Rebecca e Maria di Magdala detta Maddalena

Cosa accomuna due figure tanto distanti cronologicamente? La fede e la “familiarità” con Dio.

Rebecca, Rivka, è la più potente tra le matriarche e tra le donne della Bibbia è quella che parla di più di tutte le altre: lei parla con il servo di Abramo, parla con la propria famiglia e dà il proprio assenso al fidanzamento con Isacco; Riceve la benedizione ancestrale sulla propria discendenza.

Rebecca è l’unica donna della Biblia Hebraica di cui si narri che rivolge un oracolo al Signore e lo interpreta decidendo le sorti di Giacobbe e di Esaù, designando il proprio erede.

Una donna forte, che agisce per salvaguardare la fede ancestrale della propria famiglia e prende decisioni in maniera autonoma. Rebecca e le sue scelte rivelano però una politica conflittuale e nazionalista, che verrà superata dopo lunghe traversie nell’etica di Israele che accoglie anche i figli della straniera come parte del popolo.

Maddalena è “la” discepola di Gesù per eccellenza, colei che “condivide” con lui la testimonianza, lo accompagna fino al Golgota e lo incontra in visione dopo la Resurrezione.

Una discepola che sembra conoscere Gesù e la sua visione anche meglio di Pietro, Andrea e Levi, la cui testimonianza è stata riportata in tantissima letteratura apocrifa e il cui ricordo non è taciuto nel Secondo Testamento a significare il forte contributo e la presenza delle donne al fianco di Gesù.

Pastora Laura Testa

 

Chi volete che vi liberi? – predicazione del Venerdì Santo

Letture bibliche: Matteo 27,15-26

Ogni festa di Pasqua il governatore era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva. Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba. Essendo dunque radunati, Pilato domandò loro: «Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?». Perché egli sapeva che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: «Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. E il governatore si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Quale dei due volete che vi liberi?» E quelli dissero: «Barabba». E Pilato a loro: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo?» Tutti risposero: «Sia crocifisso». Ma egli riprese: «Che male ha fatto?» Ma quelli sempre più gridavano: «Sia crocifisso!». Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’ acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Cari fratelli e sorelle, “chi volete che vi liberi?” è la domanda cruciale che Pilato rivolge alla folla, eterna domanda che è rivolta anche a noi qui stasera. Un quesito che interpella un’umanità che non riesce ad essere fedele e il Signore che invece ci offre, a costo del suo stesso figlio, la salvezza.
L’evangelista Matteo, sembra cercare dei colpevoli per la morte di Gesù, ma chi può sostenere la responsabilità di questa scelta se non Dio stesso?
E’ possibile che di fronte alle situazioni estreme anche noi abbiamo avuto la tentazione di cercare uno o più colpevoli per il male che avveniva attorno a noi. Nel racconto si attua lo stesso meccanismo: La ricerca di un capro espiatorio che possa liberare il popolo, i sacerdoti, gli scribi, gli anziani e Pilato dalle ansie e soprattutto dalle responsabilità.
Iniziano un indagine e un dibattito su un condannato: Gesù detto il Cristo.
Quali sono le accuse? Di cosa è responsabile? Sappiamo dall’evangelista che Gesù è stato consegnato dai Sommi Sacerdoti e dagli Anziani per invidia.
Cari fratelli e sorelle, l’invidia è uno tra i sentimenti più potenti che esistono: amplifica la grettezza umana innescando un circolo vizioso nel quale anziché spingerci a migliorare ci fa sprofondare sempre più in basso.
Gesù è invidiato perché agisce e parla coerentemente alla Parola di Dio. Egli propone una verità e una fede diverse da quelle che vengono annunziate nel tempio: Gesù parla del Regno che viene, ci racconta l’amore e la misericordia di Dio.
Tutte cose semplici, ma forse troppo difficili da comprendere e da credere. Gesù mina alla base un impianto di fede, un sistema di intercessioni, una macchina di controllo sociale e di potere perfetta che non può essere fermata. Gesù è troppo pericoloso per rimanere in vita:
Gesù deve morire.
Quante volte anche noi nelle nostre vite di uomini e di donne ci siamo ritrovate a fare i conti con gli stessi sentimenti? Quante volte… per invidia o per paura di perdere i nostri piccoli dominî di certezza siamo stati tentati, di allontanare un messaggio destabilizzante?
Inaspettatamente una donna la moglie di Pilato, manda a dire qualcosa “niente (vi sia) tra te e questo giusto: oggi, in sogno, ho sofferto molte cose a causa sua”. La donna porta un messaggio altrettanto destabilizzante: Gesù è innocente!
Incredibile perché implica che l’accusato è il Messia, il Cristo, Colui che tutti avevano tanto atteso, ma anche per via dello strumento umano che lo porta: una donna, una pagana, moglie dell’odiato e sanguinario governatore… l’ultima dalla quale ce lo saremmo aspettati.
Forse questo ci può far riflettere sul fatto che la verità, quella vera, quella santa, quella che scaturisce unicamente dall’evangelo, arriva nei modi, nei momenti e dalle persone più inaspettati, a volte pure da quelli indegni. Una riflessione importante, per noi che siamo protestanti che separiamo il latore della notizia dalla notizia per sé. Noi non abbiamo bisogno di una casta separata, di un sacerdozio specializzato e separato dal resto del mondo per accogliere l’Evangelo. L’Evangelo è notizia grazie allo Spirito Santo che ne permette la trasmissione e non grazie alla presunta santità di chi lo annuncia.
Pilato, questa Verità, la intuisce e forse ha paura di uccidere un uomo giusto, ma come sovente avviene a chi non possiede alcuna forza morale scarica le proprie responsabilità sugli altri.
Pilato chiede alla folla che vuole liberare Barabba: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo”?
E la risposta della folla è terribile e vile: “Sia Crocifisso!” . La folla non conosce perdono o misericordia, vuole solo che Barabba sia libero.
“Ma che male ha dunque fatto?!”… “SIA CROCIFISSO!”
Gesù deve morire, e il senso di questo dialogo tra Pilato e la folla non è più scontato: esso è vitale per tutti e per tutte noi!
Pilato da governatore infame e sanguinario si trasforma in testimone della salvezza.
La folla, pronuncia la sentenza su Gesù e su sé stessa, confermando la grande arroganza umana che si prende responsabilità che non sa mantenere e dice: “il suo sangue sia sopra di noi e sui nostri figli”.
Una folla che crede di sapere cosa sia giusto per il popolo, ma non vede il Salvatore del mondo. La folla si prende la responsabilità della morte del Giusto.
Pilato “Allora liberò loro Barabba”.
Barabba, ironicamente significa il figlio del padre, Gesù invece, figlio del Padre Santo, muore di croce sostituendosi al ladrone e a noi.
Amen

Pastora Laura Testa

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“Semi di pace” a Verona, mercoledì 11 aprile: testimonianze di chi costruisce pace in Israele e nei Territori palestinesi.

Appuntamento di spessore mercoledì 11 aprile, con inizio alle ore 20.30, presso il tempio valdese di Verona, in via duomo, angolo via Pigna: si terrá un incontro aperto a tutti gli interessati in relazione al Progetto Semi di pace, XX edizione.

Nella profonda convinzione che Dio non appartenga ad una religione in particolare e che la regola aurea del “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te stesso” sia patrimonio comune delle fedi che animano l’umanità intera, volentieri sosteniamo e diamo spazio come chiesa valdese di Verona a occasioni di questo tipo. Esse infatti consentono testimonianze preziose, momenti da divulgare e custodire, possibilità di riflessioni non superficiali e rare occasioni di confrontarsi con persone che vivono e sono impegnate nella costruzione di percorsi di pace in contesti indubbiamente difficili, dove andare controcorrente non è certo scontato. Sono momenti che non possono non riportarci alle parole stesse del Maestro: “Beati gli operatori di pace …”.

Semi di Pace è un progetto promosso dalla rivista Confronti con il sostegno dell’8 per mille della Chiesa valdese (Unione delle chiese valdesi e metodiste), per dare voce a israeliani e palestinesi impegnati nell’educazione alla pace e al dialogo interreligioso.

Il progetto si propone di mostrare la complessità della situazione in Medio Oriente attraverso la viva testimonianza di persone che lavorano quotidianamente per il dialogo nelle diverse realtà in Israele e nei Territori palestinesi.

Semi di Pace è, infatti, un programma di incontro tra testimoni di pace, opinion leader, rappresentanti di comunità religiose, intellettuali, studiosi e rappresentanti di organizzazioni, israeliani e palestinesi, che vengono in Italia sia per mettere a confronto le proprie esperienze, sia per condividere con il pubblico italiano le loro analisi.

La formula che caratterizza il progetto è la divisione dei testimoni in coppie composte sempre da un israeliano e un palestinese, che si mettono a disposizione per incontrare i gruppi, le associazioni e le istituzioni che richiedano la loro testimonianza.

In virtù di questa caratteristica, Semi di Pace rappresenta per il pubblico italiano un’occasione unica per venire a conoscenza e confrontare i diversi punti di vista sulla situazione e sulla politica in Israele e nei Territori palestinesi così come vengono formulati e esplicitati dai diretti interessati, senza che ad essi venga posto il filtro di un’interpretazione “altra”. È altresì un modo per entrare in diretto contatto con rappresentanti di movimenti, organizzazioni e istituzioni che scelgono la via del dialogo e della riconciliazione.

Semi di Pace è un progetto giunto alla XX edizione e a cui hanno partecipato, nel corso degli anni, testimoni di pace, opinion leader, rappresentanti di comunità religiose, intellettuali, studiosi e rappresentanti di organizzazioni, fra cui: Parents Circle, Neve Shalom – Wahat al-Salam, Interfaith Encounter Association, Givat Aviva, “La via di Abramo”, NAFS, Windows for Peace, International Centre di Betlemme, Open Hause di Ramle, Peace Now, Hand in Hand, Al-Liqa, Hagar: jewish-arab education for equality, Road to Recovery…

La XX edizione di “Semi di pace”, vedrà il coinvolgimento delle seguenti organizzazioni:

Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione pacifista composta esclusivamente da famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto in comune la sorte di vedere i propri familiari morire a causa del conflitto. Sono anche famiglie che non hanno voluto reagire al trauma del lutto con la volontà di vendetta e di odio, ma hanno preferito ricercare il dialogo e la riconciliazione con l’altro, per arrestare lo spargimento di sangue e operare a favore della pace.

