Visione complessiva
Le attese per il futuro di Israele non sono utopiche: si tratta di concreti aspetti della vita e del vivere comune, realizzati in un passato ideale, che si auspica possano nuovamente essere ripristinati. Al primo posto vi sono la pace e la giustizia, in particolare la seconda alterata da abusi di potere e iniquità economico-sociali. Necessaria quindi una società strutturata in maniera adeguata: una monarchia con un re giusto può garantire la pace, a condizione che il sovrano si attenga alla Torah, in grado di garantire pace interna fondata sulla giustizia. L’attesa per il futuro di Israele non si nutre di sogni di grandezza: sarà con il residuo di Israele che Dio esaudirà le speranze promesse. Quanto atteso viene rappresentato con modalità che oltrepassano la realtà presente; l’apocalittica che si rivolge al futuro come termine di un’epoca cosmica non è rappresentativa delle attese della Bibbia ebraica, essa si sviluppa essenzialmente in un’epoca successiva alla conclusione della Bibbia ebraica. L’attesa di Israele riguarda quindi la trasformazione della realtà attuale. Non si parla di mondo “aldilà”, di eternità: i termini me-olam e ad-olam, sovente tradotti come eternità (un concetto greco non attribuibile al pensiero ebraico) in realtà si riferiscono a un remoto passato e un lontano futuro, traducibili con “da sempre” e “per sempre”. Il popolo di Israele deve contribuire alla sua realizzazione e sarà un periodo, un “allora”  in cui si verificherà quanto sperato e promesso, nella salda fiducia che neppure in futuro Dio rescinderà il patto che Egli ha stretto con Israele.

La collaborazione all’opera divina
Come già intuibile dalla promessa contenuta nel quinto comandamento nel libro dell’Esodo, in cui all’onore da tributare ai genitori viene collegata la promessa di “giorni prolungati” (Es.20,12), -modello comportamento/conseguenze su cui insisterà il Deuteronomio- la collaborazione del popolo è necessaria per un qualcosa che deve ancora avvenire. Sappiamo cha la pace è possibile, come al termine della conquista di Canaan, come rilevato alla fine del libro di Giosuè o in epoca salomonica in cui “ognuno potrà sedere all’ombra della sue vite o del suo fico” (1 Re 4,25): periodi ideali legati comunque al fatto che Israele debba camminare nel rispetto della Torah di Mosè.

La monarchia
Attese e speranze vengono tradite dal comportamento della monarchia. I profeti si levano costantemente contro le sue inadempienze. Negli annunci della nascita di un nuovo re si leggono le critiche al sovrano attuale. In Isaia 9,5: “un bambino è nato per noi … e il suo nome sarà consigliere mirabile, Dio potente, padre per sempre, principe della pace” , si annuncia la nascita di un futuro sovrano la cui signoria sarà caratterizzata da diritto e giustizia. In Michea 5,1-4 critiche e annuncio sono ancora più radicali: “E tu Betlemme di Efrata … da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele …”. Non è comunque possibile parlare di un’attesa unitaria di un successore, di un precisa figura condivisa da tutti ; nel secondo Isaia il termine “re” è usato solo per Dio, Davide è nominato una sola volta: abbiamo una rottura con la tradizione davidica. Dopo l’esilio non si rileverà mai l’attesa di un nuovo re.

Giustizia e pace
Isaia, Geremia, Amos, Michea denunciano l’ingiustizia, la negazione del diritto ai poveri ed agli indifesi, responsabilità ascrivibile non solo al sovrano ma agli israeliti stessi; comportamenti che contraddicono le prescrizioni della Torah; ecco che da parte profetica emerge l’attesa di un re escatologico che agirà innanzitutto a favore degli svantaggiati. Nel secondo Isaia al capitolo 42 si descrive il servo di Dio che porterà il diritto: elemento essenziale per i cambiamenti escatologici attesi. Ezechiele annuncia agli esuli che Dio darà loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo, in modo che osservino i precetti di Dio: la fondazione di ogni azione giusta può avvenire solo sulla Torah. Sempre Ezechiele promette che Dio, per mezzo del re escatologico da lui sostenuto, stringerà un patto di pace (berit salom) con Israele e li farà abitare al sicuro. (Ez 34,23-25). Giustizia e pace sono le due grandi speranze, la pace può darla soltanto Dio, Israele può e deve dare il suo contributo. Alla conversione (sub) di Israele corrisponde la conversione di Dio, “Se ti convertirai al Signore … avrò pietà di te …” (Deut. 30,2), vi è diretta correlazione reciproca: la sovranità di Dio non solleva mai governanti e popolo dalle loro responsabilità.

Il patto
Geremia scrive di un “nuovo patto” (Ger. 31,31), un rinnovamento che significa un nuovo inizio, perché il fondamento rimane la Torah, nuovo sarà il modo di considerarla, in continuità col patto del Sinai. Siamo all’interno di un evento comunque escatologico (“dopo quei giorni” v.33). Un nuovo cuore è annunciato anche in Ezechiele, in maniera molto plastica come è caratteristica di questo profeta: Dio “toglierà il cuore di pietra” e darà loro un “cuore di carne”.
In contrasto con la visione profetica si ha quella del Deuteronomio che riporta come presente tale promessa: “Questa parola è molto vicina a te; è nella bocca e nel tuo cuore, affinché tu la metta in pratica” (Deut. 30,14).

Il giorno di Yhwh
“Jom Yhwh”, una serie di testi ne parlano: Amos dichiara che è “tenebre, non luce” (Am.5,18-20); per Isaia “verrà su tutto ciò che è orgoglioso ed altero” (Is. 2,12-21); per Sofonia, in cui spiccano gli eventi catastrofici ed impressionanti, esso si richiama alla ricerca della giustizia e dell’umiltà, in grado di fornire un’esile speranza di protezione per il resto d’Israele che Dio lascerà sopravvivere (Sof. 3,13) nel giorno dell’ira del Signore (Sof. 2,3). Si tratta quindi di un tempo finale che sarà tempo di salvezza per il residuo di Israele.

Il residuo d’Israele
Il concetto di fondo è che di una grande collettività qualcuno rimane, non è scontato: nel secondo libro dei Re ci si riferisce alla fine della casa di Acab come ad una cancellazione, non ne scampa alcuno, quindi non v’è futuro. Il residuo è un punto positivo: è soltanto un resto ma vi si concentra la promessa per il futuro. Dio dice ad Elia che “Io lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non si è piegato davanti a Baal e la cui bocca non l’ha baciato” (1 Re 19,18); Elia non viene lasciato solo, è uno scampato ma Dio, che continua ad agire, istituisce il residuo. In 2 Re 19,30 Isaia dice ad Ezechia che i superstiti della casa di Giuda getteranno nuove radici: “Da Gerusalemme uscirà un residuo e usciranno gli scampati dal monte Sion”. Il discorso del residuo è uno degli elementi che animano il libro di Isaia: nel primo Isaia, il sovrano escatologico del capitolo 11 riscatterà “il resto del suo popolo” (v. 11); nel secondo Isaia il residuo è costituito dai reduci (51,11: “ritorneranno i riscattati dal Signore”); vengono sviluppati nuovi criteri di appartenenza in una visione universale di salvezza nel terzo Isaia, in 56,6 ss. : “Gli stranieri anche hanno aderito al Signore per servirlo … li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera” . Sarà Zaccaria a compiere un passo ulteriore, parla del residuo come di una realtà presente, sono gli abitanti di Gerusalemme di quel tempo post-esilico , anche se il rovesciamento escatologico non è ancora compiuto: viene promesso ancora il rinnovamento delle loro condizioni di vita (Zac.8,11). In Gioele si rafforza l’approccio universalistico: alla fine dei giorni Dio riverserà “su ogni carne” il suo Spirito (Gioele 3,1) e saranno salvati “tutti quelli che invocano il nome del Signore (v. 5) . Il Libro di Esdra offrirà l’immagine opposta; si parla del residuo d’Israele, il concetto di “Golah” che inizialmente indicava il corso dell’esilio e il gruppo dei deportati, viene qui strettamente legato alla rappresentazione del residuo. Sono quindi i reduci del Golah a costituire la comunità cultuale post-esilica vera e propria, ai quali si possono aggiungere gli ebrei rimasti nel paese e disposti a conformarsi alle prescrizioni legali .
Il resto assume quindi diverse forme nei testi, rimanendo fermo il punto che è per questo residuo che rimangono salde le promesse e che di conseguenza ha un futuro.

Alessandro Serena

Letto nell’incontro pubblico in ricordo di Marianita Montresor, nella sala riunioni del Tempio Votivo di Verona, 18 dicembre 2016;

di Nicola Sfredda.

