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Gesù libera – Predicazione per il culto della Riforma, 31 ottobre 2017

LETTURE BIBLICHE: Marco, 1:32-39

32 Poi, fattosi sera, quando il sole fu tramontato, gli condussero tutti i malati e gli indemoniati; 33 tutta la città era radunata alla porta. 34 Egli ne guarì molti che soffrivano di diverse malattie, e scacciò molti demòni e non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
35 Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava.
36 Simone e quelli che erano con lui si misero a cercarlo;
37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano».
38 Ed egli disse loro: «Andiamo altrove, per i villaggi vicini, affinché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto».
39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e cacciando demòni.

Carissimi fratelli e sorelle,
stasera noi celebriamo insieme un evento particolarissimo, che diede il via alla Riforma protestante 500 anni fa.
Proprio in questa sera il monaco agostiniano Martino prova a richiamare l’attenzione accademica rispetto ad alcune provocazioni e spunti di riflessione, le cosiddette 95 tesi. Quelle obiezioni affisse la notte del 31 ottobre 1517 non solo suscitarono le attenzioni del mondo accademico, ma arrivarono fino a Roma creando un’onda d’urto potente che avrebbe, di lì a poco tempo, provocato la scomunica di Lutero e l’inizio della Riforma protestante nelle sue molteplici denominazioni alcune di esse qui presenti: Luterani, Valdesi e Metodisti.
Sì, perché anche noi Valdesi, eretici medievali scampati miracolosamente alle persecuzioni e all’inquisizione, abbiamo accolto la riforma protestante e le sue idee teologiche in maniera piena..
Ma perché? Perché Lutero, Zwingli, Bucero, Calvino, Melantone, Knox, Ochino, e poi anche Wesley ebbero così ampio seguito? Perché nei circa ottanta anni in cui in Italia fu possibile professare liberamente la propria fede, le Chiese protestanti si diffusero e moltiplicarono velocissime?
Come mai le domande di Lutero e le innovazioni proposte dalle Istituzioni della Religione Cristiana di Calvino erano così inaccettabili da far scomunicare Lutero e da provocare, almeno in prima battuta, la cacciata di Calvino da Ginevra? Sorelle e fratelli, credo che la risposta sia che, in qualche modo misterioso questi uomini e queste donne della Riforma abbiano saputo trovare una nota di autenticità nella predicazione dell’Evangelo, così come ci è tramandato in maniera eccelsa dall’evangelista Marco in questi pochi versetti.
Libere predicare fu proprio la causa della scomunica dei Valdesi, che avvenne proprio qui a Verona 833 anni fa, nel 1184.
La passione per l’Evangelo fu la molla scatenante e scatenata di Lutero come lo descrive l’Atkinson: Lutero, era la Parola scatenata appunto!
Ad fontes fu invece il motto di tutto l’Umanesimo, e per l’umanista Giovanni Calvino la “fonte” originale, era la Parola viva dell’Evangelo, ovvero la causa della trasformazione profonda dell’esistente.
Un profondo moto interiore di ricerca, una luce interiore che cambia la vita del Cristiano per sempre era invece l’incontro con il Cristo descritto da Wesley.
Tutti concetti profondamente radicati nel testo biblico sul quale desidero porre l’accento.

Gesù è all’inizio del suo ministero pubblico, davanti a tutta la città riunita alla porta, e gli portano tutti coloro che soffrono. E la sua azione si muove su due direttive di fronte al male e al dolore: guarire e scacciare. Guarire coloro che soffrono per una malattia e scacciare i demoni che avevano “catturato”, che tenevano prigionieri gli uomini e le donne di cui avevano preso possesso e di cui limitavano la libertà.
Di fatto, questo tema è incredibilmente evocativo, se pensiamo alla storia dei rapporti tra Lutero e il papa Leone X nello scambio tra la bolla Exurge Domine e lo scritto De Captivitate Babilonensis Eclesiae, in cui i toni sono quelli del ripudio totale e in cui Lutero descrive la Chiesa come “intrappolata” o appunto incatenata dal papato, che si opponeva alla scoperta della Grazia di Dio. Naturalmente i toni erano quelli forti della scomunica reciproca.

