,

I 5 SOLA – Sola Fide (4)

«Dio ha così amato il mondo che ha dato il suo unico figlio perché tutti coloro che credono in lui non muoiano, ma abbiano vita eterna. Dio non ha mandato suo figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso di lui» (Giovanni 3, 16-17)
Parlare di fede, forse, può essere ambiguo e poco comprensibile, poiché spesso questo termine si utilizza per indicare manifestazioni di fanatismo religioso oppure per esprimere varie forme di superstizione; inoltre la nostra è una società fortemente secolarizzata e, dunque, la «fede in Dio» interessa poco, semmai appartiene alla dimensione privata dell’individuo. Senza dubbio non si può ridurre il Dio dei Cristiani a una spiegazione razionale e i dogmi della chiesa, a partire dalla Trinità, appaiono talora complicati e oscuri per chi è alieno dal linguaggio filosofico e teologico. Al contrario, l’uomo Gesù continua ad affascinare perché offre qualche certezza storica, almeno in alcuni dati fondamentali e, soprattutto, per il messaggio trasmessoci, che rimane attuale.

Tuttavia l’etica dell’ebreo Gesù, per quanto rivoluzionaria ed anticonformista, non rappresenta in toto il suo messaggio di salvezza, perché avere fede non significa esclusivamente sforzarsi di seguire i suoi insegnamenti morali (per quanto ciò sia già un ottimo proposito, valido per tutti, atei e credenti); piuttosto – ancora prima di agire – significa, illuminati dalla Grazia divina, affidarsi per intero alla «buona notizia» ed essere sicuri che quell’oscuro figlio di un falegname, probabilmente falegname anche lui nei primi trent’anni della sua vita, è morto in croce per la liberazione degli esseri umani dal male, per iniziare il nuovo regno, per riconciliare noi – umanità corrotta e incapace di essere davvero giusta e onesta, incapace di amare il prossimo senza riserve o autocompiacimenti – con l’Eterno. La fede diventa allora il fondamento delle nostre azioni, perché da sole non basterebbero a renderci uomini e donne completi, nel senso biblico dell’espressione, giacché «Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn. 1, 27): e come potremmo essere a immagine del nostro Signore, se non specchiandoci nella sua immagine proprio attraverso la fede in Cristo, intesa alla latina come la «fiducia» che nel suo sguardo d’amore ritroveremo l’integrità originale?

Lutero, con uno straordinario paradosso, dichiarava che l’essere umano in Cristo è simul iustus et peccator, «contemporaneamente giusto e peccatore», quasi a dire che la luce del bene ci viene anticipata grazie all’abbandono fiducioso in Dio. E, attraverso una seconda provocazione, diceva pecca fortiter, sed crede fortius, «pecca profondamente, ma credi più profondamente»: dunque la fede/fiducia è più forte del male giacché, se è accolta, ci orienta e dà un senso altro, una prospettiva diversa alle nostre vite.
«Soltanto la fede» perciò non esprime né la superstizione religiosa né le credenze miracolistiche, che rifiutiamo considerandole inutili e pericolose, ma è un atto di affidamento che non chiede dimostrazioni, è la scoperta dell’amore di Dio per ciascuno di noi. E tutto questo si fonda sull’ascolto della Parola biblica, sulla sua lenta meditazione, in un cammino di ricerca ininterrotto e promosso dal dubbio: il ragionamento umano non è in grado di comprendere fino in fondo e, quindi, di racchiudere in un sistema l’Eterno e l’evento della Croce e della Resurrezione, dato che lo Spirito di Dio è sovranamente libero. Come scrive Giovanni, «lo sprito soffia dove vuole e si sente la sua voce, ma non si sa da dove venga e dove vada» (Gv, 3, 8).

«Soltanto la fede» ci invita a sciogliere i cuori induriti per affidarci a Cristo, in cui solo possiamo trovare una vera dimensione di libertà perché sapere abbandonarsi all’amore, superando le sovrastrutture della ragione, ci permette poi di essere e di vivere nel mondo da persone davvero libere, che indirizzano le loro azioni senza vincoli, fuori dalle logiche del tornaconto: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt. 10, 8).
«Soltanto la fede» fa risuonare l’insegnamento dell’apostolo Paolo, che scriveva: «Non mi vergogno della buona notizia, […] poiché la giustizia di Dio è stata rivelata in essa da fede in fede» (Rom. 1, 16-17). La buona notizia, che noi siamo abituati a chiamare «Evangelo», ci è stata rivelata «di fede in fede» perché il giusto vivrà attraverso la fede e questa catena di fede/fiducia, trasmessa nei secoli, ci interpella ancora oggi – forse più di ieri, in quanto essa non è data per scontata, ma ci impone il confronto con una cultura e con un mondo in cui da un lato Dio (fortunatamente) non è più un obbligo e dall’altro assistiamo a devianti forme di fanatismo in nome di Dio.

,

“Se costoro tacciono, le pietre grideranno” – Predicazione di Pentecoste (4 giugno 2017)

LETTURE BIBLICHE: Gioele 2,28; Giovanni 14,22-27; Atti 2,1-13

Dopo questo, avverrà che io spargerò il mio Spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni.
(Gioele 2,28)

1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. 2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. 3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. 4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? 8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? 9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l’uno all’altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».
(Atti 2,1-13)

22 Giuda (non l’Iscariota) gli domandò: «Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?» 23 Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.
25 Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.
27 Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.
(Giovanni 14,22-27)

Il testo che abbiamo letto oggi, il racconto della Pentecoste, ci narra una vicenda davvero incredibile. Di fronte a episodi di questo genere, noi prendiamo automaticamente le distanze e minimizziamo i fatti. Ma così facendo, li svuotiamo anche di significato e li rendiamo dei racconti edificanti che non hanno più il potere di smuoverci, di convertirci, di farci uscire dal nostro quieto tran tran per annunciare la buona novella. Cerchiamo, quindi, di lasciarci coinvolgere da questo racconto, scopriamo le domande che ci pone e le risposte che ci dà.

Si dice comunemente che a Pentecoste sia nata la chiesa: Luca attraverso questo straordinario racconto vuole farci capire in primo luogo che solo un evento miracoloso, fuori dalle normali regole, ha permesso la nascita della chiesa. Ma anche che, pur di fronte ad un evento straordinario, l’uomo può continuare a non credere: infatti, anche in quella occasione non tutti i presenti si convertirono. Senza la fede, dunque, non siamo in grado di vedere Dio: qualsiasi sua manifestazione può non essere vista, accolta accettata. E questo, credo che ci capiti abbastanza spesso: quante volte non abbiamo visto e sentito la presenza del Signore? Poniamoci quindi in ascolto, non come se noi fossimo i discepoli (come forse ci verrebbe naturale!): ma dalla parte della folla di Gerusalemme che ascolta l’annuncio. Come reagiamo? Ci lasciamo convertire e trasformare? Siamo uomini e donne nuovi che a nostra volta usciamo a proclamare la buona Novella? Siamo in grado di riconoscere l’azione potente dello Spirito? E’ una nostra esperienza? Oppure siamo semplici spettatori, forse anche dubbiosi? Non rubiamo a noi stessi questa possibilità! Permettiamo al Signore di invaderci, di entrare dentro di noi ed essere realmente il nostro Signore!

