Non conformatevi a questo mondo. Predicazione di domenica 28 gennaio 2018

LETTURE BIBLICHE: Esodo 32,1-6; Apocalisse 13,1-8; Romani 12,1-2

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto». 2 E Aaronne rispose loro: «Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli». 3 E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d’oro e li portò ad Aaronne. 4 Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: «O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!» 5 Quando Aaronne vide questo, costruì un altare davanti al vitello ed esclamò: «Domani sarà festa in onore del SIGNORE!» 6 L’indomani, si alzarono di buon’ora, offrirono olocausti e portarono dei sacrifici di ringraziamento; il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi.

Esodo 32,1-6

1 Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi.

2 La bestia che io vidi era simile a un leopardo, i suoi piedi erano come quelli dell’orso e la bocca come quella del leone. Il dragone le diede la sua potenza, il suo trono e una grande autorità. 3 E vidi una delle sue teste come ferita a morte; ma la sua piaga mortale fu guarita; e tutta la terra, meravigliata, andò dietro alla bestia; 4 e adorarono il dragone perché aveva dato il potere alla bestia; e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia? e chi può combattere contro di lei?» 5 E le fu data una bocca che proferiva parole arroganti e bestemmie. E le fu dato potere di agire per quarantadue mesi. 6 Essa aprì la bocca per bestemmiare contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. 7 Le fu pure dato di far guerra ai santi e di vincerli, di avere autorità sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. 8 L’adoreranno tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla creazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello che è stato immolato.

Apocalisse 13,1-8

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

Romani 12,1-2

PREDICAZIONE

A quanti di noi è capitato di sentirci scoraggiati, isolati, abbandonati e di aver cercato di trovare una soluzione alla nostra portata? Quante volte nel momento del bisogno abbiamo abbandonato Dio in cerca di un dio più raggiungibile, più alla nostra portata? Un dio che sembrasse maggiormente in grado di rispondere alle nostre preghiere? Moltissime volte. E qualche volta questa ricerca di un dio più a portata di mano, che facesse promesse allettanti ha significato una vera e propria tragedia per l’intera umanità.

Il 20 luglio 2000 una legge dello Stato ha istituito un “giorno della Memoria”, un giorno in cui ricordare, tutti insieme, gli orrori del nazi-fascismo affinché non possano accadere mai più. E tra questi orrori, in particolare quelli perpetrati nei campi di concentramento. Tra il 1933 e il 1945, infatti, la Germania ha creato alcuni campi di detenzione all’interno dei quali le condizioni di vita e di lavoro erano durissime, spesso disumane, e alcuni campi di sterminio, luoghi dove attuare la cosiddetta “soluzione finale”, cioè l’eliminazione definitiva e totale di tutti coloro che erano considerati una minaccia per il popolo tedesco: agli uni e agli altri si accedeva se si era comunisti o comunque dissidenti del regime, ma più spesso non per colpe, o presunte tali, più o meno gravi, ma a causa di quello che si era. Nei campi entravano infatti per lo più uomini e donne rom, omosessuali e soprattutto ebrei. Questo sistema venne esteso a tutti gli stati occupati o alleati con la Germania, perciò troviamo campi di concentramento e di sterminio in gran parte d’Europa e anche in Italia.

Cosa significa per noi oggi, nella nostra chiesa, ricordare questa ricorrenza laica? Cosa significa far entrare qui una legge dello Stato che ci ricorda un evento della Storia?

Due sono le sottolineature che vorrei fare: la prima, rapidissima, è ricordare a me stessa e a tutti voi, che la Shoa non è stato un orrore unico nella storia dell’umanità e che quindi non dobbiamo pensare che sia un caso isolato che non ci riguarda come umanità e che non potrà più riproporsi. In alcuni tremendi momenti della sua storia gli uomini e le donne si sono macchiati di infamie e di orrori inimmaginabili, inauditi, incomprensibili. Non solo, ma anche oggi, in questo stesso momento, in Palestina, in Libia e in altre parti del mondo si stanno consumando tragedie che vedono coinvolti uomini e donne e, naturalmente, anche bambini. Orrori a cui non riusciamo a porre fine, ma che non dobbiamo dimenticare.

E non dobbiamo dimenticare che spesso il nostro silenzio, la nostra indifferenza, il nostro conformismo ci rendono corresponsabili, perché ci adattiamo a questo mondo, al suo cinismo, alla sua indifferenza verso il dolore umano, alla sua crudeltà impregnata di arroganza. E poi ci sentiamo giustificati perché siamo lontani dalle tragedie e spesso realmente impotenti. E così finiamo col pensare che la storia è piena di orrori, ma altri sono i colpevoli, non noi, perché altri hanno commesso o commettono azioni che noi non accetteremmo di fare. Finiamo col convincerci che altri sono o sono stati disumani, crudeli, mostruosi, noi no. Questo forse è anche vero. Forse noi qui riuniti stamattina non faremmo nulla di così grave e tremendo. Forse. Ma accanto alla responsabilità, enorme, di coloro che hanno deciso, hanno pianificato, hanno progettato ed attuato questi orrori, esiste anche la responsabilità di coloro che, come esecutori senza potere decisionale, hanno reso possibili quegli orrori. Perché i sorveglianti e le sorveglianti dei lager erano persone normali, molti di loro erano cristiani, cristiani che non avvertivano che ci fosse contraddizione tra la loro fede e il loro essere aguzzini e persecutori di donne, uomini e bambini. Di più: accanto alla responsabilità degli esecutori materiali, c’è anche quella di coloro che hanno assistito e non hanno ritenuto di dover intervenire. Non lo hanno fatto per paura, o pensando ai propri figli, ma talvolta anche perché in fondo non riflettevano sul fatto che stavano assistendo, in silenzio, a qualcosa di inaccettabile. Che dire di coloro che abitavano vicino ai campi di concentramento, che sentivano le grida, che vedevano il fumo uscire dai camini e ne sentivano l’odore, di coloro che vivevano nelle tenute in cui si utilizzavano schiavi? Che dire di noi che vediamo al telegiornale i barconi e i corpi senza vita di chi cerca di arrivare in Italia e cominciamo a fare dei distinguo, a giudicare le motivazioni, a discutere se fosse opportuno o non fosse opportuno che partissero dai loro Paesi? O che preferiamo che quei migranti siano rinchiusi nei lager libici, così che noi possiamo, non vedendoli, dimenticarcene?

