Trasmettere il dono di Dio – predicazione di domenica 4 marzo 2018

LETTURE BIBLICHE: 2 Corinzi 8:1-15
1 Ora, fratelli, vogliamo farvi conoscere la grazia che Dio ha concessa alle chiese di Macedonia, 2 perché nelle molte tribolazioni con cui sono state provate, la loro gioia incontenibile e la loro estrema povertà hanno sovrabbondato nelle ricchezze della loro generosità. 3 Infatti, io ne rendo testimonianza, hanno dato volentieri, secondo i loro mezzi, anzi, oltre i loro mezzi, 4 chiedendoci con molta insistenza il favore di partecipare alla sovvenzione destinata ai santi. 5 E non soltanto hanno contribuito come noi speravamo, ma prima hanno dato se stessi al Signore e poi a noi, per la volontà di Dio.
6 Così, noi abbiamo esortato Tito a completare, anche tra voi, quest’opera di grazia, come l’ha iniziata. 7 Ma siccome abbondate in ogni cosa, in fede, in parola, in conoscenza, in ogni zelo e nell’amore che avete per noi, vedete di abbondare anche in quest’opera di grazia. 8 Non lo dico per darvi un ordine, ma per mettere alla prova, con l’esempio dell’altrui premura, anche la sincerità del vostro amore. 9 Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi. 10 Io do, a questo proposito, un consiglio utile a voi che, dall’anno scorso, avete cominciato per primi non solo ad agire ma anche ad avere il desiderio di fare: 11 fate ora in modo di portare a termine il vostro agire; come foste pronti nel volere, siate tali anche nel realizzarlo secondo le vostre possibilità. 12 La buona volontà, quando c’è, è gradita in ragione di quello che uno possiede e non di quello che non ha. 13 Infatti non si tratta di mettere voi nel bisogno per dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di uguaglianza; 14 nelle attuali circostanze, la vostra abbondanza serve a supplire al loro bisogno, perché la loro abbondanza supplisca altresì al vostro bisogno, affinché ci sia uguaglianza, secondo quel che è scritto: 15 «Chi aveva raccolto molto non ne ebbe di troppo, e chi aveva raccolto poco, non ne ebbe troppo poco».

Paolo esorta i suoi fratelli e sorelle a contribuire generosamente alla raccolta che sta facendo per i poveri di Gerusalemme. Per Paolo in questa raccolta c’è in gioco la sua comprensione della natura stessa del ministero: la vita e il ministero cristiano hanno infatti a che fare con l’economia – l’economia della grazia di Dio e l’economia del dono divino. In questo modo, Paolo aiuta i Corinzi e noi a capire come funziona l’economia di Dio e in che senso possiamo parlare dell’eccellenza del ministero all’interno di quell’economia. La vera preoccupazione di Paolo per i Corinzi non è la competizione nel nome di Cristo, ma l’approfondimento della comunione con Cristo. Quindi l’apostolo si complimenta con loro… e lo fa forse anche un po’ troppo, considerando ciò che sappiamo della comunità di Corinto dalla corrispondenza di Paolo, con i loro numerosi litigi e divisioni?

Paolo si concentra sul lato positivo: “voi eccellete in tutto, scrive, quindi vogliamo che eccelliate in questa generosa impresa…”
È una gara in cui il dono straordinario di Dio ci libera e ci permette di essere forieri di doni, un’economia in cui la stravagante generosità di Dio ci dà il privilegio e il potere di prendere parte alla generosità di Dio.

Paolo scrive: “tu conosci la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, che sebbene fosse ricco, per il tuo bene divenne povero, affinché tu diventassi ricco nella sua povertà…”
Il Cristo crocifisso e risorto è l’economia divina in persona, in lui vediamo l’eccellenza insuperabile del ministero.
Alla luce del suo dono per noi, cosa diventa lo spirito della competizione? Possiamo competere con il dono di Dio in Cristo? Che cosa diventano tutte le nostre abilità e virtù? Fratelli e sorelle, quando si parla di eccellenza nel ministero, non siamo i soggetti principali. Possiamo solo avere un ministro – questo è il figlio di Dio incarnato, crocifisso e risorto .

Il vero fondamento dell’eccellenza nel ministero non si trova nella nostra vittoria, non nella ricchezza della nostra conoscenza dottrinale, nelle nostre capacità pastorali, o nell’eloquenza o nella parola che ci consente di impressionare gli altri. Piuttosto Paolo indica Gesù come il dono insuperabile di Dio, sia il fulcro della divina economia della grazia, il potere dell’eccellenza ministeriale.
L’eccellenza è difficile da definire perché è lo standard rispetto alla quale viene misurato tutto il resto.

Gesù Cristo definisce, incarna e autorizza un eccellente ministero. È ministro per eccellenza.
Paolo insiste sul fatto che abbiamo una parte in questo ministero di Cristo. E ci esorta: “finisci ciò che hai iniziato, completa il servizio che hai desiderato rendere, un dono ai poveri in risposta al dono di Dio.”
Nel descrivere la nostra parte nel ministero, Paolo spiega che non sta emettendo un comando, sta esortando e incoraggiando la nostra partecipazione, nell’economia del dono di Dio non è una prescrizione ma un privilegio, non qualcosa di forzato ma qualcosa di opportuno, di giusto, di appropriato.

La nostra parte non è sostituire il suo dono, la nostra parte è quella di trasmettere il dono con entusiasmo nel potere dello spirito di Dio.

Nell’economia della grazia, il dono dato è il dono da dare.

Il dono straordinario di Dio deve essere ricevuto con gratitudine e proclamato.
Ricevere la grazia di Dio significa essere stimolati al servizio: Nella vita di fede e nel ministero, siamo coinvolti nell’economia del dono di Dio.
Quindi, anche tu, entra nell’eccellenza del dono di Cristo che viene trasmesso attraverso il potere della sua parola e dello spirito. Lascia che l’eccellenza del ministero di Cristo plasmi il tuo ministero e che esso rifletta il Suo ministero. Condividi le ricchezze del Vangelo con gli altri. Sii ambasciatore del perdono e della riconciliazione. Prendi parte alla difesa della giustizia e della pace di Dio in ogni angolo del mondo. Invita la chiesa e il mondo a ricordare i poveri e i bisognosi come ha fatto Paolo con i Corinti.
Con gioia, condividi la tua fede in Dio, il tuo amore per Cristo, la tua incrollabile speranza per il futuro regno di Dio.

L’apostolo infine, parla di una preoccupazione che sicuramente i Corinzi devono avere avuto. Quando prendiamo parte al dono, quando condividiamo con gli altri ciò che Dio ci ha dato, non siamo esposti all’esaurimento spirituale e materiale? Possiamo continuare a dare e dare e dare senza poi trovarci svuotati?
Penso che l’apostolo anticipi queste domande. Lui risponde loro dicendoci qualcosa di più sull’economia divina, e su come essa sia molto diversa dalle economie del nostro mondo.
Nelle nostre economie, ci aspettiamo un ritorno rapido e tangibile quando diamo qualcosa. L’economia di Dio funziona in un modo molto diverso. Dio non è diminuito diventando povero per il nostro bene, al contrario, Dio non è mai stato più ricco e mai più maestoso di quando si è fatto povero e si è umiliato per noi e per la nostra salvezza.
Noi naturalmente non siamo Dio. Nel migliore dei casi il nostro ministero è una testimonianza del ministero di Cristo. Nella nostra vita cristiana possono avvenire degli eventi che mettono a dura prova la nostra vita, che ci esauriscono e che lacerano l’anima, ma Paolo apostolo offre una promessa ai Corinzi e a noi: se prendiamo parte all’economia divina della grazia, condividendo le nostre ricchezze al servizio di Cristo potremo scoprire che nel dare riceviamo più di quanto abbiamo dato. Secondo Paolo il povero di Gerusalemme o le persone povere a cui facciamo la carità oggi, non sono l’oggetto della nostra carità, bensì il soggetto del nostro arricchimento spirituale.. La carità nel senso convenzionale della parola presuppone che gli altri abbiano bisogno di noi e che noi non abbiamo bisogno di loro. Secondo Paolo le persone emarginate, i senzatetto, i poveri, gli ammalati, i diversi di ogni genere e tipo, la famiglia immigrata appena arrivata – non sono casi di beneficenza. Piuttosto sono sorelle e fratelli senza i quali noi e la nostra collettività siamo impoveriti.
Una chiesa generosa impegnata in un eccellente ministero apre le porte allo straniero, all’emarginato e all’altro e scopre improvvisamente e meravigliosamente che era terribilmente povera senza di loro.
L’eccellenza del ministero inizia sempre con il dono indescrivibile, la grazia insuperabile, l’eccellenza del Signore Gesù Cristo che, sebbene ricco, diventa povero che noi, affinché noi, benché poveri diventiamo ricchi in misericordia. Questo è il regalo dato.
E un ministero ed è un mistero di eccellenza continua quando condividiamo la ricchezza di Cristo e del suo vangelo con gli altri. Questo è il dono da dare.
Quindi non fermarti ora. Completa e continua nel bene quello che hai iniziato il giorno in cui hai incontrato il Signore. Trasmetti il ​​dono liberamente, con entusiasmo e gioia. Tu eccelli in ogni cosa che Dio benedica te e la nostra chiesa e ti garantisca una testimonianza fedele di quell’unico eccelso e libero dono di Dio in Cristo Gesù.
Amen

