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Fondamentalismo d’oltreoceano: dalle origini a “Jesus camp”.

Jesus Camp (sottotitolo: America is being born again) è un documentario realizzato nel 2006 da Rachel Grady e Heidi Ewing che, in uno stile immediato e diretto, senza commento alcuno, permette alle immagini, al loro montaggio ed alle parole dei protagonisti di fornire allo spettatore un’idea di quell’evangelismo nordamericano che anima, religiosamente e politicamente una parte importante degli USA. Sappiamo che sotto l’ampia definizione di protestantesimo si comprendono denominazioni anche molto diverse tra loro, nella teologia, nell’esegesi e nella prassi, contribuendo a caratterizzare quella diversità che fino dalle sue origini è intrinseca alla libertà della Riforma e che responsabilizza in maniera particolare il credente protestante. Responsabilità che viene decisamente meno nella dottrina evidenziata nel documentario.

Il documentario

Il controverso documentario racconta vari momenti di un campo estivo evangelicale per ragazzi, segue tre bambini al “Kids on Fire summer camp”  nella piccolo centro di Devil’s Lake nel Nord Dakota. Il film causò reazioni forti negli Stati Uniti, in particolare in quel mid-west dove il fondamentalismo ha forti radici. Colpiscono le reazioni emotive dei bambini, i toni militareschi, i temi trattati: dal coinvolgimento dei bambini alla lotta contro l’aborto, alla benedizione di una sagoma di George Bush, dai bimbi che incitati gridano “Giudici giusti!”,  alle loro lacrime in quelli che paiono, più che momenti di preghiera, delle fonti di  shock emotivo. La responsabile del campo evidenzia la necessità che i minori siano l’esercito di Dio per fare tornare l’America ai “valori cristiani” conservatori, affermando tra le altre cose che Harry Potter, in quanto mago, nell’epoca dell’Antico Testamento sarebbe stato messo a morte (sic).

Le immagini si commentano da sole e consentono a noi di comprendere meglio uno degli elementi che ha probabilmente contribuito a portare al potere l’attuale amministrazione americana ma anche di  riflettere sul fondamentalismo  come fenomeno storico.

Il fondamentalismo

L’interessante testo “Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici. ” di P. Berger, A. Zijderveld (edizioni Il Mulino, 2011) ci aiuta a contestualizzare il fondamentalismo di oggi, osservandone la genesi. Gli autori riportano infatti come una serie di opuscoli, diffusi all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti, a difesa del protestantesimo conservatore , “i fondamenti”, abbia originato il termine. Il fondamentalismo è descritto come  fenomeno reattivo che a differenza della tradizione sorge quand’essa è messa in discussione, ovvero minacciata; di conseguenza chi costituisce tale minaccia deve essere convertito, segregato, reso innocuo.  Il modello reconquista è quello in cui i fondamentalisti tentano di conquistare una società , alternativo a quello settario in cui si cerca di consolidare le proprie certezze in una comunità ristretta. Il primo modello si declina nel totalitarismo , necessario alla sua sussistenza, che a differenza dell’autoritarismo penetra ogni ambito della vita civile. Il modello settario, se da un lato ha una forza intrinseca legata a barriere mentali non facili da superare per gli adepti che volessero liberarsene, vede nella sua istituzionalizzazione e trasformazione in chiesa (sia che si tratti di valori religiosi o secolari) la sua possibile evoluzione e quindi la sua fine. Due le condizioni imposte dai gruppi fondamentalisti: nessuna comunicazione con gli esterni, nessun dubbio. Gli strumenti dispiegati per la tutela del fondamentalismo sono tristemente noti: l’isolamento della setta, la reinterpretazione della vita passata, gli istruttori, i funzionari, l’imposizione di comportamenti condizionanti, l’annichilazione. La pericolosità del fondamentalismo è percepibile secondo gli autori non solo in questi strumenti ma nel fatto che rappresenti una minaccia alla libertà, in particolare dove la libertà è stata istituzionalizzata come nelle democrazie liberali.

Quale sia il modello applicato nel caso del camp evangelicale lo si potrà desumere facilmente visionando il documentario sottoriportato, in inglese sottotitolato in italiano.

Alessandro Serena

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L’ecumenismo nel 500. anniversario della Riforma: la dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione.

Nel 2017 è accaduto qualcosa di meraviglioso, unico , impensabile anche solo  fino a pochi decenni fa: le celebrazioni dei 500 anni della Riforma sono state occasione di dialogo, confronto, ecumenismo vero. Ciò non si è verificato come fenomeno isolato ma come risultante di un costante impegno e forte desiderio di testimoniare come, nella diversità vi sia comunque “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione!” (Ef. 4,4)

Impegno ecumenico che viene da lontano e che  nasce in seno al protestantesimo. Urgente agli inizi del XX secolo la necessità di confrontarsi a fronte dei nuovi quesiti imposti dall’attività missionaria. Non a caso fu nel 1910 , in occasione della conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, che si iniziò un cammino che portò poi alla creazione di quelle organizzazioni accomunate dalla necessità di arrivare all’unità visibile della chiesa: nel 1948 il CEC (consiglio ecumenico delle chiese), nel 1959 la KEK, (conferenza europea delle chiese), nel 1973 la CPCE (commissione delle chiese protestanti in Europa-concordia di Leuenberg) per arrivare infine ad un documento condiviso anche con la chiesa cattolico-romana (Charta Oecumenica, 2001) .

In questo contesto la Chiesa evangelica valdese, tramite il suo sinodo (delle Chiese valdesi e metodiste), produsse nel 1998 il documento sull’ecumenismo, in grado di affrontare in maniera organica il tema ecumenico, dalle motivazioni, allo stato dell’arte delle relazioni con le altre chiese, fino agli obiettivi e linee guida. Il documento evidenzia come la cristianità si sia divisa più volte e come la varietà e la diversità facciano parte della natura stessa della Chiesa una, in quanto esse sono caratteristiche umane: Il fatto stesso che nella Bibbia si abbiano diverse concezioni e teologie illustra tale concetto, rilevando come siano illustrati i molteplici aspetti di una unica realtà e verità : la rilevazione di Dio in Gesù. L’uniformità infatti contraddice l’azione dello Spirito che si manifesta nella varietà dei doni. La Chiesa come corpo di Cristo non è divisa, perché Cristo non è diviso (1 Cor 1,13), è la Chiesa come realtà storica e umana ad essere divisa. Interessante in questa sezione come alcuni termini identifichino l’atteggiamento adeguato al percorso ecumenico: Chiese che sinceramente desiderano manifestare unità, che hanno iniziato un cammino di pentimento e rinnovamento, imparando ad accogliersi gli uni gli altri, non ignorando e banalizzando le divisioni, consapevoli che nessuna chiesa esaurisce la “pienezza di Dio” (Ef. 3,19). Senza perdere di vista che la principale ragione dell’ecumenismo è che “il mondo creda” (Gv, 17,21).

