Per i protestanti esiste l’inferno ?

Per la serie “Una chiesa che risponde”, pubblicata sulla pagina youtube della chiesa evangelica valdese, riportiamo la risposta del Pastore Pawel Gajewski, docente di Teologia delle religioni presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma alla domanda: “Esiste l’inferno?”.

Chiarendo come la teologia protestante sia essenzialmente una teologia biblica, il Past. Gajewski affronta l’argomento con un breve excursus che inizia dall’Antico Testamento, dove luoghi di punizione eterna non sono contemplati, per arrivare a Gesù che usa immagini volte a sensibilizzare sulla realtà del mondo,  annunciare la possibilità di conversione e l’assunzione di responsabilità.

Vediamo …

L’ebreo Paolo nella pluralità del I secolo

Nuove prospettive

La “new perspectivea partire dagli anni 60 del ‘900, svela un mondo ebraico non compatto. Molto difficile riconoscere il giudaismo del I secolo. Al tempo di Gesù la maggioranza degli ebrei sono ellenizzati. Non solo ad Alessandria, anche a Gerusalemme. Gli ebrei nel bacino del mediterraneo parlano per lo più greco; a livello internazionale è l’ebraismo di maggior successo, aperto, teso al confronto. Assistiamo in Palestina all‘affermazione di sadducei (aristocrazia religiosa) e farisei (maggiormente normativi). Pensiamo inoltre agli esseni (non isolati come si credeva un tempo, esisteva un quartiere esseno a Gerusalemme), agli zeloti , che scompariranno nel 135 d.C. con l’ultima e definitiva sconfitta subita nelle guerre contro Roma. Non è corretto inoltre affermare che gli ebrei attendessero uno specifico tipo di Messia , intendevano diversi tipi di Messia.Difficile quindi dire cosa gli ebrei del primo secolo pensassero come collettività . Il movimento cristiano, termine anacronistico, potremmo dire più correttamente “gesuano”, si inquadra come movimento interno all’ebraismo, nato su basi carismatico-escatologiche. Un mondo quindi agitato da correnti con differenze sociali, culturali e teologiche anche rilevanti, non caretterizzato o descritto nella sua interezza e complessità dal movimento farisaico. La riforma del II secolo d.C. porterà al giudaismo di impronta rabbinica, che punterà alla definizione e conservazione della propria identità, in linea con i contenuti della riforma di Esdra e Neemia del IV secolo a.C. . Potremmo addirittura dire che l’ebraismo rabbinico ed il cristianesimo sono le due forme del giudaismo del primo secolo sopravvissute fino ad oggi.

Le diverse correnti nell’ebraismo del I secolo.

Gli ebrei del secondo tempio (come i primi cristiani ) considerano il tempio il centro della relazione tra l’uomo e Dio.

L’autorità del tempio è quella dei sadducei: il gruppo dominante in termini politici e religiosi, la corrente istituzionale, gli altri gruppi sono di opposizione o di riforma. Si è sacerdoti per nascita e non per scelta, (non tutti i membri delle famiglie sacerdotali sono sadducei) . Annah e Caiafa sono sadducei. Gli altri gruppi pongono al centro della loro interpretazione dell’ebraismo altri elementi.

I fariseiesaltano la Torah:affermano che le leggi morali che riguardano il rapporto tra uomo e Dio , tra uomo e uomo, sono più importanti dei sacrifici; Gesù è d’accordo con loro. Se si pone al centro la Torah è importante l’insegnamento dei maestri, dei rabbini, degli scribi: il ruolo degli interpreti è quindi più rilevante di quelli che svolgono un ruolo cultuale nel tempio.

Gli ebrei ellenistici pongono al centro la sapienza creatrice o la legge naturale che Dio ha dato a tutti gli uomini , l’ordine divino che Dio ha stabilito nel momento della creazione: legge data non solo a Israele ma a tutta l’umanità; l’ebraismo è la religione del cosmo non solo degli ebrei. I primi a predicare ai gentili sono stati gli ebrei ellenistici. Moltissimi i gentili che frequentavano le sinagoghe: “timorati di dio”, non ebrei, che avevano accettato di vivere secondo la legge del Dio unico . Per gli ellenisti gli ebrei nascono per essere i sacerdoti dell’umanità, analogamente ai leviti che sono nati per essere i sacerdoti all’interno del popolo ebraico. Il popolo di Dio è quindi fatto da ebrei e non ebrei. I non ebrei erano ben accolti nel tempio di Gerusalemme, erano solo esclusealcune parti in cui non potevano entrare . L’universalismo di Isaia aveva fatto comprendere che il tempio è il tempio delle genti. Chiunque poteva offrire sacrifici nel tempio.

Gli esseni dei manoscritti del mar morto erano una piccola comunità (150 persone) , la maggior parte viveva nelle città della giudea, a Gerusalemme vi era un quartiere esseno , i contatti tra Gesù ed esseni sembrano essere stati molto forti . Le prime comunità cristiane si sono date strutture mutuate dagli esseni: la comunione dei beni , il banchetto eucaristico, il rituale di iniziazione. Gli esseni pongono al centro l’attesa messianica; hanno una visione pessimista della potenza del male sulla terra, pensano che il mondo sia corrotto da un peccato angelico: ecco la caduta degli angeli. Il cristianesimo allude continuamente a questi elementi della letteratura apocrifa giudaica, ad esempio Gesù guarisce dagli spiriti maligni, non descritti perché noti a tutti. Abbiamo una forza demonica che è tentatrice e corruttrice, l’uomo è vittima di un male cosmico. La venuta del Messia è attesa nella tradizione essenica come il momento in cui il potere del male cessa , secondo gli esseni avverrà alla fine dei tempi. Gli esseni vivono nell’attesa della fine di questo mondo.

Quindi i vari gruppi potevano rifarsi agli stessi elementi della tradizione e delle scritture ma con pesi e interpretazioni decisamente diversi : all’interno della propria tradizione cambiava la pietra angolare e quindi cambiava l’edificio.

