“Dove sono i tuoi fratelli e le tue sorelle?” Predicazione di domenica 29 gennaio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Luca 10, 25- 37; 1 Giovanni 4, 7-12; Genesi 4, 1-16a
Luca 10, 25- 37 

Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, e gli disse: «Maestro, che devo fare per ereditar la vita eterna?» Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’ anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa’ questo, e vivrai». Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’ imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’ oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”. Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’ imbatté nei ladroni?» Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va’ , e fa’ anche tu la stessa cosa».


1 Giovanni 4, 7-12 

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’ amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’ amore di Dio: che Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’ amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.


Genesi 4, 1-16a

Adamo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, e disse: «Ho acquistato un uomo con l’ aiuto del SIGNORE». Poi partorì ancora Abele, fratello di lui. Abele fu pastore di pecore; Caino lavoratore della terra. Avvenne, dopo qualche tempo, che Caino fece un’ offerta di frutti della terra al SIGNORE. Abele offrì anch’ egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il SIGNORE guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato, e il suo viso era abbattuto. Il SIGNORE disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» Un giorno Caino parlava con suo fratello Abele e, trovandosi nei campi, Caino si avventò contro Abele, suo fratello, e l’ uccise. Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’ è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» Il SIGNORE disse: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. Ora tu sarai maledetto, scacciato lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando coltiverai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti e tu sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra». Caino disse al SIGNORE: «Il mio castigo è troppo grande perché io possa sopportarlo. Tu oggi mi scacci da questo suolo e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, così chiunque mi troverà, mi ucciderà». Ma il SIGNORE gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui». Il SIGNORE mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse. Caino si allontanò dalla presenza del SIGNORE
Cari fratelli e care sorelle,

il racconto del primo fratricidio della storia dell’umanità è molto noto ed è una storia apparentemente semplice. Ci sono un padre ed una madre, Eva ed Adamo, che finalmente “acquistano” un figlio, caino, poi con un secondo parto di Eva nasce anche Abele, la cui esistenza dura solo tre versetti, quasi un soffio nel racconto. Abele si dedica alla cura degli animali mentre Caino, suo fratello maggiore si dedica all’agricoltura. Di entrambi si dice che sono devoti al Signore, poiché entrambi offrono le proprie primizie a Dio. Eppure il racconto ci informa che il Signore, inspiegabilmente, gradisce l’offerta di Abele rispetto a quella di Caino e questo è il motivo scatenante per il primo fratricidio e anche per il primo assassinio dell’umanità.

Ovviamente sin da molto presto nella storia dell’interpretazione ci si è chiesti il perché.. sia dell’assassinio, sia soprattutto della palese preferenza di Dio nei confronti dell’uno piuttosto che dell’altro. Una domanda che può essere espressa sotto altre forme, ma che ha un significato esistenziale profondo: Perché il Signore gradisce uno e non l’altro a parità di condizioni? Perché dove a noi è concesso di avere da mangiare tanti pasti al giorno, di avere una bella casa, di vivere delle vite tutto sommato serene ed ad altri questo non è possibile? Perché ci sono cose che noi desideriamo ardentemente e prove alle quali siamo ogni giorno sottoposti ogni giorno ed altri non sono forzati ad affrontare le stesse difficoltà? In un racconto apparentemente molto semplice, scritto da credenti che cercavano di parlare della loro fede, ma soprattutto della loro idea di come il Signore interagisce nella storia personale del mondo e delle creature che lo popolano, leggiamo fin dall’inizio una delle domande di senso più rilevanti che l’essere umano si sia posto:

Perché capita a me? perché il Signore non gradisce il frutto del mio lavoro e del sudore della mia fronte, mentre gradisce quello di mio fratello?

L’ottica della quale parlo è ovviamente quella di Caino, nella quale mi riconosco, poiché è un uomo che esprime il proprio sentimento in maniera fortissima egli si irrita, si dispera ed è talmente tanto geloso della sorte del proprio fratello tanto da volerlo eliminare.

Un sentimento terribile, ma che sembra essere divenuto alquanto comune.. nella società, nel mondo.. e perché no …nelle comunità di fede, tra persone anche credenti.. la violenza e la legge del più forte hanno ancora l’ultima parola… una parola mortale, perché non ammette repliche, è autoritaria e afferma il Sé contro un generico Tu, dimenticandosi che nella comunità di fede il Signore dà alla luce un Noi (Sanctorum Communio , D. Bonoeffer).

In molti casi nella Bibbia si parla di smania di potere, ma qui si esprime un concetto significativamente differente: Caino non ha un desiderio di potere, bensì un bisogno d’amore nei confronti di Dio che non sente ricambiato. Caino è l’essere umano autentico in questa storia che si sdegna e che contesta l’operato del Signore perché non lo comprende fino a volerlo sovvertire.

Certo il rischio di essere anche moralisti o superficiali parlando di Caino ed Abele è molto alto, perché sarebbe facile dire che ognuno di noi qualche volta nella propria vita si è sentito come Caino, inadeguato o inadatta, sdegnato o incredula delle azioni di Dio ovvero anche desideroso di cambiare una realtà che interpreta come il rifiuto da parte di Dio, sarebbe facile accusare o giustificare Caino a seconda della nostra predisposizione d’animo e del nostro vissuto, sarebbe facile dunque schierarsi o con l’ucciso o con l’uccisore, con la vittima o con l’assassino, con un fratello contro l’altro.

Forse invece è meglio fare un passo indietro e sospendere il giudizio e ammettere che ognuno di noi ha paura del rifiuto e della disapprovazione dell’altro, poiché quando offriamo il meglio che abbiamo, mettiamo noi stessi in gioco, completamente a nudo e corriamo il rischio di essere disapprovati o di essere rifiutati, ed è questo che accade anche a Caino.

Di certo questo non lo giustifica, ma lo rende autenticamente umano. Un essere che per mestiere doveva avere un’attitudine mite, dedito all’agricoltura e l’altro invece, l’allevatore Abele, aveva offerto animali i quali aveva uccisi per sacrificarli.

Caino l’agricoltore, colui che si prendeva cura della terra arando e dissodando il suolo si sente ora abbattuto, deluso forse, o forse ancora possiamo immaginare che si vergogni di camminare a testa alta, come se si sentisse colpevole o mancante nei confronti di Dio.

Alcuni Midrash ebraici hanno spiegato la disapprovazione di Dio nei confronti di Caino proprio come il risultato di un’offerta peggiore rispetto a quella del fratello, ma questo il testo non lo dice.

Altri hanno parlato della competizione naturale tra fratelli maschi e dell’aggressività che a volte si manifesta nel loro rapporto, ma anche di questo il racconto non dice.

Dice invece che Caino aveva il volto abbattuto, che nonostante il Signore non avesse guardato con favore alla sua offerta, gli rivolge la parola.

Caino ha un privilegio grande rispetto anche a noi, il Signore si rivolge a lui e lo mette in guardia da sé stesso e gli domanda amorosamente «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!». Il Signore esorta Caino, parlandogli come si parlerebbe ad un bimbo da consolare, se agisci bene non rialzerai il volto? Per spiegargli che esiste il bene ed il male, ma la scelta tra bene e male la può compiere solamente lui.

Il Signore con grande amore e dolcezza spiega a Caino che la bramosia, quasi come se fosse un mostro primordiale, lo attende sulla soglia di casa, il luogo dove si esce per incontrare l’altro ovvero per accoglierlo in casa. Nell’incontro con l’altro c’è una scelta possibile tra il bene ed il male, un bene senza ricompensa, che però ci fa andare a testa alta, che la sera ci permette di dormire, che ci fa guardare con gioia ai fratelli ed alle sorelle intorno a noi, e un male insidioso, che rivolge i suoi desideri contro chi si appressa alla soglia e all’incontro con l’altro. Un male che, dice il Signore, è doveroso dominare: Tu dominalo dice a Caino, ma questo non avviene, Caino non domina la propria irritazione e la propria bramosia, resta rannicchiato e piegato con il volto abbattuto uccidendo il proprio fratello, il proprio alter ego, colui con il quale è verosimilmente più intimo e vicino rispetto a chiunque altro.

In effetti è molto più semplice entrare in conflitto con coloro che ci sono vicini, con il nostro prossimo che è vicino alla soglia della nostra casa, rispetto a coloro che sono lontani. Con chi è lontano è facile avere un buon rapporto, al massimo ci facciamo una telefonata ogni tanto, ci scriviamo delle lettere, ci stimiamo genericamente e se per caso ci incontriamo allora manifestiamo la nostra amicizia. Chi ci è vicino invece no, sta vicino a noi, accanto, preme sui nostri confini, appoggia la sua casa sul nostro muro perimetrale, ruba la nostra acqua, sposa le nostre figlie o i nostri figli, chi è vicino esprime opinioni e forse anche Dio talvolta gradisce la sua offerta più della nostra. Chi ci sta vicino, Abele, la cui vita dura un soffio, puzza, così come puzzano gli armenti e gli animali che alleva, e noi, che gli siamo vicini avvertiamo il suo odore e ci dà fastidio.

Nel Corano, come in molte interpretazioni allegoriche della Bibbia, Abele appare come il giusto, martire e nonviolento che mai alzerebbe un dito su Caino per difendersi, ma non è sulla presunta santità di Abele che si sviluppa un rapporto con Dio, ma sul tormento interiore di Caino.

Quando Gesù dice in Matteo 9,13 “Ora andate e imparate che cosa significhi: “Voglio misericordia e non sacrificio”; poiché io non sono venuto a chiamar dei giusti, ma dei peccatori» si rivolge metaforicamente anche a Caino.

