13Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15Ma Gesù gli rispose: «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 16Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto».

Matteo 3,13-17

Carissimi Fratelli e Sorelle,

Gesù dalla Galilea si recò al Giordano per essere battezzato.

Siamo tanto abituati ad ascoltare, anno dopo anno questo racconto da non renderci più conto di quanto dovesse essere scandaloso per la prima comunità cristiana.

Tutti e tre i sinottici lo descrivono con dovizia di particolari e non c’è dubbio alcuno che l’evento sia accaduto, ma perché?

Per la prima comunità cristiana era scandaloso che Gesù andasse da Giovanni trattandolo come se lui fosse il suo maestro spirituale: il salvatore del mondo che si lascia battezzare da un altro e per di più con un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati!

Neppure Giovanni riesce a credere ai suoi occhi e alle sue orecchie, tant’è che si oppone alla volontà di Gesù e gli dice: ma come, sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?

Gesù gli impone di accogliere la sua richiesta, gli dice: arrenditi! Rinuncia alla tua opposizione, perché è necessario che noi adempiamo in questo modo ad ogni giustizia!

Una frase incredibile e forte: Giovanni, come Pietro alla lavanda dei piedi, non comprende la missione di Gesù.

Gesù deve adempiere ad ogni passaggio rituale di giustizia, per confermarsi nel suo messaggio di giustizia per tutti; Egli nel chiedere il battesimo “umano” di Giovanni si mette in ascolto dell’umanità, si immerge in essa e da essa riemerge per essere accolto nella dimensione dello Spirito Santo che lo guiderà verso il battesimo della Croce! Il battesimo di Gesù è quindi l’accoglienza di ogni nostro peccato e il dono della redenzione per esso. Il Battesimo di Gesù prefigura quindi la morte di Croce e annuncia la salvezza.

In un certo modo Gesù dice anche a noi oggi: arrenditi alla mia volontà, accogli le mie richieste, perché solo seguendo ciò che io ti dirò potremo compiere ogni giustizia affinché il mondo sia salvato.

Il compimento della giustizia ultima, sulla Croce, ma anche l’avvento della giustizia sulla terra di cui noi ancora oggi abbiamo bisogno.

Gesù al suo battesimo è Maestro ed è Servitore dell’Eterno per la salvezza umana.

Maestro, perché questo è l’inizio del suo Ministero e in esso ci spiegherà come vivere della giustizia e nella giustizia, facendo di essa la nostra ragione di vita, dandoci allo stesso tempo l’eterna consolazione di sapere che nella Croce essa è già compiuta.

Voglio ancora soffermarmi però sul fatto che Gesù abbia” bisogno” del battesimo di Giovanni: Proprio dopo il Battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati si rivela la voce dal cielo che afferma l’elezione, l’amore, la dilezione di Dio e la presenza dello Spirito Santo che ci assicura che Gesù provocherà un perdono generale.

Dice infatti il profeta Isaia l’Eterno ha fatto cadere su lui l’iniquità di noi tutti… egli è stato colpito a motivo delle trasgressioni del mio popolo (Is. 53:6-8).

A differenza di tutti quelli che si fanno battezzare per il proprio peccato, Egli è messo a pare ed è chiamato a compiere in loro favore il ministero del Servitore dell’Eterno.

La giustizia di Dio quindi riguarda il popolo e il mondo intero – le nazioni, le isole, tutta la terra – Gesù, servo dell’Eterno agisce come Suo strumento, là dove la giustizia, il diritto e la dignità vengono calpestate.

È lo sguardo d’amore di Dio stesso su di lui che lo stabilisce: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto».

Nella Croce di Cristo siamo uniti anche noi in questo sguardo d’amore, anche per noi vale la parola d’elezione che è pronunciata per Gesù.

La forza quindi ci proviene dal suo sostegno, il suo Spirito ci guida, ci accompagna, ci indica la via, ci viene in soccorso quando le nostre risorse sono esaurite.

Coloro che sono chiamati al servizio vengono dotati della potenza e della saggezza di Dio.

Gesù nel battesimo di Giovanni accoglie l’umanità nostra e la comprende.

Quanti tra noi sono in grado di mettersi nella posizione umile di chi chiede aiuto o collaborazione?

Forse molti lo farebbero se costretti dalle circostanze, ma Gesù si mette in ascolto di ogni diversità e di ogni umanità perché abdica alla propria divinità e chiede la collaborazione del Battista, così come chiede la nostra affinché il mondo sia salvato.

Colui che mi salva e che ti salva sulla Croce, che non ha bisogno della collaborazione di Giovanni: Egli è amato, eletto e sostenuto da Dio, ma si sottopone ad ogni giustizia umana, affinché la Giustizia possa aver posto nel mondo.

In questi giorni sono successe cose terribili nel mondo, le sofferenze e le ingiustizie che sappiamo infliggere sono sempre più forti e più sofisticate e, mi pare, che una delle grandi responsabilità di ciò dipendano proprio da questa opposizione alla volontà di Cristo.

Al fatto che non ci arrendiamo alla sua volontà di salvezza, che non seguiamo gli insegnamenti che ci ha dato a partire dal sermone sulla montagna, ma che vogliamo fare tutto da noi stessi e insegnare anche a Dio cosa deve fare.

Gli esseri umani, anche e soprattutto i potenti non ascoltano nessuno. Gesù invece ascolta il dolore del mondo, il gemito dell’afflitto e del peccatore e lo assolve.

Egli espia il nostro peccato, egli ci salva da noi stessi, una volta per tutte e quando nei momenti di dolore e perplessità non sapremo cosa fare, appelliamoci al nostro battesimo, perché in esso non apparteniamo più a noi stessi ma a Cristo!

Cristo ci dona il suo Spirito, la sua forza, la sua capacità di ascolto e la sua guarigione per il mondo e per l’umanità intera.

Amen

– Pastora Laura Testa

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LETTURA BIBLICA

41I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.
42Quando giunse all’età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l’usanza della festa; 43passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all’insaputa dei genitori; 44i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. 46Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; 47e tutti quelli che l’udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. 48Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». 49Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?» 50Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. 51Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
52E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini.

Luca 2,41-52

SERMONE

Care sorelle e cari fratelli,

siamo nella prima domenica dell’anno e quindi lasciatemi iniziare con l’augurio di un 2020 rigoglioso, con meno odio, meno violenza e meno ingiustizia; un anno di pace, di amore e di misericordia.

Questo racconto di Luca parla di un episodio che appartiene all’infanzia di Gesù, anzi alla sua adolescenza visto che Gesù ha già dodici anni, un’età che a quei tempi autorizzava l’ingresso nel mondo degli adulti.

Il racconto è molto semplice e non parla di miracoli o altri fatti strabilianti di cui sono ricchi i vangeli. E’ il racconto di un ragazzo perso durante un viaggio e ritrovato in un luogo assolutamente inatteso.

Infatti è durante un pellegrinaggio a Gerusalemme per le festività della Pasqua ebraica che, sulla strada del ritorno, i genitori si accorgono che Gesù non è con loro e cominciano a cercarlo inutilmente e poi decidono di tornare indietro a Gerusalemme. Qui lo trovano nel tempio, tra i maestri che lo ascoltano, rispondono alle sue domande e si stupiscono per la profondità delle sue parole.

Gesù sta come un adulto tra gli adulti: è dodicenne, ha già avuto il suo ‘bar mitzva’ una sorta di presentazione nel tempio, e si comporta da vero ebreo osservante.

