Qualcuno l’ha definita “teologia pop”, cercando di identificare un genere che accosta senza timori i temi teologici ad elementi della cultura popolare: dal fantasy alla fantascienza e , perchè no, al fumetto d’autore. L’accostamento a prima vista ardito è quello capace -scardinando approcci tradizionali- di spingere alla riflessione. Chi ha detto che la profondità del pensiero non possa essere favorita dalla rottura di schemi consolidati?   In questo solco si muove il testo “Il vangelo secondo Mafalda” di Marco Dal Corso, che lunedì 17 dicembre 2018 alle ore 20,30 presso il tempio valdese di Verona di via Duomo angolo via Pigna, sarà presentato dall’autore in dialogo con la Pastora Laura Testa della chiesa valdese di Verona.

L’ingresso è libero.

Al link la locandina dell’evento:

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LETTURE BIBLICHE

8 Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. 9 Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento. 10 Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate. 11 Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, non dovreste voi avere un comportamento santo e pio, 12 mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno? 13 Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia. 14 Perciò, carissimi, aspettando queste cose, fate in modo di essere trovati da lui immacolati e irreprensibili nella pace; 15 e considerate che la pazienza del nostro Signore è per la vostra salvezza. (2Pt 3,8-15)

22 Nella santa città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illumini, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada. 24 Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria. 25 Di giorno le sue porte non saranno mai chiuse (la notte non vi sarà più); 26 e in lei si porterà la gloria e l’onore delle nazioni. 27 E nulla di impuro, né chi commetta abominazioni o falsità, vi entrerà; ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. 1 Poi mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2 In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. 3 Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i suoi servi lo serviranno, 4 vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. 5 Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli. (Ap 21, 22-27; 22,1-5)

 

SERMONE

Cari fratelli e care sorelle, la prima epistola di Pietro scrive “Glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.” Dare conto della speranza che è in noi,  questo vuol dire essere credenti. Siamo qui insieme per alimentare questa speranza, per viverla nell’allegria e renderla duratura. Quale più grande speranza possiamo concepire se non il giorno del Signore, la fine del tempo che conosciamo? La speranza di una nuova Gerusalemme in cui il Signore prepari le dimore dove mangerà la Pasqua con ciascuno di noi dopo la morte? La speranza di un luogo.  Come dice Gesù  al cap 14 del Vangelo di Giovanni, “quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi”. Questa speranza ci aiuta a non rimuovere totalmente l’evento finale delle nostre vite. Questa speranza  va oltre la paura della morte, paura che alberga dentro ciascuno di noi. Questa speranza mi aiuta a sopportare quello che mi fa male e mi tormenta cioè la morte mia …. la paura della morte dei miei parenti, dei miei amici.. e tanti già non ci sono più. Non vi nascondo la mia difficoltà a riflettere su questa tematica, infatti la mia esperienza di fede è stata sempre molto calata nel presente, nel tempo in cui viviamo. I sinottici, il vangelo di Giovanni, le epistole, i profeti sono i testi che mi hanno parlato nel corso della mia vita. Ma alla fine della Bibbia troviamo l’Apocalisse, in inglese Revelation. Non è un caso se l’Apocalisse, questo affresco di visioni che descrive la fine dei tempi, è l’ultimo libro della Bibbia.  Essa chiude ogni testimonianza biblica del rapporto tra l’Eterno e il suo popolo e apre su un tempo che non conosciamo, su cui invece di testimonianze abbiamo solo visioni. Parlando di visioni apocalittiche dobbiamo stare molto attenti a distanziarci da tutta la cultura apocalittica popolare che ci pervade. Le profezie di Nostradamus, i calcoli cabalistici sulla fine del mondo, c’ è un filone di libri, di film e anche tutto un filone di cultura religiosa legata all’idea della fine del mondo, che non è biblico e legge solo in superficie la questione. Apocalisse parola greca, tradotta  in italiano corrente  è rivelazione. L a comunità di Giovanni attende la rivelazione della volontà di Dio. Dio offre una parziale rivelazione delle realtà ultime all’autore. Rivelazione. Questa parola descrive bene i contenuti di questo libro e sfugge alla cultura apocalittica. La fine dei tempi descritta dall’autore Giovanni, pur essendo ricchissima di visioni fantastiche, non è una enorme nottata di fuochi pirotecnici che rappresentano la fine del mondo. Giovanni usa un linguaggio figurato per dare nuovi contenuti alla speranza delle prime comunità cristiane. Per accompagnarle in una attesa del ritorno di Gesù che va ben oltre i tempi delle loro previsioni umane. Per sostenerle nel vivo di difficoltà mortali. Ma veniamo ai  testi che abbiamo letto, la visione di Giovanni nella Apocalisse : “ In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. “ (22, 2)- In mezzo alla piazza di questa nuova Gerusalemme si vede un albero, le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni, non per il solo popolo di Israele, non servono gli sforzi di separazione dagli altri popoli, di purificazione, siamo fuori da ogni tentazione identitaria. Dopo la morte,  alla fine del tempo che conosciamo cosa ci aspetta? Sarà il paradiso perduto  da Adamo ed Eva? Troveremo la fontana dell’eterna giovinezza? Sarà una verde vallata dove vivere in piena salute? La speranza che ci comunica l’Apocalisse pur essendo in continuità con il linguaggio di Isaia o di Ezechiele se ne discosta nettamente. Il brano dell’Apocalisse innanzi tutto non riguarda un solo popolo, un solo luogo, ma si estende a tutti i popoli, a tutto il globo della terra. Poi non soddisfa i bisogni umani.  Isaia  recita “ i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani, non costruiranno più perché un altro abiti”.  Giovanni con le sue visioni sposta invece la attenzione dall’opera delle nostre mani alla città celeste in cui tutti noi abiteremo.  La visione idilliaca del lupo che abita con l’agnello si trasforma nella scomparsa di ogni peccato dalla creazione. “il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più”.  Il mare non c’era più! Nella cultura di Israele il mare era il regno del male, casa di mostri abitanti gli abissi, per noi oggi il mare è invece immagine di vacanze al sole, allora perché farlo sparire?  Ma se pensiamo alla predicazione di alcune domeniche fa della pastora Testa che descriveva il mare inquinato di plastica o gli annegamenti dei migranti nel Mediterraneo, allora possiamo condividere questa speranza, il peccato umano che guasta il mare, sarà cancellato alla fine dei tempi, avremo un mare amico. La visione di Giovanni sulla futura fine dei tempi, non è un bosco con alberi magici, ma una città, una città ripiena della presenza del Signore. Questa nuova Gerusalemme pur essendo circondata dalle mura è ben distante dalla città che ogni ebreo rimpiange. Non ha un tempio e le sue porte sono sempre aperte,  chi non sta nella città non è un nemico da combattere, ma resta fuori dalla comunione con Dio. Già perché più di descrivere cosa è la nuova Gerusalemme, l’autore sottolinea chi è la nuova Gerusalemme. La presenza di Dio e dell’Agnello illumina ogni cosa, riempie ogni cosa, completa ogni cosa. Accanto al Padre e al Figlio sta l’albero della vita, mai stanco di germogliare, che con le sue foglie guarisce le nazioni. Dio abiterà fra gli uomini, come veniva descritto dal vangelo di Giovanni per l’inizio dei tempi,  quando agiva la Parola creatrice. La Parola che ha abitato fra noi,  Gesù il figlio di Dio, l’Agnello, siederà sul trono  e noi vedremo il suo volto. La presenza così pregnante del Dio uno e trino farà nuova ogni cosa. L’annunzio di questa mattina è questo: Il giudizio finale farà sparire i cieli, la terra e il mare pieni del nostro peccato, la venuta del Figlio dell’uomo asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate, ecco un nuovo cielo e una nuova terra, una nuova Gerusalemme per i Suoi popoli.Questo annunzio, questo futuro che ci viene prospettato è una grande speranza, la più grande che noi si possa concepire.  Questa speranza risponde alle domande che sono nascoste in ogni mente interessata alla trascendenza. L’Apocalisse non rivela un mondo fantastico pieno di delizie, ma rivela che la presenza del Signore toglie il peccato dalla creazione esistente, completa la finitezza e l’imperfezione del mondo in cui abbiamo speso la nostra vita, apre una nuova dimensione. Dice il Signore: “le cose di prima sono passate …… io faccio nuove tutte le cose” questa speranza escatologica riguarda noi tutti, il termine della vita coinvolge ciascuno nel suo tempo. Questa speranza escatologica si riflette anche sul vissuto di ogni giorno, sul futuro dell’umanità. Moltmann, un teologo tedesco, sostiene la necessità della riscoperta di una concezione collettiva della speranza cristiana come fattore centrale nel pensiero  e nella vita del singolo individuo e della chiesa. Egli scrive: ”La Speranza sostiene e fa avanzare la fede, la Speranza è anche la forza che mette in azione  e sospinge il pensiero della fede, la sua riflessione sulla natura umana,   sulla storia e sulla società. …. Essa apre una prospettiva di futuro che ricomprende ogni cosa, anche la morte; essa può ricondurre in quella prospettiva anche le limitate speranze di rinnovamento della nostra vita, relativizzandole e orientandole”. Coltivare questa speranza collettiva con allegria e tenacia  è il compito della chiesa valdese di Verona, che lo Spirito faccia risuonare nelle nostre menti l’esortazione della prima epistola di Pietro  “attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio”.