Caino, non solo non ha avuto misericordia, ma ha anche negato i legami più intimo che aveva: quello con suo fratello, con il quale aveva condiviso il ventre della madre, il legame con la terra, che lavorata e curata amorosamente gli donava i suoi frutti, inquinandola con il sangue del fratello, con un nutrimento inadeguato ad un rapporto d’amore, infine Caino rompe il legame con il Signore, il quale gli mostrava un’alternativa alla violenza, alla bramosia e al peccato.

Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’ è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» Il SIGNORE disse: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. Ora tu sarai maledetto, scacciato lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando coltiverai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti e tu sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra».

IL Signore ode l’urlo delle vite spezzate e dei rapporti non vissuti, ode la preghiera di coloro che soffrono nel silenzio di esistenze negate e mette Caino di fronte alla propria responsabilità e all’orrore che ha commesso.

Sono forse arrogante nell’affermare che quella che è comunemente intesa come una maledizione da parte del Signore a Caino è invece l’atto amorevole del genitore che spiega al figlio le conseguenze tremende che producono le azioni umane.

Dio, padre e madre nostro, spiega a Caino che egli è il guardiano di suo fratello, così come è il guardiano della terra, e così spiega anche a noi domandandoci: Dove sono i tuoi fratelli e le tue sorelle?

Certamente nessuno di noi è assimilabile al Caino biblico, e non credo che nessuno di noi sia un fratricida nel senso fisico della parola, ma qui si parla di responsabilità. Il Signore spiega a noi come a Caino che non esiste un’azione che non abbia conseguenza e che siamo responsabili di agire il bene o il male di fronte a Dio. Questa responsabilità nei confronti del Signore passa attraverso la relazione che intessiamo e nella quale viviamo, con i fratelli e le sorelle, e questa relazione è parte imprescindibile del mio rapporto con Dio.

Paradossalmente, se Caino non avesse ucciso Abele, ma lo avesse visto cadere, stare male, o altro e si fosse girato “dall’altra parte” sarebbe stato responsabile comunque agli occhi del Signore. Nel testo c’è poi una particolarità.. Abele non parla mai, non si difende, ma neanche comunica con Caino.. lo fa perché lo “snobba”? o soltanto perché non ne è capace? Perché è PIù DEBOLE DI LUI? o magari è solo spaventato..

Queste sono domande che il testo non scioglie, per l’autore era di certo più interessante parlare di Caino .. anche se come comunità è importante interrogarci su questo silenzio tra i due fratelli che si traduce in tragedia.. perché, visto che ci siamo identificati con Caino, il nostro fratello tace? E come possiamo fare invitarlo a comunicare con noi senza essere invadenti, aggressivi o inopportuni non desiderati?

O se ci sentiamo come Abele.. vittime e senza difesa, perché non parliamo con nostro fratello, con nostra sorella? Perché non chiediamo aiuto?

Certo il silenzio di Abele ci deve fare riflettere.. che abbia parlato qualche volta? Che semplicemente Caino non lo abbia ascoltato?

Se poi invece, quella di Caino fosse solo invidia? Quale sentimento sarebbe più umanamente comprensibile, addirittura nel vangelo di Marco ed in quello di Matteo, parlando della decisione che Pilato doveva fare tra Gesù e Barabba, si dice chiaramente che Pilato “sapeva che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt. 27,18. Mc. 15,10).

Allora ancora con più determinazione e chiarezza il Signore ci mette in guardia, perché il rapporto con nostro fratello e con il nostro prossimo, che sovente è troppo vicino, che è insopportabilmente presente, che talvolta è più motivato di noi e che spesso è anche più bravo di noi a fare le cose, è contemporaneamente la nostra sfida e la nostra vocazione.

Una vocazione all’amore, alla comprensione, al rispetto ed alla misericordia. Ed è proprio la misericordia l’ultima parola di questo racconto, quando Caino non riesce a sopportare il peso e le conseguenze della propria colpa e dice «Il mio castigo è troppo grande perché io possa sopportarlo. Tu oggi mi scacci da questo suolo e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, così chiunque mi troverà, mi ucciderà». Ma il SIGNORE gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui». Il SIGNORE mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse. Caino si allontanò dalla presenza del SIGNORE.

Il Signore mise un segno su Caino, ed è il segno dell’umanità, che non sa affrancarsi dalla propria colpa e che non la riesce a sopportare.

Amen.
Past. Laura Testa

“I quattro pilastri della chiesa” . Predicazione del culto di domenica 22 gennaio.

LETTURE BIBLICHE: Atti 3, 25-26.

25 Voi siete i figli dei profeti e del patto che Dio fece con i vostri padri, dicendo ad Abraamo: “Nella tua discendenza tutte le nazioni della terra saranno benedette”. 26 A voi per primi Dio, avendo suscitato il suo Servo, lo ha mandato per benedirvi, convertendo ciascuno di voi dalle sue malvagità».
Oggi parleremo della chiesa, cosa è la chiesa? Abbiamo ricevuto dalle precedenti generazioni un modello di chiesa, noi lo abbiamo mantenuto o al contrario lo abbiamo abbandonato? Cosa ci ristora lo spirito nel radunarsi con i fratelli e le sorelle di chiesa? Cosa ci manca nel nostro culto che è la principale assemblea pubblica della chiesa locale?
Già chiesa, in greco ecclesia, vuol dire assemblea del popolo, ma Gesù ha mai pronunziato questa parola? Basta usare una chiave biblica per accorgersi che tre vangeli non la nominano mai e il quarto la cita solo tre volte.
Ma allora a Gesù non interessava la nascita di una chiesa cristiana?
Negli atti invece troviamo spesso questa parola e ancora di più nelle epistole.
Questo significa che la chiesa è la risposta storica alla adesione di tanti credenti al nucleo ristretto dei discepoli. Il piano dell’agire di Gesù è diverso dalla organizzazione che i credenti si sono dati. Quel piano interseca la risposta umana a Pasqua, con la croce e la resurrezione. Dopo inizia il cammino della chiesa, un cammino lungo e tormentato. Andiamo allora ai primi passi di questo cammino.
Nei primi capitoli degli Atti vediamo aggiungersi successivamente persone e persone conquistate dal vangelo. Al capitolo 2, Pentecoste, tremila persone, al capitolo 3 altre duemila persone.
Siamo agli albori della chiesa, i discorsi di Pietro annunciano nel Tempio la messianicità di Gesù il nazareno; il primo miracolo di Pietro, uno zoppo che torna a camminare, richiama tutto il popolo presso le porte di Gerusalemme. La conclusione del secondo discorso di Pietro, tenuto lì davanti, è una sintesi potente di cosa sarà la chiesa dei primi abitanti di Gerusalemme convertiti. Questa definizione sintetica è valida anche oggi.
Rileggiamo i due ultimi versetti “Voi siete i figli dei profeti e del patto che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra. 26 A voi per primi Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato per portarvi la benedizione, e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità”.
Pietro richiama la continuità con il patto che Jahvè ha offerto ad Abramo, un patto che si estende a tutte le nazioni, e usa quattro parole che sono i pilastri della chiesa di Cristo. Le quattro parole sono: Gesù il servo dell’Eterno, la sua resurrezione, la benedizione che discende dal Padre e il ravvedimento. Ma percorriamo insieme l’ultimo versetto.
A voi per primi: siamo proprio ai primi passi della chiesa, Pietro e Giovanni vanno avanti e tutti gli altri seguiranno le loro orme.
Dio: la azione viene solo da lui non dalla umanità, Dio è colui che suscita e risuscita il servo.
Il servo: tra tanti nomi usati dai vangeli per umanizzare in Gesù la speranza messianica, viene scelto questo: il servo dell’Eterno. La figura, annunciata dal profeta Isaia, raccoglie la eredità di tutti i sacrifici, da Isacco alla festa delle espiazioni. Il servo sostituisce tutta l’umanità nel subire l’ira del Signore per l’infedeltà al patto stabilito.
Resuscitato: si potrebbe tradurre suscitato e resuscitato, queste sono le azioni di Dio sul suo servo!
Benedizione: dalla croce viene la buona volontà del Signore che ci annuncia i tempi di ristoro, i tempi della consolazione.
Conversione: come conseguenza delle azioni di Dio, nel nome del servo dell’eterno è possibile il ravvedimento di tutte le famiglie della terra. Questa è la risposta umana all’annuncio dell’apostolo.
Per la volontà del Signore noi possiamo partecipare alla morte e alla resurrezione del Servo,e ricevere la benedizione che ne viene, che ci riconcilia con Jahvè.
Le parole finali del discorso di Pietro definiscono i quattro pilastri su cui edificare la chiesa.
Su questi pilastri la chiesa è cresciuta in tanti diversi modi. Pensate a come è fatto un edificio di culto: ci sono quelli circolari come questa sala, ci sono quelli a croce latina. Ci sono i grandi e fastosi e quelli piccoli e semplici. Alcuni hanno un chiostro, altri hanno un grande portale. Ma tutti sono stati costruiti partendo da poche fondamenta.
Potremmo definire i quattro pilastri con quattro parole dal suono simile, facile da tenere a memoria. SOSTITUZIONE, PARTECIPAZIONE, CONVERSIONE, BENEDIZIONE.
SOSTITUZIONE: Gesù morendo in croce si sostituisce alla umanità e ad ogni offerta sacrificale per le infedeltà commesse.
PARTECIPAZIONE: la grazia del Signore ci rende partecipi di questo sacrificio e ci rende oggetto della riconciliazione di Dio con l’umanità.
BENEDIZIONE: il Dio riconciliato ci colma del suo amore, la sua volontà benefica illumina le nostre esistenze.
CONVERSIONE: la riconoscenza per questo amore divino, donato gratuitamente, ci porta a ravvederci, a comprendere i nostri errori, a mutare atteggiamento verso gli altri e verso tutta la natura.
Nei nostri culti questi quattro pilastri sono continuamente rivisitati: nella cena del signore troviamo SOSTITUZIONE e PARTECIPAZIONE. Nella confessione di peccato troviamo la CONVERSIONE. Nelle parole di grazia e nella chiusa finale troviamo la BENEDIZIONE.
Questi sono i pilastri che reggono tutta la chiesa, tutto passa, tutto può cambiare, ma non questi pilastri che restano fondanti per ogni modello di chiesa.
Tante cose importanti nella nostra vita di chiesa restano fuori. Ad esempio: la liturgia, i meccanismi democratici, la autorità esercitata nei rapporti umani, la spiritualità, la musica, lo studio della parola, la storia delle nostre chiese, la tradizione degli atti ecclesiastici. Per non parlare del servizio, della accoglienza, delle offerte economiche, delle missioni.
Tutto queste attività, tutti questi valori sono cambiati e ancora cambieranno, non i quattro pilastri. Conoscendoli si vive meglio il cambiamento, si comunica meglio con le diverse tradizioni. (riflessione libera)
La chiesa locale, le chiese con la loro storia lunga e significativa somigliano ad una via percorsa da generazioni di credenti. Ogni predicatore, ogni catechista, ogni teologo ha lasciato le proprie impronte; siamo di fronte ad una strada fangosa, seccata dal sole, vediamo le impronte di un esercito di credenti che hanno percorso questa via. Non per niente la prima chiesa viene chiamata negli Atti quelli della via.
Noi dobbiamo sforzarci e distinguere, ritrovare, valorizzare le impronte dei piedi di Giovanni e di Pietro. Quattro impronte: PARTECIPAZIONE, SOSTITUZIONE, BENEDIZIONE e CONVERSIONE.
Ciascuno di noi è coperto dal sacrificio del servo dell’eterno che ci sostituisce nella condanna, riceviamo la sua benedizione che ci riconcilia con Dio e la fede in queste due cose ci porta alla conversione.
La chiesa degli atti cresce per dare risposte al popolo stupito dal miracolo. La nostra chiesa cresce per dare risposta a chi è in ricerca di ciò che trascende il piano umano. La risposta in tutti i casiè il nome che diamo a Gesù il nazareno, il servo dell’eterno che è morto al nostro posto. Dalla croce spoglia viene la benedizione, la conseguenza è la conversione di tutta la chiesa.
Siamo all’inizio di un nuovo anno, il 2017, abbiamo appena concluso una settimana di preghiera per l’unità delle chiese . Ora viene il nostro compito che si riassume nel pronunziare, nel testimoniare il nome di Gesù.
Il servo dell’eterno.
Colui che è disprezzato dagli uomini, detestato dalla nazione.
Colui che Dio il padre innalzerà a luce delle nazioni, strumento della sua salvezza fino alla estremità della terra.