Luca non ci racconta del dramma che stanno vivendo i genitori preoccupati della scomparsa di Gesù perché vuol parlarci di come Gesù sta crescendo nella consapevolezza che la sua vita terrena si lega sempre più alla sua missione divina.

Ci sono due parole per comprendere il senso di questo brano.

La prima è stupore.

“Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; 47 e tutti quelli che l’udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte.”

E più avanti:

“Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena»”

E’ lo stupore, insieme alla meraviglia, che accompagnerà la missione terrena di Gesù. I suoi insegnamenti, i segni che lui lasciava hanno sempre provocato grande stupore e meraviglia in chi lo ha visto e ascoltato. Stupore e meraviglia perché Gesù ha sempre proposto sé stesso e i suoi insegnamenti in una chiave nuova, rivoluzionaria ancora oggi, che ci indica un nuovo modo di rapportarci con nostro prossimo e quindi con Dio stesso.

La seconda parole è: non capirono.

50 Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro”.

E’ la costante della vita di Gesù. Suscitare stupore e non essere capito. E qui non parliamo di linguaggio o comunicazione. Gesù si esprimeva con linguaggio semplice utilizzando esempi e parabole proprio perché il suo messaggio fosse il più diretto possibile.

No, non è un problema di linguaggio.

Gesù non chiede agli uomini una messa a punto della loro religiosità e della loro fede. Gesù chiedeva e chiede ancor oggi a noi di rivoluzionare la nostra vita mettendo al centro il rapporto con Dio, ricostruendo nel suo popolo la rete di umanità, di amore ad immagine e somiglianza dell’amore con cui siamo stati creati. E’ questo che è difficile alla nostra comprensione, questo capovolgimento di vita e di prospettiva.

Anche dinanzi a questo breve testo noi ci interroghiamo su chi siamo noi oggi. Siamo i genitori che cercano il figlio? Siamo i discepoli che ascoltano?

Noi siamo la famiglia che riabbraccia il figlio smarrito ma siamo anche quelli che si stupiscono per le parole di Gesù e che fanno fatica a comprendere il significato del suo messaggio. Siamo la famiglia che trova Gesù ma non sa più chi è e non capisce le sue parole.

Voglia il Signore aiutarci a vedere e comprendere per condurre una esistenza alla luce del suo amore per l’umanità.

Amen

– Roberto Mellone

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LETTURA BIBLICA

1Nel principio Dio creò i cieli e la terra. 2 La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. 3Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.

Genesi 1:1-3

12Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una di queste si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti per andare in cerca di quella smarrita? 13E se gli riesce di ritrovarla, in verità vi dico che egli si rallegra più per questa che per le novantanove che non si erano smarrite. 14Così il Padre vostro che è nei cieli vuole che neppure uno di questi piccoli perisca.

Matteo 18:12-14

26Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira 27e non fate posto al diavolo. 28Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno. 29Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta. 30Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione. 31Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! 32Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.

Efesini 4:26-32

SERMONE

Carissimi frateli e sorelle,

L’incontro con Cristo è l’inizio di una vita nuova in cui ci sembra che tutta la realtà sia improvvisamente rinnovata. Noi siamo ancora noi, ma tutto è differente; adesso abbiamo un compagno di vita nuova che non ci abbandona mai più: il Signore Gesù è il nostro amico e compagno.

La nostra esistenza stessa è rinnovata dall’opera dello Spirito Santo, dal Vento di Dio che ci dà la vita.

Similmente a ciò che avviene nel principio per il creato intero, la terra era informe e vuota e lo Spirito di Dio illumina l’esistente e permette la bellezza, la distinzione degli elementi, la descrizione, il dialogo, l’osservazione, la scienza e il bene, così è anche degli esseri umani.

Lo Spirito di Dio ci illumina, mette in luce le peculiarità e le specificità che ci contraddistinguono, ma soprattutto ci permette di vederli, di descriverli, di migliorarci in un percorso di santificazione continua, un lavoro personale e comunitario che apre al dialogo e alla comunione.

Lo Spirito Santo quindi ci “risorge” già in vita, permettendoci un cambiamento reale, già qui ed ora.

Lo Spirito Santo è prima di tutto uno Spirito di parola, esso ci autorizza a dire a dialogare, a testimoniare, a pregare, ma anche a dire in maniera differente: la storia della nostra vita ora non è più una narrazione personale e basta, ma è anche una narrazione dialogica e comunitaria. Io non sono più il centro del mondo, ma la mia luce è il Signore. IL dono dello Spirito è quindi il cambiamento personale, che ci permette di non vivere più nel male, nella cattiveria, nella falsità, ma ci permette la libertà, nel lavoro onesto, nell’edificazione, nella fiducia, nella gioia e nella misericordia empatica e compassionevole della comunione fraterna.

IL dono dello Spirito è quindi anche la nascita della vita comunitaria, la nascita della chiesa: il peccato è coperto, l’abisso è superato, puoi guardare avanti, puoi camminare.

Si apre davanti a te l’orizzonte della libertà. In questo nuovo cammino disponi dei mezzi che il Signore ti mette a disposizione per grazia: una compagnia con la quale camminare, una mappa del terreno che stai attraversando, una destinazione ultima che ti assicura che la tua fativca non è vana. La compagnia è la Chiesa appunto, la mappa è il comandamento, la destinazione è il Regno di Dio anticipato già qui ed ora nella preghiera.

La Chiesa è quindi prima di tutto il luogo della presenza attuale di Gesù e i credenti abitano la Chiesa come parte del corpo di Cristo in cui loro sono adesso inseriti.

Questo è forse il motivo profondo per cui il “buon pastore” della parabola si comporta come uno sconsiderato: chi mai infatti lascerebbe da sole 99 pecore per andarne a recuperare una sola? Questo pastore è come minimo un folle! Oppure è un grande credente! Se tutti siamo parte del corpo di Cristo, anche quell’unica pecora è legata a Cristo come me, Egli non la lascia sola, così come non lascia solo nessuno di noi, neppure se ci perdiamo, neppure se cadiamo nel peccato o se abbiamo dei momenti difficili. L’attenzione per il singolo del buon pastore non è infatti dimenticanza del gregge, bensì amore profondo e personale per ognuna delle sue pecore, anche di me e di te, di noi tutti.

Il Signore non si cura del denaro, non si cura dei talenti, non si cura del grado d’istruzione o della nazionalità, ma il Signore si cura di te!

Una bravissima predicatrice metodista, figlia di un amato pastore qui in italia, una volta mi fece riflettere su questa parabola chiedendosi come mai quella pecora si fosse potuta perdere: le altre pecore.. dove erano quando ha sbagliato strada? Dove erano le altre pecore quando è caduta nel burrone o è entrata nel bosco? O forse loro correvano troppo veloce e l’hanno lasciata indietro? Perché le altre pecore non l’hanno affiancata e sono rimaste vicino a lei? E soprattutto, perché non hanno chiamato il pastore per accorrere subito?

Sono domande importanti per la Chiesa queste, perché come credenti e discepoli di Cristo anche noi siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri: la Chiesa non è il luogo dove si improvvisa, ma dove ci si prende cura degli altri.

Prendersi cura anche di chi è più lento, di chi non sta al passo con i tempi, di chi arranca o ha una visione differente dalla nostra è vivere nel dono dello Spirito.

Questa dimensione della chiesa significa vivere in modo da edificare gli altri in una costruzione di autenticità, in cui si possano condividere i vissuti più diversi mai nel giudizio, bensì nella misericordia e nella comunione reciproca.