Io credo che questa storia, queste storie, ci interpellino e non possiamo facilmente gettarle dietro le spalle come se non ci riguardassero. Sono storie che ci parlano e che dobbiamo ascoltare per quanto questo possa essere doloroso, faticoso, talvolta irritante.

E dunque? Rileggiamo alcuni versetti del passo di Esodo che abbiamo appena ascoltato:

1 Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto».

Anche noi, spesso, impauriti perché ci sembra di essere abbandonati a noi stessi, cerchiamo delle scorciatoie, cerchiamo qualcosa che ci faccia sentire la presenza di Dio al nostro fianco. Quanti tedeschi, quanti italiani, quanti americani hanno semplicemente deposto la fede nel Signore e hanno dato se stessi a chi gridava forte, a chi prometteva la pace, la sicurezza, il benessere? Quante volte abbiamo bisogno di vedere e di sentire fisicamente chi ci guida e ci fidiamo più di questo che del Signore? Quante volte intuiamo che stiamo seguendo la strada sbagliata ma continuiamo a farlo perché in fondo è più facile, più rassicurante? Quante volte rinunciamo ad affidarci al Signore e preferiamo conformarci al mondo, alle sue lusinghe e alle sue promesse?

E così ci comportiamo anche noi come gli israeliti nel deserto che quando si sentirono soli, furono assaliti dal timore di essere stati abbandonati e cercarono di trovare conforto, aiuto, sostegno là dove ritenevano ci fosse. Infatti anche noi abbiamo spesso bisogno dei nostri vitelli d’oro, abbiamo spesso bisogno di vedere e sentire la voce di Dio e ci accontentiamo di colui che urla più forte, anche se ci condurrà alla costruzione di un vitello d’oro, cioè di un idolo che finirà con il sostituire Dio, che finirà per contare di più per noi perché sarà più facile da vedere e da ascoltare. Un vitello d’oro che ci promette pace, sicurezza, lavoro per noi e per i nostri figli, benessere, un vitello d’oro che ci fa sentire a posto verso Dio, proprio nel momento in cui ce ne stiamo allontanando, nel momento in cui lo stiamo tradendo.

Ma quindi? Che speranza abbiamo? La speranza nasce dal fatto che nonostante il vitello d’oro, nonostante i nostri continui tradimenti, i nostri cedimenti, la nostra fatica ad ascoltarLo, il Signore non ci abbandona e non si dimentica del Suo patto con noi. Il nostro compito, come saggiamente fanno tutti gli anni i nostri fratelli e sorelle metodisti, è ricordare il patto che Dio ha fatto con noi, il Patto che noi continuamente tradiamo e che il Signore non dimentica. Se ci lasciamo andare abbiamo di fronte a noi solo l’orrore del vitello d’oro, con i suoi campi di concentramento, con i suoi schiavi, i suoi morti e il suo dolore, se invece ricordiamo e rinnoviamo il nostro patto con Lui saremo trasformati mediante il rinnovamento della nostra mente, e conosceremo per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. Amen!

Erica Sfredda

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Sinfonia della Riforma

209 anni fa, il 3 febbraio 1809, nacque ad Amburgo Jakob Ludwig Felix Mendelssohn-Bartholdy.

Felix era nipote del grande filosofo ebreo Moses Mendelssohn. Crebbe senza un credo religioso fino all’età di sette anni, quando venne battezzato come cristiano riformato.

Da adulto, la sua adesione al cristianesimo fu convinta e consapevole, ma nonostante ciò fu vittima di antisemitismo sia in vita che dopo la morte.

Nel 1830, per il trecentesimo anniversario della Confessione augustana, Mendelssohn scrisse la Sinfonia n. 5 in re minore, Op. 107, conosciuta con il titolo “La Riforma”. Il tema dell’ultimo movimento (Chorale) della sinfonia è costituito dal famoso corale di Martin Lutero Ein feste Burg ist unser Gott (La forte rocca è il mio Signor, n. 45 dell’Innario Cristiano).

Presentiamo qui il Chorale nell’esecuzione dell’orchestra Anima Eterna, diretta da uno dei maggiori specialisti della musica romantica su strumenti d’epoca, Ios van Immerseel.

Nel pieno della crisi

Oggi si è svolto il funerale di un piccolo, dolce bambino, figlio di una sorella di chiesa. Tutta la comunità si è stretta attorno a lei, ma anche la comunità è ferita, mutilata.

Un fratello di chiesa, che non ha potuto partecipare alle esequie, ci ha inviato una piccola riflessione in inglese, che riportiamo. Sotto, trovate una traduzione libera in italiano.

Amidst Crisis Of Life, January 27.

The righteous cry, and the LORD heareth, and delivereth them out of all their troubles. Psalms 34:17.

In the crisis of his life, when making that terrible journey from his childhood home in Canaan to the bondage which awaited him in Egypt, looking for the last time on the hills that hid the tents of his kindred, Joseph remembered his father’s God. He remembered the lessons of his childhood, and his soul thrilled with the resolve to prove himself true—ever to act as became a subject of the King of heaven.

In the bitter life of a stranger and a slave, amidst the sights and sounds of vice and the allurements of heathen worship, a worship surrounded with all the attractions of wealth and culture and the pomp of royalty, Joseph was steadfast. He had learned the lesson of obedience to duty. Faithfulness in every station, from the most lowly to the most exalted, trained every power for highest service.

(Joseph Koomson)

Salmo 34:17
I giusti gridano e il SIGNORE li ascolta; li libera da tutte le loro disgrazie.