Il brano di Marco però ci descrive una storia in cui Gesù distingue tra gli oppressi e i persecutori: Gesù libera coloro che hanno perso la propria libertà e non dà dignità di parola agli oppressori, nemmeno per riconoscerlo; e così facendo Egli dimostra l’approssimarsi del Regno di Dio.
Gesù si ritira in un luogo deserto per pregare, esprimendo la necessità vitale di nutrire un rapporto personale e privato con Dio Padre, proprio così come capita anche a noi. L’azione di Gesù infatti non è mai volta alla glorificazione personale, bensì alla lode a Dio: una pietà connotata da una modestia tanto umile e servizievole da condurre alla croce.
Simone e quelli che erano con lui lo rintracciano e lo trovano per dirgli: “tutti ti cercano” e Gesù dà loro una risposta stranissima, dice: “andiamo altrove”.
Proprio nel momento in cui tutti lo cercano (e il verbo greco qui usato per la ricerca è quello che indica chiaramente la ricerca di fede), Gesù capisce che è il momento di andare altrove.

La ricerca di Cristo è infatti già una prima forma di fiducia, è l’inizio di un rapporto, che certamente continuerà, ma Gesù è venuto per predicare e per annunciare la buona notizia del Regno anche altrove, per i villaggi vicini.
E il termine predicare è sicuramente troppo restrittivo per esprimere la potenza della lingua originale che descrive Gesù come l’Araldo plenipotenziario di Dio Padre. Colui che ha la voce bella, potente e suadente tale da farsi ascoltare ed accogliere di lieto cuore da chi ode la notizia che porta. Una notizia che è libertà e guarigione, un annuncio che compie ciò che afferma trasformando la realtà. Proprio come faceva, all’inizio dei giochi olimpici, l’annuncio che metteva in libertà i prigionieri.

Libertà, però, da chi e da cosa…?
Prima di tutto libertà dai demoni reciproci, dagli spettri che ci attanagliano e ci tengono ancorati in piccole prigioni incomunicabili le une alle altre, i demoni diabolici della separazione e della divisione.
E proprio in questa sera particolare, che è anche la sera di Halloween, crasi inglese di All the Saint’s Eve, in cui nella tradizione nordica, spettri e streghe vanno in giro a chiedere regali, mi chiedo insieme a voi: ma chi sono questi demoni che Gesù scaccia?
Anch’io sono andata alle fonti, e nel greco classico il daimon era qualcosa di molto simile a ciò che oggi noi descriveremmo come l’attitudine: quella forza vitale innata positiva o negativa che alberga in ogni animo umano e che resta immodificabile, quello specifico proprio di ognuno e di ognuna che indirizza, secondo il pensiero greco, il destino personale che è immodificabile.
Una forza appunto che può essere anche positiva, ma che è certamente incontrollabile e fuori dal nostro controllo.
Nella religione Musulmana qualcosa di molto simile è la figura del Jinn (Genio), che induce l’essere umano al peccato. Idea comune questa anche con gli Evangeli, tanto che abbastanza presto il daimon diventò daimonion, legandosi irrimediabilmente all’idea di male e di peccato.

Se guardiamo allo specifico della storia delle nostre Chiese, riconosceremo che è avvenuto un processo singolarmente simile: lo specifico di ognuno e di ognuna è diventato il nostro peccato di presunzione e ci siamo scomunicati reciprocamente.
Gesù invece libera coloro che soffrono per via della mancanza di libertà, libera da ogni male, quelli del corpo, così come quelli dell’anima. Gesù, potenza di Dio incarnata sulla terra, libera gli esseri umani e anche le Chiese dal proprio destino di separazione e divisione e offre con la Sua Santa Parola la redenzione e la comunione a tutti e tutte coloro che credono in lui.
Per questo Gesù è venuto, per predicare la Grazia di Dio che salva e libera, andiamo con lui dunque, seguiamolo e ripetiamo anche noi il bell’annuncio: Egli ci offre la possibilità anche oggi, a cinquecento anni dall’inizio della Riforma, di vivere nella sua libertà riconciliati e unite.
Amen