Ma cosa era successo quel giorno? Durante la Pentecoste, festa ebraica che cadeva dopo 7 settimane dalla Pasqua e segnava la fine della mietitura, i discepoli erano insieme, probabilmente stavano pregando o parlando tra loro dello straordinario incontro con Gesù che aveva trasformato radicalmente e definitivamente le loro vite. Non erano più angosciati come all’indomani della croce, ma li troviamo ancora al chiuso, all’interno di un luogo conosciuto e rassicurante. Non hanno ancora capito che non basta avere fede, bisogna uscire ed annunciarla al mondo. Ma qualcosa avviene, qualcosa che, improvvisamente, li spinge a uscire, ad andare tra la gente per proclamare la verità di Cristo. Improvvisamente un vento fortissimo li assale. L’immagine del vento è potentissima, perché sappiamo bene che il vento può essere forte e potente, sradicare alberi, portare via il tetto delle case, ma nessuno lo ha mai visto, nessuno lo può fermare o inscatolare. Ed è potentissima questa immagine di una forza che ha un suono, forse un odore, ma non può essere vista, qualcosa che tutti percepiscono con chiarezza, ma che nessuno può davvero descrivere. Una forza che irrompe nella stanza dove i discepoli sono chiusi. E poi il fuoco, forse simile a quello che avevano sentito i discepoli di Emmaus: una forza che li riempie e stravolge e che dà loro la voce che prima non avevano. Da timidi e silenziosi diventano improvvisamente dei testimoni loquaci, e lo sono talmente tanto che Luca non trova un’immagine più efficace che descriverli mentre sono compresi da tutti i popoli. Da tutti i popoli! Tutti li capiscono perché hanno un tal desiderio di annunciare e proclamare il Cristo che trovano il modo per essere ascoltati e capiti. Certo non da tutti, alcuni li prendono in giro e affermano che probabilmente sono ubriachi. Già, ubriachi.

E noi? Noi abbiamo il coraggio di uscire ad annunciare che Gesù ha stravolto e cambiato la nostra esistenza? Non alludo a mettersi a predicare in piazza, parlo dell’annuncio a chi ci sta vicino, a chi conosciamo. Dove sono gli altri membri della nostra stessa chiesa che non vediamo da tempo? Dove sono i nostri ragazzi? Dove sono le persone, e quante ce ne saranno, che a Verona cercano il Signore e ancora non lo hanno trovato? L’annuncio crea sbigottimento, provoca domande, suscita l’ironia, ma è il nostro annuncio, è l’annuncio che il Signore si è manifestato sulla terra, che il mondo non lo ha riconosciuto e lo ha messo in croce, ma che è resuscitato e che siede alla destra del Padre. Questo annuncio è la nostra forza e la nostra liberazione, senza di esso la nostra stessa esistenza cessa di avere senso.
Io credo, fratelli e sorelle, che Luca parli di un evento che trasforma le nostre esistenze in modo radicale e che non deve essere nascosto solo nei nostri cuori: parla di vento, di fuoco, di voci e di discussioni pubbliche. Dobbiamo tornare a questo passo e permettergli di lavorare dentro di noi, perché o troviamo il coraggio di uscire da noi stessi e dalle nostre sicurezze per annunciare al mondo che Dio si è manifestato sulla terra, oppure tradiamo l’annuncio stesso, e anche a noi Gesù dirà, come ai farisei che durante il suo ingresso a Gerusalemme gli chiesero di sgridare e far tacere i suoi discepoli che gridavano Osanna, «se costoro tacciono, le pietre grideranno».
(Luca 19,39-40)

,

I 5 SOLA – Sola Grazia (3)

Declinare oggi il Sola Gratia incontra una duplice criticità.
La prima è che nelle controversie teologiche, in atto almeno fino al secolo scorso, il tema della grazia è stato spesso frainteso, abusato e persino mistificato in funzione della sua interpretazione e della sua appropriazione come categoria distintiva di appartenenza.
La seconda è che l’avverbio «solo» ha un carattere di esclusività e di assolutezza che rende difficile abbinarlo a qualsiasi processo o evento in un contesto, come l’attuale, dove quasi ogni concetto è plurale, se non per definizione, almeno nell’ottica ecumenica che impone di condividere tradizioni diverse e approcci interpretativi talvolta divergenti.
Tuttavia l’interpretazione rivoluzionaria del concetto di grazia proposta da Lutero impone un tentativo di sua attualizzazione anche in un’epoca nella quale, almeno nella percezione comune, il tema della salvezza sembra aver perso gran parte della sua rilevanza oggettiva.

Nel Primo Testamento il termine ebraico hén (grazia) individua la benevolenza che Dio mostra verso l’essere umano e le scritture ebraiche raccontano che molti personaggi centrali della narrazione trovano grazia davanti al Signore: da Noè in Gen. 6, 8 a Mosè in Es. 33, 12.17, a Davide in II Sam. 15, 25. Ma l’atto di grazia più importante compiuto da Dio è l’aver stabilito un patto con Israele, mantenendolo nonostante le sue innumerevoli trasgressioni. In tutto il Primo Testamento affiora l’idea che il Signore sia un Dio che vuole salvare il Suo popolo e non distruggerlo: la grazia rappresenta appunto la Sua volontà di salvezza e il peccatore pentito può invocare con fiducia la Sua misericordia (Sl. 51, 1).
Anche nel Nuovo Testamento il termine ha mantenuto i significati di favore e benevolenza di Dio verso l’essere umano e la grazia espressa con il patto del Sinai viene confermata dall’alleanza tra Dio e l’uomo che si compie con la vicenda terrena di Cristo, cioè del Dio fattosi uomo, un’alleanza che non sostituisce l’antico patto con il popolo di Israele, bensì lo rinnova e lo affianca. La grazia si manifesta nell’intervento gratuito di Dio nella vita dell’essere umano e genera la sua risposta nella fede (At. 18, 27). La fede, a sua volta, introduce l’essere umano nella grazia, cioè in un rapporto di benevolenza e comunione con Dio (Rom. 5, 2), un rapporto in cui il peccato è perdonato. La grazia coincide con un perdono totale che rigenera: per questo è possibile affermare che il contrario del peccato non sia la virtù, bensì la grazia.
La grazia e la fede non sono realtà coincidenti, ma piuttosto complementari, poiché la grazia risiede esclusivamente nell’ambito di Dio, esplicitando un agire di Dio stesso che rivolge all’essere umano la Sua parola di salvezza, mentre la fede è sopratutto una questione antropologica, cioè una risposta dell’essere umano o, almeno, un interrogarsi consapevole su questo dono di Dio.