Ruggero Mica

Israele in attesa del futuro nell’Antico Testamento.

Visione complessiva
Le attese per il futuro di Israele non sono utopiche: si tratta di concreti aspetti della vita e del vivere comune, realizzati in un passato ideale, che si auspica possano nuovamente essere ripristinati. Al primo posto vi sono la pace e la giustizia, in particolare la seconda alterata da abusi di potere e iniquità economico-sociali. Necessaria quindi una società strutturata in maniera adeguata: una monarchia con un re giusto può garantire la pace, a condizione che il sovrano si attenga alla Torah, in grado di garantire pace interna fondata sulla giustizia. L’attesa per il futuro di Israele non si nutre di sogni di grandezza: sarà con il residuo di Israele che Dio esaudirà le speranze promesse. Quanto atteso viene rappresentato con modalità che oltrepassano la realtà presente; l’apocalittica che si rivolge al futuro come termine di un’epoca cosmica non è rappresentativa delle attese della Bibbia ebraica, essa si sviluppa essenzialmente in un’epoca successiva alla conclusione della Bibbia ebraica. L’attesa di Israele riguarda quindi la trasformazione della realtà attuale. Non si parla di mondo “aldilà”, di eternità: i termini me-olam e ad-olam, sovente tradotti come eternità (un concetto greco non attribuibile al pensiero ebraico) in realtà si riferiscono a un remoto passato e un lontano futuro, traducibili con “da sempre” e “per sempre”. Il popolo di Israele deve contribuire alla sua realizzazione e sarà un periodo, un “allora”  in cui si verificherà quanto sperato e promesso, nella salda fiducia che neppure in futuro Dio rescinderà il patto che Egli ha stretto con Israele.

La collaborazione all’opera divina
Come già intuibile dalla promessa contenuta nel quinto comandamento nel libro dell’Esodo, in cui all’onore da tributare ai genitori viene collegata la promessa di “giorni prolungati” (Es.20,12), -modello comportamento/conseguenze su cui insisterà il Deuteronomio- la collaborazione del popolo è necessaria per un qualcosa che deve ancora avvenire. Sappiamo cha la pace è possibile, come al termine della conquista di Canaan, come rilevato alla fine del libro di Giosuè o in epoca salomonica in cui “ognuno potrà sedere all’ombra della sue vite o del suo fico” (1 Re 4,25): periodi ideali legati comunque al fatto che Israele debba camminare nel rispetto della Torah di Mosè.

La monarchia
Attese e speranze vengono tradite dal comportamento della monarchia. I profeti si levano costantemente contro le sue inadempienze. Negli annunci della nascita di un nuovo re si leggono le critiche al sovrano attuale. In Isaia 9,5: “un bambino è nato per noi … e il suo nome sarà consigliere mirabile, Dio potente, padre per sempre, principe della pace” , si annuncia la nascita di un futuro sovrano la cui signoria sarà caratterizzata da diritto e giustizia. In Michea 5,1-4 critiche e annuncio sono ancora più radicali: “E tu Betlemme di Efrata … da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele …”. Non è comunque possibile parlare di un’attesa unitaria di un successore, di un precisa figura condivisa da tutti ; nel secondo Isaia il termine “re” è usato solo per Dio, Davide è nominato una sola volta: abbiamo una rottura con la tradizione davidica. Dopo l’esilio non si rileverà mai l’attesa di un nuovo re.

Giustizia e pace
Isaia, Geremia, Amos, Michea denunciano l’ingiustizia, la negazione del diritto ai poveri ed agli indifesi, responsabilità ascrivibile non solo al sovrano ma agli israeliti stessi; comportamenti che contraddicono le prescrizioni della Torah; ecco che da parte profetica emerge l’attesa di un re escatologico che agirà innanzitutto a favore degli svantaggiati. Nel secondo Isaia al capitolo 42 si descrive il servo di Dio che porterà il diritto: elemento essenziale per i cambiamenti escatologici attesi. Ezechiele annuncia agli esuli che Dio darà loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo, in modo che osservino i precetti di Dio: la fondazione di ogni azione giusta può avvenire solo sulla Torah. Sempre Ezechiele promette che Dio, per mezzo del re escatologico da lui sostenuto, stringerà un patto di pace (berit salom) con Israele e li farà abitare al sicuro. (Ez 34,23-25). Giustizia e pace sono le due grandi speranze, la pace può darla soltanto Dio, Israele può e deve dare il suo contributo. Alla conversione (sub) di Israele corrisponde la conversione di Dio, “Se ti convertirai al Signore … avrò pietà di te …” (Deut. 30,2), vi è diretta correlazione reciproca: la sovranità di Dio non solleva mai governanti e popolo dalle loro responsabilità.

Il patto
Geremia scrive di un “nuovo patto” (Ger. 31,31), un rinnovamento che significa un nuovo inizio, perché il fondamento rimane la Torah, nuovo sarà il modo di considerarla, in continuità col patto del Sinai. Siamo all’interno di un evento comunque escatologico (“dopo quei giorni” v.33). Un nuovo cuore è annunciato anche in Ezechiele, in maniera molto plastica come è caratteristica di questo profeta: Dio “toglierà il cuore di pietra” e darà loro un “cuore di carne”.
In contrasto con la visione profetica si ha quella del Deuteronomio che riporta come presente tale promessa: “Questa parola è molto vicina a te; è nella bocca e nel tuo cuore, affinché tu la metta in pratica” (Deut. 30,14).

Il giorno di Yhwh
“Jom Yhwh”, una serie di testi ne parlano: Amos dichiara che è “tenebre, non luce” (Am.5,18-20); per Isaia “verrà su tutto ciò che è orgoglioso ed altero” (Is. 2,12-21); per Sofonia, in cui spiccano gli eventi catastrofici ed impressionanti, esso si richiama alla ricerca della giustizia e dell’umiltà, in grado di fornire un’esile speranza di protezione per il resto d’Israele che Dio lascerà sopravvivere (Sof. 3,13) nel giorno dell’ira del Signore (Sof. 2,3). Si tratta quindi di un tempo finale che sarà tempo di salvezza per il residuo di Israele.

