Festa dell’albero

Nelle chiese valdesi sparse nel territorio italiano, come pure in quelle metodiste e battiste, a ridosso del Natale si tiene la tradizionale Festa dell’Albero. A Verona, normalmente, la facciamo nella terza domenica d’Avvento, ma quest’anno si è dovuta anticipare alla prima, lo scorso 3 dicembre.
Si tratta della festa di Natale dei bambini: i piccoli della scuola domenicale, compresi in un’età che va dalla scuola materna alle medie inferiori, che durante l’orario del culto si appartano con i loro monitori per conoscere la Bibbia, diventano protagonisti della giornata con canti, a volte giochi o altre attività, e soprattutto con la tradizionale recita di Natale.
La giornata è stata tutta intera all’insegna di una festosa convivialità: dopo il culto e un’agape fraterna con piatti della tradizione italiana e ghanese, abbiamo accolto l’entrata dei pastori, degli angeli e delle altre figure del presepe, agghindati in stoffe colorate. Gli occhi emozionati e impauriti, il cuore che batte all’impazzata dei più piccini, la spavalderia dei più grandi, sono fonte di orgoglio e tenerezza per la comunità riunita insieme.

I piccoli salgono in cattedra e per un giorno raccontano ai grandi la bellezza di stare insieme ed il tesoro prezioso racchiuso nella storia sempre uguale e sempre nuova del bimbo nato a Betlemme, il mistero della Grazia che si fa essere umano, ma nella forma di un esserino tenero e indifeso che tutti vorremmo avere tra le braccia per cullarne il sonno. In quei momenti, noi grandi cerchiamo di guardare con gli occhi dei nostri bambini, con la loro purezza, la loro capacità di arrivare dritti al senso profondo e misterioso della venuta di Gesù, senza passare per la ragione; per avvicinarci a quel cambiamento che ci è prescritto in Matteo 18:3:

“se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”

È bello vedere questi due gruppi, i grandi e i piccoli, che si fronteggiano e si specchiano gli uni negli altri, due generazioni di una comunità che festeggia con gioia condivisa nella diversità e nella pluralità di età, tradizioni e lingue il rinnovarsi del patto con il comune Signore.

Enrico Parizzi

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Venerdì 1 dicembre ultimo appuntamento del ciclo di conferenze sulla Riforma

Venerdì 1 dicembre, con inizio alle ore 21 presso il tempio valdese di Verona (Via Duomo, angolo via Pigna), si terrà l’ultimo della serie di quattro incontri organizzati dalla chiesa valdese di Verona e dalla comunità evangelica luterana di Verona, in occasione del 500. anniversario della Riforma protestante.

Interverrà Mons. Franco Buzzi con la relazione dal titolo: “La Riforma dal punto di vista cattolico a 500 anni dall’evento”.

La partecipazione è  libera ed aperta a tutti.

Meraviglia per la promessa – Predicazione di domenica 4 Ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Giovanni 4,11-14; Giovanni 7,37-39

11 La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest’acqua viva? 12 Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» 13 Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; 14 ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna».
Giovanni 4,11-14

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno». 39 Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.
Giovanni 7,37-39

Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo avuto il piacere di accogliere e celebrare un battesimo stamattina, durante il Culto ci siamo ricordati che siamo interconnessi tra noi e con il Creato: non siamo soli, ma viviamo insieme agli altri e alle altre in una Creazione che non ci appartiene e che vogliamo custodire. Il battesimo è un rito d’acqua, e questa è proprio una delle risorse naturali che maggiormente rischiano di essere inquinate, depredate, e monopolizzate. L’acqua, simbolo potente di vita, veicolo della nascita che sempre più frequentemente diventa metafora di morte per i molti che fuggono attraverso il canale di Sicilia. Pure nella Bibbia l’acqua porta con sé una certa ambivalenza: La sua abbondanza è fonte di vita per la terra e quindi di benedizione da parte di Colui che è il datore della vita. La sua scarsità è segno invece della riprovazione, del giudizio di Dio, pericolosamente prossimo alla maledizione. La ribellione contro Dio e l’insensatezza umane nel rapporto distorto nei confronti dell’ambiente è una delle cause della penuria e dell’inquinamento dell’acqua. Essa contiene in sé la morte e la vita: I cieli chiusi della grande siccità sono sentiti nella predicazione profetica come il giudizio di Dio contro l’idolatria. Non è però soltanto nella mancanza d’acqua che si manifesta il castigo di Dio per l’infedeltà umana. Anche il fatto che si sia costretti a “bere acqua dietro pagamento” è conseguenza del peccato (Lament. 5,3-7). D’altra parte sappiamo che lo scatenarsi delle acque è ancor più distruttivo della penuria e della siccità. Così Israele sentiva la minaccia delle grandi acque dell’abisso (Sal. 107,23-32), delle acque profonde in cui si rischia di sprofondare (Giona 2,4). La liberazione dal pericolo mortale è quindi insieme la confessione di fede del credente riconoscente e la promessa di Dio al suo popolo riscattato. La simbologia negativa dell’acqua si estende al Nuovo Testamento, in particolare per ciò che riguarda il mare che rappresenta la forza del male e della morte. L’essere gettato in fondo al mare sarebbe il male minore per chi è motivo di scandalo per la fede dei semplici (Mt. 18,6-7). E nel mare, nella distruzione totale espressa dal verbo “perire”, finiscono i porci invasati nella storia della guarigione dell’indemoniato di Gadara (Mt. 8,32). All’acqua è connesso il giudizio per il suo potere inesorabile e distruttivo, ma il NT presenta la prospettiva della vittoria sul male e sulla morte proprio in riferimento al mare: Gesù è colui che davanti a spettatori stupefatti dimostra di avere il potere di sgridare i venti e il mare calmando la burrasca (Mt. 8, 23-27). Egli si presenta ai discepoli camminando sul mare (Mc. 6,45-52), anticipando in questo gesto la sua vittoria sulla morte. Anche l’Apocalisse usa questa identificazione del mare con la morte annunciando “un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più” (Apc. 21,1). Con il dono di Cristo e la fede in lui l’acqua è fonte di vita: la vita viene dall’acqua, secondo la parola creatrice, Dio stesso è “sorgente d’acqua viva”. Dio è colui che ha pietà degli esuli e “li condurrà alle sorgenti d’acqua”. E al di là di questo, a tutti è rivolto il generoso appello: “O voi tutti che siete assettati, venite alle acque” (Is. 55,1). Nell’Apocalisse l’Agnello che siede sul trono pascerà gli eletti e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita e a chiunque ha sete promette di dare “gratuitamente della fonte dell’acqua della vita”. L’acqua accompagna la storia del popolo eletto e la storia dei credenti tanto che pure l’evangelo di Giovanni ripetutamente parla di “fiumi d’acqua viva” non solo per dissetare, ma anche come occasione per diventare fonte d’acqua di vita eterna per altri (Gv. 4,13-14). E ciò che così è detto in privato alla Samaritana, è ripetuto da Gesù in pubblico. Nell’ultimo giorno della festa delle Capanne, quando dopo una processione intorno a Gerusalemme, veniva versata solennemente dell’acqua in un catino bucato, spargendola così in terra nella simbolica invocazione della benedizione divina. Gesù si presenta come il compimento di quell’attesa di benedizione. Gesù è colui che può dissetare chiunque abbia sete. Se uno crede in lui, “fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”: è il dono dello Spirito (Gv. 7,37-39) che dona ai credenti la possibilità di essere benedizione e fonte di vita anche per gli altri.. questa è veramente l’espressione più alta della benedizione divina contenuta nell’immagine dell’acqua: esser dissetati senza mai più aver sete e diventare mezzo per estinguere la sete altrui. Nell’interpretazione cristiana, il battesimo è una sintesi particolarmente intensa di quanto la Bibbia intera esprime nel simbolo dell’acqua, annunciando il giudizio e la grazia da parte di Dio. Nella fede i credenti vengono salvati dalla minaccia di essere sommersi; quando confessano i loro peccati, essi vengono purificati e guariti; la loro sete viene colmata per sempre e diventano discepoli e discepole che annunciano grazie al dono dello Spirito che li conduce verso il mondo futuro proclamato da Gesù Cristo.

