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LETTURE BIBLICHE:

Salmo 31,1-8.21-24

O SIGNORE, poiché ho confidato in te, fa’ che io non sia mai confuso;per la tua giustizia liberami. 2 Porgi a me il tuo orecchio; affréttati a liberarmi; sii per me una forte rocca, una fortezza dove tu mi porti in salvo. 3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza; per amor del tuo nome guidami e conducimi. 4 Tirami fuori dalla rete che m’han tesa di nascosto; poiché tu sei il mio baluardo. 5 Nelle tue mani rimetto il mio spirito; tu m’hai riscattato, o SIGNORE, Dio di verità. 6 Detesto quelli che si affidano alle vanità ingannatrici; ma io confido nel SIGNORE. 7 Esulterò e mi rallegrerò per la tua benevolenza; poiché tu hai visto la mia afflizione, hai conosciuto le angosce dell’anima mia, 8 e non mi hai dato in mano del nemico; tu m’hai messo i piedi in luogo favorevole. 21 Sia benedetto il SIGNORE; poiché egli ha reso mirabile la sua benevolenza per me, ponendomi come in una città fortificata. 22 Io, nel mio smarrimento, dicevo: «Sono respinto dalla tua presenza»; ma tu hai udito la voce delle mie suppliche, quand’ho gridato a te. 23 Amate il SIGNORE, voi tutti i suoi santi! Il SIGNORE preserva i fedeli, ma punisce con rigore chi agisce con orgoglio. 24 Siate saldi, e il vostro cuore si fortifichi, o voi tutti che sperate nel SIGNORE!

Giovanni 15,1-8

15:1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Il salmo che abbiamo in parte letto oggi, e che vi invito a leggere interamente quando tornerete nelle vostre case, può stimolare molte riflessioni, ma su due in particolare vorrei concentrare la vostra attenzione. La prima è che le parole del versetto 5 (Nelle tue mani rimetto il mio spirito) sono quelle pronunciate da Gesù sulla croce, nella versione della Passione scritta da Luca.
Ma sono anche le ultime parole dette da Stefano, il primo martire cristiano, e dopo di lui da molti altri che le hanno pronunciate prima di morire, come Lutero o Girolamo Savonarola.
Questi uomini, non persone qualunque, evidentemente, prima di morire hanno sentito la necessità di pronunciare non delle parole qualsiasi, magari profonde o importanti, non sono rimasti neppure in silenzio, ma hanno citato un versetto di un salmo. Chi di noi è ancora in grado di farlo? Chi di noi conosce a memoria passi più o meno lunghi della Bibbia? Chi di noi è in grado di trovare il versetto giusto che lo aiuti nel momento del bisogno? Da molto tempo, ormai, abbiamo dimenticato questa necessità, abbiamo perso di vista questa opportunità: tanto abbiamo la nostra Bibbia con noi, tanto nei nostri cellulari è caricata la Bibbia intera a che serve conoscerla a memoria? O addirittura abbiamo perso un rapporto intimo e quotidiano con la Bibbia.
Intatti insieme ad aver perso la capacità di citare a memoria salmi e versetti, abbiamo anche, a poco a poco, perso la nostra dimestichezza col testo biblico, perso quella familiarità che era patrimonio comune fino all’epoca dei nostri genitori. Vorrei che tornando a casa riflettessimo un po’ anche su questo. Leggiamo tutti i giorni almeno qualche passo biblico? Ne conosciamo alcuni talmente bene che appartengono alla nostra vita? Mi rendo conto che sto facendo un discorso assai fuori moda, ma l’impressione che ho è che abbiamo perso o stiamo perdendo, noi tutti che siamo qui oggi qualcosa di importante, qualcosa di speciale. Perché siamo stanchi, abbiamo il lavoro, le nostre preoccupazioni. Abbiamo già la testa piena di tante altre cose!