Paolol’ebreo (o il cristiano?)

Paolo era fariseo di Tarso, città “border line” tra mondo ellenistico e giudaico. La filosofia stoica era diffusa nella città, la comunità ebraica ellenistica era fortemente rappresentata. Paolo, di madre lingua greca, bilingue, discepolo di Gamaliele, studia a Gerusalemme, all’interno della tradizione farisaica, ebreo della diaspora, cittadino romano (di nascita, per meriti probabilmente acquisiti dalla sua famiglia) in un’epoca in cui era privilegio di pochi, appartiene ad una elìte. Leggendo gli Atti degli Apostoli e le Lettere Paoline si ha l’impressione che si orienti verso posizioni zelote (ala radicale, fondamentalista, che riteneva che i principi della religione ebraica dovessero essere difesi o imposti con la forza in preparazione del mondo a venire: responsabilità militante) . Ecco Paolo presentato come persona che perseguita alcuni gruppi cristiani . I cristiani si aggiungono alla lista dei movimenti ebraici del tempo. Viene perseguitato il gruppo di Stefano: è l’attività di alcune frange ebraiche contro altri gruppi ebraici del proprio tempo. Paolo secondo la tradizione si converte; Paolo nelle lettere continua a dire di essere ebreo. E’ come se un ebreo ultra ortodosso divenisse riformato, o un cristiano evangelicale divenisse cattolico. Non è una conversione, cambia la collocazione all’interno del cristianesimo: cambia la modalità di essere ebreo, non la sua identità. E’ il passaggio dal fariseismo in una connotazione zelota ad un gruppo messianico. Paolo non dice che non è più ebreo , afferma che il suo modo di intendere l’ebraismo è cambiato: quello che riteneva essenziale non lo ritiene più . La predicazione di Paolo sarà verso gli ebrei ellenisti. Negli Atti si descrive come primo convertito l’eunuco etiope: un “timorato di Dio” che appartiene alla comunità giudeo ellenistica, in pellegrinaggio al tempio. Il cristianesimo approda nelle città. Ecco quindi un fenomeno “moderno”, attraverso le strade romane si diffonde nel bacino del Mediterraneo . Nasce nella pluralità e conflittualità , si diffonde nella pluralità e conflittualità. Nella Lettera ai Colossesi il contesto parenetico rivela come l’identità si riconosca nel comportamento: letica è comunicazione quindi. Il rivestirsi di Cristo è tradizione, riportata anche in Galati: qui lo status non è condizionante dell’identità nuova in Cristo. Anche la tradizione del battesimo, che nasce ad Antiochia, identifica la nuova realtà, allinterno di un percorso di continuità con la circoncisione: per l’ebreo Paolo il battesimo non è un surrogato della circoncisione ma è la circoncisione. L’identità in Paolo è quella battesimale, comune ai credenti . Un identità che per Paolo non cancella ma supera la precedenti: giudei e greci, schiavi e liberi sono identità che sono disinnescate dal battesimo; si accolgono nella comunità perché relativizzate. I testi paolini sono di conseguenza inclusivi : lappartenenza a sé stessi viene depotenziata, l’uomo nuovo rinasce in Cristo perché è Cristo che vive in lui. All’universalismo del giudaismo ellenistico segue l’universalismo del cristianesimo.

Un “cristianesimo giudaico”?

Alcuni studiosi si sono posti il quesito su chi sia l’oggetto della polemica di Paolo avversa al giudaismo delle opere, non esistendo di fatto un’ unica forma. In tal senso vi sono ipotesi audaci: ad esempio vi è chi ritiene che Paolo non si rivolgerebbe, parlando di “etnéai pagani bensì agli ebrei ellenisti, non osservanti, cercando di saldarli a Gesù. La vera contrapposizione quindi sarebbe tra circoncisi osservanti e giudei incirconcisi non osservanti ellenisti . Avremmo quindi un cristianesimo come movimento puramente giudaico almeno fino  al II secolo.

Alessandro Serena

Bibliografia:

Theissen G., Merz A., Il Gesù storico. Un manuale. Queriniana, Brescia 1999.

Becker J., Paolo l’apostolo dei popoli. Queriniana, Brescia 1996

La Bibbia TOB, Elledici Torino 2010.

C’è Gesù … e ci sono i suoi amici. Predicazione di domenica 29 aprile 2018

LETTURA BIBLICA:

Giovanni 15, 1-13

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. 9 Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa.12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 

SERMONE

Come state oggi? Chiediamocelo un attimo, come ci sentiamo oggi? In questo momento. Quante emozioni se ci pensiamo. Diamo loro un nome. Sono sereno/a, inquieto, felice, triste, speranzoso, cupo , rassegnato, pacificato o combattuto. Quali sono le emozioni in gioco? Tante. E quante sono le emozioni in gioco nelle nostre comunità? Gioia e serenità quando le cose vanno bene ma anche disagio o tristezza quando vanno male. Oltretutto tutte queste emozioni sono ben mescolate. Si agitano in noi e nelle nostre chiese incessantemente.

D’altronde quanto è complicata la vita nelle comunità cristiane. In tutte, senza eccezioni. Siamo esseri umani: incomprensioni, diffidenze, malintesi, ricordi dolorosi, ripicche, talora astio, avversione. ma si possono passare ore, giorni, perfino anni a macerare nel disagio e nella frustrazione. Siamo esseri umani e come tali cosa amiamo fare più di ogni altra cosa? Giudicare. Ah ma siamo in buona compagnia, se guardiamo alla storia delle chiese il giudizio impera, fin dai tempi della chiesa primitiva, se guardiamo alle nostre storie personali e di comunità anche oggi. Il primo tema di oggi è una domanda: “Di fronte alle difficoltà nell’essere sorelle e fratelli che si fa?”.

