LETTURE BIBLICHE: Luca 18,31-34; Romani 4,18-22; Luca 18,35-43

31 Poi, prese con sé i dodici, e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e saranno compiute riguardo al Figlio dell’uomo tutte le cose scritte dai profeti; 32 perché egli sarà consegnato ai pagani, e sarà schernito e oltraggiato e gli sputeranno addosso; 33 e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma il terzo giorno risusciterà». 34 Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.
Luca 18,31-34

18 Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». 19 Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; 20 davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio, 21 pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo. 22 Perciò gli fu messo in conto come giustizia.
Romani 4,18-22

35 Com’egli si avvicinava a Gerico, un cieco che sedeva presso la strada, mendicando, 36 udì la folla che passava, e domandò che cosa fosse. 37 Gli fecero sapere che passava Gesù il Nazareno. 38 Allora egli gridò: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 39 E quelli che precedevano lo sgridavano perché tacesse; ma lui gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 40 Gesù, fermatosi, comandò che il cieco fosse condotto a lui; e, quando gli fu vicino, gli domandò: 41 «Che vuoi che io ti faccia?» Egli disse: «Signore, che io ricuperi la vista». 42 E Gesù gli disse: «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». 43 Nello stesso momento ricuperò la vista, e lo seguiva glorificando Dio; e tutto il popolo, visto ciò, diede lode a Dio.
Luca 18,35-43

Il racconto di oggi, tra i più amati e conosciuti del Nuovo Testamento, ci narra la storia di una conversione: si tratta della vicenda di un cieco che vive ai margini della società, dipendente dalla generosità altrui, e che diventa invece protagonista della propria vita, un uomo che sa cercare Gesù, che si lascia trasformare dall’incontro e che infine diventa artefice della conversione di altri.
All’inizio della scena Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove sta andando a vivere la propria passione ed è circondato da gente che lo ama e lo esalta, ma che non ha ancora capito nulla di quello che lui dice e non ha ancora accettato cosa significhi essere discepoli di Gesù. Luca infatti ci dice:
Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.
Uomini e donne che sentono e vedono con i loro corpi, ma che non riescono a capire nulla di quello che pur odono e vedono. Cioè uomini e donne che vedono, ma che in realtà sono ciechi, ancora incapaci di una vera conversione.
E noi a chi assomigliamo di più? A coloro che stanno accanto a Gesù e lo glorificano o a coloro che ne stanno lontani perché non vedono e non capiscono?
Un cieco dunque era seduto sul ciglio della strada, ai confini della vita, e coglie che qualcosa sta succedendo. Sente l’emozione della folla, il tramestio e vuole partecipare, forse non vuole più rimanere ai margini. Forse è questo il momento in cui comincia il suo percorso verso Gesù e la fede. Intuisce che sta succedendo qualcosa ma è seduto, è cieco e quindi chiede che gli si dica chi sta passando. Un uomo fermo e cieco: quante volte anche noi siamo fermi nelle nostre posizioni, come paralizzati? E ciechi: ciechi di fronte all’evidenza del nostro immobilismo, ciechi di fronte ai malati, ai prigionieri, ai poveri che ci chiedono aiuto e che noi neppure vediamo e sentiamo. Anche noi spesso ci accontentiamo di vivere sul ciglio della strada e aspettiamo quello che arriva.
Ma il cieco non si accontenta più, vuole vedere e quindi grida, chiama, invoca: è un grido quasi inarticolato, è un’accorata richiesta d’aiuto. Signore sono qui, forse non riesci a vedermi, ma io ci sono, abbi pietà di me. Signore, volgi il tuo sguardo, sono qui. Ma la folla lo zittisce: dà fastidio questo grido, spezza l’equilibrio, nuoce all’immagine di calma e tranquillità che vorremmo nel nostro mondo, spezza il nostro equilibrio. La folla non vuole essere turbata, non vuole emozioni forti, non vuole confusione. Anche il mondo che ci circonda, anche la nostra bella società non vuole essere disturbata: niente grida, per carità! Niente voci nel deserto, che spezzino il nostro equilibrio, la nostra pace. Lavoriamo, ci occupiamo dei nostri figli, siamo brave persone, zittiamo queste grida, questo rumore che ci infastidisce.
Ma il cieco non si lascia zittire, anzi, grida più forte: Signore, abbia pietà di me! Signore sono qui, schiacciato dal mio quieto vivere, schiacciato dalla quotidianità, schiacciato dall’abitudine: Signore, vieni e liberami! Liberami dal mio bisogno di quiete, liberami dalla paura di affrontare la vita. Ascolta la mia voce, o Signore!
E Gesù lo sente. Gesù si ferma e lo accoglie. Ecco la grande, straordinaria notizia: Gesù si ferma e vuole ascoltarlo. Quando urliamo il nostro dolore, la nostra fatica, il Signore ci sente, anche se il frastuono che ci circonda ci induce a pensare che non possa sentirci, che sia distratto, che anche Lui, come noi, sia distolto dal rumore. E invece, Gesù lo sente e si ferma e vuole parlare con lui. E gli chiede «Che vuoi che io ti faccia?». Perché glielo chiede? Forse Gesù non era in grado di sapere che un cieco vuole la vista? Forse non è in grado di conoscere i nostri desideri prima che li formuliamo? E allora perché glielo chiede, secondo voi?
Glielo chiede perché Dio non ci impone la sua guarigione, Dio non ci guarisce se noi non lo vogliamo. Aspetta che noi lo desideriamo. Aspetta che noi lo chiediamo perché la sua guarigione significa prendere insieme a Lui la strada per Gerusalemme, la strada per la passione, per la croce. Il nostro Signore non è un Dio che si impone: è un Dio che ci aspetta e ci accoglie, un Dio che vuole ristabilire l’ordine e l’armonia che abbiamo perduto, ma che sa aspettare i nostri tempi, che sa accogliere la nostra fatica, è un Dio che quando chiamiamo ci chiede «Che vuoi che io ti faccia?»
E dunque Gesù nel silenzio che improvvisamente deve essersi creato intorno a lui e al cieco, silenzio attonito, di chi non capisce, di chi non si aspettava questa improvvisa svolta nella scena, domanda al cieco cosa voglia. E il cieco, ormai calmo, che non ha più bisogno di urlare perché è al cospetto del Signore, domanda di recuperare la vista. Domanda la guarigione. Non è come il giovane ricco, non è come tanto spesso siamo noi, accetta la guarigione e dunque la chiede. Essa significherà non potersi più nascondere, significherà accettare di vedere con gli occhi del Signore, cioè di vedere anche quello che non vorremmo vedere, anche quello che ci fa male, o ci spaventa, significa accettare la croce e tutte le sue conseguenze. Recuperare la vista significa non voler più dipendere dagli altri, significa affidarsi al Signore assumendosi la responsabilità della propria vita.
E Gesù gli dice «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». Perché Gesù menziona la fede? Quale fede? Abbiamo visto che il cieco prima è curioso, poi grida e nella difficoltà grida più forte, cioè persevera. Sembra tutto inutile, ma lui insiste e piano piano può passare dal grido al dialogo e infine con fede può chiedere la guarigione: egli vuole vedere, vuole essere un uomo fino in fondo, vuole ricevere da Dio la possibilità di seguirlo. E così il cieco, immobile sul ciglio della vita, diventa un discepolo che segue Gesù e glorificando Dio ne diventa un testimone efficace, un testimone che porta la folla dell’inizio del racconto a diventare popolo e a lodare Dio. La folla, infatti, nella prima scena faceva da schermo, impediva al cieco di avvicinarsi a Gesù, mentre alla fine diventa popolo. Insieme al cieco, anche la folla si trasforma e si converte, diventando popolo di Dio.
Il Signore non ci forza, non ci trascina, ma ci chiede molto: come Abramo che concepisce un figlio quando è ormai vicino alla morte, anche noi dobbiamo credere alla vita che vince la morte. La fede è infatti la fiducia che noi possiamo ricevere in dono la salvezza: cioè la vista nonostante la nostra cecità, l’agilità del movimento, nonostante la nostra paralisi, la fertilità, nonostante la nostra vecchiaia, la vita nonostante la morte.
Amen!
Erica Sfredda

LETTURE BIBLICHE: Romani 4,1-5.13-17
1 Che diremo dunque che il nostro antenato Abraamo abbia ottenuto secondo la carne? 2 Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi; ma non davanti a Dio; 3 infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». 4 Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; 5 mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia. 13 Infatti la promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abraamo o alla sua discendenza in base alla legge, ma in base alla giustizia che viene dalla fede. 14 Perché, se diventano eredi quelli che si fondano sulla legge, la fede è resa vana e la promessa è annullata; 15 poiché la legge produce ira; ma dove non c’è legge, non c’è neppure trasgressione. 16 Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia; in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza; non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede d’Abraamo. Egli è padre di noi tutti 17 (com’è scritto: «Io ti ho costituito padre di molte nazioni») davanti a colui nel quale credette, Dio, che fa rivivere i morti, e chiama all’esistenza le cose che non sono. (Rm 4,1-5.13-17)