Un ulteriore passo avanti non poteva che cadere proprio nel 2017: il 5 luglio è stato firmato con Cattolici, Luterani e Metodisti  a Wittenberg un documento congiunto in seno al WCRC (World Communion of Reformed Church – Comunione mondiale delle Chiese Riformate) riguardo la dottrina della giustificazione. In sostanza le 225 chiese protestanti riformate che aderiscono al WCRC si associano alla dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione che venne sottoscritta nel 1999 da parte della Federazione Mondiale delle Chiese Luterane (LWF) e dalla Chiesa Cattolico-romana.

Il testo riporta chiaramente un’assunzione di responsabilità che impegna tutti noi: “Ci impegniamo a restare uniti per approfondire la nostra comune comprensione della giustificazione nello studio teologico, nell’insegnamento, nella predicazione. La presente attuazione di ciò e l’impegno profuso sono considerati da cattolici, luterani, metodisti e riformati come parte della loro ricerca della piena comunione e della testimonianza comune di fronte al mondo della volontà di unità per i cristiani”.

Viene inoltre comunemente definito che : “Siamo in accordo sulla comune affermazione che la giustificazione è l’opera del Dio trinitario. La buona novella dell’Evangelo è che Dio ha riconciliato il mondo con sé stesso attraverso il Figlio e nello Spirito. … Secondo la comprensione riformata la giustificazione e la santificazione, che non possono essere separate, provengono entrambe dall’unione con Cristo. … . Per sola grazia, attraverso la fede nell’opera salvifica di Cristo – e non per alcun merito da parte nostra- siamo accettati da Dio. In Cristo lo Spirito rinnova i nostri cuori e ci fornisce gli strumenti per compiere le buone opere che Dio ha preparato come nostro cammino.”

Al link il testo completo in inglese, francese, tedesco e spagnolo: dichiarazione congiunta giustificazione

La dichiarazione ha una grande valenza e, forse, si è un po’ persa tra le molteplici occasioni e celebrazioni. Non dimentichiamo che nei secoli scorsi si moriva per difendere il principio della salvezza per sola grazia attraverso la fede.

Alessandro Serena

L’amministratore fedele – Predicazione di domenica 5 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Luca 12,42-48

42 Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fedele e prudente che il padrone costituirà sui suoi domestici per dar loro a suo tempo la loro porzione di viveri? 43 Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così. 44 In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi beni. 45 Ma se quel servo dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”; e comincia a battere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se lo aspetta e nell’ora che non sa, e lo punirà severamente, e gli assegnerà la sorte degli infedeli. 47 Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 ma colui che non l’ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche. A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà.

Cari fratelli e care sorelle,
chi è quell’amministratore, economo fedele e prudente, che designato dal Signore sui suoi domestici dia loro, al momento opportuno la porzione di cibo? Una domanda dura che il Signore Gesù rivolge a Pietro e ai discepoli e che stamattina rivolge anche a noi.

Nella Grecia antica l’economo, l’amministratore, era colui aveva cura di dare una “ordine” alla casa, ovvero che i servizi si svolgessero in un certo tempo e venissero fatti con un certo ordine. L’economo prudente sa scegliere il “momento”, il kairos più giusto anche nell’amministrazione dei viveri agli abitanti della casa e lo fa in ordine alle possibilità reali di quella famiglia. Scelte che conosciamo bene, perché anche noi ci troviamo a farle quotidianamente quanto e come spendere, come gestire i tempi per il lavoro, per la famiglia, per la Chiesa. Scelte che comportano sovente anche delle difficoltà di gestione che descrivono la complessità reale che ci troviamo ad affrontare. Complessità che ci accompagna all’interno della famiglia, nel mondo del lavoro, con le istituzioni, nella vita di Chiesa, nella politica nazionale ed internazionale, nel rapporto tra Chiese diverse… e si potrebbe continuare ancora, infatti l’economo, si occupa di tutte quelle realtà che hanno a che fare con la casa l’oikos, cioè gestisce tutti i rapporti esterni ed interni alla casa in quel sistema operoso che era una casa greco-romana del primo secolo.

Le persone che abitano la casa i domestici, sembrano avere quasi un ruolo passivo: aspettano la porzione di viveri che loro spetta.. e nel frattempo non sembrano esserci delle indicazioni aggiuntive della loro laboriosità, non sappiamo bene cosa facciano di preciso, ma in greco loro non sono definiti domestici, bensì terapeuti, ovvero “curatori” coloro che si prendono cura, che praticano una terapia… Letteralmente i terapeuti di questo racconto di Gesù sono coloro che si prendono cura della casa, guidati e coordinati dall’attenta simmetria di quel fedele amministratore che riesce nella propria gestione a cogliere il momento in cui amministrare quell’agognato pane quotidiano, lo stesso pane della preghiera che tutti e tutte sovente innalziamo al Padre Santo.

La casa descritta dalle parole del Signore Gesù è una casa dove tutti ed ognuno hanno un compito preciso: una parte specifica e della quale si prendono cura: ognuno ha una responsabilità personale. Benedetto quel servo o quella serva, che il Signore e Padrone nostro, ritornando trovi intento a fare tutte queste cose, ovvero a prendersi cura della parte che gli è stata affidata.

Certamente la gioia sarà grande, poiché in quell’operosità e dinamicità di servizio si legge la fede dell’amministratore e la condivisione profonda al progetto di Dio dei curatori della casa.
L’amministratore, così come i curatori della casa, compiono delle scelte, che sono scelte basate sul riconoscimento del Kairos, il tempo giusto per amministrare il cibo ai curatori, finché il Signore torni e avvenga il Regno di Dio.

Il ritorno del Signore però svela le trasgressioni, svela la mancanza di fiducia e le inoperosità, le pigrizie e le insofferenze dei servi indolenti. La punizione è già presente nel nostro comportamento, è già insita nelle nostre scelte quotidiane, non è legata solo ad un momento finale, perché la mancanza di fiducia in Dio rende già la nostra vita un inferno: una casa in cui tutti vengono picchiati e demoralizzati, un ambiente di lavoro degradante, un clima di paura e di delazione reciproca. La sorte di quel servo sarà proprio la sorte degli infedeli, la sorte di chi non crede, che è auto-condanna eterna a stare lontani dal bene supremo che è Dio. Un esempio che è una grande esortazione a perseverare nella fede, poiché nel gioioso servizio reciproco la vita cambia ed il Regno di Dio già accade sulla terra: chi invece persiste nella fede riceverà gioia e benedizione.

Scriveva Karl Barth, il tempo propizio è l’oggi della fede, il tempo di vivere e di agire in essa, nella gioia e nella speranza. Il momento del ritorno del Padrone di casa è già oggi! E’ oggi che il Signore è presente nella mia vita, è oggi che posso mettermi al servizio.