past. Laura Testa

Scegli la vita: uno studio biblico sulla sostenibilità

Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza (Deu 30:19 NRV)

Mosè ha appena raccontato la storia del popolo israelita, e in tutto il libro del Deuteronomio si ripete, ammonisce e mette in guardia sul bisogno di ricordare il Dio che li ha fatti uscire dalla terra della schiavitù. Si ribadisce continuamente che gli israeliti devono amare il Signore loro Dio con tutto il loro cuore, mente e forza e amare i loro vicini come se stessi.
Mosè avverte gli israeliti che quando entreranno nella “terra promessa” e lasceranno il deserto, saranno tentati di dimenticare il nutrimento spirituale e materiale che Dio è stato per loro nella loro povertà e nel loro peregrinare. Egli ripete la loro storia narrando di come Dio ha donato loro tutto, dall’acqua che scaturisce dalla roccia o la manna dal cielo, e li avverte che quando entrano nella Terra Promessa potrebbero cominciare a consumare troppo e, se non stanno attenti, creeranno idoli . Disse loro che, finché l’Amore di Dio e del prossimo saranno la guida costante del loro agire la continuità della fede varrà per loro e anche per la loro discendenza.
Deuteronomio 30,19 è praticamente l’ultima frase prima della morte di Mosè e l’intero libro è il suo “discorso di addio”.

Domande di riflessione:
Riflettendo sulla storia: quando abbiamo amato qualcosa più dei nostri vicini?
Cosa era?
Oggi amiamo qualcosa di diverso dal Dio e dal nostro prossimo?
Quali sono le conseguenze?
Riflettendo sull’oggi: quali sono i nostri idoli?
Che danni hanno prodotto quegli idoli sulla terra e sulla sua gente?
Per amare Dio e amare il prossimo come noi stessi: che tipo di lavoro spirituale possiamo (dobbiamo, vogliamo) fare?
In che modo la nostra Chiesa, gli amici e i familiari ti sono stati di aiuto o stimolo nell’ amare Dio e il prossimo (creazione di Dio e all’ambiente)?
La nostra Chiesa può diventare uno strumento migliore verso la crescita della cura per il prossimo, l’amore Dio e il creato? Come?

Past. Laura Testa

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Quando la fede si oppone alla strumentalizzazione politica.

Quando oggi da un podio si vedono politici agitare un Vangelo,  nella mente di chi guarda a Cristo come Signore e Salvatore non possono non risuonare dei campanelli d’allarme. Ci si potrebbe chiedere perché in campagna elettorale spuntino i Vangeli branditi come fossero una bandiera di partito, o ci si erga a paladini dell'”Europa cristiana” mentre di difesa di Cristo si parla poco, o per niente. Sì perché per parlare di difesa di Cristo si dovrebbe  trattare di difesa degli ultimi, dei diseredati, degli immigrati, dei reietti di questa terra, dell’ “orfano e della vedova” del XXI secolo.

Sono stati molti i momenti della storia in cui la chiesa è stata chiamata ad ergersi contro qualsiasi strumentalizzazione.  In ambito protestante, nel 1934, l’anno successivo all’avvento al potere del nazismo, fu pubblicata la Dichiarazione Teologica di Barmen in cui teologi e pastori che si riconoscevano nella Chiesa Confessante (Bekennende Kirche)  si opposero alla Chiesa Evangelica Tedesca di stampo nazista. Le sei tesi della dichiarazione di Barmen intendevano esprimere una netta opposizione verso chi riteneva che Dio agisse promuovendo e sostenendo il nazismo, avversando la Chiesa Evangelica Tedesca che era stata creata dai nazisti ed operava secondo il Fuehrerprinzip (principio del duce) con a capo il “vescovo del Reich” Ludwig Mueller.

Tra le tesi di Barmen -che ebbero tra i loro estensori Dietrich Bonhoeffer e come redattore finale Karl Barth–  leggiamo che “Gesù Cristo è l’unica parola di Dio che dobbiamo ascoltare”  e che “respingiamo la falsa dottrina secondo cui la chiesa sarebbe autorizzata a lasciar determinare la configurazione del suo messaggio … dal variare delle convinzioni ideologiche e politiche di volta in volta dominanti”, inoltre è definito che “La Scrittura ci dice che lo Stato … ha il compito … di provvedere al diritto e alla pace”.

Si esprimeva in sostanza “una chiesa che esce dalla neutralità complice o semplicemente pavida e si pone decisamente nella società come spazio di responsabilità critica anche in campo economico e sociale” (P. Ricca in Filoramo Menozzi: “Storia del cristianesimo, l’età contemporanea”).

Non possiamo non rilevare oggi l’attualità della dichiarazione di Barmen che -nata come documento all’interno delle chiese- risuona ancora oggi come monito verso chi intende usare la fede cristiana come oggetto di strumentalizzazione politica  e non certo per ciò che essa é : un annuncio liberante, un annuncio di salvezza, la rivelazione dell’amore di Dio in Cristo: “Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi” (Mt, 25,37-37).

Alessandro Serena

Peter Berger: una professione scettica del cristianesimo ?

A sciogliere il quesito del titolo, se possibile, ci aiuterà il testo di Peter L. Berger: Questioni di fede. Una professione scettica del cristianesimo edito da Il Mulino, che  si pone come una ricerca di estremo interesse dell’autore delle ragioni della fede cristiana e del suo rapporto con le altre tramite un’analisi del credo.

L’autore

Peter Ludwig Berger è è nato a Vienna il 17 marzo 1929, emigrato nella Stati Uniti poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale si è laureato nel 1949 al Wagner College (Bachelor of Arts), continuando i suoi studi sociologici alla “New school for social research” a New York, conseguendo il dottorato nel 1952. (1) Professore emerito di Religione, sociologia e teologia presso il dipartimento di scienze religiose della Boston University; direttore dell’Institute of Religion and World Affairs dello stesso ateneo. Ha insegnato in precedenza alla New School for Social Research, alla Rutger University ed al Boston College. Ha scritto numerosi libri di sociologia, sociologia delle religioni e sviluppo del terzo mondo, tradotti in dozzine di lingue. Nel 1992 è stato insignito dal governo austriaco del Manes Sperber Prize per significativi contributi alla cultura. Dal 1985 è direttore dell’Istituto per lo studio della cultura economica, organismo impegnato nello studio sistematico delle relazioni tra sviluppo economico e cambiamento socioculturale in diverse parti del mondo (2). In Italia ha pubblicato con le edizioni Il Mulino, Bologna: “La realtà come costruzione sociale” (1969), “Una gloria remota. Avere fede nell’epoca del pluralismo” (1994), “Il brusio degli angeli. Il sacro nella società contemporanea” (1995), “Homoridens. La dimensione cosmica nell’esperienza umana” (1999). Il titolo del  testo oggetto di questo articolo esprime l’approccio dell’autore che definendo il proprio ragionamento come scettico, intende descrivere un proprio atteggiamento svincolato dalle tradizioni religiose storiche (3). Ci riuscirà in parte. Tale libertà in realtà è equilibrata dal riconoscersi -sebbene con alcune cautele- all’interno della tradizione della Riforma, luterana in particolare. Tra le tre visioni relative all’ecumenismo ed al dialogo interreligioso (esclusivista, pluralista, inclusivista: nella prima si ritiene il cristianesimo come verità assoluta, nella seconda si concede il più possibile alle altre tradizioni lo statuto di verità, nella terza posizione, più comune, quella inclusivista, si afferma la propria verità accettando nel contempo possibili verità in altre tradizioni), Berger si ritiene inclusivista, considerando come la Verità, il Logos Spermatikos definito da Giustino sia appunto diffuso nel creato, anche all’interno di altre confessioni, pur mantenendo egli ben salda la specificità del Cristianesimo.