Amen

Pastora Laura Testa

Chi non è con me è contro di me – Predicazione del 12 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 14,7-9; Luca 11,14-26 (+ Luca 11,9-13)

7 Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; 8 perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. 9 Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi.
Romani 14,7-9

14 Gesù stava scacciando un demonio che era muto; e, quando il demonio fu uscito, il muto parlò e la folla si stupì. 15 Ma alcuni di loro dissero: «È per l’aiuto di Belzebù, principe dei demòni, che egli scaccia i demòni». 16 Altri, per metterlo alla prova, gli chiedevano un segno dal cielo. 17 Ma egli, conoscendo i loro pensieri, disse loro: «Ogni regno diviso contro se stesso va in rovina, e casa crolla su casa. 18 Se dunque anche Satana è diviso contro se stesso, come potrà reggere il suo regno? Poiché voi dite che è per l’aiuto di Belzebù che io scaccio i demòni. 19 E se io scaccio i demòni con l’aiuto di Belzebù, con l’aiuto di chi li scacciano i vostri figli? Perciò, essi stessi saranno i vostri giudici. 20 Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demòni, allora il regno di Dio è giunto fino a voi. 21 Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; 22 ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino. 23 Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.
24 «Quando lo spirito immondo esce da un uomo, si aggira per luoghi aridi, cercando riposo; e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, dalla quale sono uscito”; 25 e, quando ci arriva, la trova spazzata e adorna. 26 Allora va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed entrano ad abitarla; e l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

Luca 11,14-26

Il passo di oggi parla di demoni, nomina addirittura Belzebù, il diavolo in persona! E’ un passo inquietante, che non sappiamo bene se vada preso alla lettera o solo in modo simbolico, come siamo abituati a fare, soprattutto qui in Europa. In ogni caso si tratta di un quadro davvero spaventoso: il male ci circonda e cerca a tutti i costi di insinuarsi dentro di noi. E’ talmente forte e tenace che a poco valgono le nostre contromisure:

21 Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; 22 ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino.

Non solo, ma può anche accadere che qualcuno venga guarito dal demone che abita dentro di lui, che possa finalmente ricominciare a vivere in pace col Signore e col mondo che lo circonda. Ma poi? Proprio nel momento in cui tutto sembra funzionare e andare per il verso giusto, proprio nel momento in cui la sua interiorità è “spazzata e adorna”, ecco che ricade e la sensazione che prova è proprio quella di essere caduto in una condizione peggiore di quella dell’inizio.
E noi, noi come ci collochiamo? Un passo come questo ci spaventa? Ci interroga? Forse no, perché ci crediamo al sicuro, confidiamo in noi stessi e nella nostra fede: in effetti non rubiamo, andiamo a lavorare o comunque cerchiamo un lavoro con tenacia, amiamo i nostri genitori, i nostri figli, seguiamo le leggi, non invidiamo troppo la roba degli altri e anche se un po’ li invidiamo non pensiamo certo di derubarli. Insomma siamo persone abbastanza brave, la domenica andiamo in chiesa, cerchiamo di pregare con regolarità, talvolta facciamo anche testimonianza (questo non proprio regolarmente, ma il Signore è misericordioso e ci perdona, no?). E allora? A chi si rivolge questo passo pieno di diavoli e di dolore e di paura? Perché è stato scritto? Dice qualcosa anche a noi, oggi?
Guardiamo più da vicino il testo: Gesù scaccia un demone e viene accusato di agire con il potere di Belzebù, nella Sua risposta Gesù chiarisce che non si può essere potenti grazie a Belzebù e grazie a Dio: non si può essere servi di due padroni. Non si può amare Dio e mammona, leggiamo in un altro passo. Non si può essere con Gesù e contro Gesù. Non si può. Ma allora? Tutto il nostro castello di compromessi, di “sì, ma”, di “certo, ma tra poco”, “sì, ma domani”, ma dopo che i miei figli saranno sistemati, dopo che avrò trovato lavoro. Sì, ma in Italia non è possibile vivere come monaci. Sì, ma il testo ha un valore simbolico. Certamente, ma bisogna anche avere senso pratico, realismo, perché altrimenti non si può vivere.
Tutto ciò viene spazzato via. In modo radicale e definitivo dall’affermazione di Gesù:
Chi non è con me, è contro di me
Chi non è con me, è contro di me. Contro di me, fratelli e sorelle, contro di me. Contro di me.
E dunque?
Io credo che il passo di oggi ci metta in guardia dalla facile scappatoia che nei secoli dei secoli l’umanità ha sempre costruito: sono quello che sono perché obbligato dalla necessità, non potevo fare diversamente. Oppure, ho cercato di resistere, ma la tentazione era troppo forte, non ho retto. O ancora: non è del tutto colpa mia se sono nel peccato: il male e la caduta sono nel mondo. E il mondo non l’ho creato io, che ci posso fare?
Chi di noi non ha pensato una, 10, 100 volte una frase simile? Ma allora siamo tutti e tutte senza speranza?
Non credo, cari fratelli e care sorelle: il passo di oggi segue di pochi versetti l’enunciazione del Padre Nostro, in cui il Signore ci insegna ad affidarci al Padre che è nei cieli, e subito dopo prosegue dicendo:

9 Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. 10 Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa. 11 E chi è quel padre fra di voi che, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? O se gli chiede un pesce, gli dia invece un serpente? 12 Oppure se gli chiede un uovo, gli dia uno scorpione? 13 Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!»