Il Sola Gratia della Riforma vuole sottolineare che il peccatore non può giustificarsi da solo, né coadiuvare in alcun modo Dio nell’opera della giustificazione, negando decisamente qualsiasi possibilità di compartecipazione dell’essere umano al processo della salvezza, che resta iniziativa e compimento esclusivi di Dio, in Gesù Cristo: prima di ogni risposta umana c’è il ricevimento della grazia, che viene accolta nella fede; prima delle opere umane c’è l’amore di Dio, che le precede; nell’evento della salvezza la risposta umana è conseguenza dell’iniziativa di Dio e si traduce in un’etica evangelicamente ispirata. La specificità del messaggio evangelico sottolineato dalla Riforma è proprio questo: l’intervento della grazia divina è decisivo, l’essere umano, con le sue capacità, la sua razionalità e le sue conoscenze, da solo, non può nulla.
Ma in una società nella quale vengono quotidianamente enfatizzate la prestazione e l’affermazione personali, dove l’essere umano vale più per ciò che appare che per ciò che è, il problema della salvezza interessa ancora, oppure il suo annuncio ha perso gran parte del suo significato? Benché oggi permanga ancora l’angoscia della morte, essa viene affiancata, addirittura superata, dalle angosce della vita, dalle nostre insicurezze, fragilità, paure e miserie quotidiane.

L’annuncio della salvezza non può non riguardare anche questi aspetti, una salvezza prima di tutto da noi stessi in quanto produttori delle nostre ossessioni, dei nostri vizi e dei nostri idoli, una salvezza che dia un senso a ciò che siamo e a ciò che facciamo, una salvezza gratuita che non si riduce al perdono delle colpe, ma che dia speranza alla nostra vita.
La grazia che ci salva rappresenta un messaggio controcorrente rispetto agli standard performativi che ogni giorno ci sono proposti mediaticamente, conferendo dignità a tutti, compresi coloro che si trovano ai margini di una società selettiva, gli ultimi, con i quali più di duemila anni fa si identificava Gesù Cristo.
«In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me». (Matteo 25, 40).

, ,

I 5 SOLA – Solus Christus (2)

Dire «Solo Cristo» non significa giudicare o disprezzare la fede, la spiritualità, le credenze altrui. Significa solo dire che, per noi, Cristo è la via attraverso la quale Dio si rivela, e, di conseguenza, quella che intendiamo seguire. Una via, un percorso, non un concetto: lungo una via si cammina, ci si guarda avanti e indietro, ci si ferma o ci si accampa, si incontrano altri viandanti. Come ci ricorda il libro degli Atti, i primi cristiani erano chiamati «quelli della Via».

Cercare Dio solo in Gesù Cristo significa cercarlo nel confronto con un essere umano concreto, nato, vissuto e operante in un luogo e un’epoca storica precisa, morto di una morte atroce e vergognosa. In un mondo pieno più che mai di aspiranti maestri, sacerdoti e signori, per noi Gesù Cristo è l’unico Maestro, Sacerdote e Signore.
L’unico maestro: colui che per noi ha «parole di vita eterna» (Gv 6, 68), parole e azioni che ci mettono in questione, ci sconvolgono, ci fanno guardare con altri occhi le cose, le persone, i fatti della nostra vita.
L’unico sacerdote: il solo intermediario tra noi e Dio, che ha proclamato e attuato la fine del regime dei sacrifici e della distinzione tra sacro e profano. In Cristo non abbiamo più bisogno di luoghi santi, di professionisti del divino, di offerte sull’altare per placare l’ira di Dio o ingraziarcene i favori.
L’unico Signore: il condannato a morte, sconfitto e abbandonato da tutti, la cui autorità non si basa sul denaro, sulle armi, sulla parola seduttrice, il cui modo di agire mette in discussione tutti gli altri poteri. Il Crocifisso che, tre giorni dopo, è risorto. Con la sua risurrezione (caparra e speranza per ognuno di noi), Dio stesso ha annunciato che la morte e i poteri di questo mondo non hanno l’ultima parola.
Riconoscere il Solo Cristo significa relativizzare tutte le filosofie, le ideologie, le religioni, le potenze che aspirano alla nostra adesione e alla nostra obbedienza. Anche dopo la pretesa «fine delle ideologie» restiamo tentati di cercare la nostra sicurezza nell’abbandono acritico a qualche assoluto. Non ci sono solo i fondamentalismi religiosi: pensiamo ai nazionalismi, al razzismo, alla fiducia nella competizione, nella finanza o nel progresso scientifico.
Solo Cristo non è un integralismo contrapposto ad altri integralismi; è un criterio di libertà, soprattutto verso le idee, le cause, i modi di pensare che ci sono più vicini e congeniali. Il loro ruolo e valore è quello di strumenti per capire e cambiare la realtà, non di fini, di ideali da realizzare a ogni costo. Perché «tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo» (cfr. 1 Cor. 3, 22-23).

Avere Cristo come maestro non significa osservare il mondo dall’alto, con la sicumera di chi possiede la verità. Al contrario, significa imparare quello che Bonhoeffer chiama «lo sguardo dal basso»: guardare gli eventi dalla prospettiva «degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi». In Gesù Cristo ci viene rivelato non un Dio aggressivo e distruttore che rivaleggia con gli altri poteri per la conquista del mondo, ma un Dio sofferente e solidale con tutti e tutte noi, con tutti i dimenticati e gli sconosciuti, con tutta la creazione mai come oggi minacciata.
Il Solus Christus è un aiuto a orientarsi nell’incertezza di una società «liquida», priva di punti di riferimento, dove regnano il rischio, la precarietà, l’insicurezza, la disperazione. Nel Cristo crocifisso e risorto impariamo a vivere la nostra debolezza, senza lasciarci sballottare da «ogni vento di dottrina» (cfr. Ef 4, 14), né trincerarci in identità forti e assolute. Gesù ci libera dalla frenesia dell’attivismo (anche quello ecclesiastico) e dall’ossessione di salvare il mondo: al suo seguito c’è da lavorare, ma anche da pregare, da contemplare, da «stare in silenzio davanti al Signore e aspettarlo» (cfr. Sal 37, 7).
Gesù di Nazareth non è rimasto nella tomba, ma neanche cammina visibilmente su questa terra.
Crediamo che egli è presente tra noi, dovunque due o tre sono riuniti nel suo nome. Gesù ci ha lasciato la sua Parola da meditare, e il suo Spirito che ci aiuta a farla nostra. Ci ha lasciato il prossimo in cui cercare il suo volto, e sorelle e fratelli con cui ogni giorno costituire la chiesa che testimonia di lui.

