Versetto del mese: ottobre 2016. “Libertà nello Spirito.”

Dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà. (2 Cor. 3,17)

Il versetto del mese di ottobre è vertiginoso. Pur risuonando alle orecchie del fedele – forse in particolare del cristiano evangelico- come estremamente familiare richiede, proprio per la sua profondità, una attenta riflessione.

Ho citato la fede protestante poiché il tema della libertà fa vibrare corde intime della sensibilità evangelica. L’opera più conosciuta di Lutero è indubbiamente “La libertà del cristiano” che il Riformatore pubblicò nel 1520, appena tre anni dopo avere appeso le sue 95 tesi sul portone della chiesa del castello di Wittenberg. Da lì ad un anno, in occasione della dieta di Worms, Lutero avrebbe difeso la libertà della coscienza “prigioniera della parola di Dio”. Ecco che abbiamo già una contraddizione: ma come, non suona stridente accostare i termini libertà e prigionia? Lutero non teme l’apparente incongruenza: il cristiano è libero perché è contemporaneamente signore e servo. Se fosse solamente l’uno oppure l’altro non sarebbe libero. E’ l’unione di due estremi che lo libera. La fede è libertà: lo sguardo è rivolto a Dio, non ai mille signori del mondo da cui si è affrancati. La fede è servitù ma è essere servi per amore. Per amore non si è mai prigionieri in realtà.

Lo vediamo anche nell’Antico Testamento. Al termine del Libro dell’Esodo il popolo ebraico liberato riceve le istruzioni per la realizzazione delle istituzioni cultuali. Il termine ebraico usato per descrivere il servizio al Signore è diverso da quello indicato per definire la schiavitù egiziana. La parola “abodà” intende non il lavoro forzato bensì il servizio spontaneo. Il testo biblico invita più volte quanti hanno “cuore generoso” (Es. 35,5b) a servire il Signore.
L’amore, il cuore, la gratuità, il moto spontaneo che origina in un Amore più grande sono la “prigionia” del cristiano … o la libertà più grande? Il cristiano è quindi servo (?) per l’amore che lo fa accostare al prossimo.

Perché Paolo parla di libertà?
Nella seconda lettera ai Corinzi non mancano le note polemiche. L’Apostolo difende il suo apostolato nei confronti dei suoi avversari e rivendica in Cristo il suo unico riferimento. E’ una lettera in cui troviamo un’ampia gamma di emozioni: tenerezza e collera, amore e rimprovero, tutto per conservare l’unità della chiesa di Corinto e la propria attività. In particolare la colletta a favore dei poveri della chiesa di Gerusalemme: segno di reciproco riconoscimento in una cristianità primitiva che è già diversificata. Cerca la riconciliazione Paolo e lo fa identificando la minaccia per le comunità rappresentata dai cosiddetti “superapostoli”: missionari itineranti che si fanno retribuire e raccomandare, che alterano il messaggio di libertà di Cristo richiamandosi alla lettera delle Legge. Dove risiede questa libertà? Non certo nel legalismo, nel rispetto letterale della Legge di Mosè. Nei versetti che precedono quello citato Paolo descrive un velo “steso sul cuore” che sarà tolto: nella conversione avremo l’accesso alla gloria di Dio, gloria che è libertà, Spirito che è libertà. La libertà come elemento costitutivo di Dio. Liberi, a viso scoperto, senza veli siamo già -secondo Paolo- trasformati. Nuove creature, di “Gloria in gloria”. Ecco la vertigine di cui scrivevo all’inizio, siamo nel cuore dell’essenza divina: in Lui, al servizio della giustizia, affrancati dagli idoli, con lo sguardo limpido , consapevoli, immagine fortissima e indegna (ecco un’altro contrasto) dell’Eterno. Forza … quale? Il Vangelo Paolino è la Parola della croce, quello della debolezza e della pazzia, dell’apostolato forte nella debolezza.

A quale apostolato quindi siamo chiamati? Forti e deboli, signori e servi, in un gioco di apparenti contraddizioni che ci interpella: quante sono le privazioni della libertà che opprimono il prossimo oggi? Quante sono le privazioni della libertà che conculcano il nostro spirito, oggi? Privi di retorica, rispondere … fa male. D’altronde è in gioco la libertà! Qual’è la nostra “abodà”?

“LA VOCAZIONE DEL CRISTIANO”. PREDICAZIONE DI DOMENICA 25 SETTEMBRE 2016.

LETTURE BIBLICHE: Giudici 6,2-18. Rom. 12,17-21; 13, 1-10.

Epistola ai Romani12,17-21; 13, 1-10
17 Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. 18 Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. 19 Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. 20 Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». 21 Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

1 Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono stabilite da Dio. 2 Perciò chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; 3 infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l’autorità? Fa’ il bene e avrai la sua approvazione, 4 perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. 5 Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza.
6 È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. 7 Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l’onore a chi l’onore. 8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge.