La prima scelta è di persistere nella speranza che di Lui possiamo sempre e comunque fidarci sapendo che la nostra responsabilità è servizio al Signore.

La seconda scelta è quella di riconoscere che tutti, anche i servitori più instancabili, hanno bisogno di nutrirsi e riposare: il riconoscimento dunque delle necessità reali e vitali di chi abita uno spazio assieme a noi!

L’ultima scelta è di prenderci la responsabilità di una parte e di prendercene cura: una scelta che può avvenire per vocazione o per competenza, per volontà o per ricerca; poiché a chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà, quindi più la scelta sarà corrispondente ai nostri bisogni, alle nostre competenze, ai nostri doni e soprattutto alla vocazione del Signore, tanto più il nostro servizio sarà gioioso. Il Servitore fedele, Colui che sa le nostre necessità è il Signore Gesù e noi tutti e tutte, con gioia vogliamo essere al suo servizio, nel suo gregge, guidati ed ammaestrate dalla sincronia sapiente del Suo Santo amore che tutti può salvare e condurre a vita eterna.

Amen

Past. Laura Testa

Gesù libera – Predicazione per il culto della Riforma, 31 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Marco, 1:32-39

32 Poi, fattosi sera, quando il sole fu tramontato, gli condussero tutti i malati e gli indemoniati; 33 tutta la città era radunata alla porta. 34 Egli ne guarì molti che soffrivano di diverse malattie, e scacciò molti demòni e non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
35 Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava.
36 Simone e quelli che erano con lui si misero a cercarlo;
37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano».
38 Ed egli disse loro: «Andiamo altrove, per i villaggi vicini, affinché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto».
39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e cacciando demòni.

Carissimi fratelli e sorelle,
stasera noi celebriamo insieme un evento particolarissimo, che diede il via alla Riforma protestante 500 anni fa.
Proprio in questa sera il monaco agostiniano Martino prova a richiamare l’attenzione accademica rispetto ad alcune provocazioni e spunti di riflessione, le cosiddette 95 tesi. Quelle obiezioni affisse la notte del 31 ottobre 1517 non solo suscitarono le attenzioni del mondo accademico, ma arrivarono fino a Roma creando un’onda d’urto potente che avrebbe, di lì a poco tempo, provocato la scomunica di Lutero e l’inizio della Riforma protestante nelle sue molteplici denominazioni alcune di esse qui presenti: Luterani, Valdesi e Metodisti.
Sì, perché anche noi Valdesi, eretici medievali scampati miracolosamente alle persecuzioni e all’inquisizione, abbiamo accolto la riforma protestante e le sue idee teologiche in maniera piena..
Ma perché? Perché Lutero, Zwingli, Bucero, Calvino, Melantone, Knox, Ochino, e poi anche Wesley ebbero così ampio seguito? Perché nei circa ottanta anni in cui in Italia fu possibile professare liberamente la propria fede, le Chiese protestanti si diffusero e moltiplicarono velocissime?
Come mai le domande di Lutero e le innovazioni proposte dalle Istituzioni della Religione Cristiana di Calvino erano così inaccettabili da far scomunicare Lutero e da provocare, almeno in prima battuta, la cacciata di Calvino da Ginevra? Sorelle e fratelli, credo che la risposta sia che, in qualche modo misterioso questi uomini e queste donne della Riforma abbiano saputo trovare una nota di autenticità nella predicazione dell’Evangelo, così come ci è tramandato in maniera eccelsa dall’evangelista Marco in questi pochi versetti.
Libere predicare fu proprio la causa della scomunica dei Valdesi, che avvenne proprio qui a Verona 833 anni fa, nel 1184.
La passione per l’Evangelo fu la molla scatenante e scatenata di Lutero come lo descrive l’Atkinson: Lutero, era la Parola scatenata appunto!
Ad fontes fu invece il motto di tutto l’Umanesimo, e per l’umanista Giovanni Calvino la “fonte” originale, era la Parola viva dell’Evangelo, ovvero la causa della trasformazione profonda dell’esistente.
Un profondo moto interiore di ricerca, una luce interiore che cambia la vita del Cristiano per sempre era invece l’incontro con il Cristo descritto da Wesley.
Tutti concetti profondamente radicati nel testo biblico sul quale desidero porre l’accento.

Gesù è all’inizio del suo ministero pubblico, davanti a tutta la città riunita alla porta, e gli portano tutti coloro che soffrono. E la sua azione si muove su due direttive di fronte al male e al dolore: guarire e scacciare. Guarire coloro che soffrono per una malattia e scacciare i demoni che avevano “catturato”, che tenevano prigionieri gli uomini e le donne di cui avevano preso possesso e di cui limitavano la libertà.
Di fatto, questo tema è incredibilmente evocativo, se pensiamo alla storia dei rapporti tra Lutero e il papa Leone X nello scambio tra la bolla Exurge Domine e lo scritto De Captivitate Babilonensis Eclesiae, in cui i toni sono quelli del ripudio totale e in cui Lutero descrive la Chiesa come “intrappolata” o appunto incatenata dal papato, che si opponeva alla scoperta della Grazia di Dio. Naturalmente i toni erano quelli forti della scomunica reciproca.

Il brano di Marco però ci descrive una storia in cui Gesù distingue tra gli oppressi e i persecutori: Gesù libera coloro che hanno perso la propria libertà e non dà dignità di parola agli oppressori, nemmeno per riconoscerlo; e così facendo Egli dimostra l’approssimarsi del Regno di Dio.
Gesù si ritira in un luogo deserto per pregare, esprimendo la necessità vitale di nutrire un rapporto personale e privato con Dio Padre, proprio così come capita anche a noi. L’azione di Gesù infatti non è mai volta alla glorificazione personale, bensì alla lode a Dio: una pietà connotata da una modestia tanto umile e servizievole da condurre alla croce.
Simone e quelli che erano con lui lo rintracciano e lo trovano per dirgli: “tutti ti cercano” e Gesù dà loro una risposta stranissima, dice: “andiamo altrove”.
Proprio nel momento in cui tutti lo cercano (e il verbo greco qui usato per la ricerca è quello che indica chiaramente la ricerca di fede), Gesù capisce che è il momento di andare altrove.

La ricerca di Cristo è infatti già una prima forma di fiducia, è l’inizio di un rapporto, che certamente continuerà, ma Gesù è venuto per predicare e per annunciare la buona notizia del Regno anche altrove, per i villaggi vicini.
E il termine predicare è sicuramente troppo restrittivo per esprimere la potenza della lingua originale che descrive Gesù come l’Araldo plenipotenziario di Dio Padre. Colui che ha la voce bella, potente e suadente tale da farsi ascoltare ed accogliere di lieto cuore da chi ode la notizia che porta. Una notizia che è libertà e guarigione, un annuncio che compie ciò che afferma trasformando la realtà. Proprio come faceva, all’inizio dei giochi olimpici, l’annuncio che metteva in libertà i prigionieri.