 

Porto a voi il saluto di mia moglie Elisa e della Chiesa Valdese di Verona. Ho frequentato Marianita per molti anni. La conobbi per la presentazione che fece di lei la carissima amica Paola Rossi Peloso, grande testimone dell’ecumenismo a Verona e in ambito nazionale. Paola fu la prima a credere nelle capacità di Marianita e nel contributo che avrebbe saputo dare alla causa ecumenica. Cosi ho avuto modo di frequentare Marianita per molti anni, avendo la possibilità di approfondire l’amicizia innanzitutto a livello familiare, con mia mamma Florestana, con mia moglie Elisa e con mio figlio Davide. L’amicizia si è concretizzata in particolare in due ambiti: il Coro Ecumenico di Verona e il SAE. Nel Coro Marianita ha militato praticamente per tutto il periodo della sua attività, per nove anni, dal 2006 al 2015. Il suo contributo è stato importante soprattutto nell’approfondimento dei contenuti teologici della nostra iniziativa, chiarendo spesso cose importanti agli altri membri del Coro. Ricordo in particolare le necessarie chiarificazioni portate da Marianita in occasione della preparazione di un programma dedicato a Maria di Nazareth, proprio qui nel Tempio Votivo di Verona. Chiarificazioni utili e necessarie per tutti, sia per la componente cattolica che per quella protestante. Nel SAE Marianita mi aveva scelto come membro protestante nel Comitato Esecutivo nazionale. È stata una esperienza difficile e faticosa, ma anche entusiasmante, nell’organizzazione di tre convegni nazionali ai quali hanno partecipato grandi esperti e che sono stati seguiti da un gran numero di persone. Purtroppo non ho concluso il quadriennio del mandato conferitomi, essendomi trovato in minoranza in un CE che non aveva potuto accogliere le istanze di rinnovamento dell’associazione, di cui ero portatore. Ma ricordo con riconoscenza i tentativi di mediazione di Marianita, ribaditi anche in un’ultima cena che abbiamo avuto il piacere di condividere con lei a casa mia, con la mia famiglia, pochi mesi fa. Vorrei concludere ricordando la straordinaria umanità di Marianita con due episodi piccolissimi ma, credo, molto significativi. Il primo episodio è stato alla fine di una prova serale del Coro Ecumenico. Marianita si è avvicinata a me e con un sorriso disarmante mi ha detto che le era stato diagnosticato un brutto male, anche se lei non sentiva sintomi. Nei giorni successivi, parlando con Elisa, le ha detto che aveva notato il mio turbamento alla notizia. Questo mi sembra un esempio bello di attenzione all’altro, in una situazione che avrebbe potuto prevedere la massima concentrazione su se stessa. L’attenzione per l’altro: testimonianza cristiana espressa in una situazione concreta. L’altro episodio, più che altro un’immagine che ho sempre negli occhi e nel cuore: grande celebrazione eucaristica nella chiesa di Paderno del Grappa, circa duecento convegnisti del SAE ad assistere alla Messa presieduta da un vescovo e officiata da una ventina di sacerdoti; la Presidente sta seduta accanto ad un ragazzino di dodici anni, che, lei dice spesso, è un suo grande amico (mio figlio Davide). Nel momento di massima esposizione pubblica Marianita sapeva stare vicino ai più piccoli e più deboli. La stessa scena si è ripetuta in occasione del culto di celebrazione della Riforma, qui a Verona, l’ultima domenica di ottobre di quest’anno. È stato, per me e per Davide, l’ultimo incontro con Marianita: ancora una volta attenta ai più piccoli e ai più deboli. Per questi motivi il ricordo di Marianita sarà sempre vivo nel mio cuore.

 

LETTURE BIBLICHE: Esodo, 33,17-23.

17 Il SIGNORE disse a Mosè: «Farò anche questo che tu chiedi, perché tu hai trovato grazia agli occhi miei, e ti conosco personalmente». 18 Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» 19 Il SIGNORE gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del SIGNORE davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». 20 Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere». 21 E il SIGNORE disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; 22 mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; 23 poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere». (Es. 33:17-23 NRV)

Carissimi fratelli e sorelle,
stamattina il Signore ci incontra e ci dice, tramite le antiche parole dell’Esodo, una delle cose più belle che ci potremmo sentir dire: io ti conosco personalmente, farò anche questo che tu mi chiedi per te.
Parole che sono rivolte a Mosè, ma che per noi che le riascoltiamo oggi sembrano rivolte proprio a noi.
Quante sono le cose che chiediamo a Dio in preghiera, quante incertezze, quanta voglia di rassicurazione che abbiamo nel cuore, nella pancia, nella mente, eppure il Signore ci dice: sì, farò anche questo che mi chiedi.
Dio conosce Mosè personalmente, così come conosce ognuno di noi stamattina, non c’è un motivo legato alla nostra morale, alla nostra buona condotta, per usare un termine desueto, non è una scelta etica quella che fonda il nostro rapporto con Dio, ma è il fatto che aldilà di tutto.. Dio sa chi siamo, nel profondo, Egli ci conosce personalmente, forse più di quanto noi stessi ci conosciamo.
La domanda che Mosè fa al Signore, nel mezzo della crisi, nel mezzo del deserto, dopo che il popolo aveva forgiato il vitello d’oro, è la domanda che implora perdono, reintegrazione, amicizia, vicinanza..
Signore non ci abbandonare a noi stessi nel deserto, non possiamo camminare senza di te, resta con noi, resta con me.
Resta Signore, anche se ci siamo rivelati come dei peccatori, perché più e più volte nel deserto ci siamo smarriti e non sappiamo ritrovare la strada, aiutaci ancora una volta è l’appello accorato di Mosè.
E la risposta non è quella del monarca che richiede ubbidienza e cieco servizio, bensì la parola evangelica che solleva e che perdona. Lo farò perché ti conosco, perché ho un rapporto con te e ti mostrerò tutta la mia bontà e il modo magnifico in cui celebrare il mio nome.
Un Culto cosmico in cui l’Eterno Iddio Vivente non ha bisogno degli esseri umani, ma mostra la sua bontà e la sua libertà.
Mosè incalza… Signore fammi vedere la tua Gloria, e non è forse ciò che tutti e tutte noi vorremmo vedere? Guardare Dio faccia a faccia, conoscere pienamente la sua volontà, apprezzare quello che è il suo progetto, accogliere la sua manifestazione splendente e splendida, senza che essa sia macchiata in alcun modo. Penso che ognuno di noi desideri accogliere pienamente quel momento misterioso in cui, con lo sguardo ripieno, potremo contemplare l’Eterno.
Ma vedere il volto di Dio, la sua Gloria e dunque la sua pienezza, è qualcosa che non ci è possibile. Come può un orizzonte limitato di fiducia come quello umano accogliere il paradosso del dono si sé stesso? Come può la mente umana intendere l’amore incalcolabile di chi è l’essenza della vita stessa?
L’esperienza di Dio è un’esperienza limite: il Signore ci protegge e ci salva anche da noi stessi e dai nostri desideri di eccellenza e bontà.
Egli ci conosce e ci ama nel limite, ci accoglie per quello che siamo e scende a camminare tra di noi proteggendoci persino da sé stesso.
Sì sorelle e fratelli, perché la presenza di Dio in mezzo a noi è tanto potente, che non la possiamo né vedere né afferrare pienamente: il sacro muove forze tali che possono produrre gioia immensa, ma anche odio, dolore, morte e violenza.
E l’essere umano non sa scegliere da solo quale sia la strada giusta, sempre ha bisogno di invocare la presenza del Signore.
Presenza reale e materna che accoglie la richiesta di Mosè solo in parte, accomodandola per il suo bene. Proprio laddove l’ansia impaziente e paurosa di Mosè, il più grande tra i profeti che è un uomo schivo e balbettante, l’amore accudente di Dio risponde nascondendolo e proteggendolo dai propri desideri di onnipotenza.
Ti nasconderò qui, in un luogo a me vicino, nel pieno della roccia, nascosto dalla mia mano, affinché vedendomi tu non muoia, poi ritirerò la mia mano e a quel punto potrai vedermi da dietro dice il Signore.
Nessuno di noi può prevedere l’azione di Dio, c’è una tensione ineludibile tra rivelazione e mistero: possiamo comprendere che Dio è in mezzo a noi solo a posteriori, rileggendo a posteriori il libro della nostra vita.
Un messaggio che è disarmante anche per noi oggi, il Signore farà per noi la cosa più bella e magnifica, ci resterà accanto nonostante anche noi abbiamo inneggiato al vitello d’oro, nonostante non abbiamo saputo comprendere ed applicare le sue leggi, nonostante anche oggi tra di noi ci siano tante.. troppe divisioni.
Divisioni nella Chiesa, tra i credenti, tra fratelli e sorelle, divisioni talvolta insormontabili che hanno creato solchi e barriere tra ecclesiologie e visioni teologiche differenti. I Pink Floyd nel 1970 scrivevano una meravigliosa canzone che si chiama “us and them”, noi e loro, parlando proprio dei conflitti, delle guerre e ricordando che noi tutti, non siamo altro che persone ordinarie, quando al fronte, ci siamo solo io e te, solo Dio sa cosa sceglieremo di fare.
La grazie incondizionata di Dio è proprio questa, che nascosti nella terra, protetti dalla sua mano amorosa, rinasciamo creature nuove: fratelli e sorelle, aldilà delle nostre opinioni.
Possiamo guardare a Dio solo dopo che è avvenuto in mezzo a noi, solo dopo il suo amore spezzato sulla Croce.
La sua presenza e la sua guida ci rassicurano e ci consolano del bene che può accadere in mezzo a noi, nonostante noi stessi: Nessuno può vedere il volto di Dio, nessuno può “possederlo”, nessuno ha in mano la verità perché solo la Sua Parola è certa e coerente.
Al passaggio di Dio nasce un noi che forma l’ecclesia, la sinagoga, il popolo, l’assemblea dei vocati, di coloro che sono amati e conosciute personalmente dal Signore. Un patto che Dio fonda e che sostiene unicamente per la sua bontà.
Amen
Past. Laura Testa