Cari fratelli e care sorelle, la predicazione di oggi, su testi teologicamente densi, nasce dallo scambio di opinioni sul futuro dei giovani della nostra chiesa, che si affacciano al mondo universitario per formarsi e apprendere alcune professionalità. Comprendere la propria vocazione, è un processo che può durare una vita, ma certo il tempo degli esami di maturità è particolarmente denso di riflessioni esistenziali: dove mi formerò? quali studi voglio continuare quali abbandonare? ci sono possibilità di lavoro per quel che mi piace approfondire?
Tutte domande che pian piano chiariscono quello che è il lavoro desiderato dal il giovane studente, tutte domande che chiariscono quale sia la vocazione che lo Spirito rivolge alla studentessa.
Le opportunità e le difficoltà che si trovano nello scorrere della vita, poi daranno concretezza a questa vocazione, metteranno la giovane davanti a scelte necessarie. Ogni scelta sarà espressione dell’etica personale, sarà condizionata dalla visione del mondo dettata dalla propria fede.
Gesù nel discorso sulla vite e i tralci, parlando ai propri discepoli, dice :”voi non siete del mondo ma io vi ho scelti di mezzo al mondo”.
Questa è la condizione di ciascuno di noi che sente di essere chiamato dal Signore, la nostra vocazione, il nostro lavoro ci tiene in mezzo al mondo, dobbiamo quotidianamente fare i conti con le sue regole e con i suoi rapporti di forza, senza perdere la consapevolezza che l’amore di Dio, la nostra adozione tramite la morte e la resurrezione di Gesù ci rende figli di Dio.
Questa fiducia a cui ci appoggiamo, ci rende positivamente diversi dagli ambienti che frequentiamo. Il suo amore ci strappa ogni giorno alle logiche del mondo donandoci nuove possibilità. L’apostolo Paolo nei versetti precedenti al brano che abbiamo letto dice:” Io vi esorto fratelli …..non vi conformate a questo secolo ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente”.
In questa tensione, matura la nostra vocazione durante tutta la vita, in questa tensione prendiamo ogni decisione eticamente rilevante.
L’apostolo Paolo, nella parte della lettera ai Romani che abbiamo letto, dà una lunga serie di consigli e di esortazioni al piccolo gruppo che a Roma sta formando una comunità cristiana.
Vivete in pace, non fate le vostre vendette, restate sottoposti alle autorità , pagate i tributi, non abbiate altro debito con alcuno, se non di amarvi gli uni gli altri.
Nella enorme città piena di templi per tutte le divinità dell’impero, con enormi disparità sociali, vivere una vita cristiana, comprendere il significato di vocazione o giustificazione era veramente arduo!

Paolo aveva chiaro che i fratelli e le sorelle della chiesa che stava nascendo a Roma, per imparare a servire la chiesa, dovevano in primo luogo comprendere la loro diversità dal mondo romano, ma senza staccarsi dalla realtà nella quale il Signore li aveva chiamati.
“Non essere vinto dal male , ma vinci il male con il bene”, scrive l’apostolo. La tensione in cui matura la nostra vocazione al lavoro è qui ridotta ai termini essenziali; vediamo che le logiche vincenti nel lavoro e nella economia sono espressione dell’interesse personale e della avidità sociale , ma possiamo vincere queste forze con l’amore fraterno, la agape del Signore.
Ma Paolo non si dimentica dove questa agape doveva attuarsi, a Roma, sede dell’imperatore, e allora raccomanda di essere sottomessi alle autorità. A Roma la autorità si vedeva dovunque, con i suoi edifici e con le sue istituzioni. A Roma i magistrati e le truppe erano un incontro quotidiano che non si poteva ignorare.
A Roma era molto facile che un gesto non avveduto fosse scambiato per resistenza, e Paolo ricorda che i magistrati non sono di spavento alle opere buone , ma alle cattive.
Sappiate fare i conti con i magistrati, sappiate fare i conti con il potere che a Roma incontrate ad ogni angolo!
Con linguaggio contemporaneo Paolo direbbe: “La vostra diaconia deve sapersi tingere dei rapporti politici esistenti, deve saper diventare anche una diaconia politica”.
Anche oggi se ragioniamo sulle nostre azioni come chiesa o come singoli, non possiamo prescindere dal conoscere ed esaminare il contesto legale e politico nel quale le svolgiamo. Ognuno di noi nello svolgimento del proprio lavoro e nelle relazioni sociali che abbiamo, attua una specifica diaconia . L’aiuto diretto a chi è in difficoltà o lo sforzo politico perché il potere non discrimini chi ha meno possibilità. L’aiuto economico che risolve il problema quotidiano del singolo o lo sforzo di riflessione per cambiare le condizioni che hanno portato quel singolo, e tanti altri, a non mettere insieme il pranzo con la cena.
Ogni scelta etica si inserisce in un quadro di leggi esistenti che vanno osservate, ma che potrebbero essere attuate diversamente o che potrebbero cambiare.

