“amatevi gli uni gli altri”. Predicazione di domenica 11 dicembre, terza di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Levitico 19,17-18; Giovanni 13,34-35; I Giovanni 2,7-8

17 Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
Levitico 19, 17-18

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Giovanni 13,34-35

Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita. E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo, il che è vero in lui e in voi; perché le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.
I Giovanni 2,7-8

In questa terza domenica d’Avvento siamo chiamati a riflettere sull’amore: non su un amore qualsiasi, ma sull’amore che Gesù ha nutrito per noi, l’amore che dovrebbe dare fondamento alla nostra stessa esistenza di credenti.
Gesù dice: Io vi do un nuovo comandamento. Perché nuovo? Cosa vuol dire? Che prima della sua venuta nessuno sapeva amare? Che non esistevano rapporti di affetto? Che i genitori non amavano i figli e le mogli i mariti o viceversa? Che gli uomini e le donne non amavano il loro Signore? No, non è questo che Gesù intende dire: gli uomini e le donne, i bambini e le bambine nutrivano sentimenti d’amore gli uni per gli altri e il comandamento dell’amore del prossimo era già scritto nell’antico libro del Levitico. E dunque?
“Vi do un nuovo comandamento” forse significa che prima della venuta di Gesù l’amore che gli uomini e le donne nutrivano gli uni per gli altri, ma, se ci riflettiamo un po’ seriamente e coraggiosamente, anche il nostro, era ed è una amore intriso dei nostri egoismi, della nostra fatica di affidarci, della nostra incapacità di volere davvero il bene dell’altro, senza secondi fini, senza incertezze. Perché dobbiamo ammetterlo, noi amiamo, ma spesso amiamo per bisogno: bisogno di essere amati, bisogno di essere visti, bisogno di avere una meta e uno scopo. Sì, ci costa affermarlo, ma noi umani, uomini e donne, spesso non riusciamo ad amare nel senso pieno del termine, nel senso che Gesù vuole dare a questo verbo, in realtà non ne siamo capaci. Talvolta ne abbiamo paura, talaltra siamo troppo distratti o troppo concentrati in noi stessi, più spesso non siamo nemmeno consapevoli della fragilità e inconsistenza dei nostri sentimenti.
Ma il Signore in questo passo ci dice che dobbiamo, e se dobbiamo dunque anche possiamo.
Gesù, infatti, dice “Vi do un nuovo comandamento”: il termine comandamento, cioè norma, legge, prescrizione, non allude ad una possibilità, ad una opzione, ma ad una precisa responsabilità, che attiene direttamente al nostro dichiararci cristiani. Il nuovo comandamento è: amatevi gli uni gli altri. E Gesù prosegue spiegandoci cosa intenda dire, dandoci un modello da seguire, dice “amatevi come io vi ho amati”, perché altrimenti non riusciremmo neppure a capire, altrimenti saremmo indotti a rispondere: “Ma come! Noi già amiamo, già sappiamo amare, dove sta la novità?” E invece Gesù non fa una distinzione tra chi sa amare e chi non sa amare, tra “buoni e cattivi” come piace tanto a noi. No, Gesù ci dice, semplicemente, dovete amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati. Come io vi ho amati. Abbiamo categorie che non siano le nostre per guardare questo amore? Come ci ha amati il nostro Signore? Si tratta naturalmente di una questione di intensità e di modalità, ma soprattutto significa che noi dobbiamo amarci gli uni gli altri, in quanto Gesù ci ha amati, perché Lui per primo ci ha amati. Gesù è il nuovo fondamento del nostro amore, la novità, la straordinaria novità, che oggi proclamiamo. Gesù è venuto sulla terra, ed è venuto perché ci ama e questo determina un cambiamento a 360° in quello che il termine amore significa per coloro che credono in lui. Quando diciamo “fratello” o sorella” in Gesù Cristo, parliamo di questo: Gesù ci unisce e il suo amore per te o per te è il fondamento del nostro amore per l’uno e per l’altro.
Ma dobbiamo anche confessare che forse in realtà non sappiamo come Dio ci abbia amati, perché siamo troppo coinvolti nel nostro modo di amare. Gesù è morto per tutti noi, ancora prima, Dio ha scelto di farsi umano, accettando di essere uomo tra gli uomini e quindi affrontando il freddo, la fame, la fatica, il dolore, la paura. Gesù non aveva bisogno di amarci, non ne aveva la necessità. Eppure ci ha amati profondamente, totalmente, dando se stesso per tutti e tutte noi. Questo è il Suo amore. Questo il modello che ci ha indicato. Non si tratta di una categoria psicologica, di una modalità tra le altre, si tratta di un donarsi totale, senza perdere se stessi. Un darsi senza rinunciare alla propria essenza. E ancora, un amarci attraverso di Lui. Questo forse è quello che Gesù voleva trasmettere: se ci dichiariamo Suoi discepoli, significa che abbiamo come fondamento Cristo e il Suo amore. E il Suo amore si vede, è tangibile, rende possibile a tutti, credenti e non credenti, di vedere cosa significhi l’amore di Gesù. Significa farsi strumento, visibile, del Suo amore per l’umanità, per tutta l’umanità.
Credere in Gesù Cristo, significa credere nel Suo amore per noi e su di esso fondare la propria vita, a partire da qui, dalla nostra chiesa, dai nostri fratelli e sorelle più vicini: non dobbiamo avere paura, sentirci incapaci, perché il Signore è al nostro fianco e mai come nel periodo dell’Avvento possiamo avere presente davanti agli occhi, nella testa e nel cuore che “le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.” Amen!
Erica Sfredda

 

SCRIPTURE READINGS: Leviticus 19,17-18: John 13,34-35: 1 John 2,7-8

On this the Third Sunday in Advent we are called upon to reflect on Love: not just any old love, but on the love that Jesus has nurtured for us, which should be the foundation of our very beings as believers.

Jesus said: “I give you a new commandment”. Yet what does He mean by “new”? “I give you a new commandment” means that before the coming of Jesus the love that men and women held for each other was a love bound up with our own egoisms, with our own efforts to trust one another, with our own incapacity to truly wish the good of others without harbouring ulterior motives or experiencing second thoughts. For while we must admit that we do love, often we are needy and self-seeking in our love. We need to be loved, we need to be looked at and we need also to have an aim and a purpose. Indeed often we are unable to love in the full sense of the term; in the sense that Jesus wished to give this word.

However the Lord in this passage tells us that we must love, and so if we must therefore we must also be capable of experiencing it.

In fact Jesus says: “I give you a new commandment.” The term commandment however, which ways you read it, does not allude to a possibility, but to a precise responsibility, which is directly attached to our callings as Christians. The new commandment is: “Love each other”. Jesus continues: “love each other as I have loved you”. Jesus makes no distinction between those who know how to love and those who do not, between the “good and the bad”, as indeed we ourselves so like to do. No, Jesus tells us simply that we must love one another as I have loved you. As I have loved you. Do we need to have new categories that are not ours by nature to comprehend this love? In what ways has our Lord loved us? Naturally here we are dealing with questions of intensity and of ways and means, but above all it means that we have to love one another as much as Jesus has loved us because it was He who was first to love us. That Jesus is the new foundation of our love is the good news, the extraordinarily good news, that we today as Christians proclaim. Jesus came down Earth, and he came down because he loves us and this means a 360o change in the meaning of the term love for those who believe in him. When we say “brother” or “sister” in Jesus Christ we are saying that the love of Jesus is the foundation of our love for one another.

Jesus died for all of us; but still even before that, God had chosen to create him human. Our Lord accepted to be a man among humankind and therefore faced cold, hunger, fatigue, pain and fear. Jesus had no need to love us, nor did he have any need to. Even so he loved us deeply and totally in giving himself for us all. This is His love. This is the example which he has given us. We are talking here of supreme self-sacrifice yet without losing very selves. It is a giving of oneself without renouncing our essence and moreover a love by means of Him.

If we declare ourselves to be his His disciples, it means that we have Christ and His love as our foundation. And His love is seen, is tangible, and makes it possible for all, believers or not, to see what the love of Jesus means. It means to make yourselves visible instruments of His love for humanity; all humanity! We must not be fearful or feel inadequate because the Lord is at our side and never more so than at Advent-tide when we are able to have before our very eyes and in our own heads and hearts the Good News that “the darkness has passed away and the true light is already resplendent.” Amen!

Quando “Dio è con noi”? Predicazione di Domenica 4 dicembre 2016, seconda di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Michea 5,1-3

«Ma da te, o Betlemme, Efrata, sebbene tra le più piccole città principali di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’ Israele».
Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE, con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’ estremità della terra.
Sarà lui che porterà la pace.