Su questo quindi interviene il capitolo 15 dell’Evangelo di Giovanni che ci viene proposto oggi dal lezionario della quinta domenica dopo Pasqua, è uno “statuto dell’amore per le comunità”. Cos’è uno statuto ? E’ ciò che è stato disposto, deliberato. Non so se avete mai assistito ad un colloquio tra avvocati, quando la discussione si fa incerta ad un certo punto qualcuno dice: vediamo cosa dice il codice, prende il testo e lo mette sul tavolo, al centro e con quello si lavora. Ecco cosa è il brano di oggi: qualcosa da mettere al centro, al centro delle comunità cristiane, al centro delle dispute , al centro delle incomprensioni, al centro delle difficoltà. Al “quindi che si fa” si risponde prendendo questo testo e mettendolo al centro, qui nel culto e nelle nostre assemblee di chiesa, di là nelle riunioni del consiglio e negli studi biblici o nella scuola domenicale, oltre quella porta, nelle nostre case, vicino al nostro computer quando mandiamo e-mail, a fianco del nostro telefono quando parliamo. Ecco la risposta al “quindi che si fa?”: prendiamo questo testo e lo mettiamo al centro! Questo significa la Parola che vive, la Parola che posta al centro può aiutarci a superare diffidenze, incomprensioni, antipatie, freddezze.

Il secondo argomento è: qualunque cosa si faccia, come lo facciamo ?

Abbiamo parlato del testo di Giovanni come di uno statuto ma non inteso come complesso di norme: affìdati a noi stessi come singole persone saremmo rovinati e affìdati a noi stessi come chiesa saremmo totalmente inadeguati. Il pastore, Vittorio Subilia, (pastore a Palermo ed Aosta durante la seconda guerra mondiale e nel primo dopoguerra, resse dal 50 al 76 la cattedra di teologia sistematica della nostra facoltà) ebbe a dire: “Non lasciatevi troppo impressionare … dalla poca fede della chiesa e non prendetela troppo sul serio, perché questo sarebbe un segno che non prendete abbastanza sul serio l’Evangelo e la sua capacità di fare tutte le cose nuove”. L’Evangelo fa le cose nuove; Gesù fa le cose nuove e Gesù stesso interviene nei passi di oggi con parole chiare nel dirci quanto siamo sostenuti dal Padre che agisce nelle sue comunità. E qui è la risposta al secondo quesito su come lo facciamo: con Dio che agisce nelle sue comunità.

Dio agisce nelle sue comunità. Non a caso il capitolo 15 con la sua stupenda immagine della vite e dei tralci giunge subito dopo la promessa del dono perfetto: Gesù ha appena promesso lo Spirito Santo al quale ci affida. Tutto il Vangelo di Giovanni è impregnato dell’azione dello Spirito ed anche alla luce della sua presenza leggiamo il brano di oggi. Il brano all’interno di un discorso di saluto ai discepoli, ha quindi particolare importanza, è la lettera di saluto di chi va verso la croce, rappresenta il lascito, quanto Gesù vuole che resti bene impresso.

La prima frase lo chiarisce immediatamente: Gesù è la vite, la vite vera, sappiamo che la vite nell’Antico Testamento è il popolo di Israele -lo abbiamo visto nella prima lettura- ma qui Gesù si riferisce alla comunità cristiana: Gesù e comunità sono insieme, è un rapporto profondo, intrecciato. Il tralcio non esiste senza la vite e la vite non esiste se non attraverso i tralci. E’ una relazione intima, personale, senza mediatori; lo vediamo anche dal verbo rimanere (o dimorare a seconda della traduzione) : quanto spesso ricorre nel brano, esso rappresenta un legame di reciprocità: non solo Dio è il tempio dell’uomo ma l’uomo è il tempio di Dio. Dio viene ad abitare dentro l’uomo; Dio che i cieli e la terra non possono contenere è in noi: è una delle verità più importanti dell’intera Bibbia e l’immagine della vite e dei tralci la vuole rappresentare.

Dopo “rimanere” C’è un altro termine che salta agli occhi: nella traduzione della Riveduta è reso con “potare” ma la nuova traduzione della Bibbia della Riforma lo riporta più correttamente usando il termine “purificare”. Al versetto 2: “ogni tralcio che porta frutto lo purifica perché ne porti ancora di più”. E’ sempre l’azione di Dio al centro, Egli purifica, Egli perfeziona, Egli agisce attraverso i suoi servi affinché portino frutto. Quali sono questi frutti: la fede e l’amore, la fede è amore e l’amore si nutre di fede. Notiamo bene: l’amore si nutre di fede cioè del rapporto intimo e personale con Gesù! Lui è la radice del nostro amore e se non c’è amore facciamoci due domande … .

Risuonano parole ammonitrici: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo recide” e poi “se uno non rimane in me viene buttato via come il tralcio e secca”; pensiamo alla vite ed al suo legno. Avete mai visto travi fatte con legno di vite? O tavoli o siede? No perché è un legno nodoso, contorto, è un legno inutile per un falegname, un legno che non serve a niente se non è vivo e solo se è vivo produce uva. Queste parole dure ci richiamano al fatto che l’amore è una cosa seria , non semplice questione poetica o emotiva: l’amore qui perde il tratto edulcorato perché l’amore divenga forza e coraggio di dire un altro e non se stessi! Martin Buber bene lo narra nei sui racconti dei Chassidim: “Un giorno una persona chiede all’altra -Tu mi ami?_ L’altro risponde -certo che ti amo-. La prima chiede -Tu sai qual è la mia pena?- l’altra replica -No come faccio a sapere qual è la tua pena?-. Quindi la prima conclude: -Allora non mi puoi amare perché non sai qual è la mia pena-“.

Vi sono persone, qui, accanto a noi, che hanno dei pesi sul cuore, anche gravi, ce ne accorgiamo? Vi sono delle persone, che sono sole, ce ne accorgiamo? Conoscere il dramma dell’altro, dirlo, riuscire a farne parola, questo è amore e questo Gesù raccomanda alle sue comunità.