Libertà, però, da chi e da cosa…?
Prima di tutto libertà dai demoni reciproci, dagli spettri che ci attanagliano e ci tengono ancorati in piccole prigioni incomunicabili le une alle altre, i demoni diabolici della separazione e della divisione.
E proprio in questa sera particolare, che è anche la sera di Halloween, crasi inglese di All the Saint’s Eve, in cui nella tradizione nordica, spettri e streghe vanno in giro a chiedere regali, mi chiedo insieme a voi: ma chi sono questi demoni che Gesù scaccia?
Anch’io sono andata alle fonti, e nel greco classico il daimon era qualcosa di molto simile a ciò che oggi noi descriveremmo come l’attitudine: quella forza vitale innata positiva o negativa che alberga in ogni animo umano e che resta immodificabile, quello specifico proprio di ognuno e di ognuna che indirizza, secondo il pensiero greco, il destino personale che è immodificabile.
Una forza appunto che può essere anche positiva, ma che è certamente incontrollabile e fuori dal nostro controllo.
Nella religione Musulmana qualcosa di molto simile è la figura del Jinn (Genio), che induce l’essere umano al peccato. Idea comune questa anche con gli Evangeli, tanto che abbastanza presto il daimon diventò daimonion, legandosi irrimediabilmente all’idea di male e di peccato.

Se guardiamo allo specifico della storia delle nostre Chiese, riconosceremo che è avvenuto un processo singolarmente simile: lo specifico di ognuno e di ognuna è diventato il nostro peccato di presunzione e ci siamo scomunicati reciprocamente.
Gesù invece libera coloro che soffrono per via della mancanza di libertà, libera da ogni male, quelli del corpo, così come quelli dell’anima. Gesù, potenza di Dio incarnata sulla terra, libera gli esseri umani e anche le Chiese dal proprio destino di separazione e divisione e offre con la Sua Santa Parola la redenzione e la comunione a tutti e tutte coloro che credono in lui.
Per questo Gesù è venuto, per predicare la Grazia di Dio che salva e libera, andiamo con lui dunque, seguiamolo e ripetiamo anche noi il bell’annuncio: Egli ci offre la possibilità anche oggi, a cinquecento anni dall’inizio della Riforma, di vivere nella sua libertà riconciliati e unite.
Amen

Past. Laura Testa

Io credo, sovvieni alla mia incredulità! – Predicazione di domenica 8 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 10,9-14; Marco 9, 2-3; Marco 9,14-27

9 Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». 12 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. 14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci?
Romani 10,9-14

2 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; 3 le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare.
Marco 9,2-3

14 Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. 15 Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. 16 Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 17 Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; 18 e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». 19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». 20 Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21 Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; 22 e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell’acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23 E Gesù: «Dici: “Se puoi!” Ogni cosa è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». 25 Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». 26 Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi. 28 Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» 29 Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».
Marco 9,14-27

Il brano che abbiamo letto oggi si inserisce tra due annunci della passione di Gesù, annunci a cui i discepoli non sono preparati, che li lasciano perplessi, rattristati, ma che, soprattutto, non capiscono: per loro il Messia manifesterà la sua gloria e l’Evangelo, la buona novella, consisterà nell’andare di trionfo in trionfo. Ma non siamo un po’ così anche noi? Non chiediamo anche noi di poter proclamare un Dio che si esprime in tutta la sua gloria? Non desidereremmo anche noi di vedere concretamente gli effetti gloriosi e straordinari prodotti dalla venuta del Messia? E non rimaniamo anche noi delusi quando la nostra preghiera non sortisce gli effetti che cercavamo?
Il passo che precede il brano del miracolo del ragazzo epilettico che abbiamo letto oggi è quello della trasfigurazione: là c’è la visione della gloria di Gesù, che non è la gloria degli eserciti, non è la gloria della forza, ed infatti scendendo dal monte il Maestro li riaccompagna nel mondo, un mondo che, nonostante la straordinaria esperienza appena vissuta, è rimasto quello che era, lo stesso che conosciamo bene anche noi. Dopo il momento sublime, altissimo, della trasfigurazione, i discepoli incontrano uno dei dolori più profondi della nostra umanità, forse il più tremendo e tragico: un bambino malato, e malato sin da piccolissimo.

Per un momento Pietro, Giacomo e Giovanni avevano sentito di vivere un’esperienza straordinaria, avevano sentito, letteralmente, di poter toccare il cielo con un dito, di essere testimoni di un evento straordinario che cambiava la loro stessa percezione della vita. Ma poi, dopo aver ricevuto e accolto questa straordinaria promessa, si trovano non solo nella normalità del mondo quotidiano, ma addirittura di fronte a quello che forse è lo scandalo più grave del mondo: la sofferenza dei bambini. Bambini vittime di guerre e di soprusi, quindi degli adulti, ma anche bambini vittime delle malattie e della fatalità. Sono costretti ad accettare che nel mondo dove loro avevano assistito alla trasfigurazione, permane anche il mondo delle tenebre più atroci, quelle che avvolgono i bambini. E l’epilessia di cui soffre il piccolo assurge ad un valore paradigmatico: la trasfigurazione di Gesù contrapposta ad una malattia che trasfigura, nel senso che ha il potere di sfigurare orrendamente le fattezze e la muscolatura del bimbo. Il piccolo, sfigurato, va vicino all’orlo dell’abisso, rischia la morte in continuazione, senza averne non dico colpe, ma neppure la più lontana responsabilità.
Questa storia colpisce anche noi, come un pugno nello stomaco perché quello che dobbiamo ammettere, cari fratelli e sorelle, è che questo mondo, il nostro mondo, non è cambiato dopo la venuta del Messia. La sofferenza e la morte, la violenza e l’aggressività sono rimaste e a noi tocca assistere, impotenti e disperati, come il padre del bambino, a tutto quello che avviene intorno a noi. Impotenti e disperati perché ci sentiamo piccoli e schiacciati dall’immensità del dolore che ci circonda e vorremmo trovare qualcuno che ci aiuti a toglierci questa tremenda oppressione. Oppressione che aumenta quando ci accorgiamo che il dolore, la violenza, l’aggressività non solo ci circondano, ma sono anche dentro ognuno e ognuna di noi. Dentro ognuno e ognuna di noi. Così profondamente dentro ognuno e ognuna di noi che quando veniamo avvicinati da qualcuno che ha bisogno di aiuto, non siamo in grado di darglielo. Anche noi, come i discepoli che in mezzo ad una gran folla discutono con gli scribi, possiamo discutere e discutere, ma siamo impotenti perché anche noi apparteniamo alla stessa generazione incredula a cui appartenevano i discepoli.

