopra di me e il SIGNORE mi trasportò mediante lo Spirito e mi depose in mezzo a una valle piena d’ossa. Mi fece passare presso di esse, tutt’attorno; ecco erano numerosissime sulla superficie della valle, ed erano anche molto secche. 3Mi disse: «Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?» E io risposi: «Signore, DIO, tu lo sai». 4Egli mi disse: «Profetizza su queste ossa, e di’ loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del SIGNORE!” 5Così dice il Signore, DIO, a queste ossa: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete; 6metterò su di voi dei muscoli, farò nascere su di voi della carne, vi coprirò di pelle, metterò in voi lo spirito, e rivivrete; e conoscerete che io sono il SIGNORE”». 7Io profetizzai come mi era stato comandato; e come io profetizzavo, si fece un rumore; ed ecco un movimento: le ossa si accostarono le une alle altre. 8 Io guardai, ed ecco venire su di esse dei muscoli, crescervi la carne, e la pelle ricoprirle; ma non c’era in esse nessuno spirito. 9Allora egli mi disse: «Profetizza allo Spirito, profetizza figlio d’uomo, e di’ allo Spirito: Così parla il Signore, DIO: “Vieni dai quattro venti, o Spirito, soffia su questi uccisi, e fa’ che rivivano!”». 10Io profetizzai, come egli mi aveva comandato, e lo Spirito entrò in essi: tornarono alla vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, grandissimo.

Ezechiele 37,1-10

SERMONE

Care sorelle, cari fratelli, il profeta Ezechiele ci parla di questa visione particolare: è elevato “nello spirito” dalla mano del Signore che lo pone gentilmente in un luogo insolito: una valle piena di ossa.

Queste ossa sono molto numerose sulla superficie della valle ed erano anche estremamente secche. Sono ossa secche del midollo, l’ultimo ricordo fisico di ciò che la vita era stata in loro. Eppure, anche nel mezzo della valle della morte, il Signore è presente e fa una domanda ad Ezechiele: “Figlio dell’uomo, potrebbero rivivere queste ossa?”.

“Signore, DIO, tu lo sai”.

Persino un profeta come Ezechiele si ferma davanti alla visione della morte, ma Dio non si ferma. Dio non si ferma di fronte alla morte. Questa mattina celebriamo la risurrezione di Cristo Gesù; In Gesù, Dio resuscita e dà vita.

Ezechiele, proferisce una profezia, una parola di vita, che produce immediatamente la sua azione: quelle ossa si avvicinano e fanno risuonare i muscoli, i nervi e la pelle.

Quello che una volta era morto, da un punto di vista fisico, è stato rivitalizzato, quelle ossa senza midollo, ora sono corpi sani, pronti a vivere, ma manca ancora qualcosa: dai quattro venti, o spirito, soffiano su questi uccisi, e lasciali rivivere!

Lo spirito, il respiro vitale, la forza vivificante soffia per dare vita a coloro che sono stati uccisi: il vento del Signore soffia vigorosamente persino su di noi oggi per darci la forza di annunciare e ripetere le parole che il Signore ha affidato al profeta: Vieni dai quattro venti, o spirito, soffia su questi uccisi e lasciali rivivere!

Sono parole potenti, perché chiedono giustizia per coloro che sono stati uccisi, parole che restituiscono le loro vite uccise, sono parole che ripagano coloro che sono stati privati in qualsiasi modo, specialmente in modo violento.

Sono parole che, sorelle e fratelli, siamo chiamati a ripetere con responsabilità e umiltà. Questo è il nostro compito e anche la nostra chiamata oggi, l’annuncio di una parola che agisce giustizia e che non può essere fermata neppure dalla morte.

Il Signore è risorto.

Amen
Past. Laura Testa

La Chiesa Valdese di Verona
aderisce alla campagna Posto Occupato. 

La nostra chiesa avrà sempre un posto, contrassegnato con simboli di colore rosso, riservato idealmente alle donne vittima di violenza, per manifestare solidarietà a chi ha subìto un crimine particolarmente odioso e vigliacco. 

Il nostro Signore, risorto, si rivelò innanzitutto alle discepole: donne la cui testimonianza non aveva valore all’epoca, donne in una società patriarcale, donne alla cui voce Gesù affidò la Buona Novella. La voce di chi è vittima di violenza deve essere sostenuta , le voci di tuttedi tutti deve unirsi alla loro.

“Posto Occupato è un gesto concreto dedicato a tutte le donne vittime di violenza. Ciascuna di quelle donne, prima che un marito, un ex, un amante, uno sconosciuto decidesse di porre fine alla sua vita, occupava un posto a teatro, sul tram, a scuola, in metropolitana, nella società. Questo posto vogliamo riservarlo a loro, affinché la quotidianità non lo sommerga.”  (Postoccupato.org).