Care sorelle e cari fratelli,
stamattina leggiamo una pagina del profeta Michea, alla quale il Signore Gesù, e coloro che si accostarono alla sua predicazione, coloro che primi e prime cedettero in lui, si richiamavano certamente.
Il profeta Michea era un campagnolo, persona certamente poco avvezza, così come pure il profeta Amos, agli intrighi e alle cerimonie di palazzo.. eppure si trovava proprio a predicare “nel” palazzo, proprio a quelle persone che in Israele detenevano le sorti della vita di tanti e tante e muove loro delle critiche feroci.
Dissimilmente dalle profezie di Amos.. che conosce solo la parola di giudizio, Michea invece sa e ha una speranza fondata e certa che il Signore non lascerà il popolo, la nazione, gli eletti del Signore, privi e prive di una guida, di una consolazione, della Pace… che annuncia.. insieme al giudizio e alle critiche.
Critiche al potere, critiche alle istituzioni, critiche e giudizi forti ai leaders religiosi che continuavano a ripetere, “tutto va bene”, “c’è pace”, “Dio è con noi”, come ricordano anche i profeti Geremia e Isaia, in parte contemporanei di Michea, affermazioni fatte proprio quando non c’è la pace, quando non è che proprio vada tutto bene, quando… c’è fame, c’è guerra, c’è crisi, e l’Assiro.. è un nemico e un dominatore violento e potente che spazza via la speranza deportando ed affliggendo Israele e Giuda.
Critiche fortissime che possiamo adottare per riflettere sopra a questa parola profetica difficile… tante e tante volte abbiamo inneggiato e celebrato.. l’Emmanuele.. ovvero proprio quel “got mit uns” quel Dio con Noi.. che esprime l’arroganza del dominatore ingiusto e sanguinario secondo le parole del profeta Michea. Mi chiedo però, chiediamocelo insieme.. è con noi Dio quando la nostra società vorrebbe rimandare indietro qualunque essere umano che sia povero e che cerchi rifugio?
E’ con noi Dio quando il meglio che una delle democrazie più importanti del mondo occidentale elegge un’icona della destra xenofoba, che simbolicamente incoraggia atteggiamenti d’odio e di intolleranza? E’ con noi Dio quando i nostri fondi pensione vengono utilizzati per la speculazione finanziaria troppo spesso a nostra totale insaputa? È con noi Dio quando per via della cosiddetta.. ogni giorno sentiamo di nuovi morti sul lavoro.. e molto spesso questi sono uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza, dalla fretta di finire l’ingaggio per poterne cominciare un altro.. uccisi dal lavoro nero.. molto spesso stranieri, molto spesso al primo giorno di lavoro..
E’ con noi Dio quando nel nostro bel paese si producono armi che noi mai useremmo, ma che altri bellamente usano per fare esplodere campi minati.. con bombe belle che sembrano giocattoli? È con noi Dio quando ci voltiamo dall’altra parte fingendo di non sapere che produciamo il farmaco che in altri stati serve ad eseguire la pena di morte.. E’ con noi… quando fingiamo di non vedere la povertà ovunque accanto a noi e la ignoriamo.. costantemente… anche quando si trasforma in guerra violentissima tra poveri che non hanno nulla se non altra povertà da scambiare al banco dei pegni della sofferenza? Come avvenuto nei giorni scorsi al villaggio olimpico di Torino?
E’ con noi Dio quando un giorno sì e un giorno no viene uccisa una donna nel nostro paese? Ogni giorno vengono picchiate e sottoposte a violenze psicologiche e fisiche da parte di chi dice di amarle.
e soprattutto… se Dio è con noi.. facendo tutto ciò.. mi chiedo, insieme al profeta Michea… ma noi siamo con Dio? Siamo dalla parte del Signore che viene non accettato, senza posto per lui, senza uno status.. come i tanti e le tante bambini che pure oggi sono poveri, proprio come le donne e i bimbi respinti dagli abitanti di Gorino..
Siamo dalla parte del Potente che si schiera accanto agli oppressi? Lasciamo che il Suo Regno possa effettivamente accadere in mezzo a noi?
Gesù conosceva questa parola profetica.. e con quasi certezza posso affermare che visse la propria missione interpretando nella pienezza la figura messianica di cui parla il profeta Michea.. Gesù però andava anche oltre la parola profetica.. Il profeta annunciava l’avvento di un Messia terreno, che avrebbe dominato con giustizia, con rettitudine, che avrebbe cacciato l’oppressore.. e teneva anche conto del fatto che non sarebbe potuto accadere di punto in bianco, ma che ci sarebbe voluta una lunga ed accurata preparazione un lungo periodo di avvento.. proprio come quella che si svolge durante la gravidanza.. un periodo che sarebbe stato di attesa e anche di ansia e dolore prima della gioia e della pace, della riconciliazione, tra fratelli.. e tra popoli.
Un annuncio bellissimo comunque proprio per Israele che in quegli anni soffriva oppresso, tanto da esprimere la propria sofferenza con la metafora della donna sterile.. che non può aver figli.. metafora di colei.. che come Maria ed Elisabetta.. è impossibilitata a generare, per i motivi più svariati perché gli uomini sono morti in battaglia, perché è troppo giovane o troppo anziana.. o perché.. ha fame, o perché ha una patologia che le impedisce di generare.
Michea annuncia.. che la sterile partorirà, Israele è quindi la metafora della nuova nascita, della promessa che colei che doveva partorire, ma che non ha potuto, per via dell’oppressione umana, darà alla luce la vita, che la morte è vinta, che la speranza può rinascere, che c’è spazio per la fede e la felicità.
Una fede quella di Michea, che ancora oggi noi possiamo condividere.. in maniera anche ampia.. la condividiamo perché già abbiamo conosciuto, già sappiamo, che il Signore si è rivelato nella carne di Gesù che è nato come povero per il riscatto della povertà umana, è vissuto come giusto per riscattare chi soffre, si è rivelato come principe della pace, per portare la pace.. una fede che condividiamo perché aspettiamo ancora che il travaglio finale arrivi al compimento.. perché già abbiamo conosciuto, ma pure ancora attendiamo che il Regno di Dio accada pienamente in mezzo a noi.. ed è una fede che riconcilia, poiché questa attesa è già evento, la fede in Cristo ci accomuna con tutti e tutte coloro che leggono il Libro sacro e che pure attendono la venuta di Colui che porterà la Pace.
Amen

Past. Laura Testa

Ecumenismo: una necessità per i cristiani.

Protestantesimo, ecumenismo e pluralismo.

Per risalire allo spirito ecumenico che contraddistingue il protestantesimo contemporaneo, non è sufficiente analizzare la storia dell’ecumenismo a partire dagli inizi del XX secolo, periodo che ha visto la nascita e l’istituzionalizzazione di percorsi ed organizzazioni internazionali. Percorrendo la storia della Riforma e procedendo verso il passato, occorre superare le reciproche scomuniche tra chiese cristiane ed il clima di contrapposizione che – sebbene costitutivo all’interno della disputa teologica e della definizione identitaria della Riforma e del cattolicesimo post-tridentino- hanno originato spargimenti di sangue ed orrori, compiendo un reale tradimento del messaggio di Cristo. Arriveremo così all’origine del termine “protestantesimo” che oggi identifica le Chiese appartenenti al protestantesimo storico, luterane e riformate. Tale termine espresse la reazione -nel corso della II dieta di Spira del 1529- da parte di cinque principi elettori e di 14 città che avevano aderito alla Riforma, al ritiro da parte imperiale della concessione fatta nella dieta tenutasi tre anni prima. Essa prevedeva infatti che ciascuna autorità politica decidesse autonomamente se permettere o meno la predicazione evangelica. Una “protestatio”, corale quindi, che faceva seguito alla dichiarazione individuale di Lutero che a Worms nel 1521 rifiutò di ritrattare le sue affermazioni ed opere, in nome del primato e del vincolo della Scrittura. Una “protestatio” che identifica un atteggiamento di resistenza ed opposizione a leggi e norme che pretendono coartare o violare la coscienza dei singoli. Il protestantesimo racchiude quindi in maniera connaturata ad esso il concetto di libertà e di pluralismo. Non possiamo non vedere come anche quest’ultimo concetto sia intrinsecamente legato all’origine stessa del Cristianesimo. Già nella nascita e sviluppo della Chiesa primitiva si possono osservare le diverse tradizioni che la animavano. Limitandoci alla Siria e Palestina del I e II secolo si identificano cinque diverse tradizioni cristiane (1): quella dei detti (Fonte Q), quella Antiochiena, kerigmatica, dove probabilmente Paolo apprese molto dei contenuti della sua teologia, quella Giovannica, connotata da una fratellanza priva di gerarchie, quella giudeo-cristiana e quella gnostica. Rileviamo anche le differenze tra una Chiesa gerarchica, episcopale, quella che vinse potremmo dire, quella degli Atti e quella che originò il quarto Vangelo, per non parlare delle differenze tra il cristianesimo paolino e quello gerosolomitano. Non possiamo dimenticare inoltre che abbiamo due testamenti, quattro Vangeli e che sebbene da Marcione a Taziano si sia spesso cercato di conciliare le differenze, tali tentativi non hanno mai raggiunto lo scopo di uniformare un messaggio che si presenta articolato e ampio. Diversità che nasce anche sulla base di un ebraismo che è plurale e che quindi , nelle sue diverse manifestazioni, ha influito sui primi circoli cristiani. Potremmo pensare –ad esempio- al fariseismo della scuola di Hillel , piuttosto che non all’ebraismo ellenistico. In poche parole il pluralismo è caratteristica sia del cristianesimo che del protestantesimo .

Diversità ed unità nel protestantesimo.
La diversità come dato di fatto quindi e nel contempo la chiamata all’unità . Come conciliarle? Ecco la rilevanza della Scrittura che in Paolo (Ef. 5,4 ss.) ci ammonisce:  “Noi crediamo la Chiesa una, perché uno è il Signore, una la fede, uno il battesimo, uno l’Iddio, padre di tutti”. Di conseguenza potremmo dire che l’ecumenismo è necessario perché “Dio lo vuole ” (2). In seno al mondo protestante ed evangelico in generale, le due tensioni, diversità ed unità si sono costantemente presentate, stante la capacità ed il desiderio di confrontarsi con la contemporaneità. “Il protestantesimo ha in generale cercato di immergersi nella corrente, di rischiare sé stesso nella storia. Era stato così anche nei secoli precedenti: l’ecclesiologia protestante favorisce un confronto serrato tra la parola biblica e le sfide del tempo…” (3). D’altro canto , nel contempo “Tutta la dottrina della Riforma, a prescindere dalle singole confessioni di fede, potrebbe essere riassunta nelle seguenti espressioni latine: , Sola Fide, Sola Gratia, Solus Christus, Sola Scriptura.” (4). Altre caratteristiche portanti sono: l’adesione ai credo ed alle formule come espressi nell’Apostolico (contenete espressioni risalenti al II secolo) e nei concili del IV e V secolo (Niceno-Costantinopolitano del 381 e di Calcedonia nel 451); la collegialità (rivoluzionaria nel XVI secolo l’abolizione o il ripensamento della figura del vescovo; una costante attenzione alla necessità del cambiamento (Ecclesia semper reformanda); le confessioni di fede: Augustana , Elvetica, i 39 articoli anglicani… .
Unità espressa in maniera mirabilmente concisa ed efficace nelle tre confessioni appena citate: La chiesa di Cristo è dove il Vangelo è rettamente annunciato e i sacramenti correttamente amministrati. Diversità nelle forme e spiritualità delle famiglie confessionali e delle denominazioni, come anche nei modelli ecclesiali: episcopale, presbiteriano, congregazionalista. Nel protestantesimo possiamo rilevare cinque famiglie confessionali: luterana, riformata, anglicana, battista, metodista. Movimenti di risveglio, rispondenti sul piano teologico all’azione dello Spirito, su quello sociale alla necessità di rivitalizzare il cristianesimo spesso ingessato in Chiese ormai dominanti. Spiccano tra essi il battismo, il pietismo tedesco, il metodismo. Assistiamo inoltre a correnti trasversali alle varie denominazioni: ecumenico, carismatico, evangelicale.