Allora il punto non è più sulla nostra capacità o meno di fare il bene, sulla nostra forza di fronte agli attacchi dei tanti demoni che ci aggrediscono quotidianamente, che potremmo definire come il desiderio di avere quello che riteniamo giusto per noi (poco o tanto che sia) a qualsiasi costo, senza voler vedere cosa questo significhi per gli altri, senza pensare alle conseguenze, senza preoccuparci di quello che questo comporterà per chi ci sta accanto, per chi abita lontano e vive di stenti a causa del nostro tenore di vita, senza pensare all’ambiente che stiamo distruggendo. Può essere il demone della ricchezza, o quello del potere, o del possedere. Ma il punto è: vogliamo davvero non essere posseduti da questi demoni? Vogliamo davvero guarire? Vogliamo davvero chiedere al Signore che si compia la Sua volontà e non la nostra? Vogliamo davvero raccogliere quello che il Signore ci offre, o preferiamo la dispersione delle nostre vite?
La scelta la può fare ognuno e ognuna di noi. Non posso certo imporvela da questo pulpito, quello che posso però dirvi è che una scelta va fatta, perché o siamo con Gesù o siamo contro Gesù. O siamo con Gesù o siamo contro Gesù. Ma vi dico anche che non dovete temere, non dobbiamo temere: se, fatta la scelta, chiederemo la forza per sostenerla, il coraggio per perseverare, lo slancio per continuare a volere seguire Gesù, questa forza, questo coraggio, questo slancio ci arriveranno, perché, fratelli e sorelle, il Regno di Dio è davvero giunto fino a noi e, come dice l’apostolo Paolo, Sia che viviamo o che moriamo, siamo del Signore.
Amen!

Erica Sfredda

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Fondamentalismo d’oltreoceano: dalle origini a “Jesus camp”.

Jesus Camp (sottotitolo: America is being born again) è un documentario realizzato nel 2006 da Rachel Grady e Heidi Ewing che, in uno stile immediato e diretto, senza commento alcuno, permette alle immagini, al loro montaggio ed alle parole dei protagonisti di fornire allo spettatore un’idea di quell’evangelismo nordamericano che anima, religiosamente e politicamente una parte importante degli USA. Sappiamo che sotto l’ampia definizione di protestantesimo si comprendono denominazioni anche molto diverse tra loro, nella teologia, nell’esegesi e nella prassi, contribuendo a caratterizzare quella diversità che fino dalle sue origini è intrinseca alla libertà della Riforma e che responsabilizza in maniera particolare il credente protestante. Responsabilità che viene decisamente meno nella dottrina evidenziata nel documentario.

Il documentario

Il controverso documentario racconta vari momenti di un campo estivo evangelicale per ragazzi, segue tre bambini al “Kids on Fire summer camp”  nella piccolo centro di Devil’s Lake nel Nord Dakota. Il film causò reazioni forti negli Stati Uniti, in particolare in quel mid-west dove il fondamentalismo ha forti radici. Colpiscono le reazioni emotive dei bambini, i toni militareschi, i temi trattati: dal coinvolgimento dei bambini alla lotta contro l’aborto, alla benedizione di una sagoma di George Bush, dai bimbi che incitati gridano “Giudici giusti!”,  alle loro lacrime in quelli che paiono, più che momenti di preghiera, delle fonti di  shock emotivo. La responsabile del campo evidenzia la necessità che i minori siano l’esercito di Dio per fare tornare l’America ai “valori cristiani” conservatori, affermando tra le altre cose che Harry Potter, in quanto mago, nell’epoca dell’Antico Testamento sarebbe stato messo a morte (sic).

Le immagini si commentano da sole e consentono a noi di comprendere meglio uno degli elementi che ha probabilmente contribuito a portare al potere l’attuale amministrazione americana ma anche di  riflettere sul fondamentalismo  come fenomeno storico.

Il fondamentalismo

L’interessante testo “Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici. ” di P. Berger, A. Zijderveld (edizioni Il Mulino, 2011) ci aiuta a contestualizzare il fondamentalismo di oggi, osservandone la genesi. Gli autori riportano infatti come una serie di opuscoli, diffusi all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti, a difesa del protestantesimo conservatore , “i fondamenti”, abbia originato il termine. Il fondamentalismo è descritto come  fenomeno reattivo che a differenza della tradizione sorge quand’essa è messa in discussione, ovvero minacciata; di conseguenza chi costituisce tale minaccia deve essere convertito, segregato, reso innocuo.  Il modello reconquista è quello in cui i fondamentalisti tentano di conquistare una società , alternativo a quello settario in cui si cerca di consolidare le proprie certezze in una comunità ristretta. Il primo modello si declina nel totalitarismo , necessario alla sua sussistenza, che a differenza dell’autoritarismo penetra ogni ambito della vita civile. Il modello settario, se da un lato ha una forza intrinseca legata a barriere mentali non facili da superare per gli adepti che volessero liberarsene, vede nella sua istituzionalizzazione e trasformazione in chiesa (sia che si tratti di valori religiosi o secolari) la sua possibile evoluzione e quindi la sua fine. Due le condizioni imposte dai gruppi fondamentalisti: nessuna comunicazione con gli esterni, nessun dubbio. Gli strumenti dispiegati per la tutela del fondamentalismo sono tristemente noti: l’isolamento della setta, la reinterpretazione della vita passata, gli istruttori, i funzionari, l’imposizione di comportamenti condizionanti, l’annichilazione. La pericolosità del fondamentalismo è percepibile secondo gli autori non solo in questi strumenti ma nel fatto che rappresenti una minaccia alla libertà, in particolare dove la libertà è stata istituzionalizzata come nelle democrazie liberali.

Quale sia il modello applicato nel caso del camp evangelicale lo si potrà desumere facilmente visionando il documentario sottoriportato, in inglese sottotitolato in italiano.

Alessandro Serena

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L’ecumenismo nel 500. anniversario della Riforma: la dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione.