Il cuore di questo salmo è la fiducia in Dio, che è la nostra rocca, la sicura fortezza. Siamo ancora capaci di vivere davvero nella certezza che Dio è la nostra rocca e la nostra fortezza? O non è piuttosto vero che al Signore dedichiamo giusto un pensiero fugace al mattino o alla sera prima di dormire? Non ci accade più spesso di chiedere aiuto a noi stessi o ad altri che si presentano a noi come salvatori? Guaritori, esperti in miracoli che ci faranno trovare lavoro, guarire dalle malattie, avere fortuna? Ma il salmo proclama con forza e con chiarezza:
3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza;
E prosegue: per amor del tuo nome guidami e conducimi.
Quindi il Signore è la nostra rocca, la nostra fortezza, a lui ci rivolgiamo per avere aiuto, ma è anche guida, conduzione: cioè gli chiediamo protezione e contemporaneamente accettiamo e accogliamo la Sua volontà, non la nostra; seguiamo la strada che Lui ci indica, non la nostra, anche se questo può significare che i nostri desideri umanissimi, e anche magari ragionevoli, non si realizzano. Ma è proprio questo il punto: possiamo continuare ad affidarci ad un Dio che non è come lo vorremmo? O non possiamo? O non riusciamo?
Essere nelle mani di Dio: un’immagine davvero potente! Noi piccoli, limitati, tormentati, noi che non siamo dei supereroi, ma degli uccellini nelle mani di Dio. Abbiamo il coraggio di affidarci totalmente? Siamo capaci di lasciarci totalmente abbracciare e proteggere dalle mani di Dio?
Ecco il nostro rifugio: il salmista ce lo descrive come concreto, reale, la nostra difesa. Si tratta di mani che ci liberano, che ci riscattano: da noi stessi, in primo luogo, e poi dalle nostre abitudini, dai legami che ci impediscono di cercare il nutrimento più importante. Chiedere aiuto a Dio ci ricorda che siamo piccoli e fragili e che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Non dell’aiuto di un prestigiatore o di un mago, non dell’aiuto di coloro che si fingono guaritori e facitori di miracoli, perché non è questo l’aiuto che il Signore ci dà. Rimettersi a Dio significa accettare la Sua presenza nella nostra vita, il Suo piano per noi e quindi accogliere la Sua volontà e non la nostra. Abbiamo il diritto di chiedere aiuto per la nostra vita concreta, e il diritto, concretissimo, di essere come bambini che si affidano totalmente nelle mani del Signore. Il diritto di chiudere gli occhi e sapere che siamo in buone mani, di rifugiarci nelle mani del Signore. Ma metterci nelle mani di Dio significa riconoscere il nostro bisogno, riconoscere che siamo tutti dei rifugiati, dei richiedenti asilo. Noi che stiamo bene, che abbiamo un lavoro, o almeno una casa, uno stipendio, o almeno una famiglia che ci aiuta, noi che viviamo in una parte di mondo dove esiste il benessere, noi, proprio noi, possiamo scoprirci e riscoprirci rifugiati in Dio.

Possiamo finalmente accettare chi siamo veramente, non dei supereroi, ma dei rifugiati. Dei rifugiati che non si affidano al potere e al potente, ma a Dio, e Dio è Colui che ha scelto di illuminare coloro che sono nell’ombra, coloro che non contano nulla, gli ultimi di questo nostro mondo, che invece cerca il potere, il danaro, la forza. Dio sceglie invece uomini e donne bisognosi di tutto, ma che, a differenza dei disperati del Mediterraneo, hanno la certezza di trovare rifugio, di trovare asilo. Noi siamo certi che saremo accolti, siamo certi che il miracolo avverrà ogni volta perché nel momento stesso in cui chiediamo di essere accolti, lo siamo davvero, perché anche noi, come il salmista nel versetto 22 nel nostro smarrimento ci sentiamo talvolta respinti, non amati, non accolti, ma il Signore ode la nostra voce, ascolta il nostro pianto e ci accoglie. E nel momento in cui ci accoglie diveniamo noi stessi le mani di Dio perché entriamo in comunione profonda con Lui e quindi facciamo e diventiamo il Suo volere.

Non siamo più noi che agiamo, ma Lui attraverso di noi: diventiamo davvero come la vite e i tralci di cui parla Gesù nel vangelo di Giovanni. Rimettendo il nostro spirito, rimettendo le nostre esistenze nelle mani di Dio, diventiamo noi stessi le mani di Dio. Le mani di Gesù. Faremo anche noi le opere che fa Gesù come ci dice Giovanni 14,12. Rimettendoci al Signore entriamo in comunione con Lui, dimoriamo in lui e lui in noi, e agiamo come Gesù. Non da soli, ma con tutti i figli e le figlie di Dio, insieme. Le mani nelle mani. Le sue mani, diventano le nostre mani, forti, potenti, guaritrici. Lasciandoci andare fiduciosi nelle mani del Signore troveremo le mani dei nostri fratelli e sorelle e riscopriremo il senso di questo antico salmo che da migliaia di anni ci racconta il mistero grande e profondo dell’amore di Dio.
Amen!