Past. Laura Testa

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I 5 SOLA – Sola Grazia (3)

Declinare oggi il Sola Gratia incontra una duplice criticità.
La prima è che nelle controversie teologiche, in atto almeno fino al secolo scorso, il tema della grazia è stato spesso frainteso, abusato e persino mistificato in funzione della sua interpretazione e della sua appropriazione come categoria distintiva di appartenenza.
La seconda è che l’avverbio «solo» ha un carattere di esclusività e di assolutezza che rende difficile abbinarlo a qualsiasi processo o evento in un contesto, come l’attuale, dove quasi ogni concetto è plurale, se non per definizione, almeno nell’ottica ecumenica che impone di condividere tradizioni diverse e approcci interpretativi talvolta divergenti.
Tuttavia l’interpretazione rivoluzionaria del concetto di grazia proposta da Lutero impone un tentativo di sua attualizzazione anche in un’epoca nella quale, almeno nella percezione comune, il tema della salvezza sembra aver perso gran parte della sua rilevanza oggettiva.

Nel Primo Testamento il termine ebraico hén (grazia) individua la benevolenza che Dio mostra verso l’essere umano e le scritture ebraiche raccontano che molti personaggi centrali della narrazione trovano grazia davanti al Signore: da Noè in Gen. 6, 8 a Mosè in Es. 33, 12.17, a Davide in II Sam. 15, 25. Ma l’atto di grazia più importante compiuto da Dio è l’aver stabilito un patto con Israele, mantenendolo nonostante le sue innumerevoli trasgressioni. In tutto il Primo Testamento affiora l’idea che il Signore sia un Dio che vuole salvare il Suo popolo e non distruggerlo: la grazia rappresenta appunto la Sua volontà di salvezza e il peccatore pentito può invocare con fiducia la Sua misericordia (Sl. 51, 1).
Anche nel Nuovo Testamento il termine ha mantenuto i significati di favore e benevolenza di Dio verso l’essere umano e la grazia espressa con il patto del Sinai viene confermata dall’alleanza tra Dio e l’uomo che si compie con la vicenda terrena di Cristo, cioè del Dio fattosi uomo, un’alleanza che non sostituisce l’antico patto con il popolo di Israele, bensì lo rinnova e lo affianca. La grazia si manifesta nell’intervento gratuito di Dio nella vita dell’essere umano e genera la sua risposta nella fede (At. 18, 27). La fede, a sua volta, introduce l’essere umano nella grazia, cioè in un rapporto di benevolenza e comunione con Dio (Rom. 5, 2), un rapporto in cui il peccato è perdonato. La grazia coincide con un perdono totale che rigenera: per questo è possibile affermare che il contrario del peccato non sia la virtù, bensì la grazia.
La grazia e la fede non sono realtà coincidenti, ma piuttosto complementari, poiché la grazia risiede esclusivamente nell’ambito di Dio, esplicitando un agire di Dio stesso che rivolge all’essere umano la Sua parola di salvezza, mentre la fede è sopratutto una questione antropologica, cioè una risposta dell’essere umano o, almeno, un interrogarsi consapevole su questo dono di Dio.

Il Sola Gratia della Riforma vuole sottolineare che il peccatore non può giustificarsi da solo, né coadiuvare in alcun modo Dio nell’opera della giustificazione, negando decisamente qualsiasi possibilità di compartecipazione dell’essere umano al processo della salvezza, che resta iniziativa e compimento esclusivi di Dio, in Gesù Cristo: prima di ogni risposta umana c’è il ricevimento della grazia, che viene accolta nella fede; prima delle opere umane c’è l’amore di Dio, che le precede; nell’evento della salvezza la risposta umana è conseguenza dell’iniziativa di Dio e si traduce in un’etica evangelicamente ispirata. La specificità del messaggio evangelico sottolineato dalla Riforma è proprio questo: l’intervento della grazia divina è decisivo, l’essere umano, con le sue capacità, la sua razionalità e le sue conoscenze, da solo, non può nulla.
Ma in una società nella quale vengono quotidianamente enfatizzate la prestazione e l’affermazione personali, dove l’essere umano vale più per ciò che appare che per ciò che è, il problema della salvezza interessa ancora, oppure il suo annuncio ha perso gran parte del suo significato? Benché oggi permanga ancora l’angoscia della morte, essa viene affiancata, addirittura superata, dalle angosce della vita, dalle nostre insicurezze, fragilità, paure e miserie quotidiane.

