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Sinodo 2017: i contenuti presentati durante il culto di domenica 24 settembre 2017.

Come di consueto si è svolto a Torre Pellice dal 21 al 25 settembre scorsi il sinodo della nostra Chiesa. Secondo le discipline della chiesa valdese, il Sinodo è l’assemblea generale che esprime l’unità di tutte le chiese. Nello svolgimento delle sue attività agisce nell’obbedienza alla Parola di Dio, come assemblea di credenti che ricerca la guida dello Spirito Santo. Esso è la massima autorità umana della Chiesa in materia dottrinaria, legislativa, giurisdizionale e di governo. (DV, art. 27). Esso è costituito dai deputati delle chiese locali, da un numero di pastori equivalente e dai responsabili di particolari settori di attività. Ai membri con voce deliberativa si aggiunge un numero variabile di membri con voce consultiva. Si riunisce ogni anno a Torre Pellice, nelle Valli Valdesi, in provincia di Torino, a partire dalla domenica che precede l’ultimo venerdì di agosto. (Chiesavaldese.org).

In rappresentanza della chiesa di Verona ha partecipato in qualità di deputato il nostro fratello Roberto Mellone, al quale va la gratitudine della nostra comunità per l’impegno che si è assunto e che ha reso un puntuale servizio anche nel riferirne i contenuti nel corso del culto odierno. Presenze impegnative al sinodo di quest’anno anche quelle della sorella Erica Sfredda e del fratello Enrico Parizzi, che in qualità di verbalizzanti si sono fatti carico di un compito che li ha visti alternarsi ad altri membri di chiesa nel garantire che discussioni e decisioni fossero correttamente riportate.

Quanto ha riportato oggi Roberto alla nostra comunità, compito non facile dovendo egli sintetizzare in pochi minuti i cinque giorni di lavoro, ha inteso dare un quadro immediato ed efficace dei lavori svolti al sinodo:

“Il Sinodo si occupa di tutti gli aspetti della nostra chiesa, da quelli dottrinali a quelli etici a quelli finanziari, all’attività diaconale; oltre a esaminare quanto fatto nell’anno trascorso, il sinodo traccia le linee guida dell’anno successivo. E’ un indicatore importante del grado di democrazia delle nostre chiese. Il culto di apertura presso il tempio valdese di Torre Pellice è stato tenuto dal Past. Fulvio Ferrario, decano della facoltà valdese di teologia di Roma, celebrazione nella quale è anche avvenuta la consacrazione dei nuovi pastori.

Nel corso del sinodo sono state presentate diverse attività: il vademecum per i consigli di chiesa che traccia una guida su come condurre le assemblee dei consigli di chiesa, i ruoli dei consigli e della comunità. Disponibile in formato PDF è a disposizione dei consiglieri e della comunità.

Con forte evidenza si è trattato il rapporto tra chiesa e diaconia, stimolato da più parti, ravvisandosi la necessità  di una maggiore correlazione tra chiese ed opere, con un invito a prevedere una maggiore partecipazione delle chiese alle attività delle opere di diaconia.

Successivamente il documento sulle famiglie: quello originario del 2011 è stato rivisto alla luce della recente legge sulle unioni civili. E’ stato varato quindi un nuovo documento che riporta delle modifiche rispetto al testo originario, tenendo conto del mutato assetto legislativo. Mentre prima era prevista la benedizione delle coppie eterosessuali ed omoaffettive in assenza di un quadro normativo, ora si prevede la possibilità di effettuare benedizioni di dette coppie ove siano state realizzate unioni civili.

Momento interessante quello ecumenico in cui il rappresentante della CEI ha inteso sottolineare il servizio comune delle nostre chiese, valdese e cattolica, nel servire gli ultimi, come nel caso dei corridoi umanitari e le celebrazioni comuni in occasione dei 500 anni del Riforma.

Tema discusso anche quello sul fine vita attraverso il documento: “E’ la fine? Per me è l’inizio della vita. Eutanasia e suicidio assistito”. Una discussione iniziata molto tempo fa in seno alla nostra chiesa. Già nel 1997 aveva cominciato a porsi il quesito di come vivere gli ultimi momenti della vita non come sofferenza o condanna. Nello spirito comunitario e di democrazia che ci connota, il documento sarà discusso all’interno delle chiese nel corso dell’anno, le relative osservazioni saranno affrontate nel corso del prossimo sinodo, prima che sia assunta una posizione ufficiale.

Spazio anche alla gestione dei conflitti all’interno delle chiese dove è l’Agape che deve guidarci, come riporta l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi.

Altro tema di spessore sul quale si è argomentato è quello dei migranti, con l’esperienza positiva dei corridoi umanitari: è stato auspicato dal sinodo che l’accordo col governo -che scade a fino anno- venga prolungato di almeno altri 12 mesi . Ricordiamo che il progetto dei corridoi “mediterranean hope” è volto ad individuare persone e famiglie meritevoli di particolare tutela, sottoporre prima del loro ingresso in Italia la documentazione e la loro situazione alle autorità governative e -verificata l’idoneità- prevedere poi a spese della Tavola valdese e della comunità di S. Egidio il loro viaggio ed arrivo in Italia. Si è approfondito il tema emigrazione con la votazione di un documento che riprende la preoccupazione per i fenomeni razzisti in Italia e sollecitando nel contempo l’approvazione definitiva del cosiddetto ius soli presso l’altro ramo del parlamento.

Si è parlato poi di “essere chiesa insieme” dove si auspica un aumento della condivisione, con maggiore partecipazione sia dei nativi che degli immigrati nella vita comunitaria, valorizzando il contributo delle sorelle e fratelli non italiani.

Si è parlato di terrorismo – attraverso un documento votato dal sinodo- ecumenismo e libertà religiosa .

Si è discusso di media e comunicazione: del ruolo ed attività del settimanale Riforma e di radio Beckwith evangelica e di editoria: della casa editrice Claudiana e di Paideia di Brescia.

Si è trattato delle celebrazioni in occasione del cinquecentenario della Riforma protestante, del relativo evento di Milano di giugno e del prossimo meeting a Roma del 28 ottobre prossimo, organizzato dalla Federazione delle chiese evangeliche, che concluderà l’anno di celebrazione.