Il residuo d’Israele
Il concetto di fondo è che di una grande collettività qualcuno rimane, non è scontato: nel secondo libro dei Re ci si riferisce alla fine della casa di Acab come ad una cancellazione, non ne scampa alcuno, quindi non v’è futuro. Il residuo è un punto positivo: è soltanto un resto ma vi si concentra la promessa per il futuro. Dio dice ad Elia che “Io lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non si è piegato davanti a Baal e la cui bocca non l’ha baciato” (1 Re 19,18); Elia non viene lasciato solo, è uno scampato ma Dio, che continua ad agire, istituisce il residuo. In 2 Re 19,30 Isaia dice ad Ezechia che i superstiti della casa di Giuda getteranno nuove radici: “Da Gerusalemme uscirà un residuo e usciranno gli scampati dal monte Sion”. Il discorso del residuo è uno degli elementi che animano il libro di Isaia: nel primo Isaia, il sovrano escatologico del capitolo 11 riscatterà “il resto del suo popolo” (v. 11); nel secondo Isaia il residuo è costituito dai reduci (51,11: “ritorneranno i riscattati dal Signore”); vengono sviluppati nuovi criteri di appartenenza in una visione universale di salvezza nel terzo Isaia, in 56,6 ss. : “Gli stranieri anche hanno aderito al Signore per servirlo … li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera” . Sarà Zaccaria a compiere un passo ulteriore, parla del residuo come di una realtà presente, sono gli abitanti di Gerusalemme di quel tempo post-esilico , anche se il rovesciamento escatologico non è ancora compiuto: viene promesso ancora il rinnovamento delle loro condizioni di vita (Zac.8,11). In Gioele si rafforza l’approccio universalistico: alla fine dei giorni Dio riverserà “su ogni carne” il suo Spirito (Gioele 3,1) e saranno salvati “tutti quelli che invocano il nome del Signore (v. 5) . Il Libro di Esdra offrirà l’immagine opposta; si parla del residuo d’Israele, il concetto di “Golah” che inizialmente indicava il corso dell’esilio e il gruppo dei deportati, viene qui strettamente legato alla rappresentazione del residuo. Sono quindi i reduci del Golah a costituire la comunità cultuale post-esilica vera e propria, ai quali si possono aggiungere gli ebrei rimasti nel paese e disposti a conformarsi alle prescrizioni legali .
Il resto assume quindi diverse forme nei testi, rimanendo fermo il punto che è per questo residuo che rimangono salde le promesse e che di conseguenza ha un futuro.

Alessandro Serena

Il mio ricordo di Marianita.

Letto nell’incontro pubblico in ricordo di Marianita Montresor, nella sala riunioni del Tempio Votivo di Verona, 18 dicembre 2016;

di Nicola Sfredda.

 

Porto a voi il saluto di mia moglie Elisa e della Chiesa Valdese di Verona. Ho frequentato Marianita per molti anni. La conobbi per la presentazione che fece di lei la carissima amica Paola Rossi Peloso, grande testimone dell’ecumenismo a Verona e in ambito nazionale. Paola fu la prima a credere nelle capacità di Marianita e nel contributo che avrebbe saputo dare alla causa ecumenica. Cosi ho avuto modo di frequentare Marianita per molti anni, avendo la possibilità di approfondire l’amicizia innanzitutto a livello familiare, con mia mamma Florestana, con mia moglie Elisa e con mio figlio Davide. L’amicizia si è concretizzata in particolare in due ambiti: il Coro Ecumenico di Verona e il SAE. Nel Coro Marianita ha militato praticamente per tutto il periodo della sua attività, per nove anni, dal 2006 al 2015. Il suo contributo è stato importante soprattutto nell’approfondimento dei contenuti teologici della nostra iniziativa, chiarendo spesso cose importanti agli altri membri del Coro. Ricordo in particolare le necessarie chiarificazioni portate da Marianita in occasione della preparazione di un programma dedicato a Maria di Nazareth, proprio qui nel Tempio Votivo di Verona. Chiarificazioni utili e necessarie per tutti, sia per la componente cattolica che per quella protestante. Nel SAE Marianita mi aveva scelto come membro protestante nel Comitato Esecutivo nazionale. È stata una esperienza difficile e faticosa, ma anche entusiasmante, nell’organizzazione di tre convegni nazionali ai quali hanno partecipato grandi esperti e che sono stati seguiti da un gran numero di persone. Purtroppo non ho concluso il quadriennio del mandato conferitomi, essendomi trovato in minoranza in un CE che non aveva potuto accogliere le istanze di rinnovamento dell’associazione, di cui ero portatore. Ma ricordo con riconoscenza i tentativi di mediazione di Marianita, ribaditi anche in un’ultima cena che abbiamo avuto il piacere di condividere con lei a casa mia, con la mia famiglia, pochi mesi fa. Vorrei concludere ricordando la straordinaria umanità di Marianita con due episodi piccolissimi ma, credo, molto significativi. Il primo episodio è stato alla fine di una prova serale del Coro Ecumenico. Marianita si è avvicinata a me e con un sorriso disarmante mi ha detto che le era stato diagnosticato un brutto male, anche se lei non sentiva sintomi. Nei giorni successivi, parlando con Elisa, le ha detto che aveva notato il mio turbamento alla notizia. Questo mi sembra un esempio bello di attenzione all’altro, in una situazione che avrebbe potuto prevedere la massima concentrazione su se stessa. L’attenzione per l’altro: testimonianza cristiana espressa in una situazione concreta. L’altro episodio, più che altro un’immagine che ho sempre negli occhi e nel cuore: grande celebrazione eucaristica nella chiesa di Paderno del Grappa, circa duecento convegnisti del SAE ad assistere alla Messa presieduta da un vescovo e officiata da una ventina di sacerdoti; la Presidente sta seduta accanto ad un ragazzino di dodici anni, che, lei dice spesso, è un suo grande amico (mio figlio Davide). Nel momento di massima esposizione pubblica Marianita sapeva stare vicino ai più piccoli e più deboli. La stessa scena si è ripetuta in occasione del culto di celebrazione della Riforma, qui a Verona, l’ultima domenica di ottobre di quest’anno. È stato, per me e per Davide, l’ultimo incontro con Marianita: ancora una volta attenta ai più piccoli e ai più deboli. Per questi motivi il ricordo di Marianita sarà sempre vivo nel mio cuore.

 

“Ti conosco personalmente”. Predicazione del culto di domenica 15 gennaio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Esodo, 33,17-23.

17 Il SIGNORE disse a Mosè: «Farò anche questo che tu chiedi, perché tu hai trovato grazia agli occhi miei, e ti conosco personalmente». 18 Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» 19 Il SIGNORE gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del SIGNORE davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». 20 Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere». 21 E il SIGNORE disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; 22 mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; 23 poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere». (Es. 33:17-23 NRV)

Carissimi fratelli e sorelle,
stamattina il Signore ci incontra e ci dice, tramite le antiche parole dell’Esodo, una delle cose più belle che ci potremmo sentir dire: io ti conosco personalmente, farò anche questo che tu mi chiedi per te.
Parole che sono rivolte a Mosè, ma che per noi che le riascoltiamo oggi sembrano rivolte proprio a noi.
Quante sono le cose che chiediamo a Dio in preghiera, quante incertezze, quanta voglia di rassicurazione che abbiamo nel cuore, nella pancia, nella mente, eppure il Signore ci dice: sì, farò anche questo che mi chiedi.
Dio conosce Mosè personalmente, così come conosce ognuno di noi stamattina, non c’è un motivo legato alla nostra morale, alla nostra buona condotta, per usare un termine desueto, non è una scelta etica quella che fonda il nostro rapporto con Dio, ma è il fatto che aldilà di tutto.. Dio sa chi siamo, nel profondo, Egli ci conosce personalmente, forse più di quanto noi stessi ci conosciamo.
La domanda che Mosè fa al Signore, nel mezzo della crisi, nel mezzo del deserto, dopo che il popolo aveva forgiato il vitello d’oro, è la domanda che implora perdono, reintegrazione, amicizia, vicinanza..
Signore non ci abbandonare a noi stessi nel deserto, non possiamo camminare senza di te, resta con noi, resta con me.
Resta Signore, anche se ci siamo rivelati come dei peccatori, perché più e più volte nel deserto ci siamo smarriti e non sappiamo ritrovare la strada, aiutaci ancora una volta è l’appello accorato di Mosè.
E la risposta non è quella del monarca che richiede ubbidienza e cieco servizio, bensì la parola evangelica che solleva e che perdona. Lo farò perché ti conosco, perché ho un rapporto con te e ti mostrerò tutta la mia bontà e il modo magnifico in cui celebrare il mio nome.
Un Culto cosmico in cui l’Eterno Iddio Vivente non ha bisogno degli esseri umani, ma mostra la sua bontà e la sua libertà.
Mosè incalza… Signore fammi vedere la tua Gloria, e non è forse ciò che tutti e tutte noi vorremmo vedere? Guardare Dio faccia a faccia, conoscere pienamente la sua volontà, apprezzare quello che è il suo progetto, accogliere la sua manifestazione splendente e splendida, senza che essa sia macchiata in alcun modo. Penso che ognuno di noi desideri accogliere pienamente quel momento misterioso in cui, con lo sguardo ripieno, potremo contemplare l’Eterno.
Ma vedere il volto di Dio, la sua Gloria e dunque la sua pienezza, è qualcosa che non ci è possibile. Come può un orizzonte limitato di fiducia come quello umano accogliere il paradosso del dono si sé stesso? Come può la mente umana intendere l’amore incalcolabile di chi è l’essenza della vita stessa?
L’esperienza di Dio è un’esperienza limite: il Signore ci protegge e ci salva anche da noi stessi e dai nostri desideri di eccellenza e bontà.
Egli ci conosce e ci ama nel limite, ci accoglie per quello che siamo e scende a camminare tra di noi proteggendoci persino da sé stesso.
Sì sorelle e fratelli, perché la presenza di Dio in mezzo a noi è tanto potente, che non la possiamo né vedere né afferrare pienamente: il sacro muove forze tali che possono produrre gioia immensa, ma anche odio, dolore, morte e violenza.
E l’essere umano non sa scegliere da solo quale sia la strada giusta, sempre ha bisogno di invocare la presenza del Signore.
Presenza reale e materna che accoglie la richiesta di Mosè solo in parte, accomodandola per il suo bene. Proprio laddove l’ansia impaziente e paurosa di Mosè, il più grande tra i profeti che è un uomo schivo e balbettante, l’amore accudente di Dio risponde nascondendolo e proteggendolo dai propri desideri di onnipotenza.
Ti nasconderò qui, in un luogo a me vicino, nel pieno della roccia, nascosto dalla mia mano, affinché vedendomi tu non muoia, poi ritirerò la mia mano e a quel punto potrai vedermi da dietro dice il Signore.
Nessuno di noi può prevedere l’azione di Dio, c’è una tensione ineludibile tra rivelazione e mistero: possiamo comprendere che Dio è in mezzo a noi solo a posteriori, rileggendo a posteriori il libro della nostra vita.
Un messaggio che è disarmante anche per noi oggi, il Signore farà per noi la cosa più bella e magnifica, ci resterà accanto nonostante anche noi abbiamo inneggiato al vitello d’oro, nonostante non abbiamo saputo comprendere ed applicare le sue leggi, nonostante anche oggi tra di noi ci siano tante.. troppe divisioni.
Divisioni nella Chiesa, tra i credenti, tra fratelli e sorelle, divisioni talvolta insormontabili che hanno creato solchi e barriere tra ecclesiologie e visioni teologiche differenti. I Pink Floyd nel 1970 scrivevano una meravigliosa canzone che si chiama “us and them”, noi e loro, parlando proprio dei conflitti, delle guerre e ricordando che noi tutti, non siamo altro che persone ordinarie, quando al fronte, ci siamo solo io e te, solo Dio sa cosa sceglieremo di fare.
La grazie incondizionata di Dio è proprio questa, che nascosti nella terra, protetti dalla sua mano amorosa, rinasciamo creature nuove: fratelli e sorelle, aldilà delle nostre opinioni.
Possiamo guardare a Dio solo dopo che è avvenuto in mezzo a noi, solo dopo il suo amore spezzato sulla Croce.
La sua presenza e la sua guida ci rassicurano e ci consolano del bene che può accadere in mezzo a noi, nonostante noi stessi: Nessuno può vedere il volto di Dio, nessuno può “possederlo”, nessuno ha in mano la verità perché solo la Sua Parola è certa e coerente.
Al passaggio di Dio nasce un noi che forma l’ecclesia, la sinagoga, il popolo, l’assemblea dei vocati, di coloro che sono amati e conosciute personalmente dal Signore. Un patto che Dio fonda e che sostiene unicamente per la sua bontà.
Amen
Past. Laura Testa