Documento del sinodo valdese sull’ecumenismo (1998)
Il movimento ecumenico , per propria natura nasce quindi in seno al protestantesimo. Urgente agli inizi del XX secolo la necessità di confrontarsi a fronte dei nuovi quesiti imposti dall’attività missionaria. Non a caso fu nel 1910 , in occasione della conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, che si iniziò un cammino che portò poi alla creazione di quelle organizzazioni accomunate dalla necessità di arrivare all’unità visibile della chiesa: nel 1948 il CEC (consiglio ecumenico delle chiese), nel 1959 la KEK, (conferenza europea delle chiese), nel 1973 la CPCE (commissione delle chiese protestanti in Europa-concordia di Leuenberg) per arrivare infine ad un documento condiviso anche con la chiesa cattolico-romana (Charta Oecumenica, 2001) .
In questo contesto la Chiesa evangelica valdese, tramite il suo sinodo (delle Chiese valdesi e metodiste), produsse nel 1998 un documento in grado di affrontare in maniera organica il tema ecumenico, dalle motivazioni, allo stato dell’arte delle relazioni con le altre chiese, fino agli obiettivi e linee guida.
Chiarendo immediatamente nel preambolo come l’ecumenismo sia rispondente alla Parola che richiama ad un solo corpo, un solo Spirito un solo Signore (Ef. 4,4-6), il documento evidenzia come la cristianità si sia divisa più volte e come la varietà e la diversità facciano parte della natura stessa della Chiesa una, in quanto esse sono caratteristiche umane: Il fatto stesso che nella Bibbia si abbiano diverse concezioni e teologie illustra tale concetto, rilevando come siano illustrati i molteplici aspetti di una unica realtà e verità : la rilevazione di Dio in Gesù. L’uniformità infatti contraddice l’azione dello Spirito che si manifesta nella varietà dei doni. La Chiesa come corpo di Cristo non è divisa, perché Cristo non è diviso (1 Cor 1,13), è la Chiesa come realtà storica e umana ad essere divisa. Interessante in questa sezione come alcuni termini identifichino l’atteggiamento adeguato al percorso ecumenico: Chiese che sinceramente desiderano manifestare unità, che hanno iniziato un cammino di pentimento e rinnovamento, imparando ad accogliersi gli uni gli altri, non ignorando e banalizzando le divisioni, consapevoli che nessuna chiesa esaurisce la “pienezza di Dio” (Ef, 3,19). Senza perdere di vista che la principale ragione dell’ecumenismo è che “il mondo creda” (Gv, 17,21). Nei rapporti con le altre chiese evangeliche sono evidenziati i passi compiuti in Italia : la nascita del consiglio federale delle chiese evangeliche nel 1946, la rubrica televisiva “protestantesimo”, la società biblica in Italia (interconfessionale dal 1983), il programma “essere chiesa insieme” promosso dalla federazione delle chiese evangeliche in Italia, il patto di integrazione nel 1979 delle Chiese valdesi e metodiste, in piena comunione con l’unione cristiana evangelica battista d’Italia. Si riportano anche gli elementi di diversità: l’interpretazione del testo biblico (storico-critico nella Chiesa valdese), le scelte etiche (ravvisando nella Chiesa valdese la stretta unione tra responsabilità verso gli esseri umani e comandamento dell’amore, nello spazio della libertà di Cristo ). Diversità che non impediscono un rapporto di fraternità non essendo intaccato il centro della confessione di fede. Nei rapporti con le Chiese ortodosse si sottolinea come il movimento ecumenico rappresenti un importante terreno di incontro, con particolare riferimento al Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) ed alla Conferenza delle Chiese Europee (KEK). L’ortodossia , che può essere considerata la forma più antica di cristianesimo, avendo ben salde le origini nella Chiesa sub-apostolica e nei padri della Chiesa, si caratterizza per la fedeltà alla Chiesa del primo millennio . Vi sono importanti affinità e diversità tra Chiese riformate ed ortodosse. Si pensi alla valorizzazione del laicato ed alla conciliarità come elementi di unione e alle diverse nozioni di apostolicità con le relative ricadute sulle concezioni di ministero e sacramento. Si sottolinea l’urgenza di un maggiore incontro a livello nazionale tra Chiese riformate e ortodosse. Un ampio spazio –com’è naturale che sia per il paese che racchiude al suo interno lo Stato del Vaticano- viene dedicato ai rapporti con la Chiesa cattolico-romana. Verità cristiane fondamentali sono pienamente condivise: la concezione trinitaria di Dio, la fede in Cristo vero Dio e vero uomo; altre sono comuni ma interpretate diversamente: la Cena del Signore, il ministero, considerati devianti rispetto alla fede cristiana. Esplorando ciò che unisce protestanti e cattolici romani non possiamo prescindere dal nome di Gesù come unico salvatore, dalla fede in Dio, rivelatosi in Israele ed in Gesù di Nazareth, confessato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Nella Scrittura, sia Antico che Nuovo Testamento, (nonostante alcune differenze nel canone dell’AT) entrambe le confessioni riconoscono la testimonianza che Dio rende a sé stesso per mezzo di profeti, apostoli e testimoni, soprattutto attraverso l’insegnamento, la vita , la morte e resurrezione di Gesù. Condivisi anche i criteri essenziali della fede -come espressi dal credo niceno-costantinopolitano e dalla formula di Calcedonia- ed il battesimo d’acqua (anche se le rispettive teologie differiscono in alcuni punti). La Cena del Signore e l’Eucarestia pur celebrando uno stesso sacramento istituito da Cristo e riconosciuto da entrambe le confessioni, sono interpretate diversamente sul piano della presenza di Cristo (transustanziazione vs. presenza spirituale) e del valore sacrificale riconosciutole in ambito cattolico. Principali punti di divisione ruotano attorno a due poli: ecclesiologico ed etico. Il primato della Scrittura per la Riforma ed il valore paritario della tradizione e del magistero per il cattolicesimo. La giustificazione per grazia mediante la fede non è più elemento di forte divergenza come in passato (con riferimento alla cooperazione alla grazia del concilio di Trento) ma viene inficiata dalla teologia dei meriti e dell’intercessione dei Santi e delle indulgenze. La comunione gerarchica cattolica si oppone alla comunità di fratelli riformata come –rispettivamente- una chiesa sacramentale è diversa da una kerygmatica. Due sacerdozi (l’uno gerarchico, l’altro universale) , differenti nella loro essenza contrastano con Il sacerdozio universale dei credenti professato in ambito riformato. Spiccano inoltre come elementi di difformità il ruolo del papato, la mariologia e l’etica dove le posizioni tra magistero cattolico e pensiero protestante sono molto diverse , a partire dalla “legge naturale” cui si richiama la morale cattolica. La rivendicazione da parte cattolica di una successione apostolica storica e al sua ricaduta sacramentale ed ecclesiologica limitano grandemente il riconoscimento della Cena del Signore come sacramento e delle chiese nate dalla Riforma come chiese vere e proprie. Significativo che proprio la Santa Cena, incondivisa, la tavola che dovrebbe accogliere per eccellenza, dove anche Giuda trovò posto , sia appunto motivo di divisione.  Le proposte ecumeniche vertono sui modelli di “comunione conciliare” e di “diversità riconciliata”. Si intende nel primo caso una comunione di chiese locali dove ognuna, in comunione con le altre, possiede la piena cattolicità e riconosce alle altre la piena appartenenza alla stessa chiesa di Cristo, nel secondo le diversità non vengono annullate ma viste alla luce dello Spirito che offre “una varietà di doni “, consapevoli che la Chiesa di Cristo è una e pluriforme. Nei rapporti con l’ebraismo si riconoscono le colpe della teologia del disprezzo e della sostituzione, evidenziando come , in base alla testimonianza biblica, il rapporto tra Chiesa e Israele si ponga su un piano diverso da quello con le altre religioni. Nei rapporti con l’Islam si rilevano gli elementi comuni delle religioni abramitiche ma anche come la questione della libertà religiosa emerga in occidente e nei paesi islamici. Nei rapporti con le altre religioni viene riportato come il CEC parli di fedi viventi come di esperienze vissute da credenti. Si riconoscono elementi di verità e santità presenti e operanti nelle altre religioni ma si afferma che Gesù è il Rivelatore di Dio, la Via, la Verità e la Vita per tutta l’umanità, il solo nome “dato agli esseri umani per il quale possiamo essere salvati” (Atti 4,12). Se quindi modi di impostazione del dialogo ecumenico quali quello del Cristo come “una delle vie” che conducono a Dio o quella del “Cristo più grande” non vengono condivise dal sinodo, si riconosce tuttavia che esistono aspetti della pienezza di Cristo sconosciuti ai cristiani e di cui dobbiamo essere consapevoli perché Gesù è più grande della nostra intelligenza e di quella della fede, convinti che l’Evangelo è e resta buona notizia per ogni creatura, benedizione da trasmettere, dono da condividere.