L’annuncio della salvezza non può non riguardare anche questi aspetti, una salvezza prima di tutto da noi stessi in quanto produttori delle nostre ossessioni, dei nostri vizi e dei nostri idoli, una salvezza che dia un senso a ciò che siamo e a ciò che facciamo, una salvezza gratuita che non si riduce al perdono delle colpe, ma che dia speranza alla nostra vita.
La grazia che ci salva rappresenta un messaggio controcorrente rispetto agli standard performativi che ogni giorno ci sono proposti mediaticamente, conferendo dignità a tutti, compresi coloro che si trovano ai margini di una società selettiva, gli ultimi, con i quali più di duemila anni fa si identificava Gesù Cristo.
«In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me». (Matteo 25, 40).

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I 5 SOLA – Solus Christus (2)

Dire «Solo Cristo» non significa giudicare o disprezzare la fede, la spiritualità, le credenze altrui. Significa solo dire che, per noi, Cristo è la via attraverso la quale Dio si rivela, e, di conseguenza, quella che intendiamo seguire. Una via, un percorso, non un concetto: lungo una via si cammina, ci si guarda avanti e indietro, ci si ferma o ci si accampa, si incontrano altri viandanti. Come ci ricorda il libro degli Atti, i primi cristiani erano chiamati «quelli della Via».

Cercare Dio solo in Gesù Cristo significa cercarlo nel confronto con un essere umano concreto, nato, vissuto e operante in un luogo e un’epoca storica precisa, morto di una morte atroce e vergognosa. In un mondo pieno più che mai di aspiranti maestri, sacerdoti e signori, per noi Gesù Cristo è l’unico Maestro, Sacerdote e Signore.
L’unico maestro: colui che per noi ha «parole di vita eterna» (Gv 6, 68), parole e azioni che ci mettono in questione, ci sconvolgono, ci fanno guardare con altri occhi le cose, le persone, i fatti della nostra vita.
L’unico sacerdote: il solo intermediario tra noi e Dio, che ha proclamato e attuato la fine del regime dei sacrifici e della distinzione tra sacro e profano. In Cristo non abbiamo più bisogno di luoghi santi, di professionisti del divino, di offerte sull’altare per placare l’ira di Dio o ingraziarcene i favori.
L’unico Signore: il condannato a morte, sconfitto e abbandonato da tutti, la cui autorità non si basa sul denaro, sulle armi, sulla parola seduttrice, il cui modo di agire mette in discussione tutti gli altri poteri. Il Crocifisso che, tre giorni dopo, è risorto. Con la sua risurrezione (caparra e speranza per ognuno di noi), Dio stesso ha annunciato che la morte e i poteri di questo mondo non hanno l’ultima parola.
Riconoscere il Solo Cristo significa relativizzare tutte le filosofie, le ideologie, le religioni, le potenze che aspirano alla nostra adesione e alla nostra obbedienza. Anche dopo la pretesa «fine delle ideologie» restiamo tentati di cercare la nostra sicurezza nell’abbandono acritico a qualche assoluto. Non ci sono solo i fondamentalismi religiosi: pensiamo ai nazionalismi, al razzismo, alla fiducia nella competizione, nella finanza o nel progresso scientifico.
Solo Cristo non è un integralismo contrapposto ad altri integralismi; è un criterio di libertà, soprattutto verso le idee, le cause, i modi di pensare che ci sono più vicini e congeniali. Il loro ruolo e valore è quello di strumenti per capire e cambiare la realtà, non di fini, di ideali da realizzare a ogni costo. Perché «tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo» (cfr. 1 Cor. 3, 22-23).