Erica Sfredda

«Dio ha così amato il mondo che ha dato il suo unico figlio perché tutti coloro che credono in lui non muoiano, ma abbiano vita eterna. Dio non ha mandato suo figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso di lui» (Giovanni 3, 16-17)
Parlare di fede, forse, può essere ambiguo e poco comprensibile, poiché spesso questo termine si utilizza per indicare manifestazioni di fanatismo religioso oppure per esprimere varie forme di superstizione; inoltre la nostra è una società fortemente secolarizzata e, dunque, la «fede in Dio» interessa poco, semmai appartiene alla dimensione privata dell’individuo. Senza dubbio non si può ridurre il Dio dei Cristiani a una spiegazione razionale e i dogmi della chiesa, a partire dalla Trinità, appaiono talora complicati e oscuri per chi è alieno dal linguaggio filosofico e teologico. Al contrario, l’uomo Gesù continua ad affascinare perché offre qualche certezza storica, almeno in alcuni dati fondamentali e, soprattutto, per il messaggio trasmessoci, che rimane attuale.

Tuttavia l’etica dell’ebreo Gesù, per quanto rivoluzionaria ed anticonformista, non rappresenta in toto il suo messaggio di salvezza, perché avere fede non significa esclusivamente sforzarsi di seguire i suoi insegnamenti morali (per quanto ciò sia già un ottimo proposito, valido per tutti, atei e credenti); piuttosto – ancora prima di agire – significa, illuminati dalla Grazia divina, affidarsi per intero alla «buona notizia» ed essere sicuri che quell’oscuro figlio di un falegname, probabilmente falegname anche lui nei primi trent’anni della sua vita, è morto in croce per la liberazione degli esseri umani dal male, per iniziare il nuovo regno, per riconciliare noi – umanità corrotta e incapace di essere davvero giusta e onesta, incapace di amare il prossimo senza riserve o autocompiacimenti – con l’Eterno. La fede diventa allora il fondamento delle nostre azioni, perché da sole non basterebbero a renderci uomini e donne completi, nel senso biblico dell’espressione, giacché «Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn. 1, 27): e come potremmo essere a immagine del nostro Signore, se non specchiandoci nella sua immagine proprio attraverso la fede in Cristo, intesa alla latina come la «fiducia» che nel suo sguardo d’amore ritroveremo l’integrità originale?

Lutero, con uno straordinario paradosso, dichiarava che l’essere umano in Cristo è simul iustus et peccator, «contemporaneamente giusto e peccatore», quasi a dire che la luce del bene ci viene anticipata grazie all’abbandono fiducioso in Dio. E, attraverso una seconda provocazione, diceva pecca fortiter, sed crede fortius, «pecca profondamente, ma credi più profondamente»: dunque la fede/fiducia è più forte del male giacché, se è accolta, ci orienta e dà un senso altro, una prospettiva diversa alle nostre vite.
«Soltanto la fede» perciò non esprime né la superstizione religiosa né le credenze miracolistiche, che rifiutiamo considerandole inutili e pericolose, ma è un atto di affidamento che non chiede dimostrazioni, è la scoperta dell’amore di Dio per ciascuno di noi. E tutto questo si fonda sull’ascolto della Parola biblica, sulla sua lenta meditazione, in un cammino di ricerca ininterrotto e promosso dal dubbio: il ragionamento umano non è in grado di comprendere fino in fondo e, quindi, di racchiudere in un sistema l’Eterno e l’evento della Croce e della Resurrezione, dato che lo Spirito di Dio è sovranamente libero. Come scrive Giovanni, «lo sprito soffia dove vuole e si sente la sua voce, ma non si sa da dove venga e dove vada» (Gv, 3, 8).