Alessandro Serena

 

 

  • Redaliè Y., “Unità e diversità nel Nuovo Testamento”, in “Le origini del Cristianesimo”, a cura di Penna R., Carocci editore, Roma 2004, par. 8.5.
  • Ferrario F., tratto da “Giubileo ed ecumenismo. Occasione o inciampo?”, a cura di Giampiccoli F., Claudiana, Torino 1999, p.7.
  • Ferrario F., Gajewski P., “Il protestantesimo contemporaneo”, Carocci editore, Roma 2007, pos.38 versione e-book Kindle.
  • Ivi, pos.1302 versione e-book Kindle.

Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità: parliamone.

Giovedì 8 dicembre 2016, presso la chiesa valdese di Verona di via Duomo, angolo via Pigna, con inizio alle ore 15.45 si terrà un incontro sul tema: “Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità”.  

Dopo una breve introduzione biblica a cura della Pastora Laura Testa, l’argomento sarà trattato da Paola Schellenbaum, membro della “commissione famiglie” della Chiesa evangelica valdese – Unione delle Chiese metodiste e valdesi e seguito da una trattazione dei temi tra i partecipanti e da un un momento conviviale.

La commissione, su incarico della Tavola valdese ricevuto nel 2011 ha -dopo  quattro anni di lavoro- elaborato e presentato il “documento sulle famiglie”, pubblicato in occasione del sinodo valdese del 2015, affrontando così pienamente il tema della comunione di coppia e della vita familiare , nelle diverse forme e configurazioni che la società moderna ci offre.

Il documento riconosce infatti che  “la famiglia è un costrutto sociale e culturale inserito nella storia ed in divenire, non un concetto atemporale” , portando la riflessione  sul fatto che  “Le nuove forme di famiglia sono a volte percepite come una messa in crisi della cosiddetta «famiglia tradizionale», in realtà possono essere un contributo alla riflessione sulla vocazione dei/ delle credenti: si creano così le condizioni per vivere tutte le forme di famiglia in modo cristiano.” Troviamo allora nel testo l’apertura “anche ad altre forme di convivenza duratura, alle seconde nozze, alle famiglie immigrate, alla genitorialità nelle sue diverse articolazioni quali la monogenitorialità, la genitorialità sociale nei casi di famiglie ricomposte o adottive, la cura di soggetti deboli o non completamente autonomi, la convivenza di più generazioni.”

Lo spirito che anima il documento e che è alla base dell’incontro di giovedì prossimo è quindi quello dell’accoglienza, dell’amore, del perdono, secondo l’insegnamento di Chi ha detto: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo.” (Mt 11,28) .

Documento integrale sulle famiglie:

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“Siate ferventi!” Predicazione di domenica 27 novembre 2016, prima di Avvento.

LETTURE BIBLICHE: Matteo 21,1-9; Apocalisse 3, 14-22

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; troverete un’asina legata, e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina,
e un asinello, puledro d’asina”». I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!»
Matteo 21,1-9

«All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’Amen, il testimone fedele e veritiero, il principio della creazione di Dio: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!’ Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo. Perciò io ti consiglio di comperare da me dell’oro purificato dal fuoco, per arricchirti; e delle vesti bianche per vestirti e perché non appaia la vergogna della tua nudità; e del collirio per ungerti gli occhi e vedere. Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”».
Apocalisse 3, 14-22
Oggi è la prima domenica d’Avvento: una giornata che dovrebbe riempire i nostri cuori di gioia e consolazione. Anzi, mi correggo: una giornata che ci riempie di gioia e consolazione. Ci prepariamo ad accogliere Gesù nelle nostre vite. Ci prepariamo a vivere la nostra vita quotidiana in un modo totalmente nuovo, perché dopo l’incontro con Cristo non si può essere gli stessi di prima, non si può rimanere sulle proprie consolidate posizioni, perché l’incontro con Gesù, che viene a noi come uomo, accogliendo e affrontando la nostra fragilità, è un incontro che stravolge tutti i nostri luoghi comuni sull’umanità e anche su Dio.
Sull’umanità, perché finalmente possiamo capire cosa significhi essere fatti a immagine e somiglianza di Dio. Non è così facile, per noi, immaginarci a immagine di Dio, eppure lo siamo e Gesù e là per dimostrarci cosa il Creatore intendeva fare, quando ci ha creati.
La venuta di Gesù ci insegna qualcosa anche su Dio, naturalmente. Qualcosa che se non avessimo la Bibbia, stenteremmo a credere, e tuttora, forse, stentiamo a capire. Infatti, Gesù non nasce potente, non nasce ricco, non nasce in un palazzo: ma come, vorremmo potergli dire: per noi l’uomo davvero realizzato è colui che è ricco e potente! Ci sono moltissimi cristiani che ritengono che la benevolenza del Signore si valuti in base alle fortune terrene. Chi è ricco è benedetto, chi è povero non è benedetto. Chi è malato, poi, ancora meno!
Gesù viene al mondo e i suoi genitori sono costretti sin da subito a scappare per metterlo in salvo. E per fortuna che tra Palestina ed Egitto non esistevano allora le stesse frontiere che noi poniamo tra la Siria e noi, tra la Somalia e noi, tra il sud Sudan e noi. Ma come? Allora anche noi dovremmo forse accogliere questi fuggitivi? Ma ci sono moltissimi cristiani che pensano che chi bussa ai nostri confini non abbia il diritto di chiedere nulla, non abbia il diritto di chiederci di condividere il pane, l’acqua, e la vita stessa. E basta possedere pochissimo per cominciare ad avere paura di perdere quel poco, per volere nascondere e trattenere quello che riteniamo sia nostro diritto tenere.
E poi, alla fine, dopo solo tre anni di predicazione, Gesù muore, condannato ad una morte atroce e maledetta. Anche questo, se lo togliamo dalla ripetizione rituale, se lo trasformiamo da un concetto vuoto ed astratto, ad una realtà concreta e materiale, ci lascia totalmente strabiliati. Se riflettessimo con serietà a questa morte terribile, ci dovremmo per forza porre delle domande sulla nostra vita. O abbiamo pensato che solo Gesù sia nato per soffrire? In effetti questa morte terribile non è che ci piaccia poi tanto, se ci pensiamo bene, anche perché in fondo forse sarebbe stato meglio che Gesù regnasse a lungo, su un bel trono, così avrebbe potuto insegnarci come si fa, avrebbe potuto farci vedere come si tiene uno stato: perché non lo ha fatto? Se ci pensiamo bene, se guardiamo le nostre vite, le nostre speranze, le nostre richieste a Dio, allora dobbiamo riconoscere che c’è qualcosa che non funziona, che non quadra.
E così devono aver pensato anche coloro che erano accorsi a incontrare Gesù che entrava a Gerusalemme a cavallo di un’asina: erano andati con gioia ad accoglierlo perché sapevano che era un grande guaritore, un uomo che sapeva parlare in un modo che incantava, un uomo dolce che sapeva essere gentile anche con i bambini e con i malati, gli storpi, i poveri. Una bella persona, che dava un senso di benessere e di pace ogni volta che parlava. Certo, ogni tanto alzava un po’ la voce, talvolta diventava un po’ eccessivo, si faceva un po’ prendere la mano. Come quella volta che aveva detto che se un vicino ti rubava qualcosa, dovevi dargli anche il resto, o quell’altra in cui si era fatto mettere in discussione da una straniera, donna per di più! Poi certamente non gli erano del tutto chiare le regole sociali e ogni tanto mangiava con gente del tutto impresentabile. Però era davvero una bella persona ed era piacevole che ora venisse a predicare anche a Gerusalemme. Come si saranno sentiti quando Gesù invece che coccolarli e aiutarli era andato a fare una piazzata al tempio. Come avranno considerato quella che probabilmente appariva loro come un eccesso di radicalità? Forse sono rimasti sconcertati, o indignati, alcuni avranno avuto paura, perché vedevano bene che Gesù stava passando il segno e le conseguenze potevano diventare solo gravissime. Insomma quel Gesù, a guardarlo bene da vicino non era più un mite guaritore con qualche stravaganza, improvvisamente appariva loro come un uomo strano, eccessivo, radicale, troppo radicale. E così gli girarono le spalle, lo abbandonarono. Qualcuno addirittura sarà stato tra coloro che poi ha gridato “crocifiggilo, crocifiggilo” a Pilato, che forse non lo sentiva come un uomo pericoloso.
E noi cosa avremmo fatto?
Cosa facciamo nella nostra vita quotidiana?
Noi assomigliamo moltissimo a quei credenti della chiesa di Laodicea, quegli uomini e donne che appartenevano ad una comunità di fede, ma che non riuscivano a vivere con piena coerenza la loro vita. Con essi il Signore è molto duro: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” Essere un credente tiepido o non essere credente è la stessa cosa: anzi, no, è meglio non essere credente che credere con l’indifferenza e la non partecipazione. Parole tremende e pesantissime per tutti noi: “io ti vomiterò dalla mia bocca”
Quella di Laodicea era una comunità soddisfatta di sé, che si considerava ricca e autosufficiente. Ma ad essa il Signore dice “io ti vomiterò dalla mia bocca”. Questo ci fa sentire male. Ci fa fuggire. Non abbiamo voglia di sentire parole così dure, così radicali. Questo il Signore lo sa e accetta il rischio. Ci parla da adulti, ci prende sul serio e ci dice cosa vorrebbe da noi: che comprassimo il suo oro, cioè cercassimo la Grazia del Signore, e le sue vesti bianche, cioè il Suo perdono. Questo dovremmo cercare e nulla più: la Sua Grazia e il Suo perdono.
Ma la gioiosa notizia di oggi è che lo possiamo fare, possiamo sempre ricominciare, l’Avvento c’è ogni anno e ogni anno ci aiuta a riprendere il cammino là dove si era interrotto, la dove si era inceppato. Perché il Signore ci parla ancora e ancora perché ci ama. Ci pungola perché non vuole perderci, ci riprende e sgrida non per umiliarci, non per schiacciarci, ma al contrario perché ha fiducia in noi e vuole donarci gli strumenti perché possiamo ravvederci. Il Signore, lo stesso che si indigna di fronte alla nostra indifferenza, in realtà non ci abbandona, al contrario, continua a bussare alla nostra porta, continua ad invitarci alla Sua cena, continua ad amarci come figli e figlie scelti, voluti, seguiti con ogni benedizione. E per questo, fratelli e sorelle, non possiamo che gridare insieme il nostro Amen, Signore, Così sia!
Erica Sfredda

SERMON – (Verona, 27th november 2016) – Be fervent!