Amen.

Ruggero Mica

LETTURE BIBLICHE:

1 Giona ne provò gran dispiacere, e ne fu irritato. 2 Allora pregò e disse: «O SIGNORE, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis. Sapevo infatti che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato. 3 Perciò, SIGNORE, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire piuttosto che vivere».
4 Il SIGNORE gli disse: «Fai bene a irritarti così?»
5 Poi Giona uscì dalla città e si mise seduto a oriente della città; là si fece una capanna e si riparò alla sua ombra, per poter vedere quello che sarebbe successo alla città. 6 Dio, il SIGNORE, per calmarlo della sua irritazione, fece crescere un ricino che salì al di sopra di Giona per fare ombra sul suo capo. Giona provò una grandissima gioia a causa di quel ricino.
7 L’indomani, allo spuntar dell’alba, Dio mandò un verme a rosicchiare il ricino e questo seccò. 8 Dopo che il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un soffocante vento orientale e il sole picchiò sul capo di Giona così forte da farlo venir meno. Allora egli chiese di morire, dicendo: «È meglio per me morire che vivere».
9 Dio disse a Giona: «Fai bene a irritarti così a causa del ricino?» Egli rispose: «Sì, faccio bene a irritarmi così, fino a desiderare la morte». 10 Il SIGNORE disse: «Tu hai pietà del ricino per il quale non ti sei affaticato, che tu non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito; 11 e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?» [Giona 4, 1-11]

8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. [Rm 13,8-10]

38 «Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. 39 Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; 40 e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle.
43 Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. [Mt 5,38-44]

PREDICAZIONE

Vorrei raccontare una breve storia: Marco e Antonio sono due conoscenti, iscritti all’università, a notte fonda stanno bevendo e giocando a carte insieme ad altri quattro colleghi, ad un certo punto scoppia una lite, Marco si lascia prendere dalla furia ed inizia a sbraitare ed urlare verso Antonio. Questi mantiene un atteggiamento calmo e riservato ma la collera di Marco è fuori controllo, si alza in piedi e sfida l’amico a fare a pugni. Antonio reagisce alla provocazione con grande calma e gli dice che avrebbe considerato la possibilità di battersi con Marco solo se prima avessero finito la partita. Nonostante la rabbia Marco accetta. Nei minuti successivi tutti imitano il comportamento di Antonio e finiscono la partita come se non fosse accaduto nulla di importante. Questo da il tempo a Marco di calmarsi e raccogliere i propri pensieri. Al termine Antonio dice con calma a Marco: “ Adesso se vuoi discuterne ancora, vengo fuori.” L’altro che ha avuto sufficiente tempo per calmarsi e riflettere si scusa e non si verifica alcuna rissa.