,

I 5 SOLA – Sola Scriptura (1)

Il 31 ottobre scorso il Circolo Riforma di Milano, coordinato dal pastore Giuseppe Platone, ha licenziato una serie di testi dedicati ai “cinque Sola” della Riforma:
Sola Scriptura
Solus Chritus
Sola Grazia
Sola Fide
Soli Deo Gloria
I testi intendono riaffermare l’attualità della Riforma protestante, perché aspiriamo a un ecumenismo fatto di diversità riconciliate, e non a uno stanco appiattimento in cui si passano sotto silenzio i temi troppo complicati. La rilettura di questi cinque antichi slogan pone, in tempi ecumenici, una questione: la Riforma è stata un bene solo per chi si dichiara protestante o anche per l’intera cristianità e la società moderna?.
Oggi cominciamo con la pubblicazione del primo testo, dedicato a “Sola Scriptura”. Gli altri seguiranno al ritmo di 2 a settimana.
Buona lettura e buona riflessione!

SOLA SCRIPTURA

La Riforma, mettendo al centro la Scrittura (intesa come raccolta degli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento), ha voluto indicare la sorgente a cui quotidianamente i cristiani possono dissetare la loro sete di conoscenza di Dio. Ciò vale non solo per i protestanti ma per tutte le chiese cristiane – le quali oltretutto sono teologicamente cresciute negli ultimi decenni grazie anche al dialogo ecumenico. L’ecumenismo infatti ha trovato proprio nella Scrittura il terreno fertile d’incontro delle tre grandi famiglie confessionali. Attraverso lo sviluppo delle scienze bibliche, la contrapposizione tra Scrittura e Tradizione si è relativizzata. La Scrittura stessa è frutto di una tradizione orale che ha preceduto sia i testi scritti – i vari libri della Bibbia – sia l’ingresso, l’accoglimento a pieno titolo di questi stessi testi nella famiglia degli scritti canonici.
Anche il canone biblico rappresenta pur sempre una scelta umana, ancorché ispirata. Il canone non esaurisce la rivelazione di Dio. Da questa Scrittura (che di fatto è una biblioteca di libri diversi, sia come autori che come datazioni) si dipartono interpretazioni che, non di rado, appaiono opposte tra loro, proprio come i comportamenti morali che ne discendono. Sicché da un unico testo biblico si aprono vie che possono condurre a conseguenze ecclesiologiche differenziate, malgrado il riferimento alla stessa Scrittura. È stato così sia nel secolo della Riforma luterana, zwingliana, calvinista (si pensi, per fare un solo esempio storico, al dibattito conflittuale sulla Santa Cena), sia nei secoli successivi e oggi questa pluralità interpretativa perdura.

Anche nella grande famiglia evangelica è presente una spiccata diversificazione d’interpretazioni e posizioni teologiche conseguenti. Se allarghiamo lo sguardo alle altre chiese cristiane, notiamo come le diversità interpretative si accentuino: vedi la questione del concetto stesso di chiesa o il primato petrino o la successione apostolica, o il rapporto con il popolo d’Israele o la concezione del sacerdozio e dei ministeri o il ruolo delle donne nella chiesa…
Ma come leggiamo i testi biblici? Non da oggi assistiamo alla rivitalizzazione di un approccio biblicistico alla Parola di Dio, che riduce il principio del Sola Scriptura a «Unica Scriptura». Vale a dire che si tende ad affermare l’imposizione di un’unica interpretazione dello stesso testo biblico, nella pretesa che l’interpretazione data sia la sola vera e assoluta. Quasi che ogni versetto o pericope biblica racchiuda uno e un solo significato. E questo crea un terreno favorevole al fondamentalismo nelle sue varie espressioni. Mentre sappiamo – anche perché le scienze bibliche lo hanno da tempo dimostrato – che i testi biblici (e non solo quelli) racchiudono significati e scenari diversi, insieme a una ricca gamma di indicazioni che vanno scoperte scavando nella lettera scritta. Il testo biblico, insomma, va ricollocato e compreso, per quanto scientificamente possibile, nel contesto storico in cui venne pensato e formulato. Occorre tener in debito conto che il linguaggio è frutto della temperie culturale di un’epoca. I testi biblici, alla stregua di altri testi antichi, prima di essere messi per iscritto in un momento storico preciso, sono stati tramandati oralmente. Questo passaggio dall’orale allo scritto, come da una lingua a un’altra (per esempio la Traduzione dei LXX) ha logicamente comportato mutazioni che vanno individuate con metodi scientifici.

Sola Scriptura per noi significa sostanzialmente tre cose.
In primo luogo che Dio è sovranamente libero, e quindi può rivelarsi anche al di là della Scrittura stessa; ma di certo Dio si è rivelato in questa Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento.
In secondo luogo che la Scrittura da noi ricevuta deve confrontarsi non solo con il tempo in cui è stata pensata e ispirata, ma anche e soprattutto con il nostro tempo: è il presente di chi legge, infatti, il vero banco di prova della comprensione dello spirito del testo e non solo della lettera.
In terzo luogo che la Scrittura è per noi il principale nutrimento della nostra fede, del nostro pregare, della nostra spiritualità, del nostro essere chiesa.

Non siamo noi, chiese protestanti, i detentori esclusivi della Scrittura e di interpretazioni che vorremmo assolutizzare. La realtà è che noi, in qualche modo, siamo stati affascinati e «catturati» dal Sola Scriptura: un principio che ci guida e spinge a percorrere itinerari nuovi e inediti nella straordinaria scoperta di un continuo dialogo con Dio in Gesù Cristo. «Fermatevi sulle vie e guardate, domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa; voi troverete riposo alle anime vostre!» (Geremia 6, 16).
L’emozione e la fiducia in Dio, che avvertiamo nel leggere la Scrittura, non ci impediscono dall’avvalerci di metodi di analisi critica dei testi. Qualunque metodo d’indagine – da quello esegetico-storico-critico a quello letterario, simbolico, psicoanalitico, narrativo – è al servizio di una sempre migliore comprensione del testo biblico e non viceversa. Ciò che realmente conta è che lo Spirito del Signore faccia rivivere per noi quella Parola antica che ci è stata trasmessa: una Parola che per Grazia di Dio, ogni giorno, dona a noi speranza, incoraggiamento, guarigione, redenzione, gioia riconoscente.
La Scrittura vive se lo Spirito del Signore la chiama alla vita e noi con lei. La chiesa nasce, cresce e si orienta nel suo procedere attraverso l’ascolto e la comprensione della Parola biblica.

