NRV Genesi 11:1 Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole.

 2 Dirigendosi verso l’Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono.

 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!» Essi adoperarono mattoni anziché pietre, e bitume invece di calce.

 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra».

 5 Il SIGNORE discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano.

 6 Il SIGNORE disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare.

 7 Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!»

 8 Così il SIGNORE li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città.

 (Gen 11:1-8 NRV)

Carissimi fratelli e sorelle,

il mito di Babele, raccontato dal libro biblico di Genesi è estremamente evocativo e di una attualità impressionante: In un paese dell’Est, una grande civiltà, dove vige un’unità d’intenti e di linguaggio, avviene qualcosa che spezza l’opera umana e disperde, li separa spargendo gli esseri umani per tutto il creato e li rende portatori ognuno ed ognuna di un linguaggio differente.

Per millenni questo racconto è stato interpretato come l’effetto della punizione divina per l’arroganza umana: il desiderio luciferino di sostituirsi a Dio nella sua sovranità e arrivare al conquistare il Cielo.

Gli studiosi di archeologia hanno poi spiegato che questo racconto è un antico mito che è permeato dalla civiltà babilonese a quella biblica e ne è una critica feroce, descrivendo una ziggurat (in particolare entemenaki- casa del Dio Marduk e fondamenta del cielo e della terra) come l’emblema del peccato umano contro Dio.

L’analogia con il mondo odierno e la crisi pandemica mondiale mi pare evidente: in molti si sono domandati se il Covid-19 fosse in effetti una punizione di Dio contro un’umanità corrotta, alcuni (anche tra gli esponenti religiosi e politici) sono persino arrivati ad affermarlo pubblicamente.

Analizzando bene il testo biblico però ci accorgiamo di alcune cose che ci possono aiutare a fare delle considerazioni insieme.

Laddove si narra di una lingua unica per tutta la terra, ci accorgiamo che quando questi uomini parlano il linguaggio è estremamente semplice: Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!» Essi adoperarono mattoni anziché pietre, e bitume invece di calce. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra».

Le parole utilizzate nel testo originario ricordano i suoni della costruzione, ma sono povere nella varietà semantica e assolutamente strumentali allo scopo. In questo linguaggio che oserei chiamare “tecnico” non c’è spazio per il colore, per il suono, per la fantasia e per la diversità. Tutto è omologato e funzionale all’esito di ciò che si sono proposti. Per la nostra sensibilità europea ci sembra quasi di leggere un infantilismo o forse una latente dittatura del linguaggio unico.

C’è anche una grande capacità tecnologia, questa civiltà è infatti capace di trasformare gli elementi naturali in utensili adatti alla costruzione durevole nel tempo, ma da bravi apprendisti stregoni quando trasformano la natura non si accorgono degli effetti collaterali e fanno avverare la loro paura più profonda: la divisione la separazione e la dispersione.

Sembra di leggere ciò che accade anche oggi, nell’epoca geologica che è stata definita Antropocene, per la capacità dell’essere umano di incidere e trasformare negativamente la terra. Le nostre capacità tecnologiche attuali sono elevatissime, ma sovente non ci poniamo alcun limite etico, lasciandoci guidare principalmente dall’utilitarismo o da logiche di mercato. Credo che come credenti questa sia una riflessione importante: quali sono le nostre scelte e le nostre proposte etiche? A chi riconosciamo la signoria sulla nostra vita? La civiltà di Scinear si basa sull’etica dell’incertezza e della paura, tant’è che hanno bisogni di costruire per farsi un nome, per essere ricordati oltre la propria vita, ma in tale necessità si ravvisa una profonda mancanza di fede.

Non so cosa sia avvenuto nelle altre comunità di fede, in questi scorsi mesi, ma nella nostra Chiesa c’è stata una sovra produzione di materiale liturgico, di predicazioni, di incontri online: mai come nel periodo del lock down le persone sentivano l’esigenza di avere un contatto con il Divino, ma perché? La paura è un grande motore che attiva le persone, ma non crea credenti fiduciosi, ma solo automi che agiscono senza riflettere come nel caso dei costruttori di Scinear.

Sono emersi in questi mesi dei dati preoccupanti, l’aumento del disagio psicologico, della violenza domestica, i discorsi d’odio nei confronti dei presunti “untori” di turno: Sovente quando gli esseri umani provano paura si trincerano, si chiudono, si barricano, ma quando ci siamo trovati costretti a casa, abbiamo tutti e tutte dovuto fare i conti con la nostra solitudine. Una lezione molto importante è che si può essere soli, benché circondati di altre persone oppure in comunione con gli altri, anche se fisicamente separati. Questo è qualcosa che la civiltà di Scinear non aveva capito e forse nemmeno la nostra, ma ritengo che il messaggio Evangelico di oggi e dell’incontro tra le diverse religioni possa prendere spunto da Babele per riflettere. 

