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Io credo, sovvieni alla mia incredulità! – Predicazione di domenica 8 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Romani 10,9-14; Marco 9, 2-3; Marco 9,14-27

9 Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». 12 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. 14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci?
Romani 10,9-14

2 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; 3 le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare.
Marco 9,2-3

14 Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. 15 Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. 16 Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 17 Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; 18 e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». 19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». 20 Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21 Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; 22 e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell’acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23 E Gesù: «Dici: “Se puoi!” Ogni cosa è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». 25 Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». 26 Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi. 28 Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?» 29 Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».
Marco 9,14-27

Il brano che abbiamo letto oggi si inserisce tra due annunci della passione di Gesù, annunci a cui i discepoli non sono preparati, che li lasciano perplessi, rattristati, ma che, soprattutto, non capiscono: per loro il Messia manifesterà la sua gloria e l’Evangelo, la buona novella, consisterà nell’andare di trionfo in trionfo. Ma non siamo un po’ così anche noi? Non chiediamo anche noi di poter proclamare un Dio che si esprime in tutta la sua gloria? Non desidereremmo anche noi di vedere concretamente gli effetti gloriosi e straordinari prodotti dalla venuta del Messia? E non rimaniamo anche noi delusi quando la nostra preghiera non sortisce gli effetti che cercavamo?
Il passo che precede il brano del miracolo del ragazzo epilettico che abbiamo letto oggi è quello della trasfigurazione: là c’è la visione della gloria di Gesù, che non è la gloria degli eserciti, non è la gloria della forza, ed infatti scendendo dal monte il Maestro li riaccompagna nel mondo, un mondo che, nonostante la straordinaria esperienza appena vissuta, è rimasto quello che era, lo stesso che conosciamo bene anche noi. Dopo il momento sublime, altissimo, della trasfigurazione, i discepoli incontrano uno dei dolori più profondi della nostra umanità, forse il più tremendo e tragico: un bambino malato, e malato sin da piccolissimo.

Per un momento Pietro, Giacomo e Giovanni avevano sentito di vivere un’esperienza straordinaria, avevano sentito, letteralmente, di poter toccare il cielo con un dito, di essere testimoni di un evento straordinario che cambiava la loro stessa percezione della vita. Ma poi, dopo aver ricevuto e accolto questa straordinaria promessa, si trovano non solo nella normalità del mondo quotidiano, ma addirittura di fronte a quello che forse è lo scandalo più grave del mondo: la sofferenza dei bambini. Bambini vittime di guerre e di soprusi, quindi degli adulti, ma anche bambini vittime delle malattie e della fatalità. Sono costretti ad accettare che nel mondo dove loro avevano assistito alla trasfigurazione, permane anche il mondo delle tenebre più atroci, quelle che avvolgono i bambini. E l’epilessia di cui soffre il piccolo assurge ad un valore paradigmatico: la trasfigurazione di Gesù contrapposta ad una malattia che trasfigura, nel senso che ha il potere di sfigurare orrendamente le fattezze e la muscolatura del bimbo. Il piccolo, sfigurato, va vicino all’orlo dell’abisso, rischia la morte in continuazione, senza averne non dico colpe, ma neppure la più lontana responsabilità.
Questa storia colpisce anche noi, come un pugno nello stomaco perché quello che dobbiamo ammettere, cari fratelli e sorelle, è che questo mondo, il nostro mondo, non è cambiato dopo la venuta del Messia. La sofferenza e la morte, la violenza e l’aggressività sono rimaste e a noi tocca assistere, impotenti e disperati, come il padre del bambino, a tutto quello che avviene intorno a noi. Impotenti e disperati perché ci sentiamo piccoli e schiacciati dall’immensità del dolore che ci circonda e vorremmo trovare qualcuno che ci aiuti a toglierci questa tremenda oppressione. Oppressione che aumenta quando ci accorgiamo che il dolore, la violenza, l’aggressività non solo ci circondano, ma sono anche dentro ognuno e ognuna di noi. Dentro ognuno e ognuna di noi. Così profondamente dentro ognuno e ognuna di noi che quando veniamo avvicinati da qualcuno che ha bisogno di aiuto, non siamo in grado di darglielo. Anche noi, come i discepoli che in mezzo ad una gran folla discutono con gli scribi, possiamo discutere e discutere, ma siamo impotenti perché anche noi apparteniamo alla stessa generazione incredula a cui appartenevano i discepoli.