Lo sviluppo dell’opera

Il testo intende sostanzialmente rispondere al quesito: “Perché la religione dovrebbe essere interessante?”. Definendo il proprio approccio come espressione di una teologia laica, Berger intende compiere un’analisi dei fondamenti della fede cristiana attraverso il credo apostolico, si tratta di una professione scettica del cristianesimo, in quanto non presuppone la fede e non si lega nelle intenzioni ad alcuna delle tradizionali autorità in tema religioso. Per farlo l’autore ricorre al costante confronto con quanto il pensiero cristiano ha elaborato di significativo, in particolare con la teologia del XIX e XX secolo. Il percorso rappresenta quindi una professione di fede che se da un lato è collocata all’interno della formula tradizionale, dall’altro è oggetto di analisi dell’autore che non esita a distaccarsi in alcuni casi dai contenuti della tradizione, per osservarli alla luce di riflessioni tratte da approcci della teologia anche molto distanti tra loro e di considerazioni personali. Spicca la ricerca del confronto col pensiero di John Hick, che Berger avversa ma che evidentemente ritiene significativo per definire -procedendo per differenziazioni- il proprio. Non si tratta comunque di pensieri in assoluta libertà: Peter Berger nella prefazione si riconosce nel protestantesimo liberale con un esplicito richiamo a Friedrich Schleiermacher (4) e non mancheranno nel testo espliciti rimandi al luteranesimo. Analizziamo ora il testo nei suoi principali contenuti, procedendo riunendo gli articoli del credo, che Berger illustra in dodici capitoli, in tre sezioni relative al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo. Intendo inoltre dedicare un paragrafo autonomo al confronto col pensiero di John Hick per la frequenza con cui emerge nell’opera oltre ad uno di considerazioni personali.

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra …

E’ partendo dalla considerazione della realtà dietro la nostra esperienza quotidiana come benevola, che nascono l’apertura al trascendente, l’esperienza religiosa. Meglio: le esperienze religiose, poiché la modernità a causa dei mezzi di comunicazione di massa, dei flussi migratori, dell’urbanizzazione, mina il consenso sociale che tendeva in passato a sostenere una singola religiosità all’interno delle diverse società. La modernità problematizza, richiede con sempre maggiore insistenza una riflessione teologica al credente, per quanto rudimentale, capace di sostenere il confronto con altre religioni. Si apre un’opzione un tempo meno frequente o addirittura impossibile: la scelta del proprio credo. La pluralità quindi alimenta il confronto ma permane la scelta religiosa di fondo come tessuto sostanzialmente comune: quando si decide di avere fede si ritiene sostanzialmente il creato come buono, all’interno di un disegno che non ha come destino ultimo la distruzione di quanto abbiamo di più caro. La fede è la fiducia nella bontà del mondo (5), detto in poche parole. E’ la mente moderna che oggi si confronta con Dio, in particolare col silenzio di Dio ed in tal senso Simone Weil rappresenta un esempio paradigmatico: l’indicazione della presenza di Dio è la sofferenza per la sua assenza, una “via negativa” il cui nucleo è che il pensiero razionale e la parola umana non possono penetrare il mistero consentendo la comprensione di Dio. Nei misticismo delle grandi religioni si rileva un viaggio che inizia nell’oscurità, nel silenzio, per approdare al livello più profondo della realtà. Un misticismo transculturale che è accomunato dall’alternanza tra preghiera incerta e senso di certezza, una lotta che ancor più nella modernità risulta drammatica. Secondo la tradizione agostiniana la riflessione è comunque necessaria, precede l’atto di fede ma non rappresenta l’unico aspetto rilevante ai fini della fede, l’attenzione si fovalizza sulla rivelazione: in qualche modo, luoghi e tempi particolari, il silenzio di Dio si è interrotto. Riconoscendo l’approccio di John Hick come eccessivamente inclusivista, quello di Karl Barth come esclusivista, quello di Paul Tillich e Karl Rahner come inclusivisti, Berger ritiene di perseguire una propria concezione inclusivista rifacendosi a Ernst Troeltsch ed alla sua “intuizione secondo la quale la Bibbia sottolinea con enfasi il valore e la dignità straordinari della persona umana” (6); oltre al fatto che “c’è una correlazione ontologica tra la personalità di Dio e la personalità degli esseri umani” (7); in questo riflettendo a mio avviso il pensiero più maturo di Barth . Rifacendosi poi al pensiero di Giustino ed al suo Logos spermatikos, lo ritiene utile per definire una “teologia della matrice mitica”, ovvero negando che tutte le idee religiose su base mitica siano pure illusioni: affermare l’unicità di Dio , come fanno le religioni del Libro, non contraddice il concetto dei semi della Verità sparsi liberamente. Quindi “riconoscere nell’atto di fede che Dio si è rivelato in maniera unica non significa a priori negare che Dio possa essersi rivelato in altri luoghi e in altri tempi. “ (8). Affrontando la teodicea alla luce dello scandalo del male e della Shoah, si evidenzia quanto Hans Jonas ha scritto in merito alla rinuncia dell’idea contemporanea di bontà ed onnipotenza di Dio, connettendola alla tradizione cabalistica di Jizchaq Luria secondo la quale la contrazione di Dio per fare spazio al creato (tzim tzum) lo porrebbe in una posizione sofferente e limitata. Un Dio che diviene , che non ha ancora raggiunto la pienezza del suo essere. Un Dio sofferente ha una forza irresistibile, collegata a diversi temi biblici, sebbene Jonas confessi tutto ciò come un balbettio. E’ citando Giuliana di Norwich che Berger riferisce com’ella esprima l’intero universo visto dal punto di vista di Dio, secondo la sua celebre frase, frutto di una esperienze mistiche: “Posso portare ogni cosa al bene, sono in grado di portare ogni cosa al bene, porterò ogni cosa al bene, voglio portare ogni cosa al bene; e vedrai tu stessa che ogni specie di cosa sarà bene” (9).

… e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore …

Berger definisce le fasi della ricerca sul Gesù storico:

Prima ricerca: nel contesto della teologia liberale del XIX secolo; la ricerca storica non è in grado di sostenere la visione ortodossa tradizionale di Gesù, i testi del Nuovo Testamento non hanno validità storica.

Seconda ricerca: nel secondo dopoguerra; lo storico può lavorare anche sui documenti del Nuovo Testamento

Terza ricerca: a partire dagli anni 80 del XX secolo; Gesù è pienamente collocato nel contesto ebraico.

Nel pensiero protestante del XX secolo si identificano in particolare Rudolf Bultmann e Paul Tillich. Bultmann avverte la necessità di demitizzare il Nuovo Testamento, traducendolo in un linguaggio non mitologico e focalizzandolo sull’annuncio, sul kerygma. Berger ravvisa un valore nel principio bultmaniano, corrispondente al concentrazione su Gesù come evento che si è rivelato in quanto -come detto da Lutero- “Cristo per me” (10). Lo stesso concetto luterano è dall’autore rilevato anche nel pensiero di Tillich: Cristo diviene il simbolo che conduce a una nuova forma di esistenza, distante dal Gesù storico; è la partecipazione, non la prova storica che fornisce una vita personale dove il nuovo essere ha vinto. Evidenziando come la Resurrezione sia fondamento della fede e la redenzione operata da Cristo sia un fenomeno cosmico, Berger vede nella kenosis e nella Resurrezione, rispettivamente, il massimo sforzo di benevolenza e di onnipotenza da parte di Dio. Se quindi l’autore condivide con Bultmann e Tillich la necessità di liberare il Cristo della fede dal Gesù storico, ne rifiuta l’interpretazione che il Cristo sia un simbolo ella condizione umana, a favore dell’evento cosmico della redenzione. Alla luce del passo di Corinzi 5,19 “Dio era in Cristo” si intende quindi coagulare un qualcosa di eterno, di trascendente, una Parola incarnata fin dall’inizio nei piani di Dio. Un Dio credibile attraverso la kenosis, partecipe della sofferenza di questo mondo che Egli sa trasformare in vittoria. Gesù non può essere una mera rappresentazione simbolica, la rivelazione ha portata cosmica: la morte è vinta, il difetto nella creazione deve essere riparato . Un cristianesimo che promettesse qualcosa di meno, sarebbe inutile (11).

