Culto evangelico della Riforma
Domenica 3 novembre
RAIDUE ore 10,00

In Eurovisione dalla Chiesa valdese di Prali
nelle valli valdesi del Piemonte
a cura della rubrica Protestantesimo

“Solus Christus”
Culto in occasione della domenica della Riforma
protestante presieduto dai pastori valdesi della Valle con la
partecipazione del coro «Eiminal», diretto da Pierpaolo
Massel, e delle corali protestanti della Val Germanasca.
All’organo Malte Dahe.

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LETTURA BIBLICA

13 Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; 14 e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. 16 Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. 17 Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. 18 Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» 19 Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. 22 È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, 23 non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». 25 Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! 26 Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» 27 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. 29 Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. 32 Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» 33 E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Luca 24, 13-35

SERMONE

Un gran numero di salmi parlano dei pellegrini che vanno a Gerusalemme, al Tempio, la casa del Dio altissimo. Nel vangelo che abbiamo letto su Emmaus, abbiamo un pellegrinaggio al contrario, invece di avvicinarsi a Gerusalemme, Cleopa e il suo compagno, incontrano Dio allontanandosi da Gerusalemme. Un viaggio di andata e ritorno che l’evangelista Luca, – e lui solo – ci descrive.

La Crocifissione è lontana, la tomba vuota di Pasqua anche. Un viaggiatore, il Risorto, si accosta e domanda : “Che discorsi son questi che tenete cammin facendo?”. I due si fermano lo guardano e si spiegano. Non uno che lo riconosca. E del resto, altro che prendere la propria croce! I due discepoli stanno fuggendo da Gerusalemme! Dimentichi dell’appello ricevuto, tornano a casa, quasi il Signore fosse diventato la Grande Disillusione delle loro vite. Come talora delle nostre.

Luca termina il suo Vangelo con due apparizioni di Gesù davanti a discepoli e apostoli, che a tutto pensano tranne che alla presenza del Risorto, sono mesti e smarriti.

Gesù si accosta ai credenti sfiduciati, fa un tratto di strada con loro, li ascolta e li scuote. Un percorso di dodici chilometri diventa un pellegrinaggio al contrario. La voce del dottore della legge interpreta le Scritture, cominciando da Mosè e dai profeti; i fatti drammatici appena vissuti si possono leggere con la grande Speranza in cuore. La disperazione si attenua, l’animo diventa più leggero. La conoscenza biblica li appassiona, ma non basta a riconoscere che il Risorto è lì presente.

Hanno bisogno, come anche noi, di altre risposte, vogliono continuare questa diversa interpretazione dei profeti, questa Nuova lettura della bibbia. Esplode quindi un grido che viene dalla profonda sfiducia che ancora li attanaglia  “Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno è già declinato.”

Una invocazione che anche noi rivolgiamo in preghiera e nel canto di un inno.  Una conclusione che ci sale alla mente ogni volta che leggiamo le notizie dal mondo mediterraneo. ”Il giorno è già declinato”,  non ci basta il cuore per attendere il mattino.

Questo dotto viaggiatore, fa come se volesse andare oltre e separarsi,    ma poi accoglie la richiesta ed entra per rimanere con loro. Il viaggio è terminato, il percorso di dodici chilometri si è trasformato in un convegno biblico, quasi un ammaestramento peripatetico. L’interesse accademico o meglio rabbinico li aiuta a sopportare la paura e lo scoraggiamento, ma non trovano ancora il coraggio di una diversa Speranza La lettura anche quotidiana della Parola ci aiuta e ci sostiene, la preghiera che nasce,   ci infonde fiducia nell’aiuto del Signore. Per andare oltre serve la fede che dona certezza, la fede che apre gli occhi nostri e dei discepoli di Emmaus. Questa fede viene dai segni del regno che ha sconfitto la morte, il Regno di Dio.

Questo dotto viaggiatore, fa come se volesse andare oltre e separarsi,    ma poi accoglie la richiesta ed entra per rimanere con loro. Il viaggio è terminato, il percorso di dodici chilometri si è trasformato in un convegno biblico, quasi un ammaestramento peripatetico. L’interesse accademico o meglio rabbinico li aiuta a sopportare la paura e lo scoraggiamento, ma non trovano ancora il coraggio di una diversa Speranza. La lettura anche quotidiana della Parola ci aiuta e ci sostiene, la preghiera che nasce,   ci infonde fiducia nell’aiuto del Signore. Per andare oltre serve la fede che dona certezza, la fede che apre gli occhi nostri e dei discepoli di Emmaus. Questa fede viene dai segni del regno che ha sconfitto la morte, il Regno di Dio.

Il viaggio si interrompe, il compagno di viaggio non c’è più, ma resta questo gesto eucaristico letto come segno di chi ha sconfitto la morte. Il Risorto si è fatto riconoscere nella ambiguità di una bettola per viandanti spiantati. Caduti gli stereotipi della vittoria del più forte, del riscatto politico nazionale, accettato l’aiuto di un viandante sconosciuto, tutto cambia.