Risplendete come astri nel mondo

“Soli Deo gloria” – Meditazione del culto di domenica 28 maggio 2017

LETTURE BIBLICHE: Filippesi 2,2-15
2,2 Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. 3 Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 4 cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 7 ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre. 13 è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo. 14 Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute, 15 perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo,

Oggi abbiamo letto un testo importante, uno di quelli che sono considerati una chiave interpretativa per tutto il Nuovo Testamento, perché introduce un tema difficile, ma fondamentale per la nostra esistenza di credenti. Non abbiamo il tempo di approfondirlo, ma permettiamo a questo bellissimo testo di entrare dentro di noi ed aiutarci ad affrontare la nostra assemblea, così come la vita di tutti i giorni.
In esso Paolo ci ricorda che Dio, pur essendo Dio, non ritenne che questo fosse qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente. Vi rendete conto? Dio ha scelto di manifestarsi sulla terra e per fare questo ha rinunciato totalmente alla propria divinità. Un evento unico in tutta la storia delle religioni. Non un semidio, non un dio che sembra un uomo, no: ha scelto di essere totalmente uomo, e non un re, un uomo di potere, ma un uomo potente che sceglie di essere servo, rinunciando a qualsiasi prerogativa, qualsiasi possibilità diversa; e non solo ha scelto di vivere totalmente come un uomo, affrontando anche la morte, ma ha accettato la morte sulla croce, cioè una morte tremenda e infamante. È questo il Dio in cui abbiamo creduto, il Dio che ci ha convocati qui, il Dio che ci dà forza e che dà senso alle nostre esistenze.
Quello di cui dovremmo parlare stamattina è un evento talmente straordinario che davvero mi mancano le parole. E perché? Perché ci è quasi impossibile anche solo immaginare un amore così straordinario. Come fare a seguirlo? Cosa possiamo fare noi uomini e donne, che neppure riusciamo a immaginare un amore così profondo e totalizzante e tanto meno viverlo?
Paolo ce lo suggerisce, ed oggi potremo tenerne conto nella nostra assemblea: dobbiamo inginocchiarci di fronte a questa grandezza, abbandonando la nostra arroganza e la nostra convinzione di avere sempre ragione e di avere capito, noi soli, come le cose debbano funzionare e cosa sia giusto e cosa sbagliato. E poi dobbiamo confessare, cioè testimoniare, che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre, cioè dovremo testimoniare che proprio colui che si è umiliato più di chiunque altro, colui che ha rinunciato a se stesso, è il nostro modello e il nostro Signore, Colui che dà gloria al Padre, Colui che ci fa conoscere il Padre.
E Paolo prosegue affermando che non solo dobbiamo inginocchiarci al solo Signore e testimoniare la fede in lui, ma dobbiamo farlo senza mormorii, cioè senza lamentarci, senza sbuffare, senza aggredirci l’un l’altro, ma con la gioia nel cuore, accogliendo ciò che Dio mette nei nostri cuori. Viviamo in un mondo pieno di egoismo, dolore, violenza, in un mondo che non conosce più neppure la solidarietà, eppure la Parola del Signore brilla forte e chiara e ci incoraggia oggi, domani e per sempre a “risplendere come astri nel mondo”. Cioè rende, noi, proprio noi, portatori di luce, gioia e amore per tutti gli altri. A partire da oggi, durante la nostra assemblea, e domani sul posto di lavoro e dopodomani e per sempre. Amen!

Erica Sfredda

“Signore dove vai?” Predicazione del culto di domenica 14 maggio 2017.

LETTURE BIBLICHE:

Giovanni 13, 36-38; 14, 1-27

36 Simon Pietro gli domandò: «Signore, dove vai?» Gesù rispose: «Dove vado io, non puoi seguirmi per ora; ma mi seguirai più tardi». 37 Pietro gli disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!» 38 Gesù gli rispose: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico che il gallo non canterà che già tu non mi abbia rinnegato tre volte.


1 «Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
2 Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? 3 Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; 4 e del luogo dove io vado, sapete anche la via».
5 Tommaso gli disse: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?» 6 Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se mi aveste conosciuto avreste conosciuto anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete, e l’avete visto».
8 Filippo gli disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gesù gli disse: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: “Mostraci il Padre”? 10 Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me, fa le opere sue. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se no, credete a causa di quelle opere stesse.
12 In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io; e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre; 13 e quello che chiederete nel mio nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

 

SERMONE: 
ESPERIENZA DI ASSENZA

Diversi anni fa un mio amico mi raccontò di un momento particolarmente intenso della sua vita, la scomparsa di una persona a lui molto cara, di suo padre. Figlio, credente, cristiano militante, buon frequentatore della Bibbia. Quella sera, la sera in cui morì il padre era con lui, ebbe questa fortuna. Quella sera, mi disse tempo dopo: “Dio non c’era, era assente, sentivo solo un gran vuoto”. Avevo la Bibbia in mano ma Dio non lo sentivo vicino in quel momento. Questa era la sua percezione, avvertiva solo un grande freddo. Mi ricordo disse … ma non mancava solo Dio mancavano le persone ero in un periodo di lontananza dalla mia comunità. ASSENZA di DIO, COMUNITA’, parleremo di questo questa mattina.

 

IL VANGELO DI OGGI

Il lezionario di oggi ci propone un brano dall’Evangelo di Giovanni. Un Vangelo che parla dell’incarnazione del Figlio, della Rivelazione della gloria del Figlio ed è orientato verso la croce. Cristo è rivelatore di Dio nel mondo, è amore di Dio in atto. La lettura odierna appartiene alla seconda parte del libro, quella in cui si rivela ai suoi , quello in cui iniziano i discorsi di commiato, preceduti dalla lavanda dei piedi, dall’annuncio del tradimento E’ il momento in cui Gesù si appresta a lasciare i suoi, qualcosa sta per finire … forse. Sono appena accaduti fatti sconcertanti, lavare i piedi … il gesto degli ultimi degli schiavi, Gesù ha appena alluso a qualcosa di definitivo: “Il Figlio dell’uomo sta per essere glorificato… ancora per poco sono con voi… ”. Non diremmo, oggi, :”un momento cosa sta per succedere?” E poi ““Dove vai?”. Insomma, saremmo preoccupati, confusi … , allarmati. “Dove vai ?! Maestro di che parli ?”

 

In realtà chi scrive vive circa 70-80 anni dopo Gesù e parla della situazione che l’autore ha presente in quel momento , Gesù non c’è, è stato crocifisso decenni addietro. Il tema di questi passi è l’ASSENZA, l’assenza. Avete mai sperimentato l’assenza? Sicuramente, l’assenza di una persona cara che non c’è più, l’assenza per un amore o un’amicizia terminata. Come ci sentiamo ? Male. Abbiamo nostalgia, pensiamo a momenti del passato felici, magari li ricordiamo anche più belli di quanto non fossero e ci mancano tanto. E che dire dell’assenza di Dio! Il Dio che c’è? Eppure non c’è in quei momenti in cui ci sentiamo soli, in cui il cielo è chiuso il male sembra prevalere, in cui NON CI SEI , NON CI SEI, NON TI SENTO, NON SONO IN GRADO; NON POSSO SENTIRTI! Dove SEI? Dove sei andato ?! Che sarà di noi, che sarà di ME!?

 

Il brano di oggi in realtà fa parte di una sezione più ampia che va dagli ultimi passi del 13mo capitolo alla fine del 14mo. Sono quattro le domande che risuonano:

Pietro: «Signore, dove vai?»

Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?»

Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»

Giuda: «Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?»

I discepoli, Pietro, Tommaso, Filippo e Giuda (non il traditore) rivolgono quindi a Gesù delle domande che sono attuali ancora oggi, perché sono le nostre. E così, trasportati nella Palestina del primo secolo ci scopriamo attanagliati dalle stesse loro domande. Che in realtà sono quindi quelle di una chiesa della fine del primo secolo, che non è quella vincente, quella possidente che ha sempre la risposta e che sempre , nella storia, si ripresenta regolarmente. Anche la nostra Riforma protestante nasce sulla base di domande. Il Vangelo di Giovanni come quello di un Riformatore, dicevamo, che pone domande e che accoglie le domande. Una chiesa che non accoglie le domande è pericolosa perché diviene assolutista, perché cessando di interrogarsi rischia di porre al centro sé stessa e di allontanare dalla fede.

Pietro chiede: “ Signore dove vai?” Ma la vera domanda dell’estensore del Vangelo “Dove sei andato, come mai non ti vediamo più?” . E Gesù risponde, non rispondendo come Pietro si aspettava. Lo concentra sul presente e lo spiazza: “mi seguirai dopo”, Pietro ora non può andare dove è lui, restano molte cose da fare. Gli annuncia il tradimento imminente, sconcertante, ci sentiamo sempre immuni dalla capacità di tradire, eppure capita, ci fidiamo di noi stessi eppure succede…, quando? Nel presente.

Filippo chiede: “mostraci il Padre”, e Gesù risponde: “chi ha visto Me ha visto il Padre”. Già bisogna saperlo vedere in Gesù, Gesù pone una distanza; vuoi vedere il Padre? Adesso? Guarda me, che il tuo sguardo passi attraverso me, quello che ti ha appena lavato i piedi. Dov’è la distanza? In un Dio difficile da riconoscere, . Dio è oltre le nostre possibilità di vederlo, di afferrarlo e non è come noi vorremmo fosse. Quindi dove è nel tempo presente? E’ un Dio nascosto tra le pieghe di un’umanità nemmeno ordinaria, ma umile e sottomessa , sconfitta.

Giuda chiede : “come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?”, domanda che contiene due aspetti: la comunità ed il mondo. Ed anche qui, una risposta sconcertante, che ignora la seconda parte della domanda. Gesù non si avventura a parlare del mondo , ora parla alla sua comunità “ se uno mi ama osserverà la mia Parola e il padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Dio prende dimora in un ambiente di amore, Dio lo vedi in un luogo dove si esercita l’amore: certo , nella comunità cristiana -anche- SE questa è la dimora, lo spazio dove fiorisce l’amore. Dio non è vincolato al nostro amore, è sempre libero di agire, indipendentemente da come ci comportiamo noi, (lo Spirito soffia dove vuole) ma qui risuona una promessa : nella comunità che ama , che si rende strumento della Parola e dell’azione di Gesù la presenza di Dio è reale, nel tempo presente ECCO DOVE E’ . DOVE SEI ANDATO GESU’ . MA SONO QUI, SONO QUI.

Abbiamo saltato una domanda , la seconda, probabilmente la più importante. Tommaso chiede : Non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?” . Gesù risponde “Io sono la via , la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre mio; anzi lo conoscete fin d’ora e lo avete visto” La Via, così era chiamata la nostra fede nella chiesa primitiva, noi tutti siamo seguaci della Via. Che bella parola, c’è un percorso, una strada. Che caratteristica ha una strada? Porta a destinazione, ha un traguardo. Percorrere una strada non è vagare in cerchio, non è continuare a girare a vuoto. L’esodo biblico è percorrere una via, seguire un profeta, seguire un maestro è percorrere una via, ma Gesù cambia le regole: LUI è la via. LUI stesso è le direzione. Cosa devo fare? Guarda me! Ci dice. Quando? OGGI, nel tempo presente. Non dice “sarò la via la verità a la vita”, dice “SONO”.

Gesù E’ la Verità e la verità è Dio ma quale Dio ? Quello rivelato in Gesù, quello sofferente, sporco, vinto. Allora DOVE SEI Dio, chiedevamo all’inizio. Non avere dubbi, non è nel potere, non è nella protervia, non è nella limpidezza del buon senso, è dove non te lo aspetti. Dove non te lo aspetti, non come e quando vorresti tu arriva l’inaspettato, ma arriva perchè Lui sta alla porta e bussa.

Non a caso però l’ultima delle tre parole è VITA. L’ultima parola è la vita. La vita ha l’ultima parola . La vita di Gesù che ritorna per associare i suoi alla sua gloria e che non ha bisogno di aspettare la fine dei tempi, la vita di Gesù è oggi. Nel tempo presente. In quell’oggi eterno che accomuna noi ai primi discepoli.

 

DALL’ASSENZA ALLA PRESENZA

Due i temi di oggi che avevo anticipato: Assenza di Dio e comunità, per parlare in realtà di presenza di Dio e di comunità.

Vorrei farlo con le parole di Kurt Marti, poeta, pastore svizzero del ‘900, a proposito di Gesù che è anche il titolo di questa poesia di cui cito solo la parte conclusiva:

Gesù

spesso ora ci coglie la paura che egli possa

essersi da lungo tempo perduto e smarrito

scomparso per sempre nello scoramento forse –

o egli torna

di nuovo (come allora a Pasqua) dall’esilio?

 

e dunque continuiamo a raccontare di Lui

le storie del suo amore ribelle

che ci risuscitano dalla morte quotidiana –

e davanti a noi resta: ciò che ancora potrebbe essere.

 

Gesù torna e continua a tornare. Dove Sei ? Non smettiamo di chiederlo e di chiederlo ancora di più quando non riusciamo a sentirlo. Non smettiamo di chiedere perché dove e quando non ce lo aspettiamo arriva l’inaspettato, che è Lui, lo scorgiamo, pronto a rendere la nostra vita un vita vera, come? Nella comunione con Lui . Cosa significa comunione? Essere uniti a Lui. E Lui cosa faceva? Dove passava Lui trasformava le esistenze, portava Luce, conforto, riapriva alla speranza, metteva in comunione.

 

E quindi noi cosa dobbiamo fare, cosa possiamo fare ? Portare luce , speranza, gioia. La vita è anche agire nel quotidiano, un sorriso, una mano stretta, ascoltare senza fretta, fermarsi. E come lo incontro Gesù? Nei gesti che compio. Dove? Qui, qui! Dio risiede dove fiorisce l’amore, in questa comunità, fuori da quella porta, perché la comunità dell’amore di Dio si estende oltre qualsiasi porta. Dio si manifesta attraverso i nostri gesti: mani che dall’essere rivolte verso noi con la domanda “Signore, sono qui, Tu dove sei? “, si aprono verso l’altro e allora, allora udiamo una Voce che, sommessa, dice “eccomi” ; ecco la gioia, ecco la forza, lo sapete, la proviamo, la gioia di essere servi che entra in noi ecco il Signore che trasforma le nostre vite.