Avere Cristo come maestro non significa osservare il mondo dall’alto, con la sicumera di chi possiede la verità. Al contrario, significa imparare quello che Bonhoeffer chiama «lo sguardo dal basso»: guardare gli eventi dalla prospettiva «degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi». In Gesù Cristo ci viene rivelato non un Dio aggressivo e distruttore che rivaleggia con gli altri poteri per la conquista del mondo, ma un Dio sofferente e solidale con tutti e tutte noi, con tutti i dimenticati e gli sconosciuti, con tutta la creazione mai come oggi minacciata.
Il Solus Christus è un aiuto a orientarsi nell’incertezza di una società «liquida», priva di punti di riferimento, dove regnano il rischio, la precarietà, l’insicurezza, la disperazione. Nel Cristo crocifisso e risorto impariamo a vivere la nostra debolezza, senza lasciarci sballottare da «ogni vento di dottrina» (cfr. Ef 4, 14), né trincerarci in identità forti e assolute. Gesù ci libera dalla frenesia dell’attivismo (anche quello ecclesiastico) e dall’ossessione di salvare il mondo: al suo seguito c’è da lavorare, ma anche da pregare, da contemplare, da «stare in silenzio davanti al Signore e aspettarlo» (cfr. Sal 37, 7).
Gesù di Nazareth non è rimasto nella tomba, ma neanche cammina visibilmente su questa terra.
Crediamo che egli è presente tra noi, dovunque due o tre sono riuniti nel suo nome. Gesù ci ha lasciato la sua Parola da meditare, e il suo Spirito che ci aiuta a farla nostra. Ci ha lasciato il prossimo in cui cercare il suo volto, e sorelle e fratelli con cui ogni giorno costituire la chiesa che testimonia di lui.

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I 5 SOLA – Sola Scriptura (1)

Il 31 ottobre scorso il Circolo Riforma di Milano, coordinato dal pastore Giuseppe Platone, ha licenziato una serie di testi dedicati ai “cinque Sola” della Riforma:
Sola Scriptura
Solus Chritus
Sola Grazia
Sola Fide
Soli Deo Gloria
I testi intendono riaffermare l’attualità della Riforma protestante, perché aspiriamo a un ecumenismo fatto di diversità riconciliate, e non a uno stanco appiattimento in cui si passano sotto silenzio i temi troppo complicati. La rilettura di questi cinque antichi slogan pone, in tempi ecumenici, una questione: la Riforma è stata un bene solo per chi si dichiara protestante o anche per l’intera cristianità e la società moderna?.
Oggi cominciamo con la pubblicazione del primo testo, dedicato a “Sola Scriptura”. Gli altri seguiranno al ritmo di 2 a settimana.
Buona lettura e buona riflessione!

SOLA SCRIPTURA

La Riforma, mettendo al centro la Scrittura (intesa come raccolta degli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento), ha voluto indicare la sorgente a cui quotidianamente i cristiani possono dissetare la loro sete di conoscenza di Dio. Ciò vale non solo per i protestanti ma per tutte le chiese cristiane – le quali oltretutto sono teologicamente cresciute negli ultimi decenni grazie anche al dialogo ecumenico. L’ecumenismo infatti ha trovato proprio nella Scrittura il terreno fertile d’incontro delle tre grandi famiglie confessionali. Attraverso lo sviluppo delle scienze bibliche, la contrapposizione tra Scrittura e Tradizione si è relativizzata. La Scrittura stessa è frutto di una tradizione orale che ha preceduto sia i testi scritti – i vari libri della Bibbia – sia l’ingresso, l’accoglimento a pieno titolo di questi stessi testi nella famiglia degli scritti canonici.
Anche il canone biblico rappresenta pur sempre una scelta umana, ancorché ispirata. Il canone non esaurisce la rivelazione di Dio. Da questa Scrittura (che di fatto è una biblioteca di libri diversi, sia come autori che come datazioni) si dipartono interpretazioni che, non di rado, appaiono opposte tra loro, proprio come i comportamenti morali che ne discendono. Sicché da un unico testo biblico si aprono vie che possono condurre a conseguenze ecclesiologiche differenziate, malgrado il riferimento alla stessa Scrittura. È stato così sia nel secolo della Riforma luterana, zwingliana, calvinista (si pensi, per fare un solo esempio storico, al dibattito conflittuale sulla Santa Cena), sia nei secoli successivi e oggi questa pluralità interpretativa perdura.