BIBLE READINGS: Isaiah 32, 1-5; Mark 4, 3-9

Today is the first Sunday of Advent: a day that fills us with joy and consolation. We prepare ourselves to welcome Jesus in our lives. We prepare to live our daily life in a totally new way, because the encounter with Christ overturns all our ideas about humanity and even of God.
About humanity because it teaches us what it means for us to be made in the image of God.
Of God because the coming of Jesus teaches us something we sometimes find hard to understand. In fact Jesus wasn’t born powerful nor rich, and so why do many Christians think that God’s kindness towards them is evaluated according to earthly riches? The rich person is blessed, the poor isn’t. The sick then, even worse! Jesus comes into the world, and his parents are forced to run away to keep him safe. And luckily in those times there weren’t the same boundaries that we place between Syria and us, between Somalia and ourselves, between south Sudan an us. Maybe this suggest that we should also welcome those who run from their homes. And then, finally, only after three years of ministry, Jesus dies, condemn to a cruel and bloody death. If we seriously think about this terrible death, 
we should necessarily ask questions about our lives. Or did we think only Jesus was born to suffer? In fact, this terrible death is not that we like it much. If we think carefully about it, if we look at our lives, our hopes, our requests to God, then we have to recognize something is wrong, something is not working.

And so this must be what those who came to meet Jesus thought, as he entered Jerusalem riding on a donkey: they went joyfully to meet him because they knew that he was a great healer, a man who could speak in a way that charmed a gentle man who could also be kind to the children and the sick, the lame, the poor. How did they have felt when Jesus instead of helping them went to the temple to make a placed? How would they consider what probably seem to them as an excess of radicalism? Maybe they were taken aback, or outraged, some will have been scared, because they saw well that Jesus was passing the sign and the consequences could only be very serious.

And what about us? What would we have done? What do we do on our daily life?

We resemble a lot to those believers of the church of Laodicea, those men and women who belonged to a community of faith, but that they could not live their lives with full consistency. With them the Lord is very hard and uses tremendous and heavy words: “I will vomit you out of my mouth”. This makes us feel bad. It makes us run. We don’t want to hear such heavy words, words so radical. But the Lord does not abandon us easily and tells us what he would like from us: he would like us to buy his gold, that means to seek for his grace, for his white garments, that is his forgiveness. This we should seek for and nothing more: His grace and His forgiveness.

The god news today is that we can do it, we can start over, the Advent is there every year and every year it helps us take back our path where it was interrupted. God goads us because he doesn’t want to lose us, he never abandons us, he continues knocking at our door and invites us to His Supper, he continues loving us as His chosen sons and daughters, taken, followed by all kind of blessings. For this reason, brothers and sisters, we cannot but shout our Amen together, Amen Lord, Amen!

“L’istituzione della religione cristiana” di Giovanni Calvino: Secondo libro: “La conoscenza di Dio come Redentore in Cristo…”

Prima di affrontare il testo di Calvino è indubbiamente necessario operare un breve inquadramento sia del momento storico in cui è nato il libro che del pensiero del riformatore ginevrino.

Contesto
Il XVI secolo è configurato non solo dai grandi temi della Riforma e della controriforma ma anche da un fermento umano e politico che attraversa tutta la società. Un mondo dinamico da un lato -le nuovi classi sociali si stanno affermando, la borghesia irrompe nello status quo che si protrae da secoli- ma ancora sotto l’influenza del medioevo, focalizzato sulla centralità di Dio , data per scontata. Secolo ancora profondamente religioso -impossibile essere ateo nel senso moderno della parola- il pensiero difforme significa pensiero eterodosso, spesso eretico , di chi in sostanza si ritiene creda in maniera deviata. La Riforma nelle sue forme urbane, in particolare: Strasburgo, Ginevra, Basilea, (per parlare delle città in cui Calvino visse e operò), rappresenta una realtà articolata, composta da relazioni culturali, sociali, politiche e giuridiche spesso comuni al mondo delle città libere del centro-nord Europa. Un clima, quello ginevrino, arroventato da passioni e lotte, scontri tra fazioni, attacchi, aggressioni, perfettamente allineato con quello di un secolo guerriero da ogni punto di vista: militare, ideologico, politico. Con la Riforma si realizza una crisi in Europa: i valori della tradizione sono in discussione, i nuovi valori non sono ancora strutturati. Confusione, equivoci, smarrimento cui già fanno sovente seguito repressioni, scomuniche e roghi. Servono idee, ordine, struttura. Ecco che compare la figura di Calvino.

Fermenti e pensiero
Un mondo vivace e ricco di contrasti, aspetti che non possiamo non rilevare nel pensiero calviniano: calato profondamente nella situazione storica e lontano dal pensiero precostituito. Cresciuto nel celebre collegio ecclesiastico di Montaigu, frequentato anche da Erasmo e Ignazio di Loyola, studierà poi giurisprudenza, abbraccerà infine la Riforma; si attiene rigorosamente al patrimonio tradizionale delle fede cristiana, è al contempo umanista erasmiano. Modernissimo nell’uso degli strumenti filologici umanisti ne è anche avversario, teso alla realizzazione di una comunità di credenti impegnati. Tra un umanesimo che evidenzia l’importanza dell’uomo -riscoperto ma strettamente legato a Dio- ed un altro che centralizza l’uomo -emarginando Dio che diviene un satellite dell’uomo- Calvino opta per il primo: mistero di Dio e mistero dell’uomo sono intimamente intrecciati. Lo vedremo nella sua cristologia che troveremo fortemente rappresentata nell’Istituzione. La sua teologia ha un carattere sia occasionale che sistematico: nasce occasionale e diventa sistematica.

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L’Istituzione della religione cristiana: origine, idee e struttura.

Origine
“L’occasionalità” la cogliamo nella stessa nascita del testo in questione. Sorge quando cominciano le persecuzioni violente contro gli evangelici di Francia. Senza dubbio già nelle corde di Calvino, il catalizzatore è stata la persecuzione, che rende necessario dimostrare che la fede dei martiri evangelici è una fede cristiana biblica, quella della fede antica. L’opera, un “libriccino” di poche pagine è divenuta dopo un lavoro di 23 anni una vera cattedrale teologica. La prima edizione, composta da sei capitoli, è del 1536, l’ultima, di 80 capitoli, è del 1559. La precede una lunga dedica introduttiva a Francesco I re di Francia. Calvino vi denuncia apertamente e con coraggiosa disinvoltura l’iniquità dei processi e delle condanne. Il primo argomento forte è che il sovrano è ministro di Dio e come tale non può tollerare che nel suo regno accadano tali ingiustizie: non una questione di fede ma di giustizia; occorre l’intervento del re perché cessino le persecuzioni o perlomeno affinché i processi siano equi e condotti in maniera tale che gli accusati si possano difendere. Nel 500 c’è spesso -anche in Lutero- questo appello al re e all’autorità politica perché ricordino i loro i doveri come ministri di Dio. Secondo argomento significativo è che la Riforma è perseguitata ma la sua dottrina è vincente, non in quanto appartenga a chi la rappresenta o ai suoi fedeli ma perché è del Dio vivente e del suo Cristo.
Comprendiamo qui la ragione del conflitto così aspro tra Roma e la Riforma , entrambe erano certe di rappresentare e farsi portavoce della verità cristiana. La Riforma comunque ha sollevato la questione delle verità cristiana: -cosa è vero- richiamandosi alla Scrittura. Calvino, in un terzo e pregnante argomento scrive al re che l’accusa rivolta agli Evangelici di essere mestatori,ribelli, sovversivi, disturbatori dell’ordine pubblico , non fa altro che riflettere come questa sia l’opera della Parola di Dio. Quando la parola entra nel mondo, si verificano tumulti, accade una reazione, la gente non è più in pace in una tranquillità superficiale fatta di tradizione e abitudini. Non siamo noi -la difesa di Calvino- a suscitare agitazione , a mettere in discussione le verità tradizionali mai approfondite , è la parola di Dio. Calvino cita Elia che disturbava i profeti, Gesù era un perturbatore dell’ordine pubblico, gli apostoli anche. Questo sommovimento è un frutto dell’opera del Signore.