E allora la frase detta da Gesù, che forse in un primo momento ci aveva lasciati perplessi “«O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». (v.19) risulta molto più chiara: “Quanto a lungo dovrò sopportare questi uomini e donne che non accettano la loro totale impotenza e che invece che affidarsi a me e al Padre mio, vogliono trasformarmi in uno stregone?” Increduli i discepoli e incredulo il popolo, subito pronto a giudicare la mancanza del miracolo come mancanza di affidabilità di Gesù. Come se la messianicità di Gesù dipendesse dalla capacità sua o dei suoi discepoli (e quindi nostra) di operare miracoli.

Ma Dio non ci abbandona, non ci volge le spalle, nonostante Gesù sia forse un po’ spazientito, Dio ascolta il grido disperato del padre e si rivolge a lui e lo conduce all’incredibile, bellissima confessione di fede: ho fede, Signore, ma qualcosa mi allontana da te, so che puoi guarire mio figlio, che puoi guarire il nostro mondo, ma no, non ci credo fino in fondo. Aiutami Signore, impedisci che la mia diffidenza, la mia paura, il mio cinismo, che continuo a sentire, nonostante la mia fede, non abbiano il sopravvento. Soccorrimi, nonostante non voglia essere soccorsa, accoglimi, nonostante una parte di me ti rifiuti e ti respinga. Riconosco che non solo l’oggetto, ma anche il soggetto della mia fede non sono io, ma Tu. Senza di Te non posso nemmeno affidarmi a te. Aiutami Signore!

Ma se riconosciamo la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, la nostra chiusura in noi stessi, possiamo anche, di conseguenza, accogliere con gioia l’aiuto e il sostegno che ci vengono da Dio, possiamo accogliere con gioia la fede, e accogliere che essa diventa tale solo quando è fondata su un atto di Dio. La fede è infatti l’apertura all’azione di Dio, l’attesa colma di speranza di chi sa che da solo non può arrivare da nessuna parte e può solo essere sopraffatto e schiacciato dal male che lo circonda. Male fisico e male spirituale, in un mondo, il nostro, che sembra saper esprimere solo dolore, violenza, aggressività, ma nel quale a dispetto di tutto avviene e continua ad avvenire il miracolo della fede, dell’amore, della guarigione. Mondo in cui noi siamo mandati, come i discepoli e certamente con le loro stesse difficoltà, con la loro incapacità a operare miracoli, con la loro incredulità, a confessare Gesù come il Signore, affinché ognuno e ognuna possa sentire l’annuncio e di conseguenza possa invocare la fede. Amen!

Erica Sfredda

Vieni! – Predicazione del 3 settembre 2017

LETTURE BIBLICHE: Neemia 9, 9.11-12.15-20; Romani 10,9-11; Matteo 14,22-33

9 Tu hai visto l’afflizione dei nostri padri in Egitto e hai udito il loro grido presso il mar Rosso. 11 Hai aperto il mare davanti a loro, ed essi sono passati in mezzo al mare all’asciutto; tu hai gettato nell’abisso quelli che li inseguivano, come una pietra in fondo ad acque vorticose. 12 Di giorno li guidavi con una colonna di nuvola, e di notte con una colonna di fuoco per illuminare loro il cammino da percorrere. 15 Davi loro pane dal cielo quand’erano affamati, e facevi scaturire acqua dalla roccia quand’erano assetati, e hai detto loro che andassero a prendere possesso del paese che avevi giurato di dar loro. 16 Ma i nostri padri si sono comportati con superbia, irrigidendo i loro colli, e non ubbidendo ai tuoi comandamenti. 17 Hanno rifiutato di ubbidire, e non si sono ricordati delle meraviglie da te fatte in loro favore; e hanno irrigidito i loro colli e, nella loro ribellione, si sono voluti dare un capo per tornare alla loro schiavitù. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, misericordioso, pieno di compassione, lento all’ira e di gran bontà, e non li hai abbandonati. 18 Anche quando si erano fatti un vitello di metallo fuso, dicendo: “Ecco il tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto!”, e ti avevano oltraggiato gravemente, 19 tu, nella tua immensa misericordia, non li hai abbandonati nel deserto: la colonna di nuvola che stava su di loro non cessava di guidarli durante il giorno, lungo il loro viaggio, e la colonna di fuoco non cessava di illuminare loro il cammino da percorrere di notte. 20 Hai dato loro il tuo buono Spirito per istruirli, e non hai rifiutato la tua manna alle loro bocche, e hai dato loro acqua quando erano assetati.
Neemia 9, 9.11-12.15-20

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice:«Chiunque crede in lui, non sarà deluso».
Romani 10,9-11