La penuria diverrà abbondanza, lo scacco esaudimento, lo scoramento speranza, la fatica energia rinnovata. Il viaggio cambia verso , non più un mesto ritorno a casa,    ma un ritorno a Gerusalemme, dove il pericolo è più forte. La consapevolezza del Regno apre Cleopa, il suo compagno, e tutti noi con loro, ad una vocazione rinnovata. Nell’incontro con gli undici e con quelli che erano con loro, si consolida la prima dichiarazione di fede: “Il Signore è veramente resuscitato”.

Di generazione in generazione, in tempi secolari profondamente diversi, si ripete questo viaggio. Un viaggio che approda alla certezza di aver intravisto segni di un regno che sconfigge la morte. La cooperazione al bene, il coraggio di un aiuto altruistico, la lucidità di una azione diplomatica per la pace, lo sforzo di riconciliazione tra popoli divisi dalla guerra, portano segni del regno di pace.

Questi segni sostengono la nostra fede, spingono ad andare oltre un interesse piattamente culturale su un mondo di duemila anni fa.

Anche la Cena, che celebriamo dopo questa predica, può essere vissuta come assaggio del Regno di Dio: la Speranza di nuovi cieli e di nuova terra deve trovare già qui fra i discepoli e le discepole di Cristo, segni di questa nuova realtà attesa nella sua pienezza.

Questi segni faranno fiorire una dichiarazione di fede  che partendo dalla certezza che “Il Signore è veramente resuscitato” parli ad una Europa chiusa e divisa, annunci ai popoli che il mare mediterraneo può continuare ad essere un mezzo di contatto e di scambio.

A noi restano le parole del profeta Habacuc.

“Io starò al mio posto di guardia, mi metterò sopra una torre, e starò attento a quello che il Signore mi dirà” . (cap 2 v 1)

Amen

Ruggero Mica

Immagine di Dorothée QUENNESSON via Pixabay

Giovedì 24 Ottobre 2019 verrà presentato il Dossier Statistico Immigrazione 2019 del Centro Studi e Ricerche IDOS di Roma realizzato in partenariato con la rivista Confronti con il sostegno dei fondi dell’8 x mille della Chiesa Valdese.
La presentazione avverrà nella Sala Africa della Fondazione Nigrizia, in Vicolo Pozzo 1 alle ore 10:30.

L’evento promosso a Verona da Cestim in collaborazione con CGIL CISL UIL

Il programma dell’incontro sarà il seguente:
Saluti introduttivi
Raffaello Zordan, Presidente Cestim
Il “Dossier Statistico Immigrazione 2019”
Videosintesi dei dati
Presentazione dei contenuti “Dossier Statistico Immigrazione”
Gloria Albertini, Cestim
Giulio Saturni, One Bridge to Idomeni
Eliana Bombieri, SamarRamé
Conclusioni
Laura Testa, Pastora valdese

Per informazioni: Cestim, tel. 045/8011032, eventi@cestim.it

Per iscriversi e prenotare il Dossier è obbligatorio compilare il modulo cliccando qui.
I Dossier in consegna gratuita sono riservati ai partecipanti alla presentazione fino a esaurimento scorte con precedenza agli iscritti attraverso il presente modulo.

Roma (NEV), 27 settembre 2019 – Dal 29 settembre la chiesa di San Nicolò all’Arena e il tempio valdese di Via Duomo ospitano “Eldorato – Nascita di una nazione”, un progetto di arte contemporanea ideato da Giovanni de Gara (Firenze, 1977) e dedicato al tema delle migrazioni e dell’accoglienza. […] “Non si può essere cristiani – ha detto la pastora valdese Laura Testa – e rifiutare l’altro. Dio mette in discussione le nostre ‘confort zone’ e ci chiede di condividere il poco o il tanto che abbiamo. I teli d’oro di Giovanni de Gara ci ricordano la tradizione di convivenza e comunione tra fratelli e sorelle di diversa nazionalità che si riuniscono qui da vent’anni per pregare insieme. E dichiarano a chiunque passi attraverso questa porta che qui è al sicuro”. Leggi tutto

LETTURA BIBLICA

1Nel principio Dio creò i cieli e la terra. 2La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. 3Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. 4Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

Genesi 1,1-5

22«Veramente il mio popolo è stolto, non mi conosce; sono figli insensati, non hanno intelligenza; sono saggi per fare il male, ma il bene non lo sanno fare». 23Io guardo la terra, ed ecco è desolata e deserta; i cieli sono senza luce. 24Guardo i monti, ed ecco tremano, tutti i colli sono agitati. 25Guardo, ed ecco non c’è uomo; tutti gli uccelli del cielo sono volati via. 26Guardo, ed ecco il Carmelo è un deserto; tutte le sue città sono abbattute davanti al SIGNORE, davanti alla sua ira furente. 27Infatti così parla il SIGNORE: «Tutto il paese sarà desolato, ma io non lo finirò del tutto. 28A causa di ciò, la terra è afflitta, e i cieli di sopra si oscurano; perché io l’ho detto, l’ho stabilito, e non me ne pento, e non ritratterò».