Si è trattato ampiamente dell’attività della “CSD”: commissione sinodale diaconale, che si occupa di servizio al prossimo, formazione, emigranti , anziani, giovani … . Si è discusso anche del centro Agape e dei lutti che lo hanno colpito recentemente, volendo ricordarne la scomparsa dei responsabili: la Pastora Caterina Duprè, già in servizio presso la nostra chiesa di Verona e del Diacono Demetrio Canale.

Punto vagliato durante il sinodo anche quello dell‘otto per mille: le firme sono molto superiori rispetto al numero di membri di chiesa e simpatizzanti, segno di stima e fiducia per il mondo valdese e di valorizzazione per quanto guida la nostra chiesa, che non impiega il denaro per il mantenimento della chiesa stessa: tutte le risorse sono dedicate al mondo esterno, visto che come sappiamo è con le contribuzioni dei soli membri di chiesa che si affrontano le spese interne: dallo stipendio dei pastori alle bollette, al mantenimento dei luoghi di culto; questo è il nostro impegno .

Durante i giorni del sinodo si sono inoltre ricordati i 50 anni trascorsi dalla prima consacrazione femminile di pastori. Nel 1967 Carmen Trobia e Gianna Sciclone divennero pastore; oggi la rappresentanza di donne nel nostro corpo pastorale è rilevante, proprio perchè 50 anni fa fu presa una decisione che andava contro gli orientamenti dell’epoca.

Gli ultimi giorni del sinodo sono stati infine dedicati alle nomine per i vari incarichi della chiesa. Le conclusioni finali sono state tratte dal moderatore Eugenio Bernardini -confermato per un altro anno- che si è intrattenuto in particolare sul tema ecumenico: la nostra attività non può essere concepita al di fuori del contesto ecumenico nazionale internazionale ed interculturale , ricordando che non siamo gli unici depositari della fede cristiana.”

Il Signore è la nostra rocca – Predicazione del 6 agosto 2017

LETTURE BIBLICHE:

Salmo 31,1-8.21-24

O SIGNORE, poiché ho confidato in te, fa’ che io non sia mai confuso;per la tua giustizia liberami. 2 Porgi a me il tuo orecchio; affréttati a liberarmi; sii per me una forte rocca, una fortezza dove tu mi porti in salvo. 3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza; per amor del tuo nome guidami e conducimi. 4 Tirami fuori dalla rete che m’han tesa di nascosto; poiché tu sei il mio baluardo. 5 Nelle tue mani rimetto il mio spirito; tu m’hai riscattato, o SIGNORE, Dio di verità. 6 Detesto quelli che si affidano alle vanità ingannatrici; ma io confido nel SIGNORE. 7 Esulterò e mi rallegrerò per la tua benevolenza; poiché tu hai visto la mia afflizione, hai conosciuto le angosce dell’anima mia, 8 e non mi hai dato in mano del nemico; tu m’hai messo i piedi in luogo favorevole. 21 Sia benedetto il SIGNORE; poiché egli ha reso mirabile la sua benevolenza per me, ponendomi come in una città fortificata. 22 Io, nel mio smarrimento, dicevo: «Sono respinto dalla tua presenza»; ma tu hai udito la voce delle mie suppliche, quand’ho gridato a te. 23 Amate il SIGNORE, voi tutti i suoi santi! Il SIGNORE preserva i fedeli, ma punisce con rigore chi agisce con orgoglio. 24 Siate saldi, e il vostro cuore si fortifichi, o voi tutti che sperate nel SIGNORE!

Giovanni 15,1-8

15:1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Il salmo che abbiamo in parte letto oggi, e che vi invito a leggere interamente quando tornerete nelle vostre case, può stimolare molte riflessioni, ma su due in particolare vorrei concentrare la vostra attenzione. La prima è che le parole del versetto 5 (Nelle tue mani rimetto il mio spirito) sono quelle pronunciate da Gesù sulla croce, nella versione della Passione scritta da Luca.
Ma sono anche le ultime parole dette da Stefano, il primo martire cristiano, e dopo di lui da molti altri che le hanno pronunciate prima di morire, come Lutero o Girolamo Savonarola.
Questi uomini, non persone qualunque, evidentemente, prima di morire hanno sentito la necessità di pronunciare non delle parole qualsiasi, magari profonde o importanti, non sono rimasti neppure in silenzio, ma hanno citato un versetto di un salmo. Chi di noi è ancora in grado di farlo? Chi di noi conosce a memoria passi più o meno lunghi della Bibbia? Chi di noi è in grado di trovare il versetto giusto che lo aiuti nel momento del bisogno? Da molto tempo, ormai, abbiamo dimenticato questa necessità, abbiamo perso di vista questa opportunità: tanto abbiamo la nostra Bibbia con noi, tanto nei nostri cellulari è caricata la Bibbia intera a che serve conoscerla a memoria? O addirittura abbiamo perso un rapporto intimo e quotidiano con la Bibbia.
Intatti insieme ad aver perso la capacità di citare a memoria salmi e versetti, abbiamo anche, a poco a poco, perso la nostra dimestichezza col testo biblico, perso quella familiarità che era patrimonio comune fino all’epoca dei nostri genitori. Vorrei che tornando a casa riflettessimo un po’ anche su questo. Leggiamo tutti i giorni almeno qualche passo biblico? Ne conosciamo alcuni talmente bene che appartengono alla nostra vita? Mi rendo conto che sto facendo un discorso assai fuori moda, ma l’impressione che ho è che abbiamo perso o stiamo perdendo, noi tutti che siamo qui oggi qualcosa di importante, qualcosa di speciale. Perché siamo stanchi, abbiamo il lavoro, le nostre preoccupazioni. Abbiamo già la testa piena di tante altre cose!