Un padre della Chiesa, Eusebio, scriveva che Giovanni da vecchio parlava solo di amore e di questo amore continua a parlare Gesù, nello stesso stile del brano ci pare sentire risuonare l’appello accorato di Cristo, di chi si rivolge ai suoi amici e ci chiama così: amici! “Rimanete nel mio amore, rimanete nel mio amore”, ripete. Non siamo soli in questo: “Chiedete quello che volete e vi sarà dato” è scritto: significa che abbiamo la certezza che Lo Spirito è in giro per il mondo facendo la sua opera di sostegno, consolazione incoraggiamento, pacificazione, abbiamo la certezza che nel rimanere nel suo amore abbiamo la gioia, una gioia vera, piena , perfetta.

Ricordiamo quanto detto all’inizio: questo è uno statuto dell’amore per le comunità cristiane, quando le cose vanno storte richiamiamoci a questo, mettiamolo al centro dei nostri tavoli. C’è Gesù e ci sono i suoi amici , questa è la comunità cristiana!

Amen

Alessandro Serena

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I corridoi umanitari, quando le vittime non sono numeri: l’esperienza della casa evangelica valdese di Vittoria.

Volentieri riportiamo l’esperienza di accoglienza di profughi siriani della Casa Evangelica Valdese di Vittoria (RG), raggiungibile al link sottoriportato.

Rappresenta un vivace e concreto esempio di cosa avviene quando non ci si arrende alla guerra ed al senso di impotenza e ineluttabilità che spesso essa induce. Le vittime di ogni guerra, di ogni povertà, di ogni orrore non sono statistiche, sono persone con nomi e cognomi, famiglie, storie, dolori e speranze, sogni infranti e sogni ancora possibili.

Il nostro nemico non è lontano, sui campi di battaglia, è qui, molto vicino a noi  : è l’indifferenza!

C’è chi non si arrende.

https://sites.google.com/a/diaconiavaldese.org/newsletter-diaconia-valdese-aprile-2018/corridoi-umanitari-a-vittoria

Andate e predicate l’Evangelo della pace. Sermone di domenica 15 aprile 2018.

LETTURA BIBLICA:

Marco 16,1-20

1 Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù.

2 La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole.

3 E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?»

4 Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande.

5 Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate.

6 Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo.

7 Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto».

8 Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura.

9 Or Gesù, essendo risuscitato la mattina del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demòni.

10 Questa andò ad annunziarlo a coloro che erano stati con lui, i quali facevano cordoglio e piangevano.

11 Essi, udito che egli viveva ed era stato visto da lei, non lo credettero.

12 Dopo questo, apparve in modo diverso a due di loro che erano in cammino verso i campi;

13 e questi andarono ad annunziarlo agli altri; ma neppure a quelli credettero.

14 Poi apparve agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che l’avevano visto risuscitato.

15 E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura.

16 Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato.

17 Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove;

18 prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno».

19 Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

20 E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l’accompagnavano.

SERMONE:

Carissimi Fratelli e sorelle stamattina celebriamo un rito molto particolare, perchè come Chiesa investiamo un fratello ed una sorella, che abbiamo eletto, per un compito particolare al servizio della comunità e dell’evangelo.

E questi due finali dell’Evangelo di Marco mi sono sembrati particolarmente significativi per raccontare quell’intreccio tra annuncio, responsabilità, azione della chiesa e tradizione che ci aiutano a capire in senso del ministero anche oggi e del mandato della chiesa.

Il vangelo di Marco, così come ci è stato tramandato finisce in maniera interlocutoria: le donne, uniche testimoni al mattino di Pasqua, sono prese da tremito e da stupore e non dicono nulla perché hanno paura. Un finale che fu molto presto reputato inadatto in quella che era la recezione delle chiese antiche.

Come fa a passare il messaggio della resurrezione se le donne hanno paura e fuggono? Come può una storia così importante come quella del Cristo glorioso e risorto passare inosservata e sotto silenzio? Come fa la chiesa a diventare “imponente”, imperativa, guida delle coscienze, come fa a crescere se nessuno annuncia con potenza?

Il Vangelo di Marco, con il suo minimalismo, con la centralità su un Gesù pienamente umano, che è rotto sulla Croce non viene compreso dalla nascente chiesa cristiana, che esprime un desiderio di armonizzare questo finale così scarno, che rimanda ai sentimenti di smarrimento e anche di profondo turbamento provati dai discepoli e dalle discepole alla notizia della resurrezione con una parola più muscolare.

Il cristianesimo nascente, la chiesa, armonizza il racconto di marco aggiungendovi una sorta di sommario dei vari racconti della resurrezione narrati negli altri vangeli e soprattutto da quello di Giovanni.

Ma anche questo testo però ci è giunto all’interno del libro sacro e anche esso ha la sua autorevolezza, perche ben descrive la chiamata personale e quella collettiva che è rivolta ad ognuno ed ognuna che credono in Gesù Cristo morto e risorto per la nostra salvezza

15 E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura.

16 Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato.

17 Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove;

18 prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno».

19 Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

20 E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l’accompagnavano.

Andate e predicate il vangelo ad ogni creatura è la duplice vocazione che il Signore rivolge ai suoi discepoli e anche a noi stamattina che insediamo due “giovani” anziani nel governo della Chiesa.

Andate e predicate l’evangelo ad ogni creatura. Un compito di Parola, che richiede prontezza, apertura, capacità di ascolto, fede nel Signore, grande creatività ed amore.

Parlare ad ogni creatura non è compito affatto sempice: esso implica la conoscenza dell’altro/a che incontriamo, implica amore e capacità di perdono grandi, simili a quelle di Gesù per noi.

Infatti ogni creatura, non sempre sarà simile a noi, non sempre avrà le nostre opinioni politiche, non sempre avrà la nostra cultura, il nostro colore, e forse non avrà neanche voglia di ascoltare.. sovente ogni creatura bisognosa dell’evangelo è afflitta e sofferente e non sarà nemmno in grado di poter percepire un suono di vicinanza.