Ulteriori informazioni al link: 

http://postoccupato.org.

Negli ultimi giorni gli organi di stampa hanno riportato una notizia inquietante. Come riferisce anche l’Ansa sul proprio sito in data 8 aprile u.s. , ad una bambina di origine straniera sarebbe stato servito nella mensa di una scuola elementare in provincia di Verona  un pasto ridotto rispetto ai propri compagni: una scatoletta di tonno ed un pacchetto di crackers . La ragione risiederebbe nel fatto che i genitori non risulterebbero  in regola con il pagamento dei buoni pasto. 

La Chiesa Valdese e Metodista di Verona esprime il proprio turbamento e sconcerto di fronte a tale notizia che oltretutto rivelerebbe un episodio  non isolato . 

Riteniamo che la notizia  riferisca un fatto che se confermato sarebbe assolutamente intollerabile. Possiamo solo immaginare cosa potrebbe avere provato quella bimba e quanto peserebbe il ricordo di un’ umiliazione cocente inflitta -teniamolo ben presente- non ad un adulto ma a chi come minore siamo tutti chiamati a tutelare. Diversamente si assisterebbe alla negazione di quei valori che la nostra società e l’Istituzione Scolastica dovrebbero insegnare e rappresentare e che il Cristo ci ha trasmesso.

Siamo donne cristiane che appartengono ad una chiesa evangelica da molti anni impegnata in un percorso di riflessione sul matrimonio, la famiglia, la genitorialità. Siamo chiamate dalla nostra fede ad essere testimoni dell’amore di Dio per ciascuno e ciascuna nella realtà sociale in cui viviamo e per questo vogliamo unirci alle tante voci che si sono levate per ribadire il rispetto dei diritti e delle libertà di tutte le persone e per prendere una posizione critica nei confronti del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Family Congress) appena svoltosi a Verona.

Non condividiamo l’idea che la natura abbia assegnato a uomini e donne differenti destini sociali e diverse funzioni psichiche, identificando automaticamente per la donna un ruolo meramente riproduttivo e di cura. Rifiutiamo l’idea che il lavoro delle donne fuori dal contesto casalingo, il divorzio e la possibilità di abortire siano le cause del declino demografico di cui soffrono le società occidentali. Ribadiamo con forza, invece, l’arricchimento che proviene dal riconoscimento dei diritti civili a configurazioni familiari diverse dalla coppia eterosessuale unita in matrimonio.

Ci preoccupano in particolare il carattere ideologico e discriminatorio delle posizioni assunte dai partecipanti, sia uomini che donne, al Congresso Mondiale delle Famiglie, la violenza culturale insita nella mancata accettazione della diversità, il ritenere che esista un solo modello al quale tutti e tutte debbano aderire.

Scorgiamo in questa operazione mediatica il tentativo di imporre con la violenza, non tanto fisica quanto psicologica ed economica, posizioni anacronistiche che aprono scenari di schiavitù e asservimento che speravamo fossero ormai superati. Ci rendiamo conto che il non aver sufficientemente elaborato le responsabilità che alcune ideologie hanno avuto nella storia del nostro paese ha permesso alle stesse di ripresentarsi in modi tanto simili a quelli che i nostri nonni e le nostre nonne hanno combattuto e contro i quali hanno perso la vita. I diritti acquisiti dalle lotte dei nostri padri e delle nostre madri sono di nuovo contestati e messi in discussione da una parte della società che ha paura della diversità, in qualsiasi modo questa si esprima.

Forti dell’esperienza di tutte quelle donne e quegli uomini che, prima di noi, hanno saputo opporsi alla violenza con la forza dell’amore, continueremo la nostra testimonianza dell’amore di Cristo che ci chiama ad accogliere ed amare il prossimo, chiunque esso o essa sia.

Il Consiglio del VII Circuito

della Chiesa valdese – Unione delle chiese valdesi e metodiste in Italia

Dal documento “Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità”:

Il protestantesimo invita a concepire ogni famiglia, coppiee relazioni genitoriali, come un nucleo di esistenze imperniate sulla vocazione, sulla formazione di un legame duraturo e sull’alleanza di grazia con Dio. Le nuove forme di famiglia, a volte percepite come una messa in crisi della cosiddetta «famiglia tradizionale», in realtà sono un contributo alla riflessione sulla vocazione dei/delle credenti: si creano così le condizioni per vivere tutte le forme di famiglia in modo cristiano, dato che per il protestantesimo storico non esiste un matrimonio cristiano – il matrimonio non è un sacramento – ma modi cristiani di vivere tutte leforme di comunità familiare.