Il cuore di questo salmo è la fiducia in Dio, che è la nostra rocca, la sicura fortezza. Siamo ancora capaci di vivere davvero nella certezza che Dio è la nostra rocca e la nostra fortezza? O non è piuttosto vero che al Signore dedichiamo giusto un pensiero fugace al mattino o alla sera prima di dormire? Non ci accade più spesso di chiedere aiuto a noi stessi o ad altri che si presentano a noi come salvatori? Guaritori, esperti in miracoli che ci faranno trovare lavoro, guarire dalle malattie, avere fortuna? Ma il salmo proclama con forza e con chiarezza:
3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza;
E prosegue: per amor del tuo nome guidami e conducimi.
Quindi il Signore è la nostra rocca, la nostra fortezza, a lui ci rivolgiamo per avere aiuto, ma è anche guida, conduzione: cioè gli chiediamo protezione e contemporaneamente accettiamo e accogliamo la Sua volontà, non la nostra; seguiamo la strada che Lui ci indica, non la nostra, anche se questo può significare che i nostri desideri umanissimi, e anche magari ragionevoli, non si realizzano. Ma è proprio questo il punto: possiamo continuare ad affidarci ad un Dio che non è come lo vorremmo? O non possiamo? O non riusciamo?
Essere nelle mani di Dio: un’immagine davvero potente! Noi piccoli, limitati, tormentati, noi che non siamo dei supereroi, ma degli uccellini nelle mani di Dio. Abbiamo il coraggio di affidarci totalmente? Siamo capaci di lasciarci totalmente abbracciare e proteggere dalle mani di Dio?
Ecco il nostro rifugio: il salmista ce lo descrive come concreto, reale, la nostra difesa. Si tratta di mani che ci liberano, che ci riscattano: da noi stessi, in primo luogo, e poi dalle nostre abitudini, dai legami che ci impediscono di cercare il nutrimento più importante. Chiedere aiuto a Dio ci ricorda che siamo piccoli e fragili e che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Non dell’aiuto di un prestigiatore o di un mago, non dell’aiuto di coloro che si fingono guaritori e facitori di miracoli, perché non è questo l’aiuto che il Signore ci dà. Rimettersi a Dio significa accettare la Sua presenza nella nostra vita, il Suo piano per noi e quindi accogliere la Sua volontà e non la nostra. Abbiamo il diritto di chiedere aiuto per la nostra vita concreta, e il diritto, concretissimo, di essere come bambini che si affidano totalmente nelle mani del Signore. Il diritto di chiudere gli occhi e sapere che siamo in buone mani, di rifugiarci nelle mani del Signore. Ma metterci nelle mani di Dio significa riconoscere il nostro bisogno, riconoscere che siamo tutti dei rifugiati, dei richiedenti asilo. Noi che stiamo bene, che abbiamo un lavoro, o almeno una casa, uno stipendio, o almeno una famiglia che ci aiuta, noi che viviamo in una parte di mondo dove esiste il benessere, noi, proprio noi, possiamo scoprirci e riscoprirci rifugiati in Dio.

Possiamo finalmente accettare chi siamo veramente, non dei supereroi, ma dei rifugiati. Dei rifugiati che non si affidano al potere e al potente, ma a Dio, e Dio è Colui che ha scelto di illuminare coloro che sono nell’ombra, coloro che non contano nulla, gli ultimi di questo nostro mondo, che invece cerca il potere, il danaro, la forza. Dio sceglie invece uomini e donne bisognosi di tutto, ma che, a differenza dei disperati del Mediterraneo, hanno la certezza di trovare rifugio, di trovare asilo. Noi siamo certi che saremo accolti, siamo certi che il miracolo avverrà ogni volta perché nel momento stesso in cui chiediamo di essere accolti, lo siamo davvero, perché anche noi, come il salmista nel versetto 22 nel nostro smarrimento ci sentiamo talvolta respinti, non amati, non accolti, ma il Signore ode la nostra voce, ascolta il nostro pianto e ci accoglie. E nel momento in cui ci accoglie diveniamo noi stessi le mani di Dio perché entriamo in comunione profonda con Lui e quindi facciamo e diventiamo il Suo volere.

Non siamo più noi che agiamo, ma Lui attraverso di noi: diventiamo davvero come la vite e i tralci di cui parla Gesù nel vangelo di Giovanni. Rimettendo il nostro spirito, rimettendo le nostre esistenze nelle mani di Dio, diventiamo noi stessi le mani di Dio. Le mani di Gesù. Faremo anche noi le opere che fa Gesù come ci dice Giovanni 14,12. Rimettendoci al Signore entriamo in comunione con Lui, dimoriamo in lui e lui in noi, e agiamo come Gesù. Non da soli, ma con tutti i figli e le figlie di Dio, insieme. Le mani nelle mani. Le sue mani, diventano le nostre mani, forti, potenti, guaritrici. Lasciandoci andare fiduciosi nelle mani del Signore troveremo le mani dei nostri fratelli e sorelle e riscopriremo il senso di questo antico salmo che da migliaia di anni ci racconta il mistero grande e profondo dell’amore di Dio.
Amen!

Erica Sfredda

Pregate gli uni per gli altri – Predicazione di domenica 9 luglio 2017

LETTURE BIBLICHE: Matteo 7:1-5; Giacomo 5,16

1 «Non giudicate, affinché non siate giudicati; 2 perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. 3 Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? 4 O, come potrai tu dire a tuo fratello: “Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre la trave è nell’occhio tuo? 5 Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello.
Matteo 7:1-5

Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia.
Giacomo 5,16

Cari fratelli, care sorelle, anche oggi siamo venuti in chiesa, probabilmente con il desiderio di stare insieme, con la voglia di pregare, qualcuno forse per senso del dovere, oppure spinti dalla nostra fede, ma probabilmente tutti portandoci sulle spalle il peso, pesante o leggero, piacevole o spiacevole, delle nostre vite piene di preoccupazioni, di persone, di lavoro, di affetti, forse di solitudine e di fatica.
Ora cantiamo tutti insieme e mentre cantiamo cerchiamo anche di lasciare i nostri pesi, di abbandonare al Signore i nostri crucci e di diventare una comunità di fratelli e sorelle, uniti, fortemente e profondamente.

Siyahamba (Camminiamo nella luce di Dio)

Stiamo camminando e camminiamo nella luce del Signore e lo facciamo insieme perché siamo una comunità.

Ma lo siamo veramente? A dire il vero non sono certa che riusciamo tutti e tutte, indistintamente, a sentire quel collegamento caldo, forte, inconfondibile, che è dato dalla consapevolezza profonda di essere fratelli e sorelle, consapevolezza che si concretizza nella preghiera gli uni per gli altri. Anzi, nella confessione gli uni agli altri (confessione che comporta un livello di intimità, di coraggio e di fiducia reciproca ancora maggiore), ma potremmo almeno cominciare dalla preghiera, che se fatta con partecipazione genuina, è forte, potente, e quindi, come dice il nostro testo, ha grande efficacia. Essere una comunità cristiana significa essere uniti da un comune denominatore, che è Cristo, il Signore. Non si tratta di altro e la preghiera comune è il fondamento di questa relazione, vorrei dire il cemento, quello che crea il legame tra di noi.