“Vi darò un cuore nuovo”. Predicazione del culto di domenica 8 gennaio 2017.

LETTURE BIBLICHE: Ezechiele 36, 22-26; Filippesi, 4, 4-9; Giovanni 3, 1-8

22 Perciò, di’ alla casa d’Israele: Così parla il Signore, DIO: “Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. 23 Io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l’avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono il SIGNORE”, dice il Signore, DIO, “quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. 24 Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; 25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. (Ez. 36, 22-26)

4 Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
5 La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. 6 Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. 8 Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. 9 Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.
(Fil 4, 4-9);

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3, 1-8)

Care sorelle e fratelli,
oggi riceviamo un invito a riflettere sulla nostra vita cristiana. Parleremo di noi stessi , o meglio, di come rispondiamo allo Spirito, o di come non rispondiamo, se siamo svegli, o se dormiamo, se siamo aperti, o se siamo chiusi, se vediamo o se non vediamo, se guardiamo a Dio o se guardiamo altrove. Cari fratelli e sorelle, siamo in crisi oppure no? E se siamo in crisi, se non riusciamo più a parlare con Dio, se non riusciamo a guardarlo, a sentirlo, se facciamo fatica, se siamo scarichi se le difficoltà quotidiane incombono, se le tenebre ci circondano, che cosa possiamo fare? -basta guardare ai fatti di cronaca: le guerre, la miseria, l’indifferenza- e ci sentiamo vinti e inutili e la speranza è ridotta al lumicino, soffocata dai nostri mille problemi: il lavoro, i figli, i genitori, le incombenze giornaliere, se abbiamo perso il lavoro, se arrivare alla fine del mese è difficile, a chi possiamo rivolgerci? Se ci sentiamo inermi, Cosa possiamo fare?

Da soli … niente. Non possiamo fare niente. Sentirsi soli è drammaticamente frequente ma non è la verità. L’Evangelo di stamattina ci annuncia che Dio non ci lascia, che Dio non ci lascia, la verità è che ci dona la sua grazia, perché Dio è fedele, perché Dio è il Vivente: la nostra vita non è mai, mai abbandonata a noi stessi o alle tenebre.
Il profeta Ezechiele, vive in tempi terribili, ed attraversa una crisi personale e morale incredibile. Ezechiele è un sacerdote, deportato a Babilonia tra i primi, ha perso l’adorata moglie , Israele è in esilio, i deportati piangono sulle rive del canale Chebàr, sopravvissuti alla fine della loro nazione; il tempio di Salomone, la sede del Santissimo è stato distrutto, la gloria di Dio l’ha abbandonato, la terra promessa non appartiene più ad Israele. Cosa rimane tranne il pianto? Perché è successo tutto questo? Dio, dov’è? Ce lo chiediamo anche noi, quante volte ce lo siamo chiesti, quante volte ce lo chiederemo perché anche noi talvolta abbiamo l’impressione di restare da soli, ma … Dio non abbandona il suo popolo, e non abbandona noi. Ezechiele è l’esempio di come anche in momenti terribili continuino a sorgere profeti in Israele, Profeti che annunciano che Il Signore non guarda ai nostri errori, ai nostri peccati, alla nostra infedeltà. Ezechiele ci racconta che Dio parla e agisce e che lo fa per amore, solo per amore. Dio ci dona la forza, anzi, Dio fa anche di più: ci dona un cuore nuovo, mette dentro di noi uno spirito nuovo, per liberarci, per darci speranza e futuro. Questa è la promessa: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo”. Assaporiamo queste parole; “metterò”: è Dio che agisce, che prende l’iniziativa; “un cuore nuovo”: ci vuole dare un nuovo fondamento alla vita: la nostra essenza, i nostri pensieri, le nostre emozioni, vengono nuovamente e continuamente rinnovati da Dio. “Uno spirito nuovo” secondo l’Antico Testamento significa molto più della perspicacia o dell’intelligenza, è una forza di rinnovamento che rende capaci di fare qualcosa di nuovo, che ci permette di vivere secondo gli insegnamenti di Dio.
Consapevoli: Ecco quindi un invito alla riflessione: quanto è profonda la consapevolezza che Dio ci rinnova? Inoltre : quanto gli permettiamo di farlo o quanto invece siamo sempre simili all’uomo vecchio? Perché se è vero che Lui “sta alla porta e bussa” è anche vero che il rischio è quello di rimanere sul divano perché il volume del televisore è troppo alto. Il rumore, quanto rumore ci circonda, facciamo silenzio, ascoltiamo, troviamo il tempo di guardare a Dio ed avremo modo di sentire battere con forza il cuore che lui mette nel nostro petto.
Se il cuore batte significa una sola cosa: che siamo vivi, perché anche a noi Dio, per mezzo di Ezechiele ha rivolto il suo grande annuncio di salvezza e l’ha reso vitale in Cristo Gesù.
Coraggio allora!, coraggio! E con gioia, perché anche quella ci promette il Signore. Lo fa tramite l’Apostolo Paolo che scrive ai Filippesi. E’ la lettera della gioia! Consideriamo che Paolo la scrive dalla prigionia. Paolo è in catene eppure usa termini come “rallegrarsi”, “contentezza”, “godimento” , mentre contempla la sua probabile condanna a morte. Ma allora di quale gioia parla? Di quale mansuetudine che -notiamo- deve essere nota, ovvero reale, visibile. Di quale pace? Dell’unica gioia che non è mai in discussione, che il mondo non può togliere perché non ha radici nel nostro mondo. In un mondo dove niente tiene: la pace, le relazioni tra persone, il lavoro, i princìpi, dove tutto sembra venire meno, Dio continua ad annunciare la salvezza, Dio fedele. Una gioia fondata in Cristo dove … DIO NON HA CONCESSO ALLE TENEBRE L’ULTIMA PAROLA … : CRISTO È IL SIGNORE!

Gioiosi: Ecco un altro punto rilevante di riflessione : quanto riusciamo a cogliere che la gioia e la comunione, proprio perché fondate in Cristo, possono inondare la nostra vita in ogni momento, se glielo permettiamo?

Ricordiamo qual era era la nostra domanda iniziale: ” Cosa fare quindi di fronte allo scoramento e all’inazione? ” Ezechiele e Paolo ci hanno aiutato a comprendere come , protetti dalla fedeltà del Dio Vivente e dalla sua promessa, a noi spetta fermarci ad ascoltare, alzare lo sguardo … perché lo Spirito ci pervada, perché la gioia risuoni … .

Lo Spirito, Ecco la parola dell’Evangelo di Giovanni, che parla di Spirito e di rinascita: Giovanni è il Vangelo dell’incarnazione del Figlio, della Rivelazione del Figlio, della missione di Gesù interamente consacrata alla salvezza: “Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvare il mondo”. CHE PROMESSA GRANDIOSA!
Nicodemo, membro del sinedrio ebraico, si reca, di notte, da Gesù. Egli prenderà discretamente le difese di Gesù, che parteciperà alla sua sepoltura, ma ha timore di esporsi. Un atteggiamento ben noto anche oggi: In tanti hanno paura di testimoniare la propria fede pubblicamente, perché pericoloso o perché imbarazzante. Ai tempi di Calvino si parlava di “nicodemiti”, come di coloro che avevano abbracciato in cuor loro la Riforma ma non lo esprimevano pubblicamente per timore di ritorsioni o peggio. Nicodemo non ha ben capito chi è Gesù ma ha compreso che Dio gli è vicino.
Tra Gesù e Nicodemo si verifica subito un malinteso, poiché non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Gesù parla di rinascita e Nicodemo pensa alla rinascita in un parto: mica si può. E invece sì ! Si può! Si può nascere di nuovo da acqua e Spirito. Se l’acqua è un richiamo al battesimo e alla vita comunitaria, lo Spirito soffia dove vuole, ed è paragonato al vento come nell’Antico Testamento : “Ruah” in ebraico, significa soffio, vento, ed indica l’azione divina , la potenza di Dio: lo Spirito è all’origine dell’esistenza cristiana e dei comportamenti che essa implica.