LETTURE BIBLICHE: Ezechiele 36, 22-26; Filippesi, 4, 4-9; Giovanni 3, 1-8

22 Perciò, di’ alla casa d’Israele: Così parla il Signore, DIO: “Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. 23 Io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l’avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono il SIGNORE”, dice il Signore, DIO, “quando io mi santificherò in voi, sotto i loro occhi. 24 Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; 25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. (Ez. 36, 22-26)

4 Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
5 La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. 6 Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. 8 Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. 9 Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.
(Fil 4, 4-9);

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3, 1-8)

Care sorelle e fratelli,
oggi riceviamo un invito a riflettere sulla nostra vita cristiana. Parleremo di noi stessi , o meglio, di come rispondiamo allo Spirito, o di come non rispondiamo, se siamo svegli, o se dormiamo, se siamo aperti, o se siamo chiusi, se vediamo o se non vediamo, se guardiamo a Dio o se guardiamo altrove. Cari fratelli e sorelle, siamo in crisi oppure no? E se siamo in crisi, se non riusciamo più a parlare con Dio, se non riusciamo a guardarlo, a sentirlo, se facciamo fatica, se siamo scarichi se le difficoltà quotidiane incombono, se le tenebre ci circondano, che cosa possiamo fare? -basta guardare ai fatti di cronaca: le guerre, la miseria, l’indifferenza- e ci sentiamo vinti e inutili e la speranza è ridotta al lumicino, soffocata dai nostri mille problemi: il lavoro, i figli, i genitori, le incombenze giornaliere, se abbiamo perso il lavoro, se arrivare alla fine del mese è difficile, a chi possiamo rivolgerci? Se ci sentiamo inermi, Cosa possiamo fare?

Da soli … niente. Non possiamo fare niente. Sentirsi soli è drammaticamente frequente ma non è la verità. L’Evangelo di stamattina ci annuncia che Dio non ci lascia, che Dio non ci lascia, la verità è che ci dona la sua grazia, perché Dio è fedele, perché Dio è il Vivente: la nostra vita non è mai, mai abbandonata a noi stessi o alle tenebre.
Il profeta Ezechiele, vive in tempi terribili, ed attraversa una crisi personale e morale incredibile. Ezechiele è un sacerdote, deportato a Babilonia tra i primi, ha perso l’adorata moglie , Israele è in esilio, i deportati piangono sulle rive del canale Chebàr, sopravvissuti alla fine della loro nazione; il tempio di Salomone, la sede del Santissimo è stato distrutto, la gloria di Dio l’ha abbandonato, la terra promessa non appartiene più ad Israele. Cosa rimane tranne il pianto? Perché è successo tutto questo? Dio, dov’è? Ce lo chiediamo anche noi, quante volte ce lo siamo chiesti, quante volte ce lo chiederemo perché anche noi talvolta abbiamo l’impressione di restare da soli, ma … Dio non abbandona il suo popolo, e non abbandona noi. Ezechiele è l’esempio di come anche in momenti terribili continuino a sorgere profeti in Israele, Profeti che annunciano che Il Signore non guarda ai nostri errori, ai nostri peccati, alla nostra infedeltà. Ezechiele ci racconta che Dio parla e agisce e che lo fa per amore, solo per amore. Dio ci dona la forza, anzi, Dio fa anche di più: ci dona un cuore nuovo, mette dentro di noi uno spirito nuovo, per liberarci, per darci speranza e futuro. Questa è la promessa: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo”. Assaporiamo queste parole; “metterò”: è Dio che agisce, che prende l’iniziativa; “un cuore nuovo”: ci vuole dare un nuovo fondamento alla vita: la nostra essenza, i nostri pensieri, le nostre emozioni, vengono nuovamente e continuamente rinnovati da Dio. “Uno spirito nuovo” secondo l’Antico Testamento significa molto più della perspicacia o dell’intelligenza, è una forza di rinnovamento che rende capaci di fare qualcosa di nuovo, che ci permette di vivere secondo gli insegnamenti di Dio.
Consapevoli: Ecco quindi un invito alla riflessione: quanto è profonda la consapevolezza che Dio ci rinnova? Inoltre : quanto gli permettiamo di farlo o quanto invece siamo sempre simili all’uomo vecchio? Perché se è vero che Lui “sta alla porta e bussa” è anche vero che il rischio è quello di rimanere sul divano perché il volume del televisore è troppo alto. Il rumore, quanto rumore ci circonda, facciamo silenzio, ascoltiamo, troviamo il tempo di guardare a Dio ed avremo modo di sentire battere con forza il cuore che lui mette nel nostro petto.
Se il cuore batte significa una sola cosa: che siamo vivi, perché anche a noi Dio, per mezzo di Ezechiele ha rivolto il suo grande annuncio di salvezza e l’ha reso vitale in Cristo Gesù.
Coraggio allora!, coraggio! E con gioia, perché anche quella ci promette il Signore. Lo fa tramite l’Apostolo Paolo che scrive ai Filippesi. E’ la lettera della gioia! Consideriamo che Paolo la scrive dalla prigionia. Paolo è in catene eppure usa termini come “rallegrarsi”, “contentezza”, “godimento” , mentre contempla la sua probabile condanna a morte. Ma allora di quale gioia parla? Di quale mansuetudine che -notiamo- deve essere nota, ovvero reale, visibile. Di quale pace? Dell’unica gioia che non è mai in discussione, che il mondo non può togliere perché non ha radici nel nostro mondo. In un mondo dove niente tiene: la pace, le relazioni tra persone, il lavoro, i princìpi, dove tutto sembra venire meno, Dio continua ad annunciare la salvezza, Dio fedele. Una gioia fondata in Cristo dove … DIO NON HA CONCESSO ALLE TENEBRE L’ULTIMA PAROLA … : CRISTO È IL SIGNORE!

Gioiosi: Ecco un altro punto rilevante di riflessione : quanto riusciamo a cogliere che la gioia e la comunione, proprio perché fondate in Cristo, possono inondare la nostra vita in ogni momento, se glielo permettiamo?

Ricordiamo qual era era la nostra domanda iniziale: ” Cosa fare quindi di fronte allo scoramento e all’inazione? ” Ezechiele e Paolo ci hanno aiutato a comprendere come , protetti dalla fedeltà del Dio Vivente e dalla sua promessa, a noi spetta fermarci ad ascoltare, alzare lo sguardo … perché lo Spirito ci pervada, perché la gioia risuoni … .

Lo Spirito, Ecco la parola dell’Evangelo di Giovanni, che parla di Spirito e di rinascita: Giovanni è il Vangelo dell’incarnazione del Figlio, della Rivelazione del Figlio, della missione di Gesù interamente consacrata alla salvezza: “Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvare il mondo”. CHE PROMESSA GRANDIOSA!
Nicodemo, membro del sinedrio ebraico, si reca, di notte, da Gesù. Egli prenderà discretamente le difese di Gesù, che parteciperà alla sua sepoltura, ma ha timore di esporsi. Un atteggiamento ben noto anche oggi: In tanti hanno paura di testimoniare la propria fede pubblicamente, perché pericoloso o perché imbarazzante. Ai tempi di Calvino si parlava di “nicodemiti”, come di coloro che avevano abbracciato in cuor loro la Riforma ma non lo esprimevano pubblicamente per timore di ritorsioni o peggio. Nicodemo non ha ben capito chi è Gesù ma ha compreso che Dio gli è vicino.
Tra Gesù e Nicodemo si verifica subito un malinteso, poiché non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Gesù parla di rinascita e Nicodemo pensa alla rinascita in un parto: mica si può. E invece sì ! Si può! Si può nascere di nuovo da acqua e Spirito. Se l’acqua è un richiamo al battesimo e alla vita comunitaria, lo Spirito soffia dove vuole, ed è paragonato al vento come nell’Antico Testamento : “Ruah” in ebraico, significa soffio, vento, ed indica l’azione divina , la potenza di Dio: lo Spirito è all’origine dell’esistenza cristiana e dei comportamenti che essa implica.