Nel momento più doloroso della sua vita, mentre vedeva allontanarsi per sempre le tende nelle quali era cresciuto, nel terribile viaggio verso la schiavitù che lo aspettava in Egitto, Giuseppe si ricordava del Dio di suo padre. Ricordava gli insegnamenti che aveva ricevuto nella sua infanzia, ed assumeva nel suo cuore la ferma determinazione di rimanervi fedele, qualunque fosse stato il suo destino.
Nella vita amara di straniero e schiavo, in una terra ricca di seduzioni, di ricchezza, circondato dal lusso della corte e dal culto opulento di altre fedi, Giuseppe si mantenne risoluto e fedele alla sua promessa, accettando la volontà del suo Signore, al cui servizio mise a disposizione tutto se stesso.

Celebrazione ecumenica della parola di Dio a Trento; domenica 21 gennaio 2018.

Si è tenuta domenica 21 gennaio 2018 presso la chiesa cattedrale di San Vigilio, a Trento, la celebrazione ecumenica della Parola di Dio in occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (SPUC).

La SPUC coinvolge diverse denominazioni cristiane in tutto il mondo. Venne introdotta nel 1908 negli Stati Uniti dall’episcopaliano Paul Wattson. Dal 1968 viene promossa congiuntamente dalla Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) (che riunisce le principali denominazioni evangeliche, anglicane e ortodosse nel mondo), e dal Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. (fonte: NEV).

All’insegna del versetto biblico “Potente è la tua mano, Signore”, la liturgia si è focalizzata sull’azione liberatrice di Dio. Il materiale di quest’anno è stato infatti preparato dalle chiese caraibiche, che possono indubbiamente narrare una storia di schiavitù e sfruttamento, forme disumanizzanti che non mancano di attanagliare anche oggi l’umanità, in modi e forme diversi.

Erano presenti rappresentanti delle chiese evangeliche:  il pastore Michael Jäger della chiesa evangelica luterana di Bolzano e Trento; il pastore Martin Krautwurst della chiesa evangelica luterana di Merano e  Arco; il pastore Pierino Zingg della chiesa evangelica Foursquere e il pastore Jacob Latif della chiesa evangelica battista indo pakistana; Alessandro Serena, incaricato per il Trentino della chiesa Valdese di Verona oltre a a fedeli delle chiese protestanti storiche e della chiesa etiope Tewahedo.

Per la chiesa cattolica Mons. Lauro Tisi, arcivescovo di Trento; mons. Lodovico Maule, decano del capitolo della Cattedrale; don Andrea Decarli, delegato per l’ecumenismo della diocesi di Trento; don Mario Gretter, delegato per l’ecumenismo della diocesi di Bolzano- Bressanone.

Per la chiesa ortodossa v’erano padre Ioan Catalin Lupasteanu e padre Traian Banita, parroci della chiesa ortodossa del patriarcato di Romania.

Il servizio liturgico è affidato all’ensemble Concilium del Centro ecumenico diocesano diretto da Alessandro Martinelli.

Un culto che in un duomo gremito ha visto alternarsi alla lettura i rappresentanti delle diverse chiese, in un’atmosfera di reale e sincera comunione, pronti tutti a ricordare come siano la grazia e la pace di Dio per mezzo di Cristo, che ci riconciliano a Lui. Le letture scelte  quest’anno: Esodo 15,1-21 (il cantico di Miriam) e Marco 5,21-43 (Gesù e l’emorroissa) ci hanno rammentato come il Signore liberatore non dimentichi le vittime di ogni tempo, alla luce della Sua infinita misericordia. E’ la Parola che continua ad essere elemento di comunione, impegnando tutti coloro che la professano ad essere fattore di liberazione da tutte quelle condizioni che costituiscono una minaccia per la dignità umana.

E’ nella professione comune di fede che hanno potuto risplendere parole preziose: “… Confessiamo la comune volontà di credere fermamente nella riconciliazione per fede e nella volontà di perdonare. Confessiamo la speranza fiduciosa di giungere con Te ad una Vita senza più fine. Amen!”

Alessandro Serena

La mano di Dio è potente – Sermone di domenica 21 gennaio 2018

LETTURA BIBLICA

Esodo 15:1-21

1 Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al SIGNORE:
«Io canterò al SIGNORE, perché è sommamente glorioso;
ha precipitato in mare cavallo e cavaliere.
2 Il SIGNORE è la mia forza e l’oggetto del mio cantico;
egli è stato la mia salvezza.
Questi è il mio Dio, io lo glorificherò,
è il Dio di mio padre, io lo esalterò.
3 Il SIGNORE è un guerriero,
il suo nome è il SIGNORE.
4 Egli ha gettato in mare i carri del faraone, e il suo esercito;
e i suoi migliori condottieri sono stati sommersi nel mar Rosso.
5 Gli abissi li ricoprono;
sono andati a fondo come una pietra.
6 La tua destra, o SIGNORE, è ammirevole per la sua forza.
La tua destra, o SIGNORE, schiaccia i nemici.
7 Con la grandezza della tua maestà,
tu rovesci i tuoi avversari;
tu scateni la tua ira,
essa li consuma come stoppia.
8 Al soffio delle tue narici le acque si sono ammucchiate,
le onde si sono rizzate come un muro,
i flutti si sono fermati nel cuore del mare.
9 Il nemico diceva: “Inseguirò, raggiungerò,
dividerò le spoglie,
io mi sazierò di loro;
sguainerò la mia spada, la mia mano li sterminerà”;
10 ma tu hai soffiato il tuo vento
e il mare li ha sommersi;
sono affondati come piombo in acque profonde.
11 Chi è pari a te fra gli dèi, o SIGNORE?
Chi è pari a te, splendido nella tua santità,
tremendo anche a chi ti loda,
operatore di prodigi?
12 Tu hai steso la destra,
la terra li ha ingoiati.
13 Tu hai condotto con la tua bontà
il popolo che hai riscattato;
l’hai guidato con la tua potenza
alla tua santa dimora.
14 I popoli lo hanno udito e tremano.
L’angoscia ha colto gli abitanti della Filistia.
15 Già sono smarriti i capi di Edom,
il tremito prende i potenti di Moab,
tutti gli abitanti di Canaan vengono meno.
16 Spavento e terrore piomberà su di loro.
Per la forza del tuo braccio
diventeranno muti come una pietra,
finché il tuo popolo, o SIGNORE, sia passato,
finché sia passato il popolo che ti sei acquistato.
17 Tu li introdurrai e li pianterai sul monte che ti appartiene,
nel luogo che hai preparato, o SIGNORE, per tua dimora,
nel santuario che le tue mani, o Signore, hanno stabilito.
18 Il SIGNORE regnerà per sempre, in eterno».
19 Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico quando i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono nel mare,
e il SIGNORE fece ritornare su di loro le acque del mare,
ma i figli d’Israele camminarono sulla terra asciutta in mezzo al mare.
20 Allora Maria, la profetessa, sorella d’Aaronne, prese in mano il timpano e tutte le donne uscirono dietro a lei, con timpani e danze.