Parents Circle è nata nel 1995, per iniziativa di Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso da affiliati ad Hamas l’anno precedente. Oggi ne fanno parte seicento famiglie israeliane e palestinesi che conducono un’azione comune per la costruzione della pace. Molte le attività promosse dall’associazione: incontri di dialogo per giovani delle due comunità, meeting pubblici tra le famiglie delle vittime, azioni di solidarietà e programmi educativi con il coinvolgimento delle due parti, sito internet in versione araba ed ebraica. La comunità di Facebook “Crack in the wall”, che conta oltre 28.000 membri, agisce per creare una crepa nel muro, impegnando palestinesi e israeliani nel dialogo e fornendo una piattaforma per esprimersi nella propria lingua, poi tradotta all’altro.

Per maggiori informazioni: http://www.theparentscircle.com

Road to Recovery è un’organizzazione binazionale fondata da Yuval Roth (già membro di Parents Circle Families Forum) al fine di fornire supporto medico alla popolazione palestinese, con particolare attenzione ai bambini che necessitano di cure e assistenza impossibili da trovare nei Territori palestinesi e a Gaza. Per questi bambini e per i propri genitori, infatti, i costi per il trasporto in ospedale sono proibitivi, specialmente nei casi in cui le cure devono essere reiterate. Questo importante lavoro è fatto perlopiù su base volontaria ed è portato avanti da israeliani che riconoscono l’importanza nella missione dell’associazione e hanno deciso di donare il proprio tempo e l’utilizzo dei personali mezzi di trasporto per trasportare palestinesi bisognosi. Uno dei compiti più delicati, in tal senso, è “scortare” i palestinesi dai propri luoghi di abitazione attraverso i checkpoint fino agli ospedali israeliani. Questo lavoro, chiaramente, non potrebbe essere possibile senza il supporto di palestinesi che svolgono il lavoro di facilitatori con i pazienti. Road to Recovery è affiliata ad altre organizzazioni attive nel dialogo fra israeliani e palestinesi, fra le quali: Doctors for Human Rights, Basmat el Amal, Rabbis for Human Rights.

Per maggiori informazioni: http://www.roadtorecovery.org.il

I due testimoni dell’associazione israelo-palestinese Road to recovery che interverranno quindi in occasione dell’incontro di Verona saranno:

Piera Edelman , israeliana, ha 56 anni ed è madre di 3 figli. Originaria del Sud Africa, Piera è emigrata in Israele nel 1979, all’età di 17 anni. È assistente sociale in case di cura per anziani e vive nel nord di Israele. Piera sul piano religioso si definisce osservante con una visione pluralista. Piera ha sposato il suo primo marito, Chovav Menachem Landau quando aveva 20 anni. Erano sposati da 6 mesi e aspettavano il loro primo figlio quando Chovav è stato ucciso in battaglia il 10 giugno 1982, nella prima guerra del Libano. Aveva 23 anni. Il suo funerale si è tenuto nel 21° compleanno di Piera, il 17 giugno 1982. Un anno dopo è nato Menachem (che significa in ebraico “conforto”). Piera si è risposata quando Menachem aveva quasi 2 anni e ha avuto altri due figli. Diversi anni dopo è nato in lei l’interesse di conoscere gli arabi presenti nel quartiere, per capire chi fossero e quale fosse la loro visione del mondo. Si è unita a diversi gruppi interreligiosi, ma presto si fatta strada in lei la volontà di incontrare i palestinesi della Cisgiordania.

Dopo aver partecipato a uno degli incontri di dialogo fra israeliani e palestinesi, Piera si è unita al Parents Circle – Families Forum sentendo di aver finalmente trovato quello che cercava. Piera crede fermamente nel messaggio di tolleranza, dialogo e riconciliazione del PCFF: “Mi sento sempre ispirata quando sono con i miei amici palestinesi, e in particolare quando condividono i loro percorsi individuali, che dimostrano con certezza che abbiamo un partner per fare la pace”.

Rasha Obeid , palestinese ha 31 anni e ha ottenuto un bachelor in amministrazione aziendale e contabilità. Vive e lavora a Betlemme.

Rasha ha perso suo nonno, Zein Aldein, nella battaglia di Al-Karameh nel 1968. Zein a quel tempo faceva l’autista e lavorava tra Giordania e Palestina, trasportando cibo e merci a favore dei rifugiati palestinesi. La famiglia di Rasha non sapeva che Zein fosse impegnato nei luoghi della battaglia e quando sparì senza dare notizie o informazioni. Dopo aver cercato nei vari ospedali si ebbe la speranza potesse essere stato arrestato dal governo israeliano ma ben presto anche questa ipotesi fu da scartare. Solo alla fine degli anni ’90 è stato rilasciato un certificato di morte ufficiale per Zein Aldein, senza che fossero consentite ulteriori indagini riguardo alle circostanze della sua morte o luogo di sepoltura.

Rasha è diventato membro di PCFF dopo aver partecipato alle sessioni di narrazione parallela. Sebbene inizialmente Rasha fosse riluttante ad aderire al PCFF, si è presto sentita parte di una grande famiglia: “La nostra storia non finisce mai, in ogni famiglia palestinese c’è una storia e ogni storia è unanuova vita per una nuova generazione”.

Un nuovo cielo e una nuova terra – Sermone di Domenica 25 marzo 2018

LETTURA BIBLICA

Ap 21,1-7; 10-18

Ap 21:1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

6 Ecco sono compiute!

Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

acqua della fonte della vita.

7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

10 Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, 11 con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. 12 Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. 14 Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello.

15 E colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 E la città era quadrata, e la sua lunghezza era uguale alla larghezza; egli misurò la città con la canna, ed era dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza erano uguali. 17 Ne misurò anche le mura ed erano di centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, adoperata dall’angelo.

18 Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo.

SERMONE

Qualche tempo fa sentii un comico, uno sagace, capace di una satira intelligente, riferirsi un po’ sprezzantemente ai cristiani come a coloro che credono ad un libro che racconta “Favolette”. Penso che allora riterrebbe l’intero libro dell’Apocalisse come il non plus ultra della fantasia. Bestie, città celesti, stagni di fuoco. Nella peggiore delle ipotesi un corteo carnevalesco, nella migliore una storiella consolante che promette felicità future in grado di ripagarci per le sofferenze di questa vita, magari invitandoci a sopportarle, a rassegnarsi.

Il brano naturalmente non è nulla di tutto questo, in realtà è molto concreto e attuale. Dietro una simbologia ricca ed imponente trasmette messaggi che parlano della realtà di allora, di quando il brano fu scritto, e che valgono oggi più che mai. Attraverso il simbolo ed il linguaggio liturgico che permea l’intero libro dell’Apocalisse, l’autore getta un altro sguardo sulla realtà che non si riduce a quanto si constata con la visione umana. L’autore non sa solo guardare oltre, guarda anche attraverso.

Sono tre gli aspetti del testo sui quali ci soffermeremo oggi:

1.LA LIBERTA’: Chi imprigiona l’uomo e chi lo libera

2.IL NOSTRO PRESENTE: Di fronte ai poteri di questo mondo cosa possiamo fare noi e soprattutto come: ecco il messaggio di interpellanza dell’Apocalisse, che ci interroga riguardo il nostro presente;

3.IL NOSTRO FUTURO: il messaggio di speranza, che ci invita a non distogliere lo sguardo dal futuro che ci attende e di viverlo da ora perchè è già iniziato

Primo punto: chi ha il potere, chi governa i destini dell’umanità? Roma in quei tempi. Giovanni è un esiliato, scrive dall’isola di Patmos, un’isoletta del Mar Egeo dove la potenza imperiale romana lo aveva confinato. Era pratica comune allora, sotto l’imperatore Domiziano, destinare appunto al confino i colpevoli -diremmo oggi- di reati di opinione. Opinioni che Giovanni , il Veggente, continua ad esprimere anche nella prigionia. Non favolette dunque, magari delle quali sorridere, ma temi che Roma prende molto sul serio. Egli scrive di Gerusalemme, che era stata rasa al suolo circa vent’anni di prima al termine di una guerra che aveva decimato la popolazione della Giudea, e che egli vede, non solo risorgere ma addirittura scendere dal cielo, in un momento in cui il suddito romano dabbene, meglio avrebbe fatto a non nominarla neppure. Giovanni difatti è allontanato perché nella nuova Gerusalemme che lui vede, si dichiara che la fine dei tempi è la fine delle potenze, la nuova Gerusalemme sostituisce i tentacolari spazi umani rappresentati da Roma. Quando? In un giorno lontano? In un futuro incerto? Non è quanto il Signore vuole farci sapere, abbiamo letto: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro … “ è il tema della presenza di Dio con gli uomini che è inaugurata da Cristo, sentiamo qui risuonare le parole del Vangelo di Giovanni: “La Parola è diventata carne ed ha abitato per un tempo tra noi”. Quanto minaccia il potere degli uomini, espresso come oppressione, violenza, sfruttamento, sradicamento, dominio sui corpi e sulle menti, asservimento, non è quindi una liberazione che ci sarà ma che c’è! Riguarda anche noi, oggi! La liberazione è già inaugurata, da Cristo. Una liberazione che nessuno può togliere. La liberazione interiore quando si realizza non è qualcosa che viene concesso, e che quindi può essere ripreso ed è sempre feconda, foriera di rinnovamento. Questo Roma lo aveva capito benissimo, ecco la pericolosità di Giovanni, la pericolosità di Cristo, in grado di sconvolgere il sistema imperiale, in grado di sconvolgere il sistema attuale!

Arriviamo al secondo punto: cosa possiamo fare noi di fronti a i poteri di questo mondo. Il libro dell’Apocalisse ci interroga, come interrogava le comunità cristiane della fine del primo secolo cui si rivolgeva. La società romana funzionava bene, il diritto romano si studia ancora oggi, per l’epoca era finanche accogliente, massacri e crocifissioni in grande stile a parte. Era -tutto sommato- piuttosto facile adagiarvisi: una pax romana che garantiva i commerci, quel minimo di ossequio all’autorità (un piccolo sacrificio all’imperatore, ma tanto per farlo) , il rispetto delle leggi -qualunque esse fossero- ma ve n’erano di peggio, assolutamente niente di sovversivo per carità e la vita scorreva tranquilla. Bastava tenere gli occhi un po’ socchiusi, di fronte a quanto sfruttava in realtà l’umanità e ne conquistava anche le menti. Accontentarsi, adagiarsi nella società del periodo, conformarsi alle pratiche sociali romane: che bello! Non è bello anche oggi? Chiudere gli occhi è facile, ed è facile diventare pigri, rassegnati, tiepidi -come ci dice in un altro passo l’Apocalisse. E’ facile farsi addormentare da notizie distraenti, facile credere a quanto ci viene raccontato dai media, facile essere manipolati, facile pensare che l’economia o la politica attuali siano buone, solo perché tengono al caldo e sfamata una parte dell’umanità, l’importante è essere dalla parte giusta. Essere cristiani dovrebbe vederci come una pietra, salda, in mezzo a un torrente, che non rotola e non segue la corrente, che vi si oppone. Ma certo l’acqua si infrange con forza contro la pietra. Sappiamo essere pietra senza rotolare a valle trascinati dall’acqua? Sappiamo in vista del tempo nuovo, vivere saldamente ed instancabilmente il tempo della testimonianza missionaria ed il tempo della presenza del Risorto? Per opporsi alla forza dell’acqua che ci vuole trascinare a valle occorre una forza che non è nelle possibilità umane. La buona volontà non basta, le intenzioni nemmeno, cosa allora? La Grazia lo rende possibile! La Grazia. Calvino parlava della “nostra totale incapacità di fare il bene”, occorre saperlo, allora quanto facciamo sarà guidato dalla Grazia.