L’apostolo Paolo per aiutare i credenti di Roma fa una affermazione impegnativa: il magistrato è al servizio di Dio per il vostro bene, è al servizio di Dio per la condanna di chi fa il male.
La traduzione letterale di questa seconda frase sarebbe “essa (la autorità) è al servizio di Dio per manifestare la Sua collera verso il malfattore”.
Non voglio approfondire in questa riflessione il rapporto dei credenti con alcune professioni legali o il rapporto della chiesa con lo stato. Paolo è concreto: “non vendicatevi per i torti subiti, pagate le tasse, vincete il male con il bene”.
Paolo esorta i credenti che leggono la lettera a trovare lo spazio per svolgere ogni diaconia dentro al quadro legale e politico esistente, consapevoli che si tratta sempre di una lotta del bene con il male.
Nella nostra chiesa ci sono dei giovani, essi sono alla ricerca della propria vocazione, una vocazione che riguarda tutta la loro vita, non solo le attività nella chiesa. Questa vocazione cresce dentro ad una tensione tra il mondo e la speranza del regno di Dio, tra il male ed il bene. Questa vocazione proviene dalla nostra adozione come figli di Dio mediante la croce.
Questo il messaggio della Parola letta oggi!
Ora chiediamoci come risuona questo messaggio nella nostra mente di abitanti di Verona in Italia, nel 2016.
I consigli di Paolo ad abitare il mondo esistente, a fare i conti con l’autorità, sono validi anche oggi? E’ possibile non essere vinti dal male? Se facessimo il magistrato o il poliziotto potremmo vincere il male con il bene?
E noi, condividiamo le parole di Paolo sulla autorità? Come consideriamo chi ha il potere di applicare le leggi o di amministrare i soldi pubblici? Come un nemico da abbattere? Come una persona da ingraziarsi? Come una cornice corrotta da cui tenerci lontano per non sporcarci? Tentiamo in ogni modo di ignorarli e deleghiamo ad altri l’intervento in questo campo?
Non ho le risposte a tutte queste domande, posso solo portare un esempio di come la nostra chiesa in Italia tenta di vincere il male con il bene, rimanendo sottoposta alle autorità superiori, conoscendo, e a volte forzando, il quadro legislativo e politico esistente.
Mediterranean Hope, i corridoi umanitari, l’aiuto ai rifugiati e ai migranti.
Sembrava non ci fosse spazio per aiutare chi fugge dalla guerra e dalla fame, se non raccoglierli naufraghi in mare. Questa era la situazione politica ed economica, questo il mondo in mezzo al quale Dio ha scelto la sua chiesa. Ma studiando le leggi, consolidando alleanze con parte del mondo cattolico si è trovata una strada possibile. Vi era una clausola dei patti europei che nessuno aveva attuata, vi era la disponibilità a spendersi nella lotta dentro la burocrazia politica italiana, vi erano i soldi dell’Otto per Mille valdese anche essi figli di una legge discussa .
Dentro a quel quadro, alcune centinaia di persone sono giunte sicure in Italia. Il significato delle azioni di Mediterranean Hope è quello di forzare il quadro legale e politico per dare indicazioni di speranza, una speranza concretamente attuabile in tutti i paesi europei, una speranza attuata in Italia.
Un esempio di servizio dal forte valore politico, che ancora continua dentro alle tensioni che agitano tutte le nazioni di Europa, un esempio possibile grazie allo sforzo collettivo di tanti credenti anche molto giovani. A livello individuale ciascuno, giovane o maturo che sia, è in ricerca della propria vocazione che non può essere limitata dal rifiuto del mondo esistente. Certo sarà difficile, il mondo si opporrà alle nostre speranze, ma la vocazione del Signore ci chiama ad uscire dal chiuso dei luoghi di culto, mantenendo nella memoria le ultime parole del capitolo 13 della lettera ai Romani:” Indossiamo le armi della luce, camminiamo onestamente come di giorno. “
Che il giorno, il giorno del Signore si levi davanti a noi con l’aiuto dello Spirito Santo. Amen

Ruggero Mica

 

Altre predicazioni nella pagina cosa diciamo/sermoni.

Progetto Minibus: un aiuto per essere mani e piedi di Dio.