Aperti allo Spirito: Ecco quindi l’ ultima riflessione che ci interpella profondamente: chi siamo noi per impedire allo Spirito di soffiare o per ritenere di imbrigliarlo? …
A noi sta cercarlo, riconoscerlo, nei momenti o nei luoghi più impensati, anche dove non ci piacerebbe o ci è scomodo , nella sorella o nel fratello, nel creato, nel culto, in una riunione di chiesa, nel prossimo, in noi stessi. Fare finta che non soffi … non è essere servi. Fare finta che non possa cambiare il nostro agire , non è essere servi. Qui l’ultima risposta al “che fare” iniziale: non ignorare lo Spirito, accoglierlo e respirarlo a pieni polmoni farsi rendere servi da Lui rinnovati e gioiosi.
Sorelle e fratelli Siamo invitati a portare speranza, a impegnarci a ridurre l’ingiustizia in questo mondo, nelle piccole e grandi cose, nel dialogo fraterno con l’altro ma anche nello schierarci dalla parte delle vittime della storia, perché il Dio di Israele e Dio nostro non assiste indifferente allo sterminio delle sue figlie e dei suoi figli.

Cosa fare allora? Ricorda, fermati, ascolta provando a non lasciarti distrarre dal rumore, Alza lo sguardo, vivi la gioia, apriti come un fiore, impara a riconoscere e accogliere lo Spirito, accogli con riconoscenza l’abbraccio di Dio, e servi con amore, per il Suo amore, perché non puoi fare altrimenti. Amen

Alessandro Serena

(immagine: madre e figlio di Aleppo scampati a un bombardamento)

 

 

LETTURE BIBLICHE: Luca 2, 1-21
1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama».
15 Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16 Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
21 Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Carissimi fratelli e sorelle,
Con la nascita di Gesù, la salvezza entra nella storia del mondo, come un fatto “normale”, benché inserito in un censimento “ecumenico”, questo termine intendeva l’intero mondo allora conosciuto, ma per noi ha un valore di fede ben più potente: la nascita del bambino Gesù è un fatto che attiene all’ecumene, qualcosa che riguarda e che unifica tutti e tutte i credenti. Tale censimento fu registrato all’anno 6 dC, quindi con buona probabilità si svolse qualche anno prima ed ebbe base regionale.
Queste piccole “differenze” tra la storia degli annali “romani” e quella della salvezza, sono degli indicatori forti, che ci dicono la fede dell’Evangelista Luca e l’Evangelo che egli ci racconta stamattina. La nascita di Gesù coinvolge il mondo e lo trasforma, la nascita di Gesù ci interpella come credenti indipendentemente dalla nostra confessione religiosa, familiare o ecclesiastica: Gesù nasce per ognuno di noi!
Sappiamo già che la sua situazione familiare non era “perfettamente tradizionale”, giacché Giuseppe non è il padre biologico del bambino e non è ancora il marito di Maria, ma l’Evangelista insiste sul fatto che Giuseppe sia della famiglia di Davide, proprio come il messia promesso dai profeti; Il significato del nome Giuseppe è “che sia aggiunto”, è il nome che simboleggia l’adozione da parte d’Israele dei figli nati sotto l’oppressione straniera e proprio a Giuseppe, viene “aggiunto” un altro figlio, Gesù, che ci renderà tutti eredi e figli di Dio.
L’amore e la cura amorosa di Giuseppe per Maria e la loro fede nel messaggio angelico è sorprendente anche oggi, una giovane appena adolescente ed un uomo impregnato di cultura semita e mediterranea, che non si comportano secondo i canoni della legge, ma insieme affrontano un viaggio e una nascita senza aiuto alcuno se non quello della grazia e della forza data loro dalla promessa di Dio. Infatti, la discendenza davidica di Giuseppe dimostra la continuità della storia della salvezza e la fedeltà di Dio che porta a compimento le promesse già fatte ad Israele, promesse che non hanno bisogno di sangue, ma di amore e di fede.
Di fatto la registrazione congiunta per il censimento sancisce l’unione dei due a livello legale.. Potremmo forse descriverlo come il primo pacs della storia del cristianesimo.. o forse come un matrimonio civile, in quanto, dal censimento Giuseppe e Maria pagheranno le tasse assieme.
La nascita di Gesù avviene proprio a Nazareth dove doveva avvenire “secondo le scritture” affinché la profezia messianica si adempisse (2 Sam. 5,7; Michea 5,1). Il tempo è compiuto, poiché è il Salvatore, il Messia e il Signore sta venendo al mondo.
Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, che ci porta ad intuire che se Gesù è il primogenito e non l’unico, a sconfessare quella “mater” sempre vergine entrata molto presto nella storia tradizionale. Infatti già il protovangelo di Giacomo (leggenda posteriore) racconta che la levatrice constata la verginità intatta della madre. Il racconto biblico però testo non conferma la presenza di una levatrice, anzi sottolinea come dopo il parto sia la stessa mamma stanca e provata ad avvolgere il bimbo in fasce. Un bimbo per cui non c’era posto, che non ha trovato un qualunque luogo dove essere ospitato. Gesù è un bimbo nato nell’indigenza estrema, un bimbo non accolto dal mondo. Il bambino Gesù non ha posto dove venire al mondo poiché il mondo non lo accoglie e non lo riceve. Molti sono gli analoghi confronti con i tanti bambini che pure oggi non sono ricevuti, nonché sulle tante situazioni di estrema indigenza e miseria materiale, spirituale e culturale nella quale vengono al mondo i poveri di oggi. Questo riferimento non è, a parere mio una banalizzazione, ma una occasione che il testo Lucano offre ai tanti che sperimentano ed hanno sperimentato tale indigenza, per potersi identificare. Anche il bambino Gesù, il re pastore, il Messia atteso ed aspettato, non è stato ricevuto, eppure Egli è effettivamente la potenza di Dio incarnata. Un bambino è la potenza della vita nella sua massima espressione, ha pochissimo passato, ed ha tutto il futuro di fronte. Il bimbo Gesù, Potenza del Dio Vivente, offre ai tanti che non hanno un futuro, o ai quali il futuro non si prospetta in maniera rosea, la speranza di un futuro che non è governato “esclusivamente” dai criteri nostri, bensì da quelli di Dio. Un bimbo circondato però dall’amore: non ci sarà una stanza bella e sfarzosa per lui, ma ci sono per lui una serie di gesti amorevoli di cura.
In quella stessa regione c’ erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. I pastori in questo modo, indicano coloro che sono considerati importanti responsabili per il benessere della comunità, conoscono il territorio, lo sorvegliano, avvertono i cambiamenti prima degli altri, affrontano il pericolo dello stare all’aperto, offrono una risorsa alla comunità. Loro sono i primi che ricevono il messaggio evangelico e incontrano “il sommo pastore” che cura e veglia il “gregge” umano per l’eternità.
L’ angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Quando lo Spirito di Dio è la presenza più autentica nel mondo, allora la gioia è in particolar misura conseguenza di questa presenza di Dio negli uomini: lo spirito produce, oltre che giustizia e pace, la gioia come suo frutto.. Un atteggiamento totale, complesso, dotato di valore, che al pari della giustizia rappresenta la summa dell’atteggiamento cristiano. La gioia indica l’aspetto soggettivo dell’approssimarsi del regno di Dio. Accanto all’annuncio resta la parola di conforto bella e rassicurante: non temete, che è valida pure oggi: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. Il motivo della gioia e della consolazione sono certezza e speranza fondate in Dio (I know where I belong, or to Whom I belong). E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”», e questo segno non è un evento “straordinario”, ma è uno degli eventi più comuni che dovevano manifestarsi nella Palestina del tempo: un bimbo in fasce e nella mangiatoia. Gesù viene riconosciuto nell’umiltà, nella povertà e nella sobrietà, che mostrano però la cura e l’amore.
Cielo e terra sono uniti in una celebrazione cosmica per la nascita del bimbo Gesù.
Dopo che i pastori hanno ricevuto la bella notizia non restano immobili, ma si mettono in cammino per vedere “l’evento/parola” di cui loro hanno avuto dal Signore rivelazione diretta. La conoscenza della Parola/Evento di Dio non è un fatto che “scopriamo” per caso, ma è frutto di un incontro e di un annuncio. Prima di tutto parlano tra loro, e si consultano reciprocamente su quello che è l’agire comune: Essi concordemente, dopo aver parlato tra loro, seguono la via di Gesù.
Seguire Gesù è sempre infatti luogo di rispetto, di reciprocità, di confronto dialogico e di fraternità.
Questo invito al comunicare in maniera sempre più stringente, come fanno i pastori, è un passaggio importante, poiché tutto il brano dei pastori è permeato dal motivo della parola e forse potrebbe essere uno stimolo anche per noi a parlarci maggiormente e a non cadere nell’immobilità dopo avere espresso le proprie opinioni, bensì a ricondurre le parole comunicate verso un agire fruttuoso.
Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo.
Ci sono due diversi aspetti di ciò che suscita la parola/evento Gesù, da una parte l’annuncio fatto dai pastori e dall’altro la riflessione interiore all’incontro con la Parola Vivente.
E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’ era stato loro annunziato.
Portiamo con noi questo annuncio e lasciamo che si faccia spazio nelle nostre storie ordinarie, nelle nostre vite quotidiane, che ci porti a meditare o ad annunciare, a cantare o a restare in silenzio, che in ogni caso ci faccia sperare, perché in Gesù Cristo, nato a Nazareth, Dio il Signore nostro Salva. Amen.