Care sorelle e cari fratelli,
Giustificati! Cosa significa esattamente? Cosa significa essere giusti davanti a Dio? GIUSTI davanti a Dio, chi può esserlo? E … se si può esserlo, come? Soprattutto: che significato ha nella nostra vita di ogni giorno, essere giusti. Il brano di Paolo è celeberrimo sia per tutta la cristianità in generale che per noi protestanti in particolare. Questi versetti diverranno un caposaldo della Riforma di Lutero: la salvezza per grazia attraverso la fede. Vediamo di comprendere cosa intendeva dire Paolo ai suoi contemporanei della città di Roma, cosa ha inteso leggervi Lutero e qual’è il messaggio eterno, che parla ad ognuno di noi, oggi, qui e per sempre.
Paolo scrive ad una comunità che non conosce personalmente, che non ha fondato; vorrebbe visitarla ed invia loro quella lettera che costituirà una vera summa per il pensiero cristiano, la lettera ai romani appunto. Intende presentare il proprio pensiero, il Vangelo che ha ricevuto e come lo ha inteso. La comunità di Roma è composta in prevalenza da giudeo-cristiani, provengono dalla fede ebraica, non dal paganesimo, conoscono quindi molto bene i testi sacri ed anche le idee che animano il mondo giudaico, in Palestina e fuori. Uno dei problemi maggiormente sentiti è proprio quello della salvezza. Chi si salverà? Pochi, molto pochi. L’idea, in particolare della corrente farisaica, da cui Paolo proveniva era che la salvezza fosse “affare di pochi”. I meriti, le opere era indispensabili, una giustizia quella di Dio paragonabile a quella di un tribunale, severo, che pone sulla bilancia quanto si è o meno fatto, un esiguo numero di persone poteva salvarsi.
A fronte di questo qual’è il messaggio di Paolo? Qual’è il messaggio del cristianesimo? Nel Vangelo di Marco è detto che “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” . Perché molti? Perché non tutti? Cristo è venuto per la salvezza dei molti , non tutti, non per esclusione ma perché se pochi sono quelli che si salvano, “i molti” sono i peccatori. Il movimento cristiano si concentra sui molti che non si salvano, perché non offrire la salvezza sarebbe in contraddizione con la misericordia di Dio. Questo quindi è quanto il cristianesimo primitivo annuncia: NON E’ VERO CHE quando viene il giudizio pochi si salvano e molti no. NON E’ VERO CHE DIPENDE DA QUANTO FAI, DALLE TUE FORZE. E’ VERO CHE DIPENDE DALLA GRAZIA DI DIO, DALLA SUA MISERICORDIA. Pensiamo alla Parabola dei lavoratori nella vigna di Matteo: la salvezza è per chi ha lavorato tutto il giorno ma anche per chi ha lavorato meno: Dio è misericordioso , che ti importa se ha lavorato meno ore? La tradizione farisaica si concentra sullo sforzo anche se fatica di poche ore, per i cristiani il focus è sull’aiuto gratuito di Dio. Questo dice Paolo nella lettura di oggi dalla lettera ai Romani: Abramo fu giustificato per fede, non per le opere. Abramo è padre di tutti noi, in Genesi 12 è scritto: “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra.” . A noi quindi, noi, qui, oggi viene annunciato da Paolo che quell’eredità è nostra “per fede affinché sia per grazia”. La giustificazione per Paolo: cosa significa in breve? Che rivolgendosi ad un malato prima lo si deve guarire: dargli le gambe, poi può camminare, se non ha le gambe non può . Il Signore PRIMA ci guarisce, ci dà il suo perdono e POI noi possiamo attingere a questa immensa risorsa che è il suo perdono per spendere una vita che è piena della SUA grazia, della SUA forza, del SUO amore, come lui ci ha insegnato: AMANDO, perché siamo stati amati per primi.
La Riforma prenderà molto seriamente il messaggio di Cristo in Paolo. In un mondo ancora medioevale, pervaso dal terrore della dannazione, del castigo eterno, dove spesso la propria incapacità di essere perfetti getta nella disperazione le persone, sorge come un’alba il messaggio di Lutero: la giustizia di Dio non è quella che appartiene a Dio come sua caratteristica, lo è certo, giusto, ma in questo caso Lutero intende la giustizia di Dio in quanto è quella che PROVIENE da Dio, che DIO CI DONA, rendendoci giusti. Cosa vuol dire che Dio ci dona questa giustizia? Lutero utilizza un linguaggio giuridico: intende spiegare che la POTENZA della Grazia risiede COMPLETAMENTE, TOTALMENTE nel fatto che è Dio che pronuncia la parola di assoluzione. La giustizia viene quindi attribuita , l’imputato e’ dichiarato giusto dal giudice, anche se magari non lo è in realtà. TUTTO il peso dell’evento sta nella parola pronunciata non nell’imputato, per sottolineare che è un radicale dono. Il Riformatore annuncia che Dio è libero e che la sua grazia è INCONDIZIONATA, senza se e senza ma, diremmo oggi. Ecco cosa è la salvezza per grazia mediante la fede, nonostante i nostri sbagli, i nostri errori , la nostra miseria c’è una misericordia che ci cerca, che ci viene vicino, che ci salva, INDIPENDENTEMENTE dal mio operato , perché fin quando ci sono di mezzo io, sono rovinato.
Tutto bene quindi? Possiamo fare quello che vogliamo, tanto siamo salvi? Era l’accusa rivolta ai primi protestanti, “Quelli ? Non hanno bisogno di fare del bene, anzi, ritengono di potersi comportare nei modi peggiori … non temono la giustizia di Dio!”. Intendiamoci, accusa non priva di un fondo di verità, per certi aspetti: un teologo evangelico, Dietrich Bonhoeffer, Pastore luterano, impiccato dai nazisti nel 1945 in un campo di concentramento per la sua fattiva opposizione al nazismo, avrebbe parlato 400 anni più tardi di Lutero di “Grazia a buon mercato”, quella di chi ritiene che il perdono non abbia implicazioni nella nostra vita. Potremmo anche dire che se la grazia è costata cara, la croce di Cristo, non possiamo pensare che la fede, quella vera, che è la FIDUCIA in DIO, non cambi nulla, non si è perdonati inutilmente! Il perdono, per sua natura, fruttifica. Su una cosa però i detrattori della Riforma avevano ragione al 100%: non abbiamo paura, NON ABBIAMO PAURA. Non temiamo un Dio giudice lontano, abbiamo FIDUCIA nelle promesse divine, in un Dio che è amore e misericordia che ci cerca, che ci salva, che nel farlo ci rende suoi strumenti. Strumenti imperfetti, limitati, ma in mano a Dio , perché? Perché siamo in CRISTO, perché, sempre secondo Paolo siamo nuove creature! Ri-nati. <

Allora :
-se non abbiamo paura di un giudice col pallottoliere
-se siamo liberati da un perdono gratuito
-se siamo salvati da una grazia incondizionata
-se siamo creature nuove
-se (come di Paolo al capitolo 8 della lettera ai Romani) “né morte, né vita, né principati, né cose presenti, né cose future … né alcun altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”
-se tutte queste cose sono vere: non temiamo nemmeno la nostra debolezza. Sempre l’apostolo Paolo lo dice nella seconda lettera ai Corinzi: “Ti basta la mia grazia, la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” ed ancora dice Paolo, “… quando sono debole, è allora che sono forte”. Lo scrive Paolo, che non è stato guarito dalla sua malattia, dalla sapienza nella carne che lo tormenta, che ha subito lapidazioni, processi, prigionia. Quando sono debole è allora che sono forte. Non avere paura, forza nella debolezza, in sostanza significa essere liberi dall’affanno del dover fare, del dover dimostrare. Dimostrare a chi? Sapete qual’è la vera condanna della legge? La vera condanna della legge è quella della legge che RITENGO DI DOVER RISPETTARE per dimostrare qualcosa agli altri, alla società, o a me stesso. Poi arriva Qualcuno, con la Q maiuscola che dice : “Guarda così non ottieni nulla, perché allora hai già la tua ricompensa” e ci spiazza, sbaraglia queste finte sicurezze. Kurt Marti, pastore e poeta svizzero recentemente mancato in una sua poesia parla di ” Un mondo che si scardina per troppa efficienza”, che è una immagine efficace della nostra realtà e che magari siamo tentati di trasporre nella nostra relazione con Dio. Come raggiungo un obiettivo lavorativo, sociale, sportivo, allo stesso modo penso di raggiungere la salvezza; poi arriva ancora Qualcuno, quello di prima che ci dice: “non hai capito, il mio perdono non e’ una tua conquista, non è subordinato alle tue azioni o a quello che tu ritieni giusto”. Noi in un mondo che misura tutto sull’efficienza, non abbiamo quest’ansia, non dobbiamo conquistare il cielo. Allora cosa dobbiamo fare? Come ci comportiamo? Torniamo a citare una poesia di Kurt Marti dal titolo “GIUSTO”: ” Mai ho capito che cosa significa giusto davanti a Dio. Paolo è grande e forse Lutero. Io però resto confuso , giusto davanti a Dio? Non sarebbe meglio se fossimo giusti gli uni per gli altri? ”
Ecco che allora la domanda di prima “cosa dobbiamo fare” rivolgiamola a Dio, non a noi stessi! A Dio, ma come? Abbandonati ai nostri pensieri? Soli davanti alla nostra coscienza? La nostra coscienza, grande pensiero della Riforma, che le diede un valore che prima non aveva. la nostra coscienza che ci RESPONSABILIZZA, perché non è una scatola vuota dove si agitano i nostri pensieri ma è lo spazio in cui DIO AGISCE. Come lo fa? Lutero , nel 1521, convocato di fronte la dieta imperiale di Worms ebbe a dire: ” sono vinto dalla mia coscienza e prigioniero della Parola di Dio (…) perciò, non posso né voglio ritrattarmi, poiché non è sicuro né salutare fare alcunché contro la coscienza. Dio mi aiuti (…) non posso altrimenti!».
Ecco un violino, se è tale, in mano ad un Maestro non può non suonare la sua melodia, deve solo lasciare scorrere l’archetto , lasciare agire le sapienti dita del musicista e l’aria intorno non sarà più la stessa, non possiamo altrimenti!