La nostra comunità si sta impegnando nella raccolta dei fondi necessari per l’acquisto di un Minibus a sostegno delle attività benefiche e delle necessità di spostamento della Chiesa Valdese  di Verona. Il mezzo attualmente impiegato è giunto indubbiamente al termine del suo onorato servizio, ormai inservibile non è più in grado di circolare e  ci impedisce di continuare o effettuare alcuni servizi importanti  quali:

-il  trasporto di persone e derrate alimentari destinate a duecento famiglie bisognose  della nostra comunità e non.

-il trasporto  di sorelle e fratelli  immigrati dal Ghana,  privi di mezzi di trasporto autonomo, al fine di consentire loro di frequentare presso la nostra sede corsi di lingua italiana, attività del coro della chiesa, incontri per sviluppare la interculturalità delle donne, scuola domenicale per i bambini e partecipazione ai culti.

-Raccolta  di derrate alimentari donate da aziende agricole locali per famiglie in difficoltà.

Inoltre stiamo programmando come nuova attività la distribuzione di generi di prima necessità ai senza tetto.

Crediamo come cristiani che il Signore ci chiami incessantemente ad operare nella sua vigna e preghiamo affinchè lo Spirito apra le nostre orecchie al grido del bisognoso. Sappiamo che spesso però non è un grido, è un gemito sommesso, è un silenzio assordante che all’attenzione del Signore non sfugge:  il bisogno risuona sempre come un’ingiustizia fatta ai fratelli più piccoli.

Non possiamo non ricordarci il passo del Vangelo secondo  Matteo, 25,37-40: “Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” . E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”

Per chi volesse contribuire è possibile effettuare un’offerta tramite bonifico bancario sul conto intestato alla: “Chiesa evangelica valdese di Verona”,  presso UniCredit, IBAN: IT 80 H 02008 11770 000011081581, oppure tramite paypal: https://www.paypal.me/valdesiverona, oppure inserendo l’offerta in busta, scrivendo sulla stessa “offerta minibus” e consegnandola durante la colletta domenicale al culto.

Un grazie di cuore a chi vorrà aiutare.

 

“La Gioia del Signore”; predicazione di domenica 11 settembre 2016.

LETTURE BIBLICHE: I Timoteo 1, 12-17; Luca 15,1-10

12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità; 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
I Timoteo 1,12-17

1 Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
3 Ed egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? 5 E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; 6 e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta”. 7 Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.
8 «Oppure, qual è la donna che se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? 9 Quando l’ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta”. 10 Così, vi dico, v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».
Luca 15,1-10