Nel 2017 è accaduto qualcosa di meraviglioso, unico , impensabile anche solo  fino a pochi decenni fa: le celebrazioni dei 500 anni della Riforma sono state occasione di dialogo, confronto, ecumenismo vero. Ciò non si è verificato come fenomeno isolato ma come risultante di un costante impegno e forte desiderio di testimoniare come, nella diversità vi sia comunque “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione!” (Ef. 4,4)

Impegno ecumenico che viene da lontano e che  nasce in seno al protestantesimo. Urgente agli inizi del XX secolo la necessità di confrontarsi a fronte dei nuovi quesiti imposti dall’attività missionaria. Non a caso fu nel 1910 , in occasione della conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, che si iniziò un cammino che portò poi alla creazione di quelle organizzazioni accomunate dalla necessità di arrivare all’unità visibile della chiesa: nel 1948 il CEC (consiglio ecumenico delle chiese), nel 1959 la KEK, (conferenza europea delle chiese), nel 1973 la CPCE (commissione delle chiese protestanti in Europa-concordia di Leuenberg) per arrivare infine ad un documento condiviso anche con la chiesa cattolico-romana (Charta Oecumenica, 2001) .

In questo contesto la Chiesa evangelica valdese, tramite il suo sinodo (delle Chiese valdesi e metodiste), produsse nel 1998 il documento sull’ecumenismo, in grado di affrontare in maniera organica il tema ecumenico, dalle motivazioni, allo stato dell’arte delle relazioni con le altre chiese, fino agli obiettivi e linee guida. Il documento evidenzia come la cristianità si sia divisa più volte e come la varietà e la diversità facciano parte della natura stessa della Chiesa una, in quanto esse sono caratteristiche umane: Il fatto stesso che nella Bibbia si abbiano diverse concezioni e teologie illustra tale concetto, rilevando come siano illustrati i molteplici aspetti di una unica realtà e verità : la rilevazione di Dio in Gesù. L’uniformità infatti contraddice l’azione dello Spirito che si manifesta nella varietà dei doni. La Chiesa come corpo di Cristo non è divisa, perché Cristo non è diviso (1 Cor 1,13), è la Chiesa come realtà storica e umana ad essere divisa. Interessante in questa sezione come alcuni termini identifichino l’atteggiamento adeguato al percorso ecumenico: Chiese che sinceramente desiderano manifestare unità, che hanno iniziato un cammino di pentimento e rinnovamento, imparando ad accogliersi gli uni gli altri, non ignorando e banalizzando le divisioni, consapevoli che nessuna chiesa esaurisce la “pienezza di Dio” (Ef. 3,19). Senza perdere di vista che la principale ragione dell’ecumenismo è che “il mondo creda” (Gv, 17,21).

Un ulteriore passo avanti non poteva che cadere proprio nel 2017: il 5 luglio è stato firmato con Cattolici, Luterani e Metodisti  a Wittenberg un documento congiunto in seno al WCRC (World Communion of Reformed Church – Comunione mondiale delle Chiese Riformate) riguardo la dottrina della giustificazione. In sostanza le 225 chiese protestanti riformate che aderiscono al WCRC si associano alla dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione che venne sottoscritta nel 1999 da parte della Federazione Mondiale delle Chiese Luterane (LWF) e dalla Chiesa Cattolico-romana.

Il testo riporta chiaramente un’assunzione di responsabilità che impegna tutti noi: “Ci impegniamo a restare uniti per approfondire la nostra comune comprensione della giustificazione nello studio teologico, nell’insegnamento, nella predicazione. La presente attuazione di ciò e l’impegno profuso sono considerati da cattolici, luterani, metodisti e riformati come parte della loro ricerca della piena comunione e della testimonianza comune di fronte al mondo della volontà di unità per i cristiani”.

Viene inoltre comunemente definito che : “Siamo in accordo sulla comune affermazione che la giustificazione è l’opera del Dio trinitario. La buona novella dell’Evangelo è che Dio ha riconciliato il mondo con sé stesso attraverso il Figlio e nello Spirito. … Secondo la comprensione riformata la giustificazione e la santificazione, che non possono essere separate, provengono entrambe dall’unione con Cristo. … . Per sola grazia, attraverso la fede nell’opera salvifica di Cristo – e non per alcun merito da parte nostra- siamo accettati da Dio. In Cristo lo Spirito rinnova i nostri cuori e ci fornisce gli strumenti per compiere le buone opere che Dio ha preparato come nostro cammino.”

Al link il testo completo in inglese, francese, tedesco e spagnolo: dichiarazione congiunta giustificazione

La dichiarazione ha una grande valenza e, forse, si è un po’ persa tra le molteplici occasioni e celebrazioni. Non dimentichiamo che nei secoli scorsi si moriva per difendere il principio della salvezza per sola grazia attraverso la fede.

Alessandro Serena

L’amministratore fedele – Predicazione di domenica 5 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Luca 12,42-48

42 Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fedele e prudente che il padrone costituirà sui suoi domestici per dar loro a suo tempo la loro porzione di viveri? 43 Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così. 44 In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi beni. 45 Ma se quel servo dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”; e comincia a battere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se lo aspetta e nell’ora che non sa, e lo punirà severamente, e gli assegnerà la sorte degli infedeli. 47 Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 ma colui che non l’ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche. A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà.

Cari fratelli e care sorelle,
chi è quell’amministratore, economo fedele e prudente, che designato dal Signore sui suoi domestici dia loro, al momento opportuno la porzione di cibo? Una domanda dura che il Signore Gesù rivolge a Pietro e ai discepoli e che stamattina rivolge anche a noi.

Nella Grecia antica l’economo, l’amministratore, era colui aveva cura di dare una “ordine” alla casa, ovvero che i servizi si svolgessero in un certo tempo e venissero fatti con un certo ordine. L’economo prudente sa scegliere il “momento”, il kairos più giusto anche nell’amministrazione dei viveri agli abitanti della casa e lo fa in ordine alle possibilità reali di quella famiglia. Scelte che conosciamo bene, perché anche noi ci troviamo a farle quotidianamente quanto e come spendere, come gestire i tempi per il lavoro, per la famiglia, per la Chiesa. Scelte che comportano sovente anche delle difficoltà di gestione che descrivono la complessità reale che ci troviamo ad affrontare. Complessità che ci accompagna all’interno della famiglia, nel mondo del lavoro, con le istituzioni, nella vita di Chiesa, nella politica nazionale ed internazionale, nel rapporto tra Chiese diverse… e si potrebbe continuare ancora, infatti l’economo, si occupa di tutte quelle realtà che hanno a che fare con la casa l’oikos, cioè gestisce tutti i rapporti esterni ed interni alla casa in quel sistema operoso che era una casa greco-romana del primo secolo.