… credo nello Spirito Santo …

Si identificano secondo l’opinione dello storico della chiesa Jeffrey Russel, due tradizioni cristiane dello Spirito, definite: “spirito dell’ordine” e “spirito della profezia” (12). Nel primo caso si intende uno Spirito e relativi doni attribuiti alla chiesa in quanto istituzione -conseguenza è che si può accedere allo Spirito solo attraverso essa- mentre nel secondo lo Spirito si esprime liberamente al di fuori e dentro le istituzioni, senza la loro mediazione, spesso in opposizione a queste. Si ravvisano alcuni pericoli in entrambe: la prima può portare ad una sclerotizzazione, la seconda al caos. Berger tendenzialmente propende per la prima: “le istituzioni ecclesiastiche si considerano abbastanza ragionevolmente, guardiani e amministratori dello Spirito” (13). Il potenziale rivoluzionario dello “Spirito che soffia dove vuole” (Gv 3,8) non sfugge all’autore che cita ad esempio il movimento anabattista del XVI secolo opposto alla chiesa istituzionale protestante, oppure le varie eresie combattute dalla chiesa cattolica. L’impronta luterana di Berger emerge nuovamente nel considerare la Bibbia come un testo morto senza lo Spirito, il solo capace di impedire che i sermoni siano espressioni di mere idee umane e i sacramenti dei vuoti formalismi: la presenza reale di Cristo, la Parola di Dio nel kerygma e nei sacramenti è sempre opera dello Spirito. In un certo difficile equilibrio tra istituzione e libertà dello Spirito cerca di muoversi Berger, ritenendo come la fede cristiana richieda un ancoraggio istituzionale ma che la scelta migliore per i cristiani: “dovrebbe consistere nel radunarsi attorno ad un palco da cui è predicato il Vangelo e dove, seppur fievolmente, si cerca di partecipare alla liturgia cosmica. Ma non si dovrebbe assolutizzare la scelta di alcun palco in particolare” (14).

John Hick in Peter Berger

A rappresentare la scuola pluralista è John Hick che , come riporta l’autore, non ritiene che la nostra tradizione rappresenti un nucleo di verità assoluta. Sostenitore di una rivoluzione copernicana la realtà ultima è il centro attorno al quale ruotano le varie tradizioni religiose, in grado di cogliere la verità in maniera parziale. Il nucleo comunque una realtà trascendente e benevola affrontata in maniera differente. Hick ritiene che l’incarnazione di Dio in Gesù sia solo un mito e che di conseguenza la dottrina trinitaria vada superata. Sostiene il concetto di Upaja, di origine buddista: un aiuto, un sostegno, una sorta di stampella che, utile per affrontare un tratto del percorso possa poi essere abbandonata. Ecco che il cristianesimo rappresenterebbe un Upaja.  Se le diverse tradizioni religiose sono in grado di raggiungere o rappresentare spicchi di realtà, sono più o meno vere -secondo Hick- in base ai contenuti morali: se esse aiutano gli uomini ad amare ed a superare il proporio egoismo . L’inclusivismo (sic) di Hick è ritenuto da Berger eccessivo, in un’opera di relativizzazione della realtà che la renderebbe negletta: la verità piegata ad un utilitarismo sociale. Il criterio di validità di Hick -secondo Berger- consiste nel definire se una tradizione religiosa spinga o meno i suoi adepti a essere altruisti o meno: ecco che la verità subordinata alla morale significherebbe la verità soggetta alle qualità morali delle persone. Berger impiega l’esempio di Einstein: la teoria della relatività sarebbe meno valida se Einstein non fosse stato un uomo buono? Il pensiero di Hick è conseguentemente ritenuto debole: le testimonianze storiche delle varie religioni manifestano le ridotte qualità morali di molti adepti, eventi mostruosi hanno caratterizzato la storia dell’umanità in tal senso. La morale non può quindi essere indice dello stato della relazione con la verità di una confessione poiché la valutazione viene condotta attraverso il comportamento dei credenti, indice inaffidabile. Sempre in relazione ad una visione pluralista Berger cita Eric Voegelin il quale ritiene come l’alba della storia sia essenzialmente mitica e come in determinati momenti della storia si abbia una rittura di questo ordine mitico in diversi luoghi: l’apparizione del confucianesimo, del buddismo, dei Vedanta. Altre rotture in tale ordine sono rappresentate dalla filosofia greca e da Israele, definite rispettivamente da Voegelin “scoperta della ragione” e “scoperta di Dio”. Inserisco il riferimento a Voegelin nel paragrafo su Hick poiché credo che tutto sommato tale visione sia connessa al concetto (sebbene non citato) di “era assiale” di John Hick : un periodo che spazia tra l’800 ed il 200 a.C. in cui “in tutto il mondo comparvero individui straordinari che emersero nelle rispettive società per rendere note le loro eccezionali intuizioni” (15). Confucio, Buddha, Zoroastro, i Profeti biblici. Potremmo definirle anch’esse come rotture della matrice mitica. Ancora nella ricerca del confronto con Hick, Berger cita il testo del 1977 da lui curato “The myth of God Incarnate”, dove lo ritiene in accordo con Bultmann: è necessario trascurare gli elementi mitologici e concentrarsi sulla figura di Gesù, ritenuto un grande maestro e degno di ammirazione. L’autore sottolinea come tale figura sarebbe priva di interesse a cui possibile tranquillante rinunciare. Ulteriore confronto è in relazione all’escatologia; Berger critica la conclusione di Hick che allude all’idea di un oceano cosmico che assorbirebbe tutti noi, sostenendo egli l’idea del bardo, tratto dal libro tibetano dei morti, un mondo illusorio attraverso il quale l’individuo deve passare sulla via che lo conduce all’incarnazione successiva, rendendosi necessario un tempo oltre la morte in cui il processo di perfezionamento possa procedere. In sostanza, per Berger, Hick “non prende la morte abbastanza sul serio” (16).