La lettura oggi suggerita dal nostro Lezionario è una delle più famose del Nuovo Testamento: si tratta delle parabole della pecora smarrita e della dramma perduta. Nel vecchio innario del 1922, quello che conteneva anche canti per i bambini, c’era un inno, dolcissimo, che oggi abbiamo cantato tutti insieme “Io sono un agnellino”, la storia di un bambino “salvato dal Signor”. Un canto che suscita tenerezza negli adulti perché è la storia di un bambino che si è perduto, ma che viene cercato, ritrovato e quindi portato in salvo. L’inno dice già tutto: di fronte al Signore siamo come bambini, bisognosi di aiuto e protezione, come i bambini rischiamo sempre di perderci, ma non dobbiamo temere, perché il Signore non si dimentica di noi e viene a cercarci e non ha pace finché non è riuscito a portarci in salvo.
Ma la tenerezza di questo inno non deve distoglierci dal desiderio di approfondire il messaggio che ci giunge da queste due parabole.
Cominciamo dall’inizio: le due parabole (in realtà 3) sono introdotte da un preambolo che illumina e chiarisce l’intero passo: “Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. “Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».”
E dunque vi siete mai chiesti da che parte state voi? Da che parte siamo e stiamo noi? Noi chi siamo? Siamo i peccatori che si avvicinano a Gesù o siamo i farisei che mormorano? Naturalmente siamo peccatori e abbiamo bisogno di essere accolti, ma forse questa parabola può farci riflettere anche su qualcosa d’altro. Noi tutti siamo padri, madri, zii e zie che cercano di difendere i propri bambini, siamo anche adulti che cercano di difendere le fasce deboli della società, uomini e donne credenti che vogliono difendere la loro chiesa e la loro fede. Ma allora, se ci riflettiamo con lealtà, possiamo certamente comprendere scribi e farisei. Uomini che cercavano di difendere il popolo di Dio, cioè il gregge che ritenevano fosse loro affidato, da quelle che potremmo definire delle “cattive compagnie”. I farisei e gli scribi non erano mossi da intenzioni malvagie, volevano impedire che la fede loro e dei loro padri, la fede di Abramo, Isacco e Giacobbe, fosse contaminata e trascinata lontano dai suoi fondamenti: voi mamme e papà sareste contente e contenti se i vostri figli frequentassero persone che praticano il male? Persone che abusano del proprio ruolo per guadagnare sulla pelle dei poveri, come i pubblicani, o persone che rubano e truffano il prossimo, ladri o anche solo maleducati, sbandati, fumatori, bevitori e la lista potrebbe essere lunga? Quale madre e padre non si spaventerebbe di fronte ad amici che non siano del tutto a posto?
Ancora una volta Gesù ci mette in discussione, interroga la nostra interiorità più profonda scardinando il nostro quieto modo di pensare: noi spesso ci comportiamo come i farisei e gli scribi, benché secoli e secoli di lettura antisemitica del N.T. ci aabiano insegnato a disprezzarli, quindi stiamo attenti quando ne prendiamo le distanze, anche se naturalmente sappiamo bene di essere anche, contemporaneamente, le pecore che il Signore cerca e accoglie.
Procedendo nella lettura, dobbiamo sottolineare un altro aspetto degno di attenzione: la prima parabola racconta che il pastore abbandona le 99 pecore nel deserto e va a cercare la centesima. Nel deserto? Sì, nel deserto! Non dice che il pastore porta le pecore nell’ovile e poi va a cercare la perduta… dice che le lascia nel deserto. Vi rileggo la frase: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? ». La domanda è posta in modo tale, che ci spinge a rispondere di getto: Sì, certo! Anche noi lo faremmo, ovvio! Ma pensiamoci bene: se avessimo un gregge di 100 pecore, siamo certi che metteremmo a repentaglio la sicurezza di 99 per salvarne una, anzi, per cercare di salvarne una? Ecco di nuovo scardinati i nostri luoghi comuni, il nostro consueto pensare umano, umanissimo: ho perso un centesimo di quello che avevo? Pazienza! L’importante è salvaguardare il restante 99! Sembra assolutamente sensato dirlo. E qui vi chiedo di fare un altro sforzo di immaginazione: per un momento non identificatevi con la pecora perduta, ma con le 99. Che fareste voi? Il buon pastore è anche pastore vostro! Perché se ne va? Perché vi abbandona nel pericolo? E’ dunque un pastore non buono? La terza parabola di questo capitolo del vangelo di Luca è quella del figliol prodigo: ricordate la rabbia del figlio che resta a casa? Ma come, sono sempre stato qui, ho sempre obbedito agli ordini di mio padre e lui cosa fa? Festeggia il ritorno di mio fratello, di colui che non si è sacrificato per la famiglia, che se ne è andato in giro a fare quello che gli pareva e piaceva, mentre io sgobbavo e sudavo!
Anche noi, probabilmente, lasciati da soli nel deserto forse ci sentiremmo traditi, abbandonati. Quante volte, in effetti, ci siamo sentiti esattamente così: soli e abbandonati, pieni di rabbia nei confronti di coloro che ci sembrano più amati, meglio protetti e maggiormente difesi, in famiglia, sul lavoro e forse anche nella fede. La generosità di Dio ci va benissimo quando si tratta di perdonare noi, quando siamo noi ad essere accolti, ma ci da un po’ fastidio quando ad essere accolti sono coloro che noi giudichiamo più peccatori di noi.
Ed infine vorrei riflettere con voi su un ultimo punto: siamo sicuri di sentirci, sul serio, come la pecora smarrita? Di sentire con tutto il nostro essere la paura di perdere la strada, cioè di perdere la fede, o di smarrirci nel labirinto della nostra attuale società, così piena di altri, nuovi e accattivanti idoli? Siamo sempre pronti a sentirci peccatori e bisognosi qui in chiesa, la domenica durante la confessione di peccato, ma poi, nella vita concreta, non viviamo forse nella consolante convinzione che, in fondo, mica rubiamo, mica uccidiamo, non evadiamo neppure le tasse! E poi, tutto sommato nella quotidianità abbiamo tante cose da fare, tanto a cui pensare, non possiamo mica vivere come fossimo dei frati in un convento!
Io credo invece che quello che la parabola vuole insegnarci è che tutti e tutte facciamo parte del gregge del Signore, sia che ne siamo consapevoli, sia che non lo siamo. Inoltre vuole affermare con forza che noi, ognuno e ognuna di noi, siamo veramente e profondamente importanti per Dio: al punto da affermare il paradosso che quando si tratta della nostra salvezza il Signore non vede null’altro, non pensa a niente altro se non a salvarci. Nulla è più importante per quel pastore, che salvare colei o colui che si era perduto, perduto nell’indifferenza, perduto nell’ipocrisia del ben pensare, perduto nell’angoscia di una vita durissima perché non c’è lavoro, perché la casa è precaria, perché qualche persona cara è morta lasciando un vuoto incolmabile, perché viviamo una vita che sentiamo come inutile. Ognuno e ognuna di noi, quando si sente solo, abbandonato, incerto, disilluso, schiacciato da colpe che sente imperdonabili forse non riesce a sentire il Signore. Ma quello che oggi vi annuncio è non solo che non siamo abbandonati, ma che se ci perdiamo, se non troviamo più la nostra strada non dobbiamo temere perché dietro e accanto a noi c’è il Signore, non solo ma non appena Egli riuscirà ad aprire il nostro cuore e le nostre orecchie farà festa grande, gioirà: Dunque, fratelli e sorelle, rallegriamoci facendo nostra questa bellissima e incredibile notizia: il nostro ravvedimento non solo cambierà la nostra vita, ma riempirà di gioia il Signore e tutti gli angeli di Dio. Amen!