Idee
L’opera non ha lo scopo di illustrare un panorama della dottrina cristiana, bensì permettere la comprensione del testo sacro. Il testo infatti, tutto sommato, è un commento alla Scrittura, si sente a suo agio sia nella Bibbia che nella riflessione ed elaborazione filosofica. Calvino si definisce filosofo cristiano, nel senso erasmiano, l’insegnamento di Cristo come filosofia cristiana. Oggi pensiamo ad una alternativa tra il pensiero biblico e quello filosofico, allora erano strettamente connessi. Nell’Istituzione troviamo questo collegamento. Il culmine della riflessione stoica, raggiunta da Seneca e vicina alla sensibilità di Calvino è presente: coerenza e scelte responsabili. Tutto comunque sottomesso alla Parola: la teologia non è verità ma un metodo di indagine della verità, non fonda la fede e vive nella dialettica: nella tensione tra Parola e fede. Quando commenta i testi biblici l’ermeneutica di Calvino è il riferimento alla chiesa, l’applicazione del testo alla situazione della chiesa, della società e dell’umanità. Questa è la sua preoccupazione fondamentale, si serve di tutta la metodologia che le scienze bibliche, storiche e filosofiche forniscono per effettuare la sua esegesi che è moderna, non è più quella della quadriga medioevale. Il suo senso fondamentale è il vissuto umano e cristiano . Sintesi quindi non solo delle idee, l’Istituzione rappresenta la coscienza di sé di una Riforma giunta a maturità.
Coscienza di sé ma anche conoscenza di Dio e conoscenza dell’uomo. Secondo Calvino conoscendo Dio ciascuno conosce anche sé stesso. Di fronte a Dio siamo nudi e obbrobriosi: la coscienza della nostra pochezza ci deve spronare a conoscere Dio. La consapevolezza ci porta a riconoscere che solo in Dio c’è saggezza, purezza, giustizia e solo dopo avere visto che dobbiamo essere insoddisfatti di noi stessi, possiamo ben considerare i beni di Dio. Possiamo quindi riconoscere la nostra dignità attraverso tali doni, che Dio ci dà come Creatore: vita, intelligenza, parola, il prossimo, la natura. Doni che ci fanno risalire alla sorgente che è Dio: la creatura in quanto tale riflette su se stessa, viene ricondotta all’esigenza di conoscere il Creatore. Non dobbiamo pensare ad una teologia naturale, ad un Dio che si fa conoscere razionalmente indipendentemente dalla rivelazione, non esiste una pre-fede. L’uomo conosce Dio nel momento in cui incontra la Parola. L’accento è quindi molto forte sulla caducità, precarietà, contraddittorietà , peccaminosità che mostrano all’uomo come egli è: non è una visione pessimista, è realista. Non siamo solo peccato ma il peccato ci condiziona largamente . Si sottolinea la pochezza e la fragilità dell’uomo per incitarlo a rivolgersi a Dio. Rappresenta una didattica, funzionale a stimolare la ricerca di Dio e al non farsi illusioni su di sé. Realismo che connota anche il pensiero sotteso alla dottrina della predestinazione: è l’osservazione pastorale del fatto che la predicazione susciti la fede solo in alcuni, mentre in altri non ha alcun effetto; una deduzione rigorosa dell’autorità divina e dell’onnipotenza del Signore sui suoi eletti.

Giovanni Calvino

Giovanni Calvino

Struttura
Nel 1559 esce l’ultima edizione, in latino, delle Istituzioni. Sarà tradotta in francese da Calvino stesso l’anno successivo. Diviene -tradotto in tutte le lingue- il libro di pietà di tutti i riformati d’Europa. Strutturato in 4 libri suddivisi in un totale di 80 capitoli si presenta secondo la seguente articolazione:
-Libro 1
“La conoscenza di Dio quale Creatore e Sovrano reggitore del mondo”, 18 capitoli.
Tratta di Dio creatore e della provvidenza
-Libro 2
“La conoscenza di Dio come Redentore in Cristo, prima rivelata ai Padri sotto la Legge e poi a noi nell’Evangelo”, 17 capitoli.
Ruota intorno all’uomo peccatore, salvato, redento e quindi è centrato su Cristo.
-Libro 3
“Il modo attraverso il quale riceviamo la grazia di Cristo: quali benefici ce ne provengono, e quali effetti ne conseguono”, 25 capitoli.
Appropriazione della salvezza da parte dell’uomo, fede, giustificazione, santificazione e vita Cristiana.
-Libro 4
“I mezzi esteriori e ausili, di cui Dio si serve per chiamarci a Gesù Cristo suo figlio e mantenerci uniti a lui”, 20 capitoli.
La chiesa: struttura ministeriale, rapporti con lo stato e vita della comunità cristiana.

L’Istituzione della religione cristiana; Libro II: La conoscenza di Dio come Redentore in Cristo, prima rivelata ai Padri sotto la Legge e poi a noi nell’Evangelo”

Temi principali
Calvino decide di definire la sua opera non una summa ma una Institutio. Una selezione dei testi teologici di maggiore significato, un ausilio per il credente, un volume da consultare. Il cuore dell’opera intera è in Cristo. Sia quando si parla dell’uomo che quando si parla dell’uomo e della chiesa in relazione tra loro, tutto converge intorno a Gesù.
Lo vediamo in particolare nel secondo libro: caduta dell’uomo, redenzione e cristologia quindi i tre grandi temi affrontati. Inizialmente spicca la schiavitù dell’uomo, servo del peccato; è a causa di Adamo che l’umanità intera è decaduta: l’uomo non possiede ora il libero arbitrio, quanto fa basandosi su sé stesso è oggetto di condanna. La propria volontà non consente all’uomo di operare il bene. E’ Dio che interviene nel cuore degli uomini. Cristo che come Mediatore tra Dio e gli uomini, li salva per mezzo della sua morte, resurrezione ed ascensione, meritando per noi la grazia di Dio e la salvezza. Calvino non trascura inoltre di trattare il tema della legge, attraverso l’illustrazione del decalogo e del significato profondo dei comandamenti, operando inoltre un’analisi del rapporto di continuità tra i due Testamenti.
Struttura:
-I capitoli da 1 a 5 trattano della colpa e depravazione dell’uomo.
-Il capitolo 6 inaugura il tema della salvezza mediante Gesù Cristo, che sarà illustrato nei percorsi dei capitoli successivi su Antico e Nuovo Testamento.
-I capitoli 7 ed 8 ruotano intorno all’Antico Testamento ed al ruolo della Legge, con l’esposizione dei 10 comandamenti.
-Il capitolo 9 tratta del Nuovo Testamento e di come il Cristo sia stato rivelato pienamente nell’Evangelo.
-I capitoli 10 e 11 trattano le differenze e somiglianze tra Antico e Nuovo Testamento.
-I capitoli da 12 a 17 parlano di Gesù Cristo come Persona (cap. 12-14) e delle sue opere (cap. 15-17)

Approfondimenti
Peccato originale
Il paragrafo 8 del primo capitolo offre una sintetica espressione del peccato originale: ” il peccato originale consiste in una corruzione e perversità ereditarie della nostra natura, che diffuse in tutte le parti dell’anima ci rendono, in primo luogo, meritevoli dell’ira di Dio, e in seguito producono in noi le opere definite dalla Scrittura: opere della carne.” (1) Con ampi riferimenti all’apostolo Paolo, in particolare al capitolo quinto della lettera ai Romani, Calvino illustra come la perdizione dell’uomo non derivi da Dio ma dalla nostra colpa e debolezza, dovuta al nostro decadimento dalla condizione che l’umanità aveva al momento della creazione. Quella del bene può essere una nostra aspirazione, come lo può essere quella della libertà di cui siamo sprovvisti.
Libero arbitrio
Riflettendo a partire da Agostino si definisce l’arbitrio come “servo”. Intuendo perfettamente come tale definizione possa però divenire scusante per il peccato. La vera libertà è di conseguenza quella che viene dallo Spirito, liberando la volontà dai propri desideri che la limitano. Chiarisce Calvino che il termine libero arbitrio possa trarre in inganno, facendo pensare che l’uomo disponga del proprio giudizio e della propria volontà. Il libero arbitrio quindi è “in cattività” non sarà libero fino a che la Grazia non lo consentirà.
Predestinazione
Ecco che il libero arbitrio per fare il bene è quello possibile solo se aiutati dalla Grazia di Dio, “dalla grazia speciale data solamente agli eletti attraverso la rigenerazione”(2). Si è quindi destinati: da dove Calvino trae questa conclusione, oltre che dalla Scrittura? Dall’osservazione. Egli nota come alcuni uomini siano più intelligenti di altri, vede come alcuni eccellano mentre altri permangano nella mediocrità. Una diversità che gli fa cogliere come sia necessaria l’umiltà, per rendersi conto che è la pura liberalità di Dio che dona. Parimenti la sua Grazia, donata agli eletti, riesce ad avere la preminenza sulla comune natura.
Redenzione
Il primo passo è rappresentato dalla fede in Gesù Cristo, fede nell’umiltà. Sposando pienamente le teologia e la follia della croce paolina, il predicatore ginevrino mostra come tale follia sia disprezzata dagli increduli e non piaccia allo spirito umano: “dobbiamo accettare questa follia in tutta umiltà” (3). Fede in Gesù Cristo riconosciuto come Mediatore, infatti dopo la caduta di Adamo è solo tramite la conoscenza di Dio che ci perviene per mezzo del Mediatore, che è possibile la salvezza. “La vera salvezza di Dio non può sussistere senza Gesù Cristo” (4). Calvino, da esegeta, cita diversi profeti dell’Antico Testamento a riprova del fatto che la speranza dei credenti, da sempre, riposa solo in Cristo.