Geremia 4,22-28

1«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Giovanni 15,1-8

SERMONE

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato
(G.Ungaretti, San Martino del Carso)

Di cosa si parla in questa celeberrima poesia, di macerie e devastazione o di altro? Cosa è devastato? Il cuore forse?
E nel brano di Geremia di quale devastazione si sta parlando?

Care sorelle e cari fratelli, parole dure, difficili udiamo oggi, che paiono prefigurare una sorta di catastrofe post-atomica: un mondo reso un deserto, senza luce, scosso da terremoti, privo di vita, senza più tracce di civiltà. Una visione che ci lascia attoniti, in grado di stordirci per la sua efficacia. Non solo, pare prefigurare un Dio spietato, che se la prende con l’umanità malvagia e che invia una punizione letteralmente devastante di cui non si pente, anzi … .

Vediamo allora di capire meglio questo Dio apparentemente così crudele. Crudele … o innamorato? Dio è umano diceva Karl Barth ed è questa umanità che vediamo dipinta. Dio si rivolge ad Israele, a noi come ad un amante, una moglie, un marito … tradito. Le sue viscere si agitano. Come si agitano quelle del profeta Geremia, come si agitano le nostre quando accade qualcosa di importante e che ci colpisce o ci ferisce: è pura emozione.
Così inizia il brano di oggi, con le parole di chi ama ed è colpito profondamente perché tradito. Tradito come allora? Israele non ha rispettato il patto, l’Alleanza. Un’alleanza dove il Signore ci ha fatto una promessa e ci fa una richiesta .“11 Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò. 12 Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo.” (Levitico 26 11-12) come a dire: “Sono vicino a te, ti cerco, non ti caccio via, mi muovo insieme a te, nei tuoi percorsi, nella tua vita; sii anche tu vicino a me.” Non è una dichiarazione di amore per l’umanità? Per ogni membro della specie umana? Per ogni persona presente in questo tempio?

Di fronte a questo amore il Signore si lamenta: “il mio popolo non mi conosce”. Quando possiamo dire di non conoscere qualcuno? Quando non c’è frequentazione, non c’è dialogo, non c’è intimità, oppure se tutto questo c’è ad un certo punto … il rapporto di sfilaccia, ci si allontana. Spesso accade lentamente, un senso di lontananza che si avverte da principio in maniera appena percepibile ma che poi si ingrandisce, alimentato da mancanza di comunicazione, da giudizi, da assenza di ascolto o ascolto superficiale.

Da un rapporto con Dio che si fossilizza, diventa, abitudine, forma, che incartapecorisce, che si raffredda, perché la preghiera è rarefatta od è abitudine, perché il confronto con la Sua Parola diviene occasionale, difficile non possiamo certo aspettarci giardini fioriti bensì deserto. E’ un deserto dell’anima che avvertiamo. Dio la osserva: “Guardo la terra …”. Manca la luce e se manca la luce è facile sbagliare strada. I monti tremano: quanto vi è di più solido diviene instabile e ci minaccia, quante false sicurezze ci colpiscono… . Soprattutto non c’è uomo, la punta finale della creazione, il capolavoro di Dio, ogni uomo, ognuno di noi è il capolavoro di Dio, sparisce. E’ un ritorno al caos che precedeva la creazione . Assistiamo ad un allontanamento da Dio che porta a prima che Dio creasse, che trascina indietro a prima che lo incontrassimo e la vita si fa tristemente sterile: il Carmelo, il giardino è un deserto, le città sono abbattute perché anche la civiltà, la società risente dell’inaridimento del nostro spirito, della nostra vita spirituale.

Il Signore di fronte a questo come reagisce? Come un amante, come colui che ama: si rattrista si arrabbia, si contraddice , non mi pento della distruzione … ma no non distruggerò del tutto. E’ amore viscerale in azione, come viene descritto spesso nella Bibbia dove le parole amore e viscere, non a caso sono simili, a indicare quell’amore profondo, intimo spontaneo ed assoluto, capace di far vibrare l’intero Essere.

Nella Parola del Signore troviamo qual è la conseguenza di questo amore divino: Geremia lo dice chiaramente: “Circoncidete il vostro cuore” (Ger 4,4b) ed ancora “…con la casa di Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova (Ger 31,31b) , “ … porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31,33-b).
Ecco allora come di fronte all nostra debolezza, infedeltà, allontanamenti, difficoltà di fronte al Signore e nel rendete testimonianza , Dio sempre ci viene incontro. La sua promessa di camminare in mezzo a noi non viene meno, anzi è sempre, costantemente rinnovata, la sua Grazia, sempre ci precede.