Erica Sfredda

Altri sermoni nella pagina dedicata: cosa diciamo/sermoni.

Melodie d’opera in chiesa: Plaisir d’amour, domenica 11 settembre

Nuovo appuntamento per la serie di concerti che, ormai da inizio estate, si tengono presso la chiesa evangelica valdese di Verona, via Duomo, angolo via Pigna. Anche domenica 11 settembre avremo l’occasione di ascoltare arie celebri, grazie a Nicola Sfredda, autore dell’iniziativa in collaborazione on l’associazione “Amici dell’opera E. Garofalo” di Rovereto. Si spazierà da Vivaldi a Mozart, da Schubert a Verdi in un programma che si annuncia di sicuro interesse per gli amanti del belcanto.

img-20160909-wa0006Elisabetta Dambruoso, Licia Martini, Alessandro Dal Vecchio, Luca Ottolini, Vincenzo Rose, Andrea Segattini, saranno accompagnati al pianoforte da Nicola Sfredda .

L’inizio sarà alle 18, l’ingresso è libero.

Versetto del mese: settembre 2016

Io ti amo di un amore eterno; perciò ti prolungo la mia bontà. (Geremia 31,3)

Geremia è il modello del profeta sofferente: appassionato, vivace, dolente. Vive pienamente la forza dell’annuncio sorretto dalla Parola. Denuncia, invita alla conversione; in perenne contrasto con gli ascoltatori.

“Sedotto” dal Signore, inizia la sua attività profetica in momenti drammatici: la minaccia babilonese alla fine del VII secolo a.C. è prossima, di lì a pochi anni Gerusalemme sarà conquistata, il popolo di Israele deportato. Geremia avverte la contraddizione di dovere annunciare ad un popolo di cui si sente parte il tradimento di questi nei confronti di Dio. È il rifiuto dell’amore divino da parte di Israele, che si concretizza nell’idolatria, nella menzogna, nell’incirconcisione del cuore: il peccato ha raggiunto tutti ed è -in sostanza – ribellione radicale nei confronti di Dio. Geremia vuole convincere il popolo ad abbandonare il peccato e tornare  al Signore.

L’annuncio profetico non è però solo di accusa e giudizio, è anche annuncio di salvezza: Israele si avvierà infine alla propria dimora di pace, tornerà nella sua terra. Un popolo  minuto, frammentato, debole,  in balia delle superpotenze dell’epoca non è dimenticato da Dio. La salvezza che lo attende è il frutto dell’azione gratuita del Signore, un Dio fedele, che ha nel cuore innanzitutto gli ultimi, i sofferenti.

Ecco che la salvezza annunciata da Geremia si riallaccia a quel filo rosso che si dipana lungo la Scrittura intera: l’economia del povero, degli ultimi, degli emarginati, dei disprezzati, dei reietti, dei secondogeniti. Dall’Antico al Nuovo Testamento. Lo vediamo nel Vangelo di  Luca: il tema degli ultimi e della Misericordia di Dio è fortissimo. La tenerezza di Dio per i bambini, le donne, gli schiavi, i deboli, i peccatori incapaci di salvarsi da soli, i rifiutati, emerge costantemente negli scritti lucani. Ecco che Maria concepirà un figlio per un intervento gratuito di Dio, analogamente alle donne della storia di Israele: Sara, Rebecca, Rachele, Anna, donne sterili, quindi ultime.  Nel Salmo 118 lo troviamo: è il Dio della “Pietra scartata”. Non possiamo avere dubbi: Il Signore sarà sempre dalla parte degli oppressi. Non è un Dio impassibile.  Il suo amore è viscerale, non viene meno. Con le parole di  Geremia lo ricorda nel versetto citato, in Cristo lo rivelerà fino in fondo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perchè chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Melodie d’opera in chiesa: nuovo appuntamento domenica 28 agosto

La Chiesa Valdese di Verona e l’Associazione “Amici dell’opera” di Rovereto hanno organizzato  il nuovo appuntamento all’interno dell’iniziativa “melodie d’opera in chiesa”: serie di incontri musicali che si protrarrà fino alla fine del mese di settembre.