Past. Laura Testa

Dear Brothers and Sisters, the birth of Jesus Christ is something that unifies all believers.
The birth of Jesus involves and transforms the world, the birth of Jesus challenges us as believers regardless of our confession, family or church: Jesus is born for each of us!
We already know that his family situation was not “perfectly traditional”, since Joseph is not the biological father of the child, he is not yet the husband of Mary, but the Evangelist Luke insists that Joseph is from the family of David, just like the messiah promised by the prophets; The meaning of the name Joseph is “it is added,” that name symbolizes the adoption by Israel of children born under foreign oppression.
Joseph is being “added” a son by God; and God in his son Jesus will make us all his children and heirs. The love and the loving care of Mary and Joseph and their faith in the angelic message is surprising even today: just a young teenager girl and a man of Semitic and Mediterranean culture, who do not behave according to the rules of the law, but together they face a trip and give birth without any help except that of grace and strength given to them by God’s promise.
The birth of Jesus takes place right in Nazareth “according to the Scriptures” so that the Messianic prophecy was fulfilled (2 Sam. 5.7; Micah 5.1). The time is fulfilled, since it is the Savior, the Messiah and the Lord that is coming into the world. Mary gave birth to her firstborn son, a child for whom there was no room, which did not find any place to be hosted. Jesus is a child born in extreme poverty, a child whom is not accepted by the world.
The baby Jesus has no place to be born because the world does not welcome him. There are many similar children who even today are not welcome, as well as many who live in situations of extreme poverty in the world today. This reference is not, in my opinion a trivialization, but one occasion that the Lucan text offers to many people who underwent such poverty, in order to identify. Even the baby Jesus, the Shepherd King, the awaited Messiah and waited, has not been accepted, yet He is indeed the power of God incarnate. A child has the power of life at its best, has no past, and has all the future ahead. The baby Jesus, Power of the Living God, offered to the many who do not have a future, the hope of a future that is not governed by our standards, but by God’s standards.
In that region the shepherds were in the fields and kept watch by night over their flock. The shepherds are those that are considered important for the welfare of the community, they know the territory and face the danger of being outdoors, they really offer a resource to the community. They are the first to receive the Gospel message and meet “the High Priest” who carefully watches the human “flock” for eternity.
The angel told them, “Fear not, for I bring you good news of a great joy to all the people. When the Spirit of God is the most authentic presence in the world, then the joy is in particular a result of this presence of God in men: the Spirit produces justice and peace and joy as its fruits .. a total stance, which represents the stance of a Christian.
The angelic word of beautiful and reassuring comfort: “fear not” is valid even today: “Today, in the city of David, a Savior is born to you, who is Christ the Lord, and this shall be a sign: you will find a baby lying in a manger ‘ “; that sign is not an” extraordinary one “, but it is one of the most common events that were to occur at that time in Palestine: Indeed Jesus Christ is recognized in humbleness, in poverty and modesty. Heaven and earth are united in a cosmic celebration for the birth of baby Jesus; The shepherds, after talking to each other, follow the way of Jesus. To follow Jesus is always in fact a place of respect, reciprocity, of dialogic confrontation and fellowship.
This invitation to communicate in a more and more pressing way, like the shepherds did, is an important step, an invitation for us to speak more and not to fall into stasis, but to bring the words communicated to a fruitful action. They came with haste, and found Mary and Joseph, and the Babe lying in the manger; and saw Him, they made known abroad what had been told them concerning this child. And all who heard it were amazed of the things told them by the shepherds. Mary treasured in herself all these things and pondered them in her heart. Let’s announce together with the angel and the shepherds the good news, let it take place in our ordinary stories, in our daily lives, the good news will lead us to meditate or to announce, to sing or remain silent but together we rejoice in hope, because in Jesus Christ, born in Nazareth: the Lord our God will save us! Amen

LETTURE BIBLICHE: Isaia 35, 3-10

Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata la Via Santa; (nessun impuro vi passerà) essa sarà per quelli soltanto; quelli che la seguiranno, anche gli insensati, non potranno smarrirvisi. In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà; ma vi cammineranno i redenti. I riscattati dal SIGNORE torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno. (Isaia 35,3-10)

Possiamo comprendere queste parole a più livelli, ed uno, quello che vale la pena di considerare per primo è quello storico: Israele, deportato a Babilonia, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto, sperimenta per la prima volta una speranza messianica nell’avvento di Ciro di Persia. Israele aveva vissuto quello che i profeti biblici, chiamano l’abominio della desolazione, non c’era più una speranza di restaurazione, i ricordi erano l’ultima cosa che restava ad Israele.
Isaia offre un messaggio diverso ai deportati, c’è ancora una speranza e non tutto è perduto, perciò date la buona notizia ed incoraggiate coloro che sono stanchi, poiché il cammino è ancora lungo e l’opera del Signore non è compiuta. C’è un messaggio anche per coloro che sono confusi, che non sanno più a cosa credere o che sono persi nel dolore che la deportazione aveva loro provocato. Anche per questi c’è una consolazione che è anche un’esortazione a restare forti e saldi e a non temere rispetto al futuro, poiché il futuro è aperto e riscattato dal Signore che rende possibile una realtà nuova e trasfigurata dalla sua presenza. Sarà Dio stesso a salvarvi. Israele s’incammina dunque per il deserto, luogo del viaggio e della crescita per antonomasia, ma anche luogo della desolazione, della sofferenza e dell’aridità, ma se anche nel deserto si sperimentano quelli che sono i primissimi segni della grazia e dell’avvento divino: All’annuncio profetico che l’avvento del Salvatore è prossimo, che il goel, il Salvatore d’Israele sta per giungere avverrà qualcosa di eccezionale, che ha del miracoloso.
Anche i sordi potranno udire la parola che dice la salvezza che giunge ed i ciechi potranno vedere la strada da percorrere e vedere l’approssimarsi del cammino da compiere. I ciechi vedranno la terra rifiorire e i sordi udranno l’annuncio della liberazione. Gli zoppi, gli storpi e coloro che fisicamente non avrebbero potuto intraprendere il cammino di ritorno, poiché lungo, stancante e irto di pericoli, salteranno come i cerbiatti. Un’immagine poetica estremamente evocativa che ha la forza di raccontare quanto sia grande il cambiamento che il Signore produce per Israele. Ed infine la lingua del muto, colui o colei che non parlava più perché magari era stato mutilato oppure perché aveva tanto sofferto da non avere più parole e lacrime da pronunciare, ecco la lingua del muto canterà di gioia. L’avvento del Signore produrrà suoni ed inni di festa dove prima c’era silenzio e desolazione.
Credo che l’ efficacia di queste parole valga anche per noi che leggiamo questo testo, infatti un secondo importante livello di questo testo biblico è dato da ciò che significa per noi che lo riceviamo con fede nell’attesa e nell’avvento del nostro Messia e Salvatore Gesù Cristo. Per Israele che vedeva Ciro di Persia come il Messia, qui si parla dell’avvento sperato ed intravisto del Salvatore, ma tale avvento non è ancora perfettamente compiuto: Israele è in cammino. Tale speranza nell’avvento messianico è la speranza che condividiamo con Israele, infatti anche per noi questo è un tempo di attesa, un già, ma anche un non ancora, nel senso che siamo in cammino in quelle che sono le settimane che precedono il Natale, vediamo le luci in giro per strada, le offerte natalizie, la corsa per i regali.. a raccontare che il tempo si sta accorciando.
Ma quale è questa gioia, questa speranza grande che viene nel mondo a partire dal Natale?
Credo che sia la stessa che Israele sperimentò già in fede nel deserto mentre ritornava tra gli stenti verso Gerusalemme da Babilonia. Quello non fu certamente un percorso facile, anzi, nel deserto c si può perdere, si può essere assaliti dai banditi o dalle belve feroci, e si può anche morire di stenti, di fame o di sete al freddo della notte oppure data la forte escursione termica sotto il sole cocente. Ma man mano che si approssimavano a Gerusalemme, gli israeliti potevano presagire che la loro casa era vicina e loro che erano stati deportati avrebbero presto riabbracciato i propri cari.
Ecco dunque un’altra similitudine tra il nostro vivere l’avvento e quello del brano poetico d’Isaia: il ritorno, c’è un ritorno verso casa, un farsi vicini gli uni agli altri che avviene nel periodo natalizio, un’occasione bellissima, ma che talvolta risveglia problematiche familiari o personali. Fratelli e sorelle che non si parlano tra di loro, genitori e figli che non riescono a comunicare e che si escludono a vicenda, ovvero anche persone che sono sole, che non hanno nessuno con il quale passare questo tempo di riunione perché non si sono costruiti una rete d’affetti o anche perché sono orfani o vedove, o anche altri che soffrono interiormente il dramma della depressione o della malattia fisica. Anche coloro che hanno accettato la malattia e la morte come ineluttabile, possono sperare e affidarsi al Signore, nella preghiera che chiede accoglienza, comprensione, vicinanza alle famiglie.. in una preghiera che a volte chiede qualche giorno in più.. quel giorno in più per dire a chi ci è caro ciò che fino a quel momento non gli avevamo ancora detto e per compiere un ultimo piccolo percorso..
Un percorso che è equivalente a quello nostro e a quello d’Israele nel deserto del ritorno, un percorso ultimo e difficile, ma nel quel il Signore ci dà concretamente i mezzi per andare avanti: Il Signore cambierà addirittura la conformazione geografica del deserto.