Una scena violenta, per fortuna solo verbalmente ma sicuramente contemporanea. Cosa ha permesso di risolvere il problema?

(Ascolto? capacità di controllare gli impulsi e le emozioni? -Magari Antonio era sobrio? Una decisione? Un’azione? )

Veniamo al brano di Paolo. Nella lettera ai Romani l’Apostolo pone due quesiti: chi fa parte della comunità cristiana e come si deve comportare che ne fa parte. Per Paolo è la fede in Cristo l’unico requisito per fare parte del gruppo di coloro che sono salvati, quindi non è necessario accettare la legge ebraica. L’altro punto è che il comportamento dei fedeli in quanto morti con Cristo e divenuti nuove creature deve essere irreprensibile. Non è quindi il linguaggio legale ad essere fondamentale ma la partecipazione alla vita di Cristo. Difatti Paolo cita i comandamenti e li supera, riassumendoli nel comandamento dell’amore. Dalle norme alla norma …”non religione dei mille precetti ma di un solo comandamento: amatevi” come ebbe a dire qualcuno.

Già … ma amare può essere una norma ? Si può davvero comandare di amare? Le emozioni non sono poi così sotto il nostro controllo, pare proprio irreale “dover” amare. Perfino ipocrita, amare una persona non amabile, non rischiamo di ingannare noi stessi e gli altri nel farlo ? Alla luce dell’Evangelo poi emerge tutta la forza dirompente di questo comando dell’amore . “Amate i vostri nemici” . Ma come, già faccio fatica ad amare chi mi sta antipatico come faccio ad amare un nemico? Già ai tempi di Cristo era un concetto sconvolgente. Amare il prossimo faceva già parte della cultura ebraica , la regola aurea, comune anche a molte culture ma amare i nemici … . E’ la grande novità del messaggio di Gesù , è un insegnamento che permea pienamente e completamente la vita stessa di Gesù, dall’inizio alla sua morte in croce. E’ la sua concezione della vita tant’è vero che in tutto il Nuovo Testamento le sue sono le sole labbra da cui lo sentiamo . Amare i nemici è la cartina tornasole della qualità del nostro amore . Allora è un compito impossibile ? Troppo alto perchè si possa raggiungerlo? Dipende da cosa intendiamo per amore.

La parola amore è divenuta spesso espressione di mero sentimentalismo oppure indica emozione che provo nel vedere l’altro persona, viene identificato come uno stato emotivo. Una piacevole sensazione in cui mi posso imbattere se sono fortunato o sensibile. Certo l’emozione dell’amare è presente nella Bibbia: un amore viscerale di Dio per le sue creature ma l’accento nei brani biblici di oggi è diverso. Come comprendiamo che Dio ci ama? E’ quanto egli ha fatto che ci fa comprendere il suo amore , a partire dal suo Figlio dato per la nostra redenzione. E’ un’azione. Anche nel nostro linguaggio comune si parla di ATTO DI AMORE: è l’amore che si identifica con le azioni. Anche nel brano di Giona lo abbiamo letto. Dio ha creato la pianta di ricino per proteggere Giona, i verbi stessi lo indicano : affaticato , fatto crescere, un amore che crea e che opera. Un amore che opera indipendentemente da cosa fa l’altro . Gli Assiri erano i nazisti dell’epoca e Dio li converte, gli manda un profeta, dimostra il suo amore operando. Giona non è molto d’accordo ecco perchè amare il nemico è qualcosa di divino, ecco perchè Gesù lo esprime così chiaramente, vediamo proprio il Signore per come egli è nella parte più intima e profonda e Gesù ce lo rivela.

Amare quindi è promuovere attivamente il bene per la persona , amare il nemico significa operare per il bene di quella persona . Non significa quindi in primo luogo modificare i propri sentimenti che proviamo nei suoi confronti ma significa cercare di fare il bene per quella persona , senza tenere conto di quelli che potrebbero essere i nostri sentimenti nei suoi confronti., L’amore AGISCE per il bene dell’altro. Questo è l’amore ci cui parla Paolo, questo è l’amore di cui parla Gesù .
Amore quindi che agisce, se torniamo alla storia di Marco e Antonio, Antonio ha agito un comportamento, ha SCELTO.

Amare il prossimo, amare il nemico addirittura: una SCELTA, un comandamento che non ha l’arroganza di imporre un’emozione ipocrita ma ha la saggezza di chiedere di scegliere e di agire.

Richiede sforzo e saggezza.

L’amore ha un carattere ATTIVO e si fonda su:
-premura
-responsabilità
-rispetto

Premura: vediamo la premura di una madre per un bambino, che prova avremmo del suo amore se non la vedessimo curare il piccolo. Se un uomo ci dicesse di amare i fiori e noi lo vedessimo dimenticare di innaffiarli: non crederemmo nel suo amore. Dio ha spiegato a Giona che l’essenza dell’amore è lavorare per qualcosa, amore e lavoro sono inseparabili.