Amen

Alessandro Serena

Imaggine di Christian_Birkholz via Pixabay

Una mano piena di sale

LETTURA BIBLICA

1Parola che Isaia, figlio di Amots, ebbe in visione, riguardo a Giuda e a Gerusalemme. 2Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del SIGNORE si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. 3Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del SIGNORE, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del SIGNORE. 4Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra. 5Casa di Giacobbe, venite, e camminiamo alla luce del SIGNORE!

Isaia 2,1-5

13«Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, 15e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Matteo 5,13-16

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle, stamattina ascoltiamo la promessa più bella che possa esistere: trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra.

Questa promessa non è solo per Israele, per Sion, ma è per i molti popoli, per le genti, questa promessa è anche per noi.

Il profeta ha una visione particolarissima, infatti ha per soggetto la Parola di Dio, Essa è visibile e diviene fatto reale!

Cari fratelli e sorelle, mi ha molto colpita questa Parola di Dio, che arriva in visione.. come infatti si fa a “vedere” la Parola?

Per essere visibile essa deve realizzare ciò che compie, deve essere affidabile, sicura, concreta, deve essere Parola incarnata, parola di verità.

Un modo di dire un po’ caduto in disuso è quello di dare la propria parola per garantire un contratto, per confermare una situazione, o semplicemente per avvalorare la veridicità di una situazione. Questo modo di dire è, a mio parere, caduto in disuso, perché la nostra parola umana, non è per niente affidabile, anzi sovente ci troviamo di fronte a pubblicità ingannevoli, a vincoli, a clausole, a note in piccolo e a una sempre maggiore deresponsabilizzazione di fronte all’agito personale che ci allontana dal mondo in cui bastava una stretta di mano per fare un “patto”.

Dare la parola ed accettare la parola di qualcuno implica infatti un rapporto di fiducia basato sulla conoscenza personale e sull’onorabilità dei contraenti.

Mi pare che il profeta Isaia, quando descrive questa Parola di Dio che viene data in visione, parli proprio di questo rapporto di fiducia: la Parola di Dio è visibile perché il Signore è degno di fiducia, e ciò che promette avviene sempre.

Un racconto dei momenti ultimi, in cui avverrà il Regno sulla terra, in cui il monte di Dio si ergerà per essere visibile a tutti ed essere guida ed indirizzo per coloro che vorranno avvicinarsi a Dio.

La Parola di Dio racconta che il creato intero è trasformato dalla grazia di Dio e che diventa compartecipe dell’azione potente di salvezza per i popoli.

Il luogo alto, il monte è il luogo metaforico per eccellenza della rivelazione di Dio, che per noi è il luogo della predicazione e dell’insegnamento di Cristo.

Proprio il discorso della montagna è infatti il momento più alto della predicazione del Signore Gesù, in cui la Parola diventa visibile per tutti i popoli e per le genti. Parola divina che ammaestra ed insegna a tutti e a ciascuno a camminare nella luce del Signore.

Quanto è importante questa luce in tutta la nostra tradizione comune di cristiani, la luce è metafora d’integrità, di bontà, di grazia, di comprensione, di compartecipazione , ma anche di integrità. Questa integrità è un concetto chiave infatti per ogni cultura che abbia un radicamento biblico: si è integri di fronte a Dio e agli uomini e ci si ancora alla Parola per vivere in essa. Integrità che è anche salute, salvezza ed è anche vita di relazione: la luce che promaniamo dipende dal nostro rapporto con il Signore e ne è frutto, determina il nostro agire e il nostro comune sentire nel processo di santificazione e di testimonianza.

Se ci riflettiamo ci accorgeremo che c’è una grande diversità tra l’atteggiamento delle culture e dei paesi che hanno un radicamento di matrice biblica e quelli che ne hanno meno, che magari hanno sviluppato delle forme di assoluzione dai peccati legate alla sacralità: l’atteggiamento nei confronti della verità.

Non intendo generalizzare naturalmente, ma nei paesi e nelle culture di matrice protestante dire la verità, anche se scomoda, anche se difficile è considerato un segno distintivo tra chi è degno di fiducia e chi non lo è. In Italia invece mi pare che la verità e di conseguenza l’onestà e l’affidabilità siano considerate materie di secondo piano. La categoria che si riconosce e che si usa è piuttosto quella della potenza, del dominio, del comando, frutto questo di una teologia sacramentale e monarchica.

Ho fatto questa considerazione, sorelle e fratelli, perché mi sono chiesta quale è il nostro specifico di metodisti e valdesi qui in Italia, quale è la portate della luce che siamo chiamati a spandere attorno a noi grazie a questo radicamento nella Parola del Signore che ci rende luminosi e visibili?

Credo fermamente che una parte importante della nostra vocazione siano la coerenza, l’integrità e l’affidabilità: queste sono componenti importantissime che rappresentano il nostro stile, ma anche la nostra fede.