Care sorelle e fratelli che lo Spirito del Vivente soffi potente sulla nostra Chiesa e ci colmi dei suoi doni affinchè lo possiamo seguire nell’umiltà e nella gioia.

Amen

– Pastora Laura Testa

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LETTURA BIBLICA

13 Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; 14 e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. 16 Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. 17 Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. 18 Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» 19 Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. 22 È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, 23 non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». 25 Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! 26 Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» 27 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. 29 Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. 32 Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» 33 E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Luca 24, 13-35

SERMONE

Un gran numero di salmi parlano dei pellegrini che vanno a Gerusalemme, al Tempio, la casa del Dio altissimo. Nel vangelo che abbiamo letto su Emmaus, abbiamo un pellegrinaggio al contrario, invece di avvicinarsi a Gerusalemme, Cleopa e il suo compagno, incontrano Dio allontanandosi da Gerusalemme. Un viaggio di andata e ritorno che l’evangelista Luca, – e lui solo – ci descrive.

La Crocifissione è lontana, la tomba vuota di Pasqua anche. Un viaggiatore, il Risorto, si accosta e domanda : “Che discorsi son questi che tenete cammin facendo?”. I due si fermano lo guardano e si spiegano. Non uno che lo riconosca. E del resto, altro che prendere la propria croce! I due discepoli stanno fuggendo da Gerusalemme! Dimentichi dell’appello ricevuto, tornano a casa, quasi il Signore fosse diventato la Grande Disillusione delle loro vite. Come talora delle nostre.

Luca termina il suo Vangelo con due apparizioni di Gesù davanti a discepoli e apostoli, che a tutto pensano tranne che alla presenza del Risorto, sono mesti e smarriti.

Gesù si accosta ai credenti sfiduciati, fa un tratto di strada con loro, li ascolta e li scuote. Un percorso di dodici chilometri diventa un pellegrinaggio al contrario. La voce del dottore della legge interpreta le Scritture, cominciando da Mosè e dai profeti; i fatti drammatici appena vissuti si possono leggere con la grande Speranza in cuore. La disperazione si attenua, l’animo diventa più leggero. La conoscenza biblica li appassiona, ma non basta a riconoscere che il Risorto è lì presente.

Hanno bisogno, come anche noi, di altre risposte, vogliono continuare questa diversa interpretazione dei profeti, questa Nuova lettura della bibbia. Esplode quindi un grido che viene dalla profonda sfiducia che ancora li attanaglia  “Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno è già declinato.”

Una invocazione che anche noi rivolgiamo in preghiera e nel canto di un inno.  Una conclusione che ci sale alla mente ogni volta che leggiamo le notizie dal mondo mediterraneo. ”Il giorno è già declinato”,  non ci basta il cuore per attendere il mattino.

Questo dotto viaggiatore, fa come se volesse andare oltre e separarsi,    ma poi accoglie la richiesta ed entra per rimanere con loro. Il viaggio è terminato, il percorso di dodici chilometri si è trasformato in un convegno biblico, quasi un ammaestramento peripatetico. L’interesse accademico o meglio rabbinico li aiuta a sopportare la paura e lo scoraggiamento, ma non trovano ancora il coraggio di una diversa Speranza La lettura anche quotidiana della Parola ci aiuta e ci sostiene, la preghiera che nasce,   ci infonde fiducia nell’aiuto del Signore. Per andare oltre serve la fede che dona certezza, la fede che apre gli occhi nostri e dei discepoli di Emmaus. Questa fede viene dai segni del regno che ha sconfitto la morte, il Regno di Dio.

Questo dotto viaggiatore, fa come se volesse andare oltre e separarsi,    ma poi accoglie la richiesta ed entra per rimanere con loro. Il viaggio è terminato, il percorso di dodici chilometri si è trasformato in un convegno biblico, quasi un ammaestramento peripatetico. L’interesse accademico o meglio rabbinico li aiuta a sopportare la paura e lo scoraggiamento, ma non trovano ancora il coraggio di una diversa Speranza. La lettura anche quotidiana della Parola ci aiuta e ci sostiene, la preghiera che nasce,   ci infonde fiducia nell’aiuto del Signore. Per andare oltre serve la fede che dona certezza, la fede che apre gli occhi nostri e dei discepoli di Emmaus. Questa fede viene dai segni del regno che ha sconfitto la morte, il Regno di Dio.

Il viaggio si interrompe, il compagno di viaggio non c’è più, ma resta questo gesto eucaristico letto come segno di chi ha sconfitto la morte. Il Risorto si è fatto riconoscere nella ambiguità di una bettola per viandanti spiantati. Caduti gli stereotipi della vittoria del più forte, del riscatto politico nazionale, accettato l’aiuto di un viandante sconosciuto, tutto cambia.

La penuria diverrà abbondanza, lo scacco esaudimento, lo scoramento speranza, la fatica energia rinnovata. Il viaggio cambia verso , non più un mesto ritorno a casa,    ma un ritorno a Gerusalemme, dove il pericolo è più forte. La consapevolezza del Regno apre Cleopa, il suo compagno, e tutti noi con loro, ad una vocazione rinnovata. Nell’incontro con gli undici e con quelli che erano con loro, si consolida la prima dichiarazione di fede: “Il Signore è veramente resuscitato”.

Di generazione in generazione, in tempi secolari profondamente diversi, si ripete questo viaggio. Un viaggio che approda alla certezza di aver intravisto segni di un regno che sconfigge la morte. La cooperazione al bene, il coraggio di un aiuto altruistico, la lucidità di una azione diplomatica per la pace, lo sforzo di riconciliazione tra popoli divisi dalla guerra, portano segni del regno di pace.

Questi segni sostengono la nostra fede, spingono ad andare oltre un interesse piattamente culturale su un mondo di duemila anni fa.

Anche la Cena, che celebriamo dopo questa predica, può essere vissuta come assaggio del Regno di Dio: la Speranza di nuovi cieli e di nuova terra deve trovare già qui fra i discepoli e le discepole di Cristo, segni di questa nuova realtà attesa nella sua pienezza.

Questi segni faranno fiorire una dichiarazione di fede  che partendo dalla certezza che “Il Signore è veramente resuscitato” parli ad una Europa chiusa e divisa, annunci ai popoli che il mare mediterraneo può continuare ad essere un mezzo di contatto e di scambio.

A noi restano le parole del profeta Habacuc.

“Io starò al mio posto di guardia, mi metterò sopra una torre, e starò attento a quello che il Signore mi dirà” . (cap 2 v 1)

Amen

Ruggero Mica

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LETTURA BIBLICA

1Nel principio Dio creò i cieli e la terra. 2La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. 3Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. 4Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

Genesi 1,1-5

22«Veramente il mio popolo è stolto, non mi conosce; sono figli insensati, non hanno intelligenza; sono saggi per fare il male, ma il bene non lo sanno fare». 23Io guardo la terra, ed ecco è desolata e deserta; i cieli sono senza luce. 24Guardo i monti, ed ecco tremano, tutti i colli sono agitati. 25Guardo, ed ecco non c’è uomo; tutti gli uccelli del cielo sono volati via. 26Guardo, ed ecco il Carmelo è un deserto; tutte le sue città sono abbattute davanti al SIGNORE, davanti alla sua ira furente. 27Infatti così parla il SIGNORE: «Tutto il paese sarà desolato, ma io non lo finirò del tutto. 28A causa di ciò, la terra è afflitta, e i cieli di sopra si oscurano; perché io l’ho detto, l’ho stabilito, e non me ne pento, e non ritratterò».