Le persone che abitano la casa i domestici, sembrano avere quasi un ruolo passivo: aspettano la porzione di viveri che loro spetta.. e nel frattempo non sembrano esserci delle indicazioni aggiuntive della loro laboriosità, non sappiamo bene cosa facciano di preciso, ma in greco loro non sono definiti domestici, bensì terapeuti, ovvero “curatori” coloro che si prendono cura, che praticano una terapia… Letteralmente i terapeuti di questo racconto di Gesù sono coloro che si prendono cura della casa, guidati e coordinati dall’attenta simmetria di quel fedele amministratore che riesce nella propria gestione a cogliere il momento in cui amministrare quell’agognato pane quotidiano, lo stesso pane della preghiera che tutti e tutte sovente innalziamo al Padre Santo.

La casa descritta dalle parole del Signore Gesù è una casa dove tutti ed ognuno hanno un compito preciso: una parte specifica e della quale si prendono cura: ognuno ha una responsabilità personale. Benedetto quel servo o quella serva, che il Signore e Padrone nostro, ritornando trovi intento a fare tutte queste cose, ovvero a prendersi cura della parte che gli è stata affidata.

Certamente la gioia sarà grande, poiché in quell’operosità e dinamicità di servizio si legge la fede dell’amministratore e la condivisione profonda al progetto di Dio dei curatori della casa.
L’amministratore, così come i curatori della casa, compiono delle scelte, che sono scelte basate sul riconoscimento del Kairos, il tempo giusto per amministrare il cibo ai curatori, finché il Signore torni e avvenga il Regno di Dio.

Il ritorno del Signore però svela le trasgressioni, svela la mancanza di fiducia e le inoperosità, le pigrizie e le insofferenze dei servi indolenti. La punizione è già presente nel nostro comportamento, è già insita nelle nostre scelte quotidiane, non è legata solo ad un momento finale, perché la mancanza di fiducia in Dio rende già la nostra vita un inferno: una casa in cui tutti vengono picchiati e demoralizzati, un ambiente di lavoro degradante, un clima di paura e di delazione reciproca. La sorte di quel servo sarà proprio la sorte degli infedeli, la sorte di chi non crede, che è auto-condanna eterna a stare lontani dal bene supremo che è Dio. Un esempio che è una grande esortazione a perseverare nella fede, poiché nel gioioso servizio reciproco la vita cambia ed il Regno di Dio già accade sulla terra: chi invece persiste nella fede riceverà gioia e benedizione.

Scriveva Karl Barth, il tempo propizio è l’oggi della fede, il tempo di vivere e di agire in essa, nella gioia e nella speranza. Il momento del ritorno del Padrone di casa è già oggi! E’ oggi che il Signore è presente nella mia vita, è oggi che posso mettermi al servizio.

La prima scelta è di persistere nella speranza che di Lui possiamo sempre e comunque fidarci sapendo che la nostra responsabilità è servizio al Signore.

La seconda scelta è quella di riconoscere che tutti, anche i servitori più instancabili, hanno bisogno di nutrirsi e riposare: il riconoscimento dunque delle necessità reali e vitali di chi abita uno spazio assieme a noi!

L’ultima scelta è di prenderci la responsabilità di una parte e di prendercene cura: una scelta che può avvenire per vocazione o per competenza, per volontà o per ricerca; poiché a chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà, quindi più la scelta sarà corrispondente ai nostri bisogni, alle nostre competenze, ai nostri doni e soprattutto alla vocazione del Signore, tanto più il nostro servizio sarà gioioso. Il Servitore fedele, Colui che sa le nostre necessità è il Signore Gesù e noi tutti e tutte, con gioia vogliamo essere al suo servizio, nel suo gregge, guidati ed ammaestrate dalla sincronia sapiente del Suo Santo amore che tutti può salvare e condurre a vita eterna.

Amen

Past. Laura Testa

Gesù libera – Predicazione per il culto della Riforma, 31 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Marco, 1:32-39

32 Poi, fattosi sera, quando il sole fu tramontato, gli condussero tutti i malati e gli indemoniati; 33 tutta la città era radunata alla porta. 34 Egli ne guarì molti che soffrivano di diverse malattie, e scacciò molti demòni e non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
35 Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava.
36 Simone e quelli che erano con lui si misero a cercarlo;
37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano».
38 Ed egli disse loro: «Andiamo altrove, per i villaggi vicini, affinché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto».
39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e cacciando demòni.

Carissimi fratelli e sorelle,
stasera noi celebriamo insieme un evento particolarissimo, che diede il via alla Riforma protestante 500 anni fa.
Proprio in questa sera il monaco agostiniano Martino prova a richiamare l’attenzione accademica rispetto ad alcune provocazioni e spunti di riflessione, le cosiddette 95 tesi. Quelle obiezioni affisse la notte del 31 ottobre 1517 non solo suscitarono le attenzioni del mondo accademico, ma arrivarono fino a Roma creando un’onda d’urto potente che avrebbe, di lì a poco tempo, provocato la scomunica di Lutero e l’inizio della Riforma protestante nelle sue molteplici denominazioni alcune di esse qui presenti: Luterani, Valdesi e Metodisti.
Sì, perché anche noi Valdesi, eretici medievali scampati miracolosamente alle persecuzioni e all’inquisizione, abbiamo accolto la riforma protestante e le sue idee teologiche in maniera piena..
Ma perché? Perché Lutero, Zwingli, Bucero, Calvino, Melantone, Knox, Ochino, e poi anche Wesley ebbero così ampio seguito? Perché nei circa ottanta anni in cui in Italia fu possibile professare liberamente la propria fede, le Chiese protestanti si diffusero e moltiplicarono velocissime?
Come mai le domande di Lutero e le innovazioni proposte dalle Istituzioni della Religione Cristiana di Calvino erano così inaccettabili da far scomunicare Lutero e da provocare, almeno in prima battuta, la cacciata di Calvino da Ginevra? Sorelle e fratelli, credo che la risposta sia che, in qualche modo misterioso questi uomini e queste donne della Riforma abbiano saputo trovare una nota di autenticità nella predicazione dell’Evangelo, così come ci è tramandato in maniera eccelsa dall’evangelista Marco in questi pochi versetti.
Libere predicare fu proprio la causa della scomunica dei Valdesi, che avvenne proprio qui a Verona 833 anni fa, nel 1184.
La passione per l’Evangelo fu la molla scatenante e scatenata di Lutero come lo descrive l’Atkinson: Lutero, era la Parola scatenata appunto!
Ad fontes fu invece il motto di tutto l’Umanesimo, e per l’umanista Giovanni Calvino la “fonte” originale, era la Parola viva dell’Evangelo, ovvero la causa della trasformazione profonda dell’esistente.
Un profondo moto interiore di ricerca, una luce interiore che cambia la vita del Cristiano per sempre era invece l’incontro con il Cristo descritto da Wesley.
Tutti concetti profondamente radicati nel testo biblico sul quale desidero porre l’accento.