La grande consapevpolezza dell’amore di Cristo, operoso ed operante in noi, crea in noi un senso di riconoscenza gioiosa, per la possibiliità di vivere nel bene al Suo Santo Servizio.

Questa gioiosa riconoscenza è il centro fondante della vita di fede personale e comunitaria e ne è anche la linfa vitale.

La chiesa primitiva in modo del tutto particolare ha voluto esprimere questa realtà fondamentale descrivendo i “segni” che accompagnano i credenti che si apprestano al servizio : i credenti che si apprestano ad andare e predicare allo scopo di allargare sempre di più la salvezza in Cristo testimoniata simbolicamente dal Battesimo Cristiano. E se il battesimo è l’entrata simbolica nella famiglia di Cristo e della Chiesa, esso è anche inizio dell’apostolato che è raccontato e descritto dalla chiesa delle origini con cinque verbi.

Cinque verbi che ci propongono una riflessione anche sulla nostra vita di Chiesa odierna e ci interpellano sul senso della nostra missione ed apostolato:

Scacceranno demoni

Parleranno in lingue nuove

Prenderanno in mano serpenti

E se berranno veleno non recherà loro alcun danno

Imporranno le mani ai malati e guariranno.

Questi “segni” raccontano della preoccupazione della chiesa delle e conosceva bene la possibilità delle persecuzioni, ma anche noi dovremmo forse accogliere questa parola origini rispetto alla pericolosità dell’annuncio evangelico in un mondo che era ancora dominato dall’impero romano come una sfida a riconoscere i tanti demoni che ancora esistono nella nostra società e che possono essere smascherati dalla predicazione e dall’apostolato evangelico.

Il primo demone è quello della divisione, il demone dei conflitti che ancora esistono nei nostri contesti ecclesiastici ed anche e soprattutto nel mondo. Proprio l’altra sera abbiamo ascoltato che la pace è una decisione che va presa, una scelta che è dirimente, che mette fine a ciò che era prima ed inizia un corso nuovo.

Il demone del rancore, dell’odio, del profitto, del dolore e chi più ne ha più ne metta sono sconfitti nell’amore di Cristo e il credente riconciliato è titolato a raccontare dell’esperienza riconoscente di chi ha intuito che quell’amore è per sé.

Parleranno in lingue nuove… perché ci vuole una grandissima capacità di apertura, di ascolto, di empatia e anche di simpatia nei confronti di “ogni creatura”, lingue nuove ci fa ovviamente pensare alle chiese o ai movimenti di tipo carismatico, ma lingue nuove significa anche farsi testimoni ed interpreti in un mondo simbolico e culturale da quello biblico o da quello dei nostri padri e delle nostre madri.

Una riflessione quindi sui metalinguaggi necessari per poter entrare in comunicazione con cerchie sempre più ampie, che ci permetta di allargare i nostri orizzonti, pur rimanendo fedeli al messaggio di Cristo. A partire dai linguaggi ecclesiastici e cultuali che sovente non sono più comprensibili per chi non è cresciuto nelle nostre chiese, alla scoperta di linguaggi cultuali diversi che possono rinnovare in noi il senso profondo della gioiosa riconoscenza che ci rinnova.

Prenderanno in mano serpenti, toccheranno con mano dei pericoli e non ne avranno timore quindi, uno sguardo cosciente sulla realtà, che ha consapevolezza che non sempre tutte le creature con cui ci confronteremo avranno un’indole pacifica, ma che esiste la possibilità che i credenti siano esposti al male. La Chiesa può quindi prendere i mano i serpenti dell’oggi, affrontando le proprie contraddizioni, e mettendo mano al grande lavoro di denuncia del male che alligna nel mondo.

E se avendo a che fare con il male capitasse loro di bere qualche veleno non recherà loro alcun danno: una visione certamente eroica, da superman e wonderwoman, ma che ci ricorda che i veleni sia materiali sia spirituali esistono e che essi inquinano profondamente la nostra realtà: sono veleni quelli che sono usati in questi giorni contro i civili in Siria, sono veleni quelli che respiriamo con le polveri sottili, sono veleni quelli che si producono dallo smaltimento dei nostri rifiuti, dal nostro cibo, ai nostri abiti ai nostri apparati tecnologici.

Sono veleni quelli delle delusioni cocenti che ci capita di provare magari anche con le persone più care, ma la vicinanza fraterna e la capacità di riconoscere ciò che è venefico per la vita della Chiesa ci permetteranno di concentrarci piuttosto sul bene, sulla pace e sull’amore, ricordando però che ogni tanto, non ci sarà risparmiato un pizzico di veleno.

Infine imporranno le mani ai malati ed essi guariranno: fratelli e sorelle, tutti e tutte noi sappiamo quanto sia importante per una persona ammalata il mostrare le proprie ferite e quanto sia importante per coloro che sono ammalati essere toccati. L’imposizione delle mani è quel tocco gentile della preghiera, che ci ricorda che non siamo da soli, che la malattia non ci rende meno amabili, che la nostra malattia non è ciò che ci definisce, ma ciò che ci definisce è quella relazione fondamentale e vitale con Cristo.

In questo senso allora questa parola ci ricorda che possiamo e vogliamo stare vicino a coloro che sono sofferenti, vogliamo pregare con loro e per loro, anche con una presenza silenziosa, che non sempre e non solo passa attraverso l’intellettualità, ma anche dai gesti concreti di vicinanza e di affettuosità fraterna.

Forse oggi non noi siamo capaci di essere muscolari come la chiesa delle origini, siamo sicuramente più vicini alla spiritualità del vangelo di Marco, ma credo fermamente che nella riconoscenza a Cristo che ci è venuto ad incontrare e che ci offre anche oggi la sua salvezza possiamo con gioia e fiducia serena andare e predicare l’evangelo della pace.