 21 E Maria rispondeva:
«Cantate al SIGNORE, perché è sommamente glorioso:
ha precipitato in mare cavallo e cavaliere».

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, Cantiamo al Signore perché ha precipitato in mare cavallo e cavaliere: cantiamo anche noi al Dio vittorioso che permette ad un popolo di esuli, di diseredati di schiavi afflitti e soggiogati di attraversare il mare e di essere sopravvissuti. Dopo il canto di lode di Miriam un nuovo popolo nasce, un popolo che rappresenta simbolicamente l’azione di Dio Creatore, Redentore e Liberatore con la gioia liturgica espressa dalla danza, dal canto e dalla musica. Quando il popolo di Dio si mette in cammino tutti i popoli oppressori e malvagi, ogni despota, ogni schiavista, ogni idolatra servo del male e di mammona ammutolisce.

Una canzone di gioia che è la stessa che cantano le donne, gli uomini e i bambini che anche oggi attraversano il mare e le frontiere quando arrivano sani e salvi dall’altra parte: nessuno garantisce loro che la vita da “questa” parte sarà semplice, il viaggio certamente non è finito, il deserto è ancora lì di fronte, ma la volontà e l’azione salvifica di Dio si è manifestata pienamente una volta per tutte!

Dopo la “vittoria al mare”, i conflitti con i popoli avversari sono decisi per sempre, ed Israele ha già la sua terra promessa.

Questa è la stessa fede che noi riponiamo in Cristo, che estende questa vittoria a tutti e a tutte noi oggi. La vittoria è infatti per i popoli afflitti, per le genti affamate, per coloro che soffrono nella schiavitù moderna.

Noi però, da che parte del mare stiamo?

E’ facile, forse troppo facile indicare quali sono i popoli esuli, schiavi e fuggiaschi di oggi.. ma noi che facciamo? Balliamo con Miriam o cavalchiamo con gli Egiziani?

Due simboli potentissimi – la festa di vita celebrata dalle donne e la marcia di guerra e di morte dei cavalli e dei cavalieri egiziani – contrapposti per raccontare l’azione di Dio.

Il Signore infatti è un guerriero potente, sovverte il caos creato dalla sete di possesso e dominio umane e annichilisce la potenza militare senza utilizzare alcuno strumento di guerra e di morte.

L’acqua, il fuoco, il vento e la terra rispondono alla Parola Creatrice, che come soffio libera l’umanità dal male e dai suoi adepti.

Il Signore fa rinascere l’umanità, un popolo nuovo, che riemerge dalle acque di un metaforico Battesimo lavata e liberati dal male e dall’oppressione come ci ricordava Sant’Agostino, Vescovo d’Ippona.

Un Battesimo che ci unisce, cristiani credenti in Cristo Gesù salvatore e redentore della storia e del mondo, ma anche salvatore e redentore nostro personale.

Gesù che ci invita e ci permette di essere trasformati e trasformate in persone nuove, rinnovate per opera dello spirito Santo. Coscienti e consapevoli che per ogni dramma odierno, per ogni bambino morto in mare, per ogni clochard bruciato, per ogni atto di razzismo, per ogni ragazzo morto sul lavoro noi abbiamo una parte di responsabilità e rischiamo di essere anche noi come gli egiziani.

La mano di Dio però è potente, Egli prende su di sé la nostra colpa, mettiamo nelle sue mani misericordiose e potenti ogni nostro retaggio egiziano, ogni nostro peccato, ogni nostra schiavitù morale e chiediamo al Potente di rinnovare in noi la fede, l’amore e la speranza che Lui ha riposte in noi in Cristo. Rinasciamo in Lui a vita nuova: vita accogliente, pacificata, in cui la tua esistenza mi interessa, in cui non siamo più fratelli separati, ma confratelli, in cui i muri anche culturali, sociali ed economici hanno poco valore, ma ciò che conta è l’amore che Cristo ha riposto in noi.

Allora sì, cantiamo e balliamo con Maria sulle note della riconciliazione

Amen

Pastora Laura Testa

Fede e musica: l’ultimo numero di Gioventù evangelica

Marco Rostan presenta l’ultimo numero della rivista della Federazione Giovanile Evangelica in Italia.
Da Riforma, settimanale delle Chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi, n. 3/2018