Commento

Nel confronto con John Hick in cui Berger critica la valutazione delle fedi in base a contenuti morali, trovo debole proprio il pensiero di Berger in quanto effettua un pericoloso accostamento tra la dottrina delle religioni e le qualità morali dei rispettivi fedeli. Se è vero che la storia è intrisa del sangue sparso in nome di Dio è altresì vero che l’uomo è fallace indipendentemente dalla confessione che professa, più o meno giustamente. Senza aprire il capitolo su quanto un credente sia rispettoso degli insegnamenti del proprio credo, originando un’analisi legalista delle religioni, è sufficiente mantenere i piani distinti per comprendere come l’esempio di Einstein citato da Berger non sia adeguato e sia utile piuttosto a sostenere la tesi contraria a quella dell’autore. La dottrina della relatività potrebbe essere corretta o meno indipendentemente dalla bontà di Einstein esattamente come una statua di Rodin comunque può generare ammirazione, riflessione od estasi indipendentemente dalla moralità dell’autore, senza che il valore dell’opera ne venga compromesso, proprio perchè si valuta l’opera stessa. Una religione che professa il sacrificio di bambini è indubbiamente diversa da una che li tutela. Berger definisce la propria visione come inclusivista, sebbene in realtà non sia così identificabile. Le radici luterane in realtà profonde, la considerazione dell’unicità della rivelazione del Dio della Bibbia ebraica e del cristianesimo lo spingono in quella direzione. Altresì nella descrizione del Logos spermatikos, Berger riconosce che Dio possa essersi rivelato anche altrove . Diviene a mio avviso a questo punto difficile non sostenere questa visione come pluralista. Un conto è accennare a frammenti di verità sparsa nel mondo, un altro di rivelazione divina. Se di quest’ultima si tratta è difficoltoso parlare di gradi e valori di rivelazione diversi. In altre parole a mio avviso se Dio, Egli Stesso, si rivela nella storia, non può rivelarsi parzialmente , essendo tale rivelazione comunque una visione del Totalmente Altro, dell’Incommensurabile. Credo maggiormente opportuno trattare se una rivelazione sia vera o meno, se rimandi al Creatore o meno. Se si riconosce che Dio si può rivelare altrove , con un’azione Sua, con la Sua volontà, per propria iniziativa, credo sia più adeguato riferirsi al pluralismo. Riemerge comunque un approccio inclusivista quando Berger riporta come non si possa parlare di: “onnipotenza di Dio senza considerare che si è rivelato come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e del nostro Signore Gesù Cristo” (17), pena il fatto che allora le questioni relative alla verità si dissolvano. Credo che quindi sia in realtà difficilmente collocabile Peter Berger manifestando egli una certa tensione tra i due approcci. Di interesse i paragrafi che trattano la teodicea che , spaziando da Giuliana di Norwich alla dottrina cabalistica dello Tzim Tzum, riesce bene nel balbettante tentativo (non è definibile diversamente in effetti) di gettare squarci di luce sulla Verità. Proprio in relazione al pensiero del ritrarsi di Dio, mi piace rafforzare il concetto con quanto ha scritto Sergio Quinzio: “Senza questo ripiegamento in se stesso dell’infinito Dio, non potrebbe esserci al di fuori di Lui una realtà diversa e solo questa situazione preserva le cose finite dal perdere nuovamente la loro specificità reimmergendosi nel divino” (18). La realtà stessa, l’individualità, la coscienza dell’uomo e della donna rendono necessaria e irrinunciabile la contrazione divina!

A dispetto del sottotitolo “una professione scettica” che pare sottendere ad una profonda critica dei fondamenti della fede, Berger parte dalla base irrinunciabile della Resurrezione come fondamento della fede; nella sua cristologia si rivela perfettamente ortodosso, erede della tradizione luterana e alieno da qualsiasi interpretazione che riduca o affievolisca la portata soteriologica per l’umanità ed il creato delle morte e Resurrezione di Cristo. Ritengo sia questo il punto più alto raggiunto da Peter Berger nella sua dissertazione sul credo. Cogliendo pienamente il cuore del messaggio cristiano egli esprime nettamente l’inaccettabilità della morte per Dio, come sarà sancito dalla manifestazione finale della redenzione; la fede afferma che siamo stati creati per essere eterni: un essere senza la morte.

Alessandro Serena

 

Bibliografia:

1 http://www.biographybase.com/biography/Berger_Peter_L.html; consultato il 15/04/2017.

2 http://www.bu.edu/religion/people/faculty/bios/berger/; consultato il 15/04/2017.

3 Berger, Peter L.: Questioni di fede. Una professione scettica del cristianesimo. Il Mulino, Bologna , 2005. Pag. 7.

4 Ivi. Pag. 8 .

5 Ivi. Pag. 18.

6 Ivi. Pag. 37.

7 Ibid.

8 Ivi. Pag. 51.

9 Ivi. Pag. 68.

10 Ivi. Pag. 95.

11 Ivi. Pag. 171.

12 Ivi. Pag. 183.

13 Ivi. Pag. 185.

14 Ivi. Pag. 211.

15 Hick, John; La quinta dimensione. Edizioni mediterranee, Roma. 2006. Pag. 21.

16 Berger, op. cit. Pag. 251.

17 Ivi. Pag. 192.

18 Quinzio, Sergio; La sconfitta di Dio. Adelphi, Milano 2008. Pag. 40.

 

Parla poichè il tuo servo ascolta – Sermone di domenica 11 febbraio (Rovereto)

LETTURE BIBLICHE

1 Samuele 3, 1-10

1 Il piccolo Samuele serviva il SIGNORE sotto gli occhi di Eli. La parola del SIGNORE era rara a
quei tempi, e le visioni non erano frequenti. 2 In quel medesimo tempo, Eli, la cui vista
cominciava a intorbidarsi e non gli consentiva di vedere, se ne stava un giorno coricato nel suo
luogo consueto; 3 la lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio
del SIGNORE dove si trovava l’arca di Dio. 4 Il SIGNORE chiamò Samuele, il quale rispose:
«Eccomi!» 5 Poi corse da Eli e disse: «Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Eli rispose: «Io non ti
ho chiamato, torna a coricarti». Ed egli andò a coricarsi.
6 Il SIGNORE chiamò Samuele di nuovo. Samuele si alzò, andò da Eli e disse: «Eccomi, poiché
tu mi hai chiamato». Egli rispose: «Figlio mio, io non ti ho chiamato; torna a coricarti». 7 Ora
Samuele non conosceva ancora il SIGNORE e la parola del SIGNORE non gli era ancora stata
rivelata.
8 Il SIGNORE chiamò di nuovo Samuele, per la terza volta. Ed egli si alzò, andò da Eli e disse:
«Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Allora Eli comprese che il SIGNORE chiamava il
bambino. 9 Ed Eli disse a Samuele: «Va’ a coricarti; e, se sarai chiamato ancora, dirai: “Parla,
SIGNORE, poiché il tuo servo ascolta”». Samuele andò dunque a coricarsi al suo posto.
10 Il SIGNORE venne, si fermò accanto a lui e chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!»
E Samuele rispose: «Parla, poiché il tuo servo ascolta».

Salmo 139, 1-6.13-18

1 Al direttore del coro.
Salmo di Davide.
SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci.
2 Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo,
tu comprendi da lontano il mio pensiero.
3 Tu mi scruti quando cammino e quando riposo,
e conosci a fondo tutte le mie vie.
4 Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua,
che tu, SIGNORE, già la conosci appieno.
5 Tu mi circondi, mi stai di fronte e alle spalle,
e poni la tua mano su di me.
6 La conoscenza che hai di me è meravigliosa,
troppo alta perché io possa arrivarci.

13 Sei tu che hai formato le mie reni,
che mi hai intessuto nel seno di mia madre.
14 Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo.
Meravigliose sono le tue opere,
e l’anima mia lo sa molto bene.
15 Le mie ossa non ti erano nascoste,
quando fui formato in segreto
e intessuto nelle profondità della terra.
16 I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo
e nel tuo libro erano tutti scritti
i giorni che mi eran destinati,
quando nessuno d’essi era sorto ancora.
17 Oh, quanto mi sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio!
Quant’è grande il loro insieme!
18 Se li voglio contare, sono più numerosi della sabbia;
quando mi sveglio sono ancora con te.

Giuda 1,1-3

1 Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo, ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo: 2 misericordia, pace e amore vi siano moltiplicati.
3 Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre.

SERMONE

Il lezionario di oggi ci propone un testo di grande importanza per la vita di ciascuno di noi nella chiesa e nella società: il tema è quello della chiamata del Signore, dell’ascolto, dell’azione di Dio in noi e attraverso noi, alla luce di un aspetto fondamentale: come tale ascolto possa trasformare, vivificare, rendere fertili e vigorose e fare risplendere le vite nostre e di chi ci circonda. I passi che abbiamo letto trattano della vocazione di Samuele , come leggiamo è ancora un giovinetto che per ben tre volte sente chiamare il proprio nome dal Signore, cosa nuova per lui che all’inizio non riesce a comprendere ma poi, guidato dal sacerdote Eli si mette in ascolto. Ecco che pronuncia questa frase antica, profonda e attualissima, in nome della quale sono state e sono ogni giorno compiute opere mirabili, grandi e piccole non importa perché non siamo noi a determinarne la grandezza ma il fatto che nascono da una chiamata. Samuele dice infatti “Parla, perché il tuo servo ascolta.”