Amen

Pastora Laura Testa

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Perchè la vostra chiesa ha pastori donne quando Gesù e i discepoli sono uomini?

Per la serie “Una chiesa che risponde” pubblicata sul canale youtube della chiesa evangelica valdese, riportiamo un breve messaggio del pastore Marcello Salvaggio che intende rispondere al quesito del titolo.

Il grande ruolo delle donne è in ogni occasione stato riconosciuto da Gesù con grande chiarezza, non dimentichiamo che sono state le donne le prime a ricevere l’annuncio della resurrezione, in una società in cui la testimonianza delle donne non aveva alcun valore in tribunale. In una chiesa in cui si prende molto sul serio il sacerdozio universale dei credenti, come riporta la prima lettera di Pietro: “Ma voi siete una discendenza eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo acquistato perché proclamiate le opere meravigliose di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (2,9), siamo convinti che il pastorato delle donne costituisca una grande ricchezza e fonte di pluralità.

Vediamo …

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La posizione della chiesa valdese sulla guerra

In questi giorni in cui i venti di guerra soffiano violentemente sulla Siria, il messaggio di pace di Gesù e delle sue chiese interpella ancora e sempre l’umanità intera. La Siria: terra martoriata da anni in cui in nome della strategie planetarie, dell’appropriazione e della gestione delle risorse naturali della terra, si perpetrano  incessanti massacri ai danni della popolazione. Nel breve video pubblicato sul canale youtube della chiesa evangelica valdese, il pastore Jens Hansen risponde sinteticamente alla domanda: “Che posizione ha la chiesa valdese sulla guerra e sull’obbligo di un servizio militare quando questa non vi è?” , ricordando che attualmente vi sono ben 67 stati nel mondo in stato di guerra e che -come ebbe a scrivere il teologo Juergen Moltmann- siamo chiamati a trasformare l’energia criminale in energia dell’amore.

Ascoltiamo …

Ogni giorno rinasciamo ad una speranza viva! – predicazione della II domenica di Pasqua

LETTURE BIBLICHE: I Pietro 1,3-9; Colossesi 2,12-15

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi.
Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. Benché non l’abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.
(1Pietro 1,3-9)

12 siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. 13 Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; 14 egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; 15 ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
Colossesi 2,12-15

Ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
Fratelli e sorelle, quanto è forte e incredibile questo passo! Sì, avete sentito bene, incredibile: incredibile perché non è questa la realtà a cui siamo abituati, la realtà a cui noi stessi spesso ci sottomettiamo. Chi di noi può veramente affermare di vivere una vita totalmente coerente con quanto è scritto nell’epistola ai Colossesi? Eppure Gesù ha spogliato i principati e le potenze e lo ha fatto una volta per tutte: cioè ha reso evidente cosa sono e cosa fanno: come dice Colossesi, ne ha fatto un pubblico spettacolo. Da duemila anni, ormai, si tratta di uno spettacolo che potrebbe essere evidente per tutti, eppure noi siamo ancora ciechi o timorosi di denunciare quello che vediamo, nonostante questo passo, come molti altri, sia stato scritto proprio per darci la forza e il coraggio di tornare come bambini e come loro avere la capacità e l’ingenuità di porci di fronte al potere del male che ci circonda con franchezza.

Conoscete la favola di Andersen sui vestiti dell’imperatore? Si tratta della storia di un re, o di un imperatore, molto vanitoso, che spendeva tutti i suoi soldi per comprarsi magnifici vestiti, ne aveva di tutti i generi e di tutti i colori, di tutte le stoffe e provenienti da tutti i Paesi del mondo. Anche noi abbiamo la passione per gli oggetti che ci fanno apparire belli, importanti, realizzati, i nostri telefonini, le automobili, i televisori, oppure le case e perfino i titoli di studio. Anche noi siamo appagati dall’apparenza, invece che cercare la vera sostanza. Nel paese del re della nostra favola, un giorno arrivarono due uomini, che dissero di essere due sarti molto famosi e che avrebbero confezionato un abito unico al mondo per il re. Un vestito magico che avrebbero potuto vedere solo gli intelligenti o le persone importanti, quelli che contavano nella vita. Un vestito che sarebbe stato visto solo dalle persone superiori. Naturalmente l’imperatore si entusiasmò subito moltissimo, e fornì ai due sarti tutto l’occorrente che avevano chiesto: cioè tanti sacchi di filo d’oro, sete in gran quantità, e bottoni in madreperla che i due imbroglioni posero in due grosse borse e che nascosero. I due montarono un telaio e cominciarono a far finta di lavorare, perché, forse lo avete già capito, non avevano alcuna intenzione di fare un vestito per il re, ma solo di imbrogliarlo facendo leva sulla sua vanità. Il mattino dopo il primo ministro andò a vedere il vestito, naturalmente non vide nulla, ma non volendo fare brutta figura, disse che si trattava di un vestito bellissimo. Successivamente si recò dai due sarti lo stesso imperatore e anche lui non vide nulla, ovviamente, ma non voleva essere da meno del suo ministro e quindi anche lui disse che il vestito era bellissimo. I due imbroglioni gli proposero di indossarlo il giorno dopo in una parata solenne. L’imperatore acconsentì. Nelle piazze e nelle strade accorse tutto il popolo, sia perché si trattava di una festa importante, sia perché voleva vedere l’abito magico dell’imperatore. Quando l’imperatore arrivò, scese il silenzio: tutti vedevano che era in mutande, ma nessuno osava dire niente, sia perché non volevano offendere l’imperatore, ma soprattutto perché ognuno temeva di essere l’unico a non vedere nulla. Finché un bambino gridò: Guarda papà, l’imperatore è nudo! L’imperatore è nudo. Come i principati e le potenze di cui parla l’epistola che abbiamo letto oggi. Nudo. Ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo, così come, nella nostra società il più delle volte non osiamo alzare la voce per denunciare quello che vediamo.