Io sono la verità ha detto e la verità è che non siamo mai soli, non siamo abbandonati, non lo siamo in questa vita e non lo saremo per l’eternità.

Amen

Alessandro Serena

, ,

I corridoi umanitari al Festival Biblico 2017

Il Festival Biblico 2017 di Verona avrà come tema la strada. La strada come cammino che segna l’esistenza, quella concreta, ma anche quella psicologica aperta davanti ad ognuno e ognuna di noi. Avere il cammino nel cuore significa non stare fermi, chiusi in un (rassicurante?) immobilismo fatto di abitudini e luoghi comuni, ma mettersi in moto, facendosi coinvolgere non solo dalla meta, ma anche dal cammino stesso. Gioire della e nella strada, significa dare importanza anche al percorso, vivere il “qui ed ora” del viaggio come un dono e una possibilità.
Questo è tanto più vero in un percorso di fede, che non può essere statico, ma che presuppone una continua volontà di conversione al Signore. Questa apertura al cambiamento e la curiosità, la voglia di conoscere, sono stati il presupposto non solo di ogni percorso di fede, ma anche della storia stessa dell’umanità.

Gli uomini e le donne hanno sempre cercato di andare oltre i limiti angusti dei loro territori, con la fantasia e la creatività, ma spesso anche con le gambe. A indurre l’umanità a spostarsi ci sono state cause diverse: la curiosità che ha spinto l’uomo addirittura a esplorare l’universo, intraprendendo viaggi spaziali, la voglia di cercare una vita migliore, la fuga dalla fame o dalle guerre o da una vita ritenuta non adeguata alle proprie aspettative. Un fenomeno che ha caratterizzato la storia di tutti i popoli in tutte le latitudini e che ha sempre arricchito i luoghi di arrivo: si pensi a cosa sarebbero oggi gli Stati Uniti d’America se non avessero ricevuto, per secoli, uomini e donne da tutti i continenti, ma, dall’altra, si pensi a quale contributo massiccio hanno dato gli italiani  al fenomeno migratorio: regioni come il Veneto o la Puglia avrebbero oggi un aspetto totalmente diverso se le loro popolazioni non avessero goduto della possibilità di andare in giro per il mondo a cercare un lavoro migliore, una possibilità concreta, un futuro diverso.

Oggi però il fenomeno migratorio ha assunto tali dimensioni da aver suscitato in molti uomini e donne sentimenti di rifiuto e di paura. E questo ha fatto sì che, proprio nel momento in cui maggiore è stata la richiesta di accoglienza, si sia ridotta moltissimo la capacità di ospitalità di quei paesi che maggiormente rappresenterebbero una speranza per coloro che sono stati scacciati dalla loro terra. Perché accanto a coloro che viaggiano perché vogliono cercare migliori condizioni di vita (come per esempio molti nostri giovani che vanno in Europa o in USA per avere un lavoro più adatto alla loro preparazione), altri sono costretti dalla guerra o da una carestia a lasciare, magari disperati, il proprio Paese. Molti cercano la Vita, semplicemente. E spesso, invece, incontrano la Morte. Perché quando si scappa da un paese in guerra spesso non si ha il tempo di organizzare il viaggio, perché quando si fugge da una carestia, spesso non si hanno i soldi per un biglietto aereo. Perché, infine, i Paesi che dovrebbero accoglierli invece che coordinare e organizzare gli arrivi per tutelare la vita di chi giunge e la sicurezza di chi accoglie, si limitano a impedire l’accesso, chiudendo gli occhi di fronte alle morti disperate, ma soprattutto di fronte ai traffici che uomini e donne senza scrupoli fanno sulla pelle di che cerca aiuto.

I cristiani come possono porsi di fronte a questa enorme richiesta di accoglienza?
Possono restare sordi all’ordine esplicito e più volte espresso sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (non opprimete la vedova né l’orfano, lo straniero né il povero; nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello – Zaccaria 7,10).
Possono non accogliere il comandamento dell’amore, considerato da Gesù il più importante fra tutti e non accogliere in loro l’amore stesso di Cristo (Efesini 3,14-19), che ha dato la propria vita per tutti e tutte?
Evidentemente no! I corridoi umanitari sono un piccolo, minuscolo tentativo di invertire la rotta. La volontà di dare un esempio di quello che si può fare, se solo lo si vuole. Con i corridoi umanitari famiglie particolarmente in difficoltà vengono selezionate e portate in tutta sicurezza in Italia, dove sono inserite in contesti di prima accoglienza, per imparare l’italiano e per conoscere la nostra realtà, e poi avviati a una stabilizzazione maggiore (seconda accoglienza). Questo progetto, nato per primo in Europa, ma oggi imitato dalla Francia e dalla Polonia e ripetuto da altri qui in Italia, è una risposta concreta, fattibile, sicura, per chi arriva e per chi accoglie, una soluzione che chiude il lavoro dei trafficanti, che impedisce le morti, la prostituzione dei corpi, la disperazione di tanti fratelli e sorelle.

A Verona, all’interno del Festival Biblico, sabato 20 maggio alle 18.30 ci sarà un momento di preghiera gestito dalla Chiesa Valdese, che è la finanziatrice del progetto, attraverso una quota importante dei propri fondi 8 per mille, la comunità di sant’Egidio e la Caritas che organizzano nelle varie città italiane, insieme alla Commissione Sinodale per la Diaconia della Chiesa Valdese (l’organismo preposto alle opere diaconali) e alla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (che riunisce molte chiese protestanti italiane e che è stata la promotrice e la ideatrice del progetto stesso) l’enorme lavoro di accoglienza e collocamento delle persone in arrivo.
Valdesi e cattolici insieme hanno concretizzato questo importante esperimento di accoglienza e ora insieme pregano il Signore, per chiedere perdono per tutti coloro che sono morti, e per ringraziare per tutti coloro che sono stati salvati. Un momento di riflessione e di preghiera che vuole incoraggiare tutti i presenti e le presenti a vivere in modo diverso, più coerente con la loro fede, questo straordinario fenomeno che è il viaggio e il trasferimento di migliaia di uomini  e donne. Un invito a vedere nell’accoglienza non solo un imperativo per chi si dice cristiano, ma anche una straordinaria possibilità di crescita e di arricchimento.
Erica Sfredda

ciclo di conferenze sulla Riforma

In occasione del 500. anniversario della Riforma protestante, tra le numerose iniziative che rappresentano una importante occasione per fare conoscere la spiritualità protestante,  si desidera evidenziare quanto organizzato dalla nostra Chiesa Valdese di Verona e dalla Chiesa Evangelica Luterana di Verona:

Past. Urs Michalke, Comunità Evangelica Luterana Verona:
“La riforma protestante: motivi – svolgimenti – risultati”
Venerdì 12 maggio ore 21.00
Chiesa San Domenico, Via del Pontiere, 30 Verona