Responsabilità, che spesso viene intesa come dovere verso un’imposizione esterna. Noi come protestanti lo sappiamo bene , a partire dalla “Libertà del Cristiano “ di Lutero: non è servizio cristiano quello non svolto nella libertà. Responsabilità quindi come libera risposta al bisogno espresso o meno di un altro essere umano

Rispetto, deriva dal latino Respicere, ovvero guardare indietro, è la capacità di vedere una persona com’è , di conoscerla nella sua individualità , di non voler che sia come sono io per sentirla più affine (quindi più facile amarla). Possiamo guardare solo se animati dall’interesse e non fermandoci alla superficie. Se guardo ad esempio mi accorgo che è ansiosa o stressata capisco che ha un senso di colpa e magari comprendo che la sua ira è la manifestazione di un malessere più profondo e la sua collera è indice di sofferenza . Rispettare, vedere l’altro è possibile, è un atto, una scelta possibile se si riesce ad annullarsi, vedendo l’altra o l’altro quale ella o egli è . Come un cielo stellato che possiamo vedere bene, completamente se le luci delle nostre città che ci avvolgono non lo impediscono.

Amare quindi come azione, come scelta fatta di passi concreti, nella premura, nella libera responsabilità, nel rispetto.

Amen

 

Alessandro Serena

Un video per trasmettere il senso della nostra fede cristiana a tutti, in modo nuovo e aperto. Con frasi e gesti molto semplici, amici e membri delle chiese valdesi e metodiste spiegano il perché della loro fede e ci raccontano cosa significa per loro il Padre Nostro.

Ideazione e sceneggiatura di Roberto Davide Papini. Riprese e montaggio a cura di Daniele Vola.

[chiesavaldese.org]

Giovedì 22 novembre, con inizio alle 20.30, si terrà presso la chiesa Valdese di Verona in via Duomo – angolo via Pigna, la proiezione del video documentario “Rendene in Bosnia. La transumanza della pace”, per la regia di Nicolò Salvini.

Il progetto di solidarietà sarà presentato da Gianni Rigoni Stern.

 

Protagonisti sono la comunità dei contadini ed allevatori di Suceska (Bosnia Erzegovina) e le manze e manzette di razza Rendena.

Tre stalle ed il film sono stati realizzati con i fondi donati alla chiesa valdese con l’8 per mille.

LETTURA BIBLICA

21 Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» 22 E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
23 Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24 Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. 25 E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. 26 Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”. 27 Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: “Paga quello che devi!” 29 Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me, e ti pagherò”. 30 Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. 31 I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. 32 Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; 33 non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” 34 E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. 35 Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello».  (Mt 18,21-35)