Chi canta prega due volte. Così si intitola uno degli articoli della rivista Gioventù Evangelica (n. 238, inverno 2016). Un titolo che riassume il tema fede e musica, sviluppato sotto diversi punti di vista, e introdotto da Samuele Carrari e Sara Rivoira. Il titolo citato è una frase di Agostino d’Ippona nel suo commento al Salmo 72. Ma quale musica è adatta alla preghiera ed esiste veramente una musica evangelica? (Enrico Parizzi).
Analogo interrogativo è quello di Nicola Sfredda, che esamina la Riforma sotto questo punto di vista: da Lutero, che voleva che tutto il popolo cantasse e quindi spesso adottava melodie conosciute, a Calvino, preoccupato che una eccessiva emotività potesse essere troppo coinvolgente e distrarre dalla Parola predicata. Questa riflessione sfocia nei canti e nelle musiche raccolte negli ultimi anni, al di fuori di quelli contenuti nell’innario della Federazione delle chiese evangeliche.
Cantare o non cantare non è comunque la stessa cosa: lo documentano i tre musicisti intervistati da Matteo De Fazio. Non dobbiamo farci sedurre alla fede dalla musica, ma farci aiutare da essa a servire Cristo.
Qui può essere di grande aiuto la presenza di un ministerio musicale: Carlo Lella, che di questo ministero è Coordinatore per conto dell’Unione delle chiese battiste, racconta la sua esperienza e anche le difficoltà (32 anni) per decidere sull’istituzione di tale ministerio.
La musica può essere anche un ponte aperto verso la città. A Napoli questa esperienza è stata vissuta dall’Euphoria Gospel Choir ed è raccontata da Emanuela Riccio.
Infine Debora Michelin Salomon presenta il lavoro che si sta facendo nel I Distretto delle chiese valdesi e metodiste, con la costituzione di una commissione musica e nelle giornate della musica (una all’anno, con vari laboratori e la partecipazione delle corali)

Entriamo nella terra promessa – Predicazione su Giosuè 1,1-9

LETTURE BIBLICHE: Giosuè 1,1-9
1 Dopo la morte di Mosè, servo del SIGNORE, il SIGNORE parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: 2 «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d’Israele. 3 Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, 4 dal deserto, e dal Libano che vedi là, sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. 5 Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. 6 Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. 7 Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. 8 Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. 9 Non te l’ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il SIGNORE, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Carissimi fratelli e sorelle,
nelle Chiese protestanti, in particolare in quella valdese, che non praticano quindi il culto dei defunti, non si celebrano messe di suffragio o di ricordo dei cari scomparsi, ma nell’uso tradizionale almeno una volta l’anno si ricordano tutti i fratelli e le sorelle nel Signore, che non ci sono più e che ci hanno lasciati proprio nell’anno trascorso.
Quest’anno 2017 è stato un anno incredibile, abbiamo celebrato la Riforma e ci siamo ricordati di tanti e tante testimoni nella fede, ma le Chiese di Mantova e Verona, legate dalla stessa cura pastorale, sono state particolarmente benedette, poiché siamo ancora tutti qui magari con qualche acciacco in più, ma vivaci e attenti all’ascolto della Parola del Signore.
Stamattina però è proprio la Parola del Signore che ci dice che Mosè è morto, e che qualcun altro dovrà prendere il testimone e portare a buon fine il viaggio verso la terra promessa.
Un passaggio ed una nomina ufficiale da parte di Dio a Giosuè, che gli dà una missione precisa di conduzione del popolo.
«Alzati, attraversa il Giordano, ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè.»
Un passaggio simbolico quindi tra un prima e un dopo, tra la terra in cui si era stranieri alla terra promessa, che Dio dona loro automaticamente, una promessa meravigliosa che si realizza al passaggio dei loro calzari. Immediatamente mi sono venuti in mente i tanti passaggi di frontiere che avvengono anche oggi da parte di svariati popoli, e il fatto che coloro che arrivano troppo spesso non ricevono la stessa certezza che avevano Giosuè ed il popolo d’Israele.
Sono tanti infatti coloro che muoiono nel passaggio, tanti quelli che non ce la fanno ad ambientarsi, troppi quelli che finiscono nelle maglie della malavita, tanti quelli che nascono e a cui è rifiutata cittadinanza e ancora di più quelli che si inseriscono, che trovano un lavoro onesto, o vanno a scuola ogni giorno, come tanti tra noi, e che però subiscono quotidianamente episodi di disarmante odio razzista.
Questo passaggio di Giosuè e del popolo non è un passaggio facile, non è un passaggio indolore perché passare una frontiera significa anche lasciare dietro di sé tante cose e tante certezze, ma significa anche concentrarsi sul futuro, perché indietro ci sono il deserto e la schiavitù egiziana.
Un passaggio doloroso e per niente pacifico, perché Giosuè non porta con sé il peccato originario di Mosè… Giosuè non ha ancora mai ucciso nessuno e non conosce il rimorso per aver causato la morte di un essere umano che aveva trasformato l’intera esistenza di Mosè.
Giosuè è un giovane condottiero, armato di ogni buona intenzione, ma certamente armato, e attraversando il Giordano porta con sé lo zelo e la forza della Conquista.
Il libro di Giosuè è il libro biblico forse maggiormente intessuto di guerre, di scontri, di violente uccisioni. Lapidazioni, roghi, distruzione, tutto in nome di un Dio che sembra approvare la guerra santa. Certamente gli scontri sono sovente il modello “tipo” per gli incontri interculturali; proviamo a riportare a qualche migliaio di anni fa i dibattiti attuali, anche molto “civilizzati”, rispetto alla questione dello Ius Soli, o all’accoglienza dei rifugiati, alle polemiche e alle ronde contro gli stranieri. Ad esempio intuiamo la pericolosità e la tensione nella dinamica tra Israele e Palestina nello scenario politico internazionale degli ultimi mesi, rispetto alla questione di Gerusalemme come capitale.
Cari fratelli e sorelle, ma davvero Dio approva la guerra? Veramente Dio spalleggia Giosuè in questa sua campagna militare? Io non ne sono così convinta. Non sono convinta che basti scrivere Gott mit Uns sulla fibbia della cintura mentre si va a far guerra o dichiarare Dominus nobiscum prima di partire per le crociate per avere Dio dalla propria parte.
Molta della teologia ebraica ha definito un’eresia il fatto che esista uno Stato d’Israele moderno, poiché ritiene che esso debba essere unicamente frutto del dono di Dio all’ultimo giorno e non frutto dell’azione umana.
Come si concilia questa fede nel Dio di Gesù, che inizia il proprio mandato terreno proprio con le parole di cura, di salvezza e di amore per gli esseri umani, con il Dio che è portato in guerra sulle insegne?
Sorelle e fratelli, il Signore parla con Giosuè e gli dice:  «solo sii forte e coraggioso abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. 8 Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. 9 Non te l’ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il SIGNORE, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».
Dio non comanda di sterminare i nemici, dice di restare fedeli, di resistere nella fede, di non allontanare mai la Santa Parola di Dio dalla propria bocca, dalla propria mente dal proprio cuore. Una Parola che è amore, che è salvezza, che è Pace.
Giosuè e Gesù due forme gemelle dello stesso nome: Dio salva.
Giosuè però non coglie la profondità dell’appello di Dio solo sii forte e coraggioso, perché ci saranno tempi in cui sarà difficile vivere in una terra nuova, abitata già da altri, sii forte e coraggioso, perché solo attraverso il coraggio e l’inventiva si possono immaginare forme di convivenza nuove in cui gli essere umani si possano riscoprire come sorelle e fratelli.
Giosuè interpreta la vicinanza e la benedizione di Dio come un comando a distruggere il comando di Dio è invece quello di alzarsi e dia andare oltre la terra di schiavitù e del peccato che ci precede. Certamente una lezione difficile quella di oggi, che ci incontra proprio in un momento di passaggio tra un anno ed un altro, un ponte simbolico tra il passato ed il futuro. Se vogliamo accogliere il messaggio dell’Evangelo non possiamo essere come Giosuè tout court, dobbiamo fare memoria della vita di chi ci ha preceduti nella fede come Mosè. Lui, il grande condottiero e servo del Signore sapeva bene discernere tra il Dio della liberazione e il dio della conquista. Non per farci dei santi protestanti, ma per ricordarci, come diceva Bernardo di Chiaravalle, che siamo solo dei nani seduti sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto nella storia.
E’ una lezione di grande umiltà quella dell’Evangelo di oggi, poiché la muscolosità e lo zelo nazionalista conducono solo a chiusura, ad incomprensioni, a violenze e ad odio.
L’umiltà invece di coloro che si affidano al Signore, e confidano nella sua presenza costante per tutta la loro esistenza è di coloro che si aggrappano alla fede di Cristo sulla Croce.
Qualcuno certamente potrà obiettare che così però si sceglie un messaggio al posto di un altro in maniera arbitraria, ma non è così: il libro di Giosuè fu composto nel periodo successivo al ritorno d’Israele dall’esilio e descrive in maniera ribaltata ciò che il popolo fu costretto a subire dagli assiri prima e dai babilonesi poi. È il tentativo di ricostruire la memoria di un’età dell’oro in cui tutto era più bello e in cui i giovani non erano stati uccisi, ma guidavano gli eserciti in battaglia. Un urlo di dolore celato, che non può esprimersi, perché fa troppo male.
Dio il Signore è davvero con Giosuè e con il popolo, è con il popolo degli sconfitti, è con noi che proviamo a stare disarmati e vicini a chi soffre ed ha bisogno.
Il Signore è il Dio della vita e della salvezza donate in Cristo, che ancora oggi si accosta a noi con questa Parola che ci consola. Mosè è morto e anche i grandi condottieri del passato non ci sono più tocca a te attraversare il fiume e condurre il popolo, tocca a te raccontare la storia di salvezza, tocca a te essere l’esempio morale che gli altri seguiranno. Oggi tocca a te seguire il Signore… solo sii forte e coraggioso, forte dell’amore e della speranza di Cristo, coraggioso poiché colui che ha vinto la morte ti resterà a fianco tutti i giorni della tua vita.