Ma noi ci riusciamo? Siamo in grado di sentirci vicini indipendentemente dalle affinità culturali, geografiche, politiche, generazionali, indipendentemente dalle parentele, dalle amicizie? Abbiamo il coraggio di confessarci gli uni agli altri, sapendo che non saremo giudicati, ma accolti col nostro fardello di peccati?
Pregare gli uni per gli altri significa interrompere per un attimo, il continuo, incessante pensiero su noi stessi, o sui nostri cari, significa guardare l’altro, l’altra e vedere in lui un fratello, in lei una sorella, significa sentire che indipendentemente da tutto quello che ci divide, siamo accomunati dalla stessa distanza incolmabile da Gesù, che considera ognuno e ognuna di noi proprio fratello, propria sorella, che ci vuole al suo fianco e ci chiama per nome, uno per uno. La preghiera gli uni per gli altri è infatti il riflesso dell’amore di Cristo per noi, di quella cura vigile e incessante che Dio ha per ciascuno e ciascuna di noi, significa accogliere dentro di sé l’amore di Dio che non solo non ha riguardi personali, ma anche ha la forza per riplasmare e ricreare la realtà, la nostra realtà.

Avete mai provato a pregare per qualcuno che non vi piace? Provateci! Provateci perché attraverso la preghiera non solo chiedete aiuto a Dio per questa persona, ma state chiedendo di essere trasformati voi, state chiedendo di diventare capaci di accogliere l’altro, l’altra anche se non vi piace, anche se è troppo rumorosa o troppo brontolona, anche se ha idee o abitudini diverse dalle vostre, anche se percepite che la sua fede è diversa dalla vostra. E il miracolo della comunità avviene proprio là dove siamo stati capaci di abbandonarci a Dio e non a noi stessi, quando abbiamo accolto le Sue categorie e non le nostre, quando abbiamo smesso di giudicare l’altro, l’altra solo perché è diverso da noi.
Siamo in grado di riconoscere, oggi, che qualsiasi nostra relazione nasce da un giudizio sull’altro: un giudizio positivo, quando ci piace quella persona, o negativo, quando non ci piace? Ci rendiamo conto che normalmente accogliamo chi è come noi, della nostra tribù, del nostro gruppo, chi ha delle affinità con noi e respingiamo gli altri? La preghiera per l’altro, per l’altra, a partire dalla preghiera per chi ci piace di meno, per chi ci assomiglia di meno, ci mette tutti sullo stesso piano, ci rende davvero tutti fratelli e sorelle. Perché tutti, italiani o ghanesi, Ashanti o Fante, Dagomba o Veneti, colti o ignoranti, brutti o belli, giovani o vecchi, siamo tutti, ma proprio tutti, immeritevoli dell’aiuto di Dio, tutti bisognosi di essere aiutati a superare il nostro peccato, tutti nella necessità di crescere nella fede e nell’ubbidienza.

Se si prega per un fratello, non una volta, magari perché impressionati da qualcosa che è capitato, ma con perseveranza, pensando proprio a quella specifica persona, ecco che il nostro atteggiamento e il nostro stato d’animo cambiano: non si può più parlarne male o con indifferenza, perché in un balzo abbiamo azzerato o almeno ridotto la distanza che c’era tra noi e lui, tra noi e lei. Perfino il nostro modo di guardarlo, di guardarla cambia se noi preghiamo per lui, per lei. Meno ci piace una persona e più dovremmo cercare di pregare per lei, per lui e piano piano, possiamo starne certi, il miracolo avviene.
Finché non ci proviamo sul serio non possiamo misurare quello che può operare una preghiera intensa, calda, e continua per un fratello, per una sorella: la trasformazione che opera dentro di noi e nella nostra comunità.
Cerchiamo dunque, cari fratelli e sorelle, di aiutarci l’un l’altro pregando gli uni per gli altri. Possiamo tutti diventare oggetto della preghiera degli altri e contemporaneamente possiamo farci carico di chi ci sta vicino e non conosciamo ancora o non apprezziamo. Possiamo davvero diventare fratelli e sorelle, accomunati dall’amore di Dio Padre che è al nostro fianco. Il Signore ascolta le nostre preghiere e saprà trasformare i nostri cuori di pietra in cuori nuovi palpitanti di vita e di amore.
Amen!

Erica Sfredda

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L’immigrazione e la banalità del male.

«Prepararsi un pasto caldo prima di affrontare la lunga traversata. Questo provavano a fare Amina e le altre donne collegando con una canna per l’acqua la bombola del gas a un fornello improvvisato. Il ritorno di fiamma non ha lasciato loro scampo… Erano in ventitré. Una, appena diciannovenne, non era riuscita a sopravvivere. La più piccola aveva solo due anni…».
Partiamo da qui, da quanto scrive nel suo libro “Lacrime di sale” Pietro Bartolo, medico a Lampedusa che dal 1991 assiste chi sbarca.
Da qui, perché prima, molto prima di qualsiasi considerazione, da questo punto di vista, di chi è ultimo, dobbiamo guardare, se vogliamo mantenere la nostra umanità.


Hannah Arendt scrisse nel 1963 “La Banalità del male”, che raccontava il processo svoltosi a Gerusalemme contro Adolf Eichmann, definito dalla Arendt stessa un “elemento  chiave” del meccanismo di deportazione degli ebrei allo scopo di perseguire la  “soluzione finale”: lo sterminio  del popolo ebraico per mano nazista. Quanto la colpiva era la normalità di Eichmann, che non appariva come un mostro sanguinario ma come una persona “terribilmente e spaventosamente normale”. In una sua lettera la Arendt scriveva: 
«Penso che il male non è mai radicale, può essere solo estremo e che possiede né profondità né dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero precisamente perché si diffonde come un fungo sulla superficie.»

Un fungo sulla superficie…

Il male si insinua, lentamente si diffonde, mascherato da normalità, mascherato da buon senso. Come non applicarlo a quanto stiamo vivendo oggi quando si parla di immigrazione?