Geremia 4,22-28

1«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Giovanni 15,1-8

SERMONE

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato
(G.Ungaretti, San Martino del Carso)

Di cosa si parla in questa celeberrima poesia, di macerie e devastazione o di altro? Cosa è devastato? Il cuore forse?
E nel brano di Geremia di quale devastazione si sta parlando?

Care sorelle e cari fratelli, parole dure, difficili udiamo oggi, che paiono prefigurare una sorta di catastrofe post-atomica: un mondo reso un deserto, senza luce, scosso da terremoti, privo di vita, senza più tracce di civiltà. Una visione che ci lascia attoniti, in grado di stordirci per la sua efficacia. Non solo, pare prefigurare un Dio spietato, che se la prende con l’umanità malvagia e che invia una punizione letteralmente devastante di cui non si pente, anzi … .

Vediamo allora di capire meglio questo Dio apparentemente così crudele. Crudele … o innamorato? Dio è umano diceva Karl Barth ed è questa umanità che vediamo dipinta. Dio si rivolge ad Israele, a noi come ad un amante, una moglie, un marito … tradito. Le sue viscere si agitano. Come si agitano quelle del profeta Geremia, come si agitano le nostre quando accade qualcosa di importante e che ci colpisce o ci ferisce: è pura emozione.
Così inizia il brano di oggi, con le parole di chi ama ed è colpito profondamente perché tradito. Tradito come allora? Israele non ha rispettato il patto, l’Alleanza. Un’alleanza dove il Signore ci ha fatto una promessa e ci fa una richiesta .“11 Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò. 12 Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo.” (Levitico 26 11-12) come a dire: “Sono vicino a te, ti cerco, non ti caccio via, mi muovo insieme a te, nei tuoi percorsi, nella tua vita; sii anche tu vicino a me.” Non è una dichiarazione di amore per l’umanità? Per ogni membro della specie umana? Per ogni persona presente in questo tempio?

Di fronte a questo amore il Signore si lamenta: “il mio popolo non mi conosce”. Quando possiamo dire di non conoscere qualcuno? Quando non c’è frequentazione, non c’è dialogo, non c’è intimità, oppure se tutto questo c’è ad un certo punto … il rapporto di sfilaccia, ci si allontana. Spesso accade lentamente, un senso di lontananza che si avverte da principio in maniera appena percepibile ma che poi si ingrandisce, alimentato da mancanza di comunicazione, da giudizi, da assenza di ascolto o ascolto superficiale.

Da un rapporto con Dio che si fossilizza, diventa, abitudine, forma, che incartapecorisce, che si raffredda, perché la preghiera è rarefatta od è abitudine, perché il confronto con la Sua Parola diviene occasionale, difficile non possiamo certo aspettarci giardini fioriti bensì deserto. E’ un deserto dell’anima che avvertiamo. Dio la osserva: “Guardo la terra …”. Manca la luce e se manca la luce è facile sbagliare strada. I monti tremano: quanto vi è di più solido diviene instabile e ci minaccia, quante false sicurezze ci colpiscono… . Soprattutto non c’è uomo, la punta finale della creazione, il capolavoro di Dio, ogni uomo, ognuno di noi è il capolavoro di Dio, sparisce. E’ un ritorno al caos che precedeva la creazione . Assistiamo ad un allontanamento da Dio che porta a prima che Dio creasse, che trascina indietro a prima che lo incontrassimo e la vita si fa tristemente sterile: il Carmelo, il giardino è un deserto, le città sono abbattute perché anche la civiltà, la società risente dell’inaridimento del nostro spirito, della nostra vita spirituale.

Il Signore di fronte a questo come reagisce? Come un amante, come colui che ama: si rattrista si arrabbia, si contraddice , non mi pento della distruzione … ma no non distruggerò del tutto. E’ amore viscerale in azione, come viene descritto spesso nella Bibbia dove le parole amore e viscere, non a caso sono simili, a indicare quell’amore profondo, intimo spontaneo ed assoluto, capace di far vibrare l’intero Essere.

Nella Parola del Signore troviamo qual è la conseguenza di questo amore divino: Geremia lo dice chiaramente: “Circoncidete il vostro cuore” (Ger 4,4b) ed ancora “…con la casa di Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova (Ger 31,31b) , “ … porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31,33-b).
Ecco allora come di fronte all nostra debolezza, infedeltà, allontanamenti, difficoltà di fronte al Signore e nel rendete testimonianza , Dio sempre ci viene incontro. La sua promessa di camminare in mezzo a noi non viene meno, anzi è sempre, costantemente rinnovata, la sua Grazia, sempre ci precede.

Amen

Alessandro Serena

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Una mano piena di sale

LETTURA BIBLICA

1Parola che Isaia, figlio di Amots, ebbe in visione, riguardo a Giuda e a Gerusalemme. 2Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del SIGNORE si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. 3Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del SIGNORE, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del SIGNORE. 4Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra. 5Casa di Giacobbe, venite, e camminiamo alla luce del SIGNORE!

Isaia 2,1-5

13«Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, 15e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Matteo 5,13-16

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle, stamattina ascoltiamo la promessa più bella che possa esistere: trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra.

Questa promessa non è solo per Israele, per Sion, ma è per i molti popoli, per le genti, questa promessa è anche per noi.

Il profeta ha una visione particolarissima, infatti ha per soggetto la Parola di Dio, Essa è visibile e diviene fatto reale!

Cari fratelli e sorelle, mi ha molto colpita questa Parola di Dio, che arriva in visione.. come infatti si fa a “vedere” la Parola?

Per essere visibile essa deve realizzare ciò che compie, deve essere affidabile, sicura, concreta, deve essere Parola incarnata, parola di verità.

Un modo di dire un po’ caduto in disuso è quello di dare la propria parola per garantire un contratto, per confermare una situazione, o semplicemente per avvalorare la veridicità di una situazione. Questo modo di dire è, a mio parere, caduto in disuso, perché la nostra parola umana, non è per niente affidabile, anzi sovente ci troviamo di fronte a pubblicità ingannevoli, a vincoli, a clausole, a note in piccolo e a una sempre maggiore deresponsabilizzazione di fronte all’agito personale che ci allontana dal mondo in cui bastava una stretta di mano per fare un “patto”.

Dare la parola ed accettare la parola di qualcuno implica infatti un rapporto di fiducia basato sulla conoscenza personale e sull’onorabilità dei contraenti.

Mi pare che il profeta Isaia, quando descrive questa Parola di Dio che viene data in visione, parli proprio di questo rapporto di fiducia: la Parola di Dio è visibile perché il Signore è degno di fiducia, e ciò che promette avviene sempre.

Un racconto dei momenti ultimi, in cui avverrà il Regno sulla terra, in cui il monte di Dio si ergerà per essere visibile a tutti ed essere guida ed indirizzo per coloro che vorranno avvicinarsi a Dio.

La Parola di Dio racconta che il creato intero è trasformato dalla grazia di Dio e che diventa compartecipe dell’azione potente di salvezza per i popoli.

Il luogo alto, il monte è il luogo metaforico per eccellenza della rivelazione di Dio, che per noi è il luogo della predicazione e dell’insegnamento di Cristo.