La Legge e i dieci comandamenti
Allora la Legge non salva? Ancora una volta è il Cristo che rivela il vero volto di Dio. Un Dio che nei comandamenti risulta come colui che retribuisce solo la perfezione, a noi impossibile, ma che mostra in Gesù la sua grazia e la sua dolcezza, nonostante il nostro peccato. Legge non inutile ma “pungolo” perché l’uomo non si impigrisca. Nella sua esposizione dei comandamenti Calvino premette l’esistenza della legge naturale. L’uomo può intuire, tramite la legge naturale, cosa sia ben accetto a Dio, la sua cecità ed il suo peccato gli impediscono tuttavia di conoscere rettamente il Suo desiderio. Ecco che il Signore ha dato la Legge scritta a tale scopo. Emerge nell’illustrazione della Legge come Dio voglia non l’esteriorità ma la purezza del cuore. Non proibisce solo gli atti ma vieta il desiderio ed il pensiero che li precede. Dio “Essendo legislatore spirituale non parla meno all’anima che al corpo” (5). Altro punto che emerge con forza e relativo al primo comandamento è il binomio servitù-libertà. La schiavitù egiziana come immagine della servitù spirituale fino a che il Signore non interviene a liberarci; libertà per il popolo di Israele come immagine dell’elezione che conduce all’eterna beatitudine.
Cristo
Dicevamo che il secondo libro si pone in particolare rilievo per la figura del Cristo che emerge in tutta la sua profondità e valore per la fede. Gesù ne è il centro. La storia ed il senso di Gesù riproposti al cuore del credente, riposizionando la fede cristiana intorno a Cristo . E’ Dio che si rivela come Padre e Salvatore degli uomini in Cristo. Gesù Cristo che racchiude due nature in una sola persona: Dio e uomo ma come? Ecco che Calvino dà altrettanta importanza all’umanità di Gesù quanta alla sua divinità. Contrasta la dottrina secondo la quale le proprietà della divinità sono trasferibili alla umanità , rilevando altrimenti il pericolo di una umanità divinizzata nella quale l’uomo non potrebbe specchiarsi. “Ciascuna delle due nature ha conservato le sue caratteristiche e tuttavia Gesù Cristo non ha due persone distinte ma una sola” (6), in quanto Dio e Cristo non si possono dividere: “…Cristo, essendo Dio e uomo, composto di due nature unite e non confuse…” (7). Unite perché -citando Paolo (1Cor 2,8)- “Il Signore della gloria è stato crocifisso”: Gesù vero Dio e vero uomo ha visto non solo la sua umanità ma anche la sua divinità crocifissa, “quanto avvenuto nella sua natura umana è riferito alla divinità…” (8) .
Difende quindi l’umanità di Cristo dalla sua divinizzazione ma difende al contempo la sua divinità : è asceso in cielo e siede alla destra di Dio, è nella posizione della divinità; tale posizione non può essere accaparrata dalla chiesa e nemmeno da un sacramento: il corpo di Cristo è glorioso alla destra del padre.
Conclusioni
Questa è stata anche l’opera della Riforma, ridare centralità a Cristo dando rilievo assoluto alla Scrittura di cui Cristo è il centro. Centralità rispetto alla defocalizzazione di una fede che spaziava dai santi a Maria, che aveva perso Cristo: l’unica realtà che noi riceviamo da Dio nella quale Dio ci dona ogni cosa. Calvino infatti, nel dare un ruolo fondamentale alla santificazione, la fonda su Cristo: la comunione con Lui non solo giustifica ma santifica la vita. Santificazione che non può non riguardare la chiesa, che non è solo invisibile, è anche un corpo sociale che ha una visibilità e la cui forma deve essere regolata dalla Sacra Scrittura.
In definitiva L’Istituzione verte su una presa di coscienza: solo in Cristo vi sono giustizia e vita, salvezza nonostante la nostra miseria. Bene rappresenta il cuore dell’opera il paragrafo 19 del XVI capitolo che -non solo per il suo contenuto ma per la fede, la passione e la poesia che ne traspaiono- mi permetto di riportare quasi interamente:

“Se cerchiamo salvezza, il nome stesso “Gesù “ci insegna a cercarla in lui. Se cerchiamo i doni dello Spirito Santo, li troveremo nella sua consacrazione. Se cerchiamo forza, è situata nella sua sovranità. Se vogliamo trovare dolcezza e benignità, la sua natività ce la presenta: in essa egli è stato reso simile a noi per imparare ad essere pietoso. Se domandiamo redenzione, la sua passione ce la dà. Nella sua condanna, troviamo la nostra assoluzione. Se desideriamo che la maledizione ci sia allontanata, lo otteniamo nella sua croce. La soddisfazione, l’abbiamo nel suo sacrificio; la purificazione, nel suo sangue; la nostra riconciliazione è avvenuta mediante la sua discesa agli inferi. La mortificazione della nostra carne si trova nel suo sepolcro; la novità di vita, nella sua risurrezione, nella quale abbiamo anche la speranza dell’immortalità. Se cerchiamo l’eredità celeste, ci è assicurata dalla sua ascensione. Se cerchiamo aiuto e conforto e abbondanza di ogni bene, l’abbiamo nel suo regno. Se vogliamo presentarci al giudizio con tranquillità, possiamo farlo poiché è il nostro giudice.
In lui insomma è il tesoro di tutti i beni e da lui dobbiamo attingere per essere saziati, non altrove.” (9) .

 

Alessandro Serena

 

 

1. Istituzione della religione cristiana 1, Giovanni Calvino; a cura di Giorgio Tourn. Ed.2009, UTET Torino. Pag 363.
2. Ibidem, pag. 375.
3. Ibidem, pag. 458.
4. Ibidem, pag. 465.
5. Ibidem, pag. 491.
6. Ibidem, pag. 609.
7. Ibidem, pag. 613.
8. Ibidem, pag. 608.
9. Ibidem, pag. 657.

“Giustizia e misericordia significano schierarsi”. Predicazione di domenica 13 novembre.

Michea 6-6,8
Con che cosa verrò in presenza del Signore e mi inchinerò davanti al Dio eccelso? Verrò in sua presenza con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni, le miriadi di fiumi d’olio? Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?
O uomo, Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? 

PREDICAZIONE:
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo la parola del profeta Michea ha un’attualità fortissima.
In un tempo di persecuzioni violente, di deportazioni e di divisione tra nord e sud del paese Egli si rivolge al popolo per richiamarlo alla volontà di Dio, e all’ “antica” via che conduce al suo cospetto.
Michea visse in un periodo di profonde trasformazioni sia per il regno del sud, sia per quello del nord, e la sua opera profetica non è univoca, ma si distingue in oracoli di salvezza e in oracoli di giudizio, tra denunce e salvezza.
La denuncia andava alla classe dirigente del tempo, con i re Ezechia ed Osea che avevano condotto il popolo verso tasse altissime, l’asservimento all’Assiria, la deportazione, l’esilio e addirittura la cancellazione del regno di Samaria.
Ma certamente le parole di giudizio si rivolgevano nei confronti della classe dirigente fatta di scribi, di sapienti, di profeti e di sacerdoti, una corte di persone che avevano concorso in varia misura alla rovina del popolo: non avevano permesso che si rendesse conto di ciò che stava accadendo.
Falsi profeti, un po’ come i cattivi maestri del tempo, ebbero una fortissima capacità di farsi ascoltare dal popolo e lo inebetirono a suon di “va tutto bene”, “non ci accadrà nulla” e invece il popolo aveva perso sempre di più il contatto con quello che era la volontà del Signore, non si era accorto del pericolo, anche politico, che incombeva.
Al culmine della disgrazia per il regno del nord, all’approssimarsi della deportazione, Michea rivolge un appello accorato al popolo, che lo chiama a rivedere completamente i propri comportamenti e a ritornare all’antica ricerca delle due componenti fondamentali della fedeltà a Dio: la giustizia e la lealtà.
Il popolo perso nel suo smarrimento cerca una risposta nel culto, ma lo fa in maniera formale ovvero offrendo olocausti, ripensando al momento tragico della morte dei primogeniti all’uscita dall’Egitto, ma non mette nemmeno per un attimo in questione la propria fede, e il proprio attaccamento alla Parola di Dio.
In un certo modo questa è un appello che si rivolge anche a noi oggi, quasi chiedesse anche a noi di guardare a noi stessi, alla nostra chiesa, alla nostra società, alle nostre famiglie, alla nostra vita nel suo complesso.. e ci invitasse a fare una seria considerazione su come noi cerchiamo di rimanere fedeli al Signore.
Sarà seguendo le regole e i regolamenti in maniera perfetta? Avverrà inchinandosi ciechi di tutto ciò che ci sta attorno? Sarà forse evitando di guardare al nostro progressivo invecchiamento e alla nostra litigiosità conclamata? Anche i dibattiti televisivi, tra coloro che avrebbero il compito di offrirci un esempio, i politici e i governanti, è troppo spesso lasciato all’improvvisazione, alle urla e talvolta anche ai giochi segreti che possono influenzare le scelte dei potenti.
Una realtà certo molto diversa dal quella tra il 722 e il 734 aC, ma nella sua modernità esprime proprio lo stesso senso di spaesamento del popolo, che non sa più come fare per rivolgersi a Dio. Una ricerca di spiritualità enorme che è cresciuta negli anni della crisi: sempre più persone cercano un riferimento spirituale, una Chiesa, un gruppo di pari, di fratelli e sorelle, una dimensione, di senso.. ma sempre più grande e più forte è l’ignoranza dal punto di vista biblico, o dei riferimenti fondamentali della religione cristiana.
Sappiamo anche noi annunciare giustizia, lealtà e misericordia come chiave del ritorno a Dio ?
il profeta Michea invece spiega bellamente che la salvezza è per tutti e per tutte, che avverrà senza violenza e spargimento di sangue, che sarà una potente forza benigna e benefica per tutti. Certo i nemici di Dio vanno eliminati.. ma chi sono sorelle e fratelli? Chi sono questi nemici di Dio? Non sono di certo le potenze straniere, magari gli immigrati o i diversi che tanto ci fanno paura.. no! I nemici del Signore sono tutti gli idoli in cui gli israeliti confidano: eserciti, fortezze, indovini, strateghi, false divinità, e questo è ciò che il Signore sterminerà; le false certezze che non salvano ma che ci tengono intrappolati e schiave.
Solo ritornare a Dio, avvicinandosi a Lui, possiamo liberarci da idoli vecchi e nuovi, tornare a Dio significa riscoprire giorno dopo giorno quella vecchia via che passa per la giustizia e per la lealtà: due parole che oggi sono ancora più desuete e antiquate che ai tempi del profeta.
La ricerca della giustizia infatti è quella capacità costante, richiesta anche in preghiera di andare oltre alla lettera della legge, per poter guardare negli occhi il fratello e la sorella, ogni essere umano che vive e respira senza dispute o rancori. La ricerca costante della giustizia implica lo schierarsi da una parte, significa rispettare i patti e restare ad essi fedeli. Prendersi cura che ci sia giustizia non solo per me, i miei familiari e per la bella parte di mondo in cui vivo, significa prendere parte con gli ultimi della terra, ed evitare che restino soli. Ma la ricerca della giustizia passa anche dalle nostre storie relazionali, dove talvolta anche noi esercitiamo ingiustamente il ruolo di Dio.
Un cambiamento totale di mentalità ci è richiesto, una decisione mansueta di rispondere a quella chiamata di lealtà a Dio e alle promesse che Egli ci ha rivelate per mezzo di Cristo Gesù.
Amen
Pastora Laura Testa

Culto di domani, domenica 13 novembre, l’occasione per fare spazio a Dio!