E allora la frase detta da Gesù, che forse in un primo momento ci aveva lasciati perplessi “«O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». (v.19) risulta molto più chiara: “Quanto a lungo dovrò sopportare questi uomini e donne che non accettano la loro totale impotenza e che invece che affidarsi a me e al Padre mio, vogliono trasformarmi in uno stregone?” Increduli i discepoli e incredulo il popolo, subito pronto a giudicare la mancanza del miracolo come mancanza di affidabilità di Gesù. Come se la messianicità di Gesù dipendesse dalla capacità sua o dei suoi discepoli (e quindi nostra) di operare miracoli.

Ma Dio non ci abbandona, non ci volge le spalle, nonostante Gesù sia forse un po’ spazientito, Dio ascolta il grido disperato del padre e si rivolge a lui e lo conduce all’incredibile, bellissima confessione di fede: ho fede, Signore, ma qualcosa mi allontana da te, so che puoi guarire mio figlio, che puoi guarire il nostro mondo, ma no, non ci credo fino in fondo. Aiutami Signore, impedisci che la mia diffidenza, la mia paura, il mio cinismo, che continuo a sentire, nonostante la mia fede, non abbiano il sopravvento. Soccorrimi, nonostante non voglia essere soccorsa, accoglimi, nonostante una parte di me ti rifiuti e ti respinga. Riconosco che non solo l’oggetto, ma anche il soggetto della mia fede non sono io, ma Tu. Senza di Te non posso nemmeno affidarmi a te. Aiutami Signore!

Ma se riconosciamo la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, la nostra chiusura in noi stessi, possiamo anche, di conseguenza, accogliere con gioia l’aiuto e il sostegno che ci vengono da Dio, possiamo accogliere con gioia la fede, e accogliere che essa diventa tale solo quando è fondata su un atto di Dio. La fede è infatti l’apertura all’azione di Dio, l’attesa colma di speranza di chi sa che da solo non può arrivare da nessuna parte e può solo essere sopraffatto e schiacciato dal male che lo circonda. Male fisico e male spirituale, in un mondo, il nostro, che sembra saper esprimere solo dolore, violenza, aggressività, ma nel quale a dispetto di tutto avviene e continua ad avvenire il miracolo della fede, dell’amore, della guarigione. Mondo in cui noi siamo mandati, come i discepoli e certamente con le loro stesse difficoltà, con la loro incapacità a operare miracoli, con la loro incredulità, a confessare Gesù come il Signore, affinché ognuno e ognuna possa sentire l’annuncio e di conseguenza possa invocare la fede. Amen!

Erica Sfredda

Risurrezione ma quando? Come? – Predicazione di domenica 22 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: 1 Cor 15, 35­-38; Matteo, 22,31­-33; Giovanni 11,17­-27; 32­-43

Cor 15, 35-38

35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?» 36 Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; 37 e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; 38 e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo.

Matteo, 22,31-33

31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 “Io sono il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”? Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi». 33 E la folla, udite queste cose, stupiva del suo insegnamento.

Giovanni 11,17­-27; 32­-43

17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove l’avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l’amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietraera posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

PREDICAZIONE:
L’Evangelo di oggi ci racconta la storia di Lazzaro, di un morto che torna in vita, ma ci vuole parlare di morte o di vita? Di futuro o di presente? Ci racconta di un avvenimento del passato o della nostra vita di oggi? La vita di ogni persona è oggi minacciata dalla morte, non solo corporale ma da quanto ci toglie vita, che ci svuota: dolore, sfruttamento, alienazione. Quante sono le vite che non sono definibili tali ? E poi si muore, per davvero intendo, e cosa succede? Cosa è successo ai miei cari che sono morti? Dormono? Sono vivi? Ma come?

Il racconto di Lazzaro parla a noi oggi della nostra vita. Lazzaro è morto da quattro giorni, l’evangelista ci tiene a dirlo, in una credenza di allora si riteneva che dopo quattro giorni l’anima discendesse nello Sheol, nel regno delle ombre, Giovanni lo specifica per dire che la persona di Lazzaro non è più lì. Marta e Maria piangono qualcuno che non è lì! Che non è nel luogo della morte per eccellenza: la tomba. Un momento particolarmente doloroso per chi ha perso qualcuno è proprio il momento in cui viene calata la bara nella fossa, è il senso del distacco, della separazione da chi amiamo che viene rafforzato dalla terra che vediamo ricoprire il feretro. Ma noi piangiamo qualcuno che non è lì perché Dio non è il Dio dei morti ma il Dio dei vivi come ci dice il Vangelo di Matteo! Certo soffriamo, Gesù prende molto seriamente la nostra sofferenza. Sappiamo che troppo spesso quando si tenta di consolare qualcuno per una perdita si ricorre a parole facili: “Sta meglio ora … riposa in pace …” ma questo non consola, a chi soffre un lutto la persona che non c’è più manca e basta, non lo vuole risorto, chissà quando, poi, lo vuole accanto ora, vivo e vegeto. Ce lo ricorda Marta che risponde infastidita a Gesù che le dice che risorgerà: “So che risorgerà nell’ultimo giorno”. Ci dimostra anche il dramma della preghiera non esaudita , Marta e Maria, entrambe lo rimproverano: “Se ci fossi stato non sarebbe morto”. Quante volte lo proviamo noi. Dio perché non sei intervenuto? Gesù ha a questo punto parole chiarissime:

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»

E’ questa la parte centrale del racconto. Prestiamo attenzione a due punti:

1. Il primo punto: il tempo; il cambio dei tempi dal “risorgerà” di Marta a “Io sono la risurrezione” di Gesù. La resurrezione avviene oggi, in questa vita, Dio ci fa nascere a nuova vita ora! Non attende la nostra morte. Gesù inoltre dice: “Sono la risurrezione e la vita”; non dovrebbe dire “sono la vita, poi c’è la morte e dopo sono la risurrezione”? No. Proprio perché già oggi, in Cristo, c’è prima la resurrezione che ci fa rinascere, poi la vita che non cessa. La resurrezione è un processo che origina la vera vita che ha inizio su questa terra e che e si prolunga oltre questa vita terrena. La resurrezione è l’ingresso nel Regno che non aspetta l’aldilà ma che si realizza oggi, che trasforma le vite oggi, che da senso alle vite più vuote, disperate e alienate oggi! La resurrezione è il punto preciso in cui il Signore elimina la logica del distacco, della separazione tra questa vita e quella futura, a favore della trasformazione e della continuità.

2. Il secondo punto: la fede; “Credi tu questo?” chiede Gesù. Notiamo bene, nei Vangeli è sempre la fede che precede il miracolo, la fede che apre gli occhi e fornisce uno sguardo diverso, che fa comprendere come Lazzaro non sia in realtà morto. La fede è l’antenna che ci fa cogliere i segnali che la morte, sebbene dolorosa, non sia la fine, perché la vera essenza del creato è la vita che non smette di fiorire. Ma chi è morto non lo vedo. Vero ma se io vi dico che in questo momento qui dentro si sente la musica di Bach mi credete? No. Ma se io prendo una radio e la sintonizzo su un canale di musica classica vi posso fare sentire Bach. La radio è lo strumento per sentire quello che altrimenti non sentiremmo. La fede è lo strumento per capire che chiunque crede e vive in Gesù non morirà mai!