Pastora Laura Testa

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Venerdì 19 gennaio, incontro di approfondimento: “I Valdesi: chi sono, cosa professano.”

Venerdì 19 gennaio, con inizio alle ore 16.45, presso il tempio valdese di Verona -via Duomo, angolo via Pigna, si terrà un incontro di approfondimento a cura della Past. Laura Testa sul tema: “I Valdesi, chi sono, cosa professano”. Si tratta di un appuntamento che vuole costituire un’occasione non solo per chi già appartiene alla chiesa valdese ma anche per tutti coloro che desiderano comprendere una  realtà di fede presente nel nostro Paese da otto secoli. Un modo diverso di essere chiesa rispetto a quello maggioritario in Italia e che ha profondissime radici evangeliche e storiche.

Si tratterà della fede, delle tradizioni, della storia e delle vicende di un popolo-chiesa che nella sua fedeltà all’Evangelo continua a confessare la Signoria di Cristo nel solco della tradizione evangelica riformata.

Verso la fine del XII secolo un mercante di Lione di nome Valdo predicò la povertà e l’imitazione degli apostoli: i valdesi furono scomunicati, perseguitati, dispersi, la fede fu spesso vissuta in maniera clandestina; l’adesione alla Riforma protestante di impronta calvinista nel XVI secolo sancì ulteriormente la rivendicazione di adorare Dio in libertà e secondo coscienza. Solo a partire da poco più di un secolo e mezzo iniziarono  le prime tutele ed il riconoscimento civile.

Oggi la chiesa valdese si connota per essere chiesa di  minoranza certamente, ma con una vitalità e presenza nel tessuto italiano che non è mai inosservata, una Chiesa che non cessa di professare come suo unico capo e salvatore Cristo.

 

Meravigliamoci! – Predicazione su Genesi, 8:20-9:1

LETTURE BIBLICHE: Genesi 8:20-9:1
20 Noè costruì un altare al SIGNORE; prese animali puri di ogni specie e uccelli puri di ogni specie e offrì olocausti sull’altare.
21 Il SIGNORE sentì un odore soave; e il SIGNORE disse in cuor suo: «Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo, poiché il cuore dell’uomo concepisce disegni malvagi fin dall’adolescenza; non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.
22 Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno mai».