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Il gruppo vocale “4 CUARTI” , si esibirà con brani del Rinascimento Barocco – dal sacro al profano-  all’interno della chiesa valdese di Verona, in via Duomo -angolo via Pigna- domenica 28 agosto con inizio alle ore 18. L’ingresso è libero.

Il gruppo è composto da:

Soprani: Giorgia Zandonelli Golin, (flauto tenore, soprano, traverso), Loredana Marchesini

Contralti: Cecilia Trucchi, Cristina Trucchi

Tenori: Maestro Armando Parra (pianoforte), Matteo Bonfante

Il gruppo nasce nel 2014 da un’idea del Maestro Armando Parra. L’attività vocale inizia come quartetto a due soprani, contralto e tenore per ampliarsi recentemente in modo da proporre una maggiore quantità di brani. Il repertorio misto, profano e sacro, attinge alla musica rinascimentale e barocca italiana, spagnola, inglese ed al barocco latino-americano.
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La FCEI lancia una sottoscrizione per il terremoto.

Roma, 24 agosto 2016 (NEV/CS58) – “Appreso con sconcerto del terremoto in Centro Italia, quando è ancora indefinito il bilancio umano di questa tragedia, il primo pensiero va ovviamente alle vittime, alle loro famiglie, a coloro che sono ancora vivi sotto le macerie e a quanti stanno lavorando con ogni mezzo per salvarli”. Sono le parole del presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Luca M. Negro, che aggiunge: “La nostra preghiera è che il Signore aiuti gli sforzi di queste ore”.

“Come accaduto in occasioni di altri terremoti, anche questa volta la FCEI – prosegue il presidente Negro – lancia una raccolta fondi a favore delle popolazioni colpite per interventi di urgenza. La FCEI rivolge quindi un appello alle chiese membro, alle agenzie ecumeniche internazionali, a donatori e donatrici che hanno fiducia nell’azione degli evangelici italiani perché sostengano questa richiesta”.

“Infine – conclude Negro – la FCEI mette a disposizione le proprie strutture e le proprie risorse tecniche per il coordinamento dell’azione degli evangelici italiani di fronte a questa tragedia. Infine invita gli evangelici italiani ad accompagnare con i loro sforzi l’impegno alla preghiera perché la Parola di Dio ci aiuti a confortare, sostenere ed accompagnare i sopravvissuti e l’opera di ricostruzione”.

Per inviare donazioni è possibile utilizzare i seguenti conti correnti specificando nella causale “Terremoto Centro Italia”:

Unicredit – IBAN: IT26X0200805203000104203419 BIC: UNCRITM1704

Conto corrente postale FCEI n° 38016002 – intestato a: Federazione delle chiese evangeliche in Italia

Sinodo 2016: luogo privilegiato di confronto, unità e condivisione.

Si sta tenendo in questi giorni a Torre Pellice il Sinodo annuale della Chiesa Valdese e Metodista. Iniziato domenica 21 agosto, terminerà venerdì 26 . I temi affrontati variano dall’ecumenismo ai fenomeni migratori e all’accoglienza, dalle diverse forme di famiglia alla diaconia, per arrivare alla preparazione del 500. anniversario della Riforma del 2017.

Quest’anno, della nostra chiesa di Verona, sono presenti a seguire i lavori Erica Sfredda e Enrico Parizzi. E’ Enrico che ci riporta il senso e lo spirito profondo che anima il sinodo e chi vi partecipa: ” E’ la consapevolezza di fare parte di una Chiesa con una forte vocazione internazionale. Se i valdesi sono riusciti a sopravvivere a guerre, carestie e persecuzioni, ciò è stato possibile da un lato grazie al senso di essere un “popolo” tenuto insieme dalla fede comune, dall’altro all’apertura verso fratelli e sorelle di altre parti del mondo: in periodi diversi, gli Hussiti, le città libere riformate della Svizzera, della Francia e della Germania, le Fiandre, il mondo anglosassone. Oggi il Sinodo è il luogo privilegiato in cui si possono incontrare fratelli e sorelle appartenenti alle chiese valdesi di tutta Italia, Germania, Svizzera, USA e America latina, nonché delle chiese protestanti con cui siamo in relazione. Fratelli e sorelle che portano tematiche, discussioni, proposte diverse, allargano le nostre prospettive e arricchiscono l’esperienza della testimonianza e dell’annuncio della Parola. Qui si tasta il polso della Chiesa, si decidono le linee guida che verranno seguite nel corso dell’anno attraverso l’azione della Tavola Valdese. È molto importante vivere la fede nella consapevolezza di far parte di un organismo più grande, di una comunità che dà respiro e senso alla nostra fede. Il senso di essere una chiesa presbiteriana è fortemente motivato in 1 Corinzi 12 e struttura in modo essenziale il nostro stare insieme e vivere la fede. (“Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito. Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. … Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.” 1 Cor, 12,13-14; 26) “. 