SERMONE

La parabola del servitore spietato che abbiamo appena letto ci porta alla mente recenti fatti di cronaca. Nel testo letto, il re con il suo potere condona un debito, ma tutto finisce nel peggiore dei modi, con carcere e pena per due intere famiglie. Anche ai nostri giorni succede che una possibilità di comprensione e di perdono venga bruciata dalla frustrazione  e dalla rabbia.  Alcune settimane fa, vicino a Lecce, il fratello di una portatrice di handicap ha sparato a tre persone per un parcheggio negato! Le auto ferme davanti alla porta di casa impedivano la uscita della sorella in carrozzella.  Dopo un anno e mezzo di soprusi, si è procurato una arma ed ha ucciso tre vicini di casa appena arrivati con l’auto! Secondo il racconto del comandante dei vigili urbani, gli era stato chiesto se voleva che si provvedesse a destinargli un parcheggio riservato per portatori di handicap davanti a casa, ma lui aveva rifiutato. Diceva: «Non c’è bisogno perché nella strada c’è posto per tutti», raccontano i vicini. L’assassino ha dichiarato ai carabinieri: «Lo facevano apposta a parcheggiare le loro auto davanti a casa mia. Ho sbagliato, non voglio essere difeso, pagherò, ma dovevo mettere fine a questa storia». Come si diventa nemici lo sappiamo tutti.  Si comincia piano, pianissimo, a volte,  si comincia persino bene. Siamo pur sempre vicini di casa. Ci saranno stati saluti all’inizio, sorrisi, forse anche piccoli favori, il portone tenuto aperto per far passare il passeggino, il postino ha lasciato questa per lei.  Poi piano piano, l’abisso.  Un gesto che produce un fastidio minuscolo ma, nella ripetizione, diventa un fastidio intollerabile, un’offesa gravissima che nessun scorrere del tempo riesce a perdonare e si fa putrida nel cuore. L’altro ormai è un nemico su cui scaricare i nostri sentimenti compressi. Siamo sordi e ciechi, evitiamo  le occasioni di conciliazione che si presentano. Contro la rabbia e la frustrazione occorre fare gesti di pace, imboccare un percorso di perdono . Nella nostra regione, nelle nostre città, nella nostra chiesa il perdono è una strada da imboccare e da mantenere! In Italia, in Europa c’è un gran bisogno di perdono, non di proporre capri espiatori! Nel clima che respiriamo ogni giorno è facile armare la nostra umanità, usare l’intolleranza piuttosto che la sopportazione. Noi abbiamo imparato a diffidare, abbiamo risposto con la durezza piuttosto che con la benevolenza, con la ritorsione piuttosto che con il perdono. A conoscenza di questi fatti di cronaca  o dopo aver letto la parabola, siamo tutti d’accordo. La ricerca almeno di una conciliazione è ragionevole, evita sciagure. Il perdono, diverso dall’oblio, avrebbe reso possibile la vita di relazione. Bastava confrontare quello che sentiva con il contesto urbano, bastava calcolare la differenza tra la cifra condonata e il credito vantato! Già, ma allora di fronte ad una offesa che continua a ripetersi, quante volte dovremo perdonare? Anche i discepoli di Gesù lo chiesero. La saggezza popolare italiana è tagliente, risponde ai nostri sentimenti impulsivi,  dice il proverbio: “ la prima perdona, la seconda bastona”. La saggezza rabbinica, seguiva un fine ragionare e andava oltre : “perdona sette volte”. Gesù sfonda ogni previsione:”perdonate settanta volte sette”. Cosa ci vuol dire Gesù con questo numero che ci riempie la bocca, settanta volte sette, con questa parabola che sembra un fatto di cronaca nera sul giornale? L’annuncio di questo passo di Matteo è questo: “Il perdono va perseguito con la ragione e il sentimento, ma il senso, la misura del gesto non si trova nelle relazioni umane, ma presso Dio nostro Signore.” Il salmo che abbiamo letto in apertura del culto recita: “Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore.” Ricordiamo anche un testo che ci sovviene certo più facilmente, il Padre nostro, ogni volta recitiamo:  rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il perdono che chiediamo a Dio è legato al perdono che noi pratichiamo. Questa affermazione, letta senza attenzione, sembra dire che il nostro padre nei cieli è un nostro seguace, uno che  attende noi per agire. Impossibile.  Lui è colui che giudica. Lui è colui che ci ama per primo. Quel  COME non indica il modo, indica il tempo. Si può dire ad esempio:”Come ho messo i piedi fuori dell’auto, ha cominciato a piovere”. Dio ci perdona nel momento che noi perdoniamo  gli altri. Noi riceviamo il perdono, incontriamo il perdono divino nel tempo del nostro perdonare chi ci ha offeso. Tre domeniche fa il fratello Alessandro Serena, predicando sull’amore per i propri nemici ha spiegato: “Amare il nemico non significa modificare i sentimenti che proviamo nei suoi confronti, ma significa cercare di fare il bene di quella persona senza tenere conto di quelli che potrebbero essere i nostri sentimenti. Amare il nemico è qualche cosa di divino”. Anche per il perdono non dobbiamo affidarci ai nostri sentimenti, non dobbiamo misurare il perdono con la ragione giuridica, il perdono è qualche cosa di divino. Presso Dio troviamo il suo perdono per noi e il nostro perdono per gli altri. Lo sforzo di perdonare i nostri nemici, va inscritto  nella ricerca della azione dello Spirito Santo. Se continuiamo a domandarci : “Dio dove sei?” troveremo la forza di perdonare. Come recita il salmo, il timore di Dio, la consapevolezza della distanza tra la azione di Dio e il nostro ragionare,  è la dimensione in cui possiamo  ricevere il perdono per noi e dare il perdono agli altri. Se torniamo alla parabola comprenderemo ancora meglio il legame tra il nostro anelito al Signore e la possibilità di perdonare gli altri. “Il regno dei cieli è simile ad un re” così comincia la parabola , questo vuole avvisarci che la lettura del testo non è etica, ma teologica. Il centro della parabola non è l’etica dell’adeguarsi alle scelte del potere, se c’è un condono anche noi dobbiamo condonare. Non è neanche il bilancio tra il dare e l’avere del debito. Il condono reale è grande e rende conseguente il mio condono. Il centro è la compassione del re davanti alla preghiera del servo debitore.   Il senso, la radice del gesto reale è la compassione per chi lo invoca. Compassione che non scende nel cuore del servitore. Compassione divina che avvertiremo quando anche noi saremo compassionevoli. Conoscere la compassione di Dio, essere visitati dalla sua grazia, comprendere che solo nell’azione dello Spirito Santo, il nostro perdono rinnova la relazione con il nostro nemico. Questo ci indica la parabola. “Perdonate settanta volte sette”, queste parole di Gesù ci invitano a non cessare mai la ricerca del volto di Dio, uno sforzo di meditazione e di preghiera. Allora, il perdono per le offese che ci hanno lacerato, matureràAllora il tempo, che passando diluisce l’offesa ma non lava il guasto, sarà un tempo di grazia. Fare il bene di chi ci è stato avverso è possibile nella comunione con il figlio di Dio. Che il Signore guidi le nostre mani che cercano le mani del nostro prossimo.

Amen.

Ruggero Mica

LETTURE BIBLICHE: Geremia 29:1-14

1 Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme, al residuo degli anziani, in cattività, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nebukadnetsar aveva condotto in cattività da Gerusalemme a Babilonia.
2 (Questo avvenne dopo che il re Jekoniah, la regina, gli eunuchi, i principi di Giuda e di Gerusalemme, gli artigiani e i fabbri furono usciti da Gerusalemme).
3 La lettera fu recata per mezzo di Elasah, figlio di Shafan, e di Ghemariah, figlio di Hilkiah, che Sedekia, re di Giuda, aveva mandato a Babilonia da Nebukadnetsar, re di Babilonia. Essa diceva: 4 “Così dice l’Eterno degli eserciti, il DIO d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre in cattività da Gerusalemme a Babilonia:
5 Costruite case e abitatele, piantate giardini e mangiate i loro frutti.
6 Prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli e date le vostre figlie a marito, perché generino figli e figlie e perché là moltiplichiate e non diminuiate.
7 Cercate il bene della città dove vi ho fatti condurre in cattività e pregate l’Eterno per essa, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere.
8 Così dice infatti l’Eterno degli eserciti, il DIO d’Israele: Non vi traggano in inganno i vostri profeti e i vostri indovini che sono in mezzo a voi, e non date retta ai sogni che fate.
9 Poiché vi profetizzano falsamente nel mio nome; io non li ho mandati”, dice l’Eterno.
10 “Così dice l’Eterno: Quando saranno compiuti settant’anni per Babilonia, io vi visiterò e manderò ad effetto per voi la mia buona parola, facendovi ritornare in questo luogo.
11 Poiché io conosco i pensieri che ho per voi”, dice l’Eterno, “pensieri di pace e non di male, per darvi un futuro e una speranza.
12 Mi invocherete e verrete a pregarmi, e io vi esaudirò.
13 Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore.
14 Io mi farò trovare da voi”, dice l’Eterno, “e vi farò tornare dalla vostra cattività; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”, dice l’Eterno; “e vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatto condurre in cattività.