Proprio il discorso della montagna è infatti il momento più alto della predicazione del Signore Gesù, in cui la Parola diventa visibile per tutti i popoli e per le genti. Parola divina che ammaestra ed insegna a tutti e a ciascuno a camminare nella luce del Signore.

Quanto è importante questa luce in tutta la nostra tradizione comune di cristiani, la luce è metafora d’integrità, di bontà, di grazia, di comprensione, di compartecipazione , ma anche di integrità. Questa integrità è un concetto chiave infatti per ogni cultura che abbia un radicamento biblico: si è integri di fronte a Dio e agli uomini e ci si ancora alla Parola per vivere in essa. Integrità che è anche salute, salvezza ed è anche vita di relazione: la luce che promaniamo dipende dal nostro rapporto con il Signore e ne è frutto, determina il nostro agire e il nostro comune sentire nel processo di santificazione e di testimonianza.

Se ci riflettiamo ci accorgeremo che c’è una grande diversità tra l’atteggiamento delle culture e dei paesi che hanno un radicamento di matrice biblica e quelli che ne hanno meno, che magari hanno sviluppato delle forme di assoluzione dai peccati legate alla sacralità: l’atteggiamento nei confronti della verità.

Non intendo generalizzare naturalmente, ma nei paesi e nelle culture di matrice protestante dire la verità, anche se scomoda, anche se difficile è considerato un segno distintivo tra chi è degno di fiducia e chi non lo è. In Italia invece mi pare che la verità e di conseguenza l’onestà e l’affidabilità siano considerate materie di secondo piano. La categoria che si riconosce e che si usa è piuttosto quella della potenza, del dominio, del comando, frutto questo di una teologia sacramentale e monarchica.

Ho fatto questa considerazione, sorelle e fratelli, perché mi sono chiesta quale è il nostro specifico di metodisti e valdesi qui in Italia, quale è la portate della luce che siamo chiamati a spandere attorno a noi grazie a questo radicamento nella Parola del Signore che ci rende luminosi e visibili?

Credo fermamente che una parte importante della nostra vocazione siano la coerenza, l’integrità e l’affidabilità: queste sono componenti importantissime che rappresentano il nostro stile, ma anche la nostra fede.

Noi desideriamo essere considerati coerenti con la parola di verità di Cristo e ad essa restare fedeli: questo comporta un cambiamento nelle nostre esistenze, per cui quando prendiamo un impegno, quando facciamo un patto – e quanto è importante questo patto nella cultura metodista- poi lo manteniamo.

In questo nostra vocazione alla coerenza vogliamo però ricordarci che non siamo soli, perché è Dio che sostiene e illumina le nostre esistenze e non ci lascia soli. Il patto di verità che facciamo con Dio significa anche che Egli ci inserisce nel Suo popolo, ci rende parte della Sua famiglia e questo legame è più importante di ogni nostro legame o retaggio culturale o familiare.

Dire la verità significa anche dire il proprio peccato, saper ammettere di aver bisogno di tutti e di ciascuno, dire la verità significa agire sempre al meglio di ciò che si è, ma senza considerarsi meglio degli altri, bensì riconoscersi insieme nella luce del Signore.

Questa nuova dimensione di vita è la dimensione della speranza, che spinge a cambiare il proprio vissuto, a trasformare i propri strumenti offensivi e mortiferi, in strumenti di cura e di pace. Una pace che è dono per i popoli, pace per le genti, pace per Israele, pace tra i vicini e i lontani, ma anche e soprattutto pace interiore con noi stessi e con Dio in Cristo Gesù.

Le spade non sono infatti solo quelle materiali, fatte d’acciaio, ma sono anche le nostre parole finte, o i nostri atteggiamenti incoerenti con la fede che Dio ha riposto in noi.

Ma ecco la bella notizia fratelli e sorelle: viviamo e camminiamo nella luce del Signore; Egli ci ammaestra con amore ad accogliere il peccato altrui, come se fosse il nostro e scioglierlo con l’annuncio di Cristo che ci converte alla comunione e alla pace, affinché tutte le persone e i popoli possano godere anche essi della luce e della grazia di Dio.

Amen

Past. Laura Testa

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LETTURA BIBLICA

30Allora essi gli dissero: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? 31I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto:
“Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”». 32Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. 33Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo». 34Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di questo pane». 35Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.

Giovanni 6,30-35

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,
il pane è il centro di questo dialogo di Gesù con i suoi interlocutori: il pane che viene dal cielo, quello vero che il padre suo dà. Un pane che dà la vita al mondo e scende dal cielo.
Gesù parla di se stesso e della pienezza della vita: chi viene a Lui non avrà mai più fame e chi crede in lui non avrà mai più sete.
Gesù promette ed offre qualcosa di eccezionale, offre la propria vita in dono, offre pienezza dove c’è desolazione.

Chi era con Gesù in quel momento aveva fame, aveva sete, aveva bisogno di tutto e gli chiede cosa fai tu per noi affinché crediamo? Gesù risponde comprendendo i loro bisogni e superandoli: non è solo del pane sostanziale che hanno bisogno, ma di quello che va oltre, hanno bisogno del pane vero, quello che dà la vita al mondo, di quel pane che non perisce, ma che dà la vita eterna.
Mi chiedo se oggi anche noi saremmo tra questi interlocutori di Gesù, abbiamo fame noi? Abbiamo sete? O siamo soddisfatti e contenti ?

Come facciamo a comprendere queste parole se non abbiamo provato la fame e la sete? Come facciamo ad implorare Gesù in preghiera chiedendogli di darci ancora di questo pane se non abbiamo fame? Come facciamo a vedere oggi il segno del Signore Gesù?

Il teologo e pastore Karl Barth era solito affermare che bisognasse entrare in chiesa con in mano la Bibbia ed il quotidiano sotto al braccio e credo che avesse ragione: la Parola è incarnata in un luogo ed in un tempo specifico, e così può e deve essere la riflessione e la predicazione di essa. Parlare a qualcuno della Parola di Dio è incontro con i bisogni, è dialogo di conoscenza che mette al centro le persone con le loro storie personali. L’incontro con il Cristo è sempre un evento personale.

Il mondo, a cui il Signore dà la vita, è diviso: una parte del mondo vive al disopra delle proprie possibilità e l’altra parte del mondo non riesce a sopravvivere.

Tra le due parti si erge un muro fatto di paura: si ha timore di un’invasione, che le risorse non bastino per tutti, che la nostra cultura venga cancellata, ma soprattutto che la nostra tranquilla vita venga disturbata.

Tanti implorano per la fame e per la sete e la nostra società non risponde al loro diritto di una vita migliore, per mancanza di fiducia nelle parole del Cristo e per paura di dover cambiare le proprie vite.

Tutto sembra andare per il meglio nella parte di mondo in cui c’è pane ed acqua in abbondanza, ma è solo un’apparenza: si è persa l’umanità, si è smarrito il senso di interconnessione, non si riconosce più il valore della vicinanza, della lentezza, della comunione.

Le persone vivono sempre di più come individui non più legati assieme ed anche le famiglie stentano a trovarsi. Non parlo ovviamente solo della situazione italiana, ma di un degrado che ha proporzioni mondiali e che spinge le diverse forme di povertà, morali e materiali, a collidere continuamente tra di loro.

Sovente quelli che pagano le spese per questo tipo di situazione sono proprio i più fragili e i bambini, che avrebbero bisogno di essere sostenuti ed accompagnati.

Nuovi Pilato, dittatori di ultima generazione, si affacciano all’orizzonte mediatico e convincono le folle a seguirli, ma li conducono sempre più lontani dall’amore di Cristo che si dona per il mondo e per la nostra salvezza.