22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo. 24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». 29 Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca lo adorarono, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»
Matteo 14,22-33

Quello che abbiamo letto oggi è il racconto di uno dei più famosi miracoli di Gesù: celebre, letto e conosciuto, ma apparentemente diventato incomprensibile, inaccettabile. Gli uomini e le donne di oggi non solo fanno fatica a credere in qualcosa che sia contro le leggi delle scienze cosiddette esatte, per come le conosciamo, ma sono addirittura un po’ infastiditi e turbati dal fatto che la Bibbia contenga degli eventi miracolosi. E’ una delle accuse che viene spesso rivolta ai cristiani: credete ancora nelle favole, roba da uomini e donne arcaici, antiche superstizioni! Come se la fede nascesse, in queste anime candide che sarebbero i credenti, dopo aver assistito ad un miracolo, ad un evento prodigioso. Ma in realtà, al di là di quello che possiamo pensare a livello personale sui miracoli, tutta la Bibbia attesta il fatto che non sono loro a far nascere la fede, semmai, è vero il contrario: la fede permette di vedere il miracolo là dove altri non lo vedono. Il miracolo è infatti un bisogno dell’umanità, forte, fortissimo, ma non produce la fede, benché spesso venga richiesto proprio a questo scopo, proprio come prova dell’esistenza di Dio. Nella nostra preghiera, infatti, non chiediamo solo di essere liberati da qualcosa (la fame, la malattia, la morte), ma anche che Dio si manifesti e che lo faccia attraverso un cenno potente, inconfondibile, che non lasci dubbi. Ma (tutta la Bibbia ce lo racconta) questo in realtà non è sufficiente: il giorno o il mese, o l’anno dopo la vita riprende il suo corso normale e il miracolo è del tutto dimenticato. Ricordate l’uscita degli israeliti dall’Egitto? Le piaghe del Faraone, l’apertura del mar Rosso, la manna, piuttosto che l’acqua che sgorga dal monte? Tutti segni fortissimi ed inequivocabili che non hanno mancato di suscitare forti risposte di fede, ma poi? Immancabilmente, ogni volta, il popolo è tornato a dimenticare, e a vivere come se Dio non esistesse: nonostante la presenza potente del Signore, gli Israeliti sono tornati a dubitare e hanno costruito il vitello d’oro. E così facciamo anche noi.

Quindi non è a causa dei suoi miracoli che noi crediamo in Gesù: del resto, molti maghi e guaritori vivevano in Palestina ai suoi tempi e in fondo ancora oggi, nonostante tutta la nostra scienza e la nostra razionalità, esistono ancora maghi e fattucchiere che promettono salute, soldi, gioia in amore. Il nostro compito quindi non è di stabilire se effettivamente Gesù e Pietro abbiano camminato sulle acque, ma cosa Matteo volesse trasmetterci attraverso questo episodio, un episodio che rimanda al cuore della questione del nostro rapporto con Dio, perché rimanda alla fede di Pietro, a quella di coloro che stavano sulla barca e quindi a quella di tutti noi.

La fede. Cosa significa avere fede? Cosa significa per noi uomini e donne del Duemila credere con tutti noi stessi nel Padre che ci ha creati ed amati, nel Figlio che ha dato Sua vita per noi e nello Spirito Santo che ci guida, consola e sostiene in questo nostro pellegrinaggio sulla terra?
Immaginiamo dunque la scena, così come ce l’ha trasmessa Matteo: Gesù ha predicato davanti a cinquemila persone e si ritira in solitudine per pregare: i discepoli sono lasciati da soli e obbedendo alle indicazioni del Maestro salgono sulla barca e si avviano verso il largo.
Anche noi siamo inviati da Gesù: il Signore ci dona la fede e ci manda nel mondo a testimoniarla, e noi, raccolto il nostro coraggio e le nostre forze, partiamo. Forse qualcuno tra noi non sente di essere davvero partito, forse qualcuno è in procinto di farlo, ma tutti noi sappiamo che la nostra fede non va nascosta sotto il letto, come un altro famosissimo passo ci ricorda, ma posta in alto perché possa illuminare la nostra e la altrui esistenza. Dunque partiamo, ma poco dopo il vento comincia a soffiare e noi abbiamo paura. A volte poca, spesso molta. Siamo in mezzo all’acqua, tutt’intorno è buio e noi non sappiamo più cosa fare. A causa della tempesta non vediamo più neppure la stella polare. Alle volte ci rendiamo conto di questo, ma più spesso ci lasciamo lentamente andare, ci rifugiamo nel conforto che ci possono dare le piccole cose umane di cui ci siamo circondati e ritroviamo il nostro equilibrio, ma dimentichiamo il Signore.
Ma Lui non si dimentica di noi e viene a cercarci. Viene a cercarci, ma noi stentiamo a riconoscerlo perché siamo immersi nel buio: nel buio della paura, dell’indifferenza, dell’ateismo, del “si è sempre fatto così”, della fatica quotidiana e non vediamo nulla o se vediamo qualcosa non lo riconosciamo come il Signore, non sappiamo più che sia lui e gridiamo spaventati. Non vogliamo essere distolti dalla nostra quotidianità, abbiamo paura di qualsiasi cosa ci appaia come nuova, irriconoscibile, incerta.