Gesù è all’inizio del suo ministero pubblico, davanti a tutta la città riunita alla porta, e gli portano tutti coloro che soffrono. E la sua azione si muove su due direttive di fronte al male e al dolore: guarire e scacciare. Guarire coloro che soffrono per una malattia e scacciare i demoni che avevano “catturato”, che tenevano prigionieri gli uomini e le donne di cui avevano preso possesso e di cui limitavano la libertà.
Di fatto, questo tema è incredibilmente evocativo, se pensiamo alla storia dei rapporti tra Lutero e il papa Leone X nello scambio tra la bolla Exurge Domine e lo scritto De Captivitate Babilonensis Eclesiae, in cui i toni sono quelli del ripudio totale e in cui Lutero descrive la Chiesa come “intrappolata” o appunto incatenata dal papato, che si opponeva alla scoperta della Grazia di Dio. Naturalmente i toni erano quelli forti della scomunica reciproca.

Il brano di Marco però ci descrive una storia in cui Gesù distingue tra gli oppressi e i persecutori: Gesù libera coloro che hanno perso la propria libertà e non dà dignità di parola agli oppressori, nemmeno per riconoscerlo; e così facendo Egli dimostra l’approssimarsi del Regno di Dio.
Gesù si ritira in un luogo deserto per pregare, esprimendo la necessità vitale di nutrire un rapporto personale e privato con Dio Padre, proprio così come capita anche a noi. L’azione di Gesù infatti non è mai volta alla glorificazione personale, bensì alla lode a Dio: una pietà connotata da una modestia tanto umile e servizievole da condurre alla croce.
Simone e quelli che erano con lui lo rintracciano e lo trovano per dirgli: “tutti ti cercano” e Gesù dà loro una risposta stranissima, dice: “andiamo altrove”.
Proprio nel momento in cui tutti lo cercano (e il verbo greco qui usato per la ricerca è quello che indica chiaramente la ricerca di fede), Gesù capisce che è il momento di andare altrove.

La ricerca di Cristo è infatti già una prima forma di fiducia, è l’inizio di un rapporto, che certamente continuerà, ma Gesù è venuto per predicare e per annunciare la buona notizia del Regno anche altrove, per i villaggi vicini.
E il termine predicare è sicuramente troppo restrittivo per esprimere la potenza della lingua originale che descrive Gesù come l’Araldo plenipotenziario di Dio Padre. Colui che ha la voce bella, potente e suadente tale da farsi ascoltare ed accogliere di lieto cuore da chi ode la notizia che porta. Una notizia che è libertà e guarigione, un annuncio che compie ciò che afferma trasformando la realtà. Proprio come faceva, all’inizio dei giochi olimpici, l’annuncio che metteva in libertà i prigionieri.

Libertà, però, da chi e da cosa…?
Prima di tutto libertà dai demoni reciproci, dagli spettri che ci attanagliano e ci tengono ancorati in piccole prigioni incomunicabili le une alle altre, i demoni diabolici della separazione e della divisione.
E proprio in questa sera particolare, che è anche la sera di Halloween, crasi inglese di All the Saint’s Eve, in cui nella tradizione nordica, spettri e streghe vanno in giro a chiedere regali, mi chiedo insieme a voi: ma chi sono questi demoni che Gesù scaccia?
Anch’io sono andata alle fonti, e nel greco classico il daimon era qualcosa di molto simile a ciò che oggi noi descriveremmo come l’attitudine: quella forza vitale innata positiva o negativa che alberga in ogni animo umano e che resta immodificabile, quello specifico proprio di ognuno e di ognuna che indirizza, secondo il pensiero greco, il destino personale che è immodificabile.
Una forza appunto che può essere anche positiva, ma che è certamente incontrollabile e fuori dal nostro controllo.
Nella religione Musulmana qualcosa di molto simile è la figura del Jinn (Genio), che induce l’essere umano al peccato. Idea comune questa anche con gli Evangeli, tanto che abbastanza presto il daimon diventò daimonion, legandosi irrimediabilmente all’idea di male e di peccato.

Se guardiamo allo specifico della storia delle nostre Chiese, riconosceremo che è avvenuto un processo singolarmente simile: lo specifico di ognuno e di ognuna è diventato il nostro peccato di presunzione e ci siamo scomunicati reciprocamente.
Gesù invece libera coloro che soffrono per via della mancanza di libertà, libera da ogni male, quelli del corpo, così come quelli dell’anima. Gesù, potenza di Dio incarnata sulla terra, libera gli esseri umani e anche le Chiese dal proprio destino di separazione e divisione e offre con la Sua Santa Parola la redenzione e la comunione a tutti e tutte coloro che credono in lui.
Per questo Gesù è venuto, per predicare la Grazia di Dio che salva e libera, andiamo con lui dunque, seguiamolo e ripetiamo anche noi il bell’annuncio: Egli ci offre la possibilità anche oggi, a cinquecento anni dall’inizio della Riforma, di vivere nella sua libertà riconciliati e unite.
Amen

Past. Laura Testa

Io credo, sovvieni alla mia incredulità! – Predicazione di domenica 8 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 10,9-14; Marco 9, 2-3; Marco 9,14-27

9 Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». 12 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. 14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci?
Romani 10,9-14

2 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; 3 le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare.
Marco 9,2-3

14 Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. 15 Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. 16 Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 17 Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; 18 e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». 19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». 20 Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21 Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; 22 e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell’acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23 E Gesù: «Dici: “Se puoi!” Ogni cosa è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». 25 Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». 26 Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi. 28 Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» 29 Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».
Marco 9,14-27

Il brano che abbiamo letto oggi si inserisce tra due annunci della passione di Gesù, annunci a cui i discepoli non sono preparati, che li lasciano perplessi, rattristati, ma che, soprattutto, non capiscono: per loro il Messia manifesterà la sua gloria e l’Evangelo, la buona novella, consisterà nell’andare di trionfo in trionfo. Ma non siamo un po’ così anche noi? Non chiediamo anche noi di poter proclamare un Dio che si esprime in tutta la sua gloria? Non desidereremmo anche noi di vedere concretamente gli effetti gloriosi e straordinari prodotti dalla venuta del Messia? E non rimaniamo anche noi delusi quando la nostra preghiera non sortisce gli effetti che cercavamo?
Il passo che precede il brano del miracolo del ragazzo epilettico che abbiamo letto oggi è quello della trasfigurazione: là c’è la visione della gloria di Gesù, che non è la gloria degli eserciti, non è la gloria della forza, ed infatti scendendo dal monte il Maestro li riaccompagna nel mondo, un mondo che, nonostante la straordinaria esperienza appena vissuta, è rimasto quello che era, lo stesso che conosciamo bene anche noi. Dopo il momento sublime, altissimo, della trasfigurazione, i discepoli incontrano uno dei dolori più profondi della nostra umanità, forse il più tremendo e tragico: un bambino malato, e malato sin da piccolissimo.