Il pane del mondo è ormai un pane avvelenato dall’odio, dall’orrore e dall’inquinamento, segni di un sistema diabolico che ci coinvolge e ci convince di non poter fare diversamente. Le nostre coste sono invase dalla plastica, i nostri mari sono avvelenati, le nostre campagne piene di veleni e di immondizia.. che pane mangeremo e che acqua berremo se avveleniamo tutto?

Gesù è disarmante nella semplicità del suo messaggio: il vero segno della libertà donata dal Signore Iddio e Padre è Lui stesso, il Cristo Vivente con la sua vita, con la sua morte e con la sua Resurrezione, affidarsi a Lui è la cura e la vita per il mondo e per noi, che ne siamo parte.

Fidarsi a Cristo e andare a Lui è la piena libertà di vita vera, è pane fragrante e salutare, è acqua limpida e pulita per noi e per i nostri figli. Questo pane non si esaurisce mai, perché è fatto della gentilezza, della generosità, della pace e dell’amore di Cristo per il mondo. E’ un pane che sazia sempre ed in ogni circostanza della vita, perché ci rende tutti parte di una stessa famiglia: fratelli e sorelle tra noi e con il mondo intero.
Questa è la risposta di Gesù a chi gli chiede segni potenti e, sorelle e fratelli, può essere anche la nostra se ci affidiamo a Lui.

Quando vediamo l’odio possiamo rispondere con la solidarietà, con la fraternità e con la vicinanza: Gesù non si accontenta di una soluzione “apparente”, ma ci dona il pane vero e la vita eterna!
Andiamo a Cristo e diventiamo parte del corpo di Dio, domandiamogli di darci sempre di questo pane ed Egli mai ce ne farà mancare.

Amen

Past. Laura Testa

LETTURA BIBLICA

11Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,

Questo discorso di Gesù è uno dei più belli e dei più conosciuti di tutto il Vangelo di Giovanni. Molte volte infatti, soprattutto in momenti di crisi, le parole di Gesù che ci dice di essere il buon pastore ci consolano e ci calmano l’animo.

C’è differenza tra Gesù e qualunque altro pastore, Gesù ha con le sue pecore un legame di responsabilità e d’amore profondo, tale da dare la propria vita per loro.

Questa metafora meravigliosa è stata la prima immagine nella storia dell’arte che ritrae Dio in maniera antropomorfa: Un pastore con un agnellino sulle spalle.

I pastori erano delle persone autorevoli nel mondo in cui Gesù nacque e visse, erano guide per il popolo, conoscevano il territorio ed erano attrezzati adeguatamente per difendere le pecore nel caso in cui i lupi o altri animali feroci le attaccassero.

La contrapposizione tra il buon pastore ed il mercenario è dunque basata non sull’entità del lavoro, ma sulla relazione che c’è tra chi guida ed accudisce le pecore ed il gregge.

Chiunque può svolgere molte mansioni, anche quella pastorale, ma se ciò che si compie non è legato ad una vocazione, se non coinvolge nell’intimo, se non implica delle relazioni affettive con le persone, non serve a nulla, anzi lascia spazio all’azione del “lupo”, metafora del male, che rapisce e disperde.

Questo modello potrebbe essere applicato a moltissime situazioni odierne: ogni volta che si sottovaluta la propria responsabilità nei confronti degli altri, si lascia aperta la porta al male che disperde e che rapisce.

Troppi sarebbero gli esempi di categorie professionali che sempre di più si avvalgono di “polizze assicurative” contro possibili danni; liberatorie da responsabilità che si diffondono in ogni ambito, dall’insegnamento alle chiese, passando per gli ospedali e i luoghi di cura. Ogni volta che a qualcuno è data la responsabilità di prendersi cura di qualcun altro si prova a tutelarsi.

Il continuo delimitare l’ambito della responsabilità ha instaurato il protocollo della fuga dalla responsabilità: il mercenario vede il lupo e fugge abbandonando le pecore a se stesse. E come in molte pagine evangeliche in questo testo Legge ed Evangelo, Grazia e Giudizio arrivano assieme: i mercenari siamo noi.

La nostra è la società in cui ogni responsabilità è limitata e non ci si sente mai pienamente responsabili, mai pienamente scossi per ciò che avviene attorno a noi.

Pensiamo alle nostre famiglie, ai nostri amici, alle nostre Chiese, alle città la responsabilità è sempre dell’altro.

Abdicando però a prenderci la responsabilità, rinunciamo anche a prenderci la nostra parte di spazio vocazionale, rinunciamo ad esercitare i talenti che il Signore ci ha donati al servizio della chiesa e del prossimo.

Rinunciamo alla nostra vocazione quando ci giriamo dall’altra parte rispetto alla fame nel mondo, alle disuguaglianze sempre crescenti nella distribuzione delle risorse; rinunciamo a seguire il Signore quando ci giriamo dall’altra parte di fronte ai morti in mare, alle torture operate dalle dittature “amiche”, quando non ci poniamo delle domande rispetto ai cambiamenti climatici, all’avvento di figure di leadership imposte con la forza: rinunciamo ad essere fedeli al nostro rapporto con il Signore ogni volta che non siamo abbastanza informati e consapevoli, ogni volta che vediamo ed intuiamo che il male sta arrivando e lasciamo l’ovile senza protezione e le pecore in pericolo.

Un giudizio forte, che ci mette in crisi, che ci impone un cambiamento radicale, il Signore ci mostra infatti quale è la strada da seguire: l’esempio fulgido e dolce del Cristo che unico buon pastore offre la sua vita per le pecore.

Il Signore offre la sua vita per “tutte” le pecore, non importa se più o meno docili, non importa se di un colore o di un altro, non importa se di una religione o di un’altra: il Signore offre la sua vita per tutta l’umanità.

Mettersi alla sequela del Cristo significa anche rinunciare alle nostre pretese di primazia o di superiorità, ogni persona umana è nostro fratello e nostra sorella, l’ovile di Dio è più grande delle nostre chiese, è più grande delle nostre città, delle nostre famiglie, dei nostri paesi, l’ovile di Dio è più grande dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

Egli è l’unico infatti che possa prendersi cura di tutti e di ciascuno in questo rapporto intimo e personale, eppure che si offre per tutti. L’amore di Dio per l’altro non diminuisce il suo amore per noi. Siamo tutti resi simili nel suo amore, pecore ammansite dal suono dolce della sua voce.

Siamo quindi chiamati a resistere al male e a fidarci di Cristo, il nostro solo buon pastore. Resistere alla paura del male dentro di noi, che ci fa scappare davanti alle avversità; resistere al male che vediamo vicino a noi tenendoci informati, mantenendo relazioni di pace attorno a noi, solidarizzando con coloro che subiscono trattamenti ingiusti o disumani. Siamo chiamati a prendere parte contro il male prendendoci la nostra parte di responsabilità nel mondo.

Il buon pastore è con noi in questo, egli non ci lascia da soli, ci difende dal male dentro e fuori di noi. Accogliamo il suo dono e la sua promessa di vita: un unico gregge con un solo pastore, senza più differenze confessionali, senza guerre, senza muri di confine, senza deportazioni e dittature, senza fame, senza malattie. Un unico gregge amato e curato da Dio.