Carissimi fratelli e sorelle,
questo testo mi è molto caro e ricordo ancora la prima volta che lo studiai con attenzione.
Ero una giovane impegnata in Chiesa, come molti dei nostri figli, e come fanno anche loro non frequentavo tanto la Chiesa locale, ma non perdevo mai l’occasione per partecipare o anche per organizzare i campi della FGEI o nei centri giovanili di Adelfia, o di Ecumene o di Agape.
In quegli anni, un grave conflitto era scoppiato tra gli adulti della mia chiesa e tutti noi ragazzi non riuscivamo a trovare il nostro spazio in Chiesa. Fino ad alcuni anni prima il nostro spazio era stato quello dell’organizzazione del bazar, dei canti del coro dei giovani, eravamo pochi, ma la nostra insegnante era magistrale nel prepararci e ci sembrava che la Chiesa fosse un luogo perfetto.
Alcune di figure di riferimento però negli anni vennero meno, alcuni morirono e “gli adulti” non riuscivano a vivere una vita comunitaria in maniera serena, anzi, talvolta non si salutavano neppure quando si incontravano per strada o al Culto.
Molti anni dopo, confrontandomi con gli altri giovani della Chiesa, con i quali il rapporto era rimasto congelato agli anni del coro giovanile, riuscimmo a dirci che ci eravamo un po’ tutti allontanati dalla Chiesa perché ci sentivamo inadeguati..
Non ci sentivamo pronti a prendere le nostre responsabilità in una Chiesa tanto difficile, dove anche gli adulti non riuscivano a destreggiarsi bene, dove le critiche reciproche erano feroci e poco fraterne. . non avevamo né il coraggio, né l’istruzione adeguata per poterci assumere la nostra responsabilità.
Ognuno di noi però “circuitava” attorno alla Chiesa dei padri e delle madri senza riuscire mai veramente ad allontanarsene, ma nemmeno ad avvicinarsi.
Fu in quel periodo che contattai il pastore in maniera diretta: insieme ad altri giovani organizzavamo un campo studi di una settimana sulla creazione e a me era toccato il compito di preparare gli studi biblici, ma da sola non ero in grado e chiesi al Pastore Klaus Langeneck che subito mi diede una mano.
Ci incontrammo alcuni pomeriggi in cui mi spiegò per filo e per segno la teologia dei primi undici capitoli del libro della Genesi e quelle che erano le “questioni” salienti sulle quali generazioni di credenti si erano interrogate, ma più di tutti mi rimase impresso questo meraviglioso finale poetico del racconto del diluvio: Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno mai».
L’intero creato viene giudicato da Dio, l’umanità è profondamente intrisa di peccato, e per questo merita la distruzione, il Diluvio è proprio l’espressione del dolore di Dio di fronte al peccato dell’umanità, ma l’amore è la cura ad ogni dolore, l’amore di Dio e la sua Grazia infinita sono più grandi del peccato dell’umanità.
Non è infatti una colpa specifica quella che Dio voglia punire, ma un’attitudine: il cuore degli uomini trama il male sin dalla giovane età… il peccato è connaturato con gli esseri umani, nemmeno Noè e la sua famiglia ne sono immuni, non esiste infatti nemmeno uno che sia veramente giusto, se non colui o colei che sono resi giusti da Dio nella fede in lui.
Dio dunque decide di amare la sua creatura così com’è… fallace e “fallata”, Dio decide di amare te e di amare me proprio così come siamo, non perché le nostre vite sono sante, ma perché Egli è il Santo, l’Eterno Amore che può condurre tutto a sé e cambiare il corso della nostra vita.
Non ci meravigliamo quindi se le nostre Chiese non sono un luogo dove l’armonia regna sempre sovrana, non ci meravigliamo se nel mondo ci sono le guerre, non ci meravigliamo se esiste il razzismo, lo sfruttamento sul lavoro, gli omicidi, la cattiveria, l’odio e la divisione: no, non ci meravigliamo di questo, perché il nostro cuore è malvagio, e (come ribadiva anche Giovanni Calvino) l’essere umano è figlio del peccato.
Meravigliamoci invece per la promessa di Dio, meravigliamoci perché Egli è fedele, meravigliamoci perché l’amore di Dio ci incontra ogni giorno della nostra vita, meravigliamoci perché in Cristo siamo figli e figlie di Dio riscattati dal peccato!
Meravigliamoci perché finché dura la terra semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno mai.
In una meravigliosa danza di vita che accompagna i tempi della svariata grazia di Dio che si dispiega nella nostra vita.
Meravigliamoci anche oggi per un piccolo gesto di gentilezza, per il dono della vita che non è mai scontato e per l’amore di Cristo che una volta per tutte ci libera dal peccato.
AMEN

Pastora Laura Testa

Un’azione responsabile e solidale nel mondo – Predicazione di domenica 18 novembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Luca 16, 1-10

Diceva anche ai discepoli: «C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.

Cari fratelli e sorelle, la parabola, proposta dal lezionario “un giorno una Parola” per la meditazione di oggi, sembra essere più ermetica di tante altre, ma sappiamo che Gesù in tutti i suoi discorsi e parabole vuol fare emergere la realtà dell’amore di Dio, l’invito al ravvedimento, l’attesa per il Regno.

Per comprendere il senso della parabola dobbiamo innanzi tutto capire le azioni dei protagonisti e trarre da queste il giusto insegnamento.
Abbiamo il ricco padrone che sembra non curarsi troppo dei propri averi, vive di rendita ed ha alle sue dipendenze un servitore che cura i suoi interessi; Abbiamo un servitore con delega da parte del padrone a condurre affari nel suo nome, infatti la sua firma sugli atti di compra – vendita era valida e legale, come quella del suo padrone.
Questo amministratore, dal momento che agisce senza controlli conduce una vita al di sopra delle sue possibilità, sperperando i soldi del padrone.

Gli ascoltatori della parabola, oltre ai discepoli espressamente citati, sono anche i farisei, noti per la loro cupidigia ed avarizia ed è verosimile che rimangano fortemente delusi nell’ascoltare di un padrone che loda un servitore chiaramente disonesto.

Poi ci sono i debitori, persone che dovevano somme notevoli al ricco padrone e che improvvisamente vengono chiamati, non per onorare i propri debiti, ma per vederseli in parte diminuiti, generando un notevole risparmio sul dovuto.