L’avvento del messia ed il giorno del Signore cambiano infatti la realtà nella sua essenza più profonda, pur senza snaturarla.
La differenza sostanziale è che dove c’è morte adesso grazie all’opera del Signore c’è la vita che si manifesta pienamente e si dispiega nella sua bellezza. Dice il profeta: acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari; il terreno riarso diventerà un lago, e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’ acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi.
Queste immagini poetiche rappresentano la prefigurazione del ritorno, infatti la volontà di Dio sarà talmente manifesta che non ci sarà bisogno d’indicazioni, tanto che anche gli sciocchi, gli insensati non potranno smarrirvisi. Una strada Maestra, una via Santa che potrà essere seguita da tutti coloro che sono stati redenti. Addirittura il testo aggiunge nessun impuro vi passerà, impuro nel senso dunque di non redento. Isaia non afferma che ci vorrà uno status particolare di perfezione o di purità per poter percorrere quella via maestra, ma che il Signore, il Riscattatore, il Messia, il Salvatore, che noi celebriamo ed annunciamo in Cristo Gesù, coinvolge la nostra realtà umana e creaturale talmente tanto da cambiare anche quella che la nostra realtà fisica.
E questo rappresenta l’ultimo livello di comprensione di questo bellissimo testo d’avvento, che ne è forse la dimensione più ricca: la prospettiva di salvezza per il creato intero manifestata nell’approssimarsi del Regno di Dio. Le ultime parole di questo testo profetico sono infatti: il dolore e il gemito scompariranno.
Meditando su quest’ultima immagine e mettendola in relazione con il Natale mi è venuta in mente la metafora del parto: come se il dolore ed il gemito di Dio che si manifesta come una madre nell’atto di partorire una realtà nuova e riconciliata per tutto e per tutti, ci sarà un momento in cui il parto sarà concluso, il dolore ed il gemito verranno meno ed ecco il bambino Gesù sarà nato. Una nascita che come ogni nascita è un miracolo grande, ma che manifesta la volontà e la capacità di salvezza del Signore per il creato intero, di liberare il mondo dalla violenza, dalla malattia, dalla prevaricazione e da ogni forma di gemito, di dolore e di morte possibile.
L’avvento di Gesù Cristo, come anche del Messia atteso d’Israele è per noi oggi una parola che dice la vita e la vitalità che il Signore Iddio nostro ci dona e che ci sana da ogni sofferenza. Possiamo dunque annunciare senza timore: Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi».

Past. Laura Testa

 
We can understand these words at multiple levels, and one that is worth considering first is historical: Israel after the Jerusalem Temple had been destroyed, was deported to Babylon and experienced for the first time a Messianic hope in the advent of Cyrus of Persia. Israel had experienced what the biblical prophets, called the abomination of desolation: memories were the last thing that was left to Israel. Isaiah offers a different message to the deportees, there is still a hope, tell the good news and encourage those who are tired, because the journey is still long and the Lord’s work is not done yet. There is a consolation that is also an exhortation to remain strong and not to fear about the future, because the future is redeemed by the Lord. God himself will come and save you. Israel, therefore, walks through the desert, the place of the journey and growth par excellence. Even the deaf will hear the word which says that salvation comes, and the blind can see the way. The blind will see the land flourish and the deaf will hear the announcement of liberation. All those who physically could not undertake the return journey, will jump like deer. This poetic image has the strength to tell how big is the restoration that the Lord brings to Israel. And finally the tongue of the dumb sings. The coming of the Lord will produce sounds and festive hymns where before there was silence and desolation.
I believe that the ‘effectiveness of these words also apply to us who read this text, us who are waiting for the coming of our Messiah and Savior Jesus Christ. This messianic hope in the advent of the Savior is the hope that we share with Israel. But what is this joy, this great hope that is in the world since Christmas?
I believe it is the same that Israel already experienced in faith in the desert while he was returning to Jerusalem from Babylon. That was certainly not an easy path indeed, in the desert you can be attacked by bandits or by wild beasts, and you can even die of starvation, hunger or thirst in the cold of the night, or under the scorching sun. But as they draw near to Jerusalem, the Israelites could foresee that their home was near and they who had been deported would soon re-embrace their loved ones. The return is a way back home, a way to get close to each other that occurs at Christmas time, it is a beautiful opportunity, but sometimes that closeness awakens family or personal problems.
At Christmas time we see brothers and sisters who do not talk to each other, parents and children who cannot communicate, lonely people who have no one, or others who suffer from within the drama of depression or physical illness. Even those who have accepted the illness and death as inevitable, can hope and trust in the Lord, asking in prayer for reception, understanding, closeness to the families .. a prayer that sometimes asks a few more days. Along this difficult path the Lord gives us the means to move forward concretely: The Lord indeed will change the geography of the desert: The advent of the Messiah changes the reality in its deepest essence.
The main difference is that where there was death there is now life and that is fully manifested and revealed in its beauty. The prophet says that in the wilderness shall break out waters, and torrents in solitary places; the parched ground shall become a pool, and the thirsty land will be turned into d ‘water sources; in the place where the jackals dwell there will be grass, reeds and rushes.
These poetic images represent the foreshadowing of the return, the purpose of God will be so obvious that there will be no need for directions, so that even fools shall not err therein. A Main road will be followed by all those who have been redeemed. The Lord, your redeemer, the Messiah, the Savior, that we celebrate and proclaim in Christ Jesus, encompasses our human reality and our physical reality.
Finally the prospect of salvation is for the whole creation. While meditating on this last image, and linking it to Christmas, I’ve come up with the birth metaphor: God that reveals as a mother in the act of giving birth to a new reality: there will be a time when the pain and groaning will be no more and that time is when the baby Jesus is born. A birth like every birth is a great miracle.
The advent of Jesus Christ, as well as the expected Messiah of Israel, is for us today a word that tells the life and the vitality: the Lord our God heals the whole creations from all sufferings. Let’s therefore announce without fear: Strengthen the weak hands, strengthened the feeble knees Say to those with fearful hearts, “Be strong, fear not! Here is your God! It will come with vengeance, the recompense of God; he will come and save you. “

La Parola è
diventata carne
e ha abitato per un
tempo fra di noi, e noi
abbiamo contemplato
la sua gloria

Giovanni 1,14

«Egli viene, viene fino a te. Sì, per davvero, tu non vai da lui né lo vai a prendere. È troppo alto per te, e troppo lontano. Tutta la tua ricchezza e intelligenza, tutto il tuo impegno e la tua fatica non ti porteranno vicino a lui, in modo che tu non ti vanti che il tuo merito e il tuo valore l’hanno portato a te. Caro amico, tutti i tuoi meriti e il tuo valore sono abbattuti, e non c’è dalla tua parte nulla se non una completa mancanza di merito, e dalla sua parte c’è pura la grazia e la misericordia».