Noi desideriamo essere considerati coerenti con la parola di verità di Cristo e ad essa restare fedeli: questo comporta un cambiamento nelle nostre esistenze, per cui quando prendiamo un impegno, quando facciamo un patto – e quanto è importante questo patto nella cultura metodista- poi lo manteniamo.

In questo nostra vocazione alla coerenza vogliamo però ricordarci che non siamo soli, perché è Dio che sostiene e illumina le nostre esistenze e non ci lascia soli. Il patto di verità che facciamo con Dio significa anche che Egli ci inserisce nel Suo popolo, ci rende parte della Sua famiglia e questo legame è più importante di ogni nostro legame o retaggio culturale o familiare.

Dire la verità significa anche dire il proprio peccato, saper ammettere di aver bisogno di tutti e di ciascuno, dire la verità significa agire sempre al meglio di ciò che si è, ma senza considerarsi meglio degli altri, bensì riconoscersi insieme nella luce del Signore.

Questa nuova dimensione di vita è la dimensione della speranza, che spinge a cambiare il proprio vissuto, a trasformare i propri strumenti offensivi e mortiferi, in strumenti di cura e di pace. Una pace che è dono per i popoli, pace per le genti, pace per Israele, pace tra i vicini e i lontani, ma anche e soprattutto pace interiore con noi stessi e con Dio in Cristo Gesù.

Le spade non sono infatti solo quelle materiali, fatte d’acciaio, ma sono anche le nostre parole finte, o i nostri atteggiamenti incoerenti con la fede che Dio ha riposto in noi.

Ma ecco la bella notizia fratelli e sorelle: viviamo e camminiamo nella luce del Signore; Egli ci ammaestra con amore ad accogliere il peccato altrui, come se fosse il nostro e scioglierlo con l’annuncio di Cristo che ci converte alla comunione e alla pace, affinché tutte le persone e i popoli possano godere anche essi della luce e della grazia di Dio.

Amen

Past. Laura Testa

Immagine di LoggaWiggler via Pixabay

LETTURA BIBLICA

30Allora essi gli dissero: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? 31I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto:
“Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”». 32Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. 33Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo». 34Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di questo pane». 35Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.

Giovanni 6,30-35

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,
il pane è il centro di questo dialogo di Gesù con i suoi interlocutori: il pane che viene dal cielo, quello vero che il padre suo dà. Un pane che dà la vita al mondo e scende dal cielo.
Gesù parla di se stesso e della pienezza della vita: chi viene a Lui non avrà mai più fame e chi crede in lui non avrà mai più sete.
Gesù promette ed offre qualcosa di eccezionale, offre la propria vita in dono, offre pienezza dove c’è desolazione.

Chi era con Gesù in quel momento aveva fame, aveva sete, aveva bisogno di tutto e gli chiede cosa fai tu per noi affinché crediamo? Gesù risponde comprendendo i loro bisogni e superandoli: non è solo del pane sostanziale che hanno bisogno, ma di quello che va oltre, hanno bisogno del pane vero, quello che dà la vita al mondo, di quel pane che non perisce, ma che dà la vita eterna.
Mi chiedo se oggi anche noi saremmo tra questi interlocutori di Gesù, abbiamo fame noi? Abbiamo sete? O siamo soddisfatti e contenti ?

Come facciamo a comprendere queste parole se non abbiamo provato la fame e la sete? Come facciamo ad implorare Gesù in preghiera chiedendogli di darci ancora di questo pane se non abbiamo fame? Come facciamo a vedere oggi il segno del Signore Gesù?

Il teologo e pastore Karl Barth era solito affermare che bisognasse entrare in chiesa con in mano la Bibbia ed il quotidiano sotto al braccio e credo che avesse ragione: la Parola è incarnata in un luogo ed in un tempo specifico, e così può e deve essere la riflessione e la predicazione di essa. Parlare a qualcuno della Parola di Dio è incontro con i bisogni, è dialogo di conoscenza che mette al centro le persone con le loro storie personali. L’incontro con il Cristo è sempre un evento personale.

Il mondo, a cui il Signore dà la vita, è diviso: una parte del mondo vive al disopra delle proprie possibilità e l’altra parte del mondo non riesce a sopravvivere.

Tra le due parti si erge un muro fatto di paura: si ha timore di un’invasione, che le risorse non bastino per tutti, che la nostra cultura venga cancellata, ma soprattutto che la nostra tranquilla vita venga disturbata.

Tanti implorano per la fame e per la sete e la nostra società non risponde al loro diritto di una vita migliore, per mancanza di fiducia nelle parole del Cristo e per paura di dover cambiare le proprie vite.

Tutto sembra andare per il meglio nella parte di mondo in cui c’è pane ed acqua in abbondanza, ma è solo un’apparenza: si è persa l’umanità, si è smarrito il senso di interconnessione, non si riconosce più il valore della vicinanza, della lentezza, della comunione.

Le persone vivono sempre di più come individui non più legati assieme ed anche le famiglie stentano a trovarsi. Non parlo ovviamente solo della situazione italiana, ma di un degrado che ha proporzioni mondiali e che spinge le diverse forme di povertà, morali e materiali, a collidere continuamente tra di loro.