Il Sinodo quindi come luogo di unità, condivisione e partecipazione, aperto alle molteplici voci della chiesa ed anche della società. Il culto inaugurale presieduto dal pastore Gianni Genre, ha visto , dalla scelta della musica alle parole del sermone, sottolineare come la fede -analogamente alla musica- possa raggiungere le persone che non è scontato vedere nelle chiese. La sfida delle chiese evangeliche italiane è annunciare le fede a tutti e per farlo devono sopravvivere, aggiornando la loro presenza in una società che ha bisogno di interventi sociali ed assistenziali. Il sermone su Luca 13,10-17 (la donna inferma) ha permesso di evidenziare come la Chiesa ed anche la persona, nel momento in cui sono curvi, in cui  “subiscono il mondo” e temono di non farcela più, corrano un grande pericolo: quello di non vivere in senso pieno, nella gioia dell’Amore.

 Il decano della Facoltà Valdese di Teologia, Prof. Fulvio Ferrario ha riferito come la caratteristica portante della Riforma, a 500 anni dalla sua nascita, è che non ha parole diverse dalle parole cristiane; la Riforma ha voluto essere originale nel senso di riscoprire l’ Evangelo di sempre, nel proprio contesto. La fedeltà alla Riforma significa rifare quello che ha fatto la Riforma: riprendere in mano la Bibbia ed affrontare i problemi attuali, quali: la riforma delle fede personale, l’integrazione e molti altri . Fondamentale è la ricerca di Dio, che è meno lontana dalla nostra sensibilità di quanto crediamo . La chiesa deve accompagnarla e imparare sempre di nuovo a farlo. 

Il messaggio del capo dello stato Sergio Mattarella ha focalizzato come le riflessioni e le idee espresse nel sinodo siano importanti non solo per la chiesa ma per la società intera. Il dialogo ecumenico è espresso nelle parole della lettera di Mons. Parolin, portavoce del papa e segretario di stato vaticano che auspica sempre più intense forme di collaborazione. Il saluto al sinodo da parte del pastore Raffaele Volpe, presidente dell’UCEBI, Unione cristiana evangelica Battista d’Italia, che oltre a ringraziare il Signore per la proficua collaborazione con la nostra chiesa, ha focalizzato il suo intervento sulla multiculturalità: “più che un metodo , uno stile di vita”.

Il noto giornalista Gad Lerner nel corso della serata pubblica ha affrontato il tema dei profughi , dei corridoi umanitari e dell’iniziativa Mediterranean Hope che ha definito “una fiammella profetica”, perché piccola ma che indica la strada che l’ONU ha assunto come priorità : viaggi sicuri, alternativi ai viaggi gestiti dalle organizzazioni criminali. La speranza del giornalista è che si accetti non solo la coerenza del progetto con il diritto italiano ma ci si renda conto che la sindrome da invasione ha portato a ritenere che il diritto internazionale non valga più, diritto che tutela i profughi. Le autorità sono spesso terrorizzate dalla perdita di consenso ed il loro messaggio diviene unicamente : “io sto provando a fermarli”.

In occasione del consueto incontro presinodale è stato affrontato inoltre il dramma della violenza di genere e del femminicidio, dove la vicepresidente della diaconia valdese Victoria Munsey e la pastora Maria Bonafede hanno sottolineato come l’educazione sia fondamentale per scardinare un’ideologia secolare che è stata la base per subordinare le donne all’uomo. Educazione laica a partire dalle scuole; educazione  religiosa, cercando nella Bibbia quanto sottrae le donne alla sopraffazione.

Venerdì 26 i lavori termineranno con le elezioni.

“Il tempo del creato”: celebrazioni nelle chiese evangeliche europee dal 1 settembre al 4 ottobre.

La commissione “Globalizzazione e ambiente” della Federazione delle chiese evangeliche in Italia propone dei materiali per “Il tempo del creato” che le chiese europee celebrano dal 1 settembre al 4 ottobre .

Il tema scelto per il 2016 è il lavoro in rapporto al creato.

La creazione che Dio ha portato a vita ed esistenza rappresenta la coincidenza perfetta tra parole ed azione.

Il lavoro di Dio è  creazione. La nostra vocazione è quella di essere co-creatori, secondo l’espressione della teologa Dorothee Solle: essere consapevoli che la creazione di Dio non è stato un atto limitato nel tempo ma un atto iniziale del quale ha affidato a noi il compito della continuazione.

Al link sotto riportato materiali e ulteriori dettagli:

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