Terzo punto: il messaggio di speranza. “Cielo nuovo e terra nuova”, un rinnovamento del creato, l’eliminazione delle cose vecchie, il mare -che simboleggia il male- sparisce. Sono parole che ci comunicano con grande sobrietà che assisteremo ad una nuova creazione, basta su un nuovo ordine e rigenerata da Dio. Sono parole di grande tenerezza dove possiamo cogliere qualcosa della infinita misericordia divina, del profondo amore che nutre per noi: “Asciugherà ogni lacrima…non vi sarà morte, lutto , affanno perché le cose di prima sono passate”. Il rinnovamento del creato quindi che, attenzione, non è disgiunto dal rinnovamento delle persone. Il nuovo creato inizia con le nuove creature, oggi, in Cristo . Come abbiamo letto anche nell’epistola di Paolo si dichiara che le cose vecchie sono passate perché in Cristo si è persone nuove! Cielo e terra nuovi non rappresentano quindi solo uno sguardo su un futuro lontano ma anche il rinnovamento del nostra vita attraverso la comunione completa e perfetta col Signore. Il tabernacolo di Dio con gli uomini significa proprio questo. Significa che il viaggio verso la nuova Gerusalemme è già iniziato, in Cristo! Pensiamo allora a quando siamo in procinto di partire per un viaggio, cosa facciamo ? Ci informiamo su voli aerei, treni, soggiorno, hotel. Se è un viaggio di piacere studiamo le guide turistiche, le località da ammirare, i musei da visitare. Mentre lo facciamo in qualche modo ci vediamo già lì, proviamo già alcune delle emozioni che ci attendono. Pensiamo ad esempio di prevedere una visita ad un capolavoro dell’arte: alla pietà di Michelangelo, oppure un quadro di Van Gogh, la notte stellata ad esempio. Pregustiamo la bellezza di quanto ammireremo e ci emozioniamo. Studiando queste meravigliose opere dell’ingegno umano a casa, osservando le foto, ne comprendiamo la grandezza e tutto questo è già parte del momento in cui le vedremo di persona. Analogamente quanto viviamo oggi in Cristo fa già parte del mondo che verrà, ne è un anticipo. Cristo nelle nostre vite anticipa la nuova Gerusalemme che infatti non avrà tempio come recita il testo più avanti, perché la presenza di Dio con i suoi sarà una presenza viva e reale , costante.

Dobbiamo stare quindi molto attenti care sorelle e cari fratelli che lo sguardo rivolto al futuro non ci ponga in una situazione di stallo. Siccome lì arriveremo, speriamo di arrivarci presto: sarebbe un ragionamento che ci porta a fuggire da quel viaggio che in Cristo si è già intrapreso e che va vissuto pienamente perché questo è quanto il Signore ci chiede. Questo non significa che non dobbiamo pensare alla meta finale, alla Gerusalemme celeste, è infatti una visione stupenda e piena, meravigliosa. Il libro dell’Apocalisse descrive la nuova Gerusalemme e lo fa in maniera trascendente e concreta al tempo stesso. Trascendente: un cubo di 2500 km di lato, lo immaginate? Come se un lato iniziasse a Verona e terminasse a Mosca; con mura di 180 metri. La città è un cubo d’oro tempestato di pietre preziose. Non dobbiamo interpretarlo letteralmente la descrizione è simbolica. Si tenta di descrivere qualcosa di diverso da quanto ci circonda , di difficile rappresentazione ma che è altro rispetto ad una comune città, completamente diverso da Roma, dalla società dal in cui viviamo. al tempo stesso la città è descritta concretamente , ne possiamo percepire la solidità: massiccia, robusta, ricca di dettagli. Cosa significa? Che sarà un mondo nuovo, libero da oppressioni, morte e dolore ma che sarà reale!

In conclusione sorelle e fratelli,

-LIBERTA’. La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: chi libera le donne e gli uomini? E’ Cristo, che è potere di Dio che libera dai poteri terreni che imprigionano e che nessuno può toglierci.

-IL NOSTRO PRESENTE:Siamo chiamati a non adeguarci , non adagiarci in una società che magari ci accontenta ma che non è giusta: gli ultimi non mancano di certo. Come? Non contando sulle nostre forze ma affidandoci alla Grazia, fiduciosi che Dio agisce e quindi vivendo questo tempo come quello della testimonianza, della missione, in Cristo, per gli altri.

– IL NOSTRO FUTURO: lasciamoci rassicurare dalle promesse divine della nuova Gerusalemme, Dio stesse intende sottolinearlo: “queste parole sono certe e vere”, come a dirci: “Fidati, sarà così, sarà lo spettacolo più bello del mondo e sai cosa? E’ già iniziato in mio Figlio, vivi la tua vita. Con le sue difficoltà ma pienamente, in Cristo, fino in fondo, ne vale la pena , io pongo la mia tenda nella tua esistenza, non perderti nulla del viaggio, da subito!

Amen

Alessandro Serena

Quando verrò e vedrò il volto di Dio? Predicazione di domenica 11 marzo 2018

LETTURE BIBLICHE: salmo 42 , 43; Esodo 33,18-23; Giovanni 20, 11-18

Salmo 42

Sal 42:1 Al direttore del coro.

Cantico dei figli di Core.

Come la cerva desidera i corsi d’acqua,

così l’anima mia anela a te, o Dio.

2 L’anima mia è assetata di Dio,

del Dio vivente;

quando verrò e comparirò in presenza di Dio?

3 Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,

mentre mi dicono continuamente:

«Dov’è il tuo Dio?»

4 Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla

verso la casa di Dio,

tra i canti di gioia e di lode

d’una moltitudine in festa.

5 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

6 L’anima mia è abbattuta in me;

perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,

dai monti dell’Ermon, dal monte Misar.

7 Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;

tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.

8 Il SIGNORE, di giorno, concedeva la sua grazia,

e io la notte innalzavo cantici per lui

come preghiera al Dio che mi dà vita.

9 Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?

Perché devo andare vestito a lutto per l’oppressione del nemico?»

10 Le mie ossa sono trafitte

dagli insulti dei miei nemici

che mi dicono continuamente: «Dov’è il tuo Dio?»

11 Perché ti abbatti, anima mia?

Perché ti agiti in me?

Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;

egli è il mio salvatore e il mio Dio.

SERMONE

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

questa affermazione e questa domanda sono la traduzione cattolica dell’inizio del Salmo 42.

Queste parole saranno il centro della mia predicazione di questa mattina.

L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Solo quando l’acqua ci manca, ci accorgiamo che è indispensabile per la vita. Che la sete è insopportabile. Il caldo, l’abbandono, lo sforzo troppo prolungato generano stress e disidratazione. Il nostro corpo è costituito per l’90% di acqua, se perdiamo troppa acqua, mettiamo a rischio la nostra stessa vita. Una grande sete viene sempre dopo uno stress ambientale o fisico.

Anche il salmista canta il salmo sotto stress, si trova lontano da casa sua, lontano da Gerusalemme, non ha nessuno che condivida la sua fede, che conosca i suoi inni. Isolato sulle montagne nel nord della Galilea, ha una grande nostalgia del proprio paese, del trovarsi nel tempio, di cantare quelle lodi del Signore che ha conosciuto nella sua infanzia. Una situazione che è vissuta da ogni migrante costretto lontano da casa.

Ma non si trova solo nostalgia in questo salmo, al quel credente non manca solo il suono della cetra, piange calde lacrime perché i suoi avversari lo deridono e lui si sente con le ossa rotte. Anzi la sua sete viene ristorata solo dal suo pianto, notte e giorno. Vive oppresso dagli altri, abbandonato e solo. La sua vita è diventata un abisso oscuro, e lui si sente sprofondare sommerso dalle difficoltà, dal male che patisce ogni volta che chiede ad una altra persona.

Stress post-traumatico, questa sarebbe la diagnosi medica, che incasella i sintomi e prescrive una cura.

Nella vita di tutti noi è passato lo spettro di uno stress che abbiamo sentito come insopportabile: un lutto, una diagnosi medica preoccupante, la rottura definitiva di legami di affetto, sono situazioni dove ci sentiamo mancare l’aria o, restando nella metafora del salmo, siamo assetati di tenerezza e di giustizia.

Nella chiesa locale ogni lutto, ogni trauma personale suscita una eco di empatia tra i fratelli e le sorelle, le visite e la preghiera comune sostengono lo svolgimento dei sentimenti.

Dopo questi eventi amarezza, nostalgia e rabbia sono i sentimenti che commuovono tutti noi!

La domanda scritta dal salmista: “O Dio perché mi hai dimenticato?” “Perché mi hai rigettato” alberga con forza nelle nostre menti.

Così come sentiamo la sfida della domanda degli avversari del salmista che lo scherniscono dicendo :” Dove è il tuo Dio?”

Dentro la commozione per la tragedia vissuta, si insinua il dubbio, la lontananza da ogni fede trascendente che avvertiamo nella nostra società, ci sfida con il suo cinismo. Siamo schiacciati tra il dolore e la rinunzia.

Quando viviamo una tragedia, quando vediamo il male che trionfa con la morte di umani estranei ad ogni conflitto, quando riflettiamo sulle stragi e le deportazioni della storia recente, una domanda si affaccia alla nostra mente: “ Ma Dio dove era, perché succedono queste cose?”

Sulle pareti di una cantina di Colonia, in Germania, rifugio di ebrei perseguitati durante la seconda guerra mondiale, era scritta questa breve poesia.

Credo nel sole, anche quando non splende.

Credo nell’amore, anche quando non lo sento.

Credo in Dio anche quando tace.

Non intendo con questa testimonianza chiudere la discussione, anzi dal salmo emerge senza sosta la richiesta : “L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente.” Così come emerge la risposta ripetuta per tre volte, a responsorio: “Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora ; egli è la mia salvezza e il mio Dio.”