Sovente quelli che pagano le spese per questo tipo di situazione sono proprio i più fragili e i bambini, che avrebbero bisogno di essere sostenuti ed accompagnati.

Nuovi Pilato, dittatori di ultima generazione, si affacciano all’orizzonte mediatico e convincono le folle a seguirli, ma li conducono sempre più lontani dall’amore di Cristo che si dona per il mondo e per la nostra salvezza.

Il pane del mondo è ormai un pane avvelenato dall’odio, dall’orrore e dall’inquinamento, segni di un sistema diabolico che ci coinvolge e ci convince di non poter fare diversamente. Le nostre coste sono invase dalla plastica, i nostri mari sono avvelenati, le nostre campagne piene di veleni e di immondizia.. che pane mangeremo e che acqua berremo se avveleniamo tutto?

Gesù è disarmante nella semplicità del suo messaggio: il vero segno della libertà donata dal Signore Iddio e Padre è Lui stesso, il Cristo Vivente con la sua vita, con la sua morte e con la sua Resurrezione, affidarsi a Lui è la cura e la vita per il mondo e per noi, che ne siamo parte.

Fidarsi a Cristo e andare a Lui è la piena libertà di vita vera, è pane fragrante e salutare, è acqua limpida e pulita per noi e per i nostri figli. Questo pane non si esaurisce mai, perché è fatto della gentilezza, della generosità, della pace e dell’amore di Cristo per il mondo. E’ un pane che sazia sempre ed in ogni circostanza della vita, perché ci rende tutti parte di una stessa famiglia: fratelli e sorelle tra noi e con il mondo intero.
Questa è la risposta di Gesù a chi gli chiede segni potenti e, sorelle e fratelli, può essere anche la nostra se ci affidiamo a Lui.

Quando vediamo l’odio possiamo rispondere con la solidarietà, con la fraternità e con la vicinanza: Gesù non si accontenta di una soluzione “apparente”, ma ci dona il pane vero e la vita eterna!
Andiamo a Cristo e diventiamo parte del corpo di Dio, domandiamogli di darci sempre di questo pane ed Egli mai ce ne farà mancare.

Amen

Past. Laura Testa

Pia Klemp, comandante della nave Sea Watch

La difficoltà di farsi prossimo oggi

Davide Rostan da Riforma, 21 giugno 2019

C’è un testo nella Bibbia che tutti conosciamo: la parabola del buon samaritano. Una figura scomoda, un uomo considerato da Israele impuro ed eretico, uno da cui non ci si aspetta nulla di buono e da cui tenersi lontani. Eppure quest’uomo, nel racconto del vangelo di Luca, presta aiuto a un uomo ferito che è stato aggredito da dei banditi e lasciato per strada. Questa figura nei secoli è servita a mettere sull’avviso tutti coloro che si sono trincerati dietro una fede formalmente corretta ma incapace di avvicinarsi a chi è in difficoltà. Non è stato capace di farlo il levita né il sacerdote e molto spesso non sono state capaci di farlo le chiese. Per secoli l’amore verso il prossimo è stato incarnato da quest’uomo che presta le prime cure, spende il suo tempo e il suo denaro per trovargli un alloggio e si preoccupa per la sua salute.

Il buon samaritano sfida la nostra pigrizia, il nostro egoismo, la nostra vocazione e ci chiama a farci prossimi di chi incontriamo per strada anziché chiedere quali siano le persone di cui dobbiamo occuparci. In questi ultimi anni ho cercato, come molte e molti altri nel mondo, di farmi prossimo di coloro che, in fuga dal proprio paese, hanno scelto di cercare futuro in Europa. Io come molti altri credenti, semplici cittadini, membri di Ong, pescatori, membri del Soccorso alpino, volontari di associazioni, ci siamo lasciati interrogare e abbiamo cercato di dare un senso alla parola biblica con cui si conclude la parabola: «Va’ e fa’ la stessa cosa».

Ma da tempo sono sempre più sgomento. Il buon samaritano non è più un paradigma da imitare, è diventato invece un fuorilegge. La capitana della Sea Watch Pia Klemp rischia vent’anni di carcere per aver soccorso in mare persone che stavano affogando, numerosi amici francesi a Briançon sono sotto processo da mesi, perché hanno raccolto per strada persone che rischiavano di morire in mezzo alla neve al colle del Monginevro. Chi espone pubblicamente una sciarpa su cui è scritto «Ama il prossimo tuo» viene picchiato da militanti di destra e infine deriso dal ministro dell’Interno. Penso ai due francesi che la settimana scorsa sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, semplicemente perché hanno dato un passaggio a persone dalla pelle scura che si erano perse nei boschi di notte sotto la pioggia. Come se aiutare qualcuno, considerato che non si è tenuti a chiedere i documenti a meno di appartenere alle forze dell’ordine, costituisse di per sé un reato. Penso a quelli che in questi anni hanno aiutato con un paio di scarponi, un posto letto, qualcosa da mangiare, con il calore umano di chi cerca di ascoltare la storia altrui e prova, almeno per un attimo, a strapparti alla solitudine e alla disperazione che hanno la forma di un foglio di respingimento, di una notte gelida in mezzo alla neve e degli affetti che da anni sono solo un messaggio su whatsapp.