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
circa 500 anni prima di Cristo, nel 586 a. C., tutte le persone istruite di Gerusalemme vennero deportate a Babilonia: Anziani, sacerdoti, profeti, artigiani, scultori, i fabbri, i consiglieri, la regina, e il re Jekonia.
La potenza babilonese era vista come oppressiva e la speranza del ritorno diventava sempre più flebile.
Motivo costante, opprimente e angosciante di gran parte dell’opera di Geremia è l’annuncio della catastrofe imminente e delle terribili punizioni che colpiranno a tutti i livelli la società che si è rifiutata di piegarsi alla volontà divina. Ma se Geremia arriva alle espressioni più violente nella critica del male, in coerenza alla sua visione che non può consentire alcun compromesso, egli è anche l’uomo capace di consigliare e indirizzare i suoi fratelli in pace e serenità, nella prospettiva di tempi migliori. Il suo è un importante messaggio ai primi esuli ebrei in Babilonia, che si chiedevano come reagire alla violenza subita, se e come iniziare una nuova vita, ed erano disorientati da promesse e annunci falsi di liberazione. A loro Geremia indirizza una lettera che è un lucido documento di realismo politico, che tuttavia in nulla cede moralmente, e che chiarisce i termini della salvezza; questa vi sarà, ma non subito, per cui sarà bene che gli esuli riprendano una vita normale, costruendo case, lavorando e sposandosi, e adoperandosi per la pace della società che li ospita (29:1-15). Pochi versi come questi hanno avuto tanto impatto nelle successive vicende della storia ebraica, come guida al comportamento nella Diaspora.
Costruite case e abitatele, prendete mogli e generate figli e figlie. Moltiplicatevi e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatto condurre in cattività e pregate l’Eterno per essa, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere.
Resistete e integratevi, vivete: un programma che Geremia propone a coloro che sono esuli, in una terra lontana, perché la salvezza avverrà, ma non è ancora vicina.
Passeranno 70 anni e poi il Signore rivelerà la sua bontà e la sua misericordia permettendo il ritorno del popolo. Fino ad allora però il profeta chiede al popolo di vivere pienamente nel luogo dove si trova, di integrarsi pienamente, di cercare addirittura il bene, lo shalom, della città e della nazione nella quale essi vivono.
Oggi le deportazioni forzate non avvengono più come ai tempi del profeta Geremia, ma i movimenti dei popoli e delle persone umane sono anche maggiormente evidenti rispetto al passato. Le persone oggi sono costrette a muoversi per via della carestia, della mancanza di libertà o di condizioni adatte alla vita. E per tutti coloro che si trovano a vivere in terra straniera, anche oggi, per tutti i migranti o gli emigrati o i deportati vale ancora oggi questa parola del Profeta: cercate il benessere della città nella quale vivete , perché da esso dipende il vostro benessere.
Cercare il benessere di una città e di una nazione però non è cosa semplice, perché per fare del bene non basta importare i nostri modelli e la nostra cultura di origine: bisogna integrarsi, bisogna imparare a conoscersi, e in un certo modo anche a volersi bene.
Un modello certamente non facile quello che ci propone il profeta, perché significa entrare in relazione; prenderete mogli per voi e per i vostri figli e per le vostre figlie e soprattutto, vi moltiplicherete e non diminuirete.
La continuità del popolo dipende dal legame con la nazione nella quale vivono, le due cose non possono essere separate.
Infine l’amara verità, che contiene però anche una grande promessa.. dopo settanta anni.. 12 Mi invocherete e verrete a pregarmi, e io vi esaudirò.
13 Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore.
14 Io mi farò trovare da voi”, dice l’Eterno, “e vi farò tornare dalla vostra cattività; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”, dice l’Eterno; “e vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatto condurre in cattività.
70 anni però sono due o tre generazioni… probabilmente chi ricevette questa lettera dal parte del profeta Geremia non fu tra coloro che rientrarono in patria…
E questa amara promessa è trasversale alla fede biblica: chi entrò nel deserto non fu la generazione che ne uscì, così come i credenti che conobbero personalmente Gesù non sono più qui oggi a testimoniare insieme a noi.
Probabilmente non saremo i testimoni del ritorno, così come non erano gli esuli che ricevettero la lettera di Geremia, ma possiamo preparare il futuro, predisporre i cambiamenti necessari affinché le generazioni future possano prosperare e con esse la civiltà nella quale crescono. A noi spetta il compito di trasmettere la fede certa che il Signore mai ci abbandona, e che tornerà per darci un futuro e una speranza.
Amen

Pastora Laura Testa

Sabato 6 ottobre 2018, in occasione dell’avvicinarsi della ricorrenza del termine della prima guerra mondiale, si è tenuta la camminata per la pace a Rovereto, organizzata dal tavolo delle religioni, dal comune di Rovereto e dalla zona pastorale della Vallagarina . Il prof. Camillo Zadra, direttore del museo della guerra di Rovereto ha illustrato all’interno dell’ossario la sua genesi e la funzione, come esso raccolga le spoglie degli innumerevoli soldati i cui resti la terra delle nostre montagne (e non solo),  ha restituito per anni dal termine della guerra. La pioggia non ha impedito ai partecipanti, uniti dalla profonda pietà per i caduti e dal rifiuto di ogni conflitto di recarsi alla campana dei caduti, percorrendo sentieri che un tempo correvano tra le trincee ed oggi sono percorsi da operatori di pace di ogni confessione.

Toccante, coinvolgente, un vero grido con la guerra, stonatura drammatica per l’umanità , lo spettacolo offerto dall’associazione 2GiGa “Armonicamente dal fronte”: la guerra non solo di chi ha combattuto, ma di chi ha atteso a casa, la guerra delle donne, consumate dall’ansia per la sorte dei  mariti , figli e padri lontani. Il dramma di chi ogni giorno aspettava una lettera , una notizia, testimonianza delle donne trentine, di un popolo tacciato spesso di tradimento durante il conflitto dall’una e dall’altra parte;  donne  simbolo di come  le vittime della storia siano sempre e comunque nel mezzo.