Nel culto di domani, Domenica 13 novembre, celebrato dalla nostra Pastora Laura Testa alle 10.30 presso la chiesa di Verona,  avremo l’occasione di riflettere con attenzione sul tema del giusto rapporto con Dio, della giustizia, della misericordia. Memori di come un vuoto formalismo sia quanto di più lontano il Signore ci chiede, nelle letture bibliche di domani, dal Vangelo secondo Matteo e dal libro di Michea,  risuonerà l’invito a praticare l’amore e la giustizia.

L’oasi di un culto dove la comunità dei fedeli  celebra e prega Dio, che fuori dalla frenesia della quotidianità si mette in ascolto per fare spazio al Signore. Nulla più di questo -ma è Tutto-  celebriamo insieme la domenica: il Dio Vivente che si rende prossimo nella sua Parola.

“Il Regno di Dio è esperienza”. Predicazione di Domenica 6 novembre 2016

PREDICAZIONE – (Mantova, 06 novembre 2016) – Il Regno di Dio è esperienza.

LETTURE BIBLICHE: Luca 17,20-25; 1 Tessalonicesi 5,1-5
Luca 17,20-25
Interrogato poi dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: “Eccolo qui”, o “eccolo là”; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi». Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima bisogna che egli soffra molte cose, e sia respinto da questa generazione.

1 Tessalonicesi 5,1-5 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre.

Carissimi fratelli e sorelle, il Regno di Dio è in mezzo a voi!
La bella notizia del Regno di Dio irrompe inaspettata; entra nella nostra esistenza, come un lampo che balena da un’estremità all’altra del cielo ed essa ci coglie impreparati, e forse anche un po’ distratti.
Questo annuncio, quasi incredibile nella sua immediatezza e semplicità, suscita in coloro che ascoltano un desiderio immediato di ulteriori chiarimenti: dov’è? Come è possibile? Come lo riconosceremo? Che significa che è già presente in mezzo a noi? e non lo abbiamo visto?
Domande che risuonano nell’interrogativo posto a Gesù dai Farisei: anche loro credevano nell’imminente venuta del Regno, ma si aspettavano dei segni chiari ed evidenti che potessero provare l’azione di Dio nel mondo.
Nel corso della mia vita di credente ho spesso percepito questa stessa ansia di certezza intorno a me: fratelli e sorelle alla fine della propria vita che non sapevano cosa li aspettasse e chiedevano un conforto e una rassicurazione; atei, spesso anche molto devoti e pii, che volentieri avrebbero “attraversato il guado”, ma che avevano bisogno di una risposta razionale e scientifica rispetto all’esistenza di Dio; credenti zelanti che spendevano ogni proprio istante nella ricerca appassionata della costruzione materiale del Regno, agendo in modo fattivo affinché la chiesa fosse visibile nel mondo sociale e politico, affinché ci fosse un’ incidenza concreta della parola nel mondo; mistici che rifuggivano dal coinvolgimento comunitario puntando su una forma solipsista di fede; altri ancora serpeggiavano una presunta superiorità, atteggiandosi a puri e influenzando le scelte altrui in maniera manipolatoria.
Carissimi fratelli e sorelle, ognuno di noi probabilmente ha conosciuto e conosce questi atteggiamenti e forse li ha anche sperimentati a tratti nella propria storia di fede, ma il Regno di Dio non viene in modo da attirare su di sé gli sguardi!
Il Regno di Dio, ci dice l’evangelista Luca, non viene in modo da essere osservato: non dunque per essere contemplato bensì per essere vissuto e sperimentato! Esso è già presente ed è in mezzo a voi o dentro di voi.
L’illusione di poterlo indicare e di-mostrare è vana, perché la sua presenza è tale da essere inconfondibile tra coloro che lo sperimentano. Il Regno di Dio è in mezzo a voi: è la presenza reale di Gesù, il Cristo, che risponde all’interrogatorio dei farisei; è la presenza reale del Cristo là dove due o tre sono riuniti nel suo nome (Mt. 18,20); è la vita piena che avviene in mezzo al male, la quale può essere riconosciuta solo con gli occhi della fede e dell’amore donati dal Signore. In quest’interpretazione trova accoglienza la traduzione maggiormente letterale del vangelo di Luca, ripresa da alcuni scritti gnostici, tra cui il vangelo di Tommaso: il Regno di Dio è dentro di voi.
Molti commentatori hanno preferito eclissare questa lettura, perché era difficile comprendere come mai Gesù dicesse ai farisei che il Regno era già dentro di loro. Eppure, l’incontro con Gesù è l’inizio del Regno di Dio a partire proprio dall’intimo.
Cosa facciamo però dopo che abbiamo incontrato Gesù? Cosa facciamo del nostro piccolo “assaggio” del Regno? Possiamo nutrirlo con la fede e con l’ascolto costante della Parola, oppure fare come se nulla fosse avvenuto e rifiutare il dono di Cristo.
Forse proprio questo è il senso del monito di Gesù ai discepoli: ci saranno tante volte in cui desidererete vedere il figlio dell’uomo presente in mezzo a voi, e avrete la tentazione di seguire coloro che vi indicano la “giusta” strada, il “luogo” e il “tempo” dell’avvento del Regno sulla terra.
In tanti sono stati coloro che hanno teorizzato calcoli, più o meno arzigogolati per arrivare a predire con esattezza quando avverrà il giorno del Signore: molti di voi avranno avuto notizia delle tante tragedie, dei suicidi-omicidi di massa e delle comunità di tipo settario e apocalittico che sovente hanno seguito dei leader che dicevano “eccolo qui, eccolo lì”. Uno dei casi più eclatanti quello di Jonestown in Guyana del 1978 o quello di Waco in Texas nel 1993.
Ancora più forte risuona il monito di Gesù ai discepoli: voi non andate e non li seguite!
Gesù ci avverte anche che l’annuncio del Regno produce rifiuto: il figlio dell’uomo deve passare dalla Croce affinché chi crede sia salvato.
Qualunque trionfalismo fallisce di fronte alla Croce di Cristo.
Scriveva un filosofo contemporaneo, che « Il fanatismo consiste nel raddoppiare i tuoi sforzi quando hai dimenticato lo scopo ultimo del tuo impegno » (George Santayana, Life of Reason, 1905, vol. 1, Introduzione).
Gesù ci mette in guardia anche di questo: noi abbiamo già conosciuto e ri-conosciuto la presenza del Regno in mezzo a noi, ma troppo spesso tendiamo a dimenticarlo e a perderci in calcoli inutili sul quando e sul dove. Troppo spesso le nostre Chiese dimenticano il senso profondo di ciò che Cristo ha compiuto per noi: Egli ci ha resi sorelle e fratelli.
Non disperdiamo le nostre energie e crediamo alle parole di Gesù che ci assicurano: il Regno di Dio è già presente in mezzo a voi!
Già presente, ma non ancora pienamente compiuto: il Regno di Dio rivelato in Cristo Gesù, inizia nella storia esso è riconoscibile, produce frutto, prende corpo dentro di noi e fra di noi, e lievita crescendo giorno dopo giorno.
Amen

Pastora Laura Testa

Celebrazione del Culto della Riforma.

Domenica 30 ottobre a Verona la Chiesa Valdese e la Chiesa Luterana si sono riunite per un culto condiviso nei locali di via Duomo. Il piccolo storico edificio, di origine medievale, sito nel cuore della città, si è riempito di persone di varia provenienza confessionale. La Chiesa Valdese comprende al suo interno, da circa vent’anni, una significativa presenza di fratelli e sorelle metodisti provenienti dal Ghana. La Chiesa Luterana è composta prevalentemente da persone di origine tedesca, ma è presente al suo interno anche una componente italiana. Inoltre ha partecipato al culto una rappresentanza di persone cattoliche, che rappresentano l’inossidabile, per quanto esiguo, manipolo di irriducibili testimoni del dialogo ecumenico nella città, nonostante le difficoltà del contesto locale. Tra questi era presente anche il delegato della diocesi, don Luca Merlo.

La liturgia è stata presieduta dalla pastora valdese Laura Testa, mentre la predicazione è stata tenuta dal pastore luterano Urs Michalke. Il testo della predicazione, tratto dai capitoli 1 e 3 dell’epistola ai Romani, ci ha permesso di rievocare il significato profondo della Riforma, quel tornare a porre l’accento sulla giustificazione per fede in un momento storico particolarmente difficile e sofferto per tutta la cristianità. E’ stato molto interessante ascoltare, nel sermone, un importante confronto tra la condizione umana del tempo di Lutero e quella del tempo presente. A quell’epoca la “speranza di vita” era minore e la paura della morte spingeva la gente a rincorrere le pratiche anche meno coerenti con la teologia evangelica, pur di assicurarsi la salvezza nella vita futura. Nel tempo presente, al contrario, il progresso tecnologico, lo sviluppo importante della medicina, gli standard di benessere ai quali siamo abituati nella nostra società occidentale sembrano aver dato alle persone un senso di onnipotenza e autosufficienza che poi puntualmente vacilla ad ogni segnale che ci ricorda il limite della nostra condizione umana; motivo per cui la paura è nuovamente al centro delle nostre fragili esistenze, tutte concentrate sulla ricerca del benessere. Una condizione umana che nuovamente ha bisogno dunque di una forte predicazione evangelica e di un affidarsi ai fondamenti della nostra fede, come sono stati così energicamente ribaditi dal riformatore.

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La liturgia è stata vivacizzata da canti di vario tipo, secondo le diverse culture presenti al culto: dal corale luterano alla intonazione del Kyrie, dagli inni metodisti alla vivace animazione musicale e danzante, accompagnata dalle percussioni, al momento della raccolta delle offerte.

 

Nicola Sfredda