«Soltanto la fede» ci invita a sciogliere i cuori induriti per affidarci a Cristo, in cui solo possiamo trovare una vera dimensione di libertà perché sapere abbandonarsi all’amore, superando le sovrastrutture della ragione, ci permette poi di essere e di vivere nel mondo da persone davvero libere, che indirizzano le loro azioni senza vincoli, fuori dalle logiche del tornaconto: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt. 10, 8).
«Soltanto la fede» fa risuonare l’insegnamento dell’apostolo Paolo, che scriveva: «Non mi vergogno della buona notizia, […] poiché la giustizia di Dio è stata rivelata in essa da fede in fede» (Rom. 1, 16-17). La buona notizia, che noi siamo abituati a chiamare «Evangelo», ci è stata rivelata «di fede in fede» perché il giusto vivrà attraverso la fede e questa catena di fede/fiducia, trasmessa nei secoli, ci interpella ancora oggi – forse più di ieri, in quanto essa non è data per scontata, ma ci impone il confronto con una cultura e con un mondo in cui da un lato Dio (fortunatamente) non è più un obbligo e dall’altro assistiamo a devianti forme di fanatismo in nome di Dio.

Declinare oggi il Sola Gratia incontra una duplice criticità.
La prima è che nelle controversie teologiche, in atto almeno fino al secolo scorso, il tema della grazia è stato spesso frainteso, abusato e persino mistificato in funzione della sua interpretazione e della sua appropriazione come categoria distintiva di appartenenza.
La seconda è che l’avverbio «solo» ha un carattere di esclusività e di assolutezza che rende difficile abbinarlo a qualsiasi processo o evento in un contesto, come l’attuale, dove quasi ogni concetto è plurale, se non per definizione, almeno nell’ottica ecumenica che impone di condividere tradizioni diverse e approcci interpretativi talvolta divergenti.
Tuttavia l’interpretazione rivoluzionaria del concetto di grazia proposta da Lutero impone un tentativo di sua attualizzazione anche in un’epoca nella quale, almeno nella percezione comune, il tema della salvezza sembra aver perso gran parte della sua rilevanza oggettiva.

Nel Primo Testamento il termine ebraico hén (grazia) individua la benevolenza che Dio mostra verso l’essere umano e le scritture ebraiche raccontano che molti personaggi centrali della narrazione trovano grazia davanti al Signore: da Noè in Gen. 6, 8 a Mosè in Es. 33, 12.17, a Davide in II Sam. 15, 25. Ma l’atto di grazia più importante compiuto da Dio è l’aver stabilito un patto con Israele, mantenendolo nonostante le sue innumerevoli trasgressioni. In tutto il Primo Testamento affiora l’idea che il Signore sia un Dio che vuole salvare il Suo popolo e non distruggerlo: la grazia rappresenta appunto la Sua volontà di salvezza e il peccatore pentito può invocare con fiducia la Sua misericordia (Sl. 51, 1).
Anche nel Nuovo Testamento il termine ha mantenuto i significati di favore e benevolenza di Dio verso l’essere umano e la grazia espressa con il patto del Sinai viene confermata dall’alleanza tra Dio e l’uomo che si compie con la vicenda terrena di Cristo, cioè del Dio fattosi uomo, un’alleanza che non sostituisce l’antico patto con il popolo di Israele, bensì lo rinnova e lo affianca. La grazia si manifesta nell’intervento gratuito di Dio nella vita dell’essere umano e genera la sua risposta nella fede (At. 18, 27). La fede, a sua volta, introduce l’essere umano nella grazia, cioè in un rapporto di benevolenza e comunione con Dio (Rom. 5, 2), un rapporto in cui il peccato è perdonato. La grazia coincide con un perdono totale che rigenera: per questo è possibile affermare che il contrario del peccato non sia la virtù, bensì la grazia.
La grazia e la fede non sono realtà coincidenti, ma piuttosto complementari, poiché la grazia risiede esclusivamente nell’ambito di Dio, esplicitando un agire di Dio stesso che rivolge all’essere umano la Sua parola di salvezza, mentre la fede è sopratutto una questione antropologica, cioè una risposta dell’essere umano o, almeno, un interrogarsi consapevole su questo dono di Dio.