Amen

Past. Laura Testa

LETTURA BIBLICA

1La mano del SIGNORE fu sopra di me e il SIGNORE mi trasportò mediante lo Spirito e mi depose in mezzo a una valle piena d’ossa. Mi fece passare presso di esse, tutt’attorno; ecco erano numerosissime sulla superficie della valle, ed erano anche molto secche. 3Mi disse: «Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?» E io risposi: «Signore, DIO, tu lo sai». 4Egli mi disse: «Profetizza su queste ossa, e di’ loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del SIGNORE!” 5Così dice il Signore, DIO, a queste ossa: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete; 6metterò su di voi dei muscoli, farò nascere su di voi della carne, vi coprirò di pelle, metterò in voi lo spirito, e rivivrete; e conoscerete che io sono il SIGNORE”». 7Io profetizzai come mi era stato comandato; e come io profetizzavo, si fece un rumore; ed ecco un movimento: le ossa si accostarono le une alle altre. 8 Io guardai, ed ecco venire su di esse dei muscoli, crescervi la carne, e la pelle ricoprirle; ma non c’era in esse nessuno spirito. 9Allora egli mi disse: «Profetizza allo Spirito, profetizza figlio d’uomo, e di’ allo Spirito: Così parla il Signore, DIO: “Vieni dai quattro venti, o Spirito, soffia su questi uccisi, e fa’ che rivivano!”». 10Io profetizzai, come egli mi aveva comandato, e lo Spirito entrò in essi: tornarono alla vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, grandissimo.

Ezechiele 37,1-10

SERMONE

Care sorelle, cari fratelli, il profeta Ezechiele ci parla di questa visione particolare: è elevato “nello spirito” dalla mano del Signore che lo pone gentilmente in un luogo insolito: una valle piena di ossa.

Queste ossa sono molto numerose sulla superficie della valle ed erano anche estremamente secche. Sono ossa secche del midollo, l’ultimo ricordo fisico di ciò che la vita era stata in loro. Eppure, anche nel mezzo della valle della morte, il Signore è presente e fa una domanda ad Ezechiele: “Figlio dell’uomo, potrebbero rivivere queste ossa?”.

“Signore, DIO, tu lo sai”.

Persino un profeta come Ezechiele si ferma davanti alla visione della morte, ma Dio non si ferma. Dio non si ferma di fronte alla morte. Questa mattina celebriamo la risurrezione di Cristo Gesù; In Gesù, Dio resuscita e dà vita.

Ezechiele, proferisce una profezia, una parola di vita, che produce immediatamente la sua azione: quelle ossa si avvicinano e fanno risuonare i muscoli, i nervi e la pelle.

Quello che una volta era morto, da un punto di vista fisico, è stato rivitalizzato, quelle ossa senza midollo, ora sono corpi sani, pronti a vivere, ma manca ancora qualcosa: dai quattro venti, o spirito, soffiano su questi uccisi, e lasciali rivivere!

Lo spirito, il respiro vitale, la forza vivificante soffia per dare vita a coloro che sono stati uccisi: il vento del Signore soffia vigorosamente persino su di noi oggi per darci la forza di annunciare e ripetere le parole che il Signore ha affidato al profeta: Vieni dai quattro venti, o spirito, soffia su questi uccisi e lasciali rivivere!

Sono parole potenti, perché chiedono giustizia per coloro che sono stati uccisi, parole che restituiscono le loro vite uccise, sono parole che ripagano coloro che sono stati privati in qualsiasi modo, specialmente in modo violento.

Sono parole che, sorelle e fratelli, siamo chiamati a ripetere con responsabilità e umiltà. Questo è il nostro compito e anche la nostra chiamata oggi, l’annuncio di una parola che agisce giustizia e che non può essere fermata neppure dalla morte.

Il Signore è risorto.

Amen
Past. Laura Testa

LETTURA BIBLICA
1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. 3 Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno.

Rom 12,1-3 (N.Riv.)

Trasformazione
Qualcuno ricorderà forse il film Schlinder’s list, che affrontava il terribile tema della Shoah, del tentativo di sterminio degli ebrei ad opera del regime nazista. Quel film raccontava la vita di Oskar Schindler, un industriale germanico, iscritto al partito nazista che pensò di arricchirsi ulteriormente sfruttando il lavoro gratuito degli ebrei internati nei campi di concentramento. Il regime nazista infatti metteva a disposizione di imprenditori con pochi scrupoli di coscienza questi veri e propri schiavi, costretti a lavorare -letteralmente-fino alla morte. Qualcuno forse ricorderà ancora la scena finale di quel film: il nazismo è ormai sconfitto, Schindler si prepara alla fuga attorniato dagli sguardi devoti di oltre 1000 ebrei che lui ha salvato. Li ha sottratti alla morte, ha pagato per non farli finire nelle camere a gas, ha inventato mille sotterfugi per dare loro un lavoro nella sua fabbrica, lavoro che significa vivere! In quella scena gli viene regalato un anello che reca al suo interno la scritta “Chi salva una vita salva il mondo intero” : è una frase del Talmud, testo sacro per i nostri fratelli ebrei. Ecco che Schindler scoppia a piangere, sommessamente, tra le lacrime dice: “Avrei potuto salvarne altri… non ho fatto abbastanza”. E’ un pianto disperato, Schindler osserva l’auto con la quale si appresta a fuggire e aggiunge: “La macchina… per questa potevo ottenere 10 persone; la spilla d’oro che indosso: due persone, almeno una, potevo salvarne almeno una in più!

Cosa è successo a Schindler che da cinico industriale diviene la salvezza per centinaia di persone? “Potevo salvarne uno in più”, in un’Europa che ha visto uccidere sei milioni di ebrei, una guerra che ha provocato oltre 50 milioni di vittime: “una vita in più, potevo salvare una vita in più!” Schindler era cambiato, come avesse subito una metamorfosi.

Grazia

Metamorfosi: è un termine che troviamo nel brano dall’epistola ai Romani che abbiamo ascoltato: “lasciatevi trasformare”, nell’orginale greco “metamorfouste”, che significa forma (da morfos)… dopo, oltre (da meta)… Una forma che cambia dopo che è successo qualcosa. Cosa è successo per Paolo? E’ successo Cristo! Per l’Apostolo la trasformazione è l’inevitabile conseguenza di essere con Cristo. Le buone azioni fluiscono naturalmente perché la persona che appartiene a Cristo è trasferita in un’altra sfera, appartiene già a quel mondo trasformato (appunto ) dalla grazia di Dio. Questa azione di trasformazione Dio l’ha già iniziata in Gesù. Tutto facile allora? Abbiamo Cristo, siamo trasformati, siamo buoni… ma Paolo esorta! Scrive infatti “Vi esorto fratelli …”. Come mai esorta, come mai ci incita, ci sprona se la grazia ci ha trasformati? Perché siamo fragili, fallaci, contraddittori, perché vorremmo fare una cosa e ne facciamo un’altra, o non facciamo niente … perché c’è un potere del peccato. Ecco, dobbiamo sapere però che questo potere del peccato è infranto, il potere della grazia può realmente modificare la parte più indocile, più ribelle della creazione, che siamo noi: uomini e donne. La grazia trasformante porta con sé la capacità di dare nuova forma alla nostra vita e di ristrutturarla. In che modo ? Totale! Abbiamo letto: “offrite i vostri corpi come sacrificio vivente”. Non dobbiamo leggere il termine corpo come qualcosa di fisico, corpo e anima separati, che è un concetto greco. Paolo è ebreo, nel pensiero ebraico il corpo rappresenta la nostra totalità, con il corpo ci si relaziona, con il corpo si manifesta la nostra sfera più intima, nel corpo abbiamo anche la nostra identità: tutti noi stessi. Il termine sacrificio inoltre si riferisce al sacrificio rituale nel tempio, dove sappiamo che la vittima offerta in olocausto era completamente bruciata. Quello del cristiano è quindi un impegno che coinvolge completamente, che riguarda tutta la propria vita,una risposta conseguente alla grazia di Dio che ci cambia interamente: pensieri ed azioni; una trasformazione che plasma le nostre vite secondo la struttura della grazia e non del mondo. “Non vi conformate a questo mondo”, Paolo lo sottolinea, praticamente scrive: ”Non lasciatevi influenzare da quello che fanno gli altri, ma piuttosto lasciatevi trasformare da una maniera totalmente nuova di pensare, in modo che voi possiate identificare, distinguere, capire ciò che è conforme alla volontà di Dio, cioè quanto è buono e perfetto.” Allora la grazia trasformante, la grazia in azione significa divenire capaci di ascoltare queste esortazioni e di obbedire!