E’ seguita la dichiarazione comune per la pace, condivisa dalle singole confessioni presenti (testo nel libretto della manifestazione al link in calce all’articolo). Le note dell’ottimo minicoro di Rovereto hanno risuonato, inframezzando le preghiere dei singoli rappresentanti delle religioni che animano il tavolo: un vero richiamo alla pace da chi per primo ne ha diritto, i bimbi .

Di seguito la preghiera rivolta al Signore a nome della chiesa valdese (scritta dalla past. Laura Testa e pronunciata dal fratello Alessandro Serena):

10 La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate.

11 La verità germoglia dalla terra e la giustizia guarda dal cielo.

12 Anche il SIGNORE elargirà ogni bene e la nostra terra produrrà il suo frutto.

13 La giustizia camminerà davanti a lui, e seguirà la via dei suoi passi.

(Sal 85:10-13 NRV)

Carissimi fratelli e sorelle riuniti qui oggi vogliamo metterci in ascolto reciproco ed elevare insieme le nostre preghiere al Dio della pace, dell’amore, della verità e della misericordia.

Signore Iddio nostro siamo giunti in questo luogo da strade e da percorsi di vita diversi, ognuno ed ognuna di noi ti ha incontrato in una tradizione specifica, in una religione diversa, eppure ci riconosciamo come parte dell’unica famiglia umana.

Il nostro essere qui stasera indica un cammino che abbiamo intrapreso insieme e che ti chiediamo di benedire e di accompagnare con la tua Presenza: ci ha guidati la speranza comune che Tu desideri la felicità, la realizzazione umana, la comprensione reciproca, e la fine di ogni conflitto.

In questi giorni difficilissimi in cui ancora si parla di confini contesi, di frontiere chiuse, di luoghi in cui rinchiudere gli esseri umani al fine di ergere barriere sempre più alte, noi ci appelliamo a Te, che solo puoi salvare le nostre esistenze, apri i nostri occhi affinché sappiamo riconoscere in ogni anima che vive e respira, il soffio vitale che tu hai messo in noi. Dacci o Signore di poter trovare la via dell’accoglienza di Te, attraverso l’amore per i nostri simili.

Desideriamo ripudiare la guerra, e per farlo abbiamo bisogno di amarci, conoscerci, stimarci e rispettarci: insegnaci o Signore i gesti che incontrano senza ferire, le parole che chiedono senza invadere, l’amore che permette la libertà e la diversità.

Stasera abbiamo ascoltato il suono di una campana molto particolare, perché è stata formata dalla fusione dei cannoni utilizzati per sparare ed uccidere in guerra, una campana che con il suo rintocco in queste valli , ricorda a tutti coloro che l’odono l’orrore della guerra e la calma serena della pace.

Ti chiediamo Signore, sopra ogni cosa, di fare di noi le tue campane viventi, donne e uomini credenti di religioni diverse, che con timbri diversi ricordano e insegnano la pace: attraverso il segno del nostro incontro stasera, attraverso le nostre relazioni affermiamo la fine di ogni settarismo, di volontà di dominio e di scomunica reciproca.

Dio della Vita accogli le nostre preghiere e insegnaci la strada.

Amen

Al termine sono risuonati 100 rintocchi della campana dei caduti: un “mai più” che risuona ogni sera nella valle , perchè risuoni ogni giorno nelle anime.

Di seguito il libretto completo dell’iniziativa distribuito ai partecipanti.

Libretto preghiera interreligiosa – 6 ott 2018

 

 

[foto articolo della fondazione opera della campana]

1 Or lo Spirito dice espressamente che negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, dando ascolto a spiriti seduttori e a dottrine di demoni, 2 per l’ipocrisia di uomini bugiardi, marchiati nella propria coscienza, 3 i quali vieteranno di maritarsi e imporranno di astenersi da cibi che Dio ha creato, affinché siano presi con rendimento di grazie da coloro che credono e che hanno conosciuto la verità. 4 Infatti tutto ciò che Dio ha creato è buono e nulla è da rigettare, quando è usato con rendimento di grazie, 5 perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera. 6 Proponendo queste cose ai fratelli, tu sarai un buon ministro di Gesù Cristo, nutrito nelle parole della fede e della buona dottrina, che hai seguito da vicino.

(1Ti 4:1-6 LND)

Ma chi è il buon ministro di Gesù Cristo? Cosa è chiamato a fare? Quale è la maniera corretta di vivere la nostra chiamata al servizio?

La prima lettera a Timoteo ci viene incontro e ci offre alcune delucidazioni; prima di tutto ci mette in guardia: tutto ciò che Dio ha creato è buono e nulla è da rigettare.

Una parola fondamentale che parla dell’etica cristiana: lo Spirito ci rende accorti che un segno degli ultimi tempi sarà uno spirito settario e di divisione, che cercherà di distinguere tra ciò che è buono e ciò che non lo è, ma ricordatevi che tutto ciò che è creato da Dio è buono, e va usato con rendimento di grazie, santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera.

L’intera vita dei credenti è quindi da rivedere alla luce di questa attività triplice: rendere grazie, essere santificati dalla Parola di Dio e rivolgersi a Dio nella preghiera.

La libertà che Dio ci offre è sperimentabile infatti proprio nel riconoscere che siamo parte di un progetto più grande di noi: apparteniamo a Dio, siamo suoi figli e figlie, nel Creato di Dio.

Quindi siamo qui oggi, un’assemblea di Santi, chiamati ad essere ministri del Signore e a costruire, grazie al dono del suo Santo Spirito, una comunità di apostoli che annunciano la Santa Parola di Dio al mondo.