Il Sola Gratia della Riforma vuole sottolineare che il peccatore non può giustificarsi da solo, né coadiuvare in alcun modo Dio nell’opera della giustificazione, negando decisamente qualsiasi possibilità di compartecipazione dell’essere umano al processo della salvezza, che resta iniziativa e compimento esclusivi di Dio, in Gesù Cristo: prima di ogni risposta umana c’è il ricevimento della grazia, che viene accolta nella fede; prima delle opere umane c’è l’amore di Dio, che le precede; nell’evento della salvezza la risposta umana è conseguenza dell’iniziativa di Dio e si traduce in un’etica evangelicamente ispirata. La specificità del messaggio evangelico sottolineato dalla Riforma è proprio questo: l’intervento della grazia divina è decisivo, l’essere umano, con le sue capacità, la sua razionalità e le sue conoscenze, da solo, non può nulla.
Ma in una società nella quale vengono quotidianamente enfatizzate la prestazione e l’affermazione personali, dove l’essere umano vale più per ciò che appare che per ciò che è, il problema della salvezza interessa ancora, oppure il suo annuncio ha perso gran parte del suo significato? Benché oggi permanga ancora l’angoscia della morte, essa viene affiancata, addirittura superata, dalle angosce della vita, dalle nostre insicurezze, fragilità, paure e miserie quotidiane.

L’annuncio della salvezza non può non riguardare anche questi aspetti, una salvezza prima di tutto da noi stessi in quanto produttori delle nostre ossessioni, dei nostri vizi e dei nostri idoli, una salvezza che dia un senso a ciò che siamo e a ciò che facciamo, una salvezza gratuita che non si riduce al perdono delle colpe, ma che dia speranza alla nostra vita.
La grazia che ci salva rappresenta un messaggio controcorrente rispetto agli standard performativi che ogni giorno ci sono proposti mediaticamente, conferendo dignità a tutti, compresi coloro che si trovano ai margini di una società selettiva, gli ultimi, con i quali più di duemila anni fa si identificava Gesù Cristo.
«In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me». (Matteo 25, 40).

Dire «Solo Cristo» non significa giudicare o disprezzare la fede, la spiritualità, le credenze altrui. Significa solo dire che, per noi, Cristo è la via attraverso la quale Dio si rivela, e, di conseguenza, quella che intendiamo seguire. Una via, un percorso, non un concetto: lungo una via si cammina, ci si guarda avanti e indietro, ci si ferma o ci si accampa, si incontrano altri viandanti. Come ci ricorda il libro degli Atti, i primi cristiani erano chiamati «quelli della Via».

Cercare Dio solo in Gesù Cristo significa cercarlo nel confronto con un essere umano concreto, nato, vissuto e operante in un luogo e un’epoca storica precisa, morto di una morte atroce e vergognosa. In un mondo pieno più che mai di aspiranti maestri, sacerdoti e signori, per noi Gesù Cristo è l’unico Maestro, Sacerdote e Signore.
L’unico maestro: colui che per noi ha «parole di vita eterna» (Gv 6, 68), parole e azioni che ci mettono in questione, ci sconvolgono, ci fanno guardare con altri occhi le cose, le persone, i fatti della nostra vita.
L’unico sacerdote: il solo intermediario tra noi e Dio, che ha proclamato e attuato la fine del regime dei sacrifici e della distinzione tra sacro e profano. In Cristo non abbiamo più bisogno di luoghi santi, di professionisti del divino, di offerte sull’altare per placare l’ira di Dio o ingraziarcene i favori.
L’unico Signore: il condannato a morte, sconfitto e abbandonato da tutti, la cui autorità non si basa sul denaro, sulle armi, sulla parola seduttrice, il cui modo di agire mette in discussione tutti gli altri poteri. Il Crocifisso che, tre giorni dopo, è risorto. Con la sua risurrezione (caparra e speranza per ognuno di noi), Dio stesso ha annunciato che la morte e i poteri di questo mondo non hanno l’ultima parola.
Riconoscere il Solo Cristo significa relativizzare tutte le filosofie, le ideologie, le religioni, le potenze che aspirano alla nostra adesione e alla nostra obbedienza. Anche dopo la pretesa «fine delle ideologie» restiamo tentati di cercare la nostra sicurezza nell’abbandono acritico a qualche assoluto. Non ci sono solo i fondamentalismi religiosi: pensiamo ai nazionalismi, al razzismo, alla fiducia nella competizione, nella finanza o nel progresso scientifico.
Solo Cristo non è un integralismo contrapposto ad altri integralismi; è un criterio di libertà, soprattutto verso le idee, le cause, i modi di pensare che ci sono più vicini e congeniali. Il loro ruolo e valore è quello di strumenti per capire e cambiare la realtà, non di fini, di ideali da realizzare a ogni costo. Perché «tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo» (cfr. 1 Cor. 3, 22-23).