Alessandro Serena

LETTURE BIBLICHE: Ecclesiaste 3,1-8; Luca 10: 38-42

Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare, un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Ecclesiaste 3,1-8

Or mentre essi erano in cammino, Egli entrò in un villaggio; e una certa donna, per nome Marta, lo ricevette in casa sua. Ell’avea una sorella chiamata Maria la quale, postasi a sedere a’ piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta era affaccendata intorno a molti servigi; e venne disse: Signore, non t’importa che mia sorella m’abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore, rispondendo, le disse: “Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di molte cose, ma di una cosa fa bisogno. E Maria ha scelto la buona parte che non le sarà tolta”.

Luca 10: 38-42

Conosciamo tutti le due sorelle di Betania, Marta e Maria, due donne che amavano profondamente Gesù e per le quali anche Gesù nutriva della tenerezza. Due sorelle, come si è detto, abituate a vivere nella stessa casa, probabilmente avvezze a condividere tutto: gioie e dolori, fatiche e necessità della vita. Profondamente unite e vicine, dunque, ma anche profondamente lontane e separate. Nell’episodio che abbiamo letto oggi Marta svolgeva il ruolo tradizionale della padrona di casa e della massaia, un ruolo operativo, della cui importanza siamo tutti consapevoli; mentre Maria, incarnava una funzione nuova e senz’altro inusuale per una donna a quei tempi: stare ai piedi di un Maestro, infatti, significava nel linguaggio dell’epoca esserne un discepolo. Maria era dunque una discepola, una donna che seguiva senza timore il suo Maestro, pur vivendo in una terra, la Palestina, dove questa opportunità non era certo concessa quando il maestro era per esempio un rabbino.

Maria stava ai piedi di Gesù, dimentica di tutto, perfino dell’ospitalità dovuta ad un ospite di grande riguardo, in un mondo, oltretutto, dove questa era sicuramente un valore e un dovere assoluti, una società in cui l’ospite era considerato sacro e andava accolto e servito anche a costo di privarsi del necessario, dell’indispensabile, come tanti altri episodi del Nuovo e dell’Antico Testamento ci testimoniano. Marta, invece, era molto affaccendata, iperattiva, probabilmente instancabile, ma anche frustrata e gelosa della sorella, che invece che aiutarla, restava seduta ad ascoltare il Maestro. Marta, evidentemente, sentiva maggiormente l’importanza e la necessità dell’azione e ne era talmente assorbita da dimenticarsi di ascoltare il Signore.

E così, tutta la sua attività diventa in qualche modo fine a se stessa, si trasforma in frenesia, e il suo desiderio generoso di essere ospitale si trasforma in nervosismo e mugugni, che infine si riversano su Maria. L’essere attiva ritiene le dia il diritto di giudicare la sorella e vuole che questo sia fatto pubblicamente. Probabilmente nelle parole di Marta c’è anche l’eco dello scandalo dato dal fatto che Maria – una donna – ha scelto di fermarsi e di meditare ascoltando il Suo Signore. Una donna che, secondo i dettami culturali e religiosi dei suoi tempi, non aveva certo bisogno di vivere una vita spirituale, ma al contrario doveva mettersi al servizio della comunità, in particolare di quella maschile. Marta non sceglie, infatti, una modalità discreta per farsi aiutare dalla sorella, ma ricorre direttamente a Gesù, lamentandosi del comportamento di Maria e chiedendoGli di riprenderla. Molti di noi hanno probabilmente sentito simpatia e vicinanza con Marta: noi quotidianamente impegnati in mille lavori, sempre senza fiato, sempre di corsa, ma con l’intima convinzione di stare facendo il nostro dovere, di essere dalla parte giusta, o quanto meno di non avere scelta. Noi così spesso giudicanti, così intimamente convinti di non poter fare a meno del nostro intenso lavoro, nonostante esso ci distolga, ogni tanto dalla famiglia, oltre che da una visione più sana e integrata di noi stessi e del nostro corpo ma soprattutto dal Signore. Crediamo di lavorare al Suo servizio e ci dimentichiamo di pregare, pensiamo di essere degli ottimi cristiani e ci dimentichiamo di leggere quotidianamente la Bibbia. Oppure ci diciamo che naturalmente vorremmo farlo, se solo ne avessimo il tempo. Anzi ci arrabbiamo con chi ci ricorda che dovremmo dedicare più tempo al Signore, ci sentiamo incompresi e maltrattati!

Ma dobbiamo leggere con attenzione questo testo e accettare che Gesù ribalti completamente la situazione e, incredibilmente, condanni il nostro iperattivismo, il nostro essere sempre di corsa, sempre efficienti, il nostro voler tenere tutto sotto controllo impegnandoci al massimo.

Ma allora dobbiamo abbandonare tutto, dedicarci alla contemplazione, all’ascesi, al dolce far niente? In effetti Marta e Maria sono state spesso viste come rappresentazioni della persona attiva e di quella contemplativa, e alcuni quindi hanno letto questo brano come una presa di posizione di Gesù per l’una contro l’altra. In particolare nel Medioevo era questa l’interpretazione più frequente. Ma io credo che potremmo leggere la vicenda innanzitutto ricordando che Marta è presente anche in altri brani, come quello, fondamentale, in cui Gesù arriva, dopo la morte di Lazzaro, e sarà proprio Marta la prima a incontrare il Maestro e a dichiarare la propria fede in Lui. Inoltre l’episodio di Marta e Maria segue immediatamente quello del buon samaritano, che si conclude con l’esortazione di Gesù “Va’ e fa tu il simigliante”: la sequela di Gesù non è quindi fatta solo di preghiera e contemplazione, ma anche di azione forte ed efficace.

E quindi, come dobbiamo interpretare questi due episodi, come dobbiamo vivere la nostra vita di fede? Forse la vicinanza di questi due episodi in Luca può farci supporre che il messaggio sia unico: e che quindi dobbiamo stare attenti a non separare il fare dalla spiritualità, dall’adesione interiore alla fede, dall’ascolto profondo, il fare non deve essere fine a se stesso, non deve farci dimenticare la nostra interiorità. Non si tratta quindi della superiorità dell’una o dell’altra, ma della necessità in ogni momento della vita, in ogni situazione, della profonda consapevolezza della presenza di Dio. In ogni momento il cuore deve restare aperto e in ascolto. Marta è, come spesso accade anche a noi, totalmente sopraffatta dall’azione, ha perso la consapevolezza di sé e quindi la consapevolezza della presenza del Signore, ha, inavvertitamente, chiuso il canale dell’ascolto. Potremmo aggiungere, insieme all’Ecclesiaste, che c’è un tempo per fare e c’è un tempo per pregare, c’è un tempo per parlare e un tempo per ascoltare, ma che sta a noi saperli dosare, saperli vivere entrambi con profondità, ma anche con discernimento.

Anche nelle nostre comunità, così come nella nostra vita personale, facciamo fatica a integrare diaconia e vita spirituale, come se non fossero l’una il nutrimento dell’altra, l’una sorella e parte integrante dell’altra. Una vita totalmente dedita alla spiritualità che non conosce impegno è una vita che ha tradito la sequela di Cristo, sequela che ci impone di lavorare, di sporcarci le mani per chiunque sia nostro fratello, quindi per qualsiasi uomo o donna il Signore ci abbia fatto incontrare. Ma una vita esclusivamente dedita alla diaconia è una vita che ha perso di vista il proprio fondamento, è una vita che si auto-alimenta e quindi si nutre di egocentrismo e per la quale il solo premio sarà il riconoscimento di chi ci sta accanto. Dobbiamo quindi impedire a noi stessi di essere completamente presi dal fare, dall’agire: non conta se si è al lavoro, in ufficio, in cucina, o in chiesa: in tutti questi luoghi si può essere totalmente centrati nella propria spiritualità, consapevoli dell’ascolto della Parola, oppure assorbiti dalla frenesia dell’azione, dall’esteriorità. Il Signore ci chiede di agire, ma anche di restare in ascolto, di stare seduti ai Suoi piedi e di scegliere la parte che non ci sarà tolta. Amen!

Erica Sfredda

In una chiesa gremita di pubblico a Verona è stata celebrata la festa della laicità e della libertà religiosa. Nella prospettiva storica che unisce il rogo di Giordano Bruno alle lettere patenti che concessero la libertà ai valdesi si è guardato alla Europa contemporanea in cui rigurgiti identitari si tingono di religione.