Ma Gesù, ci ricorda l’autore dell’epistola, ha trionfato. Sì, fratelli e sorelle, ha trionfato, ma non utilizzando i nostri mezzi, cioè non con la forza, con il potere o il denaro, ma con la croce. Gesù ha trionfato su principati e potenze per mezzo della croce. Della croce, fratelli e sorelle! Della croce. Quando riusciremo a prendere sul serio questo messaggio? Quanto è lontana la croce dalle nostre esistenze? Quanta fatica facciamo a farla nostra? Quanta indifferenza abbiamo nei confronti della sequela di Cristo perfino noi che ci dichiariamo cristiani e che veniamo con regolarità in chiesa, che cerchiamo di essere fedeli e di impegnarci per la nostra chiesa. Ma quanto ci teniamo lontani dalla croce! Quanto è difficile liberarci da questa gabbia che ci imprigiona e che ci fa preferire la via larga e comoda, piuttosto che affrontare quella stretta e tutta in salita che il Signore ci ha indicato. Siamo circondati dal male, ma ne siamo anche sedotti e ammaliati.

Ma il Signore non si stanca mai di darci ancora e ancora nuove possibilità, come dice l’epistola di Pietro, ci permette di rinascere ad una speranza viva mediante la resurrezione di Gesù Cristo. Una speranza viva, non qualcosa di teorico, qualcosa di mistico o di esclusivamente spirituale! Una speranza viva che segna i nostri corpi e le nostre esistenze. Noi che eravamo morti a causa dei nostri peccati, noi che eravamo già condannati, siamo stati vivificati, sì, fratelli e sorelle, vivificati. Cioè abbiamo ricevuto una nuova vita, o come dice Pietro, una nuova speranza. Di fronte all’evidenza di quello che Colossesi chiama “il documento a noi ostile”, siamo perdonati e possiamo credere che insieme a Gesù abbiamo vinto la morte. Sì, abbiamo vinto la morte.

Non è facile parlare oggi di resurrezione: sembra una realtà lontana, lontanissima, dalla nostra esistenza quotidiana. Ma è a questo che siamo chiamati a credere, nulla di più e nulla di meno. Anche se è evidente che la nostra vita, al contrario, è circondata dalla morte. E’ per questo che facciamo fatica a credere nella resurrezione. Nulla, nella nostra vita concreta ce ne parla: i nostri goffi tentativi di apparire giovani e di allungare la vita non fanno che sottolineare che invece siamo mortali e ne abbiamo grandissima paura. La tentazione di rifiutare la nostra unica possibilità di vita a causa del nostro grande attaccamento a questa nostra esistenza è fortissima, ma non dobbiamo temere! Gesù, infatti, si è fatto essere umano esattamente come me e come tutti e tutte voi. Ha conosciuto la nostra vita, i nostri dolori, le nostre gioie, ha provato la fame, la sete, il piacere della tavola e dell’amicizia; un uomo che ha conosciuto la tentazione ed è entrato nella storia: un uomo completo e potremmo dire normale. E quando sentiamo il desiderio di rifiutare la nuova vita che ci dona il Signore, perché siamo attaccati alla nostra vecchia esistenza piena di morte e di dolore, quando rifiutiamo di lasciarci convertire e di guardare con occhi rinnovati i principati e i potenti. non dobbiamo dimenticare che il Signore ci ama e ci ha amati al punto da divenire come noi, al punto da affrontare la nostra più grande paura, la morte, e non una morte qualsiasi, ma la morte di croce. Pur di liberarci dal nostro peccato, è venuto sulla terra e ha cancellato anche la traccia del nostro peccato. Quale dono maggiore poteva farci? E quindi lasciamo la nostra paura e affidiamoci con cuore riconoscente alla possibilità di vita che ci è concessa, una volta per tutte, dalla croce di Gesù.

Fratelli, sorelle se il nostro essere venuti fin qui non è vano, apriamo i nostri cuori alla gioia e alla speranza: il Signore vede il male nel quale viviamo, nel quale siamo immersi, lo conosce, ma ha scelto di darci la vita e ha trionfato sulla morte, sulla nostra morte, attraverso la sua resurrezione. Il Signore ci doni occhi per vedere i nostri peccati e cuori per accogliere la sua luce vivificante, in modo da poter con gioia profonda vivere fino in fondo il canto di lode innalzato da Pietro: Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti.
Amen!

Erica Sfredda

Il Signore è risorto! – predicazione di Pasqua

LETTURE BIBLICHE: Matteo 28, 1-10

1 Nella notte del sabato, verso l’ alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’ altra Maria andarono a vedere il sepolcro.
2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra.
3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve.
4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte.
5 Ma l’ angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso.
6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva.
7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ ho detto».
8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli.
9 Quand’ ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’ adorarono.
10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