E l’Evangelo è ciò che garantisce il “successo” del nostro ministero: se tu dirai queste cose, se le proporrai loro sarai un buon ministro di Gesù Cristo, nutrito nelle parole della fede e della buona dottrina che hai seguito da vicino ci dice l’apostolo.

Se è l’Evangelo a sostenere le nostre esistenze e il nostro successo è nelle mani di Dio, siamo liberati dalle nostre ansie e dalle nostre preoccupazioni quotidiane: un giorno un fratello senza lavoro e senza nulla da mangiare mi disse sorridendo, il Signore mi aiuterà, non c’è da disperare.

Ecco quindi, rimettere al centro delle nostre vite l’azione protettiva ed amorevole di Dio che sempre ci accompagna, senza essere preoccupati del “resto”, perché esso è nelle mani del Signore.

Piuttosto invece tutto ciò che noi desideriamo fare e sperimentare al Servizio di Dio, della Chiesa, dei fratelli e delle sorelle, del mondo e delle nostre famiglie, questo facciamolo sempre rendendo grazie.

Il rendere grazie infatti cambia il mondo attorno a noi: Grazie Signore perché oggi sono qui insieme ai miei fratelli e alle mie sorelle, grazie Signore perché mi hai donato capacità, abilità e sapienza per poter fare qualcosa al tuo santo Servizio e io sono lieto di farlo.

Sono felice, sono riconoscente, sono allegro e grato di ciò che il Signore ha predisposto per me.

Questo atteggiamento cambia la Chiesa e le nostre relazioni in meglio, perché se non sono lieto e gioioso nello svolgere un Servizio, se non riesco a rendere grazie allora quello è il momento in cui la preghiera viene in soccorso: l’appello accorato di chi implora l’azione salvifica di Dio per sé e per la Chiesa.

Se faremo questo come ministri della Chiesa, il nostro servizio sarà buono ed efficace, perché il Signore ci offre la sua vicinanza ed il suo supporto.

Certamente ci saranno tentazioni e ci saranno quelli che proveranno ad imporre divisioni, discipline diverse, che proveranno a dividere tra ciò che è buono e ciò che non lo è, oppure ancora a discernere tra quei fratelli che sono santi e quelli che non lo sono. Ma fratelli e sorelle, solo Dio conosce i suoi e nulla di ciò che ha creato è da rigettare.

Anche se talvolta può risultare difficile, la liberà di Dio sta proprio in questo, nel fatto che in Lui e per Lui anche le cose o le persone che ci sembrano pericolose o distruttive possono essere di grande testimonianza per la fede. Ad esempio alcune Chiese non mangiano la carne durante la quaresima oppure dicono che bisogna astenersi sempre dal bere alcolici, ma non è così: bisogna accogliere la creazione bella di Dio, ma nell’usarla bisogna ricordarsi la misura. Non è bene ubriacarsi, così come non è bene mangiare carne tutti i giorni, e anche nel digiuno, bisogna prestare attenzione a non strafare, perché potrebbe affaticare i nostri organi interni. Allo stesso modo con le persone, bisogna accogliere tutti e ciascuno, come creature di Dio e non rigettare nessuno nelle tenebre, ma spingere sempre di più le menti ed i cuori all’amore di Cristo e all’amore reciproco, rendendo grazia ed intercedendo gli uni per gli altri, sapendo che la verità e la giustizia dimorano in Dio e che Egli ci guarda misericordioso.

Past. Laura Testa

Un secolo fa stava per terminare la grande guerra. Un orrore che sconvolse il mondo intero per quattro lunghi anni provocando infiniti lutti e devastazione. Furono tra i 15 e i 17 milioni i morti  militari e civili del conflitto, oltre 20 milioni i feriti e mutilati, cui si sommano i 20 milioni di decessi per l’influenza spagnola che seguì la guerra.   Rovereto era allora una città in prima linea, le cannonate si avvertivano distintamente e le famiglie erano spesso divise vedendo i propri figli  combattere su fronti opposti. Una guerra tra fratelli di sangue che assurge a simbolo di quello che ogni conflitto rappresenta: una guerra tra fratelli di umanità .

Nel centenario del conflitto si propone quindi a Rovereto (TN), una camminata che partirà alle 18.15 di sabato 6 ottobre da un luogo simbolo della guerra : il sacrario monumentale di Casteldante che conserva i resti di ventimila caduti di diverse  nazionalità, per raggiungere il colle di Miravalle dove sorge la campana dei caduti, che venne fusa nel 1924 con il bronzo dei cannoni e che da allora ogni sera suona con i suoi 100 rintocchi come monito e richiamo all’intera umanità della necessità di unirsi nella pace.

Si prevedono gli interventi del Prof. Camillo Zadra, direttore del museo della guerra di Rovereto, la rappresentazione di “Armonicamente dal fronte” dell’associazione  2 GiGa teatro musicato. Infine si udranno le preghiere dei rappresentanti delle singole religioni che animano il tavolo delle religioni della Vallagarina dove è presente anche la nostra chiesa. Sarà  l’occasione per la proclamazione di una dichiarazione comune per la pace, sottoscritta dalle diverse confessioni.

Un’opportunità di spessore quindi alla quale tutti sono invitati, che assume ulteriore valore alla luce del ruolo che le diverse fedi hanno per costruire la pace, allora come oggi, dove una società multietnica e multireligiosa rende ancor più necessario il dialogo.

Ci sembrano attuali come non mai le parole di Hans Kueng:

Non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni.

Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni.

Non c’è dialogo tra le religioni senza criteri etici globali.

Non c’è sopravvivenza del nostro globo senza un ethos globale, un’etica mondiale.

 

 

(vedi locandina per dettagli)

Alessandro Serena