Il mensile Confronti insieme alle Comunità cristiane di base ha organizzato l’incontro promosso dalla locale chiesa valdese. Gli oratori, giornalisti di Confronti, hanno indicato la reale possibilità per le chiese, di superare la crisi del secolarismo. Luigi Sandri ha affermato che la chiave per uscire da questa contraddizione la troveremo nella laicità. Laicità significa nudità, consapevolezza che non abbiamo un “Dio extra”. La laicità che affonda le sue radici nell’illuminismo ed è una grande benedizione. La crisi delle chiese in questa Europa secolarizzata, invece di generare chiusure, va vissuta come una grande opportunità. Tanto più in questa Europa multi religiosa, in cui non tornerà la societas cristiana. Claudio Paravati ha sottolineato che in Africa e in sud America la religiosità è in crescita, in Europa la pax economica non ha visto il trionfo della secolarizzazione, ma l’approfondirsi delle fratture. Fratture generazionali e fratture nazionalistiche. In questa Europa post-secolare la spiritualità non sparisce, ma emerge come un patchwork in cui ciascuno prende da sorgenti differenti quello che risponde alla sua ricerca. Resta aperta la questione : “Come evangelizzare in questa Europa post-secolare?” Senza abbattersi è necessario lavorare sullo scarto generazionale, rispondere alle diverse esigenze spirituali, affrontando i problemi teologici che via via sorgeranno. A conclusione della serata un momento conviviale ha permesso uno scambio esteso di esperienze.

 

  Ruggero Mica

I sacramenti

Opportuno prima di entrare nel tema del battesimo, affrontare l’argomento del sacramento in generale. Il termine latino “sacramentum” che ci viene dalla vulgata di Girolamo, traduce l’originale greco “mysterion”, che non intende tuttavia indicare i gesti simbolici della Chiesa come li conosciamo. Nel Nuovo Testamento descrive infatti altre situazioni: il destino di Israele, il rapporto tra Cristo e la Chiesa, il regno di Dio. I termine non è mai associato al battesimo ed alla Cena del Signore (1).
E’ a partire da Agostino che assistiamo ad una teologia sacramentale. Per il vescovo di Ippona i sacramenti sono “segni visibili di una grazia invisibile” , il sacramento è quindi l’evento costituito da un elemento che riceve significato in quanto associato alla parola di Dio (2). Nella definizione del catechismo di Heidelberg alla domanda: ”Che cosa sono i sacramenti?” leggiamo nella risposta “Sono santi segni e suggelli visibili, istituiti da Dio…”(3). In quanto segni rimandano quindi a qualcosa di più grande, in quanto suggello confermano un patto, una promessa. Se da un lato quindi ci richiamano alla morte e resurrezione di Gesù, nel cui nome siamo battezzati, dall’altro confermano la promessa del perdono dei peccati e la vita eterna (4). Il sacramento è considerato un mezzo di grazia.
La teologia agostiniana verrà poi interpretata in maniera non uniforme: grazia presente in maniera reale, per altri in maniera simbolica: indicata e non contenuta nel sacramento. A fronte del pericolo di un automatismo della dimensione sacramentale (nella Cena abbiamo una realtà sostanziale per il cattolicesimo) la Riforma reagirà collegando strettamente il sacramento e la predicazione della parola. Il sacramento quindi come verbum visibile, che in quanto tale è quindi lontano da una mera comunicazione di concetti, poiché la parola è sempre irruzione di Dio nella storia. Anche all’interno del protestantesimo avremmo però rilevato ben presto posizioni difformi. Se Lutero afferma una presenza reale ma con l’accento sul rapporto con la predicazione, Zwingli parlerà di presenza simbolica mentre Calvino, più sfumato rispetto a Lutero pone enfasi sul ruolo dello Spirito. Diversità circoscritte da un’unica intenzione evangelica: impedire un materialismo della grazia, che potrebbe assumere i tratti della superstizione.
Il numero dei sacramenti è oggetto di dissenso. Battesimo e Cena del Signore, in quanto riferiti alla volontà di Cristo e posti su un piano particolare , secondo il Nuovo Testamento, sono gli unici riconosciuti in ambito protestante mentre da parte cattolica si ritengono essere sette i sacramenti: oltre ai due citati la confermazione, la penitenza, il matrimonio, l’unzione degli infermi, l’ordine.
Il battesimo
Gesù non ha mai battezzato. Nemmeno nella parte in cui il vangelo di Giovanni vi fa riferimento (Gv 3,22-23), possiamo trovare un indizio storicamente attendibile, risalendo probabilmente quelle pagine alla polemica dell’estensore del quarto Vangelo nei confronti dei seguaci del Battista. In Matteo è il Gesù risorto che dà il mandato nel nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19), in una formula trinitaria che è indubbiamente frutto della chiesa primitiva.
Nel Nuovo Testamento e nella chiesa dei primi secoli è evidente che il battesimo è compreso come rito penitenziale che segna l’ingresso nella comunità (5). Il catecumeno, dopo un percorso di formazione, muore alla vita vecchia, si riveste di Cristo rinascendo nella comunità cristiana. E’ quindi veicolo di grazia ma anche risposta consapevole del credente. Sarà nei secoli successivi che il battesimo subirà una trasformazione. Successivamente all’editto di Milano di Costantino nel 313 il cristianesimo diverrà religione dell’impero, essere cristiani sarà poi costitutivo dell’essere inseriti nella società del tempo. Di conseguenza prima avviene meglio è. Un primo aspetto sociologico porterà quindi al pedobattismo che si affermerà dal IV secolo in avanti. Una seconda ragione è teologica ed è legata alla dottrina agostiniana del peccato originale. Un peccato che macchia l’intera umanità e che si trasmette ad ognuno per via ereditaria a partire dalla caduta descritta in Genesi 3. Ecco che il battesimo lava questo peccato originale, lavacro inteso come capace di eliminare la conseguenza peggiore del peccato originale, ovvero la lontananza da Dio.
Un pratica, quella del battesimo dei bambini che non poteva, per la sua distanza dalle testimonianze della Scrittura non essere sottoposta a vaglio da parte della Riforma. Sebbene Lutero e Calvino non avessero inteso contestare tale prassi sarà il movimento anabattista (ribattezzatori, come vennero definiti in tono dispregiativo), a prevedere il battesimo dei credenti. Teologicamente la reazione dei riformatori si basava sul fatto che la grazia, essendo libera, non necessitasse della risposta del credente per agire, oltre al fatto che il battesimo dei fanciulli non è vietato dal Nuovo Testamento e che esso rappresenterebbe inoltre un segno del patto , nello spirito della circoncisione dell’Antico Testamento. La risposta anabattista sarà diretta: la grazia è indipendente dal battesimo, il battesimo non esplicitamente vietato è un argomento privo di senso, comunque il battesimo dei bambini non è menzionato nel Nuovo Testamento, come non lo è il concetto di “nuova circoncisione”. Dopo il fallimento di un approccio violento e del regno anabattista a Muenster, duramente represso nel 1535, fu il movimento mennonita (da Menno Simmons, ex sacerdote cattolico) a propugnare gli ideali del battesimo dei credenti. Le chiese battiste, nate nel ‘600 in Inghilterra, appartenenti a quei risvegli che animarono il mondo evangelico nei due secoli successivi, non collegate col movimento anabattista che le aveva precedute, tennero successivamente alto il vessillo del battesimo dei credenti.
Tema questo che si presenta con forza oggi in seno al mondo protestante. Si rileva infatti che se nell’ortodossia e nel cattolicesimo il pedobattismo è una realtà omogenea e condivisa, nell’evangelismo si presentano chiese di orientamento pedobattista -quali quelle luterane, riformate, metodiste, anglicane- e chiese di orientamento battista: mennonite, battiste, avventiste, pentecostali. Anche teologicamente vi sono differenze. Nel cattolicesimo il battesimo dei fanciulli è necessario per via del peccato originale e rappresenta il viatico per divenire membri della Chiesa, liberi dal peccato e rigenerati come figli di Dio. Nelle Chiese luterane, riformate, metodiste si vede nel battesimo una forma della parola di Dio, una modalità dell’annuncio della parola. Il battesimo esprime dunque il dono della grazia di Dio ed il suo accoglimento nella fede (6). Nelle Chiese battiste il battesimo presuppone la confessione di fede e viene amministrato solo ai credenti; non è quindi corretto parlare di battesimo degli adulti in quanto non è l’età la condizione determinante: lo sono la consapevolezza della scelta e la determinazione di vivere alla sequela di Gesù.
Ecco che assistiamo a un “paradosso protestante”. Per quanto concerne il battesimo vi è comunione tra chiesa cattolica, ortodossa e chiese protestanti pedobattiste e non vi è tra le stesse riguardo la Cena del Signore; abbiamo invece comunione tra chiese protestanti pedobattiste e battiste sul tema Cena e non su quello del battesimo. E’ il protestantesimo che deve urgentemente chiarirsi le idee (7). In Italia un passo importante venne compiuto nel 1990 con il reciproco riconoscimento tra le Chiese valdesi e metodiste e l’unione cristiana evangelica battista in Italia (UCEBI). Sul punto cruciale le posizioni restano diverse ma tali diversità non vengono ritenute tali da impedire la comunione ecclesiale. Se l’accordo quindi origina da una ferma volontà ecumenica delle Chiese coinvolte, non supera i problemi teologici. Sarebbero i “frutti del battesimo” a rendere evidente alla comunità battista se un possibile membro, già battezzato nell’infanzia necessiti o meno nuovamente del battesimo. Si presentano due problemi: uno di ordine pratico, come riconoscere i frutti; il secondo di natura teologica, il battesimo non verrebbe ad essere decisivo per il riconoscimento dell’identità cristiana. Problemi irrisolti anche nell’ambito della CPCE (Conferenza delle Chiese Protestanti in Europa) dove nel 2004 un consenso sulla questione battesimale non venne raggiunto.
Molto utile ai fini di una comune soluzione la riflessione del teologo battista britannico Paul S. Fiddes. Identificando le caratteristiche essenziali del battesimo cristiano: la proclamazione della Parola di Dio , la confessione di fede del battezzando e l’immersione, valuta il secondo come fattore critico. Crisi però che viene a risolversi nel momento in cui si considera il battesimo nella valenza di un processo di iniziazione. Infatti anche le chiese pedobattiste richiedono una confessione di fede che si viene con la proposta di Fiddes a considerare parte integrante del battesimo e differita . Un riconoscimento quindi potrebbe avvenire da parte battista , non tanto del battesimo dei fanciulli quanto del processo di iniziazione nel suo insieme. Un impegno al quale dovrebbe corrispondere da parte delle Chiese di tradizione pedobattista la volontà e la capacità di mantenere vivo al proprio interno il dibattito critico sul battesimo dei fanciulli . Le ragioni teologiche per farlo sono eccellenti.
Porsi in discussione risalta come elemento fondamentale nell’ecumenismo: “E’ una lezione ecumenica consolidata: l’autocritica genera l’altrui disponibilità a procedere analogamente; lo stesso vale, purtroppo, per l‘irrigidimento” (8).