A questo punto, inquadrati i personaggi possiamo passare alla trama del racconto: qualcuno, come sempre succede, per invidia, per vendetta verso il servitore o semplicemente per far apparire il padrone come un sempliciotto va a raccontargli che il suo servitore sta sperperando la sua ricchezza.
Di fronte a questa informazione il padrone non può fare a meno di verificare se le accuse sono fondate o meno, chiama il servitore e gli ordina di portargli la contabilità aggiornata, aggiungendo che se le accuse risulteranno fondate egli non potrà più essere il suo amministratore, anzi verrà licenziato.

Il servitore si rende conto di essere stato scoperto e con sano pragmatismo unito alla lungimiranza di quel che avverrà, dopo aver presentato i conti, perfettamente consapevole di non avere la forza di svolgere un lavoro manuale e di provar vergogna nel chiedere l’elemosina, decide di prepararsi un futuro creandosi delle amicizie, ancora una volta a scapito del padrone, scontando ai debitori gli importi che essi dovevano al suo padrone.

A chi doveva 100 barili di olio fa lo sconto del 50% facendogli risparmiare circa 500 denari; a chi gli doveva cento misure di grano fa lo sconto del 20%, realizzando per lui lo stesso risparmio del primo e lo fa nella piena legalità.

Si tratta di risparmi notevoli, un favore che i debitori avrebbero ricambiato accogliendo chi li aveva concessi.
Quando il padrone viene a conoscenza di quel che aveva fatto il suo amministratore, invece di licenziarlo e mandarlo in galera lo loda perché ha agito con scaltrezza.
Perché l’ha fatto? Perché non ha denunciato le malefatte del suo servitore?

Perché Dio di fronte al nostro peccato non ci punisce? Anzi ci viene annunciata la Sua Grazia ed il Suo amore?
Il ricco padrone si comporta in modo strano, incomprensibile per la nostra logica basata sul raziocinio ed il rispetto della legge.
Il padrone sicuramente non approva il fatto che l’amministratore abbia sperperato il suo denaro, si rende conto che l’azione del servitore torna a suo vantaggio, consentendogli di apparire giusto e generoso nei confronti di coloro che gli dovevano denaro, ma loda la sua prontezza nel risolvere un suo problema personale in vista di un futuro sicuro.

Il vangelo di Luca riporta molti passi di condanna verso i ricchi, verso la ricchezza accumulata ingiustamente, a partire dall’affermazione di Gesù che è più facile ad un cammello di passare per la cruna di un ago che ad un ricco di entrare nel regno dei cieli, per finire con l’ammonimento che non si possono servire due padroni: Dio e mammona.

Gesù stupisce i suoi ascoltatori, e non è la prima volta. Li stupisce quando guarisce gli stranieri e i peccatori, quando agisce di sabato, o ancora quando presenta la figura positiva del samaritano rispetto a quelle del fariseo e del dottore della legge che passano volutamente dall’altra parte della strada per non farsi carico delle esigenze del prossimo bisognoso di aiuto.

La prosperità, la ricchezza erano considerati segni della benevolenza di Dio, ma Gesù condanna la sete di potere, l’accumulazione della ricchezza fine a se stessa, l’asservimento al dio mammona, nella vana speranza di ricavare appoggio e sicurezza dai beni, dal denaro, dal potere considerati come un idolo al quale sacrificare la propria vita.

La benevolenza di Dio esige in cambio il rispetto del comandamento d’amore che recita: “ amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua e con tutta la tua mente” , perché come scrive Bonhoeffer, se non amiamo Dio, lo odiamo. Non c’è via di mezzo: Dio è Dio, perché può essere solo amato o odiato. O ami Dio oppure i beni del mondo.

Molta gente e nazioni intere hanno amato i beni del mondo più di Dio ed hanno accumulato enormi ricchezza mediante lo sfruttamento, e l’accaparramento delle materie prime dei paesi più poveri, costringendoli poi ad indebitarsi per comprare armi, per combattere guerre tra diseredati.
Ricchezze ingiuste, accumulate solo per servire il Dio mammona, fondate sulla miseria di intere popolazioni, costrette a migrare, ad elemosinare la benevola accoglienza dei paesi ricchi.

Una cosa è sicura: saremmo ben felici se un economo un po’ furbo si proponesse di dimezzare l’importo del debito dei paesi del terzo mondo, realizzando un concetto di giustizia assai vicino alla giustizia di Dio.

E poi Gesù aggiunge un’altra parola egualmente sconvolgente, dice:
“Perché i figli del mondo attuale sono più sensati dei figli della luce con la loro generazione”. Che cosa intende Gesù? Intende dire che, in specifiche circostanze, i figli del mondo, cioè le persone che non hanno fede, possono essere dati in esempio ai figli della luce, ovvero ai credenti. Perché?

Perché appunto, in certe circostanze, è importante vivere e agire nel mondo e non disprezzarlo, quello di Gesù è un invito all’azione responsabile, sensata,
ragionevole nel mondo.
Ma allo stesso tempo Gesù rinnova la vocazione rivolta ai figli della luce affinché abbandonino definitivamente le tenebre.
Perché saremo anche figli e figlie della luce ma per il momento siamo tutti nelle tenebre.
Alla fine Gesù dice: procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.

Noi siamo ricchi poiché il Signore continua a colmarci di doni, ma la nostra ricchezza, affinché non sia disonesta, dobbiamo metterla a disposizione del nostro prossimo, dobbiamo essere onesti e fedeli, perché nessuno ci può togliere la speranza di un’altra giustizia, quella di Dio, nessuno ci può impedire di credere che da questa crisi tremenda possano rinascere un senso civico e un desiderio comune di lavorare per il bene della città.
E il bene della città consiste nell’annuncio della Grazia di Dio, donata a tutti, senza compromessi e riserve, costruendo con il nostro prossimo una trama di relazioni tessuta con la solidarietà e l’amore fraterno.
Amen

Pastora Laura Testa