Avere Cristo come maestro non significa osservare il mondo dall’alto, con la sicumera di chi possiede la verità. Al contrario, significa imparare quello che Bonhoeffer chiama «lo sguardo dal basso»: guardare gli eventi dalla prospettiva «degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi». In Gesù Cristo ci viene rivelato non un Dio aggressivo e distruttore che rivaleggia con gli altri poteri per la conquista del mondo, ma un Dio sofferente e solidale con tutti e tutte noi, con tutti i dimenticati e gli sconosciuti, con tutta la creazione mai come oggi minacciata.
Il Solus Christus è un aiuto a orientarsi nell’incertezza di una società «liquida», priva di punti di riferimento, dove regnano il rischio, la precarietà, l’insicurezza, la disperazione. Nel Cristo crocifisso e risorto impariamo a vivere la nostra debolezza, senza lasciarci sballottare da «ogni vento di dottrina» (cfr. Ef 4, 14), né trincerarci in identità forti e assolute. Gesù ci libera dalla frenesia dell’attivismo (anche quello ecclesiastico) e dall’ossessione di salvare il mondo: al suo seguito c’è da lavorare, ma anche da pregare, da contemplare, da «stare in silenzio davanti al Signore e aspettarlo» (cfr. Sal 37, 7).
Gesù di Nazareth non è rimasto nella tomba, ma neanche cammina visibilmente su questa terra.
Crediamo che egli è presente tra noi, dovunque due o tre sono riuniti nel suo nome. Gesù ci ha lasciato la sua Parola da meditare, e il suo Spirito che ci aiuta a farla nostra. Ci ha lasciato il prossimo in cui cercare il suo volto, e sorelle e fratelli con cui ogni giorno costituire la chiesa che testimonia di lui.

Il 31 ottobre scorso il Circolo Riforma di Milano, coordinato dal pastore Giuseppe Platone, ha licenziato una serie di testi dedicati ai “cinque Sola” della Riforma:
Sola Scriptura
Solus Chritus
Sola Grazia
Sola Fide
Soli Deo Gloria
I testi intendono riaffermare l’attualità della Riforma protestante, perché aspiriamo a un ecumenismo fatto di diversità riconciliate, e non a uno stanco appiattimento in cui si passano sotto silenzio i temi troppo complicati. La rilettura di questi cinque antichi slogan pone, in tempi ecumenici, una questione: la Riforma è stata un bene solo per chi si dichiara protestante o anche per l’intera cristianità e la società moderna?.
Oggi cominciamo con la pubblicazione del primo testo, dedicato a “Sola Scriptura”. Gli altri seguiranno al ritmo di 2 a settimana.
Buona lettura e buona riflessione!

SOLA SCRIPTURA

La Riforma, mettendo al centro la Scrittura (intesa come raccolta degli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento), ha voluto indicare la sorgente a cui quotidianamente i cristiani possono dissetare la loro sete di conoscenza di Dio. Ciò vale non solo per i protestanti ma per tutte le chiese cristiane – le quali oltretutto sono teologicamente cresciute negli ultimi decenni grazie anche al dialogo ecumenico. L’ecumenismo infatti ha trovato proprio nella Scrittura il terreno fertile d’incontro delle tre grandi famiglie confessionali. Attraverso lo sviluppo delle scienze bibliche, la contrapposizione tra Scrittura e Tradizione si è relativizzata. La Scrittura stessa è frutto di una tradizione orale che ha preceduto sia i testi scritti – i vari libri della Bibbia – sia l’ingresso, l’accoglimento a pieno titolo di questi stessi testi nella famiglia degli scritti canonici.
Anche il canone biblico rappresenta pur sempre una scelta umana, ancorché ispirata. Il canone non esaurisce la rivelazione di Dio. Da questa Scrittura (che di fatto è una biblioteca di libri diversi, sia come autori che come datazioni) si dipartono interpretazioni che, non di rado, appaiono opposte tra loro, proprio come i comportamenti morali che ne discendono. Sicché da un unico testo biblico si aprono vie che possono condurre a conseguenze ecclesiologiche differenziate, malgrado il riferimento alla stessa Scrittura. È stato così sia nel secolo della Riforma luterana, zwingliana, calvinista (si pensi, per fare un solo esempio storico, al dibattito conflittuale sulla Santa Cena), sia nei secoli successivi e oggi questa pluralità interpretativa perdura.