Alessandro Serena
1) Ricca P., “La fede cristiana evangelica”, Claudiana Torino, 2012, p. 199.
2) Ferrario F., Jourdan W., “Introduzione all’ecumenismo”, Claudiana Torino, 2009, p. 80.
3) Ricca P., op.cit. p.198.
4) Ivi
5) Ferrario F., Jourdan W., op.cit., p.87.
6) Ferrario F., “Tra crisi e speranza”, Claudiana Torino, 2008, p. 118.
7) Ibidem, p. 130.
8) Ibidem, p. 142

Con  la drammaturgia e la regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo, andrà in scena il 14 marzo 2017, alle ore 21 al teatro Camploy in via Cantarane 32 a Verona, lo spettacolo: “Le 95 tesi, una storia di Lutero” .

Interpreti: Mario Autore, Giuseppe Cerrone, Aniello Mallardo, Alessandro Paschitto, Antonio Piccolo.

Con il patrocinio della Presidenza del consiglio dei ministri, dipartimento della gioventù, lo spettacolo è un’iniziativa del progetto “Napoli città giovane – i giovani costruiscono il futuro della città”, promossa dall’assessorato  alle politiche giovanili e realizzata dall’associazione “Teatro in fabula” .

I biglietti al costo di 5€ sono acquistabili presso la cassa del teatro poco prima dell’inizio dello spettacolo.

 

Vedi locandina: locandina A3

LETTURE BIBLICHE: Ezechiele 45,2 e segg; Matteo 22, 15-22

Ezechiele 45,2

Di questa parte prenderete per il santuario un quadrato di cinquecento per cinquecento cubiti, e cinquanta cubiti per uno spazio libero, tutto intorno.

Matteo 22,15-22

Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.

L’affermazione di Gesù che vi propongo oggi per la nostra riflessione risuona nel contesto di un incontro dove si cerca di trarre in inganno il nazareno. La domanda è tremendamente semplice: «È lecito pagare il tributo a Cesare?». È un gioco al massacro quello in cui si vuole attrarre il Maestro. Gesù si fa dare una moneta : «Mostratemi la moneta del tributo, di chi è l’effigie?». Sulla moneta era raffigurata, con molta probabilità, la testa dell’imperatore con la scritta: «Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto, Pontefice Massimo». Se Gesù avesse risposto: “Pagate il tributo!” si sarebbe schierato con i romani, militari occupanti. Se avesse risposto: “Non pagatelo!” si sarebbe schierato contro i romani. Gesù restituisce l’interrogativo alla coscienza di ciascuno. Questa risposta di Gesù, che da secoli fa discutere, introduce un principio di distinzione. Un conto è lo Stato che garantisce con le armi la pax romana, altro conto è la vita della comunità di credenti. Per quest’ultima c’è un solo assoluto ed è Dio. C’è un solo regno: quello di Dio che relativizza tutti i nostri regni. C’è una sola sacralità ed è quella di Dio. I primi cristiani, furono sterminati per negare la pretesa divinità dell’imperatore, essi volevano rendere il culto soltanto a Dio. Gesù, nel testo di Matteo, indica come occorra distinguere tra potere politico e comunità dei credenti. Questa distinzione, dopo secoli di cristianesimo religione di stato, è stata riscoperta dalla Riforma protestante che ha escluso ogni divinizzazione del potere. Con Calvino il passaggio di legittimità da Dio all’autorità secolare è il Patto. Ed è all’interno del Patto che si stabiliscono i limiti entro cui si deve muovere l’autorità secolare. In caso di infrazioni del Patto devono intervenire i magistrati, affermando il principio che il potere politico non viene da Dio, ma lo attribuisce il popolo. Alcuni secoli dopo, il protestantesimo chiederà l’introduzione del principio giuridico di «Libera Chiesa, in libero Stato »; distinguendo sempre tra relativo ed assoluto, tra Stato e comunità dei credenti . Il credente può, anzi deve, fare politica ma senza divinizzarla. Quando gli immigrati valdesi fecero il loro ingresso in Uruguay nel 1858, sostennero con forza il separatismo fra stato e chiesa. Le loro radici affondavano nel messaggio di Gesù che abbiamo ascoltato . Il loro sforzo, al seguito delle le forze radicali del paese, ottenne nel 1917 la separazione fra stato e chiesa. Oggi diciamo che laicità è il termine chiave per interpretare correttamente la relazione tra Dio e Cesare, contro ogni invadenza della religione nelle istituzioni pubbliche e contro ogni condizionamento del potere politico sulla vita della chiesa. Lo Stato non può diventare ostaggio di una religione, ma nella sua autonomia, deve potere dialogare con tutte le religioni e non regalare all’una un trono e sgabelli alle altre. Come valdesi e metodisti,aggiungiamo che ogni religione si mantenga economicamente da sé e non si faccia mantenere dallo Stato. Ed è per questa ragione che noi NON paghiamo i pastori con i fondi statali dell’otto per mille. La Chiesa la debbono finanziare esclusivamente i fedeli e non i fondi pubblici. Questo è anche il prezzo che bisogna pagare per la nostra libertà. Abbiamo un solo padrone della nostra vita che è il Signore e a Lui rendiamo conto del nostro agire. La nostra piccola chiesa nazionale ha aperto nel 1984, per prima, la strada della attuazione dell’articolo 8 della Costituzione con la Intesa tra stato e chiesa. La libertà religiosa è un bene prezioso che deve restituire chiarezza e consapevolezza dei limiti entro cui le religioni debbono muoversi nella società. Ci dia il Signore la forza di continuare a costruire spazi di libertà, di inclusione e di responsabilità. Lo dobbiamo a quest’ Italia che amiamo, che è assetata di un Evangelo vero, autentico, sobrio. Solo così, in quanto Chiese, possiamo diventare un segno di speranza in un mondo disperato, solo così possiamo avere le carte in regola per agire con una coscienza profetica, per dire la profezia della Parola in un mondo che cerca la religione prevalentemente come copertura delle proprie scelte.