Il pensiero di questo mondo

Chi salva una vita salva il mondo intero, dicevamo. E’ anche il titolo di una conferenza stampa tenutasi giovedì scorso a cura della federazione delle chiese evangeliche in Italia e di Mediterranean Hope dove si è affrontata l’urgenza di aumentare l’impegno per i diritti umani universali perché il Mediterraneo torni ad essere un ponte tra culture, popoli e religioni e non una tomba! Gli arrivi sono nettamente diminuiti come ci dicono il giornali ma il numero dei morti è aumentato. Persone disperate: chi è disposto ad affrontare i lager o la morte scappa da qualcosa di orribile.

Questo orrore quotidiano… non è che crea assuefazione? O che perdiamo le speranze di fronte al male che sembra prevalere? Non è che termini bellicisti come “invasione” cominciano a sembrarci normali? Non stiamo parlando di eserciti, stiamo parlando di derelitti, degli ultimi della terra. “Non vi conformate a questo mondo” scrive Paolo. Qual è il pensiero di questo mondo? Il pensiero dichiarato è “Fermiamo l’invasione” ma quello più sottile, magari sottaciuto è: “Per farlo c’è un prezzo da pagare”. Contribuire a fare rinchiudere la gente nei lager libici ha un prezzo, non soccorrere in mare ha un prezzo. Sapete qual è questo prezzo? L’ONU, riferendosi ai lager in Libia in un dettagliato rapporto appena stilato e presentato a Ginevra scrive di torture, schiavismo, omicidi, cadaveri gettati come spazzatura, donne e adolescenti abusate. Quando le vittime riescono a lasciare il lager, se ricatturati dalla guardia costiera libica, vi vengono riportati e ricomincia l’incubo. Un altro prezzo ? Ecco un dato non completo, perché i numeri reali delle vittime -in mare, nel deserto- non saranno mai noti del tutto: Dal 3 ottobre del 2013, quando al largo dell’Isola di Lampedusa morirono 368 migranti, sono morte 17.000 persone in mare. In questo momento mediamente muore una persona ogni 5 che si mettono in mare. Diciassettemila vittime, se si tenessero per mano, come faremo tra poco nel recitare il Padre Nostro, formerebbero una fila ininterrotta di 20 chilometri di persone, se vi camminassimo a fianco da cima a fondo cammineremmo per quattro ore, continuando ad osservare volti, di uomini, donne, bambini. Non dimentichiamo —quarta domenica di Avvento- che noi adoriamo un profugo, nato da una famiglia di fuggiaschi, morto come uno schiavo.

Non stare in disparte

Come agisce la grazia trasformante in noi? “Almeno una, potevo salvare almeno una vita in più”, ma come facciamo noi a salvare vite? I modi non mancano, le chiese evangeliche sono in prima fila, sono diverse le possibilità di sostenere progetti di soccorso e accoglienza. Sono diverse anche le possibilità di non accettare la narrativa corrente -non conformatevi a questo mondo- innanzitutto combattendo quell’atteggiamento nefasto, apparentemente neutrale e innocente ma è subdolo, è capace di diffondersi come un virus letale: l’indifferenza! Sì perché l’indifferenza uccide, ha sempre costituito la base su cui si sono edificati i più grandi massacri della storia: è il silenzio dei più. La shoah si è consumata nell’indifferenza della maggioranza della popolazione, la strage quotidiana nel Mediterraneo? Anche… . Paolo al versetto 3 si rivolge alla comunità cristiana, invitando ad avere una considerazione di sè sobria e realistica, perchè sappiamo che Paolo rifiuta l’idea che ci siano doni dello Spirito superiori od inferiori. Ognuno, in base a quanto ha ricevuto può agire: chi per esortare, chi per servire, cose grandi o cose piccole, non importa: la fede stessa che muove i cristiani è un dono di Dio che deve essere usato per il bene degli altri, non per sé. Agire, combattere l’indifferenza, con le parole, con i fatti, con la scelta di non stare zitti, di non voltarci dall’altra parte, ognuno per come può od è capace, ognuno trasformato dalla grazia: è possibile!

Siamo alla quarta domenica di Avvento e siamo interpellati da Colui che tra poco nascerà in una stalla, da quel rifugiato indifeso. Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano ucciso dalla barbarie nazista nel 1945 ci ha lasciato alcune parole che paiono proprio parlarci oggi, 23 dicembre 2018:

“Se vogliamo partecipare all’Avvento ed al Natale non possiamo starcene in disparte, come se fossimo in un teatro, e gioire per tutte le immagini piacevoli, bensì in questi avvenimenti che qui accadono siamo noi stessi ad essere trascinati dentro, in questa trasformazione di ogni cosa; dobbiamo essere attori su questo palco, in cui lo spettatore dell’opera è anche parte della recita; non possiamo chiamarci fuori.”

Amen

Alessandro Serena

(Foto di Marco Butera)

 

 

PREGHIERA
Eterno Iddio e Padre nostro, ti chiediamo che in ogni cosa tu ci renda
forti. Signore, Tu che in Cristo hai costituito la pietra d’inciampo, lo SKANDALON, aiutaci a mantenere la nostra capacità di scandalizzarci di fronte all’ingiustizia, alla sofferenza, alla morte dei più deboli; facci trovare la forza di non accettare l’indifferenza nostra e degli altri, di trovare gioia nel servizio verso i più deboli e gli emarginati, nell’annuncio dell’Evangelo alle persone che ti ignorano. Aiutaci a non conformarci a questo mondo e a vivere la tua grazia che ci trasforma, fiduciosi che non siamo soli. Facci trovare nella chiesa uno stimolo per la nostra immaginazione,
un’emozione che ci scuota dalla nostra pigrizia, una sorgente
di forza per fare quello che tu vuoi. Manda il tuo Spirito in mezzo a noi e armaci della tua
forza e della tua speranza. Concedi a questa comunità
la gioia che è data a coloro che hanno il cuore aperto alla tua
chiamata e al tuo Spirito.
Veniamo a te, Padre, sicuri del tuo amore, non per essere strappati dai
problemi della vita, ma per imparare da te a vivere in un festoso annuncio
dell’Evangelo e in un impegno concreto accanto ai più dimenticati.
Signore, ti chiediamo di far vivere la vita e di far morire la morte. Te lo chiediamo nel nome e per amore di Gesù Cristo, che per questo è venuto fra noi.

Amen