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
le parole che sono riportate all’inizio di questa lettera sono tratte da un sermone di Martin Lutero per il tempo dell’Avvento del 1522 …

Cliccare per leggere il documento completo:

Lettera Natale 2016

Avrà luogo domenica prossima, con inizio alle ore 10 e termine alle 13 la consueta convention natalizia metodista del Nord-Est Italia, presso la CHIESA CRISTIANA EVANGELICA in  Via della Comina, 27 a PORDENONE. Un bus partirà da Porta Vescovo a Verona alle ore 7.30. Le comunità coinvolte sono quelle di Verona, Vicenza, Bassano, Pordenone, Treviso, Conegliano ed Udine. Sono attesi circa duecento sorelle e fratelli delle comunità metodiste e valdesi in quella che è non solo la celebrazione di un culto ma che costituisce anche l’occasione di ritrovarsi e stare insieme. Evento che coinvolge grandemente la componente ghanese della nostra chiesa, ma non solo. Ecco, lo “stare insieme” anima la convention; insieme, uniti in Cristo ritrovando amici e conoscenti che magari non si vedono da tempo, insieme, metodisti e valdesi, insieme, africani ed italiani, nello spirito di Essere Chiesa Insieme.

Per una ragione, semplice : “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. ” (1 Cor 12,12).

Quanto viene condiviso è in particolare la gioia, l’incontro col Signore e coi fratelli e le sorelle, nello spirito e nella cultura della condivisione della fede. L’intera comunità ghanese del Nord-est si sposta per incontrarsi seguendo in questo l’esempio di Wesley, che viaggiava per conoscere persone e comunità, confortare, portare la Parola. Il culto sarà celebrato dal Pastore George Ennin, ed il coro nazionale metodista, composto dai vari cori locali contribuirà alla gioia nella lode del Signore.

Stupendo l’augurio che le sorelle ed i fratelli ghanesi  si scambiano in occasione del ritrovo natalizio e che bene esprime fede e desiderio di incontrarsi nella sentita speranza che per il prossimo tutto vada per il meglio : “Afehya pa!”, cui si risponde con :”Ale no betu y3n” (la cifra “3” non è un refuso è usata come carattere nella lingua twi). Poche parole ma dense di significato: all’augurio “Buon reincontro annuale”, la risposta che è possibile tradurre solo ricorrendo a più termini intende: “l’anno prossimo desidero proprio rivederti nella speranza che ci sia qualcosa di bello da festeggiare ancora e nell’augurio che Dio ti sia vicino e  ti dia del bene!”

 

 

LETTURE BIBLICHE: Levitico 19,17-18; Giovanni 13,34-35; I Giovanni 2,7-8

17 Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
Levitico 19, 17-18

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Giovanni 13,34-35

Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita. E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo, il che è vero in lui e in voi; perché le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.
I Giovanni 2,7-8

In questa terza domenica d’Avvento siamo chiamati a riflettere sull’amore: non su un amore qualsiasi, ma sull’amore che Gesù ha nutrito per noi, l’amore che dovrebbe dare fondamento alla nostra stessa esistenza di credenti.
Gesù dice: Io vi do un nuovo comandamento. Perché nuovo? Cosa vuol dire? Che prima della sua venuta nessuno sapeva amare? Che non esistevano rapporti di affetto? Che i genitori non amavano i figli e le mogli i mariti o viceversa? Che gli uomini e le donne non amavano il loro Signore? No, non è questo che Gesù intende dire: gli uomini e le donne, i bambini e le bambine nutrivano sentimenti d’amore gli uni per gli altri e il comandamento dell’amore del prossimo era già scritto nell’antico libro del Levitico. E dunque?
“Vi do un nuovo comandamento” forse significa che prima della venuta di Gesù l’amore che gli uomini e le donne nutrivano gli uni per gli altri, ma, se ci riflettiamo un po’ seriamente e coraggiosamente, anche il nostro, era ed è una amore intriso dei nostri egoismi, della nostra fatica di affidarci, della nostra incapacità di volere davvero il bene dell’altro, senza secondi fini, senza incertezze. Perché dobbiamo ammetterlo, noi amiamo, ma spesso amiamo per bisogno: bisogno di essere amati, bisogno di essere visti, bisogno di avere una meta e uno scopo. Sì, ci costa affermarlo, ma noi umani, uomini e donne, spesso non riusciamo ad amare nel senso pieno del termine, nel senso che Gesù vuole dare a questo verbo, in realtà non ne siamo capaci. Talvolta ne abbiamo paura, talaltra siamo troppo distratti o troppo concentrati in noi stessi, più spesso non siamo nemmeno consapevoli della fragilità e inconsistenza dei nostri sentimenti.
Ma il Signore in questo passo ci dice che dobbiamo, e se dobbiamo dunque anche possiamo.
Gesù, infatti, dice “Vi do un nuovo comandamento”: il termine comandamento, cioè norma, legge, prescrizione, non allude ad una possibilità, ad una opzione, ma ad una precisa responsabilità, che attiene direttamente al nostro dichiararci cristiani. Il nuovo comandamento è: amatevi gli uni gli altri. E Gesù prosegue spiegandoci cosa intenda dire, dandoci un modello da seguire, dice “amatevi come io vi ho amati”, perché altrimenti non riusciremmo neppure a capire, altrimenti saremmo indotti a rispondere: “Ma come! Noi già amiamo, già sappiamo amare, dove sta la novità?” E invece Gesù non fa una distinzione tra chi sa amare e chi non sa amare, tra “buoni e cattivi” come piace tanto a noi. No, Gesù ci dice, semplicemente, dovete amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati. Come io vi ho amati. Abbiamo categorie che non siano le nostre per guardare questo amore? Come ci ha amati il nostro Signore? Si tratta naturalmente di una questione di intensità e di modalità, ma soprattutto significa che noi dobbiamo amarci gli uni gli altri, in quanto Gesù ci ha amati, perché Lui per primo ci ha amati. Gesù è il nuovo fondamento del nostro amore, la novità, la straordinaria novità, che oggi proclamiamo. Gesù è venuto sulla terra, ed è venuto perché ci ama e questo determina un cambiamento a 360° in quello che il termine amore significa per coloro che credono in lui. Quando diciamo “fratello” o sorella” in Gesù Cristo, parliamo di questo: Gesù ci unisce e il suo amore per te o per te è il fondamento del nostro amore per l’uno e per l’altro.
Ma dobbiamo anche confessare che forse in realtà non sappiamo come Dio ci abbia amati, perché siamo troppo coinvolti nel nostro modo di amare. Gesù è morto per tutti noi, ancora prima, Dio ha scelto di farsi umano, accettando di essere uomo tra gli uomini e quindi affrontando il freddo, la fame, la fatica, il dolore, la paura. Gesù non aveva bisogno di amarci, non ne aveva la necessità. Eppure ci ha amati profondamente, totalmente, dando se stesso per tutti e tutte noi. Questo è il Suo amore. Questo il modello che ci ha indicato. Non si tratta di una categoria psicologica, di una modalità tra le altre, si tratta di un donarsi totale, senza perdere se stessi. Un darsi senza rinunciare alla propria essenza. E ancora, un amarci attraverso di Lui. Questo forse è quello che Gesù voleva trasmettere: se ci dichiariamo Suoi discepoli, significa che abbiamo come fondamento Cristo e il Suo amore. E il Suo amore si vede, è tangibile, rende possibile a tutti, credenti e non credenti, di vedere cosa significhi l’amore di Gesù. Significa farsi strumento, visibile, del Suo amore per l’umanità, per tutta l’umanità.
Credere in Gesù Cristo, significa credere nel Suo amore per noi e su di esso fondare la propria vita, a partire da qui, dalla nostra chiesa, dai nostri fratelli e sorelle più vicini: non dobbiamo avere paura, sentirci incapaci, perché il Signore è al nostro fianco e mai come nel periodo dell’Avvento possiamo avere presente davanti agli occhi, nella testa e nel cuore che “le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.” Amen!
Erica Sfredda

 

SCRIPTURE READINGS: Leviticus 19,17-18: John 13,34-35: 1 John 2,7-8

On this the Third Sunday in Advent we are called upon to reflect on Love: not just any old love, but on the love that Jesus has nurtured for us, which should be the foundation of our very beings as believers.

Jesus said: “I give you a new commandment”. Yet what does He mean by “new”? “I give you a new commandment” means that before the coming of Jesus the love that men and women held for each other was a love bound up with our own egoisms, with our own efforts to trust one another, with our own incapacity to truly wish the good of others without harbouring ulterior motives or experiencing second thoughts. For while we must admit that we do love, often we are needy and self-seeking in our love. We need to be loved, we need to be looked at and we need also to have an aim and a purpose. Indeed often we are unable to love in the full sense of the term; in the sense that Jesus wished to give this word.