Immergiamoci allora nel testo con la premessa che sappiamo che la Bibbia non è un libro di storia, non rappresenta una cronaca di fatti accaduti, si serve di racconti che intendono dirci altro.  L’epoca dei giudici, per come è narrata nell’omonimo libro che la descrive, si delinea come un’epoca disordinata ed anarchica, in cui Dio è costantemente rinnegato, in cui lo schema è: Israele venera divinità straniere, Dio li abbandona nelle mani di un nemico, il popolo “grida” al Signore che fa sorgere un liberatore cui seguono quarant’anni di pace e tutto questo viene ripetuto più e più volte. Non ci suona familiare? E’ la perfetta descrizione di una vita alienata, dove i problemi sono sempre quelli che si presentano ciclicamente, una vita di alti e bassi dove ci si agita perché con le nostre forze non ce la facciamo, perché viviamo circondati da falsi dèi: possesso, indifferenza, potere, la falsa sicurezza della routine, perché ripetere sempre le stesse cose ci fa credere che le cose debbano sempre andare così e ci arrendiamo, alle divinità. Una vita che, avvertiamo come mancante di qualcosa, che non ci appaga.

Ecco che in questo Israele alienato compare la chiamata, ecco che nelle nostre vite difficili appare la chiamata. Dio chiama Samuele: egli è una figura esemplare, è più che un profeta, viene paragonato implicitamente alla figura grandiosa di Mosè, è inviato da Dio che con la sua nascita ha risposto alla preghiera di una madre sterile, è consacrato a Dio servendo nel tempio fin dalla tenera età ed infine, nottetempo, ode la chiamata del Signore.  Inizialmente non capisce cosa stia accadendo e chiede spiegazioni ad Eli, appena comprende si mette al servizio. Mettersi ad ascoltare: non è facile, circondati come siamo da tanto rumore. Quando siamo presi dai falsi dei è facile girarsi dall’altra parte e non distinguere la chiamata di Dio. Non dobbiamo aspettare segni potenti, Samuele non riceve la chiamata come Isaia, che vede il Signore su un trono alto ed elevato i cui lembi del mantello ricoprono il tempio e nemmeno come Ezechiele che vede la gloria di Dio attraverso quattro esseri viventi ed un trono di zaffiro. La chiamata al servizio di Samuele giunge di notte, intorno vi è il silenzio: il tempio è deserto, solo la fioca luce della lampada rischiara un poco l’ambiente. Sappiamo noi creare queste condizioni nelle nostre esistenze? Se non ci circondiamo di silenzio dentro e fuori noi stessi come faremo ad ascoltare? Ecco che Samuele ad ogni chiamata si alza, non capisce ma agisce ! E Dio non smette, lo chiama più volte, aspettando la risposta e fino a che Samuele non risponde, Dio non gli svela i suoi piani, fino a quando Samuele non pronuncerà le fatidiche parole “Parla, perché il tuo servo ascolta”. Samuele avrebbe potuto fare altro: mettere la testa sotto il cuscino dicendo “me lo sarò immaginato” oppure “meglio dormire che domani avrò molto da fare”. Invece si alza! Cosa facciamo noi, quando avvertiamo, cogliamo che la nostra vita è toccata da Dio, che sommessamente, dolcemente ma incessantemente ci cerca, ci chiama : siamo capaci di riconoscerlo e di dire “Parla , il tuo servo ascolta.”? Farlo significa una cosa sola: aprirsi all’azione di Dio! Aprirsi a Dio che chiama significa superare dubbi e paure, quelle che ci fanno pensare :“Ma io non sono certo Samuele, non sono adeguato, ho tanti impegni, poi chissà cosa dovrò fare, la cosa mi preoccupa, sai quanto stress, ho poco tempo …” . Non dimentichiamo mai che la nostra fiducia non è riposta in noi ma in Dio. Perché se la riponiamo in noi, siamo rovinati. Lo vediamo nella Lettura di oggi: poco dopo la vocazione di Samuele, Israele va in guerra contro i filistei; qui Samuele non è nemmeno nominato, non vi è l’azione del Signore ma solo quella degli uomini che infatti vengono sconfitti , una sconfitta devastante: addirittura l’arca dell’alleanza, dove sono racchiuse le tavole della Legge, dove vi è la presenza divina, è catturata dai filistei. Solo quando Samuele pregherà, solo quando Israele si affiderà all’azione di Dio, giungerà la vittoria per Israele.

Quanto noi possiamo fare non è dovuto a noi, liberiamoci dall’ansia di cosa dovremo fare, la strada ce la indica il Signore e, guarda caso, molto spesso non è lontana, è vicino a noi. La risposta ad un bisognoso, un aiuto a chi è rifiutato dalla società, un orecchio prestato a chi ha bisogno di parlare, un servizio reso alla comunità, la vicinanza a chi è nel dolore … conoscere un cristiano dovrebbe essere una benedizione per chiunque! Non occorre andare lontano per rispondere al Signore che chiama.

Vorrei a questo proposito raccontare brevemente una storiella che appartiene alla tradizione ebraica. Vi era un tempo nella città di Cracovia un rabbino, Eisik, figlio di Jekel che una notte sognò che a Praga, sotto il ponte che porta alla reggia del sovrano vi fosse un tesoro sepolto. Non vi diede molto peso dapprima ma, dopo avere fatto per tre volte consecutive lo stesso sogno, decise di recarsi a Praga. Il ponte era presidiato da soldati ed il povero Eisik prese a gironzolare per giorni intorno al ponte senza avere il coraggio di scavare sotto il ponte così presidiato. Dopo alcuni giorni il capitano delle guardie, avendolo notato, gli chiese cosa facesse li ed egli gli racconto dei sogni. Al che il capitano scoppiò in una fragorosa risata: anch’egli aveva sognato, aveva sognato che a Cracovia in casa di un certo Eisik, figlio di Jekel, sotto la stufa avrebbe trovato un tesoro, ma lui non era certo tipo da credere ai sogni, chissà quanti ebrei di nome Eisik si trovavano a Cracovia e chissá quanti Jekel e lui non aveva certo tempo da perdere in queste fantasie. Eisik ascoltò con stupore, tornò a Cracovia e sotto la stufa di casa sua trovò il tesoro, col quale costruì una sinagoga. Non occorre care sorelle e cari fratelli andare lontani, quanto serve è ascoltare, il Signore chiama ma ci assiste, per come ci serve , perchè ci conosce, come ci dice il salmista: “Poni la tua mano su di me. La conoscenza che hai di me è meravigliosa, troppo alta perché io possa arrivarci.“

Allora che dobbiamo fare noi? Noi dobbiamo fare solo una cosa, nella preghiera, nel silenzio, senza timore, con gioia, con fiducia, con amore per Dio per gli uomini e per la sua causa dirgli “Parla perchè il tuo servo ascolta” e vedremo aprirsi mille porte, mille possibilità. Senza timore, con fiducia, con gioia perché il Signore rivolge parole stupende a chi chiama e tutti siamo chiamati. Lo vediamo nella lettera di Giuda che abbiamo letto: “Ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo”, amati … custoditi, non siamo soli, non lo siamo mai! Non lo saremo mai! Un’altra cosa ci dice la lettera di Giuda: “combattere per la fede” ed anche qui, magnificamente, come solo nella Parola Viva possiamo trovare , in pochissime parole vi è tutto: la fede che è dono, che ci salva e che ci da la forza per combattere la buona battaglia, battaglia che spetta a noi.
Amen

Alessandro Serena

Chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore – Sermone di domenica 18 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE:

Genesi 25,21-26

21 Isacco implorò il SIGNORE per sua moglie Rebecca, perché ella era sterile. Il SIGNORE l’esaudì e Rebecca, sua moglie, concepì. 22 I bambini si urtavano nel suo grembo ed ella disse: «Se così è, perché vivo?» E andò a consultare il SIGNORE. 23 Il SIGNORE le disse: «Due nazioni sono nel tuo grembo e due popoli separati usciranno dal tuo seno. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore». 24 Quando venne per lei il tempo di partorire, ecco che lei aveva due gemelli nel grembo. 25 Il primo che nacque era rosso e peloso come un mantello di pelo. Così fu chiamato Esaù. 26 Dopo nacque suo fratello, che con la mano teneva il calcagno di Esaù e fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando Rebecca li partorì.

Carissimi Fratelli e Sorelle, oggi, nel giorno in cui ricordiamo le concessioni delle libertà civili a Valdesi ed Ebrei, con le lettere patenti allegate allo Statuto Albertino nel 1848, ci interroghiamo ancora quali sono i meccanismi che talvolta muovono gli interessi di potere all’interno di una società e che producono storie di libertà, storie di oppressione e di razzismo, o di esclusione anche violenta.