Aperti allo Spirito: Ecco quindi l’ ultima riflessione che ci interpella profondamente: chi siamo noi per impedire allo Spirito di soffiare o per ritenere di imbrigliarlo? …
A noi sta cercarlo, riconoscerlo, nei momenti o nei luoghi più impensati, anche dove non ci piacerebbe o ci è scomodo , nella sorella o nel fratello, nel creato, nel culto, in una riunione di chiesa, nel prossimo, in noi stessi. Fare finta che non soffi … non è essere servi. Fare finta che non possa cambiare il nostro agire , non è essere servi. Qui l’ultima risposta al “che fare” iniziale: non ignorare lo Spirito, accoglierlo e respirarlo a pieni polmoni farsi rendere servi da Lui rinnovati e gioiosi.
Sorelle e fratelli Siamo invitati a portare speranza, a impegnarci a ridurre l’ingiustizia in questo mondo, nelle piccole e grandi cose, nel dialogo fraterno con l’altro ma anche nello schierarci dalla parte delle vittime della storia, perché il Dio di Israele e Dio nostro non assiste indifferente allo sterminio delle sue figlie e dei suoi figli.

Cosa fare allora? Ricorda, fermati, ascolta provando a non lasciarti distrarre dal rumore, Alza lo sguardo, vivi la gioia, apriti come un fiore, impara a riconoscere e accogliere lo Spirito, accogli con riconoscenza l’abbraccio di Dio, e servi con amore, per il Suo amore, perché non puoi fare altrimenti. Amen

Alessandro Serena

Non accolto, indifeso: è il Salvatore. Predicazione del culto di Natale, domenica 25 dicembre 2016

(immagine: madre e figlio di Aleppo scampati a un bombardamento)

 

 

LETTURE BIBLICHE: Luca 2, 1-21
1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama».
15 Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16 Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
21 Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Carissimi fratelli e sorelle,
Con la nascita di Gesù, la salvezza entra nella storia del mondo, come un fatto “normale”, benché inserito in un censimento “ecumenico”, questo termine intendeva l’intero mondo allora conosciuto, ma per noi ha un valore di fede ben più potente: la nascita del bambino Gesù è un fatto che attiene all’ecumene, qualcosa che riguarda e che unifica tutti e tutte i credenti. Tale censimento fu registrato all’anno 6 dC, quindi con buona probabilità si svolse qualche anno prima ed ebbe base regionale.
Queste piccole “differenze” tra la storia degli annali “romani” e quella della salvezza, sono degli indicatori forti, che ci dicono la fede dell’Evangelista Luca e l’Evangelo che egli ci racconta stamattina. La nascita di Gesù coinvolge il mondo e lo trasforma, la nascita di Gesù ci interpella come credenti indipendentemente dalla nostra confessione religiosa, familiare o ecclesiastica: Gesù nasce per ognuno di noi!
Sappiamo già che la sua situazione familiare non era “perfettamente tradizionale”, giacché Giuseppe non è il padre biologico del bambino e non è ancora il marito di Maria, ma l’Evangelista insiste sul fatto che Giuseppe sia della famiglia di Davide, proprio come il messia promesso dai profeti; Il significato del nome Giuseppe è “che sia aggiunto”, è il nome che simboleggia l’adozione da parte d’Israele dei figli nati sotto l’oppressione straniera e proprio a Giuseppe, viene “aggiunto” un altro figlio, Gesù, che ci renderà tutti eredi e figli di Dio.
L’amore e la cura amorosa di Giuseppe per Maria e la loro fede nel messaggio angelico è sorprendente anche oggi, una giovane appena adolescente ed un uomo impregnato di cultura semita e mediterranea, che non si comportano secondo i canoni della legge, ma insieme affrontano un viaggio e una nascita senza aiuto alcuno se non quello della grazia e della forza data loro dalla promessa di Dio. Infatti, la discendenza davidica di Giuseppe dimostra la continuità della storia della salvezza e la fedeltà di Dio che porta a compimento le promesse già fatte ad Israele, promesse che non hanno bisogno di sangue, ma di amore e di fede.
Di fatto la registrazione congiunta per il censimento sancisce l’unione dei due a livello legale.. Potremmo forse descriverlo come il primo pacs della storia del cristianesimo.. o forse come un matrimonio civile, in quanto, dal censimento Giuseppe e Maria pagheranno le tasse assieme.
La nascita di Gesù avviene proprio a Nazareth dove doveva avvenire “secondo le scritture” affinché la profezia messianica si adempisse (2 Sam. 5,7; Michea 5,1). Il tempo è compiuto, poiché è il Salvatore, il Messia e il Signore sta venendo al mondo.
Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, che ci porta ad intuire che se Gesù è il primogenito e non l’unico, a sconfessare quella “mater” sempre vergine entrata molto presto nella storia tradizionale. Infatti già il protovangelo di Giacomo (leggenda posteriore) racconta che la levatrice constata la verginità intatta della madre. Il racconto biblico però testo non conferma la presenza di una levatrice, anzi sottolinea come dopo il parto sia la stessa mamma stanca e provata ad avvolgere il bimbo in fasce. Un bimbo per cui non c’era posto, che non ha trovato un qualunque luogo dove essere ospitato. Gesù è un bimbo nato nell’indigenza estrema, un bimbo non accolto dal mondo. Il bambino Gesù non ha posto dove venire al mondo poiché il mondo non lo accoglie e non lo riceve. Molti sono gli analoghi confronti con i tanti bambini che pure oggi non sono ricevuti, nonché sulle tante situazioni di estrema indigenza e miseria materiale, spirituale e culturale nella quale vengono al mondo i poveri di oggi. Questo riferimento non è, a parere mio una banalizzazione, ma una occasione che il testo Lucano offre ai tanti che sperimentano ed hanno sperimentato tale indigenza, per potersi identificare. Anche il bambino Gesù, il re pastore, il Messia atteso ed aspettato, non è stato ricevuto, eppure Egli è effettivamente la potenza di Dio incarnata. Un bambino è la potenza della vita nella sua massima espressione, ha pochissimo passato, ed ha tutto il futuro di fronte. Il bimbo Gesù, Potenza del Dio Vivente, offre ai tanti che non hanno un futuro, o ai quali il futuro non si prospetta in maniera rosea, la speranza di un futuro che non è governato “esclusivamente” dai criteri nostri, bensì da quelli di Dio. Un bimbo circondato però dall’amore: non ci sarà una stanza bella e sfarzosa per lui, ma ci sono per lui una serie di gesti amorevoli di cura.
In quella stessa regione c’ erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. I pastori in questo modo, indicano coloro che sono considerati importanti responsabili per il benessere della comunità, conoscono il territorio, lo sorvegliano, avvertono i cambiamenti prima degli altri, affrontano il pericolo dello stare all’aperto, offrono una risorsa alla comunità. Loro sono i primi che ricevono il messaggio evangelico e incontrano “il sommo pastore” che cura e veglia il “gregge” umano per l’eternità.
L’ angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Quando lo Spirito di Dio è la presenza più autentica nel mondo, allora la gioia è in particolar misura conseguenza di questa presenza di Dio negli uomini: lo spirito produce, oltre che giustizia e pace, la gioia come suo frutto.. Un atteggiamento totale, complesso, dotato di valore, che al pari della giustizia rappresenta la summa dell’atteggiamento cristiano. La gioia indica l’aspetto soggettivo dell’approssimarsi del regno di Dio. Accanto all’annuncio resta la parola di conforto bella e rassicurante: non temete, che è valida pure oggi: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. Il motivo della gioia e della consolazione sono certezza e speranza fondate in Dio (I know where I belong, or to Whom I belong). E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”», e questo segno non è un evento “straordinario”, ma è uno degli eventi più comuni che dovevano manifestarsi nella Palestina del tempo: un bimbo in fasce e nella mangiatoia. Gesù viene riconosciuto nell’umiltà, nella povertà e nella sobrietà, che mostrano però la cura e l’amore.
Cielo e terra sono uniti in una celebrazione cosmica per la nascita del bimbo Gesù.
Dopo che i pastori hanno ricevuto la bella notizia non restano immobili, ma si mettono in cammino per vedere “l’evento/parola” di cui loro hanno avuto dal Signore rivelazione diretta. La conoscenza della Parola/Evento di Dio non è un fatto che “scopriamo” per caso, ma è frutto di un incontro e di un annuncio. Prima di tutto parlano tra loro, e si consultano reciprocamente su quello che è l’agire comune: Essi concordemente, dopo aver parlato tra loro, seguono la via di Gesù.
Seguire Gesù è sempre infatti luogo di rispetto, di reciprocità, di confronto dialogico e di fraternità.
Questo invito al comunicare in maniera sempre più stringente, come fanno i pastori, è un passaggio importante, poiché tutto il brano dei pastori è permeato dal motivo della parola e forse potrebbe essere uno stimolo anche per noi a parlarci maggiormente e a non cadere nell’immobilità dopo avere espresso le proprie opinioni, bensì a ricondurre le parole comunicate verso un agire fruttuoso.
Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo.
Ci sono due diversi aspetti di ciò che suscita la parola/evento Gesù, da una parte l’annuncio fatto dai pastori e dall’altro la riflessione interiore all’incontro con la Parola Vivente.
E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’ era stato loro annunziato.
Portiamo con noi questo annuncio e lasciamo che si faccia spazio nelle nostre storie ordinarie, nelle nostre vite quotidiane, che ci porti a meditare o ad annunciare, a cantare o a restare in silenzio, che in ogni caso ci faccia sperare, perché in Gesù Cristo, nato a Nazareth, Dio il Signore nostro Salva. Amen.