Ma il Signore è paziente e si fa riconoscere. Si fa riconoscere. Ma noi siamo in grado? Forse no. Anche Pietro non lo è e sfida il suo Signore: se sei davvero tu, dimostramelo, fammi vedere di cosa sei capace! Fai camminare anche me sull’acqua! E noi? Non facciamo anche noi sempre questa domanda? Intorno a me vedo tanto dolore, tanta fatica, tanto scoraggiamento, dammi una prova che tu che mi stai parlando sei davvero Dio. Dimostrami che sei tu, calma le acque che mi circondano, permettimi di camminarci sopra, cioè di dominarle, di essere più forte degli eventi che mi circondano e rischiano di sopraffarmi. E il Signore torna a chiamarmi, torna a chiamarci e ci incoraggia ad andare da lui. Pietro lo fa. Guarda Gesù e si incammina. Anche noi spesso abbiamo sentito la chiamata e siamo partiti. Anche noi abbiamo preso la nostra valigia e siamo andati verso il Signore. Sono certa che ognuno di voi lo ha fatto una, dieci, mille volte. Ma poi? Ma poi bisogna camminare e continuare ad avere fiducia e sapersi affidare nonostante il vento e la paura. La fede è anche questo: non si tratta di diventare tutti eroi, tutti semidei, uomini e donne straordinari. No, si tratta di affidarsi nonostante il vento, nonostante la paura, nonostante le innumerevoli cadute. Sì, perché le cadute sono davvero innumerevoli: anche Pietro cade, anche Pietro, in questo bellissimo racconto che è stato scritto per tutti noi, per ognuno e ognuna di noi, cade e rischierebbe di annegare se con l’ultimo fiato non gridasse “Signore, aiutami!” Signore, aiutami! Ecco la fede di Pietro: niente di granitico, nessuna azione da supereroe, ma qualcosa di piccolo, di fragile. Proprio come la nostra: qualcosa che rischiamo sempre di perdere, tanto è piccola e fragile, ma che possiamo sempre recuperare, perché il Signore resta comunque al nostro fianco. Quando siamo spaventati, arrabbiati, avviliti, quando il mondo ci fa orrore, il Signore è ancora lì al nostro fianco. Certo ci riprende, ci sgrida: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato? Donna di poca fede, perché hai dubitato?» Perché hai dubitato? Abbiamo dubitato perché siamo nella notte e il mare è in tempesta, perché la vita è difficile e ci sono bambini che muoiono, anziani abbandonati, donne uccise da coloro che amavano, perché l’umanità continua a fare le guerre che sono inutili e distruttive, abbiamo dubitato perché abbiamo spostato il nostro sguardo altrove cercando soluzioni alla nostra portata, perché ci facciamo tentare dalle mille altre possibilità che il mondo sembra offrirci. Abbiamo dubitato e rischiamo di affondare perché ci siamo allontanati dalla barca, ma davanti a noi non vediamo più il Signore, rischiamo di annegare ma (ed è questa la notizia straordinaria che oggi voglio portarvi) anche in quel momento, nell’attimo in cui tutto sembra perduto, nel momento della nostra debolezza e fragilità, il Signore è lì al nostro fianco, ci stende la mano e ci afferra. Ci stende la mano e ci afferra.
Il Signore sa che la fede non è un dato acquisito per sempre, conosce la nostra fatica e il nostro tormento, ma Egli ci aspetta, anzi ci vuole aspettare e ci chiama: “Vieni!”
Amen!