Questa è la condizione del credente in crisi, del salmista che prega. Questa è anche la nostra condizione.

La nostra vita va avanti tra sentimenti negativi che ci affliggono con domande di sfida, da un lato, e dall’altro propositi di speranza che ci vengono dalla fede nel patto di Dio con l’umanità.

Continuiamo ad udire questo sostegno da parte dei fratelli e delle sorelle in Cristo. Spera in Dio, Spera in Dio.

La fede nella vittoria di Gesù sulla morte, e nella sua resurrezione, ci permette di sperare , ci permette di pregare con forza, anche di litigare con l’Iddio altissimo.

Se ripercorriamo tutto il salmo vediamo che questa preghiera è percorsa da amarezza per i torti e i lutti subiti, da nostalgia per le riunioni al tempio, per le lodi cantate in coro e infine da rabbia per il silenzio del Signore, per la sua assenza dalla scena delle violenze.

Ecco amarezza, nostalgia, rabbia hanno pieno diritto di cittadinanza nelle preghiere che possiamo rivolgere al Padre al Figlio ed allo Spirito.

Il Signore ascolta e accompagna il credente nella elaborazione del lutto.

Questo spazio di preghiera che ci si apre davanti non risponde alla domanda : “Perché Dio lo ha permesso?” ma risponde alla domanda :”Come faccio a sopravvivere?”

Sopravvivere, continuare a vivere, vivere nuovamente. Vivere guardando a una qualche speranza.

Preghiamo, chiediamo a Dio che mandi la sua luce e la sua verità a prenderci per mano e a mostrarci la via che porta sul suo monte santo.

Dio nel deserto ha condotto il popolo con un fuoco di notte e con una nuvola di giorno; ha fatto sgorgare acqua da una roccia per dissetarlo, li ha portati con Mosè fino al monte Sinai, il suo monte santo!.

E lì si è rivelato!

In quella rivelazione forse possiamo trovare la risposta alla domanda : “Dove è il tuo Dio?” La domanda che assilla il salmista, la domanda che risuona nella mente di chi sente perduto e travolto dal male.

Anche Mosè vuole vedere in faccia Jahvè, vuole cioè conoscere la volontà di Dio nell’attimo in cui si realizza. Anche Mosè come il salmista è assetato della presenza dell’Iddio vivente.

Il teologo dell’Esodo ci dà la risposta, chi è umano, fosse anche Mosè, non può vedere il volto di Dio, ma solo le sue spalle, una volta che è passato. Esodo racconta che Dio parla così a Mosè :

Mentre passerà la mia gloria, ti coprirò con la mia mano finché io sia passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere.

Riconosciamo la presenza del Dio della vita, solo dopo che Egli ha agito.

Anche Maria Maddalena sente la voce e riconosce Gesù risorto solo dopo tre richiami, quando si volta e risponde Rabbunì. Essa però non può abbracciarlo, né toccarlo anche se è stata chiamata per nome.

Il nostro sentimento religioso vorrebbe trattenere il Signore, sapere dove sta di casa, contemplare il suo viso anche se di lontano. Siamo come i discepoli durante la trasfigurazione, vorremmo fare una tenda dove ricoverare Gesù, con Elia e Mosè.

Così nella crisi, nel dolore, nella tragedia sapremmo dove trovarlo

Ci è data solo questa speranza, in ogni crisi, in ogni errore, lo Spirito, il Consolatore ci parla in preghiera.

Spera in Dio, ….. egli è la mia salvezza. ripete per tre volte il salmo. Questa salvezza che il salmista vedeva nel Patto del Sinai, noi la riponiamo nella croce e nella resurrezione. Il Figlio di Dio mostrò il suo volto in mezzo alle sofferenze umane, il Figlio di Dio ha sconfitto la morte allora e per sempre. Questo è ciò che basta alla nostra salvezza, la promessa che in Lui risorgeremo, la morte non sarà più e ogni lacrima sarà asciugata.

E infine un particolare che forse qualcuno avrà notato. La nostra nuova riveduta, che abbiamo usato per la lettura del salmo completo, recita Quando verrò e comparirò al cospetto di Dio? La bibbia cattolica scrive Quando verrò e vedrò il volto di Dio? La differenza viene da manoscritti latini o ebraici e illustra bene lo sforzo della comunità degli antichi credenti di intendere cosa possiamo o cosa potremo contemplare della presenza di Dio, cosa possiamo nella nostra vita terrena ridurre a misura della nostra ragione.

Per rispondere a domande così difficili e impegnative è necessaria una elaborazione teologica che richiede anni, e che è riflessa nei differenti manoscritti. La nostra traduzione riveduta privilegia un sentire conforme al passo dell’Esodo.

Anche nel tempo di Dio, che si estende dopo la nostra morte, noi saremo alla sua presenza e tanto ci basti.

Dio ci volgerà ancora le spalle? Non lo sappiamo, ma siamo certi che ci accoglierà nella casa del Padre. L’amore del padre del figlio e dello spirito scioglierà ogni nostalgia, addolcirà i nostri sentimenti, scaricherà la rabbia umana compiendo il tempo che abbiamo vissuto.

Noi conosceremo il suo amore, questa è la promessa che ci può accompagnare in ogni nostra preghiera, in ogni nostro stress, in ogni nostro lutto.

Amen.

Ruggero Mica

Trasmettere il dono di Dio – predicazione di domenica 4 marzo 2018

LETTURE BIBLICHE: 2 Corinzi 8:1-15
1 Ora, fratelli, vogliamo farvi conoscere la grazia che Dio ha concessa alle chiese di Macedonia, 2 perché nelle molte tribolazioni con cui sono state provate, la loro gioia incontenibile e la loro estrema povertà hanno sovrabbondato nelle ricchezze della loro generosità. 3 Infatti, io ne rendo testimonianza, hanno dato volentieri, secondo i loro mezzi, anzi, oltre i loro mezzi, 4 chiedendoci con molta insistenza il favore di partecipare alla sovvenzione destinata ai santi. 5 E non soltanto hanno contribuito come noi speravamo, ma prima hanno dato se stessi al Signore e poi a noi, per la volontà di Dio.
6 Così, noi abbiamo esortato Tito a completare, anche tra voi, quest’opera di grazia, come l’ha iniziata. 7 Ma siccome abbondate in ogni cosa, in fede, in parola, in conoscenza, in ogni zelo e nell’amore che avete per noi, vedete di abbondare anche in quest’opera di grazia. 8 Non lo dico per darvi un ordine, ma per mettere alla prova, con l’esempio dell’altrui premura, anche la sincerità del vostro amore. 9 Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi. 10 Io do, a questo proposito, un consiglio utile a voi che, dall’anno scorso, avete cominciato per primi non solo ad agire ma anche ad avere il desiderio di fare: 11 fate ora in modo di portare a termine il vostro agire; come foste pronti nel volere, siate tali anche nel realizzarlo secondo le vostre possibilità. 12 La buona volontà, quando c’è, è gradita in ragione di quello che uno possiede e non di quello che non ha. 13 Infatti non si tratta di mettere voi nel bisogno per dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di uguaglianza; 14 nelle attuali circostanze, la vostra abbondanza serve a supplire al loro bisogno, perché la loro abbondanza supplisca altresì al vostro bisogno, affinché ci sia uguaglianza, secondo quel che è scritto: 15 «Chi aveva raccolto molto non ne ebbe di troppo, e chi aveva raccolto poco, non ne ebbe troppo poco».

Paolo esorta i suoi fratelli e sorelle a contribuire generosamente alla raccolta che sta facendo per i poveri di Gerusalemme. Per Paolo in questa raccolta c’è in gioco la sua comprensione della natura stessa del ministero: la vita e il ministero cristiano hanno infatti a che fare con l’economia – l’economia della grazia di Dio e l’economia del dono divino. In questo modo, Paolo aiuta i Corinzi e noi a capire come funziona l’economia di Dio e in che senso possiamo parlare dell’eccellenza del ministero all’interno di quell’economia. La vera preoccupazione di Paolo per i Corinzi non è la competizione nel nome di Cristo, ma l’approfondimento della comunione con Cristo. Quindi l’apostolo si complimenta con loro… e lo fa forse anche un po’ troppo, considerando ciò che sappiamo della comunità di Corinto dalla corrispondenza di Paolo, con i loro numerosi litigi e divisioni?

Paolo si concentra sul lato positivo: “voi eccellete in tutto, scrive, quindi vogliamo che eccelliate in questa generosa impresa…”
È una gara in cui il dono straordinario di Dio ci libera e ci permette di essere forieri di doni, un’economia in cui la stravagante generosità di Dio ci dà il privilegio e il potere di prendere parte alla generosità di Dio.

Paolo scrive: “tu conosci la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, che sebbene fosse ricco, per il tuo bene divenne povero, affinché tu diventassi ricco nella sua povertà…”
Il Cristo crocifisso e risorto è l’economia divina in persona, in lui vediamo l’eccellenza insuperabile del ministero.
Alla luce del suo dono per noi, cosa diventa lo spirito della competizione? Possiamo competere con il dono di Dio in Cristo? Che cosa diventano tutte le nostre abilità e virtù? Fratelli e sorelle, quando si parla di eccellenza nel ministero, non siamo i soggetti principali. Possiamo solo avere un ministro – questo è il figlio di Dio incarnato, crocifisso e risorto .

Il vero fondamento dell’eccellenza nel ministero non si trova nella nostra vittoria, non nella ricchezza della nostra conoscenza dottrinale, nelle nostre capacità pastorali, o nell’eloquenza o nella parola che ci consente di impressionare gli altri. Piuttosto Paolo indica Gesù come il dono insuperabile di Dio, sia il fulcro della divina economia della grazia, il potere dell’eccellenza ministeriale.
L’eccellenza è difficile da definire perché è lo standard rispetto alla quale viene misurato tutto il resto.

Gesù Cristo definisce, incarna e autorizza un eccellente ministero. È ministro per eccellenza.
Paolo insiste sul fatto che abbiamo una parte in questo ministero di Cristo. E ci esorta: “finisci ciò che hai iniziato, completa il servizio che hai desiderato rendere, un dono ai poveri in risposta al dono di Dio.”
Nel descrivere la nostra parte nel ministero, Paolo spiega che non sta emettendo un comando, sta esortando e incoraggiando la nostra partecipazione, nell’economia del dono di Dio non è una prescrizione ma un privilegio, non qualcosa di forzato ma qualcosa di opportuno, di giusto, di appropriato.

La nostra parte non è sostituire il suo dono, la nostra parte è quella di trasmettere il dono con entusiasmo nel potere dello spirito di Dio.

Nell’economia della grazia, il dono dato è il dono da dare.