Per un momento Pietro, Giacomo e Giovanni avevano sentito di vivere un’esperienza straordinaria, avevano sentito, letteralmente, di poter toccare il cielo con un dito, di essere testimoni di un evento straordinario che cambiava la loro stessa percezione della vita. Ma poi, dopo aver ricevuto e accolto questa straordinaria promessa, si trovano non solo nella normalità del mondo quotidiano, ma addirittura di fronte a quello che forse è lo scandalo più grave del mondo: la sofferenza dei bambini. Bambini vittime di guerre e di soprusi, quindi degli adulti, ma anche bambini vittime delle malattie e della fatalità. Sono costretti ad accettare che nel mondo dove loro avevano assistito alla trasfigurazione, permane anche il mondo delle tenebre più atroci, quelle che avvolgono i bambini. E l’epilessia di cui soffre il piccolo assurge ad un valore paradigmatico: la trasfigurazione di Gesù contrapposta ad una malattia che trasfigura, nel senso che ha il potere di sfigurare orrendamente le fattezze e la muscolatura del bimbo. Il piccolo, sfigurato, va vicino all’orlo dell’abisso, rischia la morte in continuazione, senza averne non dico colpe, ma neppure la più lontana responsabilità.
Questa storia colpisce anche noi, come un pugno nello stomaco perché quello che dobbiamo ammettere, cari fratelli e sorelle, è che questo mondo, il nostro mondo, non è cambiato dopo la venuta del Messia. La sofferenza e la morte, la violenza e l’aggressività sono rimaste e a noi tocca assistere, impotenti e disperati, come il padre del bambino, a tutto quello che avviene intorno a noi. Impotenti e disperati perché ci sentiamo piccoli e schiacciati dall’immensità del dolore che ci circonda e vorremmo trovare qualcuno che ci aiuti a toglierci questa tremenda oppressione. Oppressione che aumenta quando ci accorgiamo che il dolore, la violenza, l’aggressività non solo ci circondano, ma sono anche dentro ognuno e ognuna di noi. Dentro ognuno e ognuna di noi. Così profondamente dentro ognuno e ognuna di noi che quando veniamo avvicinati da qualcuno che ha bisogno di aiuto, non siamo in grado di darglielo. Anche noi, come i discepoli che in mezzo ad una gran folla discutono con gli scribi, possiamo discutere e discutere, ma siamo impotenti perché anche noi apparteniamo alla stessa generazione incredula a cui appartenevano i discepoli.

E allora la frase detta da Gesù, che forse in un primo momento ci aveva lasciati perplessi “«O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». (v.19) risulta molto più chiara: “Quanto a lungo dovrò sopportare questi uomini e donne che non accettano la loro totale impotenza e che invece che affidarsi a me e al Padre mio, vogliono trasformarmi in uno stregone?” Increduli i discepoli e incredulo il popolo, subito pronto a giudicare la mancanza del miracolo come mancanza di affidabilità di Gesù. Come se la messianicità di Gesù dipendesse dalla capacità sua o dei suoi discepoli (e quindi nostra) di operare miracoli.

Ma Dio non ci abbandona, non ci volge le spalle, nonostante Gesù sia forse un po’ spazientito, Dio ascolta il grido disperato del padre e si rivolge a lui e lo conduce all’incredibile, bellissima confessione di fede: ho fede, Signore, ma qualcosa mi allontana da te, so che puoi guarire mio figlio, che puoi guarire il nostro mondo, ma no, non ci credo fino in fondo. Aiutami Signore, impedisci che la mia diffidenza, la mia paura, il mio cinismo, che continuo a sentire, nonostante la mia fede, non abbiano il sopravvento. Soccorrimi, nonostante non voglia essere soccorsa, accoglimi, nonostante una parte di me ti rifiuti e ti respinga. Riconosco che non solo l’oggetto, ma anche il soggetto della mia fede non sono io, ma Tu. Senza di Te non posso nemmeno affidarmi a te. Aiutami Signore!

Ma se riconosciamo la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, la nostra chiusura in noi stessi, possiamo anche, di conseguenza, accogliere con gioia l’aiuto e il sostegno che ci vengono da Dio, possiamo accogliere con gioia la fede, e accogliere che essa diventa tale solo quando è fondata su un atto di Dio. La fede è infatti l’apertura all’azione di Dio, l’attesa colma di speranza di chi sa che da solo non può arrivare da nessuna parte e può solo essere sopraffatto e schiacciato dal male che lo circonda. Male fisico e male spirituale, in un mondo, il nostro, che sembra saper esprimere solo dolore, violenza, aggressività, ma nel quale a dispetto di tutto avviene e continua ad avvenire il miracolo della fede, dell’amore, della guarigione. Mondo in cui noi siamo mandati, come i discepoli e certamente con le loro stesse difficoltà, con la loro incapacità a operare miracoli, con la loro incredulità, a confessare Gesù come il Signore, affinché ognuno e ognuna possa sentire l’annuncio e di conseguenza possa invocare la fede. Amen!

Erica Sfredda

Risurrezione ma quando? Come? – Predicazione di domenica 22 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: 1 Cor 15, 35­-38; Matteo, 22,31­-33; Giovanni 11,17­-27; 32­-43

Cor 15, 35-38

35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?» 36 Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; 37 e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; 38 e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo.

Matteo, 22,31-33

31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 “Io sono il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”? Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi». 33 E la folla, udite queste cose, stupiva del suo insegnamento.