However the Lord in this passage tells us that we must love, and so if we must therefore we must also be capable of experiencing it.

In fact Jesus says: “I give you a new commandment.” The term commandment however, which ways you read it, does not allude to a possibility, but to a precise responsibility, which is directly attached to our callings as Christians. The new commandment is: “Love each other”. Jesus continues: “love each other as I have loved you”. Jesus makes no distinction between those who know how to love and those who do not, between the “good and the bad”, as indeed we ourselves so like to do. No, Jesus tells us simply that we must love one another as I have loved you. As I have loved you. Do we need to have new categories that are not ours by nature to comprehend this love? In what ways has our Lord loved us? Naturally here we are dealing with questions of intensity and of ways and means, but above all it means that we have to love one another as much as Jesus has loved us because it was He who was first to love us. That Jesus is the new foundation of our love is the good news, the extraordinarily good news, that we today as Christians proclaim. Jesus came down Earth, and he came down because he loves us and this means a 360o change in the meaning of the term love for those who believe in him. When we say “brother” or “sister” in Jesus Christ we are saying that the love of Jesus is the foundation of our love for one another.

Jesus died for all of us; but still even before that, God had chosen to create him human. Our Lord accepted to be a man among humankind and therefore faced cold, hunger, fatigue, pain and fear. Jesus had no need to love us, nor did he have any need to. Even so he loved us deeply and totally in giving himself for us all. This is His love. This is the example which he has given us. We are talking here of supreme self-sacrifice yet without losing very selves. It is a giving of oneself without renouncing our essence and moreover a love by means of Him.

If we declare ourselves to be his His disciples, it means that we have Christ and His love as our foundation. And His love is seen, is tangible, and makes it possible for all, believers or not, to see what the love of Jesus means. It means to make yourselves visible instruments of His love for humanity; all humanity! We must not be fearful or feel inadequate because the Lord is at our side and never more so than at Advent-tide when we are able to have before our very eyes and in our own heads and hearts the Good News that “the darkness has passed away and the true light is already resplendent.” Amen!

LETTURE BIBLICHE: Michea 5,1-3

«Ma da te, o Betlemme, Efrata, sebbene tra le più piccole città principali di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’ Israele».
Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE, con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’ estremità della terra.
Sarà lui che porterà la pace.

Care sorelle e cari fratelli,
stamattina leggiamo una pagina del profeta Michea, alla quale il Signore Gesù, e coloro che si accostarono alla sua predicazione, coloro che primi e prime cedettero in lui, si richiamavano certamente.
Il profeta Michea era un campagnolo, persona certamente poco avvezza, così come pure il profeta Amos, agli intrighi e alle cerimonie di palazzo.. eppure si trovava proprio a predicare “nel” palazzo, proprio a quelle persone che in Israele detenevano le sorti della vita di tanti e tante e muove loro delle critiche feroci.
Dissimilmente dalle profezie di Amos.. che conosce solo la parola di giudizio, Michea invece sa e ha una speranza fondata e certa che il Signore non lascerà il popolo, la nazione, gli eletti del Signore, privi e prive di una guida, di una consolazione, della Pace… che annuncia.. insieme al giudizio e alle critiche.
Critiche al potere, critiche alle istituzioni, critiche e giudizi forti ai leaders religiosi che continuavano a ripetere, “tutto va bene”, “c’è pace”, “Dio è con noi”, come ricordano anche i profeti Geremia e Isaia, in parte contemporanei di Michea, affermazioni fatte proprio quando non c’è la pace, quando non è che proprio vada tutto bene, quando… c’è fame, c’è guerra, c’è crisi, e l’Assiro.. è un nemico e un dominatore violento e potente che spazza via la speranza deportando ed affliggendo Israele e Giuda.
Critiche fortissime che possiamo adottare per riflettere sopra a questa parola profetica difficile… tante e tante volte abbiamo inneggiato e celebrato.. l’Emmanuele.. ovvero proprio quel “got mit uns” quel Dio con Noi.. che esprime l’arroganza del dominatore ingiusto e sanguinario secondo le parole del profeta Michea. Mi chiedo però, chiediamocelo insieme.. è con noi Dio quando la nostra società vorrebbe rimandare indietro qualunque essere umano che sia povero e che cerchi rifugio?
E’ con noi Dio quando il meglio che una delle democrazie più importanti del mondo occidentale elegge un’icona della destra xenofoba, che simbolicamente incoraggia atteggiamenti d’odio e di intolleranza? E’ con noi Dio quando i nostri fondi pensione vengono utilizzati per la speculazione finanziaria troppo spesso a nostra totale insaputa? È con noi Dio quando per via della cosiddetta.. ogni giorno sentiamo di nuovi morti sul lavoro.. e molto spesso questi sono uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza, dalla fretta di finire l’ingaggio per poterne cominciare un altro.. uccisi dal lavoro nero.. molto spesso stranieri, molto spesso al primo giorno di lavoro..
E’ con noi Dio quando nel nostro bel paese si producono armi che noi mai useremmo, ma che altri bellamente usano per fare esplodere campi minati.. con bombe belle che sembrano giocattoli? È con noi Dio quando ci voltiamo dall’altra parte fingendo di non sapere che produciamo il farmaco che in altri stati serve ad eseguire la pena di morte.. E’ con noi… quando fingiamo di non vedere la povertà ovunque accanto a noi e la ignoriamo.. costantemente… anche quando si trasforma in guerra violentissima tra poveri che non hanno nulla se non altra povertà da scambiare al banco dei pegni della sofferenza? Come avvenuto nei giorni scorsi al villaggio olimpico di Torino?
E’ con noi Dio quando un giorno sì e un giorno no viene uccisa una donna nel nostro paese? Ogni giorno vengono picchiate e sottoposte a violenze psicologiche e fisiche da parte di chi dice di amarle.
e soprattutto… se Dio è con noi.. facendo tutto ciò.. mi chiedo, insieme al profeta Michea… ma noi siamo con Dio? Siamo dalla parte del Signore che viene non accettato, senza posto per lui, senza uno status.. come i tanti e le tante bambini che pure oggi sono poveri, proprio come le donne e i bimbi respinti dagli abitanti di Gorino..
Siamo dalla parte del Potente che si schiera accanto agli oppressi? Lasciamo che il Suo Regno possa effettivamente accadere in mezzo a noi?
Gesù conosceva questa parola profetica.. e con quasi certezza posso affermare che visse la propria missione interpretando nella pienezza la figura messianica di cui parla il profeta Michea.. Gesù però andava anche oltre la parola profetica.. Il profeta annunciava l’avvento di un Messia terreno, che avrebbe dominato con giustizia, con rettitudine, che avrebbe cacciato l’oppressore.. e teneva anche conto del fatto che non sarebbe potuto accadere di punto in bianco, ma che ci sarebbe voluta una lunga ed accurata preparazione un lungo periodo di avvento.. proprio come quella che si svolge durante la gravidanza.. un periodo che sarebbe stato di attesa e anche di ansia e dolore prima della gioia e della pace, della riconciliazione, tra fratelli.. e tra popoli.
Un annuncio bellissimo comunque proprio per Israele che in quegli anni soffriva oppresso, tanto da esprimere la propria sofferenza con la metafora della donna sterile.. che non può aver figli.. metafora di colei.. che come Maria ed Elisabetta.. è impossibilitata a generare, per i motivi più svariati perché gli uomini sono morti in battaglia, perché è troppo giovane o troppo anziana.. o perché.. ha fame, o perché ha una patologia che le impedisce di generare.
Michea annuncia.. che la sterile partorirà, Israele è quindi la metafora della nuova nascita, della promessa che colei che doveva partorire, ma che non ha potuto, per via dell’oppressione umana, darà alla luce la vita, che la morte è vinta, che la speranza può rinascere, che c’è spazio per la fede e la felicità.
Una fede quella di Michea, che ancora oggi noi possiamo condividere.. in maniera anche ampia.. la condividiamo perché già abbiamo conosciuto, già sappiamo, che il Signore si è rivelato nella carne di Gesù che è nato come povero per il riscatto della povertà umana, è vissuto come giusto per riscattare chi soffre, si è rivelato come principe della pace, per portare la pace.. una fede che condividiamo perché aspettiamo ancora che il travaglio finale arrivi al compimento.. perché già abbiamo conosciuto, ma pure ancora attendiamo che il Regno di Dio accada pienamente in mezzo a noi.. ed è una fede che riconcilia, poiché questa attesa è già evento, la fede in Cristo ci accomuna con tutti e tutte coloro che leggono il Libro sacro e che pure attendono la venuta di Colui che porterà la Pace.
Amen

Past. Laura Testa