Il dono straordinario di Dio deve essere ricevuto con gratitudine e proclamato.
Ricevere la grazia di Dio significa essere stimolati al servizio: Nella vita di fede e nel ministero, siamo coinvolti nell’economia del dono di Dio.
Quindi, anche tu, entra nell’eccellenza del dono di Cristo che viene trasmesso attraverso il potere della sua parola e dello spirito. Lascia che l’eccellenza del ministero di Cristo plasmi il tuo ministero e che esso rifletta il Suo ministero. Condividi le ricchezze del Vangelo con gli altri. Sii ambasciatore del perdono e della riconciliazione. Prendi parte alla difesa della giustizia e della pace di Dio in ogni angolo del mondo. Invita la chiesa e il mondo a ricordare i poveri e i bisognosi come ha fatto Paolo con i Corinti.
Con gioia, condividi la tua fede in Dio, il tuo amore per Cristo, la tua incrollabile speranza per il futuro regno di Dio.

L’apostolo infine, parla di una preoccupazione che sicuramente i Corinzi devono avere avuto. Quando prendiamo parte al dono, quando condividiamo con gli altri ciò che Dio ci ha dato, non siamo esposti all’esaurimento spirituale e materiale? Possiamo continuare a dare e dare e dare senza poi trovarci svuotati?
Penso che l’apostolo anticipi queste domande. Lui risponde loro dicendoci qualcosa di più sull’economia divina, e su come essa sia molto diversa dalle economie del nostro mondo.
Nelle nostre economie, ci aspettiamo un ritorno rapido e tangibile quando diamo qualcosa. L’economia di Dio funziona in un modo molto diverso. Dio non è diminuito diventando povero per il nostro bene, al contrario, Dio non è mai stato più ricco e mai più maestoso di quando si è fatto povero e si è umiliato per noi e per la nostra salvezza.
Noi naturalmente non siamo Dio. Nel migliore dei casi il nostro ministero è una testimonianza del ministero di Cristo. Nella nostra vita cristiana possono avvenire degli eventi che mettono a dura prova la nostra vita, che ci esauriscono e che lacerano l’anima, ma Paolo apostolo offre una promessa ai Corinzi e a noi: se prendiamo parte all’economia divina della grazia, condividendo le nostre ricchezze al servizio di Cristo potremo scoprire che nel dare riceviamo più di quanto abbiamo dato. Secondo Paolo il povero di Gerusalemme o le persone povere a cui facciamo la carità oggi, non sono l’oggetto della nostra carità, bensì il soggetto del nostro arricchimento spirituale.. La carità nel senso convenzionale della parola presuppone che gli altri abbiano bisogno di noi e che noi non abbiamo bisogno di loro. Secondo Paolo le persone emarginate, i senzatetto, i poveri, gli ammalati, i diversi di ogni genere e tipo, la famiglia immigrata appena arrivata – non sono casi di beneficenza. Piuttosto sono sorelle e fratelli senza i quali noi e la nostra collettività siamo impoveriti.
Una chiesa generosa impegnata in un eccellente ministero apre le porte allo straniero, all’emarginato e all’altro e scopre improvvisamente e meravigliosamente che era terribilmente povera senza di loro.
L’eccellenza del ministero inizia sempre con il dono indescrivibile, la grazia insuperabile, l’eccellenza del Signore Gesù Cristo che, sebbene ricco, diventa povero che noi, affinché noi, benché poveri diventiamo ricchi in misericordia. Questo è il regalo dato.
E un ministero ed è un mistero di eccellenza continua quando condividiamo la ricchezza di Cristo e del suo vangelo con gli altri. Questo è il dono da dare.
Quindi non fermarti ora. Completa e continua nel bene quello che hai iniziato il giorno in cui hai incontrato il Signore. Trasmetti il ​​dono liberamente, con entusiasmo e gioia. Tu eccelli in ogni cosa che Dio benedica te e la nostra chiesa e ti garantisca una testimonianza fedele di quell’unico eccelso e libero dono di Dio in Cristo Gesù.
Amen

past. Laura Testa

Scegli la vita: uno studio biblico sulla sostenibilità

Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza (Deu 30:19 NRV)

Mosè ha appena raccontato la storia del popolo israelita, e in tutto il libro del Deuteronomio si ripete, ammonisce e mette in guardia sul bisogno di ricordare il Dio che li ha fatti uscire dalla terra della schiavitù. Si ribadisce continuamente che gli israeliti devono amare il Signore loro Dio con tutto il loro cuore, mente e forza e amare i loro vicini come se stessi.
Mosè avverte gli israeliti che quando entreranno nella “terra promessa” e lasceranno il deserto, saranno tentati di dimenticare il nutrimento spirituale e materiale che Dio è stato per loro nella loro povertà e nel loro peregrinare. Egli ripete la loro storia narrando di come Dio ha donato loro tutto, dall’acqua che scaturisce dalla roccia o la manna dal cielo, e li avverte che quando entrano nella Terra Promessa potrebbero cominciare a consumare troppo e, se non stanno attenti, creeranno idoli . Disse loro che, finché l’Amore di Dio e del prossimo saranno la guida costante del loro agire la continuità della fede varrà per loro e anche per la loro discendenza.
Deuteronomio 30,19 è praticamente l’ultima frase prima della morte di Mosè e l’intero libro è il suo “discorso di addio”.

Domande di riflessione:
Riflettendo sulla storia: quando abbiamo amato qualcosa più dei nostri vicini?
Cosa era?
Oggi amiamo qualcosa di diverso dal Dio e dal nostro prossimo?
Quali sono le conseguenze?
Riflettendo sull’oggi: quali sono i nostri idoli?
Che danni hanno prodotto quegli idoli sulla terra e sulla sua gente?
Per amare Dio e amare il prossimo come noi stessi: che tipo di lavoro spirituale possiamo (dobbiamo, vogliamo) fare?
In che modo la nostra Chiesa, gli amici e i familiari ti sono stati di aiuto o stimolo nell’ amare Dio e il prossimo (creazione di Dio e all’ambiente)?
La nostra Chiesa può diventare uno strumento migliore verso la crescita della cura per il prossimo, l’amore Dio e il creato? Come?

Past. Laura Testa

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Quando la fede si oppone alla strumentalizzazione politica.

Quando oggi da un podio si vedono politici agitare un Vangelo,  nella mente di chi guarda a Cristo come Signore e Salvatore non possono non risuonare dei campanelli d’allarme. Ci si potrebbe chiedere perché in campagna elettorale spuntino i Vangeli branditi come fossero una bandiera di partito, o ci si erga a paladini dell'”Europa cristiana” mentre di difesa di Cristo si parla poco, o per niente. Sì perché per parlare di difesa di Cristo si dovrebbe  trattare di difesa degli ultimi, dei diseredati, degli immigrati, dei reietti di questa terra, dell’ “orfano e della vedova” del XXI secolo.

Sono stati molti i momenti della storia in cui la chiesa è stata chiamata ad ergersi contro qualsiasi strumentalizzazione.  In ambito protestante, nel 1934, l’anno successivo all’avvento al potere del nazismo, fu pubblicata la Dichiarazione Teologica di Barmen in cui teologi e pastori che si riconoscevano nella Chiesa Confessante (Bekennende Kirche)  si opposero alla Chiesa Evangelica Tedesca di stampo nazista. Le sei tesi della dichiarazione di Barmen intendevano esprimere una netta opposizione verso chi riteneva che Dio agisse promuovendo e sostenendo il nazismo, avversando la Chiesa Evangelica Tedesca che era stata creata dai nazisti ed operava secondo il Fuehrerprinzip (principio del duce) con a capo il “vescovo del Reich” Ludwig Mueller.

Tra le tesi di Barmen -che ebbero tra i loro estensori Dietrich Bonhoeffer e come redattore finale Karl Barth–  leggiamo che “Gesù Cristo è l’unica parola di Dio che dobbiamo ascoltare”  e che “respingiamo la falsa dottrina secondo cui la chiesa sarebbe autorizzata a lasciar determinare la configurazione del suo messaggio … dal variare delle convinzioni ideologiche e politiche di volta in volta dominanti”, inoltre è definito che “La Scrittura ci dice che lo Stato … ha il compito … di provvedere al diritto e alla pace”.

Si esprimeva in sostanza “una chiesa che esce dalla neutralità complice o semplicemente pavida e si pone decisamente nella società come spazio di responsabilità critica anche in campo economico e sociale” (P. Ricca in Filoramo Menozzi: “Storia del cristianesimo, l’età contemporanea”).

Non possiamo non rilevare oggi l’attualità della dichiarazione di Barmen che -nata come documento all’interno delle chiese- risuona ancora oggi come monito verso chi intende usare la fede cristiana come oggetto di strumentalizzazione politica  e non certo per ciò che essa é : un annuncio liberante, un annuncio di salvezza, la rivelazione dell’amore di Dio in Cristo: “Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi” (Mt, 25,37-37).

Alessandro Serena

Peter Berger: una professione scettica del cristianesimo ?

A sciogliere il quesito del titolo, se possibile, ci aiuterà il testo di Peter L. Berger: Questioni di fede. Una professione scettica del cristianesimo edito da Il Mulino, che  si pone come una ricerca di estremo interesse dell’autore delle ragioni della fede cristiana e del suo rapporto con le altre tramite un’analisi del credo.

L’autore

Peter Ludwig Berger è è nato a Vienna il 17 marzo 1929, emigrato nella Stati Uniti poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale si è laureato nel 1949 al Wagner College (Bachelor of Arts), continuando i suoi studi sociologici alla “New school for social research” a New York, conseguendo il dottorato nel 1952. (1) Professore emerito di Religione, sociologia e teologia presso il dipartimento di scienze religiose della Boston University; direttore dell’Institute of Religion and World Affairs dello stesso ateneo. Ha insegnato in precedenza alla New School for Social Research, alla Rutger University ed al Boston College. Ha scritto numerosi libri di sociologia, sociologia delle religioni e sviluppo del terzo mondo, tradotti in dozzine di lingue. Nel 1992 è stato insignito dal governo austriaco del Manes Sperber Prize per significativi contributi alla cultura. Dal 1985 è direttore dell’Istituto per lo studio della cultura economica, organismo impegnato nello studio sistematico delle relazioni tra sviluppo economico e cambiamento socioculturale in diverse parti del mondo (2). In Italia ha pubblicato con le edizioni Il Mulino, Bologna: “La realtà come costruzione sociale” (1969), “Una gloria remota. Avere fede nell’epoca del pluralismo” (1994), “Il brusio degli angeli. Il sacro nella società contemporanea” (1995), “Homoridens. La dimensione cosmica nell’esperienza umana” (1999). Il titolo del  testo oggetto di questo articolo esprime l’approccio dell’autore che definendo il proprio ragionamento come scettico, intende descrivere un proprio atteggiamento svincolato dalle tradizioni religiose storiche (3). Ci riuscirà in parte. Tale libertà in realtà è equilibrata dal riconoscersi -sebbene con alcune cautele- all’interno della tradizione della Riforma, luterana in particolare. Tra le tre visioni relative all’ecumenismo ed al dialogo interreligioso (esclusivista, pluralista, inclusivista: nella prima si ritiene il cristianesimo come verità assoluta, nella seconda si concede il più possibile alle altre tradizioni lo statuto di verità, nella terza posizione, più comune, quella inclusivista, si afferma la propria verità accettando nel contempo possibili verità in altre tradizioni), Berger si ritiene inclusivista, considerando come la Verità, il Logos Spermatikos definito da Giustino sia appunto diffuso nel creato, anche all’interno di altre confessioni, pur mantenendo egli ben salda la specificità del Cristianesimo.