Uno dei fili rossi centrali alla storia familiare che inizia al concepimento di Esaù/Edom e di Israele/Giacobbe suo gemello fraterno (Gen. 25,21ss) è il tema dell’identità, ovvero di quello che è il loro patrimonio culturale, religioso e materiale.

Rebecca prende una decisione che coinvolge il destino futuro dei propri figli, designando sin dalla loro nascita chi sarà l’erede, membro del popolo, destinatario della benedizione, e prosecutore del rapporto con il Dio della promessa.

La scelta di Rebecca, matriarca potente, crea una frattura che porterà alla frode, all’inganno, al patto ingiusto, alla fuga e all’odio tra consanguinei. La scelta che ella opera va a favore esclusivo di uno dei figli. Anche Isacco, morente, non riesce a riconciliare i due fratelli.

Giacobbe è l’erede, ma è costretto a fuggire e nel corso della sua storia di esule affronterà la solitudine, lavorerà, costruirà una famiglia, incontrerà Dio e riceverà un altro nome: Israele. Solo dopo un lungo processo di maturazione sarà in grado di tornare sui suoi passi e anche di volgere ad una “riconciliazione” con il fratello, dichiarandosi suo servo ed invertendo l’oracolo divino interpretato dalla madre Rebecca. Israele capisce cosa significa essere uno straniero in terra straniera, e laddove sua madre non ha accolto Esaù e le sue mogli straniere come parte del popolo, lui “adotta” i figli di Giuseppe, interpretando il proprio potere nell’accoglienza. I “figli della schiavitù”, Efraim e Manasse sono nati in terra straniera, da madre straniera, ma adesso sono anche loro liberi figli e figlie del popolo d’Israele.

Capite bene sorelle e fratelli le grandi risonanze con la storia nostra di Valdesi affrancati e con la storia italiana dei giorni nostri.

La capacità di fare sentire qualcuno parte di un tutto è un potere enorme. Se le nostre Chiese e la nostra società tendessero sempre più a utilizzare alla maniera di Giacobbe questo potere, ci sarebbero forse meno conflitti, la diversità sarebbe accolta e la differenza reputata e rispettata come una ricchezza. Certo la nostra è una chiamata ad agire nella solitudine, in “controtendenza”, poiché tale paradigma di gestione del potere non sembra avere molti seguaci nella compagine sociopolitica odierna. Notiamo piuttosto spinte alla massificazione, un appiattimento mediatico che sacrifica il pensiero critico e libero, nonché una certa tendenza restauratrice che mette al centro un potere ideologico e moralista.

Il Signore Gesù Cristo però afferma nella pienezza dello Spirito che chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; (Mt 20,26-27)

Egli ci offre l’occasione di benedire, ci invita a metterci al sevizio, ci voca ad accogliere e ad aprirci al dono di Dio che sempre allarga i nostri confini e le nostre tende.

Amen

Pastora Laura Testa

Quando sono debole, allora sono forte – Sermone di domenica 4 febbraio 2018

LETTURE BIBLICHE: 2 Corinzi 12,1-10

1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.
7 E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Descrivendo la città e la comunità di Corinto, la prima parola che mi viene in mente è opulenza. La città di Corinto ci assomiglia molto: Una civiltà opulenta, una civiltà nella quale le persone viaggiano e migrano, una civiltà nella quale il panorama religioso non è più quello tradizionale, ma che si arricchisce quotidianamente con nuove idee e nuove proposte interessanti. La grande tentazione di questa civiltà è da un lato di accogliere tutte le proposte in maniera indiscriminata, dall’altro la chiusura ad ogni possibile forma di innovazione. L’apostolo Paolo ha il suo punto di riferimento in Cristo Gesù e fonda sull’annuncio dell’Evangelo. L’apostolo ha una visione sul futuro, e ha avuto anche il vanto di aver avuto un’autentica esperienza di rivelazione della gloria di Dio. Un’esperienza d’incontro con Cristo, che però non è esprimibile a parole e forse non è nemmeno misura di cui vantarsi, perché l’incontro con Cristo è sempre un incontro personale. Tuttavia, di fronte all’abbiente comunità di Corinto non si è mai fatto mantenere, ma ha conservato una propria autonomia autofinanziandosi ed inviando tutte le collette a Gerusalemme. Il modo in cui la nostra Chiesa Valdese e Metodista in Italia ha scelto di vivere la propria autonomia e la propria libertà economica è molto paolina. Ogni membro di Chiesa conosce il proprio dovere e con gioia riconoscente al Signore offre la propria contribuzione sapendo che la nostra Chiesa non riceve alcun fondo o aiuto statale per l’annuncio dell’Evangelo. Così come Paolo mandava tutte le collette a Gerusalemme senza tenerne per il proprio mantenimento, allo stesso modo la nostra Chiesa ha deciso una linea di coerenza evangelica destinando ogni singolo euro derivante dall’otto per mille ad opere di carattere sociale, assistenziale e di istruzione indipendentemente dalla provenienza “religiosa” delle associazioni che ne fanno richiesta.

Certamente, così come l’apostolo Paolo difendeva i propri strumenti di artigiano e così come difende a spada tratta la sua posizione di Apostolo, anche noi difendiamo la nostra posizione e proviamo, nelle nostre grandi e piccole contraddizioni a comunicare un messaggio coerente all’evangelo di Cristo. Ma quale è questo Cristo? È il Cristo glorioso? È il Cristo potente, che sbaraglia tutti gli avversari? È colui che offre a coloro che lo seguono promesse di benessere, di gloria, di successo e di vita felice? È la religione delle manifestazioni estatiche potenti? È lo show off, il vanto, come lo chiama Paolo, l’esibizionismo mediatico del sacro a chi fa più miracoli? L’apostolo Paolo in questo è chiaro… “anche io potrei vantarmi, anche io ho tutte le carte in regola per farlo, ma ho anche di più… ho la debolezza di Cristo Gesù che opera potentemente in me ed è una spina nel fianco che mi affligge quotidianamente.. eppure.. essa mi permette di ricordarmi a chi appartengo in vita ed in morte”. Il potere la ricchezza, la forza e la vittoria sono i doni che il Diavolo offre a Gesù nel deserto per tentarlo.. Il Signore li rifiuta e vince il Male sulla Croce. La vita in Cristo non è la “vita facile” dove tutto improvvisamente diventa bello, non è la gloria, non è la ricchezza, non è la via larga, ma è accettazione dei propri limiti: è rimettere Dio al centro, perché proprio la debolezza umana è il contesto necessario perché si manifesti la potenza di Cristo. Cristo ci rivela il nostro vero volto, misero e mendicante la Sua grazia benedetta. L’accoglienza della debolezza è la possibilità per noi di confidare nel Signore, di porre nelle sue sapienti mani il nostro dolore con la certezza che Egli ci offrirà il Suo perdono.
Tale è infatti la vita cristiana, l’accoglienza reciproca nel perdono, e non la richiesta di performances sempre più alte.
La Grazia di Dio che abita in noi è la fede di Cristo: è nella nostra debolezza, nella nostra “non perfezione” che essa è resa ancora più evidente, anche nei nostri insuccessi, anche nei nostri conflitti.
L’amore di Cristo manifestato pienamente nella morte di Croce ha la potenza di salvare la nostra vita: l’amore di Cristo che si fa debole per accogliere la nostra umanità è la proposta di accogliere noi stessi quella debolezza, in noi stessi e negli altri e di vivere in Lui riconciliati. Amen

Pastora Laura Testa

Dal conflitto alla comunione: il rapporto tra cattolici e protestanti

Riportiamo il testo di una conferenza tenuta dalla pastora Laura Testa a Mantova, il 5 ottobre 2017.