Come cristiani riformati inoltre lo sappiamo bene: esattamente tramite la fede noi possiamo vivere, già oggi! Come mi salvo? Come ci vado in paradiso? La risposta della Riforma è semplice: grazie alla misericordia di Dio, per fede, in paradiso ci sei già oggi! Perché è Cristo che ci rende giusti, in virtù della fede in lui possiamo vivere la grazia mentre siamo in vita, nel nostro tempo, e questo significa affidarsi all’amore di Dio, perché Dio non aspetta la mia morte per concedermi il suo Regno, per offrirmi il paradiso. E cosa significa “vivere la grazia”? La grazia è affidarsi all’amore di Dio senza paura, consapevoli che siamo tutti peccatori e peccatrici ma amati e giustificati da Dio, seguendo i suoi comandamenti non perché otteniamo una ricompensa ma perché siamo liberi di servire, come dono che ci viene offerto e che di conseguenza offriamo, significa credere e vivere la vita che non si ferma con la morte, prima della morte.

Tutto questa esplosione di vita non fa prende a Gesù sottogamba la morte, non si presenta come un saggio sorridente che invita a pensare all’eternità. Gesù ci dimostra pienamente l’umanità di Dio: freme, colpito dalla morte come scandalo che assale l’umanità, piange di fronte alla morte di un amico. Sa quanto sia dura, ma al termine è la sua parola che vince, la parola creatrice, ordini imperiosi: “Togliete la pietra … Lazzaro viene fuori … scioglietelo e lasciatelo andare”, sono ordini impartiti alla comunità, sono per noi, per dirci: liberate il morto dalla morte in cui l’avete confinato, mettendogli una pietra sopra, legandolo, lasciatelo andare perché è vivo. Dobbiamo fare lo stesso: vivere la libertà dei nostri cari dalla morte, la fede ci da questo dono, a noi accettarlo e vedere: venite e vedrete (Gv 1,39).

Vediamo cosa? Un campo di grano. Ce lo dice Paolo nella prima epistola ai Corinzi parlando di risurrezione: il seme morendo diventa frumento. Chi muore non cambia identità, proviene da quel seme – è quel seme – ma è anche altro: una vita potenziata, ricca, ampliata. I nostri cari sono sempre loro ma sono trasformati, se alziamo lo sguardo della fede che ci è donata, noi semi infissi nel terreno, ma già potenzialmente frumento per opera del Signore, vedremo, capiremo, che ora, proprio ora c’è un campo di grano, quello dei nostri cari defunti, che vive, vive, come noi, immerso nell’amore di Dio.

Amen.

Alessandro Serena

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Salvezza a buon mercato – Predicazione di domenica 15 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE:

IL GIOVANE RICCO
(Marco 10,17-31)
17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre”». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

28 Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». 29 Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, 30 il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. 31 Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

L’episodio del giovane ricco è riportato da tutti i tre vangeli sinottici; questo indica che per la chiesa primitiva vi era un profondo significato nella mancata vocazione del giovane ricco e nelle domande successive dei discepoli.

Anche per noi oggi, queste parole del vangelo risuonano familiari e rilevanti; chi non ricorda il paradosso di Gesù: “è più facile a un cammello passare per la cruna di un ago che ad un ricco entrare nel regno di Dio”? Se leggiamo la bibbia in maniera letterale, se usiamo i versetti per abbattere chi la pensa diversamente da noi, abbiamo già finito il sermone. Oggi abbiamo imparato che: i ricchi non sono salvati, noi che seguiamo Gesù sì. Semplice diretto e anche gradito alle nostre orecchie! Il messaggio di questo brano del vangelo di Marco però non è questo! Se leggiamo il vangelo così, cercando risposte letterali, meccaniche, semplicistiche, andiamo fuori strada; andiamo dove il nostro orgoglio umano ci porta. Pensate se ricevete una foto sul vostro telefonino e per uno scherzo della trasmissione si vedono solo i piedi della persona ritratta; quelle scarpe non possono rappresentare tutta la persona. Appartengono alla foto, da esse si capisce qualche cosa, ma non saprete certo di chi si sta parlando! Raccogliere dal vangelo le indicazioni stringenti di un solo versetto, ci porta ad usare il vangelo come fosse un manuale di comportamento. Ma nel Vangelo c’è molto di più!

Consideriamo allora tutto il passo. Nel primo quadro, vediamo il giovane ricco inginocchiato davanti a Gesù che lo apostrofa: «Maestro!» Gesù risponde, rifiuta il rapporto di adorazione e guardandolo in viso lo ama. Dopo la vocazione a seguire Gesù, vediamo il giovane ricco allontanarsi con gli occhi bassi e la testa china. Nel secondo quadro, vediamo Gesù attorniato dai discepoli che lo hanno seguito. Gesù li scuote con le sue parole, essi reagiscono fintanto che Pietro sbotta: «ma noi che ti abbiamo seguito avremo di più di chi ti rifiuta?» Due quadri vivaci con la stessa ansia che percorre chi ascolta Gesù: «come otterremo la salvezza?»
Gesù dà una risposta articolata in tre punti:
1) prendi la tua croce e seguimi,
2) quello che per noi è impossibile, per Dio, che è buono, è possibile,
3) molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi.
Queste sono le tre risposte che indirizzano il lettore: seguire Gesù, accettare l’onnipotenza del Padre nei cieli, annunciare il Regno di Dio che rivoluziona la nostra esistenza. Dio chiama tanto i ricchi quanto i poveri, e li raggiunge nel concreto del loro peccato; la bontà di Dio sovrabbonda, alleggerendo le ansie economiche di chi ha un tesoro e dando speranza a chi non ne ha. Il regno si insinua nel tempo che viviamo con aspetti paradossali: fortuna materiale accompagnata da persecuzioni, primi che si comportano come ultimi e ultimi che hanno l’onore dei primi.