Penso a B., vittima del circuito della prostituzione, respinta alla frontiera due anni fa, che ho ospitato a casa mia per qualche settimana; penso alle diecimila persone che in questi due anni hanno valicato il Monginevro per raggiungere la Francia; penso ai minorenni non tutelati e rimandati in Italia, quelli a cui la gendarmerie ha rifiutato il diritto di fare domanda di asilo con metodi poco democratici. Penso alla ragazza morta annegata in un torrente, dopo esser stata inseguita di notte dalla polizia. Penso a Mamadou, di cui è stato ritrovato poco più di un braccio nei boschi di Bardonecchia. Penso alle ragazzine stuprate nei campi libici che hanno attraversato il Colle della Scala, in inverno, incinte all’ottavo mese.

Molti come me si sono lasciati interrogare dal buon samaritano e hanno risposto che non si poteva fare diversamente, che non si lascia la gente in giro in montagna come non la si lascia in mare. Penso però che avremmo potuto fare molto di più. Nei giorni scorsi il governo ha dichiarato fuorilegge la figura del buon samaritano: mi preoccupa il fatto che sia diventato lecito lasciar affogare creature umane o normale mandare a processo chi cerca di farsi prossimo. Mi preoccupano le duemila persone che manifestano a difesa del tabaccaio che spara per difendere il proprio negozio.Il diritto di migrare, la possibilità di usare il proprio passaporto per muoversi, il diritto di vivere in un paese dove istruzione, sanità e lavoro siano possibilità reali non sono più percepiti come tali. La colossale disuguaglianza economica tra i paesi da cui si emigra e quelli nei quali si vorrebbe vivere non è percepita come ingiustizia, bensì come il giusto benessere che nessuno ci può togliere. E coloro che non sono d’accordo vengano pure derisi, imprigionati e messi a tacere.Mi preoccupo perché per la prima volta in vita mia, dopo aver a lungo riletto, ho avuto paura e ho cancellato delle righe.

LETTURA BIBLICA

11Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

SERMONE

Carissimi fratelli e sorelle,

Questo discorso di Gesù è uno dei più belli e dei più conosciuti di tutto il Vangelo di Giovanni. Molte volte infatti, soprattutto in momenti di crisi, le parole di Gesù che ci dice di essere il buon pastore ci consolano e ci calmano l’animo.

C’è differenza tra Gesù e qualunque altro pastore, Gesù ha con le sue pecore un legame di responsabilità e d’amore profondo, tale da dare la propria vita per loro.

Questa metafora meravigliosa è stata la prima immagine nella storia dell’arte che ritrae Dio in maniera antropomorfa: Un pastore con un agnellino sulle spalle.

I pastori erano delle persone autorevoli nel mondo in cui Gesù nacque e visse, erano guide per il popolo, conoscevano il territorio ed erano attrezzati adeguatamente per difendere le pecore nel caso in cui i lupi o altri animali feroci le attaccassero.

La contrapposizione tra il buon pastore ed il mercenario è dunque basata non sull’entità del lavoro, ma sulla relazione che c’è tra chi guida ed accudisce le pecore ed il gregge.

Chiunque può svolgere molte mansioni, anche quella pastorale, ma se ciò che si compie non è legato ad una vocazione, se non coinvolge nell’intimo, se non implica delle relazioni affettive con le persone, non serve a nulla, anzi lascia spazio all’azione del “lupo”, metafora del male, che rapisce e disperde.

Questo modello potrebbe essere applicato a moltissime situazioni odierne: ogni volta che si sottovaluta la propria responsabilità nei confronti degli altri, si lascia aperta la porta al male che disperde e che rapisce.

Troppi sarebbero gli esempi di categorie professionali che sempre di più si avvalgono di “polizze assicurative” contro possibili danni; liberatorie da responsabilità che si diffondono in ogni ambito, dall’insegnamento alle chiese, passando per gli ospedali e i luoghi di cura. Ogni volta che a qualcuno è data la responsabilità di prendersi cura di qualcun altro si prova a tutelarsi.

Il continuo delimitare l’ambito della responsabilità ha instaurato il protocollo della fuga dalla responsabilità: il mercenario vede il lupo e fugge abbandonando le pecore a se stesse. E come in molte pagine evangeliche in questo testo Legge ed Evangelo, Grazia e Giudizio arrivano assieme: i mercenari siamo noi.

La nostra è la società in cui ogni responsabilità è limitata e non ci si sente mai pienamente responsabili, mai pienamente scossi per ciò che avviene attorno a noi.