Carissimi convenuti,
È con grande piacere che sono con voi qui oggi a parlare di un tema tanto importante e bello: dal conflitto alla comunione, il rapporto tra cattolici e protestanti.
Va anticipato, che questo è anche il titolo di un bellissimo documento bilaterale che è stato siglato nel 2013 tra Cattolici e Luterani e che ha rivisto moltissime delle considerazioni e “pregiudizi” reciproci, in maniera molto più piena e pregnante rispetto a quanto non fosse già fatto con il documento De justificatione del 1999.
Il documento in questione ha una frase molto bella per descrivere l’approccio che è stato utilizzato come metodo di lavoro, e desidererei utilizzarlo un po’ come chiave ermeneutica per il nostro dialogo: non possiamo raccontare una storia diversa, ma possiamo raccontare la stessa storia in maniera diversa.
Questo percorso di rinarrazione è fondamentale nel processo di ri-conciliazione ed è alla base di tutto il sentire ecumenico.
Proprio di questo desidero parlare, di come si è iniziato a raccontare una storia in “maniera” diversa nel corso di quest’ultimo secolo e da chi è partita la proposta di iniziare a rispondere alla grande e disattesa ancora vocazione all’unità della cristianità.
La nascita del YMCA nel 1844 un movimento di giovani, cristiani, trasversale alle denominazioni, che unisse e approfondisse lo studio e la conoscenza della Bibbia
Nel 1910 ad Edimburgo, si riuniva la prima conferenza missionaria mondiale organizzata perlopiù dal mondo ecclesiastico di matrice occidentale ed anglosassone, questa aveva l’idea di provare a proporre una spinta missionaria mondiale, sulla base di un modello di “colonizzazione benevolo”, che oggi certamente guardiamo con occhi molto diversi.
C’era una personalità però ad Edimburgo che è quella di John Mott, che si era formato negli ambienti giovanili dell’YMCA, e proprio lui diede un taglio alla conferenza che permise poi la nascita nel 1968 ad Amsterdam del Consiglio Ecumenico delle Chiese con le due commissioni Fede e costituzione e Vita e Lavoro. La prima di matrice maggiormente teologica, la seconda di carattere pratico e diaconale.
Nel 1948 lo spirito di Amsterdam era fortemente influenzato dalla fine della seconda guerra mondiale. la speranza era quella profonda e radicata nella fede cristiana della pace.
Negli anni successivi le conferenze si susseguirono (Evanston ’54 Cristo speranza del mondo; Nuova Delhi (India), 1961 – Cristo, luce del mondo; Uppsala (Svezia), 1968 – Io faccio nuove tutte le cose; Nairobi (Kenya), 1975 – Gesù Cristo libera e unisce; Vancouver (Canada), 1983 – Gesù Cristo, vita del mondo; Canberra (Australia), 1992 – Vieni Spirito Santo, rinnova la creazione; Harare (Zimbabwe), 1998 – Volgetevi a Dio, gioite nella speranza; Porto Alegre (Brasile), 2006 – Dio, nella tua grazia, trasforma il mondo; Busan (Corea del Sud), 2013 – Dio della vita guidaci alla giustizia e alla pace.)

La Chiesa Cattolica Romana non è membro del Consiglio ecumenico delle chiese, ma ne è osservatore, si può dire fin dall’inizio e a seguito del Concilio Vaticano secondo siede stabilmente e con diritto di voto in alcune delle commissioni più importanti del WCC. Se Da un lato, infatti, Lumen Gentium afferma che la Chiesa Cattolica Romana è l’unica Chiesa di Cristo, in un unione mistica che ricalca la duplice natura di Cristo, dall’altro Unitatis Redintegratio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica e dei fratelli separati si dice che sono in “una certa comunione” con la Chiesa di Roma.
Il lavoro e la preghiera comuni portarono anche alla nascita della conferenza delle chiese europee, anche in quest’ambito la chiesa cattolica fu coinvolta e il senso di questo lavoro in Europa era quello di aiutare e ricucire i legami tra europa dell’est e dell’ovest negli anni della guerra fredda. Un compito arduo, delicatissimo, profondamente cristiano, che fu portato avanti da dei pionieri della fede in maniera unitaria, senza pensare alle differenze confessionali.
Questa unità già nello spirito e nel pensiero ha portato alla redazione di documento il cosiddetto Bem di Lima del 1982 in cui si definisce che il Battesimo è un sacramento comune e riconosciuto pienamente e reciprocamente dalla famiglia cristiana.
Dopo l’82 in fondo anche nel mondo giovanile si respirava un grandissimo afflato ecumenico, e in Europa si respirava già un clima di speranza ribadito a Basilea nell’89 anno della caduta del muro di Berlino .
Nel 1989 io avevo 14 anni, e sono cresciuta proprio in questa grande speranza ed apertura ecumenica, un clima favoloso in cui ci si riconosceva pienamente e i giovani e le giovani in Europa potevano sperimentare pienamente la fraternità.
Da quelle esperienze sono poi nati degli obiettivi forti e la convocazione di tre assemblee ecumeniche europee Basilea nell’89 appunto, Graaz nel 1997 venti anni fa.. in cui si è parlato in maniera strutturata di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato come di processo conciliare, ovvero di realtà inscindibili le une dalle altre e per le quali tutte le chiese in Europa si impegnano a pregare e ad agire. La stesura della Charta Ecumenica, un impegno reciproco alla collaborazione e alla crescita ecumenica ed infine a Sibiu nel 2007.
A fianco a questi incontri di tipo circolare, ovvero in cui tutte le Chiese sono rappresentate, si sono sperimentati dei dialoghi di tipo bilaterale tra la Chiesa Cattolica ed altre Chiese o federazioni di Chiese, che hanno permesso di riprendere molti dei fili spezzati durante il periodo della riforma.

In casa protestante e riformata ci si era mossi già verso un processo di riconciliazione che ha portato già nel 1973 alla Concordia di Leuemberg, diventata poi piena nel 2003, come comunione delle Chiese Riformate e protestanti in Europa. Questa concordia ha permesso di riscoprire un’identità nuova delle chiese rispetto al passato ed una loro maggiore aderenza a Cristo. Si è detto una volta per tutte che le chiese membro della concordia non si riconoscono più in quelle chiese che si sono scomunicate reciprocamente e che oggi i motivi della scomunica reciproca non sussistono più.

Da decenni quindi c’è piena comunione e riconoscimento reciproco totale di ministero e sacramenti tra le chiese protestanti, riformate, e metodiste d’Europa e mi sembra che questo paradigma di riconoscimento reciproco e di ri-narrazione, con delle modalità e dei linguaggi condivisi sia ciò che avviene nei documenti bilaterali tra il mondo protestante e quello cattolico.
Non siamo ancora arrivati però… c’è un cammino ancora da fare, ma non siamo certamente all’inizio del viaggio, c’è da mantenere ferme delle posizioni che sono già state consolidate, e sulla base di quelle continuare ad approfondire gli incontri, gli scambi e le visioni, proprio come stiamo facendo oggi.

Sui fatti di Macerata

Sui fatti del 3 FEBBRAIO 2018 a MACERATA
La sparatoria di Macerata non è un gesto di follia, ma di terrorismo che vuole condizionare la competizione elettorale. Spostare lo smarrimento della crisi economica su posizioni violente e xenofobe.
Noi, Chiesa valdese di Verona difendiamo con ogni convinzione la possibilità di vivere e crescere assieme; famiglie di diversa provenienza in una fratellanza di fede, individui di diversa cultura in una sororità di accoglienza reciproca.
Esprimiamo tutta la nostra ansia per l’avvenire dei nostri bambini, ora che lo “ius soli” è stato espulso dal panorama delle proposte elettorali.
Chiediamo che vengano difese le fondamentali libertà tutelate dalla Costituzione, ricordando che la libertà di culto è uno strumento importantissimo di riconciliazione e di pace.
Un gesto isolato che non nasce dal nulla: la pistola,l’odio razziale,la bandiera per coprire il nuovo sovranismo, il saluto romano , il tiro a segno sugli immigrati, ogni cosa indica la volontà di disperdere il sentimento repubblicano, di annullare il patto costituzionale.
Il disprezzo dei principi costituzionali di libertà, i troppi episodi di intolleranza coperti da chi ha responsabilità pubbliche hanno costruito muri che lasciano un popolo isolato , dimentico di ogni solidarietà, pronto al dileggio di chi pratica la integrazione.
Occorre uscire da una crisi che è culturale e spirituale, occorre abbattere il muro della separazione, fare argine ad ogni politica violenta, costruire corridoi e oasi umanitarie.