Lo sviluppo dell’opera

Il testo intende sostanzialmente rispondere al quesito: “Perché la religione dovrebbe essere interessante?”. Definendo il proprio approccio come espressione di una teologia laica, Berger intende compiere un’analisi dei fondamenti della fede cristiana attraverso il credo apostolico, si tratta di una professione scettica del cristianesimo, in quanto non presuppone la fede e non si lega nelle intenzioni ad alcuna delle tradizionali autorità in tema religioso. Per farlo l’autore ricorre al costante confronto con quanto il pensiero cristiano ha elaborato di significativo, in particolare con la teologia del XIX e XX secolo. Il percorso rappresenta quindi una professione di fede che se da un lato è collocata all’interno della formula tradizionale, dall’altro è oggetto di analisi dell’autore che non esita a distaccarsi in alcuni casi dai contenuti della tradizione, per osservarli alla luce di riflessioni tratte da approcci della teologia anche molto distanti tra loro e di considerazioni personali. Spicca la ricerca del confronto col pensiero di John Hick, che Berger avversa ma che evidentemente ritiene significativo per definire -procedendo per differenziazioni- il proprio. Non si tratta comunque di pensieri in assoluta libertà: Peter Berger nella prefazione si riconosce nel protestantesimo liberale con un esplicito richiamo a Friedrich Schleiermacher (4) e non mancheranno nel testo espliciti rimandi al luteranesimo. Analizziamo ora il testo nei suoi principali contenuti, procedendo riunendo gli articoli del credo, che Berger illustra in dodici capitoli, in tre sezioni relative al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo. Intendo inoltre dedicare un paragrafo autonomo al confronto col pensiero di John Hick per la frequenza con cui emerge nell’opera oltre ad uno di considerazioni personali.

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra …

E’ partendo dalla considerazione della realtà dietro la nostra esperienza quotidiana come benevola, che nascono l’apertura al trascendente, l’esperienza religiosa. Meglio: le esperienze religiose, poiché la modernità a causa dei mezzi di comunicazione di massa, dei flussi migratori, dell’urbanizzazione, mina il consenso sociale che tendeva in passato a sostenere una singola religiosità all’interno delle diverse società. La modernità problematizza, richiede con sempre maggiore insistenza una riflessione teologica al credente, per quanto rudimentale, capace di sostenere il confronto con altre religioni. Si apre un’opzione un tempo meno frequente o addirittura impossibile: la scelta del proprio credo. La pluralità quindi alimenta il confronto ma permane la scelta religiosa di fondo come tessuto sostanzialmente comune: quando si decide di avere fede si ritiene sostanzialmente il creato come buono, all’interno di un disegno che non ha come destino ultimo la distruzione di quanto abbiamo di più caro. La fede è la fiducia nella bontà del mondo (5), detto in poche parole. E’ la mente moderna che oggi si confronta con Dio, in particolare col silenzio di Dio ed in tal senso Simone Weil rappresenta un esempio paradigmatico: l’indicazione della presenza di Dio è la sofferenza per la sua assenza, una “via negativa” il cui nucleo è che il pensiero razionale e la parola umana non possono penetrare il mistero consentendo la comprensione di Dio. Nei misticismo delle grandi religioni si rileva un viaggio che inizia nell’oscurità, nel silenzio, per approdare al livello più profondo della realtà. Un misticismo transculturale che è accomunato dall’alternanza tra preghiera incerta e senso di certezza, una lotta che ancor più nella modernità risulta drammatica. Secondo la tradizione agostiniana la riflessione è comunque necessaria, precede l’atto di fede ma non rappresenta l’unico aspetto rilevante ai fini della fede, l’attenzione si fovalizza sulla rivelazione: in qualche modo, luoghi e tempi particolari, il silenzio di Dio si è interrotto. Riconoscendo l’approccio di John Hick come eccessivamente inclusivista, quello di Karl Barth come esclusivista, quello di Paul Tillich e Karl Rahner come inclusivisti, Berger ritiene di perseguire una propria concezione inclusivista rifacendosi a Ernst Troeltsch ed alla sua “intuizione secondo la quale la Bibbia sottolinea con enfasi il valore e la dignità straordinari della persona umana” (6); oltre al fatto che “c’è una correlazione ontologica tra la personalità di Dio e la personalità degli esseri umani” (7); in questo riflettendo a mio avviso il pensiero più maturo di Barth . Rifacendosi poi al pensiero di Giustino ed al suo Logos spermatikos, lo ritiene utile per definire una “teologia della matrice mitica”, ovvero negando che tutte le idee religiose su base mitica siano pure illusioni: affermare l’unicità di Dio , come fanno le religioni del Libro, non contraddice il concetto dei semi della Verità sparsi liberamente. Quindi “riconoscere nell’atto di fede che Dio si è rivelato in maniera unica non significa a priori negare che Dio possa essersi rivelato in altri luoghi e in altri tempi. “ (8). Affrontando la teodicea alla luce dello scandalo del male e della Shoah, si evidenzia quanto Hans Jonas ha scritto in merito alla rinuncia dell’idea contemporanea di bontà ed onnipotenza di Dio, connettendola alla tradizione cabalistica di Jizchaq Luria secondo la quale la contrazione di Dio per fare spazio al creato (tzim tzum) lo porrebbe in una posizione sofferente e limitata. Un Dio che diviene , che non ha ancora raggiunto la pienezza del suo essere. Un Dio sofferente ha una forza irresistibile, collegata a diversi temi biblici, sebbene Jonas confessi tutto ciò come un balbettio. E’ citando Giuliana di Norwich che Berger riferisce com’ella esprima l’intero universo visto dal punto di vista di Dio, secondo la sua celebre frase, frutto di una esperienze mistiche: “Posso portare ogni cosa al bene, sono in grado di portare ogni cosa al bene, porterò ogni cosa al bene, voglio portare ogni cosa al bene; e vedrai tu stessa che ogni specie di cosa sarà bene” (9).

… e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore …

Berger definisce le fasi della ricerca sul Gesù storico:

Prima ricerca: nel contesto della teologia liberale del XIX secolo; la ricerca storica non è in grado di sostenere la visione ortodossa tradizionale di Gesù, i testi del Nuovo Testamento non hanno validità storica.

Seconda ricerca: nel secondo dopoguerra; lo storico può lavorare anche sui documenti del Nuovo Testamento

Terza ricerca: a partire dagli anni 80 del XX secolo; Gesù è pienamente collocato nel contesto ebraico.

Nel pensiero protestante del XX secolo si identificano in particolare Rudolf Bultmann e Paul Tillich. Bultmann avverte la necessità di demitizzare il Nuovo Testamento, traducendolo in un linguaggio non mitologico e focalizzandolo sull’annuncio, sul kerygma. Berger ravvisa un valore nel principio bultmaniano, corrispondente al concentrazione su Gesù come evento che si è rivelato in quanto -come detto da Lutero- “Cristo per me” (10). Lo stesso concetto luterano è dall’autore rilevato anche nel pensiero di Tillich: Cristo diviene il simbolo che conduce a una nuova forma di esistenza, distante dal Gesù storico; è la partecipazione, non la prova storica che fornisce una vita personale dove il nuovo essere ha vinto. Evidenziando come la Resurrezione sia fondamento della fede e la redenzione operata da Cristo sia un fenomeno cosmico, Berger vede nella kenosis e nella Resurrezione, rispettivamente, il massimo sforzo di benevolenza e di onnipotenza da parte di Dio. Se quindi l’autore condivide con Bultmann e Tillich la necessità di liberare il Cristo della fede dal Gesù storico, ne rifiuta l’interpretazione che il Cristo sia un simbolo ella condizione umana, a favore dell’evento cosmico della redenzione. Alla luce del passo di Corinzi 5,19 “Dio era in Cristo” si intende quindi coagulare un qualcosa di eterno, di trascendente, una Parola incarnata fin dall’inizio nei piani di Dio. Un Dio credibile attraverso la kenosis, partecipe della sofferenza di questo mondo che Egli sa trasformare in vittoria. Gesù non può essere una mera rappresentazione simbolica, la rivelazione ha portata cosmica: la morte è vinta, il difetto nella creazione deve essere riparato . Un cristianesimo che promettesse qualcosa di meno, sarebbe inutile (11).

… credo nello Spirito Santo …

Si identificano secondo l’opinione dello storico della chiesa Jeffrey Russel, due tradizioni cristiane dello Spirito, definite: “spirito dell’ordine” e “spirito della profezia” (12). Nel primo caso si intende uno Spirito e relativi doni attribuiti alla chiesa in quanto istituzione -conseguenza è che si può accedere allo Spirito solo attraverso essa- mentre nel secondo lo Spirito si esprime liberamente al di fuori e dentro le istituzioni, senza la loro mediazione, spesso in opposizione a queste. Si ravvisano alcuni pericoli in entrambe: la prima può portare ad una sclerotizzazione, la seconda al caos. Berger tendenzialmente propende per la prima: “le istituzioni ecclesiastiche si considerano abbastanza ragionevolmente, guardiani e amministratori dello Spirito” (13). Il potenziale rivoluzionario dello “Spirito che soffia dove vuole” (Gv 3,8) non sfugge all’autore che cita ad esempio il movimento anabattista del XVI secolo opposto alla chiesa istituzionale protestante, oppure le varie eresie combattute dalla chiesa cattolica. L’impronta luterana di Berger emerge nuovamente nel considerare la Bibbia come un testo morto senza lo Spirito, il solo capace di impedire che i sermoni siano espressioni di mere idee umane e i sacramenti dei vuoti formalismi: la presenza reale di Cristo, la Parola di Dio nel kerygma e nei sacramenti è sempre opera dello Spirito. In un certo difficile equilibrio tra istituzione e libertà dello Spirito cerca di muoversi Berger, ritenendo come la fede cristiana richieda un ancoraggio istituzionale ma che la scelta migliore per i cristiani: “dovrebbe consistere nel radunarsi attorno ad un palco da cui è predicato il Vangelo e dove, seppur fievolmente, si cerca di partecipare alla liturgia cosmica. Ma non si dovrebbe assolutizzare la scelta di alcun palco in particolare” (14).