Raramente il tema è affrontato con la dovuta serietà: populismo e demagogia si alimentano grazie ad un vortice di paure. Afferrare allo stomaco il lettore e l’elettore, bypassando il cervello, questo pare l’esercizio più diffuso oggi quando si parla di immigrazione. Provocare reazioni basate su sensazioni, percezioni, “buon senso”. Il “buon senso” di chi non è informato ma è scandalizzato “dall’immigrato col cellulare”, dal rifugiato che “vive in hotel”, dalle persone che “non fuggono da guerre ma vogliono solo il loro benessere”, “siamo invasi, basta guardarsi intorno.”

Informarsi è necessario per chi vuole capire, è irrinunciabile per un cristiano che non può assistere indifferente allo spettacolo di un’umanità devastata, misera e disperata che chiede aiuto.

I numeri servono a capire. Le migrazioni esistono dalla notte dei tempi. Le spinte sono sempre quelle: si fugge dalla povertà, dalla guerra, dalla carestia, dalla morte.

In tre anni e mezzo sono stati accertati 14.785 morti o dispersi in mare tra le persone che tentavano di raggiungere l’Europa (fonte UNHCR, alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, riportata dall’osservatorio del Corriere della sera). Il numero di persone non censite morte in terra africana cercando di raggiungere le coste, non lo conosciamo, il numero di persone respinte nei lager in Libia e altrove non lo conosciamo. In questo momento, secondo l’ONU, in Somalia, Yemen, Sud Sudan e Nigeria la vita di 20 milioni di persone è minacciata dalla carestia. Dobbiamo prendere atto che si tratta di una tragedia di dimensioni colossali, globale.

Secondo le statistiche di Eurostat l’Italia è quinta (con 280.100 persone) nella classifica europea dell’immigrazione che nel 2015 vede la Germania prima con 1.543.800 immigrati. Sempre secondo l’UHNCR in Europa siamo quindicesimi su 18 nella quota di rifugiati ogni 1000 abitanti (2,4). Sia l’immigrazione europea che extraeuropea è indirizzata verso economie più forti della nostra, nonostante l’Italia per ragioni geografiche si presti maggiormente all’ingresso di immigrati.
In Italia nel 2017 (secondo i dati del Viminale) sono sbarcate 93.000 persone: il primo gruppo rappresentato, con il 17% è quello dei nigeriani (oltre alla carestia ricordiamo le stragi e i sequestri di Boko Haram); il secondo non è definito da una nazionalità ma da un’età: sono i minori non accompagnati: oltre 12.000. Senza genitori.

Sono cose che SI DEVONO SAPERE, prima di azzardare qualsiasi commento; è fondamentale per la nostra coscienza critica e per salvare la nostra appartenenza al genere umano.

Consideriamo inoltre che, spesso, abbiamo la memoria corta. Gli italiani immigrati negli USA erano chiamati “dagos”, (chiaramente perché sempre armati di coltello ), ritenuti maleodoranti, criminali, mafiosi. I tribunali del sud segregazionista avevano i loro problemi per definire il grado di “negritudine” dei nostri connazionali con tratti mediterranei, perché le condanne erano differenziate per bianchi e neri.

Il nostro è ancora un paese con la valigia in mano. Secondo il centro studi Idos citato dal Sole 24 ore, nel 2016 sono 285.000 gli italiani emigrati (in maggioranza diplomati e laureati): l’Italia è più un paese di emigrazione che di immigrazione. Pensiamo che il titolo di studio faccia una differenza per i razzisti? Per l’intolleranza, lo straniero è sempre un problema. Peggio ancora se l’immigrato è qualificato : ”Ci ruba i posti migliori…”. La discriminazione ha sempre la stessa squallida faccia, ad ogni latitudine ed in ogni tempo.

Torniamo allo sguardo degli esclusi, ricordando che per Lutero, Dio ha lo sguardo rivolto verso il basso. Riprendiamo quindi dal libro di Pietro Bartolo :

«Prepararsi un pasto caldo prima di affrontare la lunga traversata. Questo provavano a fare Amina e le altre donne collegando con una canna per l’acqua la bombola del gas a un fornello improvvisato. Il ritorno di fiamma non ha lasciato loro scampo. Ustioni sul 90% del corpo. Una scena terrificante ma gli scafisti in Libia non hanno avuto alcuna pietà. Le hanno caricate a forza su un gommone e in quelle condizioni loro hanno viaggiato e sono finite alla deriva in preda a dolori lancinanti, finché a salvarle non è arrivata la guardia di finanza. I soccorritori non sapevano nemmeno come toccarle, come prenderle a bordo delle motovedette senza farle soffrire ancor di più. Eppure, da loro, non un lamento, un urlo, un pianto. Nemmeno quando in queste condizioni i militari le hanno portate in banchina. Non potevo crederci. Davanti ai miei occhi avevo una scena terribile. Non sapevo da che parte cominciare. Era l’ennesima sfida. Perché ad ogni sbarco non sai cosa ti troverai ad affrontare… Erano in ventitré. Una, appena diciannovenne, non era riuscita a sopravvivere. La più piccola aveva solo due anni ed era completamente bruciata. Ho cercato di procurare loro il minor dolore possibile. La pelle veniva via a brandelli lasciando scoperta la carne viva. Dovevamo trasferirle subito… una corsa contro il tempo… »

Di fronte ai diseredati, ai rinchiusi nei lager, ad Auschwitz o in Africa, a chi è su un gommone, agli ultimi ricordiamo che il volto di Cristo è in mezzo a loro:

«Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me». (Mt. 25, 35-40)

Alessandro Serena

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Serie di incontri: Lutero, 500 anni dalla Riforma.

Il 31 ottobre 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero, secondo la tradizione,  affisse sul portale della chiesa del castello di Wittenberg le sue famose 95 tesi.  L’immagine è suggestiva ed è rimasta nell’immaginario collettivo come un’icona: il temerario monaco che affigge con vigore,  a colpi di martello il documento che riportava con altrettanta forza le tesi destinate a tracciare un solco all’interno della cristianità. In realtà le tesi nacquero come documento accademico: Lutero, professore di Sacra Scrittura presso la locale università pose alla discussione della comunità accademica, come era in uso all’epoca, le proprie idee. Proprie, ma come ebbe occasione di dichiarare pochi anni più tardi di fronte all’imperatore Carlo V nel corso della dieta di Worms, radicate nella fede ed avvinte alla Scrittura: “Io sono vinto dalla mia coscienza e prigioniero della Parola di Dio”. L’intento di Lutero era in realtà non quello di creare una frattura ma di ri-formare:  discutere sulla necessità di  tornare ad un cristianesimo maggiormente conforme alle sue origini.