Past. Laura Testa

Dear Brothers and Sisters, the birth of Jesus Christ is something that unifies all believers.
The birth of Jesus involves and transforms the world, the birth of Jesus challenges us as believers regardless of our confession, family or church: Jesus is born for each of us!
We already know that his family situation was not “perfectly traditional”, since Joseph is not the biological father of the child, he is not yet the husband of Mary, but the Evangelist Luke insists that Joseph is from the family of David, just like the messiah promised by the prophets; The meaning of the name Joseph is “it is added,” that name symbolizes the adoption by Israel of children born under foreign oppression.
Joseph is being “added” a son by God; and God in his son Jesus will make us all his children and heirs. The love and the loving care of Mary and Joseph and their faith in the angelic message is surprising even today: just a young teenager girl and a man of Semitic and Mediterranean culture, who do not behave according to the rules of the law, but together they face a trip and give birth without any help except that of grace and strength given to them by God’s promise.
The birth of Jesus takes place right in Nazareth “according to the Scriptures” so that the Messianic prophecy was fulfilled (2 Sam. 5.7; Micah 5.1). The time is fulfilled, since it is the Savior, the Messiah and the Lord that is coming into the world. Mary gave birth to her firstborn son, a child for whom there was no room, which did not find any place to be hosted. Jesus is a child born in extreme poverty, a child whom is not accepted by the world.
The baby Jesus has no place to be born because the world does not welcome him. There are many similar children who even today are not welcome, as well as many who live in situations of extreme poverty in the world today. This reference is not, in my opinion a trivialization, but one occasion that the Lucan text offers to many people who underwent such poverty, in order to identify. Even the baby Jesus, the Shepherd King, the awaited Messiah and waited, has not been accepted, yet He is indeed the power of God incarnate. A child has the power of life at its best, has no past, and has all the future ahead. The baby Jesus, Power of the Living God, offered to the many who do not have a future, the hope of a future that is not governed by our standards, but by God’s standards.
In that region the shepherds were in the fields and kept watch by night over their flock. The shepherds are those that are considered important for the welfare of the community, they know the territory and face the danger of being outdoors, they really offer a resource to the community. They are the first to receive the Gospel message and meet “the High Priest” who carefully watches the human “flock” for eternity.
The angel told them, “Fear not, for I bring you good news of a great joy to all the people. When the Spirit of God is the most authentic presence in the world, then the joy is in particular a result of this presence of God in men: the Spirit produces justice and peace and joy as its fruits .. a total stance, which represents the stance of a Christian.
The angelic word of beautiful and reassuring comfort: “fear not” is valid even today: “Today, in the city of David, a Savior is born to you, who is Christ the Lord, and this shall be a sign: you will find a baby lying in a manger ‘ “; that sign is not an” extraordinary one “, but it is one of the most common events that were to occur at that time in Palestine: Indeed Jesus Christ is recognized in humbleness, in poverty and modesty. Heaven and earth are united in a cosmic celebration for the birth of baby Jesus; The shepherds, after talking to each other, follow the way of Jesus. To follow Jesus is always in fact a place of respect, reciprocity, of dialogic confrontation and fellowship.
This invitation to communicate in a more and more pressing way, like the shepherds did, is an important step, an invitation for us to speak more and not to fall into stasis, but to bring the words communicated to a fruitful action. They came with haste, and found Mary and Joseph, and the Babe lying in the manger; and saw Him, they made known abroad what had been told them concerning this child. And all who heard it were amazed of the things told them by the shepherds. Mary treasured in herself all these things and pondered them in her heart. Let’s announce together with the angel and the shepherds the good news, let it take place in our ordinary stories, in our daily lives, the good news will lead us to meditate or to announce, to sing or remain silent but together we rejoice in hope, because in Jesus Christ, born in Nazareth: the Lord our God will save us! Amen

“verrà egli stesso a salvarvi”, predicazione di domenica 18 dicembre 2016, quarta di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Isaia 35, 3-10

Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata la Via Santa; (nessun impuro vi passerà) essa sarà per quelli soltanto; quelli che la seguiranno, anche gli insensati, non potranno smarrirvisi. In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà; ma vi cammineranno i redenti. I riscattati dal SIGNORE torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno. (Isaia 35,3-10)

Possiamo comprendere queste parole a più livelli, ed uno, quello che vale la pena di considerare per primo è quello storico: Israele, deportato a Babilonia, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto, sperimenta per la prima volta una speranza messianica nell’avvento di Ciro di Persia. Israele aveva vissuto quello che i profeti biblici, chiamano l’abominio della desolazione, non c’era più una speranza di restaurazione, i ricordi erano l’ultima cosa che restava ad Israele.
Isaia offre un messaggio diverso ai deportati, c’è ancora una speranza e non tutto è perduto, perciò date la buona notizia ed incoraggiate coloro che sono stanchi, poiché il cammino è ancora lungo e l’opera del Signore non è compiuta. C’è un messaggio anche per coloro che sono confusi, che non sanno più a cosa credere o che sono persi nel dolore che la deportazione aveva loro provocato. Anche per questi c’è una consolazione che è anche un’esortazione a restare forti e saldi e a non temere rispetto al futuro, poiché il futuro è aperto e riscattato dal Signore che rende possibile una realtà nuova e trasfigurata dalla sua presenza. Sarà Dio stesso a salvarvi. Israele s’incammina dunque per il deserto, luogo del viaggio e della crescita per antonomasia, ma anche luogo della desolazione, della sofferenza e dell’aridità, ma se anche nel deserto si sperimentano quelli che sono i primissimi segni della grazia e dell’avvento divino: All’annuncio profetico che l’avvento del Salvatore è prossimo, che il goel, il Salvatore d’Israele sta per giungere avverrà qualcosa di eccezionale, che ha del miracoloso.
Anche i sordi potranno udire la parola che dice la salvezza che giunge ed i ciechi potranno vedere la strada da percorrere e vedere l’approssimarsi del cammino da compiere. I ciechi vedranno la terra rifiorire e i sordi udranno l’annuncio della liberazione. Gli zoppi, gli storpi e coloro che fisicamente non avrebbero potuto intraprendere il cammino di ritorno, poiché lungo, stancante e irto di pericoli, salteranno come i cerbiatti. Un’immagine poetica estremamente evocativa che ha la forza di raccontare quanto sia grande il cambiamento che il Signore produce per Israele. Ed infine la lingua del muto, colui o colei che non parlava più perché magari era stato mutilato oppure perché aveva tanto sofferto da non avere più parole e lacrime da pronunciare, ecco la lingua del muto canterà di gioia. L’avvento del Signore produrrà suoni ed inni di festa dove prima c’era silenzio e desolazione.
Credo che l’ efficacia di queste parole valga anche per noi che leggiamo questo testo, infatti un secondo importante livello di questo testo biblico è dato da ciò che significa per noi che lo riceviamo con fede nell’attesa e nell’avvento del nostro Messia e Salvatore Gesù Cristo. Per Israele che vedeva Ciro di Persia come il Messia, qui si parla dell’avvento sperato ed intravisto del Salvatore, ma tale avvento non è ancora perfettamente compiuto: Israele è in cammino. Tale speranza nell’avvento messianico è la speranza che condividiamo con Israele, infatti anche per noi questo è un tempo di attesa, un già, ma anche un non ancora, nel senso che siamo in cammino in quelle che sono le settimane che precedono il Natale, vediamo le luci in giro per strada, le offerte natalizie, la corsa per i regali.. a raccontare che il tempo si sta accorciando.
Ma quale è questa gioia, questa speranza grande che viene nel mondo a partire dal Natale?
Credo che sia la stessa che Israele sperimentò già in fede nel deserto mentre ritornava tra gli stenti verso Gerusalemme da Babilonia. Quello non fu certamente un percorso facile, anzi, nel deserto c si può perdere, si può essere assaliti dai banditi o dalle belve feroci, e si può anche morire di stenti, di fame o di sete al freddo della notte oppure data la forte escursione termica sotto il sole cocente. Ma man mano che si approssimavano a Gerusalemme, gli israeliti potevano presagire che la loro casa era vicina e loro che erano stati deportati avrebbero presto riabbracciato i propri cari.
Ecco dunque un’altra similitudine tra il nostro vivere l’avvento e quello del brano poetico d’Isaia: il ritorno, c’è un ritorno verso casa, un farsi vicini gli uni agli altri che avviene nel periodo natalizio, un’occasione bellissima, ma che talvolta risveglia problematiche familiari o personali. Fratelli e sorelle che non si parlano tra di loro, genitori e figli che non riescono a comunicare e che si escludono a vicenda, ovvero anche persone che sono sole, che non hanno nessuno con il quale passare questo tempo di riunione perché non si sono costruiti una rete d’affetti o anche perché sono orfani o vedove, o anche altri che soffrono interiormente il dramma della depressione o della malattia fisica. Anche coloro che hanno accettato la malattia e la morte come ineluttabile, possono sperare e affidarsi al Signore, nella preghiera che chiede accoglienza, comprensione, vicinanza alle famiglie.. in una preghiera che a volte chiede qualche giorno in più.. quel giorno in più per dire a chi ci è caro ciò che fino a quel momento non gli avevamo ancora detto e per compiere un ultimo piccolo percorso..
Un percorso che è equivalente a quello nostro e a quello d’Israele nel deserto del ritorno, un percorso ultimo e difficile, ma nel quel il Signore ci dà concretamente i mezzi per andare avanti: Il Signore cambierà addirittura la conformazione geografica del deserto.