John Hick in Peter Berger

A rappresentare la scuola pluralista è John Hick che , come riporta l’autore, non ritiene che la nostra tradizione rappresenti un nucleo di verità assoluta. Sostenitore di una rivoluzione copernicana la realtà ultima è il centro attorno al quale ruotano le varie tradizioni religiose, in grado di cogliere la verità in maniera parziale. Il nucleo comunque una realtà trascendente e benevola affrontata in maniera differente. Hick ritiene che l’incarnazione di Dio in Gesù sia solo un mito e che di conseguenza la dottrina trinitaria vada superata. Sostiene il concetto di Upaja, di origine buddista: un aiuto, un sostegno, una sorta di stampella che, utile per affrontare un tratto del percorso possa poi essere abbandonata. Ecco che il cristianesimo rappresenterebbe un Upaja.  Se le diverse tradizioni religiose sono in grado di raggiungere o rappresentare spicchi di realtà, sono più o meno vere -secondo Hick- in base ai contenuti morali: se esse aiutano gli uomini ad amare ed a superare il proporio egoismo . L’inclusivismo (sic) di Hick è ritenuto da Berger eccessivo, in un’opera di relativizzazione della realtà che la renderebbe negletta: la verità piegata ad un utilitarismo sociale. Il criterio di validità di Hick -secondo Berger- consiste nel definire se una tradizione religiosa spinga o meno i suoi adepti a essere altruisti o meno: ecco che la verità subordinata alla morale significherebbe la verità soggetta alle qualità morali delle persone. Berger impiega l’esempio di Einstein: la teoria della relatività sarebbe meno valida se Einstein non fosse stato un uomo buono? Il pensiero di Hick è conseguentemente ritenuto debole: le testimonianze storiche delle varie religioni manifestano le ridotte qualità morali di molti adepti, eventi mostruosi hanno caratterizzato la storia dell’umanità in tal senso. La morale non può quindi essere indice dello stato della relazione con la verità di una confessione poiché la valutazione viene condotta attraverso il comportamento dei credenti, indice inaffidabile. Sempre in relazione ad una visione pluralista Berger cita Eric Voegelin il quale ritiene come l’alba della storia sia essenzialmente mitica e come in determinati momenti della storia si abbia una rittura di questo ordine mitico in diversi luoghi: l’apparizione del confucianesimo, del buddismo, dei Vedanta. Altre rotture in tale ordine sono rappresentate dalla filosofia greca e da Israele, definite rispettivamente da Voegelin “scoperta della ragione” e “scoperta di Dio”. Inserisco il riferimento a Voegelin nel paragrafo su Hick poiché credo che tutto sommato tale visione sia connessa al concetto (sebbene non citato) di “era assiale” di John Hick : un periodo che spazia tra l’800 ed il 200 a.C. in cui “in tutto il mondo comparvero individui straordinari che emersero nelle rispettive società per rendere note le loro eccezionali intuizioni” (15). Confucio, Buddha, Zoroastro, i Profeti biblici. Potremmo definirle anch’esse come rotture della matrice mitica. Ancora nella ricerca del confronto con Hick, Berger cita il testo del 1977 da lui curato “The myth of God Incarnate”, dove lo ritiene in accordo con Bultmann: è necessario trascurare gli elementi mitologici e concentrarsi sulla figura di Gesù, ritenuto un grande maestro e degno di ammirazione. L’autore sottolinea come tale figura sarebbe priva di interesse a cui possibile tranquillante rinunciare. Ulteriore confronto è in relazione all’escatologia; Berger critica la conclusione di Hick che allude all’idea di un oceano cosmico che assorbirebbe tutti noi, sostenendo egli l’idea del bardo, tratto dal libro tibetano dei morti, un mondo illusorio attraverso il quale l’individuo deve passare sulla via che lo conduce all’incarnazione successiva, rendendosi necessario un tempo oltre la morte in cui il processo di perfezionamento possa procedere. In sostanza, per Berger, Hick “non prende la morte abbastanza sul serio” (16).

Commento

Nel confronto con John Hick in cui Berger critica la valutazione delle fedi in base a contenuti morali, trovo debole proprio il pensiero di Berger in quanto effettua un pericoloso accostamento tra la dottrina delle religioni e le qualità morali dei rispettivi fedeli. Se è vero che la storia è intrisa del sangue sparso in nome di Dio è altresì vero che l’uomo è fallace indipendentemente dalla confessione che professa, più o meno giustamente. Senza aprire il capitolo su quanto un credente sia rispettoso degli insegnamenti del proprio credo, originando un’analisi legalista delle religioni, è sufficiente mantenere i piani distinti per comprendere come l’esempio di Einstein citato da Berger non sia adeguato e sia utile piuttosto a sostenere la tesi contraria a quella dell’autore. La dottrina della relatività potrebbe essere corretta o meno indipendentemente dalla bontà di Einstein esattamente come una statua di Rodin comunque può generare ammirazione, riflessione od estasi indipendentemente dalla moralità dell’autore, senza che il valore dell’opera ne venga compromesso, proprio perchè si valuta l’opera stessa. Una religione che professa il sacrificio di bambini è indubbiamente diversa da una che li tutela. Berger definisce la propria visione come inclusivista, sebbene in realtà non sia così identificabile. Le radici luterane in realtà profonde, la considerazione dell’unicità della rivelazione del Dio della Bibbia ebraica e del cristianesimo lo spingono in quella direzione. Altresì nella descrizione del Logos spermatikos, Berger riconosce che Dio possa essersi rivelato anche altrove . Diviene a mio avviso a questo punto difficile non sostenere questa visione come pluralista. Un conto è accennare a frammenti di verità sparsa nel mondo, un altro di rivelazione divina. Se di quest’ultima si tratta è difficoltoso parlare di gradi e valori di rivelazione diversi. In altre parole a mio avviso se Dio, Egli Stesso, si rivela nella storia, non può rivelarsi parzialmente , essendo tale rivelazione comunque una visione del Totalmente Altro, dell’Incommensurabile. Credo maggiormente opportuno trattare se una rivelazione sia vera o meno, se rimandi al Creatore o meno. Se si riconosce che Dio si può rivelare altrove , con un’azione Sua, con la Sua volontà, per propria iniziativa, credo sia più adeguato riferirsi al pluralismo. Riemerge comunque un approccio inclusivista quando Berger riporta come non si possa parlare di: “onnipotenza di Dio senza considerare che si è rivelato come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e del nostro Signore Gesù Cristo” (17), pena il fatto che allora le questioni relative alla verità si dissolvano. Credo che quindi sia in realtà difficilmente collocabile Peter Berger manifestando egli una certa tensione tra i due approcci. Di interesse i paragrafi che trattano la teodicea che , spaziando da Giuliana di Norwich alla dottrina cabalistica dello Tzim Tzum, riesce bene nel balbettante tentativo (non è definibile diversamente in effetti) di gettare squarci di luce sulla Verità. Proprio in relazione al pensiero del ritrarsi di Dio, mi piace rafforzare il concetto con quanto ha scritto Sergio Quinzio: “Senza questo ripiegamento in se stesso dell’infinito Dio, non potrebbe esserci al di fuori di Lui una realtà diversa e solo questa situazione preserva le cose finite dal perdere nuovamente la loro specificità reimmergendosi nel divino” (18). La realtà stessa, l’individualità, la coscienza dell’uomo e della donna rendono necessaria e irrinunciabile la contrazione divina!

A dispetto del sottotitolo “una professione scettica” che pare sottendere ad una profonda critica dei fondamenti della fede, Berger parte dalla base irrinunciabile della Resurrezione come fondamento della fede; nella sua cristologia si rivela perfettamente ortodosso, erede della tradizione luterana e alieno da qualsiasi interpretazione che riduca o affievolisca la portata soteriologica per l’umanità ed il creato delle morte e Resurrezione di Cristo. Ritengo sia questo il punto più alto raggiunto da Peter Berger nella sua dissertazione sul credo. Cogliendo pienamente il cuore del messaggio cristiano egli esprime nettamente l’inaccettabilità della morte per Dio, come sarà sancito dalla manifestazione finale della redenzione; la fede afferma che siamo stati creati per essere eterni: un essere senza la morte.

Alessandro Serena

 

Bibliografia:

1 http://www.biographybase.com/biography/Berger_Peter_L.html; consultato il 15/04/2017.

2 http://www.bu.edu/religion/people/faculty/bios/berger/; consultato il 15/04/2017.

3 Berger, Peter L.: Questioni di fede. Una professione scettica del cristianesimo. Il Mulino, Bologna , 2005. Pag. 7.

4 Ivi. Pag. 8 .

5 Ivi. Pag. 18.

6 Ivi. Pag. 37.

7 Ibid.

8 Ivi. Pag. 51.

9 Ivi. Pag. 68.

10 Ivi. Pag. 95.

11 Ivi. Pag. 171.

12 Ivi. Pag. 183.

13 Ivi. Pag. 185.

14 Ivi. Pag. 211.

15 Hick, John; La quinta dimensione. Edizioni mediterranee, Roma. 2006. Pag. 21.

16 Berger, op. cit. Pag. 251.

17 Ivi. Pag. 192.

18 Quinzio, Sergio; La sconfitta di Dio. Adelphi, Milano 2008. Pag. 40.

 

Parla poichè il tuo servo ascolta – Sermone di domenica 11 febbraio (Rovereto)

LETTURE BIBLICHE

1 Samuele 3, 1-10

1 Il piccolo Samuele serviva il SIGNORE sotto gli occhi di Eli. La parola del SIGNORE era rara a
quei tempi, e le visioni non erano frequenti. 2 In quel medesimo tempo, Eli, la cui vista
cominciava a intorbidarsi e non gli consentiva di vedere, se ne stava un giorno coricato nel suo
luogo consueto; 3 la lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio
del SIGNORE dove si trovava l’arca di Dio. 4 Il SIGNORE chiamò Samuele, il quale rispose:
«Eccomi!» 5 Poi corse da Eli e disse: «Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Eli rispose: «Io non ti
ho chiamato, torna a coricarti». Ed egli andò a coricarsi.
6 Il SIGNORE chiamò Samuele di nuovo. Samuele si alzò, andò da Eli e disse: «Eccomi, poiché
tu mi hai chiamato». Egli rispose: «Figlio mio, io non ti ho chiamato; torna a coricarti». 7 Ora
Samuele non conosceva ancora il SIGNORE e la parola del SIGNORE non gli era ancora stata
rivelata.
8 Il SIGNORE chiamò di nuovo Samuele, per la terza volta. Ed egli si alzò, andò da Eli e disse:
«Eccomi, poiché tu mi hai chiamato». Allora Eli comprese che il SIGNORE chiamava il
bambino. 9 Ed Eli disse a Samuele: «Va’ a coricarti; e, se sarai chiamato ancora, dirai: “Parla,
SIGNORE, poiché il tuo servo ascolta”». Samuele andò dunque a coricarsi al suo posto.
10 Il SIGNORE venne, si fermò accanto a lui e chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!»
E Samuele rispose: «Parla, poiché il tuo servo ascolta».