Anche nella grande famiglia evangelica è presente una spiccata diversificazione d’interpretazioni e posizioni teologiche conseguenti. Se allarghiamo lo sguardo alle altre chiese cristiane, notiamo come le diversità interpretative si accentuino: vedi la questione del concetto stesso di chiesa o il primato petrino o la successione apostolica, o il rapporto con il popolo d’Israele o la concezione del sacerdozio e dei ministeri o il ruolo delle donne nella chiesa…
Ma come leggiamo i testi biblici? Non da oggi assistiamo alla rivitalizzazione di un approccio biblicistico alla Parola di Dio, che riduce il principio del Sola Scriptura a «Unica Scriptura». Vale a dire che si tende ad affermare l’imposizione di un’unica interpretazione dello stesso testo biblico, nella pretesa che l’interpretazione data sia la sola vera e assoluta. Quasi che ogni versetto o pericope biblica racchiuda uno e un solo significato. E questo crea un terreno favorevole al fondamentalismo nelle sue varie espressioni. Mentre sappiamo – anche perché le scienze bibliche lo hanno da tempo dimostrato – che i testi biblici (e non solo quelli) racchiudono significati e scenari diversi, insieme a una ricca gamma di indicazioni che vanno scoperte scavando nella lettera scritta. Il testo biblico, insomma, va ricollocato e compreso, per quanto scientificamente possibile, nel contesto storico in cui venne pensato e formulato. Occorre tener in debito conto che il linguaggio è frutto della temperie culturale di un’epoca. I testi biblici, alla stregua di altri testi antichi, prima di essere messi per iscritto in un momento storico preciso, sono stati tramandati oralmente. Questo passaggio dall’orale allo scritto, come da una lingua a un’altra (per esempio la Traduzione dei LXX) ha logicamente comportato mutazioni che vanno individuate con metodi scientifici.

Sola Scriptura per noi significa sostanzialmente tre cose.
In primo luogo che Dio è sovranamente libero, e quindi può rivelarsi anche al di là della Scrittura stessa; ma di certo Dio si è rivelato in questa Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento.
In secondo luogo che la Scrittura da noi ricevuta deve confrontarsi non solo con il tempo in cui è stata pensata e ispirata, ma anche e soprattutto con il nostro tempo: è il presente di chi legge, infatti, il vero banco di prova della comprensione dello spirito del testo e non solo della lettera.
In terzo luogo che la Scrittura è per noi il principale nutrimento della nostra fede, del nostro pregare, della nostra spiritualità, del nostro essere chiesa.

Non siamo noi, chiese protestanti, i detentori esclusivi della Scrittura e di interpretazioni che vorremmo assolutizzare. La realtà è che noi, in qualche modo, siamo stati affascinati e «catturati» dal Sola Scriptura: un principio che ci guida e spinge a percorrere itinerari nuovi e inediti nella straordinaria scoperta di un continuo dialogo con Dio in Gesù Cristo. «Fermatevi sulle vie e guardate, domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa; voi troverete riposo alle anime vostre!» (Geremia 6, 16).
L’emozione e la fiducia in Dio, che avvertiamo nel leggere la Scrittura, non ci impediscono dall’avvalerci di metodi di analisi critica dei testi. Qualunque metodo d’indagine – da quello esegetico-storico-critico a quello letterario, simbolico, psicoanalitico, narrativo – è al servizio di una sempre migliore comprensione del testo biblico e non viceversa. Ciò che realmente conta è che lo Spirito del Signore faccia rivivere per noi quella Parola antica che ci è stata trasmessa: una Parola che per Grazia di Dio, ogni giorno, dona a noi speranza, incoraggiamento, guarigione, redenzione, gioia riconoscente.
La Scrittura vive se lo Spirito del Signore la chiama alla vita e noi con lei. La chiesa nasce, cresce e si orienta nel suo procedere attraverso l’ascolto e la comprensione della Parola biblica.