Giovanni 11,17­-27; 32­-43

17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l’amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietraera posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

PREDICAZIONE:
L’Evangelo di oggi ci racconta la storia di Lazzaro, di un morto che torna in vita, ma ci vuole parlare di morte o di vita? Di futuro o di presente? Ci racconta di un avvenimento del passato o della nostra vita di oggi? La vita di ogni persona è oggi minacciata dalla morte, non solo corporale ma da quanto ci toglie vita, che ci svuota: dolore, sfruttamento, alienazione. Quante sono le vite che non sono definibili tali ? E poi si muore, per davvero intendo, e cosa succede? Cosa è successo ai miei cari che sono morti? Dormono? Sono vivi? Ma come?

Il racconto di Lazzaro parla a noi oggi della nostra vita. Lazzaro è morto da quattro giorni, l’evangelista ci tiene a dirlo, in una credenza di allora si riteneva che dopo quattro giorni l’anima discendesse nello Sheol, nel regno delle ombre, Giovanni lo specifica per dire che la persona di Lazzaro non è più lì. Marta e Maria piangono qualcuno che non è lì! Che non è nel luogo della morte per eccellenza: la tomba. Un momento particolarmente doloroso per chi ha perso qualcuno è proprio il momento in cui viene calata la bara nella fossa, è il senso del distacco, della separazione da chi amiamo che viene rafforzato dalla terra che vediamo ricoprire il feretro. Ma noi piangiamo qualcuno che non è lì perché Dio non è il Dio dei morti ma il Dio dei vivi come ci dice il Vangelo di Matteo! Certo soffriamo, Gesù prende molto seriamente la nostra sofferenza. Sappiamo che troppo spesso quando si tenta di consolare qualcuno per una perdita si ricorre a parole facili: “Sta meglio ora … riposa in pace …” ma questo non consola, a chi soffre un lutto la persona che non c’è più manca e basta, non lo vuole risorto, chissà quando, poi, lo vuole accanto ora, vivo e vegeto. Ce lo ricorda Marta che risponde infastidita a Gesù che le dice che risorgerà: “So che risorgerà nell’ultimo giorno”. Ci dimostra anche il dramma della preghiera non esaudita , Marta e Maria, entrambe lo rimproverano: “Se ci fossi stato non sarebbe morto”. Quante volte lo proviamo noi. Dio perché non sei intervenuto? Gesù ha a questo punto parole chiarissime:

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»

E’ questa la parte centrale del racconto. Prestiamo attenzione a due punti:

1. Il primo punto: il tempo; il cambio dei tempi dal “risorgerà” di Marta a “Io sono la risurrezione” di Gesù. La resurrezione avviene oggi, in questa vita, Dio ci fa nascere a nuova vita ora! Non attende la nostra morte. Gesù inoltre dice: “Sono la risurrezione e la vita”; non dovrebbe dire “sono la vita, poi c’è la morte e dopo sono la risurrezione”? No. Proprio perché già oggi, in Cristo, c’è prima la resurrezione che ci fa rinascere, poi la vita che non cessa. La resurrezione è un processo che origina la vera vita che ha inizio su questa terra e che e si prolunga oltre questa vita terrena. La resurrezione è l’ingresso nel Regno che non aspetta l’aldilà ma che si realizza oggi, che trasforma le vite oggi, che da senso alle vite più vuote, disperate e alienate oggi! La resurrezione è il punto preciso in cui il Signore elimina la logica del distacco, della separazione tra questa vita e quella futura, a favore della trasformazione e della continuità.

2. Il secondo punto: la fede; “Credi tu questo?” chiede Gesù. Notiamo bene, nei Vangeli è sempre la fede che precede il miracolo, la fede che apre gli occhi e fornisce uno sguardo diverso, che fa comprendere come Lazzaro non sia in realtà morto. La fede è l’antenna che ci fa cogliere i segnali che la morte, sebbene dolorosa, non sia la fine, perché la vera essenza del creato è la vita che non smette di fiorire. Ma chi è morto non lo vedo. Vero ma se io vi dico che in questo momento qui dentro si sente la musica di Bach mi credete? No. Ma se io prendo una radio e la sintonizzo su un canale di musica classica vi posso fare sentire Bach. La radio è lo strumento per sentire quello che altrimenti non sentiremmo. La fede è lo strumento per capire che chiunque crede e vive in Gesù non morirà mai!

Come cristiani riformati inoltre lo sappiamo bene: esattamente tramite la fede noi possiamo vivere, già oggi! Come mi salvo? Come ci vado in paradiso? La risposta della Riforma è semplice: grazie alla misericordia di Dio, per fede, in paradiso ci sei già oggi! Perché è Cristo che ci rende giusti, in virtù della fede in lui possiamo vivere la grazia mentre siamo in vita, nel nostro tempo, e questo significa affidarsi all’amore di Dio, perché Dio non aspetta la mia morte per concedermi il suo Regno, per offrirmi il paradiso. E cosa significa “vivere la grazia”? La grazia è affidarsi all’amore di Dio senza paura, consapevoli che siamo tutti peccatori e peccatrici ma amati e giustificati da Dio, seguendo i suoi comandamenti non perché otteniamo una ricompensa ma perché siamo liberi di servire, come dono che ci viene offerto e che di conseguenza offriamo, significa credere e vivere la vita che non si ferma con la morte, prima della morte.

Tutto questa esplosione di vita non fa prende a Gesù sottogamba la morte, non si presenta come un saggio sorridente che invita a pensare all’eternità. Gesù ci dimostra pienamente l’umanità di Dio: freme, colpito dalla morte come scandalo che assale l’umanità, piange di fronte alla morte di un amico. Sa quanto sia dura, ma al termine è la sua parola che vince, la parola creatrice, ordini imperiosi: “Togliete la pietra … Lazzaro viene fuori … scioglietelo e lasciatelo andare”, sono ordini impartiti alla comunità, sono per noi, per dirci: liberate il morto dalla morte in cui l’avete confinato, mettendogli una pietra sopra, legandolo, lasciatelo andare perché è vivo. Dobbiamo fare lo stesso: vivere la libertà dei nostri cari dalla morte, la fede ci da questo dono, a noi accettarlo e vedere: venite e vedrete (Gv 1,39).

Vediamo cosa? Un campo di grano. Ce lo dice Paolo nella prima epistola ai Corinzi parlando di risurrezione: il seme morendo diventa frumento. Chi muore non cambia identità, proviene da quel seme – è quel seme – ma è anche altro: una vita potenziata, ricca, ampliata. I nostri cari sono sempre loro ma sono trasformati, se alziamo lo sguardo della fede che ci è donata, noi semi infissi nel terreno, ma già potenzialmente frumento per opera del Signore, vedremo, capiremo, che ora, proprio ora c’è un campo di grano, quello dei nostri cari defunti, che vive, vive, come noi, immerso nell’amore di Dio.

Amen.

Alessandro Serena