Confrontando le domande del ricco e di Pietro con le risposte di Gesù, comprendiamo cosa dobbiamo cambiare nel nostro dialogo con Dio, nella nostra lettura della Bibbia. Davanti alla Parola del Signore, ascoltando il Vangelo, purtroppo, noi pensiamo di essere come al supermercato: prendiamo quel che ci piace e domandiamo solo: «quanto costa?» Vogliamo la salvezza e la prosperità subito e a basso prezzo. La vocazione di Cristo ci raggiunge nel pieno della nostra inadeguatezza, ci accorgiamo che non usciremo dal supermercato avendo sotto braccio un pacco con la scritta «Regno dei Cieli». Dal passo emerge una via di uscita che possiamo percorrere. Gesù ci invita a seguirlo, mostra le difficoltà di questa via, ma ricorda dal primo verso all’ultimo che Dio che è buono ed opera per noi, rende possibile quello che ci sembra impossibile, nella sua onnipotenza rovescia le nostre logiche umane : “molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi”. A noi viene chiesto di seguirlo con una grande fiducia nella sua potenza che rovescia la nostra logica, che rovescia il nostro ordine personale, l’ordine sociale nel quale siamo cresciuti.
Che il Signore ci dia l’intelligenza per scorgere la Sua volontà, l’amore fraterno per metterla in pratica. AMEN

Ruggero Mica

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Incontri ecumenici in Trentino dal 3 al 31 ottobre

Serie di incontri ecumenici a cura del Centro Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso di Trento: 

martedì 3 ottobre, ore 18.30, Trento, da piazza Dante a piazza D’Arogno: Camminata in memoria nella giornata per le vittime delle migrazioni

 martedì 3 ottobre, ore 21.00 [come ogni martedì] Trento, Cappella universitaria, via Prepositura:  Preghiera ecumenica nello stile di Taizé

 giovedì 5 ottobre, ore 18.00 Trento, Biblioteca Comunale, via Roma 55: Dante tra induismo ed eresie medievali, anteprima del Religion Today con Maria Soresina

 venerdì 6 ottobre, ore 17.30, Rovereto, Centro Beata Giovanna, via Conciatori : Gruppo ecumenico di lettura biblica

 venerdì 6 ottobre, ore 20.30, Trento, Cattedrale di san Vigilio: Preghiera ecumenica straordinaria con il vescovo Lauro Tisi e il vescovo luterano Karl-Hinrik Manzke nell’ambito del convegno CEI – ELKI, Federazione Chiese Ev. Luterane in Italia  

 lunedì 9 ottobre, ore 17.30, Trento, Vigilianum, via Endrici 14: Il tempo del silenzio. San Romedio e dintorni, in anteprima con il Religion Today filmfestival

 martedì 10 ottobre, ore 19.00, Trento, Cappella universitaria, via Prepositura: Culto evangelico luterano

 domenica 15 ottobre, ore 17.45, Trento, Vigilianum, via Endrici 14: Religion Today filmfestival. Sguardi con il buddista Stefano Bettera, don Mario Gretter, l’imam Kamel Layachi, la pastora Lidia Maggi

 lunedì 23 ottobre, ore 18.00,Trento, Sala Fondazione Caritro, via Garibaldi 33: Mostra. Incontri. Dibattiti nel Centenario della Riforma a cura delle Chiese Ev. Riformate Battiste in Italia

 domenica 29 ottobre, ore 18.00, Trento, Vigilianum, via Endrici 14: Le religioni nella città, incontro del Tavolo delle Appartenenze Religiose

 martedì 31 ottobre, ore 17.30, Trento, Vigilianum, via Endrici 14: Lutero. Mendicante di Dio, dagli scritti a cura di Alfonso Masi

 

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“Da Martin Lutero a Martin Luther King” a Mantova dal 3 al 28 ottobre.

Serie di incontri organizzati dall’I.I.SS. “Carlo d’Arco – Isabella d’Este” di Mantova:

Vieni! – Predicazione del 3 settembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Neemia 9, 9.11-12.15-20; Romani 10,9-11; Matteo 14,22-33

9 Tu hai visto l’afflizione dei nostri padri in Egitto e hai udito il loro grido presso il mar Rosso. 11 Hai aperto il mare davanti a loro, ed essi sono passati in mezzo al mare all’asciutto; tu hai gettato nell’abisso quelli che li inseguivano, come una pietra in fondo ad acque vorticose. 12 Di giorno li guidavi con una colonna di nuvola, e di notte con una colonna di fuoco per illuminare loro il cammino da percorrere. 15 Davi loro pane dal cielo quand’erano affamati, e facevi scaturire acqua dalla roccia quand’erano assetati, e hai detto loro che andassero a prendere possesso del paese che avevi giurato di dar loro. 16 Ma i nostri padri si sono comportati con superbia, irrigidendo i loro colli, e non ubbidendo ai tuoi comandamenti. 17 Hanno rifiutato di ubbidire, e non si sono ricordati delle meraviglie da te fatte in loro favore; e hanno irrigidito i loro colli e, nella loro ribellione, si sono voluti dare un capo per tornare alla loro schiavitù. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, misericordioso, pieno di compassione, lento all’ira e di gran bontà, e non li hai abbandonati. 18 Anche quando si erano fatti un vitello di metallo fuso, dicendo: “Ecco il tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto!”, e ti avevano oltraggiato gravemente, 19 tu, nella tua immensa misericordia, non li hai abbandonati nel deserto: la colonna di nuvola che stava su di loro non cessava di guidarli durante il giorno, lungo il loro viaggio, e la colonna di fuoco non cessava di illuminare loro il cammino da percorrere di notte. 20 Hai dato loro il tuo buono Spirito per istruirli, e non hai rifiutato la tua manna alle loro bocche, e hai dato loro acqua quando erano assetati.
Neemia 9, 9.11-12.15-20

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice:«Chiunque crede in lui, non sarà deluso».
Romani 10,9-11

22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo. 24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». 29 Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca lo adorarono, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»
Matteo 14,22-33

Quello che abbiamo letto oggi è il racconto di uno dei più famosi miracoli di Gesù: celebre, letto e conosciuto, ma apparentemente diventato incomprensibile, inaccettabile. Gli uomini e le donne di oggi non solo fanno fatica a credere in qualcosa che sia contro le leggi delle scienze cosiddette esatte, per come le conosciamo, ma sono addirittura un po’ infastiditi e turbati dal fatto che la Bibbia contenga degli eventi miracolosi. E’ una delle accuse che viene spesso rivolta ai cristiani: credete ancora nelle favole, roba da uomini e donne arcaici, antiche superstizioni! Come se la fede nascesse, in queste anime candide che sarebbero i credenti, dopo aver assistito ad un miracolo, ad un evento prodigioso. Ma in realtà, al di là di quello che possiamo pensare a livello personale sui miracoli, tutta la Bibbia attesta il fatto che non sono loro a far nascere la fede, semmai, è vero il contrario: la fede permette di vedere il miracolo là dove altri non lo vedono. Il miracolo è infatti un bisogno dell’umanità, forte, fortissimo, ma non produce la fede, benché spesso venga richiesto proprio a questo scopo, proprio come prova dell’esistenza di Dio. Nella nostra preghiera, infatti, non chiediamo solo di essere liberati da qualcosa (la fame, la malattia, la morte), ma anche che Dio si manifesti e che lo faccia attraverso un cenno potente, inconfondibile, che non lasci dubbi. Ma (tutta la Bibbia ce lo racconta) questo in realtà non è sufficiente: il giorno o il mese, o l’anno dopo la vita riprende il suo corso normale e il miracolo è del tutto dimenticato. Ricordate l’uscita degli israeliti dall’Egitto? Le piaghe del Faraone, l’apertura del mar Rosso, la manna, piuttosto che l’acqua che sgorga dal monte? Tutti segni fortissimi ed inequivocabili che non hanno mancato di suscitare forti risposte di fede, ma poi? Immancabilmente, ogni volta, il popolo è tornato a dimenticare, e a vivere come se Dio non esistesse: nonostante la presenza potente del Signore, gli Israeliti sono tornati a dubitare e hanno costruito il vitello d’oro. E così facciamo anche noi.