L’avvento del messia ed il giorno del Signore cambiano infatti la realtà nella sua essenza più profonda, pur senza snaturarla.
La differenza sostanziale è che dove c’è morte adesso grazie all’opera del Signore c’è la vita che si manifesta pienamente e si dispiega nella sua bellezza. Dice il profeta: acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi.
Queste immagini poetiche rappresentano la prefigurazione del ritorno, infatti la volontà di Dio sarà talmente manifesta che non ci sarà bisogno d’indicazioni, tanto che anche gli sciocchi, gli insensati non potranno smarrirvisi. Una strada Maestra, una via Santa che potrà essere seguita da tutti coloro che sono stati redenti. Addirittura il testo aggiunge nessun impuro vi passerà, impuro nel senso dunque di non redento. Isaia non afferma che ci vorrà uno status particolare di perfezione o di purità per poter percorrere quella via maestra, ma che il Signore, il Riscattatore, il Messia, il Salvatore, che noi celebriamo ed annunciamo in Cristo Gesù, coinvolge la nostra realtà umana e creaturale talmente tanto da cambiare anche quella che la nostra realtà fisica.
E questo rappresenta l’ultimo livello di comprensione di questo bellissimo testo d’avvento, che ne è forse la dimensione più ricca: la prospettiva di salvezza per il creato intero manifestata nell’approssimarsi del Regno di Dio. Le ultime parole di questo testo profetico sono infatti: il dolore e il gemito scompariranno.
Meditando su quest’ultima immagine e mettendola in relazione con il Natale mi è venuta in mente la metafora del parto: come se il dolore ed il gemito di Dio che si manifesta come una madre nell’atto di partorire una realtà nuova e riconciliata per tutto e per tutti, ci sarà un momento in cui il parto sarà concluso, il dolore ed il gemito verranno meno ed ecco il bambino Gesù sarà nato. Una nascita che come ogni nascita è un miracolo grande, ma che manifesta la volontà e la capacità di salvezza del Signore per il creato intero, di liberare il mondo dalla violenza, dalla malattia, dalla prevaricazione e da ogni forma di gemito, di dolore e di morte possibile.
L’avvento di Gesù Cristo, come anche del Messia atteso d’Israele è per noi oggi una parola che dice la vita e la vitalità che il Signore Iddio nostro ci dona e che ci sana da ogni sofferenza. Possiamo dunque annunciare senza timore: Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi».

Past. Laura Testa

 
We can understand these words at multiple levels, and one that is worth considering first is historical: Israel after the Jerusalem Temple had been destroyed, was deported to Babylon and experienced for the first time a Messianic hope in the advent of Cyrus of Persia. Israel had experienced what the biblical prophets, called the abomination of desolation: memories were the last thing that was left to Israel. Isaiah offers a different message to the deportees, there is still a hope, tell the good news and encourage those who are tired, because the journey is still long and the Lord’s work is not done yet. There is a consolation that is also an exhortation to remain strong and not to fear about the future, because the future is redeemed by the Lord. God himself will come and save you. Israel, therefore, walks through the desert, the place of the journey and growth par excellence. Even the deaf will hear the word which says that salvation comes, and the blind can see the way. The blind will see the land flourish and the deaf will hear the announcement of liberation. All those who physically could not undertake the return journey, will jump like deer. This poetic image has the strength to tell how big is the restoration that the Lord brings to Israel. And finally the tongue of the dumb sings. The coming of the Lord will produce sounds and festive hymns where before there was silence and desolation.
I believe that the ‘effectiveness of these words also apply to us who read this text, us who are waiting for the coming of our Messiah and Savior Jesus Christ. This messianic hope in the advent of the Savior is the hope that we share with Israel. But what is this joy, this great hope that is in the world since Christmas?
I believe it is the same that Israel already experienced in faith in the desert while he was returning to Jerusalem from Babylon. That was certainly not an easy path indeed, in the desert you can be attacked by bandits or by wild beasts, and you can even die of starvation, hunger or thirst in the cold of the night, or under the scorching sun. But as they draw near to Jerusalem, the Israelites could foresee that their home was near and they who had been deported would soon re-embrace their loved ones. The return is a way back home, a way to get close to each other that occurs at Christmas time, it is a beautiful opportunity, but sometimes that closeness awakens family or personal problems.
At Christmas time we see brothers and sisters who do not talk to each other, parents and children who cannot communicate, lonely people who have no one, or others who suffer from within the drama of depression or physical illness. Even those who have accepted the illness and death as inevitable, can hope and trust in the Lord, asking in prayer for reception, understanding, closeness to the families .. a prayer that sometimes asks a few more days. Along this difficult path the Lord gives us the means to move forward concretely: The Lord indeed will change the geography of the desert: The advent of the Messiah changes the reality in its deepest essence.
The main difference is that where there was death there is now life and that is fully manifested and revealed in its beauty. The prophet says that in the wilderness shall break out waters, and torrents in solitary places; the parched ground shall become a pool, and the thirsty land will be turned into d ‘water sources; in the place where the jackals dwell there will be grass, reeds and rushes.
These poetic images represent the foreshadowing of the return, the purpose of God will be so obvious that there will be no need for directions, so that even fools shall not err therein. A Main road will be followed by all those who have been redeemed. The Lord, your redeemer, the Messiah, the Savior, that we celebrate and proclaim in Christ Jesus, encompasses our human reality and our physical reality.
Finally the prospect of salvation is for the whole creation. While meditating on this last image, and linking it to Christmas, I’ve come up with the birth metaphor: God that reveals as a mother in the act of giving birth to a new reality: there will be a time when the pain and groaning will be no more and that time is when the baby Jesus is born. A birth like every birth is a great miracle.
The advent of Jesus Christ, as well as the expected Messiah of Israel, is for us today a word that tells the life and the vitality: the Lord our God heals the whole creations from all sufferings. Let’s therefore announce without fear: Strengthen the weak hands, strengthened the feeble knees Say to those with fearful hearts, “Be strong, fear not! Here is your God! It will come with vengeance, the recompense of God; he will come and save you. “

Lettera del Pastore William Jourdan, sovrintendente del VII circuito della Chiesa valdese e metodista alle chiese del circuito in occasione del Natale.

La Parola è
diventata carne
e ha abitato per un
tempo fra di noi, e noi
abbiamo contemplato
la sua gloria

Giovanni 1,14

«Egli viene, viene fino a te. Sì, per davvero, tu non vai da lui né lo vai a prendere. È troppo alto per te, e troppo lontano. Tutta la tua ricchezza e intelligenza, tutto il tuo impegno e la tua fatica non ti porteranno vicino a lui, in modo che tu non ti vanti che il tuo merito e il tuo valore l’hanno portato a te. Caro amico, tutti i tuoi meriti e il tuo valore sono abbattuti, e non c’è dalla tua parte nulla se non una completa mancanza di merito, e dalla sua parte c’è pura la grazia e la misericordia».

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
le parole che sono riportate all’inizio di questa lettera sono tratte da un sermone di Martin Lutero per il tempo dell’Avvento del 1522 …

Cliccare per leggere il documento completo:

Lettera Natale 2016

Convention metodista di Natale domenica 18 dicembre a Pordenone.

Avrà luogo domenica prossima, con inizio alle ore 10 e termine alle 13 la consueta convention natalizia metodista del Nord-Est Italia, presso la CHIESA CRISTIANA EVANGELICA in  Via della Comina, 27 a PORDENONE. Un bus partirà da Porta Vescovo a Verona alle ore 7.30. Le comunità coinvolte sono quelle di Verona, Vicenza, Bassano, Pordenone, Treviso, Conegliano ed Udine. Sono attesi circa duecento sorelle e fratelli delle comunità metodiste e valdesi in quella che è non solo la celebrazione di un culto ma che costituisce anche l’occasione di ritrovarsi e stare insieme. Evento che coinvolge grandemente la componente ghanese della nostra chiesa, ma non solo. Ecco, lo “stare insieme” anima la convention; insieme, uniti in Cristo ritrovando amici e conoscenti che magari non si vedono da tempo, insieme, metodisti e valdesi, insieme, africani ed italiani, nello spirito di Essere Chiesa Insieme.

Per una ragione, semplice : “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. ” (1 Cor 12,12).

Quanto viene condiviso è in particolare la gioia, l’incontro col Signore e coi fratelli e le sorelle, nello spirito e nella cultura della condivisione della fede. L’intera comunità ghanese del Nord-est si sposta per incontrarsi seguendo in questo l’esempio di Wesley, che viaggiava per conoscere persone e comunità, confortare, portare la Parola. Il culto sarà celebrato dal Pastore George Ennin, ed il coro nazionale metodista, composto dai vari cori locali contribuirà alla gioia nella lode del Signore.

Stupendo l’augurio che le sorelle ed i fratelli ghanesi  si scambiano in occasione del ritrovo natalizio e che bene esprime fede e desiderio di incontrarsi nella sentita speranza che per il prossimo tutto vada per il meglio : “Afehya pa!”, cui si risponde con :”Ale no betu y3n” (la cifra “3” non è un refuso è usata come carattere nella lingua twi). Poche parole ma dense di significato: all’augurio “Buon reincontro annuale”, la risposta che è possibile tradurre solo ricorrendo a più termini intende: “l’anno prossimo desidero proprio rivederti nella speranza che ci sia qualcosa di bello da festeggiare ancora e nell’augurio che Dio ti sia vicino e  ti dia del bene!”