A quattordici anni di distanza da quel fatidico 31 ottobre,  la chiesa valdese avrebbe aderito alla Riforma protestante nella sua impronta calvinista. Una chiesa già esistente: nel XII secolo un ricco commerciante di Lione cedette tutti i suoi averi per vivere nella povertà evangelica e professare   la fede cristiana con la propria vita e con le proprie parole nella predicazione della Parola di Dio.

Di questo e di altro si parlerà in occasione della serie di  incontri, organizzati in occasione del 500. anniversario della Riforma, che avranno luogo nel corso dei mesi di settembre ed ottobre e promossi dall’ISTITUTO  DI ISTRUZIONE SUPERIORE STATALE MARIE CURIE
di Garda Bussolengo e dall’UNIVERSITÀ DEL TEMPO LIBERO di Garda.

Giovedì 21 settembre 2017, ore 17:30
DEFORMATA REFORMARE
la riforma prima della Riforma
relatore
GIULIO RAMA Liceo Marie Curie

Giovedì 28 settembre 2017, ore 17:30
POTERE E IMMAGINAZIONE
l’incontro (e lo scontro) tra Carlo V e Lutero
relatore
CARLO SANDRELLI Liceo Marie Curie

Giovedì 12 ottobre 2017, ore 17:30
FEDE GRAZIA SCRITTURA
il cuore della Riforma Luterana
relatore
URS MICHALKE, Verona, Pastore della Chiesa Evangelica Luterana in Italia

Giovedì 19 ottobre 2017, ore 17:30
PIETRO VALDO E LA CHIESA VALDESE
una Chiesa della Riforma in Italia
relatrice
LAURA TESTA Pastora della Chiesa Valdese
di Verona

Gli incontri si terranno presso il PALAZZO MUNICIPALE DI GARDA, nella  sala consiliare, Lungolago Regina Adelaide, 15.

L’ingresso è libero.

locandina incontri 500 anni riforma

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I 5 SOLA – Soli Deo Gloria (5)

Narrano i cieli la gloria di Dio, gli spazi annunziano l’opera delle sue mani
(Salmo 19)

«È privo di fondamento (…) questo legare l’uomo a se stesso, anziché fargli prendere coscienza del fatto che un corretto orientamento dell’esistenza scaturisce da una volontà di ricercare, accrescere, esprimere la gloria del Signore». Questa la risposta, cioè «Soli Deo gloria», solo a Dio la gloria, che Giovanni Calvino manda da Ginevra nel settembre del 1539 al cardinale di Carpentras Jacopo Sadoleto. Quest’ultimo, nella sua lettera del marzo dello stesso anno, aveva invitato pubblicamente i ginevrini, con i quali Calvino viveva in quel momento tutta la novità della Riforma, a ritornare sulla «retta via» della Chiesa cattolica. A rendere quindi «gloria», piuttosto, alla sua Chiesa, alla disciplina, alla dottrina, ai dogmi.
Senza i dogmi e i sacramenti della tradizione cattolica, aveva scritto il cardinale, sarebbe preclusa la vita eterna ai credenti ribelli. Una minaccia terribilissima che, come Calvino sottolinea, tende a tenere imprigionate le anime a cui non sia permessa una propria originale «lettura» della Parola delle Scritture, e quindi un dialogo libero, personale, confidente e responsabile, con il Dio che la Riforma vuole recuperare in tutta la sua gloria «esclusiva».

Soli Deo gloria diventa uno dei cinque «Sola» della Riforma, fondamentale e fondante degli altri quattro. Perché per rendere gloria a Dio, che vuol dire amarlo per la sua bontà e la sua creazione di cui facciamo parte, bisogna ascoltare la propria vocazione, cioè la Fede, nutrirla con la Scrittura, gioire della Grazia, riferirsi costantemente all’esempio di Cristo. Ed esprimere e declinare sempre nuovi contenuti e comportamenti in modo appunto che Soli Deo gloria possa continuare e ribadire il proprio significato nelle varie e mutevoli condizioni storiche.
Cambiano infatti nel corso della storia gli idoli a cui opporsi, ma Soli Deo gloria indica di epoca in epoca la loro inconsistenza, anche quando la massa umana li sacralizza. Oggi questi idoli sono il profitto e la finanza, lo sfruttamento di una parte del mondo su un’altra, la tecnologia fine a se stessa, quella scienza che si autorizza e si compiace con arroganza dei propri risultati. Abilità e conoscenze, e il potere che ne deriva, illudono gli uomini di essere centrali e autosufficienti. È l’eterna e diabolica superbia che si incarna, a seconda dei tempi e dei luoghi, in diversi personaggi e diverse ideologie autocelebrative. Desiderio di superare il limite posto all’essere umano, che ha le proprie radici nella preistoria, come ci insegna il mito di Adamo ed Eva. Tentata prima Eva, forse perché il matriarcato ha illuso le donne di un proprio potere nel generare la vita, poi Adamo quando, sempre nella notte dei tempi, il «maschile» ha ribaltato la situazione di potere sottomettendo il «femminile».

Tutto l’Antico testamento racconta come Dio, nella sua assoluta libertà, ha scelto, tra popolazioni adoranti dee madri, animali, feticci e faraoni, il popolo ebraico perché era quello con cui Egli si poteva più facilmente relazionare. Il patto della circoncisione forse segna proprio questo rendere gloria all’unico vero potere generativo che appartiene a Dio e non all’uomo, siglato attraverso un segno visibile nella carne.

Dio assegna al popolo ebraico in quei tempi il compito di tramandare il proprio messaggio d’amore. Che si esprime nella consegna a questo sparuto e spaventato gruppo di esuli della prima incontrovertibile testimonianza, appunto, della paterna attenzione verso l’umanità, che si dibatte dentro le proprie debolezze e fragilità e confusioni: i dieci Comandamenti, che fanno una lapidaria chiarezza su ciò che è bene e ciò che è male, e che iniziano proprio con «Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me». Un Dio che, andando a ritroso nel racconto, aveva già insegnato attraverso l’episodio di Abramo, disposto a uccidere il proprio figlio, che i sacrifici umani, che al tempo erano una pratica comune, non erano necessari alla sua gloria, non erano graditi, non erano permessi.