Salmo 139, 1-6.13-18

1 Al direttore del coro.
Salmo di Davide.
SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci.
2 Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo,
tu comprendi da lontano il mio pensiero.
3 Tu mi scruti quando cammino e quando riposo,
e conosci a fondo tutte le mie vie.
4 Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua,
che tu, SIGNORE, già la conosci appieno.
5 Tu mi circondi, mi stai di fronte e alle spalle,
e poni la tua mano su di me.
6 La conoscenza che hai di me è meravigliosa,
troppo alta perché io possa arrivarci.

13 Sei tu che hai formato le mie reni,
che mi hai intessuto nel seno di mia madre.
14 Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo.
Meravigliose sono le tue opere,
e l’anima mia lo sa molto bene.
15 Le mie ossa non ti erano nascoste,
quando fui formato in segreto
e intessuto nelle profondità della terra.
16 I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo
e nel tuo libro erano tutti scritti
i giorni che mi eran destinati,
quando nessuno d’essi era sorto ancora.
17 Oh, quanto mi sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio!
Quant’è grande il loro insieme!
18 Se li voglio contare, sono più numerosi della sabbia;
quando mi sveglio sono ancora con te.

Giuda 1,1-3

1 Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo, ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo: 2 misericordia, pace e amore vi siano moltiplicati.
3 Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre.

SERMONE

Il lezionario di oggi ci propone un testo di grande importanza per la vita di ciascuno di noi nella chiesa e nella società: il tema è quello della chiamata del Signore, dell’ascolto, dell’azione di Dio in noi e attraverso noi, alla luce di un aspetto fondamentale: come tale ascolto possa trasformare, vivificare, rendere fertili e vigorose e fare risplendere le vite nostre e di chi ci circonda. I passi che abbiamo letto trattano della vocazione di Samuele , come leggiamo è ancora un giovinetto che per ben tre volte sente chiamare il proprio nome dal Signore, cosa nuova per lui che all’inizio non riesce a comprendere ma poi, guidato dal sacerdote Eli si mette in ascolto. Ecco che pronuncia questa frase antica, profonda e attualissima, in nome della quale sono state e sono ogni giorno compiute opere mirabili, grandi e piccole non importa perché non siamo noi a determinarne la grandezza ma il fatto che nascono da una chiamata. Samuele dice infatti “Parla, perché il tuo servo ascolta.”

Immergiamoci allora nel testo con la premessa che sappiamo che la Bibbia non è un libro di storia, non rappresenta una cronaca di fatti accaduti, si serve di racconti che intendono dirci altro.  L’epoca dei giudici, per come è narrata nell’omonimo libro che la descrive, si delinea come un’epoca disordinata ed anarchica, in cui Dio è costantemente rinnegato, in cui lo schema è: Israele venera divinità straniere, Dio li abbandona nelle mani di un nemico, il popolo “grida” al Signore che fa sorgere un liberatore cui seguono quarant’anni di pace e tutto questo viene ripetuto più e più volte. Non ci suona familiare? E’ la perfetta descrizione di una vita alienata, dove i problemi sono sempre quelli che si presentano ciclicamente, una vita di alti e bassi dove ci si agita perché con le nostre forze non ce la facciamo, perché viviamo circondati da falsi dèi: possesso, indifferenza, potere, la falsa sicurezza della routine, perché ripetere sempre le stesse cose ci fa credere che le cose debbano sempre andare così e ci arrendiamo, alle divinità. Una vita che, avvertiamo come mancante di qualcosa, che non ci appaga.

Ecco che in questo Israele alienato compare la chiamata, ecco che nelle nostre vite difficili appare la chiamata. Dio chiama Samuele: egli è una figura esemplare, è più che un profeta, viene paragonato implicitamente alla figura grandiosa di Mosè, è inviato da Dio che con la sua nascita ha risposto alla preghiera di una madre sterile, è consacrato a Dio servendo nel tempio fin dalla tenera età ed infine, nottetempo, ode la chiamata del Signore.  Inizialmente non capisce cosa stia accadendo e chiede spiegazioni ad Eli, appena comprende si mette al servizio. Mettersi ad ascoltare: non è facile, circondati come siamo da tanto rumore. Quando siamo presi dai falsi dei è facile girarsi dall’altra parte e non distinguere la chiamata di Dio. Non dobbiamo aspettare segni potenti, Samuele non riceve la chiamata come Isaia, che vede il Signore su un trono alto ed elevato i cui lembi del mantello ricoprono il tempio e nemmeno come Ezechiele che vede la gloria di Dio attraverso quattro esseri viventi ed un trono di zaffiro. La chiamata al servizio di Samuele giunge di notte, intorno vi è il silenzio: il tempio è deserto, solo la fioca luce della lampada rischiara un poco l’ambiente. Sappiamo noi creare queste condizioni nelle nostre esistenze? Se non ci circondiamo di silenzio dentro e fuori noi stessi come faremo ad ascoltare? Ecco che Samuele ad ogni chiamata si alza, non capisce ma agisce ! E Dio non smette, lo chiama più volte, aspettando la risposta e fino a che Samuele non risponde, Dio non gli svela i suoi piani, fino a quando Samuele non pronuncerà le fatidiche parole “Parla, perché il tuo servo ascolta”. Samuele avrebbe potuto fare altro: mettere la testa sotto il cuscino dicendo “me lo sarò immaginato” oppure “meglio dormire che domani avrò molto da fare”. Invece si alza! Cosa facciamo noi, quando avvertiamo, cogliamo che la nostra vita è toccata da Dio, che sommessamente, dolcemente ma incessantemente ci cerca, ci chiama : siamo capaci di riconoscerlo e di dire “Parla , il tuo servo ascolta.”? Farlo significa una cosa sola: aprirsi all’azione di Dio! Aprirsi a Dio che chiama significa superare dubbi e paure, quelle che ci fanno pensare :“Ma io non sono certo Samuele, non sono adeguato, ho tanti impegni, poi chissà cosa dovrò fare, la cosa mi preoccupa, sai quanto stress, ho poco tempo …” . Non dimentichiamo mai che la nostra fiducia non è riposta in noi ma in Dio. Perché se la riponiamo in noi, siamo rovinati. Lo vediamo nella Lettura di oggi: poco dopo la vocazione di Samuele, Israele va in guerra contro i filistei; qui Samuele non è nemmeno nominato, non vi è l’azione del Signore ma solo quella degli uomini che infatti vengono sconfitti , una sconfitta devastante: addirittura l’arca dell’alleanza, dove sono racchiuse le tavole della Legge, dove vi è la presenza divina, è catturata dai filistei. Solo quando Samuele pregherà, solo quando Israele si affiderà all’azione di Dio, giungerà la vittoria per Israele.

Quanto noi possiamo fare non è dovuto a noi, liberiamoci dall’ansia di cosa dovremo fare, la strada ce la indica il Signore e, guarda caso, molto spesso non è lontana, è vicino a noi. La risposta ad un bisognoso, un aiuto a chi è rifiutato dalla società, un orecchio prestato a chi ha bisogno di parlare, un servizio reso alla comunità, la vicinanza a chi è nel dolore … conoscere un cristiano dovrebbe essere una benedizione per chiunque! Non occorre andare lontano per rispondere al Signore che chiama.

Vorrei a questo proposito raccontare brevemente una storiella che appartiene alla tradizione ebraica. Vi era un tempo nella città di Cracovia un rabbino, Eisik, figlio di Jekel che una notte sognò che a Praga, sotto il ponte che porta alla reggia del sovrano vi fosse un tesoro sepolto. Non vi diede molto peso dapprima ma, dopo avere fatto per tre volte consecutive lo stesso sogno, decise di recarsi a Praga. Il ponte era presidiato da soldati ed il povero Eisik prese a gironzolare per giorni intorno al ponte senza avere il coraggio di scavare sotto il ponte così presidiato. Dopo alcuni giorni il capitano delle guardie, avendolo notato, gli chiese cosa facesse li ed egli gli racconto dei sogni. Al che il capitano scoppiò in una fragorosa risata: anch’egli aveva sognato, aveva sognato che a Cracovia in casa di un certo Eisik, figlio di Jekel, sotto la stufa avrebbe trovato un tesoro, ma lui non era certo tipo da credere ai sogni, chissà quanti ebrei di nome Eisik si trovavano a Cracovia e chissá quanti Jekel e lui non aveva certo tempo da perdere in queste fantasie. Eisik ascoltò con stupore, tornò a Cracovia e sotto la stufa di casa sua trovò il tesoro, col quale costruì una sinagoga. Non occorre care sorelle e cari fratelli andare lontani, quanto serve è ascoltare, il Signore chiama ma ci assiste, per come ci serve , perchè ci conosce, come ci dice il salmista: “Poni la tua mano su di me. La conoscenza che hai di me è meravigliosa, troppo alta perché io possa arrivarci.“

Allora che dobbiamo fare noi? Noi dobbiamo fare solo una cosa, nella preghiera, nel silenzio, senza timore, con gioia, con fiducia, con amore per Dio per gli uomini e per la sua causa dirgli “Parla perchè il tuo servo ascolta” e vedremo aprirsi mille porte, mille possibilità. Senza timore, con fiducia, con gioia perché il Signore rivolge parole stupende a chi chiama e tutti siamo chiamati. Lo vediamo nella lettera di Giuda che abbiamo letto: “Ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo”, amati … custoditi, non siamo soli, non lo siamo mai! Non lo saremo mai! Un’altra cosa ci dice la lettera di Giuda: “combattere per la fede” ed anche qui, magnificamente, come solo nella Parola Viva possiamo trovare , in pochissime parole vi è tutto: la fede che è dono, che ci salva e che ci da la forza per combattere la buona battaglia, battaglia che spetta a noi.
Amen

Alessandro Serena