Anche nella grande famiglia evangelica è presente una spiccata diversificazione d’interpretazioni e posizioni teologiche conseguenti. Se allarghiamo lo sguardo alle altre chiese cristiane, notiamo come le diversità interpretative si accentuino: vedi la questione del concetto stesso di chiesa o il primato petrino o la successione apostolica, o il rapporto con il popolo d’Israele o la concezione del sacerdozio e dei ministeri o il ruolo delle donne nella chiesa…
Ma come leggiamo i testi biblici? Non da oggi assistiamo alla rivitalizzazione di un approccio biblicistico alla Parola di Dio, che riduce il principio del Sola Scriptura a «Unica Scriptura». Vale a dire che si tende ad affermare l’imposizione di un’unica interpretazione dello stesso testo biblico, nella pretesa che l’interpretazione data sia la sola vera e assoluta. Quasi che ogni versetto o pericope biblica racchiuda uno e un solo significato. E questo crea un terreno favorevole al fondamentalismo nelle sue varie espressioni. Mentre sappiamo – anche perché le scienze bibliche lo hanno da tempo dimostrato – che i testi biblici (e non solo quelli) racchiudono significati e scenari diversi, insieme a una ricca gamma di indicazioni che vanno scoperte scavando nella lettera scritta. Il testo biblico, insomma, va ricollocato e compreso, per quanto scientificamente possibile, nel contesto storico in cui venne pensato e formulato. Occorre tener in debito conto che il linguaggio è frutto della temperie culturale di un’epoca. I testi biblici, alla stregua di altri testi antichi, prima di essere messi per iscritto in un momento storico preciso, sono stati tramandati oralmente. Questo passaggio dall’orale allo scritto, come da una lingua a un’altra (per esempio la Traduzione dei LXX) ha logicamente comportato mutazioni che vanno individuate con metodi scientifici.

Sola Scriptura per noi significa sostanzialmente tre cose.
In primo luogo che Dio è sovranamente libero, e quindi può rivelarsi anche al di là della Scrittura stessa; ma di certo Dio si è rivelato in questa Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento.
In secondo luogo che la Scrittura da noi ricevuta deve confrontarsi non solo con il tempo in cui è stata pensata e ispirata, ma anche e soprattutto con il nostro tempo: è il presente di chi legge, infatti, il vero banco di prova della comprensione dello spirito del testo e non solo della lettera.
In terzo luogo che la Scrittura è per noi il principale nutrimento della nostra fede, del nostro pregare, della nostra spiritualità, del nostro essere chiesa.

Non siamo noi, chiese protestanti, i detentori esclusivi della Scrittura e di interpretazioni che vorremmo assolutizzare. La realtà è che noi, in qualche modo, siamo stati affascinati e «catturati» dal Sola Scriptura: un principio che ci guida e spinge a percorrere itinerari nuovi e inediti nella straordinaria scoperta di un continuo dialogo con Dio in Gesù Cristo. «Fermatevi sulle vie e guardate, domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa; voi troverete riposo alle anime vostre!» (Geremia 6, 16).
L’emozione e la fiducia in Dio, che avvertiamo nel leggere la Scrittura, non ci impediscono dall’avvalerci di metodi di analisi critica dei testi. Qualunque metodo d’indagine – da quello esegetico-storico-critico a quello letterario, simbolico, psicoanalitico, narrativo – è al servizio di una sempre migliore comprensione del testo biblico e non viceversa. Ciò che realmente conta è che lo Spirito del Signore faccia rivivere per noi quella Parola antica che ci è stata trasmessa: una Parola che per Grazia di Dio, ogni giorno, dona a noi speranza, incoraggiamento, guarigione, redenzione, gioia riconoscente.
La Scrittura vive se lo Spirito del Signore la chiama alla vita e noi con lei. La chiesa nasce, cresce e si orienta nel suo procedere attraverso l’ascolto e la comprensione della Parola biblica.