Se la parola «gloria» ci sembra impegnativa, se può condurre a immaginare un Dio Padre lontano nell’«alto dei cieli», possiamo correggere la sensazione tornando, nella Trinità, alla figura e all’esempio illuminante di Gesù, che, intervenendo nella storia, ha allargato il messaggio divino a tutti. E ricordandoci che lo Spirito di Dio è con noi quotidianamente, agisce in noi direi maternamente come suggerisce la sua etimologia ebraica al femminile: ruah.
Non a caso Johann Sebastian Bach, cantore della Riforma, siglava le sue composizioni musicali all’insegna del Soli Deo Gloria. Intuiamo infatti che certi risultati umani, eccezionali come quelli delle bachiane Passione secondo Giovanni e Passione  secondo Matteo, ma anche assolutamente più quotidiani quali sono quelli che sperimentiamo noi credenti quando siamo chiamati a fare piccole e grandi scelte, non possono attuarsi se non con l’aiuto di Dio. Che agisce dentro di noi e che ci illumina la via.
Tutto quello che riusciamo a realizzare non è per noi. È per la sua gloria

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Contro ogni razzismo

Le chiese Valdesi di Verona e Mantova – Unione delle chiese Valdesi e Metodiste – esprimono la propria solidarietà piena con coloro che subiscono attacchi razzisti. Non ultimi quelli avvenuti a Verona e Rimini a danni di giovani donne. Desideriamo ricordare che ogni espressione di intolleranza, odio razziale, o discriminazione sono condannate dal Signore Gesù Cristo. Riteniamo che atti intimidatori, violenti e discriminanti vadano isolati, denunciati e mai tollerati. Restiamo uniti nella preghiera a favore delle vittime di tali atti. Crediamo che la pace, l’accoglienza, la fraternità e la giustizia siano capisaldi irrinunciabili della nostra civiltà.

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Lutero – 500 anni dalla Riforma

 

Giovedì 21 settembre 2017, ore 17:30
DEFORMATA REFORMARE
la riforma prima della Riforma
relatore
GIULIO RAMA Liceo Marie Curie

Giovedì 12 ottobre 2017, ore 17:30
FEDE GRAZIA SCRITTURA
il cuore della Riforma Luterana
relatore
URS MICHALKE Pastore della Chiesa Luterana di Verona e Gardone

Giovedì 28 settembre 2017, ore 17:30
POTERE E IMMAGINAZIONE
l’incontro (e lo scontro) tra Carlo V e Lutero
relatore
CARLO SANDRELLI Liceo Marie Curie

Giovedì 19 ottobre 2017, ore 17:30
PIETRO VALDO E LA COMUNITÀ VALDESE
una Chiesa della Riforma in Italia
relatore
LAURA TESTA Pastora della Chiesa Valdese di Verona

 


Sede degli incontri

PALAZZO MUNICIPALE DI GARDA
sala consiliare
Lungolago Regina Adelaide, 15

INGRESSO LIBERO

 

Iniziativa promossa da
ISTITUTO ISTRUZIONE SUPERIORE STATALE MARIE CURIE
Garda Bussolengo
UNIVERSITÀ DEL TEMPO LIBERO DI GARDA


 

 

Il Gesù guaritore: i miracoli. Un’interpretazione.

Introduzione
Il centro della predicazione di Gesù è indubbiamente l’avvento del Regno dei cieli, la signoria di Dio ma quale il nucleo della sua attività? Egli ha compiuto diverse azioni simboliche: la comunione della mensa con i peccatori e pubblicani, l’invio in missione , la purificazione del tempio, l’ultima cena; sono stati però i miracoli a sconcertare, a provocare interrogativi profondi tra i quali non poteva non spiccare il: “Chi è costui?” . Come possiamo oggi valutare i miracoli? Dall’illuminismo in avanti si sono proposte molte ipotesi a testimonianza del fatto che l’uomo moderno e quello contemporaneo difficilmente possono accettare tout court una lettura che non si discosti dalla lettera. Quindi cosa rimane? Il mito? La fantasia? La redazione lontana dagli eventi e dai fatti? La favola? Sono ipotesi sufficienti a spiegare le azioni di chi ha diviso in due la storia e che è stato addirittura identificato con Dio stesso? Affronteremo un percorso che , attraverso le diverse ipotesi volte a spiegare l’irruzione del “totalmente altro” nel mondo, approda ad una delle spiegazioni più profonde ed attuali del miracoloso in Gesù. Si intende infatti presentare il frutto di quanto Gerd Theissen, -teologo evangelico tedesco, professore di Nuovo Testamento all’università di Heidelberg, specializzato in studi sul cristianesimo delle origini- ha considerato, ricorrendo a tutti gli strumenti dell’accademico: ricerca storica, sociologica, esegetica, teologica. Le conclusioni cui approda Theissen possono anche sconvolgere visioni consolidate dei miracoli di Gesù passate ormai dell’immaginario collettivo; ciò non impedisce all’autore di mantenere uno sguardo che , non rinunciando alla ragione ed alle scienze positive, rimane aperto al trascendentale, facendoci percepire un Gesù senza dubbio più umano ma -nel contempo- non meno inquietante, lasciando risuonare anche oggi la domanda: “Chi è costui?”.
La discussione sui miracoli di Gesù è divisibile in fasi, che si sono succedute dal XVIII ad oggi, vediamole brevemente.

Le fasi della discussione sui miracoli

L’interpretazione razionalistica
Non abbiamo nei miracoli un’ interruzione delle leggi di natura. Si tratta di trasposizioni nel miracoloso di fatti ordinari. Ad esempio: Gesù che cammina sulle acque ha in realtà poggiato i piedi su pezzi di legno galleggianti. Possiamo fare riferimento al teologo di Heidelberg Paulus (1761-1851) che in una forma più matura, descrive ad esempio la moltiplicazione dei pani come una semplice condivisione con i più poveri. Non viene meno il messaggio che viene veicolato dal gesto, al quale si toglie l’aspetto soprannaturale.

L’interpretazione mitica
In Strauss (1808-1874) si inizia la negoziazione sulla storicità dei miracoli. Ovvero non negati nella loro storicità (qualcosa è successo!) ma visti come rispondenti alle attese del popolo, portato a credere ai miracoli. Composizione quindi poetica, volta a dare un senso -ad esempio- alle guarigioni, viste in senso psicosomatico. Si esprime attraverso il racconto mitico un’idea che parte dall’Antico Testamento, quella messianica.