Ruggero Mica

LETTURE BIBLICHE: Esodo 2,23 – 3,8; II Corinzi 4,7-10

Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione. Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele

Esodo 2,23-3,8

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo
II Corinzi 4,7-10

Conosciamo tutti molto bene questo bellissimo brano dell’Antico Testamento. Vediamo in primo luogo che gli israeliti in Egitto erano sottoposti alla schiavitù e “alzavano grida”, grida di dolore e di angoscia, grida che giunsero fino a Dio. E il Signore ne provò compassione e decise di intervenire, anche perché non aveva dimenticato il patto che aveva fatto con Abramo, Isacco e Giacobbe.
Il Signore decide quindi di intervenire e si rivolge a Mosè, colui che era stato salvato dalle acque. Mosè era un giovane ebreo, allevato dalla figlia del faraone nella piena consapevolezza delle proprie origini. Il caso o il destino lo aveva posto in una situazione di assoluto privilegio: non solo era sopravvissuto alla morte che aveva invece colpito tutti i suoi coetanei, ma viveva alla corte del faraone, con tutto quello che questo comportava. Ma Mosè era un giovane giusto, non amava la prepotenza, ed infatti desiderando difendere uno schiavo maltrattato era giunto ad uccidere uno dei guardiani. Gesto insolito e sicuramente fuori luogo per gli stessi ebrei. Non per l’uccisione in sé, probabilmente, ma proprio per il fatto che l’omicidio era stato determinato dal desiderio di difendere uno schiavo. Potremmo fare delle riflessioni su questo, ma si tratterebbe di un altro sermone!
Torniamo dunque a Mosè: ritenendosi in pericolo, era stato costretto a fuggire e si era rifugiato a Madian, dove aveva sposato una delle figlie del sacerdote. Questo giovane probabilmente avrà cominciato e condurre una vita tranquilla e regolare, ed infatti lo vediamo portare il gregge a pascolare. Una vita tranquilla con moglie, lavoro, la prospettiva di figli. Cos’altro poteva desiderare? Cos’altro avrebbe dovuto aspettarsi? Anche noi possiamo identificarci con lui.
Siamo delle persone qualsiasi e conduciamo una vita qualsiasi. Siamo forse anche noi dei giusti, abbiamo la nostra fede che ci accompagna quotidianamente, ci sentiamo dei credenti. Lavoriamo, abbiamo una famiglia. C’è forse dell’altro? Forse sì, cari fratelli e sorelle. Forse sì. Interroghiamoci per un attimo su noi stessi: siamo aperti al Signore o tutto quello che abbiamo, il lavoro, la famiglia, l’impegno quotidiano, ci bastano? Qualora venissimo chiamati sapremmo sentire e vedere? O cerchiamo di non ascoltare, di non vedere?
Ma torniamo al nostro testo. Mosè stava pascolando il gregge quando vide di lontano una cosa che attirò la sua attenzione. Un albero, un pruno, brillava come se stesse bruciando, ma non sembrava consumarsi. Che cosa strana! Non so se siate mai stati nel deserto, io ho avuto il dono di andarci una volta, in Tunisia. Un deserto di sabbia. E là ho visto un albero che avrebbe potuto essere proprio il pruno del nostro testo. Non dovete immaginare i nostri alberi, quando leggete questo racconto, ma pensare agli arbusti che crescono in territori aridi e desertici. Vi dico questo perché dovete immaginare che quello a cui stava assistendo Mosè era una visione strana, ma non impossibile. Mosè era incuriosito, infatti, ma non spaventato, non stralunato. Era incuriosito e andò a vedere. Avrebbe anche potuto non essere curioso. Dio non dà per scontato che lo sarà. Il Signore lo chiama, certamente, ma non lo fa attraverso un gesto fuori dalla sua esistenza.
Allo stesso modo Dio chiama anche noi, ma probabilmente non lo fa con gesti eclatanti. Quindi quando ci chiama potremmo anche non accorgerci, potremmo non dare importanza quello che vediamo. Non si tratta di un messaggio per lo spirito di Mosè, o un messaggio così prorompente che non si può evitare di vederlo e tenerlo in considerazione. Ancora una volta, si tratta di qualcosa che non ci costringe, ma a cui siamo chiamati a rispondere. Si tratta di un messaggio che Mosè vede con gli occhi, che quindi percepisce col suo corpo, ma che potrebbe non vedere e non cogliere. E Dio, il testo lo dice esplicitamente, aspetta. E noi? Noi ascoltiamo e guardiamo i messaggi che ci potrebbero arrivare? Siamo attenti o siamo perennemente distratti e concentrati solo su noi stessi, sui nostri impegni, sui nostri traffici?
Mosè alza gli occhi e vede qualcosa che richiama la sua attenzione. Il Signore aspetta che Mosè si muova: non lo incalza, non lo spinge. Aspetta la risposta di Mosè e quando Mosè si muove, attratto dal pruno, allora e solo allora lo chiama. E Mosè cosa fa? Dice “Eccomi!”. Mosè è ricettivo, prima vede, poi ascolta e risponde e infine ha paura.
Quando sa di essere di fronte a Dio ha paura. Ha paura di guardare Dio. Paura. E noi? Noi di fronte a Dio ci inchiniamo? Di fronte a Dio abbiamo paura e ci inginocchiamo? Di fronte a Dio sentiamo tutta la nostra piccolezza? Forse no. Forse abbiamo perso la capacità di vedere e sentire Dio. Forse siamo distratti da mille cose e mille rumori. Forse siamo diventati ormai troppo prosaici e troppo materialisti per prendere sul serio tutto ciò che va oltre il raggio di pochi metri dalla nostra visuale. Forse non sentiamo più il timore di Dio, il timore per la nostra piccolezza e fragilità.
Eppure, cari fratelli e sorelle, anche questo non è del tutto vero: perché anche noi abbiamo visto il pruno ardere altrimenti non saremmo venuti fin qui a vedere cosa c’era. Anche noi abbiamo sentito la voce del Signore che ci ha chiamati, altrimenti non saremmo usciti di casa solo per ascoltare un culto. Perché, ed è questa la lieta novella di questa mattina, il Signore non si dimentica di noi, non ci abbandona alla nostra triste esistenza, continua a sentire i nostri gemiti, continua a ricordare il patto che ha fatto con noi: quello antico, con Abramo, Isacco e Giacobbe e quello nuovo segnato dalla venuta di Gesù. Sì, il Signore ci vede, ci ascolta e ci conosce e non ci abbandona. Apriamo i nostro occhi, apriamo le nostre orecchie, apriamo i nostri cuori e accogliamo il Signore oggi e per sempre! Amen!

Erica Sfredda

LETTURE BIBLICHE: Luca 10, 25- 37; 1 Giovanni 4, 7-12; Genesi 4, 1-16a
Luca 10, 25- 37 

Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, e gli disse: «Maestro, che devo fare per ereditar la vita eterna?» Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’ anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa’ questo, e vivrai». Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’ imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’ oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”. Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’ imbatté nei ladroni?» Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va’ , e fa’ anche tu la stessa cosa».


1 Giovanni 4, 7-12 

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’ amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’ amore di Dio: che Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’ amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.


Genesi 4, 1-16a

Adamo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, e disse: «Ho acquistato un uomo con l’ aiuto del SIGNORE». Poi partorì ancora Abele, fratello di lui. Abele fu pastore di pecore; Caino lavoratore della terra. Avvenne, dopo qualche tempo, che Caino fece un’ offerta di frutti della terra al SIGNORE. Abele offrì anch’ egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il SIGNORE guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato, e il suo viso era abbattuto. Il SIGNORE disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» Un giorno Caino parlava con suo fratello Abele e, trovandosi nei campi, Caino si avventò contro Abele, suo fratello, e l’ uccise. Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’ è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» Il SIGNORE disse: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. Ora tu sarai maledetto, scacciato lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando coltiverai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti e tu sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra». Caino disse al SIGNORE: «Il mio castigo è troppo grande perché io possa sopportarlo. Tu oggi mi scacci da questo suolo e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, così chiunque mi troverà, mi ucciderà». Ma il SIGNORE gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui». Il SIGNORE mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse. Caino si allontanò dalla presenza del SIGNORE
Cari fratelli e care sorelle,

il racconto del primo fratricidio della storia dell’umanità è molto noto ed è una storia apparentemente semplice. Ci sono un padre ed una madre, Eva ed Adamo, che finalmente “acquistano” un figlio, caino, poi con un secondo parto di Eva nasce anche Abele, la cui esistenza dura solo tre versetti, quasi un soffio nel racconto. Abele si dedica alla cura degli animali mentre Caino, suo fratello maggiore si dedica all’agricoltura. Di entrambi si dice che sono devoti al Signore, poiché entrambi offrono le proprie primizie a Dio. Eppure il racconto ci informa che il Signore, inspiegabilmente, gradisce l’offerta di Abele rispetto a quella di Caino e questo è il motivo scatenante per il primo fratricidio e anche per il primo assassinio dell’umanità.

Ovviamente sin da molto presto nella storia dell’interpretazione ci si è chiesti il perché.. sia dell’assassinio, sia soprattutto della palese preferenza di Dio nei confronti dell’uno piuttosto che dell’altro. Una domanda che può essere espressa sotto altre forme, ma che ha un significato esistenziale profondo: Perché il Signore gradisce uno e non l’altro a parità di condizioni? Perché dove a noi è concesso di avere da mangiare tanti pasti al giorno, di avere una bella casa, di vivere delle vite tutto sommato serene ed ad altri questo non è possibile? Perché ci sono cose che noi desideriamo ardentemente e prove alle quali siamo ogni giorno sottoposti ogni giorno ed altri non sono forzati ad affrontare le stesse difficoltà? In un racconto apparentemente molto semplice, scritto da credenti che cercavano di parlare della loro fede, ma soprattutto della loro idea di come il Signore interagisce nella storia personale del mondo e delle creature che lo popolano, leggiamo fin dall’inizio una delle domande di senso più rilevanti che l’essere umano si sia posto:

Perché capita a me? perché il Signore non gradisce il frutto del mio lavoro e del sudore della mia fronte, mentre gradisce quello di mio fratello?

L’ottica della quale parlo è ovviamente quella di Caino, nella quale mi riconosco, poiché è un uomo che esprime il proprio sentimento in maniera fortissima egli si irrita, si dispera ed è talmente tanto geloso della sorte del proprio fratello tanto da volerlo eliminare.