Il tentativo è di allargare l’orizzonte sul modo plurale di «fare famiglia», rivolgendo l’attenzione non solo alla cosiddetta «famiglia tradizionale» fondata sul matrimonio ma anche ad altre forme di convivenza duratura, alle seconde nozze, alla genitorialità nelle sue diverse articolazioni quali la monogenitorialità, la genitorialità sociale nei casi di famiglie ricomposte o adottive, la cura di soggetti deboli o non completamente autonomi, la convivenza di più generazioni. Tali fenomeni sono presenti nella nostra società e nelle nostre chiese: si tratta di partire dalle situazioni reali che si incontrano ed entrano in comunione nelle nostre realtà ecclesiastiche, tanto più in questo tempo di globalizzazione e di incontro tra le differenze. Questa consapevolezza consente alla Chiesa evangelica valdese – Unione delle Chiese metodiste e valdesi […] di calarsi nella concretezza dei problemi e delle sfide quotidiane con accoglienza, amore,perdono e fiducia. […]

Per approfondire il documento completo è disponibile qui: https://www.chiesavaldese.org/aria_archives.php?archive=28

La chiesa valdese di Verona partecipa alla manifestazione #Passaporti: marcia contro ogni forma di razzismo per una città aperta e solidale.

L’appuntamento per i membri di chiesa ed i simpatizzanti che vogliono partecipare con noi è alle 15 davanti al portone del tempio votivo, in piazzale XXV aprile 8, prospiciente alla stazione ferroviaria di Verona P.N. oppure può raggiungerci direttamente in Piazza Brá.

Saremo presenti con uno striscione inconfondibile: un arcobaleno di colori che accolgono la frase del Levitico, 19,34: “Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi.”

Ci pare inoltre più che mai opportuno riprendere le parole del presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Luca Maria Negro, pronunciate in occasione della presentazione del Manifesto per l’accoglienza approvato dal Consiglio FCEI nell’agosto dello scorso anno: “Da mesi ascoltiamo parole violente e cariche di rancore nei confronti degli immigrati, che nel cuore dell’estate sono state seguite da gesti xenofobi e razzisti verso italiani con la pelle nera, richiedenti asilo, rom. Come cristiani evangelici riteniamo che il limite della tollerabilità di questo linguaggio e di questi atteggiamenti sia stato ampiamente superato e per questo abbiamo deciso di lanciare il messaggio chiaro e forte che noi non ci stiamo”.

Oggi come chiesa valdese di Verona ci saremo per testimoniare questo.

In occasione della ricorrenza del 17 febbraio, la comunità di Verona ha organizzato una visita alle valli valdesi.

Condividiamo di seguito alcune note sulle origini della festa e informazioni logistiche per chi si è iscritto (i posti sono esauriti).

“…Fra tutte le date della propria storia la comunità valdese ha scelto come momento significativo di memoria il 17 febbraio. Si tratta del giorno in cui con Lettere Patenti Carlo Alberto poneva fine nel 1848 a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. L’evento fu segnalato allora con grandi manifestazioni e secondo la prassi del tempo con fuochi (i classici falò). 
La giornata è segnata con attività di vario genere: un servizio religioso, concerti, incontri e serate comunitarie; la sera precedente vi è l’accensione di falò sulle alture.

Negli ultimi anni però questa data è uscita dall’ambito valdese assumendo significato emblematico anche per gli altri evangelici italiani.
Anzitutto per ricordare che la libertà religiosa è la matrice non l’appendice delle libertà civili: prima c’è la coscienza religiosa poi viene la politica, l’economia, il lavoro e il pensiero. 
In secondo luogo per ricordare che la tolleranza è una concessione del Potere, ma la libertà è una conquista della coscienza. Lo Stato può concedere spazi controllati ma il vivere da uomini liberi, non solo di dire e fare liberamente ma di 
essere liberi, è il risultato di una lunga battaglia, mai conclusa.” (Fonte: chiesavaldese.org)

Informazioni utili per i partecipanti: partenza il 16 febbraio 2019 alle ore 8.15 dal parcheggio B dello Stadio; alle ore 8.30 al Tempio Votivo di fronte alla Stazione Porta Nuova ed alle ore 8.45 al casello di Verona Nord. Arrivo a Torre Pellice entro le ore 13 e pranzo al sacco (ci sono tantissimi piccoli ristorantini, bar, negozietti dove poter mangiare). Possibile visita guidata al Tempio, alla Casa Valdese e al Museo di Torre Pellice. Ore 16.30 rientro a Bobbio Pellice all’ albergo. Ore 18 raduno per la Fiaccolata Storica, canti, rievocazione storica, vin brulè e cioccolata calda. Ritorno in albergo e cena. Domenica 17 febbraio partecipazione al Culto insieme alla Chiesa di Bobbio Pellice e condivisione del pranzo tradizionale. Dopo pranzo partenza per rientrare a Verona entro le 20.