Quella che per secoli è stata descritta come la punizione di Dio ovvero la separazione delle lingue e la radice della diversità, desidero leggerla invece nella prospettiva del dono e dell’occasione che si apre per gli esseri umani di vivere in comunione nella diversità.

Unità nella diversità è uno dei grandi temi alla radice del movimento ecumenico sin dai suoi albori, motto ripreso poi anche dal Consiglio Europeo.

Siamo fratelli e sorelle sempre nella diversità: nessuno è uguale all’altro e all’altra; il linguaggio è sempre nuovo, da imparare, da ristudiare, poiché esso è sempre una mediazione di quell’inesprimibile diversità divina che alberga nella nostra unicità.

Quale è però la nostra specificità come Chiesa? Come credenti, che incontrano Dio proprio scontrandosi con la scoperta della diversità?

Proprio dove c’è l’inaspettato, la dispersione, la “semina”, può esserci la raccolta, l’incontro con l’Altro da sé.

Noi abbiamo come credenti una grandissima responsabilità nell’interpretazione e nella trasmissione dei testi: questi raccontano dell’esperienza di fede di chi ci ha preceduto, sono per noi sacri e talvolta sono stati usati per assolutizzare il Verbo, anziché parlare della Libertà e Pace che da esso promana.

Uno di questi casi è stato proprio l’uso distorto del racconto della torre di Babele, che fu utilizzato come la base teologica della giustificazione religiosa dell’Apartheid in Sudafrica.

Proprio un teologo Calvinista Africaner affermò che giacché Dio aveva diviso i popoli allora era bene che ogni popolo stesse separato, un’interpretazione orribile, che rifiuta l’incontro e demonizza la diversità, per cui la Chiesa Presbiteriana del Sudafrica ha fatto confessione di peccato.

Ogni religione, ogni Chiesa, ogni persona nell’incontro con l’Altro, incontra anche la parte più autentica di sé, espone le proprie paure, le proprie contraddizioni e la propria mancanza di fede, ma nell’incontro tra diversi è possibile iniziare ad articolare un discorso, una narrazione identitaria che è trasformante e costruttiva.

Dare valore alla diversità come dono di Dio è proprio narrare una storia differente, poiché non c’è chi include e chi esclude, ma si è parimenti impegnati nella scoperta, nello scontro, nella decodificazione del sé e dell’altro. Un processo lungo e difficile, ma benedetto dal Signore.

Ricostruire dopo il peccato di Babele significa quindi accogliere l’idea della diversità come fondante della realtà creaturale. Belle parole, ma difficili poi nei fatti, perché la diversità a volte può essere percepita come confusione, come distrazione dodecafonica, rispetto all’armonia del già conosciuto, ma è anche vero che le melodie e le danze più belle nascono proprio dalle grandi contaminazioni culturali e dalle narrazioni degli incontri e degli scontri tra popoli e gruppi diversi.

Dal punto di vista religioso e culturale questo è un grande cambiamento di mentalità, una grande conversione, poiché non c’è una visione più giusta delle altre, ma c’è la costruzione di una comunità condivisa, basata sulla diversità, sulla rinegoziazione, sulla conoscenza reciproca, sul rispetto e la tutela degli ultimi e del Creato.

È necessaria quindi una riflessione su come imparare ad arricchire il proprio linguaggio, quando ci rivolgiamo agli altri, poiché comunicare non è solo trasmettere, ma è anche e soprattutto saper osservare ed ascoltare: L’ascolto attento ci dona parole, suoni, sensibilità in colori e forme inaspettati.

Conversione personale e comunitaria in cui tutti e ciascuno ci assumiamo la responsabilità delle scelte tecnologiche, dei consumi, ma anche e soprattutto dell’ascolto e della pazienza reciproci. Una conversione in cui permettiamo ai nostri tesori più preziosi di essere apprezzati dagli altri e dalle altre, ma in cui riceviamo anche i preziosi doni altrui.

Ognuno è portatore di diversità e al tempo stesso ognuno è parte di una storia particolare, molto specifica e delimitata; Babele è il dono dello spazio che si amplia, della caduta dei confini, della libera circolazione delle persone, della possibilità di esplorare e di emigrare, di trovare e fondare una casa laddove non avremmo mai immaginato.

La fede nel Dio che ama nella diversità è una fede che ci unisce e che apre anche la porta del Cielo, già qui in terra, che apre i nostri confini, che permette il reciproco rispetto e il riconoscimento, senza l’omologazione.

Una grande fatica crescere insieme, ma il premio è ancora più grande.

Amen