Un sentimento terribile, ma che sembra essere divenuto alquanto comune.. nella società, nel mondo.. e perché no …nelle comunità di fede, tra persone anche credenti.. la violenza e la legge del più forte hanno ancora l’ultima parola… una parola mortale, perché non ammette repliche, è autoritaria e afferma il Sé contro un generico Tu, dimenticandosi che nella comunità di fede il Signore dà alla luce un Noi (Sanctorum Communio , D. Bonoeffer).

In molti casi nella Bibbia si parla di smania di potere, ma qui si esprime un concetto significativamente differente: Caino non ha un desiderio di potere, bensì un bisogno d’amore nei confronti di Dio che non sente ricambiato. Caino è l’essere umano autentico in questa storia che si sdegna e che contesta l’operato del Signore perché non lo comprende fino a volerlo sovvertire.

Certo il rischio di essere anche moralisti o superficiali parlando di Caino ed Abele è molto alto, perché sarebbe facile dire che ognuno di noi qualche volta nella propria vita si è sentito come Caino, inadeguato o inadatta, sdegnato o incredula delle azioni di Dio ovvero anche desideroso di cambiare una realtà che interpreta come il rifiuto da parte di Dio, sarebbe facile accusare o giustificare Caino a seconda della nostra predisposizione d’animo e del nostro vissuto, sarebbe facile dunque schierarsi o con l’ucciso o con l’uccisore, con la vittima o con l’assassino, con un fratello contro l’altro.

Forse invece è meglio fare un passo indietro e sospendere il giudizio e ammettere che ognuno di noi ha paura del rifiuto e della disapprovazione dell’altro, poiché quando offriamo il meglio che abbiamo, mettiamo noi stessi in gioco, completamente a nudo e corriamo il rischio di essere disapprovati o di essere rifiutati, ed è questo che accade anche a Caino.

Di certo questo non lo giustifica, ma lo rende autenticamente umano. Un essere che per mestiere doveva avere un’attitudine mite, dedito all’agricoltura e l’altro invece, l’allevatore Abele, aveva offerto animali i quali aveva uccisi per sacrificarli.

Caino l’agricoltore, colui che si prendeva cura della terra arando e dissodando il suolo si sente ora abbattuto, deluso forse, o forse ancora possiamo immaginare che si vergogni di camminare a testa alta, come se si sentisse colpevole o mancante nei confronti di Dio.

Alcuni Midrash ebraici hanno spiegato la disapprovazione di Dio nei confronti di Caino proprio come il risultato di un’offerta peggiore rispetto a quella del fratello, ma questo il testo non lo dice.

Altri hanno parlato della competizione naturale tra fratelli maschi e dell’aggressività che a volte si manifesta nel loro rapporto, ma anche di questo il racconto non dice.

Dice invece che Caino aveva il volto abbattuto, che nonostante il Signore non avesse guardato con favore alla sua offerta, gli rivolge la parola.

Caino ha un privilegio grande rispetto anche a noi, il Signore si rivolge a lui e lo mette in guardia da sé stesso e gli domanda amorosamente «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!». Il Signore esorta Caino, parlandogli come si parlerebbe ad un bimbo da consolare, se agisci bene non rialzerai il volto? Per spiegargli che esiste il bene ed il male, ma la scelta tra bene e male la può compiere solamente lui.

Il Signore con grande amore e dolcezza spiega a Caino che la bramosia, quasi come se fosse un mostro primordiale, lo attende sulla soglia di casa, il luogo dove si esce per incontrare l’altro ovvero per accoglierlo in casa. Nell’incontro con l’altro c’è una scelta possibile tra il bene ed il male, un bene senza ricompensa, che però ci fa andare a testa alta, che la sera ci permette di dormire, che ci fa guardare con gioia ai fratelli ed alle sorelle intorno a noi, e un male insidioso, che rivolge i suoi desideri contro chi si appressa alla soglia e all’incontro con l’altro. Un male che, dice il Signore, è doveroso dominare: Tu dominalo dice a Caino, ma questo non avviene, Caino non domina la propria irritazione e la propria bramosia, resta rannicchiato e piegato con il volto abbattuto uccidendo il proprio fratello, il proprio alter ego, colui con il quale è verosimilmente più intimo e vicino rispetto a chiunque altro.

In effetti è molto più semplice entrare in conflitto con coloro che ci sono vicini, con il nostro prossimo che è vicino alla soglia della nostra casa, rispetto a coloro che sono lontani. Con chi è lontano è facile avere un buon rapporto, al massimo ci facciamo una telefonata ogni tanto, ci scriviamo delle lettere, ci stimiamo genericamente e se per caso ci incontriamo allora manifestiamo la nostra amicizia. Chi ci è vicino invece no, sta vicino a noi, accanto, preme sui nostri confini, appoggia la sua casa sul nostro muro perimetrale, ruba la nostra acqua, sposa le nostre figlie o i nostri figli, chi è vicino esprime opinioni e forse anche Dio talvolta gradisce la sua offerta più della nostra. Chi ci sta vicino, Abele, la cui vita dura un soffio, puzza, così come puzzano gli armenti e gli animali che alleva, e noi, che gli siamo vicini avvertiamo il suo odore e ci dà fastidio.

Nel Corano, come in molte interpretazioni allegoriche della Bibbia, Abele appare come il giusto, martire e nonviolento che mai alzerebbe un dito su Caino per difendersi, ma non è sulla presunta santità di Abele che si sviluppa un rapporto con Dio, ma sul tormento interiore di Caino.

Quando Gesù dice in Matteo 9,13 “Ora andate e imparate che cosa significhi: “Voglio misericordia e non sacrificio”; poiché io non sono venuto a chiamar dei giusti, ma dei peccatori» si rivolge metaforicamente anche a Caino.

Caino, non solo non ha avuto misericordia, ma ha anche negato i legami più intimo che aveva: quello con suo fratello, con il quale aveva condiviso il ventre della madre, il legame con la terra, che lavorata e curata amorosamente gli donava i suoi frutti, inquinandola con il sangue del fratello, con un nutrimento inadeguato ad un rapporto d’amore, infine Caino rompe il legame con il Signore, il quale gli mostrava un’alternativa alla violenza, alla bramosia e al peccato.

Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’ è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» Il SIGNORE disse: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. Ora tu sarai maledetto, scacciato lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando coltiverai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti e tu sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra».

IL Signore ode l’urlo delle vite spezzate e dei rapporti non vissuti, ode la preghiera di coloro che soffrono nel silenzio di esistenze negate e mette Caino di fronte alla propria responsabilità e all’orrore che ha commesso.

Sono forse arrogante nell’affermare che quella che è comunemente intesa come una maledizione da parte del Signore a Caino è invece l’atto amorevole del genitore che spiega al figlio le conseguenze tremende che producono le azioni umane.

Dio, padre e madre nostro, spiega a Caino che egli è il guardiano di suo fratello, così come è il guardiano della terra, e così spiega anche a noi domandandoci: Dove sono i tuoi fratelli e le tue sorelle?

Certamente nessuno di noi è assimilabile al Caino biblico, e non credo che nessuno di noi sia un fratricida nel senso fisico della parola, ma qui si parla di responsabilità. Il Signore spiega a noi come a Caino che non esiste un’azione che non abbia conseguenza e che siamo responsabili di agire il bene o il male di fronte a Dio. Questa responsabilità nei confronti del Signore passa attraverso la relazione che intessiamo e nella quale viviamo, con i fratelli e le sorelle, e questa relazione è parte imprescindibile del mio rapporto con Dio.

Paradossalmente, se Caino non avesse ucciso Abele, ma lo avesse visto cadere, stare male, o altro e si fosse girato “dall’altra parte” sarebbe stato responsabile comunque agli occhi del Signore. Nel testo c’è poi una particolarità.. Abele non parla mai, non si difende, ma neanche comunica con Caino.. lo fa perché lo “snobba”? o soltanto perché non ne è capace? Perché è PIù DEBOLE DI LUI? o magari è solo spaventato..

Queste sono domande che il testo non scioglie, per l’autore era di certo più interessante parlare di Caino .. anche se come comunità è importante interrogarci su questo silenzio tra i due fratelli che si traduce in tragedia.. perché, visto che ci siamo identificati con Caino, il nostro fratello tace? E come possiamo fare invitarlo a comunicare con noi senza essere invadenti, aggressivi o inopportuni non desiderati?

O se ci sentiamo come Abele.. vittime e senza difesa, perché non parliamo con nostro fratello, con nostra sorella? Perché non chiediamo aiuto?

Certo il silenzio di Abele ci deve fare riflettere.. che abbia parlato qualche volta? Che semplicemente Caino non lo abbia ascoltato?

Se poi invece, quella di Caino fosse solo invidia? Quale sentimento sarebbe più umanamente comprensibile, addirittura nel vangelo di Marco ed in quello di Matteo, parlando della decisione che Pilato doveva fare tra Gesù e Barabba, si dice chiaramente che Pilato “sapeva che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt. 27,18. Mc. 15,10).