È ancora alta la notte, si intravede in lontananza un vago bagliore, ma la luce ancora non si distingue… quanto dolore in queste ultime settimane pensa Maria… in silenzio le due discepole che avevano seguito il Maestro quasi dall’inizio camminano nel chiaroscuro solenne: momento angoscioso, momento lugubre della pena, del lutto, dell’angoscia del giorno fatale.
Quanto dolore.. quanto abbattimento e anche rabbia forse, disappunto.. per averci lasciate sole.. Tante domande affollano la mente, ma una si staglia su tutte: Perché il Signore è morto?
Le due amiche, rese sorelle dalla sequela di Cristo, si guardano lungo la strada e non hanno bisogno di parole per esprimere il grido che resta loro strozzato in gola…
Perché Signore non sei rimasto con noi? Perché non hai compiuto quel cambiamento radicale che ci hai promesso? Il popolo intero ti aveva acclamato, avresti potuto cambiare tutto, i romani non ci avrebbero più oppresso.. il male non avrebbe più regnato, né l’oppressione..
Signore.. non ci restano che le lacrime per piangere.. la terra è affranta e senza di te non sappiamo come fare..
Gridano insieme a loro.. gli straziati corpi delle vittime delle conseguenze del terrorismo; tanti piangono per la paura e per il lutto di amici, conoscenti, parenti, amati.. che mai più torneranno.. piangono perché la loro vita ha cambiato forma, non sarà mai più la stessa..
Gridano e piangono i bambini senza più casa, senza genitori, senza cibo.. a causa dell’odio e della sete di potere.
Si piange e si lotta, si soffre in tutto il mondo…
Silenziosamente e forse senza più voce… le donne piangono per il sangue versato, per quella vita che hanno amato, per quell’occasione di parlare di ridere ed essere insieme che si è perduta…
Piangono le donne della mafia, come le madres de plaza de mayo, come le vittime delle tante guerre… piangono le donne vittime di violenza e di stalking… piangono come Miriam e Magdalena… che vanno alla tomba per cercare un corpo morto da preparare, un corpo che delimita il confine tra la certezza di ciò che si è vissuto e l’incapacità di farsi una ragione di fronte alla morte.. di fronte ad una tomba, non ci sono più vie di fuga possibili… piangono così queste donne.. verso l’ineluttabile sentenza…
Ed ecco la luce dell’alba che spunta, l’aurora che sorge fulgida e splendente… e un gran terremoto scuote la terra… la terra non può accettare che il Signore della vita riposi tra i morti… e il cielo risponde prontamente mandando un suo messaggero a rotolare via la pietra…
Gesù, il Signore apre la fonte dell’acqua viva… e i suoi angeli dal cielo rimuovono gli ostacoli… rotolando via la pietra che ostruisce il passaggio tra la terra e il cielo… tra la vita e la morte, l’angelo compie quello che poi di lì a poco spiegherà, ad annuncerà, alle donne… non più una sentenza di morte ma l’annuncio più bello per chi è nelle lacrime, per chi vorrebbe sperare ma non ce la fa più…
Due donne sono testimoni di un evento che ha dell’incredibile, che il Signore Gesù aveva già loro preannunciato tante volte.. ed è forse per questo che resistono.. che restano.. mentre le guardie, accanto alla tomba, ormai aperta e vuota, perdono conoscenza e cadono a terra, quasi come fa Dante ogni volta che non ce la fa a reggere la conoscenza delle cose ultraterrene.
Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ ho detto».
Ecco la Notizia, ecco la novità… Il Signore è Risorto e ci precede in Galilea.. quale gioia incredibile, incontenibile, bellissima, entusiasmante novità.. il terremoto tremendo qui non è un segno di giudizio, ma è il capovolgimento della realtà, è il segno dell’inizio del Regno di Dio, la terra.. a cominciare da Cristo, primogenito figlio, primizia e precursore nella Risurrezione… la terra rilascia gli ostaggi… non è più custode dell’avello, ma diventa testimone della vita eterna!
Un segno importante… perché non ci vogliamo rassegnare ad accettare ma crediamo fortemente che ogni dolore, che ogni pena nostra, della terra e del creato intero saranno guarite e riconciliate in un giudizio che dona la vita eterna e che ci è offerto dal Signore Gesù Cristo che ci incontra come il Dio Vivente…
E viene di nuovo a camminare in mezzo a noi, proprio qui, a cominciare dalle strade della Galilea, regione poverissima, così come a casa mia e a casa tua… il Signore cammina insieme a noi … ci offre la Sua Vita ed è Vivente insieme a noi!!
E la morte non è più… e i bambini non impareranno più la guerra, e la pace regnerà sovrana… e mai più piangeremo… se non per la gioia grande, enorme.. e le donne corrono a raccontare… e il sole splende e la felicità è tanta… Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’ adorarono.
Un saluto, che significa “rallegratevi”… e che forse corrisponde meglio all’inglese “rejoice” gioite nuovamente, siate raggianti di gioia, esultate, trasmettete intorno a voi la felicità che state provando…
E come se la felicità per la vita che accade… potesse essere trasmessa per contagio di parola… il Signore si raccomanda… Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
Non temete di non essere credute, non temete di dire che il Regno di Dio è in mezzo a voi, non temete, ma illuminatevi di Gioia e annunciate che il Signore è Risorto!!
Egli è già in Galilea, è già per le strade che ancora sono impolverate di dolore e di morte… e cura, lenisce le ferite, e mostra il Regno di Dio che avviene! Il Signore è Risorto!!
Amen

Pastora Laura Testa

Rebecca e Maria di Magdala detta Maddalena

Cosa accomuna due figure tanto distanti cronologicamente? La fede e la “familiarità” con Dio.

Rebecca, Rivka, è la più potente tra le matriarche e tra le donne della Bibbia è quella che parla di più di tutte le altre: lei parla con il servo di Abramo, parla con la propria famiglia e dà il proprio assenso al fidanzamento con Isacco; Riceve la benedizione ancestrale sulla propria discendenza.

Rebecca è l’unica donna della Biblia Hebraica di cui si narri che rivolge un oracolo al Signore e lo interpreta decidendo le sorti di Giacobbe e di Esaù, designando il proprio erede.

Una donna forte, che agisce per salvaguardare la fede ancestrale della propria famiglia e prende decisioni in maniera autonoma. Rebecca e le sue scelte rivelano però una politica conflittuale e nazionalista, che verrà superata dopo lunghe traversie nell’etica di Israele che accoglie anche i figli della straniera come parte del popolo.

Maddalena è “la” discepola di Gesù per eccellenza, colei che “condivide” con lui la testimonianza, lo accompagna fino al Golgota e lo incontra in visione dopo la Resurrezione.

Una discepola che sembra conoscere Gesù e la sua visione anche meglio di Pietro, Andrea e Levi, la cui testimonianza è stata riportata in tantissima letteratura apocrifa e il cui ricordo non è taciuto nel Secondo Testamento a significare il forte contributo e la presenza delle donne al fianco di Gesù.

Pastora Laura Testa