Pensiamo alle nostre famiglie, ai nostri amici, alle nostre Chiese, alle città la responsabilità è sempre dell’altro.

Abdicando però a prenderci la responsabilità, rinunciamo anche a prenderci la nostra parte di spazio vocazionale, rinunciamo ad esercitare i talenti che il Signore ci ha donati al servizio della chiesa e del prossimo.

Rinunciamo alla nostra vocazione quando ci giriamo dall’altra parte rispetto alla fame nel mondo, alle disuguaglianze sempre crescenti nella distribuzione delle risorse; rinunciamo a seguire il Signore quando ci giriamo dall’altra parte di fronte ai morti in mare, alle torture operate dalle dittature “amiche”, quando non ci poniamo delle domande rispetto ai cambiamenti climatici, all’avvento di figure di leadership imposte con la forza: rinunciamo ad essere fedeli al nostro rapporto con il Signore ogni volta che non siamo abbastanza informati e consapevoli, ogni volta che vediamo ed intuiamo che il male sta arrivando e lasciamo l’ovile senza protezione e le pecore in pericolo.

Un giudizio forte, che ci mette in crisi, che ci impone un cambiamento radicale, il Signore ci mostra infatti quale è la strada da seguire: l’esempio fulgido e dolce del Cristo che unico buon pastore offre la sua vita per le pecore.

Il Signore offre la sua vita per “tutte” le pecore, non importa se più o meno docili, non importa se di un colore o di un altro, non importa se di una religione o di un’altra: il Signore offre la sua vita per tutta l’umanità.

Mettersi alla sequela del Cristo significa anche rinunciare alle nostre pretese di primazia o di superiorità, ogni persona umana è nostro fratello e nostra sorella, l’ovile di Dio è più grande delle nostre chiese, è più grande delle nostre città, delle nostre famiglie, dei nostri paesi, l’ovile di Dio è più grande dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

Egli è l’unico infatti che possa prendersi cura di tutti e di ciascuno in questo rapporto intimo e personale, eppure che si offre per tutti. L’amore di Dio per l’altro non diminuisce il suo amore per noi. Siamo tutti resi simili nel suo amore, pecore ammansite dal suono dolce della sua voce.

Siamo quindi chiamati a resistere al male e a fidarci di Cristo, il nostro solo buon pastore. Resistere alla paura del male dentro di noi, che ci fa scappare davanti alle avversità; resistere al male che vediamo vicino a noi tenendoci informati, mantenendo relazioni di pace attorno a noi, solidarizzando con coloro che subiscono trattamenti ingiusti o disumani. Siamo chiamati a prendere parte contro il male prendendoci la nostra parte di responsabilità nel mondo.

Il buon pastore è con noi in questo, egli non ci lascia da soli, ci difende dal male dentro e fuori di noi. Accogliamo il suo dono e la sua promessa di vita: un unico gregge con un solo pastore, senza più differenze confessionali, senza guerre, senza muri di confine, senza deportazioni e dittature, senza fame, senza malattie. Un unico gregge amato e curato da Dio.

Amen

Past. Laura Testa

La chiesa valdese aderisce all’iniziativa ecumenica “La lunga notte delle chiese”.

La Lunga notte delle chiese e’ la prima notte bianca dei luoghi di culto in cui si fondono musica, arte, cultura, in chiave di riflessione e spiritualita’: vengono organizzate diverse iniziative e programmi culturali: musica, visite guidate, mostre, teatro, letture, momenti di riflessione e tanto altro.  E’ un evento ecumenico. Un’occasione per tutti di partecipare ad un evento suggestivo ed eccezionale, di grande coinvolgimento, perchè in questa occasione sarà possibile visitare i luoghi sacri delle nostre città in una veste sicuramente originale. (lunganottedellechiese.com)

All’interno della nostra chiesa di Verona proponiamo a tutte le persone interessate,  una serata a tema dal titolo “Il giudizio di Sonja” : Un momento per conoscersi, per ascoltare assieme le parole di  Fëdor Dostoevsky tratte da “Delitto e castigo” e per confrontarsi con il mistero della colpa e della grazia, al cuore del mistero cristiano e della fede evangelica: la grazia, infatti, raggiunge Rodion, protagonista di Delitto e castigo, tramite Sonja, la più disprezzata e umiliata delle donne – quando egli nemmeno pensava che il perdono potesse esistere e si vantava con lei del proprio delitto.

Testi di Paolo di Tarso, Tommaso da Celano e Fëdor Dostoevsky, letti da Sandra Ceriani e commentati da Lorenzo Gobbi, con gli interventi musicali di Enrico Parizzi, violino barocco e del Coro Ecumenico diretto da Nicola Sfredda.

L’inizio è previsto alle ore 20.30 di venerdì 7 giugno 2019, presso la chiesa evangelica valdese di Verona in Via Duomo-angolo via Pigna. L’ingresso è libero e gratuito.

lunga notte delle chiese 2019 locandina