Prof. Martin Wallraff, Università Monaco di Baviera:
“La riforma protestante e la cultura italiana”
Venerdì 16 giugno ore 21.00
Chiesa San Domenico, Via del Pontiere, 30 Verona

Mons. Franco Buzzi, Accademia di San Carlo,
Biblioteca Ambrosiana di Milano
“La Riforma dal punto di vista cattolico
a 500 anni dall’evento”
Venerdì 6 ottobre ore 21.00
Tempio Valdese Verona (angolo Via Pigna / Via Duomo)

Prof. Fulvio Ferrario, Facoltà Valdese di Roma
Venerdì 10 novembre ore 21.00
”Ecclesia semper reformanda est…”
Tempio Valdese Verona (angolo Via Pigna / Via Duomo)

E’ in particolare lo sviluppo dei temi che permette di mantenere quella visione articolata, interconfessionale, ecumenica che sta caratterizzando le iniziative della ricorrenza. Ricordare come occasione per confrontarsi, comprendersi, capirsi, nella piena consapevolezza che la Scrittura è plurale, come diversificate sono le chiese.

In Italia in particolare, dove la conoscenza della Riforma è tendenzialmente scarsa, conoscere significa  realizzare come quanto Lutero originò 500 anni fa, abbia costituito e continui ad essere uno stimolo per le coscienze, un motivo di ricchezza, un porsi di fronte alla propria fede.

La diversità ed il dialogo interpellano la fede di ciascuno perché una chiesa, di qualsiasi denominazione, che intenda essere vitale deve essere sempre alla ricerca della propria riforma, percependo nella sclerotizzazione un pericolo costante.

Locandina ciclo di conferenze valdese-luterane 2017

“Cristo è risorto! Alleluja!” – Predicazione della domenica di Pasqua

LETTURE BIBLICHE: I Corinzi 1,20-25; Matteo 28,1-8

Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.
(I Corinzi 1,20-25)

1Dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro. 2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. 3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. 4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. 5 Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. 6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. 7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto».
8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli.
(Matteo 28,1-8)

 

Cari fratelli e sorelle, la predicazione di oggi è la più difficile e la più emozionante dell’anno e si potrebbe riassumere in una sola frase: Cristo è risorto, alleluja!
Non si tratta di raccontare una predicazione o di spiegare un saggio ammonimento, non si tratta neppure del resoconto di un miracolo, per incredibile esso possa apparire, no, si tratta di dire, con tutta la propria forza e il proprio coraggio, che Gesù è risorto! Una predicazione quindi profondamente emozionante, quella di oggi, perché rappresenta il cuore stesso della nostra fede, l’angolo prospettico da cui tutto parte e prende forma, ma anche la predicazione più difficile, più sconvolgente, la più incredibile e quindi la più difficile da affermare.
Gesù è risorto. Amen!
Molti dei nostri conoscenti e colleghi di lavoro, molti dei nostri amici, e forse anche dei nostri cari, fratelli, sorelle, zie o cugini, trova aberrante questa affermazione. Come si può credere oggi, nel 2017 che un uomo, un qualsiasi uomo, sia risorto? Sarebbe più accettabile pensare che Dio sia venuto sulla terra, abbia assunto sembianze umane e poi, dopo tre anni di predicazione sia tornato in cielo. Cioè sarebbe più facile pensare che Dio è dio e gli uomini sono uomini. Punto. Dio vive in cielo, è onnipresente, onnipotente, ma infinitamente altro da noi. Lontano, invisibile e inconoscibile. Molti tra gli atei non escludono totalmente un’ipotesi del genere, cioè in fondo si può anche arrivare a credere con relativa facilità alla presenza di un essere trascendente. Qualcuno lo chiama l’ordine contrapposto al caos, oppure qualcosa di non ben definito che esiste al di là dell’uomo: una energia, una forza primordiale. Perché no? Tanti libri di fantascienza o fantasy ne parlano e senza creare nessuno scandalo, nessuno scompiglio. Purché la presenza di questo essere non entri nelle nostre vite e purché nessuno cerchi di convincerci ad alterare le leggi della fisica. Insomma in molti possono ammettere che forse esiste qualcosa che ci trascende, purché non abbia nulla a che vedere con noi e con la nostra vita reale.
Ma la fede cristiana dice altro, cari fratelli e sorelle, che ci piaccia o che non ci piaccia, che sia opportuno o che non lo sia, che sia proclamabile a voce alta oppure no. Oggi abbiamo battezzato un bimbo, cosa significa per lui e cosa significa per ognuno e ognuna di noi? Molti uomini e donne che si definiscono cristiani in realtà amano il Gesù che ammaestra, la sua saggezza e, in buona fede, si impegnano a seguire i suoi insegnamenti: l’amore, la solidarietà, l’accoglienza reciproca. Ma il messaggio di Gesù è monco se non si accoglie il cuore della sua predicazione, cioè la croce e la resurrezione. Commentando il salmo 22, 15 giorni fa, abbiamo cercato di capire cosa significhi seguire Gesù e quindi accettare anche il senso di abbandono e di angoscia che talvolta questo può significare e ha forse significato per Gesù stesso.
Ma oggi dobbiamo fare un passo avanti: Gesù, uomo fino in fondo, totalmente uomo, è morto. Gesù, uomo fino in fondo, totalmente uomo, è resuscitato.
Sì, Gesù, uomo come ognuno e ognuna di noi è risorto. Ha spezzato le catene della morte ed è resuscitato. Questo ci comunicano tutti i vangeli e poi Paolo e i primi credenti, anche se ognuno a suo modo, e sappiamo che anche allora, come oggi, questa notizia ha portato sgomento, stupore, spavento, ma anche, ed è questo che sarebbe bello potessimo provare anche noi oggi, qui, tutti insieme, grande gioia. Sì, grande gioia, enorme allegrezza, come quella degli angeli che cantavano davanti alla grotta col neonato Gesù. Una grande allegrezza perché oggi osiamo affermare che Gesù, l’uomo Gesù, è risorto dai morti. Ed è questa resurrezione ciò che ci dona la certezza che “Egli è il Signore del cielo e della terra” è questa resurrezione che illumina, di una luce nuova ed intensa, tutta la nostra vita.
Quello che oggi vi chiedo non è di credere alle mie parole, ma di non restare neutrali, di non restare in un silenzio indifferente, di non uscire da questa chiesa uguali a come siete entrati: infatti, cari fratelli e sorelle, quello di oggi è un messaggio che non si deve ascoltare per gentilezza, o per il piacere dello scambio di idee, no, quello di oggi è un messaggio che può e quindi deve essere preso sul serio, un messaggio che può e quindi deve entrare dentro ognuno e ognuna di noi e questo perché è un messaggio che può trasformare la nostra vita da oggi e per sempre. Amen!

Erica Sfredda