Allora ancora con più determinazione e chiarezza il Signore ci mette in guardia, perché il rapporto con nostro fratello e con il nostro prossimo, che sovente è troppo vicino, che è insopportabilmente presente, che talvolta è più motivato di noi e che spesso è anche più bravo di noi a fare le cose, è contemporaneamente la nostra sfida e la nostra vocazione.

Una vocazione all’amore, alla comprensione, al rispetto ed alla misericordia. Ed è proprio la misericordia l’ultima parola di questo racconto, quando Caino non riesce a sopportare il peso e le conseguenze della propria colpa e dice «Il mio castigo è troppo grande perché io possa sopportarlo. Tu oggi mi scacci da questo suolo e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, così chiunque mi troverà, mi ucciderà». Ma il SIGNORE gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui». Il SIGNORE mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse. Caino si allontanò dalla presenza del SIGNORE.

Il Signore mise un segno su Caino, ed è il segno dell’umanità, che non sa affrancarsi dalla propria colpa e che non la riesce a sopportare.

Amen.
Past. Laura Testa

LETTURE BIBLICHE: Atti 3, 25-26.

25 Voi siete i figli dei profeti e del patto che Dio fece con i vostri padri, dicendo ad Abraamo: “Nella tua discendenza tutte le nazioni della terra saranno benedette”. 26 A voi per primi Dio, avendo suscitato il suo Servo, lo ha mandato per benedirvi, convertendo ciascuno di voi dalle sue malvagità».
Oggi parleremo della chiesa, cosa è la chiesa? Abbiamo ricevuto dalle precedenti generazioni un modello di chiesa, noi lo abbiamo mantenuto o al contrario lo abbiamo abbandonato? Cosa ci ristora lo spirito nel radunarsi con i fratelli e le sorelle di chiesa? Cosa ci manca nel nostro culto che è la principale assemblea pubblica della chiesa locale?
Già chiesa, in greco ecclesia, vuol dire assemblea del popolo, ma Gesù ha mai pronunziato questa parola? Basta usare una chiave biblica per accorgersi che tre vangeli non la nominano mai e il quarto la cita solo tre volte.
Ma allora a Gesù non interessava la nascita di una chiesa cristiana?
Negli atti invece troviamo spesso questa parola e ancora di più nelle epistole.
Questo significa che la chiesa è la risposta storica alla adesione di tanti credenti al nucleo ristretto dei discepoli. Il piano dell’agire di Gesù è diverso dalla organizzazione che i credenti si sono dati. Quel piano interseca la risposta umana a Pasqua, con la croce e la resurrezione. Dopo inizia il cammino della chiesa, un cammino lungo e tormentato. Andiamo allora ai primi passi di questo cammino.
Nei primi capitoli degli Atti vediamo aggiungersi successivamente persone e persone conquistate dal vangelo. Al capitolo 2, Pentecoste, tremila persone, al capitolo 3 altre duemila persone.
Siamo agli albori della chiesa, i discorsi di Pietro annunciano nel Tempio la messianicità di Gesù il nazareno; il primo miracolo di Pietro, uno zoppo che torna a camminare, richiama tutto il popolo presso le porte di Gerusalemme. La conclusione del secondo discorso di Pietro, tenuto lì davanti, è una sintesi potente di cosa sarà la chiesa dei primi abitanti di Gerusalemme convertiti. Questa definizione sintetica è valida anche oggi.
Rileggiamo i due ultimi versetti “Voi siete i figli dei profeti e del patto che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra. 26 A voi per primi Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato per portarvi la benedizione, e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità”.
Pietro richiama la continuità con il patto che Jahvè ha offerto ad Abramo, un patto che si estende a tutte le nazioni, e usa quattro parole che sono i pilastri della chiesa di Cristo. Le quattro parole sono: Gesù il servo dell’Eterno, la sua resurrezione, la benedizione che discende dal Padre e il ravvedimento. Ma percorriamo insieme l’ultimo versetto.
A voi per primi: siamo proprio ai primi passi della chiesa, Pietro e Giovanni vanno avanti e tutti gli altri seguiranno le loro orme.
Dio: la azione viene solo da lui non dalla umanità, Dio è colui che suscita e risuscita il servo.
Il servo: tra tanti nomi usati dai vangeli per umanizzare in Gesù la speranza messianica, viene scelto questo: il servo dell’Eterno. La figura, annunciata dal profeta Isaia, raccoglie la eredità di tutti i sacrifici, da Isacco alla festa delle espiazioni. Il servo sostituisce tutta l’umanità nel subire l’ira del Signore per l’infedeltà al patto stabilito.
Resuscitato: si potrebbe tradurre suscitato e resuscitato, queste sono le azioni di Dio sul suo servo!
Benedizione: dalla croce viene la buona volontà del Signore che ci annuncia i tempi di ristoro, i tempi della consolazione.
Conversione: come conseguenza delle azioni di Dio, nel nome del servo dell’eterno è possibile il ravvedimento di tutte le famiglie della terra. Questa è la risposta umana all’annuncio dell’apostolo.
Per la volontà del Signore noi possiamo partecipare alla morte e alla resurrezione del Servo,e ricevere la benedizione che ne viene, che ci riconcilia con Jahvè.
Le parole finali del discorso di Pietro definiscono i quattro pilastri su cui edificare la chiesa.
Su questi pilastri la chiesa è cresciuta in tanti diversi modi. Pensate a come è fatto un edificio di culto: ci sono quelli circolari come questa sala, ci sono quelli a croce latina. Ci sono i grandi e fastosi e quelli piccoli e semplici. Alcuni hanno un chiostro, altri hanno un grande portale. Ma tutti sono stati costruiti partendo da poche fondamenta.
Potremmo definire i quattro pilastri con quattro parole dal suono simile, facile da tenere a memoria. SOSTITUZIONE, PARTECIPAZIONE, CONVERSIONE, BENEDIZIONE.
SOSTITUZIONE: Gesù morendo in croce si sostituisce alla umanità e ad ogni offerta sacrificale per le infedeltà commesse.
PARTECIPAZIONE: la grazia del Signore ci rende partecipi di questo sacrificio e ci rende oggetto della riconciliazione di Dio con l’umanità.
BENEDIZIONE: il Dio riconciliato ci colma del suo amore, la sua volontà benefica illumina le nostre esistenze.
CONVERSIONE: la riconoscenza per questo amore divino, donato gratuitamente, ci porta a ravvederci, a comprendere i nostri errori, a mutare atteggiamento verso gli altri e verso tutta la natura.
Nei nostri culti questi quattro pilastri sono continuamente rivisitati: nella cena del signore troviamo SOSTITUZIONE e PARTECIPAZIONE. Nella confessione di peccato troviamo la CONVERSIONE. Nelle parole di grazia e nella chiusa finale troviamo la BENEDIZIONE.
Questi sono i pilastri che reggono tutta la chiesa, tutto passa, tutto può cambiare, ma non questi pilastri che restano fondanti per ogni modello di chiesa.
Tante cose importanti nella nostra vita di chiesa restano fuori. Ad esempio: la liturgia, i meccanismi democratici, la autorità esercitata nei rapporti umani, la spiritualità, la musica, lo studio della parola, la storia delle nostre chiese, la tradizione degli atti ecclesiastici. Per non parlare del servizio, della accoglienza, delle offerte economiche, delle missioni.
Tutto queste attività, tutti questi valori sono cambiati e ancora cambieranno, non i quattro pilastri. Conoscendoli si vive meglio il cambiamento, si comunica meglio con le diverse tradizioni. (riflessione libera)
La chiesa locale, le chiese con la loro storia lunga e significativa somigliano ad una via percorsa da generazioni di credenti. Ogni predicatore, ogni catechista, ogni teologo ha lasciato le proprie impronte; siamo di fronte ad una strada fangosa, seccata dal sole, vediamo le impronte di un esercito di credenti che hanno percorso questa via. Non per niente la prima chiesa viene chiamata negli Atti quelli della via.
Noi dobbiamo sforzarci e distinguere, ritrovare, valorizzare le impronte dei piedi di Giovanni e di Pietro. Quattro impronte: PARTECIPAZIONE, SOSTITUZIONE, BENEDIZIONE e CONVERSIONE.
Ciascuno di noi è coperto dal sacrificio del servo dell’eterno che ci sostituisce nella condanna, riceviamo la sua benedizione che ci riconcilia con Dio e la fede in queste due cose ci porta alla conversione.
La chiesa degli atti cresce per dare risposte al popolo stupito dal miracolo. La nostra chiesa cresce per dare risposta a chi è in ricerca di ciò che trascende il piano umano. La risposta in tutti i casiè il nome che diamo a Gesù il nazareno, il servo dell’eterno che è morto al nostro posto. Dalla croce spoglia viene la benedizione, la conseguenza è la conversione di tutta la chiesa.
Siamo all’inizio di un nuovo anno, il 2017, abbiamo appena concluso una settimana di preghiera per l’unità delle chiese . Ora viene il nostro compito che si riassume nel pronunziare, nel testimoniare il nome di Gesù.
Il servo dell’eterno.
Colui che è disprezzato dagli uomini, detestato dalla nazione.
Colui che Dio il padre innalzerà a luce delle nazioni, strumento della sua salvezza fino alla estremità della terra.

Ruggero Mica