L’interpretazione storico-formale e storico-religiosa
E’ questo il nuovo approccio che si fa largo all’inizio del XX secolo. Bultmann vede l’influenza del mondo ellenistico nei racconti di miracolo. Dibelius li illustra come novelle. Bieler vede Gesù corrispondere al modello antico dell’uomo divino, un taumaturgo ben delineato . In sostanza abbiamo che i miracoli vengono “marginalizzati” : si tratta di racconti che sono serviti a dare espressione all’annuncio, al kerygma.

La relativizzazione storico-redazionale
I miracoli sono racconti che ogni evangelista, traendoli dalla tradizione ha relativizzato criticamente in funzione del loro messaggio: Marco ritiene che i miracoli si comprendano solo a partire dalla croce (ecco il segreto messianico che assume valore); Matteo vedrebbe un “Messia dell’azione” che nel rispetto dei canti del servo di Isaia assume le malattie e le guarisce; Luca li interpreta in senso storico-salvifico, racconti del successo e della volontà benefica di Dio; Giovanni li vede come segni che rimandano al vero miracolo, Gesù stesso portatore della vera vita.

Gesù taumaturgo
Si inquadra Gesù in una figura di taumaturgo carismatico, presente in ambiente giudaico, oppure in in un modello che si accosta a quello del mago in un mondo dove la magia era una sfera presente e reale. Un esorcista-guaritore quindi, che agisce in virtù della propria spiccata personalità.

L’analisi di Theissen
Il suo punto di partenza è che il cristianesimo primitivo coincideva con un periodo di grande fede nei miracoli, comune al mondo antico. Ecco che diviene necessario distinguere i miracoli in sei tipologie. Non accettando una comune chiave di lettura, Theissen riesce in base al confronto con il miracoloso nella letteratura dell’epoca, in base alla plausibilità , in base al contesto storico ed all’ambiente che ha generato i racconti, a fornire un approfondimento convincente. Si possono quindi dividere i miracoli in due macrogruppi: quelli che costituiscono riflessi del Gesù storico e quelli che presuppongono la fede pasquale. Sinteticamente:

Riflessi del Gesù storico: esorcismi, terapie, miracoli rapporti a norme
Fede pasquale presupposta: miracoli di salvazione, miracoli come dono gratuito, Epifanie

Nel primo gruppo possiamo considerare un’origine nel Gesù storico, Lui stesso li ha compiuti, per respingere l’accusa di essere alleato del diavolo (esorcismi e terapie), per il rimprovero di violare il sabato (norme). Nel secondo gruppo abbiamo la descrizione di capacità che vanno oltre il limite umano: i ricordi di eventi storici (viaggi sul lago, elargizioni di cibo) sono fusi in racconti che evidenziano la rivelazione di un essere soprannaturale, possibili alla luce di quanto vissuto dalla comunità e dai singoli dopo la Pasqua. Si parte quindi, sempre, da un nucleo storico, i miracoli avevano reso “famoso” Gesù, secondo le testimonianze di Giuseppe Flavio (storico ebreo del primo secolo che, come denunciato dal nome ebraico-romano, era passato dalla causa ebraica ad abbracciare quella imperiale). Se le guarigioni potevano essere capaci di diffondere il suo nome, nel secondo gruppo di miracoli v’era l’irruzione della luce pasquale a gettare il segno del divino su racconti quali la trasfigurazione (Mc 9,2 ss.) oppure la pesca miracolosa (Lc 5,1 ss).

 

Riflessioni conclusive
Sorge a questo punto la domanda : ma allora Gesù non ha compiuto nulla di “miracoloso”? Per rispondere si deve obbligatoriamente trascurare la Pasqua che (ancora una volta) pone di fronte all’uomo e alla donna la scelta. Se è risorto, se Dio è intervenuto, se prima era morto ed ora è vivo, poco importa se gli echi sono giunti a noi anche tramite una redazione miracolosa di nuclei storici.

Ignoriamo la Pasqua comunque e focalizziamoci sull’attività taumaturgica di Gesù: secondo Theissen si tratta di un genere letterario ampiamente documentato: sia gli evangelisti, nel materiale comune come in quello proprio, che la fonte Q (oggi persa, si tratta di una raccolta di detti di Gesù che si ipotizza abbia fornito materiale ai Vangeli di Matteo e Luca) ne trattano ampiamente. Gli esorcismi vengono nel tempo ad essere piuttosto negletti, a testimonianza del fatto che creavano forse qualche imbarazzo, avvalorando ulteriormente la storicità dei racconti di guarigione. L’originalità dei racconti inoltre risiede nella loro portata escatologica. Secondo l’autore abbiamo nel miracolo un tempo di salvezza, il segno che marca l’inizio del nuovo mondo: Gesù possedeva qualità “paranormali” che ha saputo unire al centro del suo messaggio.

Quindi le guarigioni sono miracoli oppure no? Basta la loro originalità rispetto al contesto storico e la loro documentazione a renderli elementi che spezzano le leggi di natura? Quali leggi di natura inoltre, quelle note anticamente? Quelle note oggi? Da queste domande che a mio avviso è opportuno lasciare alla riflessione di ciascuno, possiamo però trarre una conclusione che secondo me è decisiva: dal racconto di miracolo non nasce la fede. Il miracolo può essere o meno plausibile, può supportare la fede ma può anche metterla in crisi profonda: “Perché il Cristo ha guarito e sanato mentre la mia giovane amica è mancata per un tumore? Eppure io ho pregato!” . Rimane la fede che allora ancor più, ancor più di fronte al miracolo mancato è “Scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani” come diceva l’apostolo Paolo. Forse … forse, di fronte al grido di Gesù contro la sofferenza e il dolore, che si materializza nel miracolo, possiamo pensare che è lo stesso grido che risuona sulla croce: “Dio mio perchè mi hai abbandonato!”

Alessandro Serena

Bibliografia:
-Theissen G., Merz A., Il Gesù storico. Un manuale. Queriniana, Brescia 1999.
-Becker J., Paolo l’apostolo dei popoli. Queriniana, Brescia 1996
-La Bibbia TOB, Elledici Torino 2010.