Quindi non è a causa dei suoi miracoli che noi crediamo in Gesù: del resto, molti maghi e guaritori vivevano in Palestina ai suoi tempi e in fondo ancora oggi, nonostante tutta la nostra scienza e la nostra razionalità, esistono ancora maghi e fattucchiere che promettono salute, soldi, gioia in amore. Il nostro compito quindi non è di stabilire se effettivamente Gesù e Pietro abbiano camminato sulle acque, ma cosa Matteo volesse trasmetterci attraverso questo episodio, un episodio che rimanda al cuore della questione del nostro rapporto con Dio, perché rimanda alla fede di Pietro, a quella di coloro che stavano sulla barca e quindi a quella di tutti noi.

La fede. Cosa significa avere fede? Cosa significa per noi uomini e donne del Duemila credere con tutti noi stessi nel Padre che ci ha creati ed amati, nel Figlio che ha dato Sua vita per noi e nello Spirito Santo che ci guida, consola e sostiene in questo nostro pellegrinaggio sulla terra?
Immaginiamo dunque la scena, così come ce l’ha trasmessa Matteo: Gesù ha predicato davanti a cinquemila persone e si ritira in solitudine per pregare: i discepoli sono lasciati da soli e obbedendo alle indicazioni del Maestro salgono sulla barca e si avviano verso il largo.
Anche noi siamo inviati da Gesù: il Signore ci dona la fede e ci manda nel mondo a testimoniarla, e noi, raccolto il nostro coraggio e le nostre forze, partiamo. Forse qualcuno tra noi non sente di essere davvero partito, forse qualcuno è in procinto di farlo, ma tutti noi sappiamo che la nostra fede non va nascosta sotto il letto, come un altro famosissimo passo ci ricorda, ma posta in alto perché possa illuminare la nostra e la altrui esistenza. Dunque partiamo, ma poco dopo il vento comincia a soffiare e noi abbiamo paura. A volte poca, spesso molta. Siamo in mezzo all’acqua, tutt’intorno è buio e noi non sappiamo più cosa fare. A causa della tempesta non vediamo più neppure la stella polare. Alle volte ci rendiamo conto di questo, ma più spesso ci lasciamo lentamente andare, ci rifugiamo nel conforto che ci possono dare le piccole cose umane di cui ci siamo circondati e ritroviamo il nostro equilibrio, ma dimentichiamo il Signore.
Ma Lui non si dimentica di noi e viene a cercarci. Viene a cercarci, ma noi stentiamo a riconoscerlo perché siamo immersi nel buio: nel buio della paura, dell’indifferenza, dell’ateismo, del “si è sempre fatto così”, della fatica quotidiana e non vediamo nulla o se vediamo qualcosa non lo riconosciamo come il Signore, non sappiamo più che sia lui e gridiamo spaventati. Non vogliamo essere distolti dalla nostra quotidianità, abbiamo paura di qualsiasi cosa ci appaia come nuova, irriconoscibile, incerta.

Ma il Signore è paziente e si fa riconoscere. Si fa riconoscere. Ma noi siamo in grado? Forse no. Anche Pietro non lo è e sfida il suo Signore: se sei davvero tu, dimostramelo, fammi vedere di cosa sei capace! Fai camminare anche me sull’acqua! E noi? Non facciamo anche noi sempre questa domanda? Intorno a me vedo tanto dolore, tanta fatica, tanto scoraggiamento, dammi una prova che tu che mi stai parlando sei davvero Dio. Dimostrami che sei tu, calma le acque che mi circondano, permettimi di camminarci sopra, cioè di dominarle, di essere più forte degli eventi che mi circondano e rischiano di sopraffarmi. E il Signore torna a chiamarmi, torna a chiamarci e ci incoraggia ad andare da lui. Pietro lo fa. Guarda Gesù e si incammina. Anche noi spesso abbiamo sentito la chiamata e siamo partiti. Anche noi abbiamo preso la nostra valigia e siamo andati verso il Signore. Sono certa che ognuno di voi lo ha fatto una, dieci, mille volte. Ma poi? Ma poi bisogna camminare e continuare ad avere fiducia e sapersi affidare nonostante il vento e la paura. La fede è anche questo: non si tratta di diventare tutti eroi, tutti semidei, uomini e donne straordinari. No, si tratta di affidarsi nonostante il vento, nonostante la paura, nonostante le innumerevoli cadute. Sì, perché le cadute sono davvero innumerevoli: anche Pietro cade, anche Pietro, in questo bellissimo racconto che è stato scritto per tutti noi, per ognuno e ognuna di noi, cade e rischierebbe di annegare se con l’ultimo fiato non gridasse “Signore, aiutami!” Signore, aiutami! Ecco la fede di Pietro: niente di granitico, nessuna azione da supereroe, ma qualcosa di piccolo, di fragile. Proprio come la nostra: qualcosa che rischiamo sempre di perdere, tanto è piccola e fragile, ma che possiamo sempre recuperare, perché il Signore resta comunque al nostro fianco. Quando siamo spaventati, arrabbiati, avviliti, quando il mondo ci fa orrore, il Signore è ancora lì al nostro fianco. Certo ci riprende, ci sgrida: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato? Donna di poca fede, perché hai dubitato?» Perché hai dubitato? Abbiamo dubitato perché siamo nella notte e il mare è in tempesta, perché la vita è difficile e ci sono bambini che muoiono, anziani abbandonati, donne uccise da coloro che amavano, perché l’umanità continua a fare le guerre che sono inutili e distruttive, abbiamo dubitato perché abbiamo spostato il nostro sguardo altrove cercando soluzioni alla nostra portata, perché ci facciamo tentare dalle mille altre possibilità che il mondo sembra offrirci. Abbiamo dubitato e rischiamo di affondare perché ci siamo allontanati dalla barca, ma davanti a noi non vediamo più il Signore, rischiamo di annegare ma (ed è questa la notizia straordinaria che oggi voglio portarvi) anche in quel momento, nell’attimo in cui tutto sembra perduto, nel momento della nostra debolezza e fragilità, il Signore è lì al nostro fianco, ci stende la mano e ci afferra. Ci stende la mano e ci afferra.
Il Signore sa che la fede non è un dato acquisito per sempre, conosce la nostra fatica e il nostro tormento, ma Egli ci aspetta, anzi ci vuole aspettare e ci chiama: “Vieni!”
Amen!

Erica Sfredda