Erica Sfredda

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I 5 SOLA – Sola Fide (4)

«Dio ha così amato il mondo che ha dato il suo unico figlio perché tutti coloro che credono in lui non muoiano, ma abbiano vita eterna. Dio non ha mandato suo figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso di lui» (Giovanni 3, 16-17)
Parlare di fede, forse, può essere ambiguo e poco comprensibile, poiché spesso questo termine si utilizza per indicare manifestazioni di fanatismo religioso oppure per esprimere varie forme di superstizione; inoltre la nostra è una società fortemente secolarizzata e, dunque, la «fede in Dio» interessa poco, semmai appartiene alla dimensione privata dell’individuo. Senza dubbio non si può ridurre il Dio dei Cristiani a una spiegazione razionale e i dogmi della chiesa, a partire dalla Trinità, appaiono talora complicati e oscuri per chi è alieno dal linguaggio filosofico e teologico. Al contrario, l’uomo Gesù continua ad affascinare perché offre qualche certezza storica, almeno in alcuni dati fondamentali e, soprattutto, per il messaggio trasmessoci, che rimane attuale.

Tuttavia l’etica dell’ebreo Gesù, per quanto rivoluzionaria ed anticonformista, non rappresenta in toto il suo messaggio di salvezza, perché avere fede non significa esclusivamente sforzarsi di seguire i suoi insegnamenti morali (per quanto ciò sia già un ottimo proposito, valido per tutti, atei e credenti); piuttosto – ancora prima di agire – significa, illuminati dalla Grazia divina, affidarsi per intero alla «buona notizia» ed essere sicuri che quell’oscuro figlio di un falegname, probabilmente falegname anche lui nei primi trent’anni della sua vita, è morto in croce per la liberazione degli esseri umani dal male, per iniziare il nuovo regno, per riconciliare noi – umanità corrotta e incapace di essere davvero giusta e onesta, incapace di amare il prossimo senza riserve o autocompiacimenti – con l’Eterno. La fede diventa allora il fondamento delle nostre azioni, perché da sole non basterebbero a renderci uomini e donne completi, nel senso biblico dell’espressione, giacché «Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn. 1, 27): e come potremmo essere a immagine del nostro Signore, se non specchiandoci nella sua immagine proprio attraverso la fede in Cristo, intesa alla latina come la «fiducia» che nel suo sguardo d’amore ritroveremo l’integrità originale?

Lutero, con uno straordinario paradosso, dichiarava che l’essere umano in Cristo è simul iustus et peccator, «contemporaneamente giusto e peccatore», quasi a dire che la luce del bene ci viene anticipata grazie all’abbandono fiducioso in Dio. E, attraverso una seconda provocazione, diceva pecca fortiter, sed crede fortius, «pecca profondamente, ma credi più profondamente»: dunque la fede/fiducia è più forte del male giacché, se è accolta, ci orienta e dà un senso altro, una prospettiva diversa alle nostre vite.
«Soltanto la fede» perciò non esprime né la superstizione religiosa né le credenze miracolistiche, che rifiutiamo considerandole inutili e pericolose, ma è un atto di affidamento che non chiede dimostrazioni, è la scoperta dell’amore di Dio per ciascuno di noi. E tutto questo si fonda sull’ascolto della Parola biblica, sulla sua lenta meditazione, in un cammino di ricerca ininterrotto e promosso dal dubbio: il ragionamento umano non è in grado di comprendere fino in fondo e, quindi, di racchiudere in un sistema l’Eterno e l’evento della Croce e della Resurrezione, dato che lo Spirito di Dio è sovranamente libero. Come scrive Giovanni, «lo sprito soffia dove vuole e si sente la sua voce, ma non si sa da dove venga e dove vada» (Gv, 3, 8).

«Soltanto la fede» ci invita a sciogliere i cuori induriti per affidarci a Cristo, in cui solo possiamo trovare una vera dimensione di libertà perché sapere abbandonarsi all’amore, superando le sovrastrutture della ragione, ci permette poi di essere e di vivere nel mondo da persone davvero libere, che indirizzano le loro azioni senza vincoli, fuori dalle logiche del tornaconto: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt. 10, 8).
«Soltanto la fede» fa risuonare l’insegnamento dell’apostolo Paolo, che scriveva: «Non mi vergogno della buona notizia, […] poiché la giustizia di Dio è stata rivelata in essa da fede in fede» (Rom. 1, 16-17). La buona notizia, che noi siamo abituati a chiamare «Evangelo», ci è stata rivelata «di fede in fede» perché il giusto vivrà attraverso la fede e questa catena di fede/fiducia, trasmessa nei secoli, ci interpella ancora oggi – forse più di ieri, in quanto essa non è data per scontata, ma ci impone il confronto con una cultura e con un mondo in cui da un lato Dio (fortunatamente) non è più un obbligo e dall’altro assistiamo a devianti forme di fanatismo in nome di Dio.